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821. Immortalato 2. [la vendetta]?

16 Mar

Nel frattempo sto prendendo copiosi appunti – magari non TANTO copiosi, ma spero succosi, ricchi di informazione & dirigenti a soda pietà. Dato che in quel cesso di biblioteca di Grosseto (una città che è un cesso, in genere, di per sé; che cosa pensare di una città la cui mappa contempla una via “Riccardo Leoncavallo”? Che cosa di una città che nella sua toponomastica comprende una “piazza Bettino Craxi” [priva di panchine, peraltro. Che siano tutte ancòra a Hammamet?]? Che cosa di una città che come unico ponte sull’Ombrone, che avrebbe bisogno di altri transiti, ha il “ponte Benito Mussolini”?), nonostante quanto spergiurato dal sito circa le 10. postazioni internet, non esiste possibilità di connettersi a terminale, ho dovuto aspettare di trovarmi in questa ridente Orbetello – ridente davvero; è molto bellina. Non scherzo – per riportare quanto da me registrato per il vii.iii: Continua a leggere

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553. Il ’99.

22 Giu

Quest'orrendo olio è un ritratto immaginario de La Sanfelice.

Non manca forse d’interesse la disputa, alla quale il Palasciano m’invitò a partecipare (ma io mi do il tempo solo di quest’oretta di connessione, la mattina, e il blog basta e avanza), circa il ’99, i giacobbe e i sanfedisti. La disputa, chi vuole se la riveda su facebook, dove il Palasciano ha presenza più intensa, e comunque i link ci sono, era cominciata dall’allarme lanciato per la minacciata chiusura dell’Istituto per gli studj filosofici presieduto eroicamente dal prof. Marotta, un’istituzione della cultura italiana, che comunque già anni fa s’era ritrovato costretto a rinunciare alcune proprietà per mandare avanti un’organizzazione che, nonostante sia fecondissima d’iniziative di momento, e nonostante esse iniziative siano seguitissime e abbiano dato luogo a pubblicazioni prestigiose, non riesce ad ottenere quello che è stato statuito ottenga, ossia i soldi per andare avanti. Non c’è nessun motivo per cui lo Stato non debba sostenere iniziative che evidentemente la collettività recepisce come utili & comportevoli. Ovvio: chiunque, a partire – scommetto – dagli stessi appartenenti all’Istituto, si augurerebbe di poter andare avanti senza contributi di sorta, o che essi fossero solo una parte degl’introiti; ma si dà il caso che o un’organizzazione, di qualunque tipo, ha fini di lucro, o comunque ha un’impostazione di tipo anche commerciale, o non ha: tertium non datur. Non si può rimproverare ad un’iniziativa culturalmente rilevante di non incassare moneta sonante, dato che la legge non lo consente. Legge che, però, consente che un vecchio professore si tragga il sangue di vena sparnazzando del suo, per attirare personalità sul fondo dello Stivale, e permettere a folti uditorj di conoscere e apprendere. Continua a leggere

543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



540. Per la venuta a Torino di Joseph Ratzinger il 2 maggio 2010. ottave.

3 Mag

Il Cartone bagnato

Sfogo di malinconie
per la venuta in Torino
del prof. 
Giuseppe Razzingher,
pontefice massimo della chiesa cattolica
col nome di Benedetto,
il sestodecimo di questo nome,
nell’antevigilia di essa visita,
durante la notte fra 30. aprile e I. maggio
M.M.X.;
poiché non poteva dormire
a causa dell’infracidamento di tutti i cartoni.
 
 
 
 

Cherem.

 
 

I.

Poiché dopodomani il tuo porcino
Grugno verrà tra calche & pompe vane
A ostendersi anzi il peggio di Torino,
Tra proscinesi d’ostri e di sottane
In pro al vicario – cioè te!! – divino,
Causa la gromma delle usanze insane
Che incrosta l’uso, e, solo perché appari,
Lega vie, piazze ingombra, & svuota erarj,

 

II.

Cade dai rumorosi scolatoj
Dei pulitori più acqua che mai pianto
Madre tribuisse ai lercj vizj tuoi,
Più purezza recando al viario manto
Di quanta occorrerebbe a tutti voi
Quand’anche foste cento volte tanto,
Fino a frollare, e stingere i colori
A quel che può permearsi, & abbia pori,

 

III.

Tra cui il ricorso usato a cui costrette
Son l’esaustioni estreme a minim’ore,
Le figlie delle fronde, a farto elette
A restituir lacerti di vigore;
Chi m’adacqua le edicole? e cassette
In giaciglj mi sfonda, a mio dolore,
Se non è la solerzia dei famiglj
Della comunità, tuoi in fede figlj?

 

IV.

