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522. PP su Sillabarj di Parise.

9 Feb

http://www.youtube.com/watch?v=gJjaHvu96MM

Sbobinatura più d’altre auspicabile, forse, per lo stesso motivo per cui è stata difficile da fare; PP in questo caso è stato ripreso dalla platea con un telefonino, evidentemente, e l’audio è distante e non molto perspicuo. Sicché qualcosa, ma prevalentemente delle parole dell’intervistatrice, Silvia Bernardi, giornalista de “L’Arena” di Verona, mi è sfuggito. Peraltro sono impossibilitato, qui, ad ascoltare a tutto volume, e questo potrebbe aver avuto il suo peso: se qualcuno, comodamente connesso da casa, riesce ad afferrare meglio di me, buon per lui. L’intervista è interessante per il ricordo di Parise e di Pasolini, i “due professorini” che venivano dal Veneto; ma anche e soprattutto per il giudizio spiritosamente sprezzante dato al lavoro di Giovanni Pennacci, confezionatore di un libro-intervista che è poi l’ultima biografia, di pochissime, di PP, Siamo tutte delle gran bugiarde, Giulio Perrone editore, Roma 2009. Sicuramente PP meritava di più e di meglio; ovviamente datato, il miglior lavoro di qualche respiro dedicatogli rimane il libro di Rodolfo Di Giammarco, Gremese, Roma 1985. Come già per gli altri video, salvo il primo, ho la solita difficoltà a postare sul blog la finestrella di youtube, e quindi lascio il nudo indirizzo.

PP: Io ho conosciuto Goffredo Parise, era di Vicenza e che… aveva più di me… due o tre anni, sarebbe ora ottantacinquenne… L’ho conosciuto a Roma quando stavo in casa da Laura Betti con la quale si faceva una canzone televisiva, “La ballata del pover’uomo”, gnè gnè gnè. Era un romanzo a puntate – tredici puntate – e tredici volte si cantava quelle due o tre canzoncine, con la musica di Fiorenzo Carpi, e.. cambiavano le parole, e così..

Silvia Bernardi: E quindi lì ha conosciuto…

PP: E lì c’eran questi due professorini che venivano dal Veneto, Pasolini e Parise, che il giorno insegnavano nei licei cittadini e poi la sera tornavano nelle loro periferie, dove costava meno l’affitto di una stanza, e venivano a mangiare dalla Laura che faceva dei risotti bonissimi… e allora Parise non parlava mai. Però c’era un mistero nel suo silenzio. Lui a Roma – mentre l’altro scoprì questi ragazzi di vita, perché sai… lui era completo, Pasolini: amava quello che faceva. I film magari non sono belli come quelli di Lubisch o di Dreyer o di Kubrick, però si sente che son fatti con un lungo studio e un grande amore. Per fare qualcosa nella vita non si può fare così tanto per fare: ci vole un sentimento, insieme alla ricognizione mentale, ci vole anche un’adesione, un’adesione… affettiva. Io penso di sì – allora, invece, Parise scoprì la semplicità. Lui raccontava l’episodio di una bambina che ci aveva in mano un quadernetto che si apriva e c’era detto: L’erba è verde. E lui capì che quello era il segreto, di riscoprire di nuovo il racconto. E questi raccontini, che lui pubblicò sul “Corriere della sera”, si sperdevano un po’, perché sai, con le notizie che succedevano in quel momento, dal… ti dico, dal ’37 al ’57, ‘somma… ne successe di tutti i colori. Allora… quando lui ha riempito il volume, ha avuto i complimenti di Garboli, di Italo Calvino… tutte persone che avevano la penna in mano. Era… fisicamente bellino – certo Pasolini, con quella faccia segnata… non era bello, ma faceva venir duro, soprattutto alle donne, pazze, che s’innamoravano di lui col cervello, che dura di più…

Silvia Bernardi: Lei invece in scena da solo. Nel senso, fa tutto a meno di compagnie, di registi, di attori…

PP: No, non è vero, sempre dei collaboratori… be’, soprattutto le donne, io passo per misogino, invece ho avuto chi m’ha ajutato a scrivere, chi m’ha ajutato a fare i movimenti, e chi fa i vestiti e chi fa la musica, ‘somma…

Silvia Bernardi: C’è una squadra che lavora dietro, però poi alla fin fine…

PP: Eh, certo.

Silvia Bernardi: Sul palco…

PP: Sul palco eccomi qui, perché quegli altri so’ andati al cinema!

