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821. Immortalato 2. [la vendetta]?

16 Mar

Nel frattempo sto prendendo copiosi appunti – magari non TANTO copiosi, ma spero succosi, ricchi di informazione & dirigenti a soda pietà. Dato che in quel cesso di biblioteca di Grosseto (una città che è un cesso, in genere, di per sé; che cosa pensare di una città la cui mappa contempla una via “Riccardo Leoncavallo”? Che cosa di una città che nella sua toponomastica comprende una “piazza Bettino Craxi” [priva di panchine, peraltro. Che siano tutte ancòra a Hammamet?]? Che cosa di una città che come unico ponte sull’Ombrone, che avrebbe bisogno di altri transiti, ha il “ponte Benito Mussolini”?), nonostante quanto spergiurato dal sito circa le 10. postazioni internet, non esiste possibilità di connettersi a terminale, ho dovuto aspettare di trovarmi in questa ridente Orbetello – ridente davvero; è molto bellina. Non scherzo – per riportare quanto da me registrato per il vii.iii: Continua a leggere

553. Il ’99.

22 Giu

Quest'orrendo olio è un ritratto immaginario de La Sanfelice.

Non manca forse d’interesse la disputa, alla quale il Palasciano m’invitò a partecipare (ma io mi do il tempo solo di quest’oretta di connessione, la mattina, e il blog basta e avanza), circa il ’99, i giacobbe e i sanfedisti. La disputa, chi vuole se la riveda su facebook, dove il Palasciano ha presenza più intensa, e comunque i link ci sono, era cominciata dall’allarme lanciato per la minacciata chiusura dell’Istituto per gli studj filosofici presieduto eroicamente dal prof. Marotta, un’istituzione della cultura italiana, che comunque già anni fa s’era ritrovato costretto a rinunciare alcune proprietà per mandare avanti un’organizzazione che, nonostante sia fecondissima d’iniziative di momento, e nonostante esse iniziative siano seguitissime e abbiano dato luogo a pubblicazioni prestigiose, non riesce ad ottenere quello che è stato statuito ottenga, ossia i soldi per andare avanti. Non c’è nessun motivo per cui lo Stato non debba sostenere iniziative che evidentemente la collettività recepisce come utili & comportevoli. Ovvio: chiunque, a partire – scommetto – dagli stessi appartenenti all’Istituto, si augurerebbe di poter andare avanti senza contributi di sorta, o che essi fossero solo una parte degl’introiti; ma si dà il caso che o un’organizzazione, di qualunque tipo, ha fini di lucro, o comunque ha un’impostazione di tipo anche commerciale, o non ha: tertium non datur. Non si può rimproverare ad un’iniziativa culturalmente rilevante di non incassare moneta sonante, dato che la legge non lo consente. Legge che, però, consente che un vecchio professore si tragga il sangue di vena sparnazzando del suo, per attirare personalità sul fondo dello Stivale, e permettere a folti uditorj di conoscere e apprendere. Continua a leggere

543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



540. Per la venuta a Torino di Joseph Ratzinger il 2 maggio 2010. ottave.

3 Mag

Il Cartone bagnato

Sfogo di malinconie
per la venuta in Torino
del prof. 
Giuseppe Razzingher,
pontefice massimo della chiesa cattolica
col nome di Benedetto,
il sestodecimo di questo nome,
nell’antevigilia di essa visita,
durante la notte fra 30. aprile e I. maggio
M.M.X.;
poiché non poteva dormire
a causa dell’infracidamento di tutti i cartoni.
 
 
 
 

Cherem.

 
 

I.

Poiché dopodomani il tuo porcino
Grugno verrà tra calche & pompe vane
A ostendersi anzi il peggio di Torino,
Tra proscinesi d’ostri e di sottane
In pro al vicario – cioè te!! – divino,
Causa la gromma delle usanze insane
Che incrosta l’uso, e, solo perché appari,
Lega vie, piazze ingombra, & svuota erarj,

 

II.

Cade dai rumorosi scolatoj
Dei pulitori più acqua che mai pianto
Madre tribuisse ai lercj vizj tuoi,
Più purezza recando al viario manto
Di quanta occorrerebbe a tutti voi
Quand’anche foste cento volte tanto,
Fino a frollare, e stingere i colori
A quel che può permearsi, & abbia pori,

 

III.

Tra cui il ricorso usato a cui costrette
Son l’esaustioni estreme a minim’ore,
Le figlie delle fronde, a farto elette
A restituir lacerti di vigore;
Chi m’adacqua le edicole? e cassette
In giaciglj mi sfonda, a mio dolore,
Se non è la solerzia dei famiglj
Della comunità, tuoi in fede figlj?

 

IV.

Tu che propugni in livide concioni
Gli assetti eterni, e le cui leggi rotte
Piangi, antifrastizzando confessioni
(Poiché il prete lo sa, che piange, & fotte),
Tra le batiste manco n’hai visione,
Di come fai uccidere la notte,
Nei servi al ben comune – ed è fatale,
Forse -; e più ch’altro a me, ch’è il vero male.

 

V.

Sterco d’altrui bagordi, ove non giunge
Il getto, che ad usura altrove allaga,
M’inebria ogni cantone, e a coccj punge
D’una sete che a nausee il cionco appaga,
Preludio alla città che si compunge;
E quest’ombra spedata, e che pur vaga,
A che cristo s’appella – e già non crede –
Se il succedaneo stesso suo la lede?

 

VI.

E’ quasi come lame luminose
M’aprissero voragini i lampioni
Nelle fosse degli occhj imbrobitose;
Salme irrequiete tra putrefazioni,
Ho una Valacchia in sepolcri di uose
Sciaguattanti nel limo; e ormai carponi
Dovrò commettere ai ginocchj in mota
Sollievo all’una e all’altra rotta piota;

 

VII.

Con membra e mente ancor più temulente
Per astemia ebrietà che il sonno asseta
Di tutta la marmaglia adolescente
Ch’apre convito in piazza, o senza meta
Fa sbronza Stoa il portico dormiente,
Chi nuovo Assuero m’imputa e decreta?
Chi due notti cercò lena agli avelli
Per poi millennj due franger corbelli?

 

VIII.

S’è scandalo ogni pecca e sampietrino,
S’è soldato del cristo anche il selciato,
E, Giasone bagnato, l’acquitrino
Da empia Bellona, o pia, m’è fecondato,
Più incerto fatto a me ch’a lui il cammino
Cui il mare un dì fu macadamizzato,
Se a me povero cristo sei nemico,
Te, il cristo in te, e il tuo dio in lui maledìco.

 

IX.

Sii maledetto, testi angeli e santi;
Bando, sconsacrazione, dannazione,
Benedetto mai più, d’ora in avanti!
Con d’altro nume che il tuo ispirazione,
Tutti noi nephilim di ciò approvanti,
Del Sacro libro con consolazione,
E ghematrici, hittiti, & bustrofedici
Va-a-fare-in-cul milleseicentrotredici.

 

X.

Come lui che allungar l’ore serene
Su Gerico rischiò quasi in eterno,
Chi, giusta il capo lucido che tiene,
V’avrebbe ritrovato un vero inferno,
Fiche Elisee, & corna di Cirene
Ti squadra, al bianco no, ma al nudo inverno
Del capo, a imperversarvi i Sirii brulli,
E i sassi di non integri fanciulli.

 

XI.

Sii maledetto il giorno, & sii la notte
Maledetto; sii maledetto quando
Riposi, e quando Aurora l’ombre ha rotte;
Sii maledetto quando stai entrando;
Sii maledetto s’esci: ininterrotte
Maledizioni in te vada scagliando
Un dio senza perdòno. Finché spira
Quel dio colga costui con la sua ira!

 

XII.

Non muti mai i decreti a tuo riguardo
D’un’ombra mai, d’un’anima, d’un pelo;
Non spunti la saetta, il telo, il dardo,
Non perda punta mai e il dardo, e il telo;
Boja dei sonni miei, vecchio infingardo,
Si cancelli il tuo nome sotto il cielo:
Ti s’estirpi al tuo ceppo (se pur riesco
Mai a dimenticar che sei tedesco).

 

XIII.

Ogni bagno aromatico apra un golfo
Tempestoso esondando a tuo disdoro
Tutte le volte che in Castel Gandolfo
Darai mano alle tue maniglie d’oro
Per mandar via sentor di bimbi & zolfo,
Misto al seme che hai sparso, e al pianto loro;
E,  s’un’onda da estinguer tutt’i roghi,
eSSeSSe affluisca in Tebro, & ivi affoghi.

 

XIV.

Ogniquavolta siedi, alla bisogna
Di premiti sfogar, donde sia oppresso,
Una pressione, a grande tua vergogna,
Di atmosfere per tot s’immetta (oh fesso)
In culo a te a sparar tutta la fogna
Sù per l’angusto scarico del cesso:
A te ci starà tutta, in tutti i modi;
E, accoltala che l’hai, in quel punto esplodi.

 

XV.

Ti scoperchjn diluvj il Vaticano;
Di gravidanze isteriche le acque
Ti si rompan continue; in un pantano
(Come quel che a quell’anima non spiacque)
Tenta abbordar l’asciutto sempre invano.
Di batraci e di nutrie a lui, che nacque
A infrollarmi le notti, ormai rimanga
Solo uditorio; & pulpito la fanga!

