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624. Capriccio XXXII.

4 Set

L’alcool. Ad un musulmano.

Tu il cui labbro mai s’appressò al veleno
Che Libero ha temprato al nostro male,
Tu che al nostro peccato originale
Opponi infertile animo, & sereno,
Lascia il casto ideale onde sei pieno,
Che in questo mondo, ahinoi, nulla ci vale!
Ed al marciume circostante uguale
Fermento opponi, & putrido non meno.
Non aspettiamo fiacchi ormai le spie
In cui avranno lingue di dolori
Senza più freni l’orride anomie:
Vèrsati in gola, come me, i bollori
Di Lieo furente, ottuse frenesie:
E, dentro lui, fa il vero te uscir fuori!

623. Capriccio XXXI.

4 Set

Piscio.

A che occultar nell’ombra degli androni
L’escreto delle reni, oh pisciatori,
Quando a svelarlo bastano fetori,
Più brutti che in sé i sessi e le minzioni?
All’ombra di Piramidi e Mennoni
Neghi Erodoto adesso i suoi stupori;
Laurei l’Apella, tratto a questi afrori,
Non più soltanto in faccia ai Faraoni!
Che mingj occulto, se sta il piscio spaso?
Non contenta che a mezzo gli Esculapj
Vescica sgonfia, e puzza sotto il naso!
Se al premito gagliardo in te non capi,
Si mostrino, mancando più atto vaso,
Ciornie grondanti, & lubrici Priapi!

622. Capriccio XXX.

4 Set

La gente si veste

Non mi domanderò che stravagante
Idea prenda la gente che si veste
Di prender queste stoffe, e lasciar queste,
Scernendo oltre il leggero, & il pesante.
Non mi scervellerò sul taglio, & tante
Norme d’accostamenti, e quale investe
Senso tal tinta al dì di certe feste,
Se il verde placa, o è il rosso elettrizzante.
Non cercherò, della città, le zone
Più adatte a traversarsi in quale e chente
Foggia, ossia meno o più, e per che ragione;
Né a saper quanto spende io andrò la gente
A interrogar, per lino, o per cotone.
Non saprò mai. Non me ne frega niente.

613. Capriccio XXIX.

23 Ago

LA GENTE RIDE.

Febo, io prego te, che a Marsia il vello
Levasti un dì, stanco di stonature:
Un tuo fedele a tante voci impure
Le orecchie ha esposte; e a te par forse bello?
Ghigni, cachinni, risatazze, e quello
Che cavar può dalle più stracce e dure
Corde vocali l’aria, alle tue alture
Certo non giunge; sennò sai il macello!
Deversa a scoppî da ogni gorgia stretta,
Eolo, tua figlia, ché, quasi il maniaco
Al gabbio, l’ha in balìa una barzelletta!
Lei, nata all’ancia; al distico elegiaco!
Ma poiché manco l’ira tua saetta,
Momo a te! E ad un bel blocco cardiaco.

612. Capriccio XXVIII.

23 Ago

SE MI DROGASSI.

Specialmente la sera ho per costume
Ammazzar l’ore con parole altrui,
Disertando perciò gli angoli buî,
Per fruire così il pubblico lume.
Se mi votassi al misterioso nume
Ch’odia la luce, e dessi omaggio a lui
La salute, e i pensieri, e un tempo in cui
Nulla di vera urgenza il tempo assume?
Io che lamento in sempiterno stallo
Non aver bene né di pianto o riso,
Ambo avrei, se nitrisse in me il cavallo!
Consumerei (ed è ora) il corpo liso
Cól riso lieto di beato sballo
In mezzo al lutto di scavato viso!

611. Capriccio XXVII.

22 Ago

NON ESPRIME ALTRO CHE FASTIDÎ.

Mai non udii sfogliare una rivista
Con tanto chiasso quanto il mio vicino;
Mi prudono ambo i piedi, ed ho un moschino
Nell’orecchio, e fa bzzz; stanca ho la vista.
Di letture da farsi ho lunga lista,
E – peggio – ho libri, e non ho comodino;
Scompisciato è l’androne, e nel destino
Credere non mi riesce, benché insista.
Le cioce gaye – non la mia misura –
Sono rotte, e già tocca il grattacorde
La chitarra non lungi; è una jattura.
Urlan due stronze – ma che sono sorde? –
La panchina mi par sempre più dura.
Zanzare ovunque. Ho le mutande lorde.

610. Capriccio XXVI.

22 Ago

DELIZIOSA BAMBINA BIONDA CHE TOSSISCE.

Non m’inganni tu, no, angioletto biondo,
Con quella fresca età ch’alto in te esulta,
Né mi commuove antivederti adulta,
Che ab antico a me il vero mai nascondo.
Poco importa se è tenero, ché fondo
Il petto certo infetto a te sussulta,
E qualche virus la tua fibra insulta,
T’appuzza il sangue, & ti fa il fiato immondo.
Invano sproni il passo tuo lezioso
A corsette, & invano l’occhio pesto
Atteggî a sguardo ignaro & smanceroso:
Dal veder che promessa sei non resto
Pertanto di decubito morboso:
Lungi da me! coll’alito tuo infesto.