Silvia Bernardi: […] la passione per il travestimento, per…

PP: Mah, che vuoi, travestimento, sai, quando io ero un bambino erano tutti travestiti, io ci avevo… “balilla alpino”: avevo una corda che non si poteva disfare perché era finta, un salsicciotto di corda, un fucile che non sparava, tutto finto. Puoi fare la sfilata… sicché era come a carnevale oggi, era tutto così. Per fortuna siccome il mio babbo era carabiniere, non ci aveva la tessera fascista, e io non andavo mai alle sfilate, andavo al cinema. E io da bambino ho visto ancóra prima della seconda guerra mondiale tutti i film francesi, Katia regina senza corona, Danielle Tardieu in mutande, quel film francese ancóra un po’ osé prima che da noi… Clara Calamai che faceva i pirati di Sandokan, quelle robe lì, doveva stare nell’acqua con le onde sopra i capezzoli, perché il capezzolo non si poteva vedere. Eh, ma com’era bella, dio mio! Era la figlia del capostazione di Prato, e la mia mamma insegnava a Prato e allora io sono andato una volta con la mia mamma e c’eran quelle stazioncine che sui vasini di fiori scrivevan la data, sai, e c’era scritto 12 dicembre.. oggi è l’11?

Dal pubblico: E’ il dieci.

PP: Eh?

Dal pubblico: Il dieci. Oggi è il dieci.

PP: Dieci. Sì! E alzo gli occhî e sopra c’era l’appartamento del capostazione, e c’era lei, bella, viso da madonna, proprio come diceva Moravia quando intervistava le belle, dice: “Signorina, quanto ha di collo? Quanto ha di polsi?”. Perché è inutile fargli parlare – che gli chiedi a Claudia Cardinale, cosa ne pensa di Dante Alighieri? Meglio chiedergli le misure! E faceva come Policleto con le statue. Policleto è quello che ha scritto il… dice: le mani devono essere la metà della testa, la testa la quarta parte del torace: le misure della bellezza.

Silvia Bernardi: Non sono rimaste invariate nel tempo…

PP: No, tu non avresti… tu saresti bocciata! – La gente si ricorda il vero amore legandolo al motivo di una canzonetta, ecco perché io metto sempre le canzonette in mezzo la prosa. Con la loro sciatta letteratura, ricordano un periodo storico. Non c’è persona, per quanto modesta o poco… sentimentale che non ricordi un motivo… “Parlami d’amore Mariù…”. Dice: “Andavo con lei in quel bar, che ora non c’è più, a bere…” – ora non lo fanno più, il barolo chinato, eh, per dire. Anche l’uomo della strada meno preparato qualche motivetto l’ha sentito. E son quei motivi che ricordano un periodo storico, allora invece di fare la conferenza, che rompe i hoglioni, metto un motivetto, però cercando di mettere insieme delle canzoni che ricreino un quadro storico. Per esempio ora per la Spagna ho messo Cielito lindo che vuol dire “O mio bel cielo” – il cielo da cui sono cadute le bombe tedesche di Guernica: quindi, bello, ‘sto cielo, ma vengono anche giù le pillole, eh, per dire…

Silvia Bernardi: Lei non è solo a teatro ma è anche nelle librerie con la biografia Siamo tutte delle gran bugiarde

PP: Macché, un orrore, scritto da una povera checca periferica! Sono rimasto in… in, in Umbria, a Foligno, e viene questo qui, un quarantenne coi capelli già bianchi… Dico: ma che fai di lavoro?

Silvia Bernardi: Giovanni Pannacci, vero?

PP: Sì, sì.

Silvia Bernardi: Diciamolo…

PP: “Insegno italiano agli arabi” – quindi affamato… Sicché ho fatto un’intervista di du’ ore, e ci ha fatto il libro. Gli ho dato un po’ di fotografie e gli ho raccontato un po’ di cazzate, e via. Ma che vvoi? E lui, emozione!, quando sono entrato in un negozio e ho comprato le ciglia finte… sta a vedere!