Tu che propugni in livide concioni
Gli assetti eterni, e le cui leggi rotte
Piangi, antifrastizzando confessioni
(Poiché il prete lo sa, che piange, & fotte),
Tra le batiste manco n’hai visione,
Di come fai uccidere la notte,
Nei servi al ben comune – ed è fatale,
Forse -; e più ch’altro a me, ch’è il vero male.

 

V.

Sterco d’altrui bagordi, ove non giunge
Il getto, che ad usura altrove allaga,
M’inebria ogni cantone, e a coccj punge
D’una sete che a nausee il cionco appaga,
Preludio alla città che si compunge;
E quest’ombra spedata, e che pur vaga,
A che cristo s’appella – e già non crede –
Se il succedaneo stesso suo la lede?

 

VI.

E’ quasi come lame luminose
M’aprissero voragini i lampioni
Nelle fosse degli occhj imbrobitose;
Salme irrequiete tra putrefazioni,
Ho una Valacchia in sepolcri di uose
Sciaguattanti nel limo; e ormai carponi
Dovrò commettere ai ginocchj in mota
Sollievo all’una e all’altra rotta piota;

 

VII.

Con membra e mente ancor più temulente
Per astemia ebrietà che il sonno asseta
Di tutta la marmaglia adolescente
Ch’apre convito in piazza, o senza meta
Fa sbronza Stoa il portico dormiente,
Chi nuovo Assuero m’imputa e decreta?
Chi due notti cercò lena agli avelli
Per poi millennj due franger corbelli?

 

VIII.

S’è scandalo ogni pecca e sampietrino,
S’è soldato del cristo anche il selciato,
E, Giasone bagnato, l’acquitrino
Da empia Bellona, o pia, m’è fecondato,
Più incerto fatto a me ch’a lui il cammino
Cui il mare un dì fu macadamizzato,
Se a me povero cristo sei nemico,
Te, il cristo in te, e il tuo dio in lui maledìco.

 

IX.

Sii maledetto, testi angeli e santi;
Bando, sconsacrazione, dannazione,
Benedetto mai più, d’ora in avanti!
Con d’altro nume che il tuo ispirazione,
Tutti noi nephilim di ciò approvanti,
Del Sacro libro con consolazione,
E ghematrici, hittiti, & bustrofedici
Va-a-fare-in-cul milleseicentrotredici.

 

X.

Come lui che allungar l’ore serene
Su Gerico rischiò quasi in eterno,
Chi, giusta il capo lucido che tiene,
V’avrebbe ritrovato un vero inferno,
Fiche Elisee, & corna di Cirene
Ti squadra, al bianco no, ma al nudo inverno
Del capo, a imperversarvi i Sirii brulli,
E i sassi di non integri fanciulli.

 

XI.

Sii maledetto il giorno, & sii la notte
Maledetto; sii maledetto quando
Riposi, e quando Aurora l’ombre ha rotte;
Sii maledetto quando stai entrando;
Sii maledetto s’esci: ininterrotte
Maledizioni in te vada scagliando
Un dio senza perdòno. Finché spira
Quel dio colga costui con la sua ira!

 

XII.

Non muti mai i decreti a tuo riguardo
D’un’ombra mai, d’un’anima, d’un pelo;
Non spunti la saetta, il telo, il dardo,
Non perda punta mai e il dardo, e il telo;
Boja dei sonni miei, vecchio infingardo,
Si cancelli il tuo nome sotto il cielo:
Ti s’estirpi al tuo ceppo (se pur riesco
Mai a dimenticar che sei tedesco).

 

XIII.

Ogni bagno aromatico apra un golfo
Tempestoso esondando a tuo disdoro
Tutte le volte che in Castel Gandolfo
Darai mano alle tue maniglie d’oro
Per mandar via sentor di bimbi & zolfo,
Misto al seme che hai sparso, e al pianto loro;
E,  s’un’onda da estinguer tutt’i roghi,
eSSeSSe affluisca in Tebro, & ivi affoghi.

 

XIV.

Ogniquavolta siedi, alla bisogna
Di premiti sfogar, donde sia oppresso,
Una pressione, a grande tua vergogna,
Di atmosfere per tot s’immetta (oh fesso)
In culo a te a sparar tutta la fogna
Sù per l’angusto scarico del cesso:
A te ci starà tutta, in tutti i modi;
E, accoltala che l’hai, in quel punto esplodi.

 

XV.

Ti scoperchjn diluvj il Vaticano;
Di gravidanze isteriche le acque
Ti si rompan continue; in un pantano
(Come quel che a quell’anima non spiacque)
Tenta abbordar l’asciutto sempre invano.
Di batraci e di nutrie a lui, che nacque
A infrollarmi le notti, ormai rimanga
Solo uditorio; & pulpito la fanga!

 

XVI.

Quando Morfeo t’aggraverà poi il ciglio,
Soprattutto, servito sii tu all’uopo;
S’arrancando hai da giunger nel motriglio
A un sacco marcio, il bello venga dopo:
Qualunque sia quel fetido giaciglio
In cui l’odiosa sagoma di topo
In piume, gomma o lattice si stampi,
Possa pisciarti addosso finché campi.