 

XVI.

Quando Morfeo t’aggraverà poi il ciglio,
Soprattutto, servito sii tu all’uopo;
S’arrancando hai da giunger nel motriglio
A un sacco marcio, il bello venga dopo:
Qualunque sia quel fetido giaciglio
In cui l’odiosa sagoma di topo
In piume, gomma o lattice si stampi,
Possa pisciarti addosso finché campi.

531. Me & le istituzioni.

15 Apr

Ci vuole, una volta ogni tanto, qualcosa che faccia sentire la presenza delle istituzioni. Devo dire che non tutte le notti riesco a dormire, o almeno non sodo & fondo come vorrei; infatti da qualche tempo in qua mi risulta difficile penetrare in quel tal portone di via Barbaroux dove lascio il sacco a pelo, essendo che il portone è quasi sempre chiuso, ormai anche durante le ore diurne, spesso, e comunque nelle primissime ore della serata, non esiste citofono, e le persone col cui tacito consenso deposito e prelevo il sacco non sarebbero, il più delle volte, nemmeno lì a rispondermi, o aprire. Detto portone è sempre stato aperto almeno fino a mezzanotte, consentendo ai tossici di farsi, ai passanti di buttare immondezza varia e pacchetti di sigherette vuoti e agli sbevazzoni di vuotare la vescica. Tutto, si devono esser detti gl’inquilini; ma il sacco a pelo NO. Conoscono a memoria quel sacco a pelo anche i camerieri del vicino ristorante argentino, da cui ogni tanto mi è stato possibile farmi aprire – ma adesso non più.

Jersera il portone era chiuso alle 21.00, all’1.30 e alle 3.20 (hai visto mai che qualcuno rincasasse eccezionalmente tardi). Non è servito nemmeno il robusto calcione della notte precedente, stavolta il portone era fissato. In sul far delle ore piccole mi ero messo, per la verità, l’anima in pace: mi ero messo in panchina a finire L’uomo dal braccio d’oro, che mi sembra una lettura assolutamente adeguata alla situazione, ma alle 3.00 ero stracotto, e avrei dormito volentieri.

Ho cercato di recuperare il cartone che nascondo nella paratia in gall. s. Federico, dove c’era mezza paretina rotta: la mattina, svegliandomi, lo incastro sempre nell’impalcatura retrostante, e lì lo ritrovo tutte le sere, quando vado a dormire.

Come mi trovo davanti al gabbiotto di cartongesso, però, vedo sùbito che c’è qualcosa che non va: la paretina adesso è tutta staccata, rotta e riappoggiata alla bell’e meglio, e la parte superiore è stata rimessa al contrario. Credo di scorgere il mio cartone scivolato piuttosto verso il fondo, ciò che mi costringerebbe a rimuovere la parte rotta e a frugare all’interno; ciò che faccio, ma un tanfo animale terrificante, seguìto a breve da alcuni gioviali latrati – cani di media taglia, suppongo – mi rendono automaticamente edotto che lì dentro ad occhio e croce due cani con altrettanti rispettivi padroni si sono sistemati sul piano di metallo che fa base all’impalcatura. Richiudo con uno scorato echeccazzo, e mi do a cercare un altro cartone.

A quell’ora in via Micca, dove accanto e a sporgere da dentro i cassonetti si trovano sempre grossi cartoni, i munnezzari erano purtroppo già passati: sono riuscito solo a rimediare uno scatolo in via Viotti, che ho fatto fuori dopo averlo liberato dal pattume.

E mi sono messo, poiché è un punto riparato e io non ero coperto e spirava una bisa abbastanza fresca, nell’intercapedine a sinistra del Lux. Saranno state le 3.30, 3.40, a quel punto, e non avrei comunque dormito molto, perché la posizione è scomoda, e il vento freddo arrivava in parte anche fin lì, appena appena ostacolato dalla parete di marmo. Mi hanno svegliato i vocii delle pulitrici, tra cui ce n’è una (moldava? rumena? ucraina?) di cui sento la voce squillante, mi pare, da sempre, e che però ho visto in faccia solo qualche giorno fa per la prima volta, quando mi ero alzato prima del solito. Non faccio in tempo a mettermi seduto e ad accendermi la prima sigaretta della giornata che sento l’inconfondibile chiamata di una radio della Polizia, quel cicalino così allarmante, e mi ritrovo in effetti davanti, preceduti da un cadenzato pesante rumor di passi, due agenti; di cui uno, sulla sinistra, di mezz’età e con la faccia da stronzo, e l’altro, sulla destra, sempre con la faccia da stronzo, ma più giovane.

Dei due stronzi ha parlato solo il primo; ha detto, sùbito:

– Documenti.

Io, che non avevo sentito, mi sono alzato accennando docilmente di sì con la testa, credendo che intendessero solamente farmi alzare. Sicché il poliziotto ha ribadito:

– Cellài un documento?

– Sì, – ho detto, frugandomi nella tasca dietro.

La seconda domanda, ad un orecchio disattento come il mio, sarebbe potuta parere cortese, e forse così voleva sonare; ma la terza frase che mi ha rivolto era proprio sgarbata, si vedeva che voleva che capissi che mo erano cazzi mia; e mi ha detto:

– E alza ‘sto cappuccio, che ti voglio vedere in faccia!

Il cappuccio era stato calato sulla mia zucca tutta notte, a causa del fatto che, in specie nelle prime ore del mattino, in specie sulla pelata, fa un freddo del porco. Mi sono alzato il cappuccio, e ho provato infatti un freddo del porco – un po’ d’ipotermia è dovuta anche allo scarso sonno, sicuramente; stanotte avrei dormito volentieri.

La quarta frase è stata:

– Prendi la tua roba e va ad aspettare là – e mi ha indicato lo sbocco della galleria su via Roma, – dove c’è la volante.

Mi sono messo ad aspettare lì, tutto tremebondo e rinciulito; nel frattempo è passata una gentile munnezzara, a cui ho consegnato il cartone (avrebbe preso volentieri anche lo zaino e il sacchetto con i libri, ma l’ho facilmente dissuasa) affinché lo buttasse. Dopodiché sono arrivati i poliziotti, insieme ad una specie di custode che vedo sempre lì, seguìti da due ragazzi con un cane a testa, e un uomo di mezz’età con un cane a sua volta. Il custode s’è rivolto esclusivamente a me, col dito puntato nella mia direzione già da metà galleria:

– Tu – ha detto, – è vero che dormi sempre lì?

Veramente dormire nell’intercapedine del Lux è una cosa che di norma cerco di evitare, sapendo che c’è andirivieni, ed è proprietà privata, e anzi sono rimasto leggermente piccato.

– Mah – ho detto, – veramente, proprio lì…

– Massì, – ha precisato, – qui in galleria. E’ vero che ci dormi?

– Sì, sì – ho detto.

– Ecco: ti ho mai detto niente, ti ho mai fatto osservazione, ti ho mai rotto i coglioni?

– Ma, no.

– Ecco: perché tu dormi, la mattina ti alzi, lasci tutto come l’hai trovato. Loro due, invece, si sono infilati dentro l’impalcatura a dormire, è anche allarmata, è scocciante, poi io al mio datore di lavoro che cosa gli dico? A me dispiace, perché adesso per colpa loro ci vanno di mezzo tutti.

Volevo dirgli che non si preoccupasse per me, che nonostante l’evidente intenzione di liberarsi precipuamente del sottoscritto – gli altri erano le prime volte che si vedevano) – prendevo la cosa come un diversivo e nulla più, ma non ne ho avuto modo, perché ha ripreso a parlare a raffica, ed è stata l’unica questione che ha voluto dibattere direttamente con i ragazzi e i poliziotti, relativa alla paretina distrutta.

Continuava ad insistere, VOI avete rotto la paretina di cartongesso, per penetrare dove c’è l’impalcatura. I ragazzi protestavano: Mannò, era già rotta. Infatti, non l’hanno rotta loro. L’ho rotta io, parecchj mesi fa, quando mettevo il sacco (prima che me lo ciulassero) dove adesso metto il cartone; una volta mi capitò che il sacco mi scivolasse giù, invece d’incastrarsi nel tralicciato, e ho dovuto scalare la paretina per recuperarlo. All’andata andò tutto benissimo; al ritorno, purtroppo, la paretina cedette, con me sopra.

Lo stronzo più vecchio, tuttavia, è stato più cortese con gli altri che con me; non mi ha nemmeno chiamato, quando si è trattato di rendere il documento dopo aver preso gli estremi, me lo ha piantato in mano; e quando, postergati cani, ragazzi, custode e stronzi, mi sono voltato per verificare se mi stesse guardando malissimo, come sospettavo, ho potuto notare che mi teneva addosso gli occhietti a fessura; ciò che ha contribuito al notevole frisson di questa nuova avventura. E’ la prima volta in vita mia che sono verbalizzato perché dormo in giro. 

Recandomi a prendere un caffè all’automatico di via s. Francesco d’Assisi, ho tirato poi in lungo per via Barbaroux, dove ho trovato quel tal portone, finalmente, aperto. Già che erano le 7.45, e qualcuno in casa c’era, ho pensato bene di suonare per salire a recuperare il computer. L’avrei anche fatto, cioè, se solo il campanello non fosse stato svelto completamente – solo di quell’interno lì, quello a me utile, e non altri.