Silvia Bernardi: Allora, nel libro ci sarà un errore, però c’è una bella frase, me la son segnata…

PP: Dimmi, dimmi…

Silvia Bernardi: … di Natalia Ginzburg, che dice di lei: “Tra i suoi volti nascosti c’è quello di un soave, beneducato genio del male: è un lupo in pelli di agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi”. È una definizione […]…

PP: Carina! Lei era buona. Quando mi bruciò il teatro, venne… tutte le volte che veniva a teatro mi comprava dodici poltrone, e mi portava un cesto con panettoni, come regalo di natale: carina. Perché io le telefonai, nel ’47-’48, chiedendole il permesso di portare in scena Le piccole virtù. Lei aveva fatto un libriccino che mi commosse tanto, dice: ai nostri figlî s’insegna tutte le piccole virtù: il risparmio, la prudenza… No! Nessuno insegna mai l’amore, di buttarsi nella vita…

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514. PP al Teatro della Pergola.

26 Gen



ENTE TEATRALE ITALIANO PERGOLA STAGIONE TEATRALE ’06-’07

Intervistatore: Tra i molti modi di raccontare la realtà il giornalismo è sicuramente uno dei più pungenti, e molto più pungente è il giornalismo fatto dalle donne. Paolo Poli ne sceglie sei, sei giornaliste del Novecento, sei penne nobili che gli servono anche per raccontare, non solo con la parola, ma anche con la musica e le canzoni, la storia dell’evoluzione dell’Italia.

[♫ “Gira rigira biondina / l’amore la vita godere ci fa…”]

[♫ “Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor…”]

Intervistatore: Perché le giornaliste, perché proprio le giornaliste?

PP: Il perché non si domanda agli artisti, gli artisti raccontano il come, il perché si chiede al filosofo. Oggi uno che sa fare appena la sua firma invece che farlo giornalista, lo fanno… eh come si dice? – opinionista televisivo, o che. Io ho sempre molto amato la letteratura delle donne, quelle poche donne che potevano emergere dalla, così, la fanghiglia della scrittura. Le giornaliste sono state molto brillanti e tempiste. Ma anche le romanziere; ma anche le poetesse. Io ne ho conosciute molte perché ormai battono gli ottant’anni, sicché, eh, posso raccontare. Ma… di tutte quelle signore delle quali racconto la letteratura, la prima, la più gradita, è quella che non ho conosciuto perché è degli anni Venti, e io non c’ero ancóra: Mura, era il suo nome di battaglia. A volte un po’ strafalciona, lei scriveva: ma non importa, lei sapeva che nell’Europa girava la notizia che c’erano le Fanciulle in fiore di Proust, e sùbito nel ’19 ha scritto un romanzo sulle lesbiche – allora lì ho detratto sùbito un mio monologo, perché se c’è una ragazza cogli ormoni giusti per far la lesbica, son proprio io!

[“Signora Celeste! Signora Celeste! ”]

[“Strappandomi lentamente di sulle spalle la seta rossa…]

[♫ “Scusi, avrebbe un salatino”]

Intervistatore: Sei brillanti giornaliste del Novecento di Paolo Poli sarà alla Pergola fino al 4 febbrajo. La prossima settimana un cambiamento di programma: per difficoltà tecniche lo spettacolo Gallina vecchia con Marina Malfatti non avrà luogo, sarà spostato alla fine della stagione, nel mese di aprile. Ma il teatro della Pergola non si ferma: il 6, il 7 febbrajo, spazio a In sua movenza è fermo: le visite guidate, accompagnate anche dal contributo di attori, ai luoghi storici e nascosti del teatro della Pergola. Tutti i dettaglj sul sito: www.pergola.firenze.it.


[Prossimo spettacolo
6-7 febbraio
In sua movenza è fermo
con la Compagnia
delle Seggiole]

512. PP a Napoli.

22 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=VZM7djQFNgE

PAOLO POLI

IL MUSEO DI NAPOLI,

L’ARTE CLASSICA,

LIBERAMENTE

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

22 FEBBRAIO 2009

Presentatrice: … Intelligente, elegante, eloquente, sorridente, irridente…

PP: [E sembrano i cinque apostoli, dài!]

Presentatrice: …scoppiettante…

[stacco]

PP: Non so, trovate interessante che vi racconti le depilazioni…

Presentatrice: No, ma c’interessa la tua storia.

PP: Eh.

Presentatrice: Vogliamo sapere come hai debuttato. Come perché perchì…

PP: E non c’è mai la prima volta, quelle sono tutte storie inventate. Dice, suora, ero vergine, ero pura… inciampai… in un… come si chiama quello che ci ha le palle… caddi riversa

e la gonna mi si aprì come un ventaglio… sentii un alito caldo… e mi ritrovai incinta, non so come.