531. Me & le istituzioni.

15 Apr

Ci vuole, una volta ogni tanto, qualcosa che faccia sentire la presenza delle istituzioni. Devo dire che non tutte le notti riesco a dormire, o almeno non sodo & fondo come vorrei; infatti da qualche tempo in qua mi risulta difficile penetrare in quel tal portone di via Barbaroux dove lascio il sacco a pelo, essendo che il portone è quasi sempre chiuso, ormai anche durante le ore diurne, spesso, e comunque nelle primissime ore della serata, non esiste citofono, e le persone col cui tacito consenso deposito e prelevo il sacco non sarebbero, il più delle volte, nemmeno lì a rispondermi, o aprire. Detto portone è sempre stato aperto almeno fino a mezzanotte, consentendo ai tossici di farsi, ai passanti di buttare immondezza varia e pacchetti di sigherette vuoti e agli sbevazzoni di vuotare la vescica. Tutto, si devono esser detti gl’inquilini; ma il sacco a pelo NO. Conoscono a memoria quel sacco a pelo anche i camerieri del vicino ristorante argentino, da cui ogni tanto mi è stato possibile farmi aprire – ma adesso non più.

Jersera il portone era chiuso alle 21.00, all’1.30 e alle 3.20 (hai visto mai che qualcuno rincasasse eccezionalmente tardi). Non è servito nemmeno il robusto calcione della notte precedente, stavolta il portone era fissato. In sul far delle ore piccole mi ero messo, per la verità, l’anima in pace: mi ero messo in panchina a finire L’uomo dal braccio d’oro, che mi sembra una lettura assolutamente adeguata alla situazione, ma alle 3.00 ero stracotto, e avrei dormito volentieri.

Ho cercato di recuperare il cartone che nascondo nella paratia in gall. s. Federico, dove c’era mezza paretina rotta: la mattina, svegliandomi, lo incastro sempre nell’impalcatura retrostante, e lì lo ritrovo tutte le sere, quando vado a dormire.

Come mi trovo davanti al gabbiotto di cartongesso, però, vedo sùbito che c’è qualcosa che non va: la paretina adesso è tutta staccata, rotta e riappoggiata alla bell’e meglio, e la parte superiore è stata rimessa al contrario. Credo di scorgere il mio cartone scivolato piuttosto verso il fondo, ciò che mi costringerebbe a rimuovere la parte rotta e a frugare all’interno; ciò che faccio, ma un tanfo animale terrificante, seguìto a breve da alcuni gioviali latrati – cani di media taglia, suppongo – mi rendono automaticamente edotto che lì dentro ad occhio e croce due cani con altrettanti rispettivi padroni si sono sistemati sul piano di metallo che fa base all’impalcatura. Richiudo con uno scorato echeccazzo, e mi do a cercare un altro cartone.

A quell’ora in via Micca, dove accanto e a sporgere da dentro i cassonetti si trovano sempre grossi cartoni, i munnezzari erano purtroppo già passati: sono riuscito solo a rimediare uno scatolo in via Viotti, che ho fatto fuori dopo averlo liberato dal pattume.

E mi sono messo, poiché è un punto riparato e io non ero coperto e spirava una bisa abbastanza fresca, nell’intercapedine a sinistra del Lux. Saranno state le 3.30, 3.40, a quel punto, e non avrei comunque dormito molto, perché la posizione è scomoda, e il vento freddo arrivava in parte anche fin lì, appena appena ostacolato dalla parete di marmo. Mi hanno svegliato i vocii delle pulitrici, tra cui ce n’è una (moldava? rumena? ucraina?) di cui sento la voce squillante, mi pare, da sempre, e che però ho visto in faccia solo qualche giorno fa per la prima volta, quando mi ero alzato prima del solito. Non faccio in tempo a mettermi seduto e ad accendermi la prima sigaretta della giornata che sento l’inconfondibile chiamata di una radio della Polizia, quel cicalino così allarmante, e mi ritrovo in effetti davanti, preceduti da un cadenzato pesante rumor di passi, due agenti; di cui uno, sulla sinistra, di mezz’età e con la faccia da stronzo, e l’altro, sulla destra, sempre con la faccia da stronzo, ma più giovane.

Dei due stronzi ha parlato solo il primo; ha detto, sùbito:

– Documenti.

Io, che non avevo sentito, mi sono alzato accennando docilmente di sì con la testa, credendo che intendessero solamente farmi alzare. Sicché il poliziotto ha ribadito:

– Cellài un documento?

– Sì, – ho detto, frugandomi nella tasca dietro.

La seconda domanda, ad un orecchio disattento come il mio, sarebbe potuta parere cortese, e forse così voleva sonare; ma la terza frase che mi ha rivolto era proprio sgarbata, si vedeva che voleva che capissi che mo erano cazzi mia; e mi ha detto:

– E alza ‘sto cappuccio, che ti voglio vedere in faccia!