La cosa mi ha così stranito, o impensierito, che mi sono dimenticato in pieno di recuperare il sacco. Speriamo, stasera, di riuscire a recuperarlo. Calcj, pugni, richieste d’ajuto, urla, e che so io, in un modo o nell’altro ce la farò.

[Questo incontro ravvicinato con le istituzioni m’ha fatto ripensare alla mia situazione complessiva con esse. Specialmente data la locale involuzione destrorsa m’è venuta come una punta di voglia di chiedere il sussidio, rifare il giro delle agenzie interinali, andare a far code al collocamento, e, in special modo, tornare a rompere la gloria in qualche dormitorio; ma, devo dire, m’è passata quasi sùbito].

525. Radio BlackOut.

25 Feb



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Un po’ per tutta Torino si trovano affissi manifesti con la dicitura “spegni la censura, accendi BlackOut”, che denunciano come atto censorio da parte delle istituzioni, ed esplicitamente del sindaco Sergio Chiamparino, che è contro tutte le occupazioni, la decisione di non rinnovare il contratto che ha consentito alla radio anarchica di trasmettere per 4 anni dallo stabile di via Antonio Cecchi 21/A per soli 1300 euri l’anno. Entro il 31 03 BlackOut dovrebbe sgombrare.

Le realtà occupate di Torino sono diverse, e diversi sono gli sgomberi, le occupazioni e le rioccupazioni. La casa Fenix di c.so s. Maurizio è stata sgombrata con successo il 20 07 2005, murata e adibita dal Comune a punto informativo; ancóra il 28 11 2010 un gruppo di anarchici ha cercato di far risorgere la Fenix dalle ceneri occupando la palazzina dell’università in p.zza Arbarello; hanno dovuto sgombrare in poche ore, ed è stato un vero peccato, perché la costruzione è veramente magnifica. Il 25 03 2009 lo Squat[1] Velena di c.so Chieri è stato sgombrato, dopo che era stato occupato il 28 02, rioccupato il 17 04 seguente, risgombrato il 20 10 2009. Il 28 01 2010 è stata sgombrata la Boccia, v. Medici 121, che aveva già subìto sgomberi nel passato (era stata rioccupata il 23 02 2008, per esempio), e l’edificio è stato abbattuto l’01 02. Lo squat Lostile di c.so Vercelli è stato sgombrato il 06 12 2009, per cui l’11 12 ancóra c’era guerriglia per le strade, e il 29 01 2010 c’è stata la drammatica occupazione della sede del comitato elettorale per Merbredes Cesso da parte degli sloggiati; il 07 11 gli aderenti della FAI, Federazione Anarchici Italiani, hanno occupato l’ex-scuola infermieri di v. Zandonai, e sùbito dopo sono stati sgombrati.

I centri sociali storici di Torino sono passati in rassegna qui. El Paso Occupato ha una voce su wikipedia; è nato nel 1987. Il Barocchio è stato fondato nel 1992; al 1994 risale la nascita del Gabrio e al 1996 quella dell’Askatasuna. Uno dei più vivaci è l’anarchico Mezcal, sistemato dentro un padiglione dell’ex-manicomio di Collegno (sono stati miei vicini di casa per un sei mesi, tre anni fa), nato, mi pare, nel 2006.

Mercoledì 03 06 2009 l’anarchica Assemblea antirazzista di Torino, che è un’altra cosa dalla radio, è sciolta; non vuol dire che smette di esistere, ma semplicemente che (nel link è detto: non ha nessun tipo di gerarchia, nessun capo o referente o responsabile) detta Assemblea non è un’organizzazione formale, ma una nebulosa di persone che si riconoscono informalmente negli stessi valori e nello stesso impegno. Da allora l’Assemblea torinese, occasionalmente, si riunisce nello stabile di via Cecchi 21/A, dove ha sede Radio Blackout. L’Assemblea antirazzista è responsabile di parecchie iniziative in favore dei migranti nel corso degli ultimi anni.

23 02 2010. Radio Blackout è perquisita dalla Digos su ordine dei pm Andrea Padalino e Manuela Pedrotta (è solo uno dei 23 luoghi colpiti dallo stesso provvedimento) perché nello stesso stabile ha avuto luogo l’Assemblea antirazzista; per 6 ore non può trasmettere. Radio Blackout subisce il sequestro di computer (in numero di 3) e cellulari; nel corso di perquisizioni altrove effettuate sono stati sequestrati anche caschi da moto, mazzette d’acciajo, uova riempite con vernice nera.

Massimo Numa, noto per il suo atteggiamento ostile nei confronti di quelli che chiama anarco-insurrezionalisti, pubblica sulla Stampa questo articolo. Massimo Numa è anche uno di cui su indymedia si racconta che, sotto il falso nome di Mario Ghiso e senza presentare il tesserino di giornalista, il 16 11 2001 si mise in contatto con un’associazione assistenziale in favore dell’eutanasia, sostenendo di avere la mamma moribonda – dando il nome di una persona realmente esistente, la signora Vittoria Ghiso di Savona, peraltro, po’ra disgraziata, rivelatasi viva e vegeta –, denunciando sùbito dopo l’associazione alla polizia con accuse inconsistenti – che intanto costarono ad essa associazione una pesante perquisizione, in cui fu portato via praticamente tutto l’asportabile. Nel 2008 ha pubblicato, con Mario Portanova (già del Diario), Francesco La Licata suo collega alla Stampa e i due giornalisti del Corriere della Sera Guido Olimpio ed Elisabetta Rosaspina, il volumetto celebrativo Sbirri, dedicato agli agenti di Polizia.

È un giornalista soprattutto di cronaca, scrive male e in modo sensazionalistico; è filofascista. Può essere interessante scorrere la lista dei suoi articoli per la Stampa; è significativo che il primo articolo che appare – per rilevanza – sia dedicato a una martire “fascista”. Dei 33 articoli che ha scritto per la Stampa tra il primo dell’anno e il 18 02, ben 12 sono dedicati agli anarco-insurrezionalisti; peraltro, ed è molto interessante, devono essere rubricate a questa voce tutte le corrispondenze dalla Valle di Susa, perché le manifestazioni antiTAV secondo il Numa sono tutte d’ispirazione anarchica.

Nell’articolo sostiene che si ispirano al pensiero-azione di Alfredo Maria Bonanno, 72 anni, attualmente agli arresti in Grecia per rapina. Urza, per esempio, sostiene che non c’è nessun legame. Ma bisogna ringraziare Numa per la segnalazione perché sembra un personaggio tutto da conoscere. È l’autore de La gioia armata, 1977, libro che gli costò 18 mesi di carcere (l’incipit suona: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?…”, vedi il testo integrale qui), come si dice su wikipedia; su anarcopedia c’è un profilo più esaustivo e interessante.

Colpiti da provvedimenti sono in 7 (vedi anche qui):

3 sono gli arrestati:

  1. Fabio Milan, ing., 32 anni
  2. Andrea Ventrella, magazziniere, 36
  3. Luca Ghezzi, 30

3 sono agli arresti domiciliari (i particolari sulle altre condanne oltre agli arresti li trovo qui, in un articolo dedicato ad Andrea Ventrella, e sul Giornale):

  1. Maja Cecur, 33 anni, compagna di Luca Ghezzi,
  2. Paolo Milan, fratello di Fabio, 27, dottorando
  3. Marco Da Ros, pavese residente a Torino, sociologo, 36

1 è stato colpito da divieto di dimora: Massimo Aghemo, 41 anni, di Trofarello, residente a Torino.

Oltre a questi 21 sono gl’indagati, e altri anarchici della provincia di Torino (Carmagnola e Moncalieri), Trento (Rovereto), Cuneo (Vicoforte) e Mantova (Viadana), tra cui Simone Pettenati, 26 anni, ed Erica Giorgi.

Cumulativamente si è proceduto contro una serie di iniziative tipicamente anarcoinsurrezionaliste degli ultimi anni (2005-’10), tra cui notevoli:

giugno 2008. Irruzione al Museo Egizio;

dicembre 2008. Irruzione nel Consolato greco di Torino

marzo 2009. Irruzione nella lavanderia “La nuova” di Torino

marzo 2009. Irruzione al ristorante “Il cambio”

settembre 2009. Irruzione nella sede della Cgil

Il linkato articolo del Giornale, di Simona Lorenzetti, è notevole perché riporta in sunto parti di conversazioni telefoniche intercettate, tratte dall’ordinanza della Gip Emanuela Gai, nella quale si attribuiscono responsabilità precise degli anarchici nelle rivolte all’interno dei CPT, poi CIE (cioè Centro Permanenza Temporanea, poi, più brutalmente, Centro Identificazione ed Espulsione; a Torino è il cosiddetto lager di c.so Brunelleschi); ricorrono i nomi dell’allora detenuto Bikiki, dell’attualmente arrestato Andrea Ventrella e dell’attuale esule Massimo Aghemo:

A scandire questo connubio le intercettazioni telefoniche. In una conversazione del luglio 2009 Andrea Ventrella parla con un tale Bikiki che dice di avere dei numeri di telefono di alcuni extracomunitari arrestati a Sanremo che ora sono al Cie. Quindi Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno». In un’altra intercettazione vengono registrati Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.