[risate]

Quelle son quelle storie lì, che si raccontano alla suora.

[applausi]

Presentatrice: Per fortuna è inarrestabile, per fortuna è inarginabile. Allora, no, io volevo sapere, le tue scelte Per esempio, ti travesti. Questo spettacolo tratto dai Sillabarj di Parise…

PP: Sai, ho avuto tanti guaj con le primedonne,

Presentatrice: Eh.

PP: … nervose… e una volta una m’è entrata anche nel letto, voleva essere galvanizzata, ma non era la mia specialità. E la tenni abbracciata così, e la struccai, perché eravamo tutti tinti dal teatro, coll’olio d’oliva. Quindi eravamo pronti per friggere

[risate]

più che per fare il sesso, a me il sesso m’ha sempre interessato meno… e ho provato solo l’amicizia, come sentimento, e… E poi il matrimonio – nojosi, adesso, i matrimonj dei frocj, o dei preti, son gli unici che si sposano, vero?

[risate]

Eh, sì, e allora… buffè controbuffè, per carità… e le… e i bicchieri di baccarà… eh? No, macché.

Presentatrice: Però non mi hai risposto perché ti travesti e ti piace tanto, e sei bellissima vestita da donna…

PP: Mannò, chissenefrega, non è che sono come Platinette, che essendo un mostro s’è accomodata curiosa, così. No, non m’importa, a me. Io ero effeminato, ero una bellezza fragile…

511. PP: intervista al Teatro Cristallo.

22 Gen



Sei brillanti.

Intervista

a Paolo Poli

Per te di che colore è il teatro?

Di mille colori, non c’è un colore solo. Eh, gli edificj di un tempo, quelli belli, erano rosso e oro, erano Luigi Filippo, eh… come il salotto della Traviata, e… E poi invece sulla scena se ne vedono di tutti i colori, ma questa è una metafora, perché tutto può diventare teatro. Il teatro riflette il gioco dei bambini, i bambini, con la bambola, la mettono a letto, gli dànno da mangiare… sanno benissimo che è una bambola che non mangia però fingono la vita. Già fin dall’infanzia il bambino si abitua alla vita con la finzione. Così come Leopardi dietro la siepe diceva: “io nel pensier mi fingo, / ove per poco il cor non si spaura”.

Perché passare una sera a teatro anziché davanti alla tv?

Non c’è il perché, il perché si chiede al filosofo, al te… all’artista si chiede il come. Allora, eh… il teatro può essere molto nojoso. Io vengo da un’epoca in cui si vedeva sulla scena un tavolino con quattro persone a sedere che chiacchieravano. Eh… questo è il caso di Esuli di Joyce che nessuno rappresenta, oggi nessuno lo vorrebbe più. Vogliono vedere più… variazioni, perché con le macchinette che avete voi in mano l’ascolto si è molto ristretto.

Come è nato in te l’amore per il teatro?

Fin da piccolino. Io ero quello che… memorizzavo in fretta. E quindi dicevo la poesia… e poi… Dalle suore, ho imparato. Perché a quei tempi non c’era ancóra la scuola… prima della elementare, la scuola materna, e quindi si andava dalle monache, che erano maestre a tempo pieno.

Che cosa diresti a chi non viene a teatro?

Che si diverte altrove, si vede. Perché non è vero che bisogna far tutto uguali. Sai… Quando Mussolini mise gratis i musei nessuno ci andò. Dice, dev’esser brutto, se non costa.

Intervistatrice: Dici: se non pagano…

Se tutti vanno volentieri agli eventi musicali dove non capiscono magari un accidente di quello che canta il cantante, ma tutti si dimenano così… perché, eh… c’è molta parte del pubblico che somiglia alle pecore e allora ecco che… Già anche i fratelli Lumière avevan fatto l’uscita degli operaj dalla fabbrica e poi avevano messo l’uscita delle pecore dal chiuso per fare un paragone…

Facce da teatro è un progetto del

TEATRO CRISTALLO

Ideazione: Gaia Carroli

REALIZZAZIONE: Elena Careddu

Veste grafica ed editoriale:

Elena Careddu

Montaggio: Elena Careddu

Musiche degli: PSICHE.