Il cappuccio era stato calato sulla mia zucca tutta notte, a causa del fatto che, in specie nelle prime ore del mattino, in specie sulla pelata, fa un freddo del porco. Mi sono alzato il cappuccio, e ho provato infatti un freddo del porco – un po’ d’ipotermia è dovuta anche allo scarso sonno, sicuramente; stanotte avrei dormito volentieri.

La quarta frase è stata:

– Prendi la tua roba e va ad aspettare là – e mi ha indicato lo sbocco della galleria su via Roma, – dove c’è la volante.

Mi sono messo ad aspettare lì, tutto tremebondo e rinciulito; nel frattempo è passata una gentile munnezzara, a cui ho consegnato il cartone (avrebbe preso volentieri anche lo zaino e il sacchetto con i libri, ma l’ho facilmente dissuasa) affinché lo buttasse. Dopodiché sono arrivati i poliziotti, insieme ad una specie di custode che vedo sempre lì, seguìti da due ragazzi con un cane a testa, e un uomo di mezz’età con un cane a sua volta. Il custode s’è rivolto esclusivamente a me, col dito puntato nella mia direzione già da metà galleria:

– Tu – ha detto, – è vero che dormi sempre lì?

Veramente dormire nell’intercapedine del Lux è una cosa che di norma cerco di evitare, sapendo che c’è andirivieni, ed è proprietà privata, e anzi sono rimasto leggermente piccato.

– Mah – ho detto, – veramente, proprio lì…

– Massì, – ha precisato, – qui in galleria. E’ vero che ci dormi?

– Sì, sì – ho detto.

– Ecco: ti ho mai detto niente, ti ho mai fatto osservazione, ti ho mai rotto i coglioni?

– Ma, no.

– Ecco: perché tu dormi, la mattina ti alzi, lasci tutto come l’hai trovato. Loro due, invece, si sono infilati dentro l’impalcatura a dormire, è anche allarmata, è scocciante, poi io al mio datore di lavoro che cosa gli dico? A me dispiace, perché adesso per colpa loro ci vanno di mezzo tutti.

Volevo dirgli che non si preoccupasse per me, che nonostante l’evidente intenzione di liberarsi precipuamente del sottoscritto – gli altri erano le prime volte che si vedevano) – prendevo la cosa come un diversivo e nulla più, ma non ne ho avuto modo, perché ha ripreso a parlare a raffica, ed è stata l’unica questione che ha voluto dibattere direttamente con i ragazzi e i poliziotti, relativa alla paretina distrutta.

Continuava ad insistere, VOI avete rotto la paretina di cartongesso, per penetrare dove c’è l’impalcatura. I ragazzi protestavano: Mannò, era già rotta. Infatti, non l’hanno rotta loro. L’ho rotta io, parecchj mesi fa, quando mettevo il sacco (prima che me lo ciulassero) dove adesso metto il cartone; una volta mi capitò che il sacco mi scivolasse giù, invece d’incastrarsi nel tralicciato, e ho dovuto scalare la paretina per recuperarlo. All’andata andò tutto benissimo; al ritorno, purtroppo, la paretina cedette, con me sopra.

Lo stronzo più vecchio, tuttavia, è stato più cortese con gli altri che con me; non mi ha nemmeno chiamato, quando si è trattato di rendere il documento dopo aver preso gli estremi, me lo ha piantato in mano; e quando, postergati cani, ragazzi, custode e stronzi, mi sono voltato per verificare se mi stesse guardando malissimo, come sospettavo, ho potuto notare che mi teneva addosso gli occhietti a fessura; ciò che ha contribuito al notevole frisson di questa nuova avventura. E’ la prima volta in vita mia che sono verbalizzato perché dormo in giro. 

Recandomi a prendere un caffè all’automatico di via s. Francesco d’Assisi, ho tirato poi in lungo per via Barbaroux, dove ho trovato quel tal portone, finalmente, aperto. Già che erano le 7.45, e qualcuno in casa c’era, ho pensato bene di suonare per salire a recuperare il computer. L’avrei anche fatto, cioè, se solo il campanello non fosse stato svelto completamente – solo di quell’interno lì, quello a me utile, e non altri.

La cosa mi ha così stranito, o impensierito, che mi sono dimenticato in pieno di recuperare il sacco. Speriamo, stasera, di riuscire a recuperarlo. Calcj, pugni, richieste d’ajuto, urla, e che so io, in un modo o nell’altro ce la farò.

[Questo incontro ravvicinato con le istituzioni m’ha fatto ripensare alla mia situazione complessiva con esse. Specialmente data la locale involuzione destrorsa m’è venuta come una punta di voglia di chiedere il sussidio, rifare il giro delle agenzie interinali, andare a far code al collocamento, e, in special modo, tornare a rompere la gloria in qualche dormitorio; ma, devo dire, m’è passata quasi sùbito].