L’accusa più pesante è quella di associazione per delinquere, ma i capi d’imputazione sono un’ottantina.

Negli articoli di Numa i nomi di Fabio Milan (il cui esordio sulla Stampa risale al 1995, per aver preso 10 in matematica, informatica e fisica al liceo Scientifico) e Andrea Ventrella ricorrono più di altri. Anche Ventrella esordisce sulla Stampa nel 1995, ma già per scontri tra polizia e anarchici, quando subisce la prima condanna: ha 20 anni. E nell’articolo ricorre anche il nome di Edoardo “Edo” Massari, che morirà inspiegabilmente suicida alle Vallette (28 03 1998) seguìto dopo pochi mesi (11 07) dalla compagna Maria Soledad Rosas ai domiciliari presso una comunità di Bene Vagienna: sono “Sole” e “Baleno”, rimasti da allora sempre nei ricordi degli anarchici torinesi. Nel 2002 Silvano Pelissero, arrestato con loro con le stesse accuse di ecoterrorismo e associazione sovversiva, processato, ebbe stralciata questa seconda accusa, che sarebbe caduta anche per gli altri due. Con l’accusa di associazione sovversiva si prevede l’isolamento; si è detto, all’epoca, che l’isolamento fosse la prima casa del doppio suicidio di Edo & Sole. Attualmente (Stampa di oggi 25 02 2010, riquadro di R[aphael] Zan[otti], un altro buono, dentro l’articolo dell’immancabile Massimo Numa) i tre arrestati, Milan, Ghezzi e Ventrella, sono in isolamento, e sono ritornati alle loro celle valendosi della facoltà di non rispondere. Il loro avvocato, Claudio Novaro, che ancóra non li ha sentiti, ha però chiesto che innanzitutto siano tolti dall’isolamento, che definisce

una condizione che mi stupisce, viene data di rado, e non in questi casi, di solito”.

La risposta del pm Padalino di fare regolare istanza è stata definita dal Novaro

una risposta che non promette nulla di buono”.

L’articolo del Numa si concentra però su Radio Blackout, e questa è una novità interessante. Essa è, secondo il Numa,

considerata dagli inquirenti uno dei centri direzionali del gruppo degli estremisti”.

Chiaramente i redattori della Radio, anarchici, hanno dato il rilievo che ritenevano alle varie iniziative degli anarchici. Tre cose hanno fatto saltare la mosca al naso degl’inquirenti:

  1. Il servizio ‘viaggiare informati’ anarchico, il “Cisti”, che funzionava grazie alla segnalazione tramite sms dei posti di blocco e di concentrazioni di poliziotti.
  2. Le dirette dai varî presidj. A questo proposito, nel maggio 2008 un “redattore di BlackOut” aveva annunciato che “in mattinata un poliziotto aveva sottoposto un immigrato a un pestaggio, poi lo aveva riempito di botte” [?] “e ammanettato” (nell’articolo la frase è tra virgolette). Secondo il Numa niente del genere era accaduto. (È un’ammissione implicita che tutte le altre eventuali segnalazioni di pestaggj e ammanettamenti sono da considerarsi vere?).
  3. L’attacco continuo contro la Croce Rossa”. L’08 09 2009 Ventrella, la Cecur, F. & P. Milan, Luca Abbà (del NoTAV valsusino) e Simone Pettinati (altrove Pettenati, v. supra; ferito negli scontri a Susa) hanno fatto irruzione nella sede della Croce Rossa di Torino: “Volevano costringere i militi” (anche qui il Numa cita) “a un’assemblea sulle atrocità del Cie”.

Di fatto il punto 2 e il punto 3 sono strettamente connessi. La rabbia anarchica contro la Croce Rossa deriva molto semplicemente dal fatto che è questa che si occupa di contenere i senzadocumento all’interno dei CIE. La questione del pestaggio che secondo il Numa e/o chi per esso non è mai avvenuto risale alla fine del maggio 2008, e riguarda il detenuto Said, che aveva tentato di fuggire dal cpt ed era stato riacciuffato. Il Numa si limita a dire che il pestaggio di Said non è mai avvenuto; e tace di quello che è successo qualche ora dopo, e cioè che il maghrebino Fathi Hassan Nejl, 38 anni, còlto da malore, dopo aver inutilmente cercato, direttamente e tramite compagni, di attirare tra le urla l’attenzione degli operatori, era morto – di qualcosa che dapprima fu identificato con una polmonite fulminante, e poi con un’overdose (quasi facesse differenza). Responsabile del centro è il col. Antonio Baldacci, che a caldo avrebbe dichiarato ai giornali che non aveva ritenuto di intervenire perché

sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità”.

La Repubblica ha riportato altre dichiarazioni del colonnello, non così esplicite ma pesantemente ambigue:

Non ci sono state negligenze, non c’è stata alcuna mancanza. Gli ospiti sono clandestini abituati a dire bugie. Mentono sulla data di nascita, sulla nazionalità, sul nome. Per loro è facile non dire la verità. Non vedo allora perché si debba credere a delle storie sui mancati soccorsi. Quelli vogliono solo creare caos”.

Gli anarchici avevano messo a disposizione del pubblico, in rete e tramite manifestini attacchinati un po’ ovunque, l’indirizzo di casa del colonnello, il numero fisso e il cellulare con queste conseguenze.

Uno dei motivi degli arresti di questo 23 02 è stato il blitz durante il quale, il 21 03 2009, alcuni anarchici sommersero di merda il ristorante di lusso “del Cambio”, sito in p.zza Carignano, di fianco all’omonimo teatro, di faccia all’omonimo palazzo. Questa volta il Numa non fu il solo a imbrattare il suo angolo di Stampa sull’accaduto, ci pensò anche altri (come da link); vale la pena di essere citata, per la prosa particolarmente agghiacciante, l’ineffabile Monica Perosino (“Il sole e l’indolenza della prima domenica di primavera. Occhiali scuri, gelati, cani che corrono sui ritagli verdi del centro. Eppure, basta scavare pochi centimetri sotto l’ozio, per trovare tutt’altro…” – scavare pochi centimetri sotto l’ozio? Occhiali scuri e gelati che corrono, per giunta sui ritaglî verdi del centro?! E poi ci si stupisce che la gente lancia i boli di cacca) che ha raccolto qualche impressione post-traumatica.

L’articolo che il Numa dedica a Fabio Milan segnalato alla procura per danneggiamento identifica l’ingegnere come “leader carismatico dell’ala dura del piccolo gruppo anarchico”, che è una contraddizione in termini, trattandosi – appunto – di anarchici, per giunta se si tratta di un gruppo di anarchici che ha scelto la non-organizzazione pur di non avere capi (v. supra circa lo scioglimento); segue un livido curriculum del brillante professore supplente del Politecnico, comprese alcune pubblicazioni che recano la sua firma. Incredulità e invidia nera. Raccoglie, il Numa, anche una dichiarazione che sembra da morto:

La prof. Michela Meo, che fu la sua «advisor» al Poli, lo ricorda con un certo affetto: «Uno studente dalle grandi capacità, estremamente bravo e preparato. Un’ottima persona, con cui si parlava volentieri. Ma, fatto strano, l’abbiamo perso di vista. Da tempo non sappiamo più nulla di lui. Avevamo saputo dopo, un gossip, che frequentava gli anarchici».

In quell’occasione, il Numa cerca anche di ottenere una dichiarazione dal preside, che giustamente dice di non essere interessato alle idee politiche di F. Milan; dalla risposta si capisce che il Numa non ha chiesto un’opinione sulle eventuali responsabilità penali dello stesso, ma proprio sulle idee politiche – quasi un docente non fosse libero di avere le idee politiche che vuole; quasi che le gerarchie accademiche fossero tenute a saperne alcunché e, magari, ad agire di conseguenza. A F. Milan dovrebbe essere anche attribuita la responsabilità dell’organizzazione dei tornei di calcetto contro gli alpini a P.ta Pila, del lancio delle biglie gialle dentro il CIE con dentro messaggj di solidarietà, delle incursioni nella lavanderia di via Santhià che lava i panni del CIE, delle incursioni della cooperativa che avrebbe cominciato a lavare i panni del CIE dopo che la prefata lavanderia avrebbe smesso di farlo.

I 15 anarchici che nel febbrajo 2008 bloccano i bus diretti a Varese per una manifestazione nazionale della Lega sono definiti responsabili di un’azione criminale.

I due nomi, di Fabio Milan e Andrea Ventrella, sono identificati dal Numa come “guide” degli “estremisti” nell’articolo di jeri 24 02 di riepilogo degli ultimi fatti.

&cetera. Non ci sarebbe motivo di dare rilievo agli articoli del Numa se, scrivendo lo stesso sulla Stampa, non fosse il principale interfaccia tra anarco-insurrezionalisti e opinione pubblica, locale e nazionale.