510. PP: divagazioni.

21 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=Leo8kW9IHco

Filmstudio 80

27/03/2004

PAOLO POLI INCONTRA IL PUBBLICO

PP: Era uno spettacolo che facevo a Milano… e era sugli scritti di Savinio, e quindi ci avevo le scenografie che ricordavano i quadri del Novecento, e canzonette, insomma le mie specialità, e allora poi cantavo ancora meglio perché ora poi pian piano, sai, s’affloscia, tutto s’affloscia, anche …

Dal pubblico: Le corde vocali.

PP: La corda vocale, sì. E finalmente in questi ultimi tempi… ho detto: perché non rifare il mio grande successo, che fu Rita da Cascia? Nel ’67 lo feci in uno scantinato di Milano perché ero pieno di… di debiti, non ci avevo soldi, e allora… poi le primedonne: una m’ha lasciata a mezzo della stagione; delle nervose… se non venivano trombate… io non le potevo trombare. Una notte s’è dormito insieme, ma non l’ho trombata. Lei fingeva di essere ubriaca. Non faccio il nome. Perché ci sono anche delle donne specializzate nei frocj. Perché, dice: Le donne no; ma io, l’unica…

PP: E Marlene? Marlene io l’ho vista, a Milano, in una saletta come questa… ciccì coccò… e lei, col culo, si muoveva – che eravamo su un grattacielo – e le han chiesto: “Signora, come mai si…” “Seguo la luce!”. Il sole declinava, e lei si metteva en faveur… Ma brava, eh… Ma si potrebbe ridare, con un pochin di musica, fatta bene, Assunta Spina di…. della…

Dal pubblico: Francesca Bertini.

PP: Eh?

Dal pubblico: Francesca Bertini.

PP: Eh! Dio mio. che lei dice: “Io ho inventato lo specchio!”. Quando lui la sfregia, lei dice: [mima] … e soffre! Perché sennò come fa a sapere dov’è lo sfregio?

PP: Mio nipote […] mi disse: “Paolo, Biancaneve finisce male”. “Perché?”. “Perché va via col principe. E chi gli lava ai nani, chi gli fa da mangiare?”. Aveva ragione. S’è fatta tanta fatìca ad arriva’ dai nani, e poi dopo va via con quello stronzo?

PP: Questo Sissignora piacque molto perché c’era protagonista la camerierina buona, che fu quella che salvò Visconti dalla Villa Triste, che andò a letto col tedesco, ma non si deve dire; lei dice: “No, non gliel’ho data”. Che importa? La mia mamma è stata trombata dai tedeschi. “Eh, mammina!!!” “Paolo, sù! ci si lava e è bell’e passata!”.

509. PP. Breve intervista, II parte.

21 Gen

Devo rettificare: non è un’intervista radiofonica, e le immagini, girate al manicomio di Imola il 13/03/2008, sono originali; solo che sono state registrate a una velocità che è la metà della parte audio. Qui c’è la sbobinatura della seconda parte. L’inizio di una frase riguardante il papa è coperto da rumori: ma non si tratta di censura, è solo un problema tecnico.

http://www.youtube.com/watch?v=MMCckof2Bzw&feature=related

Sabatoseraonline. L’informazione utile.

Intervista a Paolo Poli

Imola 13 marzo 2008

II parte

SULL’ITALIA

PP: C’è un… una palude nella quale fiorì il fascismo, che c’è ancora, questa palude, che applaude ciò che si deve applaudire. Perché tutti dicono eh questo spettacolo televisivo ha avuto una audience… Ma Hitler ne aveva di più! Anche perché era un sapiente organizzatore di spettacoli: parlava la sera al bujo, aveva dei grandi coreografi che preparavano il locale con tutte le bandiere, con tutte le svastiche, e poi in fondo c’era lui, sotto la luce, illuminato come Giovanna d’Arco, capìto, mentre il nostro Mussolini, più casereccio, parlava di pomeriggio, però aspettava le quattro e mezza, le cinque quando il sole non dardeggiava più, che uccideva i balilla e le vecchie signore che facevan la folla oceanica in Piazza Venezia a Roma; però si affacciava da un balcone storico, dove prima si erano affacciati i papi. Il che non è poco, e questo ti spiega [inudibile] sia stato ed è sempre l’orribile pontefice [sorriso perfido].

Intervistatore: Quindi che il fascismo sia l’autobiografia degl’italiani è vero ma non…?

PP: Come no?