525. Radio BlackOut.

25 Feb



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Un po’ per tutta Torino si trovano affissi manifesti con la dicitura “spegni la censura, accendi BlackOut”, che denunciano come atto censorio da parte delle istituzioni, ed esplicitamente del sindaco Sergio Chiamparino, che è contro tutte le occupazioni, la decisione di non rinnovare il contratto che ha consentito alla radio anarchica di trasmettere per 4 anni dallo stabile di via Antonio Cecchi 21/A per soli 1300 euri l’anno. Entro il 31 03 BlackOut dovrebbe sgombrare.

Le realtà occupate di Torino sono diverse, e diversi sono gli sgomberi, le occupazioni e le rioccupazioni. La casa Fenix di c.so s. Maurizio è stata sgombrata con successo il 20 07 2005, murata e adibita dal Comune a punto informativo; ancóra il 28 11 2010 un gruppo di anarchici ha cercato di far risorgere la Fenix dalle ceneri occupando la palazzina dell’università in p.zza Arbarello; hanno dovuto sgombrare in poche ore, ed è stato un vero peccato, perché la costruzione è veramente magnifica. Il 25 03 2009 lo Squat[1] Velena di c.so Chieri è stato sgombrato, dopo che era stato occupato il 28 02, rioccupato il 17 04 seguente, risgombrato il 20 10 2009. Il 28 01 2010 è stata sgombrata la Boccia, v. Medici 121, che aveva già subìto sgomberi nel passato (era stata rioccupata il 23 02 2008, per esempio), e l’edificio è stato abbattuto l’01 02. Lo squat Lostile di c.so Vercelli è stato sgombrato il 06 12 2009, per cui l’11 12 ancóra c’era guerriglia per le strade, e il 29 01 2010 c’è stata la drammatica occupazione della sede del comitato elettorale per Merbredes Cesso da parte degli sloggiati; il 07 11 gli aderenti della FAI, Federazione Anarchici Italiani, hanno occupato l’ex-scuola infermieri di v. Zandonai, e sùbito dopo sono stati sgombrati.

I centri sociali storici di Torino sono passati in rassegna qui. El Paso Occupato ha una voce su wikipedia; è nato nel 1987. Il Barocchio è stato fondato nel 1992; al 1994 risale la nascita del Gabrio e al 1996 quella dell’Askatasuna. Uno dei più vivaci è l’anarchico Mezcal, sistemato dentro un padiglione dell’ex-manicomio di Collegno (sono stati miei vicini di casa per un sei mesi, tre anni fa), nato, mi pare, nel 2006.

Mercoledì 03 06 2009 l’anarchica Assemblea antirazzista di Torino, che è un’altra cosa dalla radio, è sciolta; non vuol dire che smette di esistere, ma semplicemente che (nel link è detto: non ha nessun tipo di gerarchia, nessun capo o referente o responsabile) detta Assemblea non è un’organizzazione formale, ma una nebulosa di persone che si riconoscono informalmente negli stessi valori e nello stesso impegno. Da allora l’Assemblea torinese, occasionalmente, si riunisce nello stabile di via Cecchi 21/A, dove ha sede Radio Blackout. L’Assemblea antirazzista è responsabile di parecchie iniziative in favore dei migranti nel corso degli ultimi anni.

23 02 2010. Radio Blackout è perquisita dalla Digos su ordine dei pm Andrea Padalino e Manuela Pedrotta (è solo uno dei 23 luoghi colpiti dallo stesso provvedimento) perché nello stesso stabile ha avuto luogo l’Assemblea antirazzista; per 6 ore non può trasmettere. Radio Blackout subisce il sequestro di computer (in numero di 3) e cellulari; nel corso di perquisizioni altrove effettuate sono stati sequestrati anche caschi da moto, mazzette d’acciajo, uova riempite con vernice nera.

Massimo Numa, noto per il suo atteggiamento ostile nei confronti di quelli che chiama anarco-insurrezionalisti, pubblica sulla Stampa questo articolo. Massimo Numa è anche uno di cui su indymedia si racconta che, sotto il falso nome di Mario Ghiso e senza presentare il tesserino di giornalista, il 16 11 2001 si mise in contatto con un’associazione assistenziale in favore dell’eutanasia, sostenendo di avere la mamma moribonda – dando il nome di una persona realmente esistente, la signora Vittoria Ghiso di Savona, peraltro, po’ra disgraziata, rivelatasi viva e vegeta –, denunciando sùbito dopo l’associazione alla polizia con accuse inconsistenti – che intanto costarono ad essa associazione una pesante perquisizione, in cui fu portato via praticamente tutto l’asportabile. Nel 2008 ha pubblicato, con Mario Portanova (già del Diario), Francesco La Licata suo collega alla Stampa e i due giornalisti del Corriere della Sera Guido Olimpio ed Elisabetta Rosaspina, il volumetto celebrativo Sbirri, dedicato agli agenti di Polizia.