Qui l’articolo dedicato alle scritte contro Luigi Calabresi sulle mura delle sedi della Stampa e del Partito Democratico, altra incriminazione per Fabio Milan, oltreché per il fratello Paolo. Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso (1972) da anarchici per vendicare la defenestrazione di Pinelli (1969), Mario Calabresi, autore di un volume apologetico nei confronti della figura del padre (Spingendo la notte un po’ più in là, Milano 2007), è l’attuale direttore della Stampa, e dunque anche di Massimo Numa. [Recentemente sul sito letterario Nazione Indiana qualcuno si scandalizzava per l’ospitalità data ai delirj fascisti del povero scemo di guerra Piero Buscaroli sulle pagine culturali dello stesso giornale (“Tuttolibri” 06 02 2010), uno dei diversi segni d’involuzione politica – e non solo – del giornale da qualche tempo in qua].

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[1] “Iuno era fuor di sé di essersi lasciata cogliere in trappola così scioccamnte e senza nessuna resistenza presagedo che ora passerebbe dei brutti momenti per il prossimo avvenire, fino a quando non riuscirebbe di fuggire. | Poiché il colono era uno dei cosiddetti squatter (vale a dire colono senza averne il diritto, che si stabiliscono in qualche contrada deserta e coltivano terra, che loro non appartiene) e che sono arcicontenti di procurarsi operai a buon mercato in un modo o nell’altro, lecito o illecito. | La negra gli veniva proprio a proposito…”. Ennio Foscari, La reietta. Grandioso romanzo storico, cap. CCCXXI, [1900 ca.], n.t., III vol., pp. 2310-2311. L’azione si svolge negli anni ’90 del XIX secolo negli USA.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

412. Mauriziano.

2 Nov

Sono stato poco fa al pronto soccorso del Mauriziano. E’ andata esattamente come mi aspettavo. Il dialogo, tra me e un’infermiera colla faccia invariantemente da stronza e le mèches invariantemente verdi, si è svolto nel modo che segue:

INFERMIERA. Lei che cos’ha?

IO. Ho la febbre da dieci giorni, dopo essere stato a contatto prolungato con una persona con la tbc. Peraltro, a marzo risultavo positivo alla tubercolina.

INFERMIERA. E perché è venuto qui?

Avevo il numero 245, e l’avvertimento della stessa stronza che ci sarebbe stato “un po’ da aspettare”. Ho buttato il numero 245 e sono venuto qui ad aspettare che apra dal medico. Mi faccio fare l’impegnativa e mi faccio mandare direttamente dallo specialista. Tutte le volte che mi sono avvicinato a un pronto soccorso è andata alla stessa, merdosa maniera. Potessero morire tutti, dove sono.

La persona che dovrebbe avermela attaccata ha dovuto aspettare 6 mesi che centrassero la diagnosi giusta; finché non ha avuto la pleura distrutta non hanno cominciato la chemioterapia. E adesso che è a casa con la febbre, ancòra non abbozzano che ha avuto una ricaduta o una recidiva. Lui stesso mi ha raccontato di una OS di 26 anni che, due o tre anni fa, è morta di consunzione senza che i medici avessero mosso un dito. Si parla del 2006-2007, non del 1850 (anzi, magari allora l’avrebbero curata meglio – che è tutto dire).

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

263. E mo?

12 Giu

Non ho mai avuto un passaporto, prima.

Sono stato in p.zza Cesare Augusto, in Questura, Ufficio Passaporti; c’era anche, volendo, una fila della madonna, ma non era cosa che – ancòra – mi riguardasse, poiché sul modulo che il poliziotto mi ha dato da compilare c’è scritto che devo presentare:

  • Il modulo stesso, compilato in (quasi) ogni sua parte
  • Fototessera 2 di dimensioni, &c., sfondo chiaro, &c., distanza dagli occhj, naso, palpebre & sopracciglia &c. mm. tot &c. &c.
  • Fotocopia del Documento d’identità
  • Marca concessioni governative euri 40, 29
  • Versamento su cc postale di euri 44, 66 per costo libretto da 32 pagine (quelli da 48 o quello che  sono li hanno esauriti, arriveranno a fine giugno – ma me ne fregasse qualcosa).

A parte il fatto che versamento e acquisto della marca erano impensabili prima della chiusura (ore 13.00), e che domani ovviamente tutto è chiuso, per cui tornerò con comodo lunedì, la cosa meno sopportabile è che dal momento della presentazione della domanda si deve cominciare a fare una sola cosa: aspettare.

Tutto è relativo, ovviamente, a partire dal concetto di poco e di molto. Nel mio caso la bellezza (bellezza?) di venticinque giorni, esatti, è una cifra di giorni canonica, prestabilita, una specie di temporizzazione della consegna del passaporto, pochi non sembrano. Specialmente perché lunedì, che è il 15, non pensavo di passare per uno squallido ufficio passaporti a consegnare moduli e bollettini e marche concessioni governative. Pensavo di mettermi in cammino.

Quando il passaporto sarà a disposizione, e io sono convinto, intimamente, nella fibra, che mi sia nientemeno che indispensabile – non voglio assolutamente partire senza, poni il caso mi venga voglia di deviare verso Oriente, o di andarmene affanculo da qualche parte in Africa; nel caso, partendo senza, dovrei fare una cosa orribile, ossia tornare, e presentare richiesta; dopodiché non sarebbe una cosa che risolvi una botta e via, sarebbero sempre, appunto, venticinque giorni -, sarà luglio.

Non mi sembra umano.

Ho tre giorni per pensarci. Sono 85 euri di spesa; & 25 giorni di attesa. Devo decidere.

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

260. Evidentemente è un coglione (o è la Cassiani?).

9 Giu

Ho ricevuto via mail un’ulteriore traccia dell’interesse tardivo che questo strano Alberto Gatti (che è come da titolo) ha cominciato a nutrire per le mie affermazioni a proposito di Sonia Cassiani. Oggi, anzi non molto fa, mi è arrivato questo messaggio, anticipato in casella, al quale, per ragioni tecniche [i terminali della Nazionale sono la solita merda, si passa più tempo a chiudere i messaggj di errore che a navigare; ma tant’è], non posso rispondere su youtube.

Pazienza, lo faccio qui.

Alberto Gatti già in un primo messaggio (del 07/06) mi ha accusato di aver detto, a proposito della povera Cassiani “una marea di cazzate”. Alla mia replica (che cazzate le dirà lui) risponde oggi:

Puoi replicare dalla pagina dei commenti.

YouTube Centro Assistenza | Opzioni email | Segnala spam
albertogatti79 ha risposto al tuo commento su Powerillusi al Maurizio Costanzo Show (Canale5 1993):

Ho letto il tuo blog-buona parte degli episodi televisivi di cui parli non sono mai accaduti!-Te li sei inventati,perchè poi?Tirare in ballo una persona che ha scelto di sparire o è sparita per motivi che a te non sono certo noti..io sono un giornalista di un quotidiano nazionale-La Cassiani non vuole nè rilasciare interviste,nè apparire,penso che meriti rispetto e non bugie creative come le tue-Hai inteso?

Preciso che:

1. Ho dedicato UN post alla Cassiani, non la mia esistenza, malgrado molti visitatori di questo blog, o la Cassiani stessa, non riescano evidentemente a passare giorno senza rileggerselo; ormai dovrebbero saperlo a memoria, ma tant’è.

2. A me non me ne frega niente di chi Alberto Gatti sia; per quanto mi riguarda può essere impiegato allo sgotto dei vespasiani con un cucchiaino bucato, o essere primo ministro, non mi cambia niente. So solo che IO non sono un giornalista, né ho mai desiderato essere, e dunque:

3. Questo è il mio blog, e ci scrivo sopra tutto quel kazzo che mi pare, sugli argomenti che più mi aggradano, quando mi sembra opportuno e come ritengo sia il caso. Punto. Né la Cassiani né questo fantomatico giornalista – che ha un ottimo rapporto con gli hyphen, a quel che manifesta della sua prosa, ma uno pessimo con la grammatica e la sintassi soprattutto – sono i soli, a voler proprio sottilizzare, né i primi per importanza a potersi lamentare della qualità & sostanza di quello che qui sopra è scritto. Io non ho timori di sorta a dire quello che penso; dopodiché

4. Ripeto che i fatti descritti nel post de cujus agitur si devono solo alla mia memoria, si tratta cioè di cose che ho visto in televisione, e che altri su altri blog e altri siti (le pezze d’appoggio sono state tutte riportate) li confermano per quello che se ne dice qui sopra. Aggiungo che

5. Il fatto che la signora o signorina Cassiani sia pubblicamente defunta non mi vieta affatto di ricordare, quando ritenga opportuno o congeniale, quello che di sé diede al mondo quando ancòra non era entrata nel suo cono d’ombra. Se è per quello, qualche altro invelenito visitatore (o lo stesso, sotto altre, e mentite, spoglie) ha scritto sotto il mio post Sonia ritornerà. A chi devo credere, basandomi esclusivamente su questi messaggj, sostanzialmente anonimi, o quantomeno molto sospetti, che mi piovono sul blog o in casella? Secondo ragione, a nessuno, dunque tiriamo innanzi, e arriviamo al punto

