605. Scheda: Marzano: “L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata” (2008).

22 Ago

Michela Marzano (1970), L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata [“Extension du domaine de la manipulation de l’entreprise à la vie privée”, 2008], trad. Beatrice Magni, A. Mondadori Editore, Milano 2009. Pp. 202.

L’autrice, normalista e filosofa romana, è un cervello in fuga, attualmente professore associato all’università Paris Descartes; è una pensatrice originale influente.

Da un punto di vista storico generale, la nostra êra è caratterizzata dalla fine della società disciplinare, esplicitamente regolata in senso gerarchico; nel passaggio dal mondo antico al cristianesimo la schiavitù fu abolita solo faticosamente e gradualmente, per pervenire ad una condizione nella quale tra lavoro ed azione esisteva una distinzione piuttosto netta: il lavoro era innanzitutto sussistenza, l’azione perteneva essenzialmente al privato ed individuale. Per quanto riguarda la storia recente, al modello totale dell’impresa ottocentesca si sono sostituiti modelli che prendono il nome da formule applicate la prima volta in condizioni specifiche: portando alle estreme conseguenze intuizioni dell’economia classica, il fordismo ha identificato la produzione con la parcellizzazione del lavoro – ogni lavoratore si dedica solamente ad un componente – e con la catena di montaggio, il taylorismo con l’eliminazione totale degli sprechi, ed un lavoro finalizzato in ogni suo momento all’utile, e il toyotismo, infine, ad una produzione esclusivamente on-demand: risposte precise a precise esigenze del mercato, che in modi leggermente diversi si sono comunque fondati su uno sfruttamento intensivo del lavoratore. Nel passaggio da una società perfettamente gerarchizzata ad una democratica, tuttavia, il valore dell’obbedienza ha ceduto il passo a quello dell’iniziativa personale, e quello della fedeltà al proprio ruolo a quello della capacità d’adattamento. Per continuare ad esercitare il proprio ascendente sul lavoratore ed assicurarsene le prestazioni ad oltranza, l’impresa ha messo in atto, con l’ajuto del marketing e di figure professionali nuove (il formatore, o “coach”), una serie imponente di strategie retoriche per dominare il più possibile la volontà e il tempo del lavoratore. Gli effetti nefasti sono di due ordini:

  1. da una parte c’è tutta un’opera capziosa per assicurare all’impresa la volontà del lavoratore, che deve necessariamente far leva su valori totalmente opposti rispetto a quelli effettivamente richiesti, quali l’autorealizzazione personale, l’indipendenza, lo spirito d’iniziativa, in questo modo rendendo la posizione del lavoratore estremamente contraddittoria (si tende a far credere al lavoratore che tutto dipenda dalla sua volontà e quindi lo si carica di responsabilità che ragionevolmente non possono essergli attribuite);
  2. dall’altro versante, e di conseguenza, il lavoratore, che pensa di realizzarsi, si vede sottratti libero arbitrio e tempo libero (anche grazie alla presenza di “nuove” tecnologie, come il cellulare e la mail, che trasformano le 24 ore del giorno in giornata lavorativa).

Tutto questo è retto su una retorica ad hoc, che esalta le competenze messe in gioco, l’eccellenza da dimostrare, un concetto di fiducia che consiste in una spietata responsabilizzazione e colpevolizzazione in caso di fallimento, &c. La stessa leadership ha una contraddizione fondamentale: da una parte essa deve fatalmente far leva sulla compartecipazione, esaltando la collaborazione. Dall’altra tende a riconoscersi in modelli carismatici, di trascinatori visionarî, apparentemente infallibili, in grado di galvanizzare e imporre ritmi produttivi sempre più competitivi nel nome di un infantile “volere è potere”.

È uno schema, data l’erosione operata da queste dinamiche rispetto anche il tessuto sociale e il privato, che si è replicato nella contrapposizione, falsamente ritenuta uno scontro destra-sinistra, tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal alle presidenziali del 2007 in Francia: laddove il primo ha incarnato il “volere è potere” e la seconda ha riassunto il significato della sua campagna elettorale con un eloquente esordio collaborativista (“ho bisogno di voi”): le due facce, quella carismatico-verticista e quella collaborativista-responsabilizzante, della stessa medaglia.