È un giornalista soprattutto di cronaca, scrive male e in modo sensazionalistico; è filofascista. Può essere interessante scorrere la lista dei suoi articoli per la Stampa; è significativo che il primo articolo che appare – per rilevanza – sia dedicato a una martire “fascista”. Dei 33 articoli che ha scritto per la Stampa tra il primo dell’anno e il 18 02, ben 12 sono dedicati agli anarco-insurrezionalisti; peraltro, ed è molto interessante, devono essere rubricate a questa voce tutte le corrispondenze dalla Valle di Susa, perché le manifestazioni antiTAV secondo il Numa sono tutte d’ispirazione anarchica.

Nell’articolo sostiene che si ispirano al pensiero-azione di Alfredo Maria Bonanno, 72 anni, attualmente agli arresti in Grecia per rapina. Urza, per esempio, sostiene che non c’è nessun legame. Ma bisogna ringraziare Numa per la segnalazione perché sembra un personaggio tutto da conoscere. È l’autore de La gioia armata, 1977, libro che gli costò 18 mesi di carcere (l’incipit suona: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?…”, vedi il testo integrale qui), come si dice su wikipedia; su anarcopedia c’è un profilo più esaustivo e interessante.

Colpiti da provvedimenti sono in 7 (vedi anche qui):

3 sono gli arrestati:

  1. Fabio Milan, ing., 32 anni
  2. Andrea Ventrella, magazziniere, 36
  3. Luca Ghezzi, 30

3 sono agli arresti domiciliari (i particolari sulle altre condanne oltre agli arresti li trovo qui, in un articolo dedicato ad Andrea Ventrella, e sul Giornale):

  1. Maja Cecur, 33 anni, compagna di Luca Ghezzi,
  2. Paolo Milan, fratello di Fabio, 27, dottorando
  3. Marco Da Ros, pavese residente a Torino, sociologo, 36

1 è stato colpito da divieto di dimora: Massimo Aghemo, 41 anni, di Trofarello, residente a Torino.

Oltre a questi 21 sono gl’indagati, e altri anarchici della provincia di Torino (Carmagnola e Moncalieri), Trento (Rovereto), Cuneo (Vicoforte) e Mantova (Viadana), tra cui Simone Pettenati, 26 anni, ed Erica Giorgi.

Cumulativamente si è proceduto contro una serie di iniziative tipicamente anarcoinsurrezionaliste degli ultimi anni (2005-’10), tra cui notevoli:

giugno 2008. Irruzione al Museo Egizio;

dicembre 2008. Irruzione nel Consolato greco di Torino

marzo 2009. Irruzione nella lavanderia “La nuova” di Torino

marzo 2009. Irruzione al ristorante “Il cambio”

settembre 2009. Irruzione nella sede della Cgil

Il linkato articolo del Giornale, di Simona Lorenzetti, è notevole perché riporta in sunto parti di conversazioni telefoniche intercettate, tratte dall’ordinanza della Gip Emanuela Gai, nella quale si attribuiscono responsabilità precise degli anarchici nelle rivolte all’interno dei CPT, poi CIE (cioè Centro Permanenza Temporanea, poi, più brutalmente, Centro Identificazione ed Espulsione; a Torino è il cosiddetto lager di c.so Brunelleschi); ricorrono i nomi dell’allora detenuto Bikiki, dell’attualmente arrestato Andrea Ventrella e dell’attuale esule Massimo Aghemo:

A scandire questo connubio le intercettazioni telefoniche. In una conversazione del luglio 2009 Andrea Ventrella parla con un tale Bikiki che dice di avere dei numeri di telefono di alcuni extracomunitari arrestati a Sanremo che ora sono al Cie. Quindi Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno». In un’altra intercettazione vengono registrati Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.

L’accusa più pesante è quella di associazione per delinquere, ma i capi d’imputazione sono un’ottantina.