609. Capriccio XXV.

22 Ago

I SAMPIETRINI E IL VANDALO.

Tu che dormicchî in ben disposte file,
Dal nome untuoso, stolido e retrivo,
Nescio del tuo potere sovversivo,
Che Marx aspetti ancòra, oh Lump tu vile?
Giusta questa città, che gabba stile
Nerbo mancante – non è difettivo
Ciò che non è – tu sei tanto malvivo
Che a pesticciarti gemi: Oh! ben gentile.
Avess’io in bocca la virtù d’Anfione,
Io ti solleverei con flammeo metro
Contro la Mole (è brutta!) e la Regione.
Ma poiché forza manca anche a me tetro,
Ammacca almeno – & sarò contentone –
Quel Re di ferro ergentesi qui dietro.

608. Capriccio XXIV.

22 Ago

I CANI DI TORINO.

Quale compensazione spiega il caso,
Credo ignoto ad ogn’altro capoluogo,
Per cui un cocker non Buck, Fido o Togo
Qui si chiama, ma Furio, Elvio, Tommaso?
Mi ricordo d’un terrier, pelo raso,
Detto Armando (e un che schifo me l’arrogo),
E un Giordano che del dannato al rogo
Ha il ciuffo; e una Petunia fuor del vaso.
Parchi odono echeggiar le orecchie mie,
E abbajan Marzî, & ustolan Liette,
Guaiscon Pieri, & ringhiano Lucie;
E Cinzia il córso, Irma il bulldòg saette
San guinzaglî sdrucir tempo due vie
Anche con quei bei nomi da stronzette.

601. Capriccio XXIII.

18 Ago

Di uno straccione, che gridava NO TAV!!! dai gradini del monumento in p.zza Carignano.

Ma che gridi NO TAV!!!, lurco straccione,
Che hai la voce impastata dalla Crest?
Sei la comparsa, tu, d’un film dell’West
Che raschj e struscj sillabe, fattone?
Che non fosse l’ennesimo cannone,
E il boncio accanto à la Querelle-de-Brest,
Beleresti: ¡Que viva Fininvèst!,
Scemo di guerra; & va a magna’ er sapone.
La Val di Susa, poi – che te ne frega?
Ché avrei ben riso, oh comiziante mulo,
Se avesse urlato anche NO TAV!!! la Lega:
Non ti ci voglion manco per bajulo,
Stronzo!, lassù. E se pure ti s’impiega
A urlar NO TAV!!!, è a traforarti il culo.

598. Capriccio XXII.

18 Ago

PALAZZO CARIGNANO.

Quanto (io penso, se in voi gli occhî ora alzo)

V’odierei, archi nove, e dieci stili,

Quanto v’avrei, ventidue vetri, a vili,

Corinzî riccî, ed ornamenti a ʃbalzo;

Io v’odierei, che mille notti scalzo

M’avete accolto, immoti e non gentili,

Massiccî, grevi, e i membri miei sottili

V’inghiottiste senz’inquietezza, o un balzo;

Quanto vorrei di plastico e di bombe

Imbottirvi interstizî, oh soglie amare,

Voi vacue inanità, voi ree, voi tombe,

Voi scure, uggioʃe anche nell’ore chiare,

Voi in complesso agra mole che m’incombe –

Non fosse che ho ben altro a cui pensare!

583. Capriccio XXI.

31 Lug

D’VN GIOVANE BONCIO,

CHE GLI CHIEDEVA DVE CARTINE PICCOLE.

A me, di quelli ch’hann’uopo di tutto
Di due nulla assottiglj più lo zero,
E col sottrarmi hai d’acquisir pensiero
Ben d’un CASTELLO il nobile costrutto.
Che cos’è povertà? Se del mio lutto
Pallidi palliativi al duolo nero
Spesseggian ricchi a sé baluardo altèro,
Vita tu stringi ov’io tra mano ho il rutto.
Portento più che alchemico, far vanti
Saldo il tenue, grandigia il vile smacco,
Chiave austa carta da avvivar gli Atlanti.
Di fumi ambo facciamo l’aere stracco;
Almo architetto tu ergi aulenti istanti,
Io infecondo ergo in nubi acre tabacco.

571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

570. Capriccio XIX.

23 Lug

D’VN VECCHIO CHE PARLAVA DA SOLO NEGL’INTERVALLI DELLA LETTURA D’VN LIBRO DI 1368 PAGINE.

Vecchio, perché d’un’intellectio assorta
Diporti i quarti d’ora, come suole
Semmai quello cui mancano parole,
Cui voce altrui, compagna, non conforta?
Tante, invece, la mano tua ne porta,
Che si direbbe non lasciar la mole
D’esse spazio a dell’altre. Ma – e mi duole –
So perché a tratti hai tu lettera morta
Quel fluente di vita chiacchiericcio:
Proprio perché la morte alto in te parla
Nel volto crespo, al labbro cenericcio,
E di te è parte, e tu non vuoi gabbarla,
Le vive carte hai solo tuo capriccio,
Distratto, e intermittente, a non turbarla.