6. Che poi ripete sostanzialmente, seppur con eventuale maggior vigore & icasticità quello che già si dice al punto 4., ovvero: che i contenuti del mio post sono veritieri; che, pur essendo sicuramente ricordi brucianti per la Cassiani stessa, alla cui insicurezza, patentissima, e instabilità psichica si deve una grandissima parte di questi episodj, da parte mia non c’era necessariamente acrimonia (anzi, ne ho parlato con simpatia – una simpatia che sta andandosene affanculo, ma pazienza; suppongo che ci sia di ben peggio a questo mondo); che per distorcere la verità a proposito di una persona ci vogliono motivi concreti, e sfido chiunque a trovarne nel mio caso; che “bugie creative” le dirà la sorella di Alberto Gatti, nonché la madre, la nonna, eventualmente la figlia (dico ‘eventualmente’, perché può solo sperare che sia la sua), e certamente anche la moglie. E ancòra:

7. I motivi che stanno dietro la decisione della Cassiani di ritirarsi in qualche cesso per la vergogna mi rimbalzano completamente. Questi sono cazzi suoi. Io non mi sono certo premurato di prendere informazioni sulla Cassiani nello stato in cui versa adesso; mi sono limitato a chiedere “Chissà che fine ha fatto” e a rievocarne per sommi capi la figura, televisiva, per quel che ne avevo visto e che ricordavo e ricordo. Nota peraltro la disonestà di quei “motivi che a te non sono certo noti”. Dovrebbero essere tali, di grazia? Ho mai sostenuto di aver indagato circa le cause che hanno portato la Cassiani lontano dallo schermo? Certo no, perché fattostà che mi è già noto, come a qualche decina di migliaja di altre persone in Italia, e cioè che non ha fatto una buona figura, che deve la dissipazione delle sue possibilità esclusivamente a sé stessa, mentre altri può lamentare mobbing e accanimenti varj, e che la brama di comparire, com’è normale, ha ceduto rapidamente il posto alla brama di scomparire – come avviene a tutti quelli che si vergognano. C’è poi un altro motivo, che è facile a sua volta da immaginare: che non l’abbia chiamata più nessuno. Ha avuto una possibilità, di fronte alla quale poteva fare due cose: a. coglierla; b. buttarla nel cesso. Ha optato per la b.: è una scelta del tutto rispettabile, esattamente come la a. Io non sono un ambizioso, e personalmente sono affezionato come una cozza allo scoglio alle mie pregresse figure di merda (ne ho fatte tante, vero è che non ne sono sempre stato direttamente responsabile): sono l’ultimo al mondo a poter capire come mai uno debba vergognarsi di quello che ha scientemente deliberato in precedenza. Può esserne pentito. Può volere che la tale o talaltra cosa accessoria andassero diversamente. Ma come si fa a mettere in discussione la sostanza stessa delle proprie scelte, soprattutto se si tratta di partecipare a programmi televisivi nazionali? Se la Cassiani vuole, può sempre chiedersi ragione delle proprie irrequietudini; essere inquieti può essere anche una jattura, ma è anche un talento, per chi impara a conoscersi. Ma questi, appunto, sono cazzi suoi: potrei darle miracolosi consiglj (e anche intervistarla, anche molto a lungo, ma si deve mettere in coda, viene dopo Remo Bassini e rael-is-real), ma francamente me n’è passata la voglia. Mi sento maltrattato e incompreso. Non mi piace che mi siano fatte presenti le cose a questo dio. Io a lei non ho fatto niente di male, nulla dissi che potess’essere di detrimento alla sua onorabilità. Mi stava (appunto: stava) persino simpatica. Il problema è che ha dei supporterz troppo coglioni. Salvo non sia proprio lei, a travestirsi con un nick qualunque e a venire regolarmente a vessare l’unico stronzo che ha avuto la delicatezza di pensare a lei negli ultimi dieci anni.  Ma non può mancare, a questo punto, il punto

8. Che dice: Il tuo “Hai inteso?” te lo puoi infilare tutto quanto nel culo.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

237. Che ci fa, qui, QUESTA?!

9 Mar

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/appello_con.html

L’assistenza a tempo determinato per gli immigrati comunitari. Il Servizio Adulti in Difficoltà (S.A.D.) del Comune di Torino a fine maggio ha fatto pervenire alle case di ospitalità notturna una circolare contenente le nuove disposizioni in materia di accoglienza riguardo agli stranieri comunitari, operative, in forma sperimentale, a partire dal 1° giugno 2008.
Gli ospiti, la cui nazionalità è inclusa in un elenco comprendente gli stati membri e quelli equiparati, sono tenuti alla compilazione di un atto sostitutivo di notorietà in cui dichiarano di avvalersi del servizio, per la prima volta dopo la data di entrata in vigore e garantendosi l’accesso al sistema delle liste di attesa per un periodo massimo di 3 mesi. Tale limite verrà notificato dagli operatori in turno apponendo una data di scadenza su tale documento, redatto in duplice copia, una in lingua italiana da inviare al S.A.D., l’altra in lingua rumena da consegnare all’interessato.
Non sono state fornite al momento traduzioni in altre lingue.
Il ridotto periodo di ospitalità è prorogabile o revocabile a discrezione dell’ufficio competente in base alla singola analisi dei casi; studio già parzialmente redatto e dal quale emerge una lista di poco più di una decina di soggetti recanti problematiche sanitarie degne di nota e che pertanto al termine del periodo individuato di tre mesi potranno essere accolti nei soli posti di emergenza riservati alle persone in stato di grave disagio.
Tale elenco è ovviamente passibile di defezioni ed incrementi del numero di soggetti inseriti.
Gli altri comunitari richiedenti ospitalità verranno inseriti in una ulteriore lista a disposizione delle case e del S.A.D.
Le motivazioni cui si fa riferimento per chiarire il ricorso alle nuove norme fa cenno al progressivo aumento delle richieste di ospitalità giunte da persone provenienti, in particolare, dall’Est Europeo, nonché all’esigenza di tutelare soggetti in condizione di estrema marginalità a scapito di altri in possesso di discrete abilità personali.
Gli operatori vengono inoltre invitati a sviluppare forme comunicative idonee al recepimento delle direttive unite a strategie anche di controllo al fine di prevenire chi utilizza le limitate risorse a disposizione per assecondare i propri progetti di vita personale e familiare a scapito dei più fragili.

Come operatori, dopo attento dibattito, ci sentiamo in dovere di muovere una serie di critiche alla circolare in oggetto sottolineando la distanza che ci separa da logiche che riteniamo nemiche dell’etica professionale del lavoro sociale.

(…).

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/adesioni_appello.html

Hanno finora aderito all’appello

Singoli Operatori Enti / Agenzie

Franco Cantù – Torino
Lorenzo Camoletto – Torino
Maria Teresa Ninni – Torino
Tiziana Ciliberto – Torino
Raffaella Rizzello – Torino
Giuseppe Forlano – Torino
Mauro Maggi – Torino
Nicola Pelusi – Torino
Sabrina Sanfilippo – Torino
Lucia Portis – Torino
Susanna Ronconi – Torino
Massimo Carocci – Torino
Nanni Pepino – Torino
Ugo Zamburru – Torino
Tonino Ponzano – Alessandria
Alice Rossi – Torino
Angelo Pulini – Torino
Daniele Di Gioia – Torino
Hatimy Abdelouahed – Torino
Marco De Giorgi – Torino
Maurizio Poletto – Valle di Susa
Enrica Recanati – Torino
Luciana Monte – Rivoli (TO)
Mauro Milesi – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Luigi Arcieri – Torino
Andrea Fallarini – Torino
Gene Apicella – Torino
Mohammed Tallaoui – Torino
Paola Conterio – Torino
Angelo Giglio – Torino
Giulia Suriani – Torino
Alessandra Gallo – Torino
Massimo De Paolis – Torino
Carla Mereu – Chieri (TO)
Rocco Mercuri – Torino

Anna Chiarloni

– Torino

Terry Silvestrini – Torino
Sabrina Anzillotti – Orbassano (TO)
Fabio Tedeschi – Torino
Paolo Bianchini – Torino
Davide Sprocatti – Torino
Andrea Guazzotto – Torino
Maria Grazia Barbero – Ivrea
Egidio Costanza – Cuorgnè
Roberto Bellantone – Torino
Tatjana Mianulli – Torino
Marco Spada – Torino
Paola Bertotto – Rivoli (TO)
Daniele Previati – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Ombretta Turello – Alessandria
Manuela Cencetti – Torino
Chicca Scarfò – Torino
Epaminondas Thomos – Torino
Giovanna Murru – Torino
Roberto Piscitelo – Torino
Younis Kutaiba – Torino
Raffaella Sorressa – Torino
Mauro Calò – Torino
Federico Carruccio – Torino
Eliana Enne – Torino
Cristina Salomoni – Torino
Anna Liberatore – Torino
Veronica Paolella – Torino
Federica Sanna – Lanzo (TO)
Claudio Rolfo – Torino
Francesco Vacchiano – Torino
Silvia Pescivolo – Torino
Carla Gottardi – Torino
Cristiana Cavagna – Torino
Francesca Morgano – Torino
*******
Associazione Nazionale Forum Droghe
Circolo Caffè Basaglia – Torino
Associazione Isola di Arran – Torino
Associazione Nico 93 Solidarietà AIDS – Alessandria
CSOA Gabrio – Torino
CUB Sanità e Assistenza – Torino
A.I.Z.O. rom e sinti – sede nazionale di Torino