Negli articoli di Numa i nomi di Fabio Milan (il cui esordio sulla Stampa risale al 1995, per aver preso 10 in matematica, informatica e fisica al liceo Scientifico) e Andrea Ventrella ricorrono più di altri. Anche Ventrella esordisce sulla Stampa nel 1995, ma già per scontri tra polizia e anarchici, quando subisce la prima condanna: ha 20 anni. E nell’articolo ricorre anche il nome di Edoardo “Edo” Massari, che morirà inspiegabilmente suicida alle Vallette (28 03 1998) seguìto dopo pochi mesi (11 07) dalla compagna Maria Soledad Rosas ai domiciliari presso una comunità di Bene Vagienna: sono “Sole” e “Baleno”, rimasti da allora sempre nei ricordi degli anarchici torinesi. Nel 2002 Silvano Pelissero, arrestato con loro con le stesse accuse di ecoterrorismo e associazione sovversiva, processato, ebbe stralciata questa seconda accusa, che sarebbe caduta anche per gli altri due. Con l’accusa di associazione sovversiva si prevede l’isolamento; si è detto, all’epoca, che l’isolamento fosse la prima casa del doppio suicidio di Edo & Sole. Attualmente (Stampa di oggi 25 02 2010, riquadro di R[aphael] Zan[otti], un altro buono, dentro l’articolo dell’immancabile Massimo Numa) i tre arrestati, Milan, Ghezzi e Ventrella, sono in isolamento, e sono ritornati alle loro celle valendosi della facoltà di non rispondere. Il loro avvocato, Claudio Novaro, che ancóra non li ha sentiti, ha però chiesto che innanzitutto siano tolti dall’isolamento, che definisce

una condizione che mi stupisce, viene data di rado, e non in questi casi, di solito”.

La risposta del pm Padalino di fare regolare istanza è stata definita dal Novaro

una risposta che non promette nulla di buono”.

L’articolo del Numa si concentra però su Radio Blackout, e questa è una novità interessante. Essa è, secondo il Numa,

considerata dagli inquirenti uno dei centri direzionali del gruppo degli estremisti”.

Chiaramente i redattori della Radio, anarchici, hanno dato il rilievo che ritenevano alle varie iniziative degli anarchici. Tre cose hanno fatto saltare la mosca al naso degl’inquirenti:

  1. Il servizio ‘viaggiare informati’ anarchico, il “Cisti”, che funzionava grazie alla segnalazione tramite sms dei posti di blocco e di concentrazioni di poliziotti.
  2. Le dirette dai varî presidj. A questo proposito, nel maggio 2008 un “redattore di BlackOut” aveva annunciato che “in mattinata un poliziotto aveva sottoposto un immigrato a un pestaggio, poi lo aveva riempito di botte” [?] “e ammanettato” (nell’articolo la frase è tra virgolette). Secondo il Numa niente del genere era accaduto. (È un’ammissione implicita che tutte le altre eventuali segnalazioni di pestaggj e ammanettamenti sono da considerarsi vere?).
  3. L’attacco continuo contro la Croce Rossa”. L’08 09 2009 Ventrella, la Cecur, F. & P. Milan, Luca Abbà (del NoTAV valsusino) e Simone Pettinati (altrove Pettenati, v. supra; ferito negli scontri a Susa) hanno fatto irruzione nella sede della Croce Rossa di Torino: “Volevano costringere i militi” (anche qui il Numa cita) “a un’assemblea sulle atrocità del Cie”.

Di fatto il punto 2 e il punto 3 sono strettamente connessi. La rabbia anarchica contro la Croce Rossa deriva molto semplicemente dal fatto che è questa che si occupa di contenere i senzadocumento all’interno dei CIE. La questione del pestaggio che secondo il Numa e/o chi per esso non è mai avvenuto risale alla fine del maggio 2008, e riguarda il detenuto Said, che aveva tentato di fuggire dal cpt ed era stato riacciuffato. Il Numa si limita a dire che il pestaggio di Said non è mai avvenuto; e tace di quello che è successo qualche ora dopo, e cioè che il maghrebino Fathi Hassan Nejl, 38 anni, còlto da malore, dopo aver inutilmente cercato, direttamente e tramite compagni, di attirare tra le urla l’attenzione degli operatori, era morto – di qualcosa che dapprima fu identificato con una polmonite fulminante, e poi con un’overdose (quasi facesse differenza). Responsabile del centro è il col. Antonio Baldacci, che a caldo avrebbe dichiarato ai giornali che non aveva ritenuto di intervenire perché

sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità”.

La Repubblica ha riportato altre dichiarazioni del colonnello, non così esplicite ma pesantemente ambigue:

Non ci sono state negligenze, non c’è stata alcuna mancanza. Gli ospiti sono clandestini abituati a dire bugie. Mentono sulla data di nascita, sulla nazionalità, sul nome. Per loro è facile non dire la verità. Non vedo allora perché si debba credere a delle storie sui mancati soccorsi. Quelli vogliono solo creare caos”.

Gli anarchici avevano messo a disposizione del pubblico, in rete e tramite manifestini attacchinati un po’ ovunque, l’indirizzo di casa del colonnello, il numero fisso e il cellulare con queste conseguenze.