Intervistatore: E però…

PP: Lo vedi che ogni tanto riciccia qualcuno che dice: “Sì! Sono stato e sono ancóra fascista” – mah, insomma, meno male che è sincero, però gli altri, dice, “No, non si deve dire, si cambia il nome”… Come qui mi trovo nel manicomio di Imola, che adesso non si chiama più… si chiama “casa di riposo”, capisci? Così come alla villa dove si cura il cancro dice Villa dei Giglj, Villa delle Magnolie, …dei Tiglî… dei Ciclamini, ecco. Si mettono dei nomi ottimistici a una realtà agghiacciante.

Cambia l’attualità, ma la storia si svolge con più lentezza… e quindi… non so, il… i miei genitori, per esempio – nelle persone, lo vedo –, i miei genitori erano molto più tolleranti delle mie sorelle, dei miei fratelli. I miei genitori erano della fine dell’Ottocento, e quindi riflettevano una cultura laica. Mia madre parlava di Garibaldi, di Anita, con… capìto, avevan fatto l’Italia – poi chissà che Italia avevan fatto; ma, intanto, il povero Mazzini era morto col passaporto falso, mister Smith, nel ’62, a Pisa, è morto col passaporto falso, altrimenti gli orribili Savoja l’avrebbero messo in galera. E allora? Come la vedi? E la mia mamma mi diceva: “Vedi, la principessa di Piemonte ha mandato i suoi figlî a studare dalla Montessori, però se il bambino è intelligente impara anche col sistema antico, abì abà abù. E invece se è duro non impara nulla”. E quando poi Vittorio Emanuele IV ha sparato al natante m’ha detto: “Hai visto? È venuto coglione nonostante le Montessori!”.

LA FIABA È LA BIBBIA DEI PICCOLI?

PP: È la verità, perché in ogni bambino c’è il terrore di essere abbandonato dai genitori, perché si sa che avveniva. C’eran troppi figlioli, allora cosa fanno, dice, beh, li porteremo a sperdere nel bosco, perché ammazzarli da sé è più difficile. Oggi siamo arivati anche a quello, ci son le mamme assassine… le sorelline che dicono al fidanzato: dammi la prova d’amore, sgozzami il fratellino più piccolo, e così si vede il vero amore, ecco. E sicché ‘somma le fiabe, quelle tradizionali, che c’è stato un periodo che venivano, dice: “No, fanno paura ai bambini!”. I bambini hanno bisogno di qualche spavento. Collodi, che era un genio e scriveva Pinocchio a puntate, in ogni puntata ci ha messo un cattivone; per cui è difficilissimo fare una riduzione di Pinocchio perché e c’è il serpente, e c’è Mangiafoco, il Pescatore verde, e… ‘somma, troppa roba. Ma il bambino ha bisogno – come l’antico greco che sapeva che c’è la tragedia greca – ha bisogno di superare… – fino alla catarsi come dicevano i nostri greci, ecco, e… e io trovo che le fiabe… e oltre il lieto fine, quando il principe sposa la principessa, che è banale, perché il mio nipotino mi disse: “Paolo, Biancaneve finisce male”. “Come, male?” “Va via col principe! E i nani, chi gli fa da mangiare?” “È vero”, dico, “non ci avevo pensato”. Quella scema doveva rimanere coi nani. Eh! E invece c’era questo principe che non ha fatto nulla, che arriva all’ultimo, che la porta via. Mah. Eh… E invece poi i bambini adorano, anche e soprattuto i bambini europei – perché noi abbiamo, come lo spicchio della noce, aggrovigliato nel cervello, la storia – adorano la punizione dei malvagj, ‘e allora’, dice, ‘la strega fu messa in una botte coi chiodi e rotolata giù’ — come attilio regolo –, tutte quelle robe lì, e i figlioli godono come pazzi, dice, ‘e allora dalla rabbia si buttò nel pozzo e la bambina colle frecce cadde giù nel pozzo e affogarono tutt’e due’. ‘Ha! Ha!’ I bambini godono – perché c’è una componente anche di cattiveria, che va soddisfatta.

Intervistatore: Quindi anche la Bibbia è una fiaba per adulti?

PP: Come no? Eh!

Di Massimiliano Boschi

Riprese di Alessandro Borsani

Teatro dell’Osservanza, Imola, 2008.