Le contraddizioni e il carico di stress, la mancata distinzione tra lavoro ed azione hanno portato facilmente il lavoratore ad una tensione sul lavoro del tutto ignota in precedenza; mentre l’attribuzione al lavoro di un potenziale salvifico, liberatorio, di realizzazione personale, ha condotto fatalmente, unitamente a forme recenti di pressione psicologica come il mobbing, a identificare il fallimento professionale con il fallimento esistenziale: di qui i suicidî, alla Renault e alla Peugeot-Citroën, la responsabilità dei quali i vertici delle rispettive aziende hanno regolarmente declinato, imputandoli a fragilità di cui le società non possono essere certo ritenute colpevoli.

La gherminella sta nell’idea che noi – nel nostro aspetto fisico, come dimostra il successo di trasmissioni come Il brutto anatroccolo – o in quello mentale, come dimostra il successo della programmazione neuronale (PNL) di Bandler e Grinder – possiamo imporre a noi stessi qualunque cambiamento, cioè miglioramento, vogliamo. Il lavoro è per eccellenza l’àmbito in cui queste forme di manipolazione possono essere attuate, realizzando un sé migliore. L’autrice non dà e non vuole dare ricette; non potrebbe nemmeno, dato che la sua analisi dà conto di una realtà innanzitutto economica – grazie al fatto che l’ultimo grandissimo filosofo se n’è occupato così in profondità – ma non accettando il confronto con la realtà economica stricto sensu, e quindi non tentando una spiegazione del perché quest’umanità è indotta a cadere in queste trappole; dall’altra, anche se conclude il proprio discorso mettendo in rilievo come l’analisi delle retoriche sia già per sé stessa un primo passo verso la salvezza rispetto ad esse, non c’è nemmeno uno studio per isolare le specificità più venefiche di certi stili comunicatìvi. E il libro finisce col somigliare a quell’ampia produzione di self-help tanto dall’autrice deprecata, solo invertita di segno e senza soluzioni e ricette.

In genere, si può rimandare a quello che già Panzieri nei primi anni Sessanta diceva a proposito dell’a lui sgradito modello-fabbrica esportato nei quartieri, con finalità invasive e di controllo della sfera privata: è stato notato da diversi commentatori, in special modo di destra, come la Marzano non proponga un modello interpretativo troppo differente dall’analisi sociologica leninista d’un tempo che fu. D’altra parte, modelli come quello proposto da Panzieri sono estremamente convincenti, e non si vede come mai una pensatrice progressista dovrebbe smetterli come un capo ormai delabbrè. Però non si può nemmeno ignorare come l’analisi della Marzano da una parte sia schematizzazione di quella sociologia, ridotta ad una serie di notazioni di per sé sicuramente giuste – il capitale ha trovato, a un certo momento della storia, un modo per impossessarsi non solo dei corpi, ma anche delle anime dei lavoratori – ma resa del tutto sterile. Da una parte proprio il rimando alla scienza marxiana potrebbe essere in qualche modo salutare: un determinato fenomeno, prima di essere negativo o positivo, sostanzialmente è, e questo – cioè il fatto che sia – non può essere, in termini rigorosamente speculatìvi, né positivo né negativo.

Di fatto, ci sono bidoni di motivi per cui un fenomeno come l’insorgenza nel lavoratore di un’esigenza di autorealizzazione, divenuto ormai un fatto inignorabile da parte del capitale, possa essere considerato in sé positivo: sicuramente il minimo che si possa pensare è che ci sia stata un’importante evoluzione dalla società disciplinare in poi: la Marzano lo riconosce, ma non pare sia convinta che qualcosa di sostanziale sia veramente cambiato. Altrettanta evoluzione non c’è stata mai per quanto riguarda il capitale: nemmeno il passaggio al neocapitalismo, qualunque cosa esso sia, posto che esso sia, ha cambiato le cose. Il capitale continua ad approfittarsi del lavoratore, e il lavoratore a subire. Ma è la stessa condizione dipendente, il riconoscimento, inevitabile, della superiorità gerarchica di qualunque altro uomo, animale, oggetto, a rendere la posizione subalterna una condizione da cui è difficile emanciparsi. E tuttavia il riconoscere il valore dell’autorealizzazione è già un passo avanti verso quella totale autodeterminazione che in un indeterminabile futuro sarà verosimilmente non proprio una possibilità quanto un vero e proprio obbligo per tutti gli uomini. La stessa questione, estremamente dolorosa, dei suicidî sul lavoro è molto ambigua: quando le ditte si difendono opponendo che non sono responsabili di fragilità pregresse dei proprî dipendenti non stanno dicendo una totale falsità – è proprio questo l’aspetto doloroso. In realtà, sarebbe molto più utile qualche analisi, finalizzata però a qualche acquisizione in più, vôlta ad indagare le possibilità di superamento di esse fragilità. L’aspetto più tragico di questa società è la facilità a riconoscersi come parti infinitesime di grandi concentrazioni di potere, politiche, nazionali, religiose, economiche: questo è un dato di fatto per una quantità enorme di persone; ma dietro questa facilità c’è la disperata realtà della mancanza di alternative. Indicare, da un esterno rappresentato da una posizione prestigiosa e protetta com’è la cattedra, il male di questa situazione non equivale esattamente, nonché ad ipotizzare soluzioni, a pervenire ad un’analisi in qualche misura feconda. È sicuramente tutto quanto male, ma perché è vissuta male; perché è un inganno.