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

222. Italia de profundis.

3 Dic

Domenica ho dato poi uno sguardo, alla Mondadori, all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore che conosco pochissimo e malissimo (avevo sbirciato dentro il suo Hitler, tempo fa), s’intitola Italia de profundis, e ha qualità abbastanza ovvie per essere il libro di uno che ha intitolato il suo sito ai Miserabili: nelle prime pagine l’autore sembra trasumanare, espandere l’anima fino a “vedere l’Italia”, o “essere l’Italia”, metamorfosi tanto disperatamente voluta da riuscirgli quasi bene prima che compaja il nome fatale (Victor Hugo) a distruggere tutto l’effetto. Non dico che abbia male interpretato Victor Hugo, o che la sua idea di compiuto scrittore, modellata alla vicina o alla lontana su Victor Hugo (!) sia frutto di un’interpretazione discutibile o parziale: di fatto è l’idea di un vittorughismo da vulgata, quello che identifica il genio di Besanzone nell’artefice, industriosissimo, in grado insieme di vagliare un’enorme quantità di materiale erudito e di pescare a fondo nell’inconscio collettivo, e di spersonalizzarsi gloriosamente in nome dell'”espandi l’anima”. All'”espandi l’anima”, però, fa séguito anche “… e nascondi la tua vita”, e bisogna dire che, appena compiuta la sua espansione, l’autore fa tutto fuorché nascondere dettaglj biografici. Anzi, il romanzo è stato praticamente scritto in presa diretta, in un momento in cui Genna sentiva che la materia della sua esperienza, evidentemente, ascendeva e discendeva ad aderire quasi perfettamente al simbolo (c’è anche un’intervista, in rete, in proposito); ciò che implica necessariamente che, a quel punto, parlare di sé equivaleva però a parlare di tutto tranne che di un “me” esistenzialisticamente limitato.

Tutto quello che segue tratta di vicende che, dunque, solo superficialmente si possono riferire a un tal Giuseppe Genna, ma che riguardano l’Italia sub specie Josephi Genna: la morte del padre, rinvenuto dal figlio (previo sfondamento della porta — il telefono taceva da troppi giorni) quando ormai il rigor mortis l’ha raggelato in una specie di grottesca statua col pugno alzato; la prima pera, alla veneranda età di trentotto anni, nei luoghi e non più nei tempi della sua infanzia suburritico-milanese, quella a cui era sfuggito indenne da dipendenze, circostanza nella quale facciamo la conoscenza di un pusher ex-compagno di scuola che non sa come spendere tutti i soldi che ha, prigioniero com’è della sua esistenza e della salute distrutta, e di due lesbiche; l’incontro tramite myspace con un gruppo di trans sue fan, grazie alle quali partecipa ad un orgione paura durante il quale impara a fare i bucchini; e tante altre cose, tra cui, e dev’essere l’apice, la sua “allucinante” permanenza presso un villaggio turistico, esperienza fantozziana quant’altre mai se proprio il vittorughiano Genna ha dichiarato di non aver dovuto studiare molto, se non i volumi della saga del Ragioniere; e questa parte non l’ho letta, ancòra, e sono curioso (come anche dele pagine che riguardano PierGiorgio Welby e di tutte le pagine restanti).

Però, prima di riporre il libro, sono capitato nel mezzo della sbobinatura di una conversazione tra Genna, unico difensore della poesia, e diverse persone non solo poco amanti della poesia, ma addirittura spregiatrici, odiatrici della poesia, con tanto di ragioni ideologiche a sostegno della loro avversione. A un certo punto, e la cosa mi è rimasta ovviamente molto impressa, una donna dice di detestare la poesia perché la trova primitiva: come i musulmani che, in pieno centro a Milano, mettono giù il loro tappetino e si volgono orando verso la Mecca. Affermazione che fa molto effetto all’autore, che debolmente oppone di aver conosciuto un tale, a Torino, che con la poesia ci campa, riuscendo a farsi mantenere da diverse donne. “Perché sono galline”, è la replica della donna; che, a questo proposito, paragona il suo amico a un pescatore che getti l’amo in una vasca di trote — evidentemente Torino ha fama di città in cui i poeti riescono a farsi mantenere dalle galline (“E poi Torino è una città di merda. A Torino piove sempre. Qualcuno di voi è di Torino?”).

A me quello che ho letto non è affatto dispiaciuto. Un suo fan e amico sostiene che Genna sia il primo scrittore italiano vivente, e, per come stanno andando le cose, potrebbe anche avere ragione da vendere, per quanto mi riguarda (solo che è tutto dire, questo è il problema). E’ certo che si fatìca, almeno io fatìco, a chiamare alla mente altri autori di adesso in grado di batterlo, per intensità e profonda fede, nonostante tutta la disperazione che, molto modernamente, traspare dalla sua febbrilità, nel genere iperrealistico-seborroico, date le sue tinte forti, una narratività di largo e lungo respiro, capace di un ritmo costante e molto sostenuto, di lingua copiosa: Genna è un pezzo da novanta, un vistoso nipote degenerato di Pasolini,  fluente e sovrabbondante; ma non caotico, e con un uso disciplinato, umile e intelligente della lingua. E’ uno scrittore; che sia grande o no non m’interessa stabilire, ma sa quel che vuole, o sa di voler volere qualcosa di definito, e quello persegue con tenacia e sincerità. Alla nudità, però, dice, non c’è ancòra arrivato, né pensa arrivarci mai; perché per arrivare alla nudità “bisogna essere dei genj”, ha detto, e lui non è e forse non vuol essere.

Assodato che si tratta di uno che ci sa fare e che è forse necessario leggere, devo ammettere, di là da tutti i limiti di gusto miei nei confronti di una certa scrittura (limiti che dipendono da un’esperienza, la mia, che non comprende il percorso di formazione del letterato, e quindi un rapporto molto diverso, e non necessariamente meno esteriore rispetto agli aspetti sordidi e puzzolenti dell’esistenza: si tratta dell’uso che ci si fa di quest’esperienza) di aver avuto più volte l’impressione, durante le mie spigolature del romanzo, che mi passasse davanti agli occhj l’immagine di un monaco medievale che si fustigasse, e si fermasse solo per sbirciarsi allo specchio i guidaleschi sanguinanti sulla schiena; e poi, tutto felice, ricominciasse. Un monaco, però — si badi bene — che non abbia come scopo la maggior di dio gloria, ma il Guinness dei primati per le piaghe più estese, più profonde e più purulente.

La fede, quando è profonda, è sempre rispettabile; ma essendo un percorso obbligato, escludendo qualunque saporosa deviazione, tende a distruggere in primo luogo qualunque congenialità, intesa come guida — che lo scrittore maturo dovrebbe considerare infallibile –, secundum porta a trasandare moltissime cose: troppe, forse, in determinàti casi.

Come nel caso della conversazione sulla poesia con quella gente così impoetica, tra cui quella donna, nei confronti della quale, pur avendola intravista di fuga tra le pagine di un libro appena leggiucchiato, provo una certa obbligazione: perché la sua definizione della poesia “primitiva” è preziosa e profonda. L’intenzione della donna potrà essere stata negativa, ma non è detto che dovesse essere anche quella di Genna, o di qualunque poeta e/o scrittore, o — perché no? — la mia. La definizione in sé, invece, è calzante, e persin bella. Pensando a quanto Genna sia rimasto di qua sia dai Miserabili sia da un capolavoro come il Secondo tragico, mi riprometto comunque di terminarlo il prima possibile, sicuramente non oltre domenica; dispiacendomi un po’, però, che allo scrittore manchi quella capacità, o quell’esigenza, almeno ogni tanto, di mettere giù il suo tappetino, mentre le macchine trafficano strombazzando per il centro di Milano, inginocchiarsi e volgersi verso la direzione che sente la propria, verso una sua personale mecca.

Qui il sito del libro.

221. Chi è? Chi è?

27 Nov

Chi è quella deficiente che ha cercato Alessandro Cazzi ottanta volte prima delle 8.00 di stamane (facendo lievitare vertiginosamente il numero delle visite, ciò che avrebbe pure potuto farmi un po’ piacere, posto appunto che non si fosse venuti a cercare proprio quello)?

220. Articolo duecentoventi.

22 Nov

Non è che abbia molto senso scrivere un post in cui si dice che non si ha voglia di scrivere — anche perché non è proprio vero: scrivo in continuazione, se è per quello, ma è la voglia di scrivere qualcosa di sinforoso, di concinnato & ben costrutto quella che mi manca; ma tant’è (il tant’è si collega a quello che c’è prima dello hyphen; vale a dire, nel caso in cui non fosse chiaro, magari proprio per niente, che lo so, che no, non ha proprio nessun senso scrivere un post in cui si dice che non si scriverà niente di che; ma è proprio quello che sto facendo, sicché suppongo che un tant’è ci stia bene, sicché ce lo metto — cioè, l’ho messo).