Una produzione XAIEL

“oltre la rete”

508. PP. Breve intervista radiofonica.

21 Gen

Sempre da youtube, è un estratto d’intervista radiofonica, caricato abbastanza disastrosamente. Non è molto significativo; il video è tratto da un’altra intervista, ed è di cinque minuti più lungo dell’intervista, sicché gli ultimi cinque minuti sono muti. Mancano alcune domande; non si capisce chi sia la “brava persona” a cui si riferisce PP, manca la domanda iniziale (anche se si desume in questo caso dalla risposta, &c.). Per completezza posto comunque anche questo.

http://www.youtube.com/watch?v=PJ9Y64bgYyI

Sabatosera online. L’informazione utile.

Intervista a Paolo Poli.

[…]

PP: Perché, perché bisogna lavorare: nessuno chiede all’idraulico, dice, ma perché lei accomoda i rubinetti? Perché è il suo mestiere. Il mio mestiere è quello di intrattenere il publico. Anche se ho valicato l’età sinodale dei sessanta, quando uno si mette a riposo eccomi che ancóra invece son qui che imperverso perché… ho una brutta pensione e devo lavorare per vivere, e anche perché adoro questo mestiere. L’ho fatto volentieri; non non per ripiego come molti attori del cinema, dice, tace il grande cinema, ci butteremo alla televisione, ci butteremo al teatro, come fossero delle attività… sotto… valutate. Invece no, il teatro è la prima, è la cosa diretta fra te e me, fra la nonna e il nipotino. Quando c’erano ancóra le nonne: ora ci sono delle veline un po’ invecchiate che le ritiran tutte, ma invece noi avevamo delle nonne bruttissime che raccontavano delle fiabe che non finivano mai: meravigliose. Anche perché c’era una grande tradizione… orale che adesso manca un po’. E poi c’erano i libri, che noi si agognavano, io avevo un bruttissimo libro francese, Less Miserabless, “La paoupè de Cosetteh”, e poi ho studiato il francese grazie a questo brutto libro che c’era in casa, perché i miei erano poveri, non ci avevo la biblioteca del nonno, così, perché i nonni erano coltivatori diretti, e però… ho adorato questo libro. E poi ho adorato un libro pornografico che mi avevano prestato: Storia di allegri costumi romani. Tutto di trombate nella suburra sai… oooh uuuh aaah… eh, e io ero costretto dalla scrittura a immaginare, e ero un bambino, avevo sette-otto anni, non capivo che cosa succedeva molto bene, però gli dissi alla mia mamma: “Mamma, questo libro è meraviglioso, un libro porcellone, non capisco nulla ma lo voglio leggere tutto fino in fondo”. “Sì”, disse la mia mamma che era montessoriana, sapeva che il bene e il male sono aggrovigliati, “sì, poi restituiscilo a chi te l’ha dato perché non mi pare un libro da bambini”. “No, mamma, è da grandissimi, ha, ha, ha!”. E così sono rimasto legato alla letteratura, perché è quella ci dà la profondità del vivere: l’esperienza diretta non può mai bastare. Io credo che Flaubert non provò il dolore del parto, né i dolori dell’arsenico, eppure era giusto e vero quando disse: Sono io la signora Bovary.

[domanda inudibile]

Era una brava persona, io venni qui e feci in questo locale uno spettacolo che si chiamava Apocalisse con mia sorella Lucia, e c’eran delle robe strane… “No, no va bene”, mi disse, “non si preoccupi che ai matti piace tutto!”. Infatti piacque molto.

Intervistatore. Non piacque a qualcuno, perché mi hanno raccontato che…

PP: Sì, eh?

Intervistatore: …. che c’è stata una scena che… qualche personaggio vicino alla diocesi… per fortuna…

PP: Ma sai, ci sono sempre!

[vuoto]

Anche odiernamente sono stato a Bologna e ho ricevuto una letterina di una signora: “Ah che bello spettacolo! Ho apprezzato molto la sua ricostruzione delle canzoni di Sanremo…” – lungi da me di inneggiare a Sanremo, però lei lo vedeva così, poverina – “però quel finale con i sacerdoti che ballano, che diventano vescovi… perché ce l’ha tanto con la chiesa?” Ecco. “Le auguro di fare anche molti spettacoli nel futuro ma lascj stare i sacerdoti”. Ecco. Scherza coi fanti e lascia stare i santi – proverbj popolari… Comunque sono delle minoranze, perché… in generale il pubblico apprezza la – come si dice – la professionalità. E così se sono sopravvissuto fino a questa tarda età – l’anno prossimo avrò ottant’anni –, eh, insomma, vuol dire che, meno male, il suo lavoro l’ha fatto.