Eppure anche l’inganno, per poter essere teso, necessita di un’apparenza di verità, ossia delle attrattive che possono esercitare aspirazioni e sogni sinceramente creduti realizzabili. L’ambiguità di fondo del concetto di lavoro, che è sicuramente anche, eccome, realizzazione personale, non si supera attraverso una distinzione schematica tra la nostra società e quella disciplinare: azione e lavoro, anche nella società disciplinare, potevano e dovevano convivere, in specie per tutta quella parte d’azione che ha necessità di verifica del proprio lavoro attraverso la vendibilità – che non è solo una volgarità insostenibile, ma anche, in specie nel contesto di tanta compravendita sicuramente di insostenibile volgarità, conferma di una necessità del lavorato, e di una sua capacità di affermarsi nel mondo: si pensi al lavoro intellettuale, o artistico, cioè anaccademico.

Altro punto importante, la bête noire della Marzano, il concetto di autostima: a proposito di questo, come altrove, ella insiste, da un certo punto di vista abbastanza giustamente, sul fatto che essa autostima si matura non con training e autosuggestione ma attraverso quello che si fa nel corso di decennî, a partire dall’adolescenza. Sono in linea di massima d’accordissimo, ma la possibilità stessa di trarre il massimo partito, innanzitutto, dagli studî piuttosto che dalla formazione professionale a sua volta è il risultato di una dinamica precedente la volontà del singolo, e non direttamente governabile, se non a patto di uno sforzo eccezionale, che non si vorrebbe mai ipotecare – che senso avrebbe scriverne, parlarne, pensarci, a quel punto? Per quanto la metodica sia ingannevole e stolta, tendente anzi a realizzare l’esatto inverso di quello che promette, ventilando possibilità di liberazione e in realtà incatenando le coscienze, non credo sia molto democratico, e nemmeno molto umano, e nemmeno molto civile, sostenere che determinate acquisizioni siano da dare come bell’e perdute in partenza per chi non ha avuto certe possibilità. Sarebbe classismo – e non esattamente nel senso che intendevano gli operaî negli anni Settanta. Il successo, anche in àmbito intellettuale-speculativo, è raggiungibile e fruibile all’interno d’istituzioni soggette anch’esse all’opera del tempo, inteso come transeunte, e alle inevitabili trasformazioni. Come una brillante carriera scolastica non implica automaticamente l’incoronazione in Campidoglio, così l’estrazione modesta non implica affatto prospettive luttuose, fame, miseria o arricchimenti illeciti. Càpita spesso che i teorici di sinistra, anche quelli più popolarmente comunicatìvi come la Marzano, si rivelino rigidamente conservatori su determinati aspetti, purtroppo fondamentali: già Eco, attirandosi un subisso di critiche e di censure invelenite, negli anni Settanta esortò vanamente a guardare il bicchiere mezzo pieno, e le possibilità che si aprivano, non quelle che si chiudevano; purtroppo una sinistra di radici irrimediabilmente bastarde sembra più portata alla contemplazione della vanitas mundi (col fine d’autoescludersene, però; e bella forza) più che ad una vera analisi progressista. Questa sinistra così poco sinistra non solo non vincerà mai le elezioni – cosa in sé poco grave – ma, ciò che più conta, rimarrà sempre appiedata rispetto ad una realtà che nel suo inguaribile, terrificante, scorticato ottimismo conosce solo possibilità aperte, non giochi conclusi. [17 06].

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