Uno dei motivi degli arresti di questo 23 02 è stato il blitz durante il quale, il 21 03 2009, alcuni anarchici sommersero di merda il ristorante di lusso “del Cambio”, sito in p.zza Carignano, di fianco all’omonimo teatro, di faccia all’omonimo palazzo. Questa volta il Numa non fu il solo a imbrattare il suo angolo di Stampa sull’accaduto, ci pensò anche altri (come da link); vale la pena di essere citata, per la prosa particolarmente agghiacciante, l’ineffabile Monica Perosino (“Il sole e l’indolenza della prima domenica di primavera. Occhiali scuri, gelati, cani che corrono sui ritagli verdi del centro. Eppure, basta scavare pochi centimetri sotto l’ozio, per trovare tutt’altro…” – scavare pochi centimetri sotto l’ozio? Occhiali scuri e gelati che corrono, per giunta sui ritaglî verdi del centro?! E poi ci si stupisce che la gente lancia i boli di cacca) che ha raccolto qualche impressione post-traumatica.

L’articolo che il Numa dedica a Fabio Milan segnalato alla procura per danneggiamento identifica l’ingegnere come “leader carismatico dell’ala dura del piccolo gruppo anarchico”, che è una contraddizione in termini, trattandosi – appunto – di anarchici, per giunta se si tratta di un gruppo di anarchici che ha scelto la non-organizzazione pur di non avere capi (v. supra circa lo scioglimento); segue un livido curriculum del brillante professore supplente del Politecnico, comprese alcune pubblicazioni che recano la sua firma. Incredulità e invidia nera. Raccoglie, il Numa, anche una dichiarazione che sembra da morto:

La prof. Michela Meo, che fu la sua «advisor» al Poli, lo ricorda con un certo affetto: «Uno studente dalle grandi capacità, estremamente bravo e preparato. Un’ottima persona, con cui si parlava volentieri. Ma, fatto strano, l’abbiamo perso di vista. Da tempo non sappiamo più nulla di lui. Avevamo saputo dopo, un gossip, che frequentava gli anarchici».

In quell’occasione, il Numa cerca anche di ottenere una dichiarazione dal preside, che giustamente dice di non essere interessato alle idee politiche di F. Milan; dalla risposta si capisce che il Numa non ha chiesto un’opinione sulle eventuali responsabilità penali dello stesso, ma proprio sulle idee politiche – quasi un docente non fosse libero di avere le idee politiche che vuole; quasi che le gerarchie accademiche fossero tenute a saperne alcunché e, magari, ad agire di conseguenza. A F. Milan dovrebbe essere anche attribuita la responsabilità dell’organizzazione dei tornei di calcetto contro gli alpini a P.ta Pila, del lancio delle biglie gialle dentro il CIE con dentro messaggj di solidarietà, delle incursioni nella lavanderia di via Santhià che lava i panni del CIE, delle incursioni della cooperativa che avrebbe cominciato a lavare i panni del CIE dopo che la prefata lavanderia avrebbe smesso di farlo.

I 15 anarchici che nel febbrajo 2008 bloccano i bus diretti a Varese per una manifestazione nazionale della Lega sono definiti responsabili di un’azione criminale.

I due nomi, di Fabio Milan e Andrea Ventrella, sono identificati dal Numa come “guide” degli “estremisti” nell’articolo di jeri 24 02 di riepilogo degli ultimi fatti.

&cetera. Non ci sarebbe motivo di dare rilievo agli articoli del Numa se, scrivendo lo stesso sulla Stampa, non fosse il principale interfaccia tra anarco-insurrezionalisti e opinione pubblica, locale e nazionale.

Qui l’articolo dedicato alle scritte contro Luigi Calabresi sulle mura delle sedi della Stampa e del Partito Democratico, altra incriminazione per Fabio Milan, oltreché per il fratello Paolo. Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso (1972) da anarchici per vendicare la defenestrazione di Pinelli (1969), Mario Calabresi, autore di un volume apologetico nei confronti della figura del padre (Spingendo la notte un po’ più in là, Milano 2007), è l’attuale direttore della Stampa, e dunque anche di Massimo Numa. [Recentemente sul sito letterario Nazione Indiana qualcuno si scandalizzava per l’ospitalità data ai delirj fascisti del povero scemo di guerra Piero Buscaroli sulle pagine culturali dello stesso giornale (“Tuttolibri” 06 02 2010), uno dei diversi segni d’involuzione politica – e non solo – del giornale da qualche tempo in qua].

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[1] “Iuno era fuor di sé di essersi lasciata cogliere in trappola così scioccamnte e senza nessuna resistenza presagedo che ora passerebbe dei brutti momenti per il prossimo avvenire, fino a quando non riuscirebbe di fuggire. | Poiché il colono era uno dei cosiddetti squatter (vale a dire colono senza averne il diritto, che si stabiliscono in qualche contrada deserta e coltivano terra, che loro non appartiene) e che sono arcicontenti di procurarsi operai a buon mercato in un modo o nell’altro, lecito o illecito. | La negra gli veniva proprio a proposito…”. Ennio Foscari, La reietta. Grandioso romanzo storico, cap. CCCXXI, [1900 ca.], n.t., III vol., pp. 2310-2311. L’azione si svolge negli anni ’90 del XIX secolo negli USA.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].