Al momento, in realtà, mi sto occupando di tutt’altro — non di tutt’altro che scrivere, mi sto occupando di altro, non sto scrivendo cose che possano finire in rete perché sono troppo lunghe e non sono complete. E anche se avessi pezzi brevi & in sé conclusi non avrei nessuna voglia di mettermi qui come un pirla a copiarli — cosa che ho fatto spesso nel passato, ma l’intenzione era appunto, se non quella di condividere alcunché con chicchessia, quella di ripassare sul testo, correggerlo, migliorarlo. Be’, si dà il caso che al momento non mi senta di scrivere cose belle, e non mi senta capace di migliorare alcunché. Sono, insomma, in una fase di vomito continuo; ma anche di chiusura rispetto al mondo, non mi sento comunicativo. Cioè, non sono mai stato comunicativo; il fatto è che non ho nessuna voglia di far finta di essere comunicativo. Prima di tutto non mi riuscirebbe (posto che mai mi sia riuscito, ma in questo caso, nel caso di questo preciso pomeriggio di sabato, meno che mai). Punto secondo — non c’è un secondo. Sono alla frutta. Avrò il diritto, no?

Non sono né angustiato né mi sembra di star facendo una di quelle imbarazzantissime confessioni da blog che mai e poi mai si farebbero con qualcuno incontrato per la strada — se qualcuno di voi m’incontra per la strada, se ha proprio tanta voglia di rompersi i minchioni, può anche fermarmi e chiedermi di ripetergli tutto questo da capo a fondo. Magari non con le esatte parole, ma gli ripeterei il concetto esattamente per com’è esposto qui, nella sua succhiosa essenza. Stato soporoso, meschino, squallido, che suppongo essudi dalle mie affermazioni, per scritto e in voce, per qualunque siasi formulazione io voglia optare. Sono spompato, mi rassembro a uno stronzo molle: questa è una formulazione più densa e altrettanto veritiera, dal punto di vista euristico esattamente equipollente. E’ questo uno dei rari casi in cui forma e contenuto, volendo, possono anche essere distinti, ma comunque è inutile, perché anche distinti sono esattamente sovrapponibili.

Oggi, però, è una bella giornata.

217. Ah…

12 Nov

… e vaffanculo a Mario Bianco, naturalmente.

214. Mal di testa.

3 Nov

Insomma, sono tre giorni che ho un mal di testa pervasivo, non forte che ha fitte fortissime tutte le volte che do un colpo di tosse, mollo uno starnuto o sgancio dell’altro, ovvero se faccio un movimento inconsulto qualunque siasi che mi faccia scotere la testa, e non riesco assolutamente a mandarlo via — ho anche fatto una specie di limonata calda con un limone che una settimana fa m’avevano dato come extra alla mensa, la residua acqua minerale naturale rimasta in una bottiglietta da mezzo litro, dovuta ad un’altra mensa, e quattro bustine di zucchero dovute a ben tre bar, facendo andare il tutto nel microonde dell’Oftalmico, ma non m’è servito a un beato cazzo, come non m’è servito mangiare, per la prima volta (credo) da due settimane, un piatto caldo oggi a mezzogiorno: tutto permane là dove dovrebbe scorrere, & scendere, pare che nulla debba avere effetto, nulla debba servire a nulla, sicché, posto non si tratti (tiè e aritiè) di qualcosa di molto peggio, se proprio è un semplice blocco intestinale (sono salito sul cesso solo due volte nel giro di tre giorni, e con scarsissima soddisfazione), o solo indigestione — in questi due giorni ho mangiato, per puro tedio, almeno il triplo di quello a cui sono abituato (o sarà il freddo? o la carenza da bevande calde?) –, forse basterà una giornata di digiuno; forse basterà, dico, perché intanto il malditesta perdura, e per tutti e tre questi tre giorni mi ha impedito di applicarmi con qualche continuità alla scrittura, benché la mia assolutamente filosofica calma, la mia disposizione d’animo interamente socratica, la mia compostezza mentale di ordine quasi confuciano, la mia semplicità di sofo ellenistico, la mia stoica pacatezza, tutto questo, dico, dovesse mettermi nelle condizioni più platoniche per questo nobile esercizio, e farmene lucrare epicurea mercede, sicché adesso, molto semplicemente, potrei continuare con amidico fervore, con apollineo entusiasmo, ad applicarmicivicivicivisi, sennoché un Dioniso piombatissimo mi scatena tutta una notte di misteri nella Delfi del cranio, un Saturno adirato con nubi d’assafetida mi contorbida i sentimenti, mi delirano marinistiche le parole, mi si rivoltano sturmunddrangiche le frasi, il ben dell’intelletto mi si contorce espressionista, mi saltella avanguardista, mi si sbrana surrealista; non tengo insieme pensiero con pensiero, perché spade picche alabarde di fitte pulsanti me li trafiggono, me li sventrano, me li squartano tutti; non ho visione poetica, perché nugoli di fosfeni disturbano la comunicazione tra me e la musa; non ho respiro di frase concinnata perché il dolore mi mozza il fiato; non ho memoria perché un carroarmato è passato sopra gli archivj del mio cervello; non ho unità di pensiero perché i miei due emisferi sono divisi da una sega circolare; non ho articolazione di pensiero perché mie sinassi sono scoppiate; non ho coerenza di pensiero perché i miei neuroni, rotto il patto sociale e dichiarata l’anarchia totale, vagano imbestiati a destra e a manca in un caos che non è presagio di nessun cosmo di vita, ma è l’esatta riproduzione di quello che avviene con i batterj nelle fosse settiche — tanto dura questo mal di testa, che credo non finisca mai più, e come Pilato emicranioso che non voleva sapere né di giudizj, né di Giudee né di Cristi, ma sperava che il dolore o la vita finisse, rimango in attesa dolorante, indifferente a tutto, senza tentare di consolarmi con buoni pensieri, perché non ho forza di coltivarne buoni, senza lasciarmi assalire da cattivi pensieri, perché non ho forza di concepirne cattivi, senza pensieri — direi — affatto, non ristorato dall’aria aperta, non lenito dal caldo e dal chiuso, dal maggiore o minore numero di vestìti, dalla presenza o dall’assenza di copertura sulla testa, dalla posizione delle braccia in alto o in basso, dalla flessione del collo con movimento rotatorio, dall’immobilità di tutte le giunture; dal massaggio delle tempia; dalla vellicazione dei menischi; dall’ingestione d’acqua dal naso; dalla respirazione bocca a bocca con un attaccapanni; dalla tracheostomia improvvisata con penna & cannuccia di carta; tutto, tutto m’è inutile.

208. 20 ottobre.

20 Ott

Il titolo del post non tragga in inganno: si tratta molto semplicemente della data di oggi. Giorno per me sempre funesto, insieme con quello dell’8 marzo (la festa della donna non c’entra assolutamente nulla, ovviamente), ma non è di questo che voglio parlare — non è il caso, non qui.

Ecco, jeri parlavo della gente di merda, lumeggiando appena alcuni degli scambj — ma proprio così, incidentalmente, per dare un’idea — di pettegolezzi e vaccate che per un pajo di mesi, ormai, si sono succeduti. Io, non sapendo che cosa fare di meglio la sera, mi sono rassegnato a sedere spesso in pizzo a qualche panchina, alternando gli sbadiglj con la odd sentence lasciata cadere di tanto in tanto, mentre subivo chilometri di blatere ed esplosioni astiose.

Dovevo ben immaginarmelo che, come barbone, non dovevo fidarmi delle compagnie che avrei trovato. Non si tratta di innocui spostàti, no, si tratta di pazzi completi, furiosi e unbounded. L’inizio della fine dei miei rapporti con essi è stato quando l’Imbecille è riuscito a reinfilarsi in casa della Vacca raccontandole che, se c’era stato qualche dissapore tra lei e lui era tutta colpa mia (quale sarà il mio aggettivo sostantivato? Povero Pirla?), che mi sono adoperato in ogni modo affinché finisse in mezzo alla strada, insieme a me. Probabilmente per mie gelosie, per il fatto che loro hanno una casa e io no, e poi si sa che quelli come me odiano le donne.

Qualcosa mi dice che mi sono sottratto appena in tempo (o quasi). Infatti oggi sono andato come di consueto al M.te de’ Cappuccini, dove quando ne ho bisogno posso chiedere qualche vestito. Stavolta il frate me li ha negàti, con una scusa qualunque, cioè inventando una frase che avrei detto tempo prima e che l’avrebbe lasciato offeso. Mi pareva evidente che parlasse a suocera perché nuora intendesse. In effetti, l’Imbecille e il Subnormale, fino alla settimana scorsa, sono voluti salire con me a prendere i panini dal frate. Sabato non sono andato. Loro evidentemente sì. E m’è tornato in mente qualcosa di vago che avevo sentito a proposito di Racchia, una cosa che al momento non avevo capìto, circa il fatto che avrebbe chiamato i Vigili e/o l’Asl per fare un’ispezione nella casa della Vacca, che in due case minuscole, in condizioni igieniche pietose, ha qualcosa come ventisette gatti (posto non ne siano morti altri nel frattempo), nessuno dei quali vaccinato e con l’Aids felino. Non avevo capìto allora, capisco adesso. [Dopo la segnalazione, naturalmente, le due hanno continuato a strusciarsi insieme. La Vacca probabilmente deve aver detto qualcosa di compromettente ai genitori della Racchia, che sono due casi umani, e la cosa poi è andata avanti di ripicca in ripicca, questa è una troja, quella è una bocchinara e ci siamo riconciliate e tesoro sei la migliore amika]. Quanto al M.te de’ Cappuccini, mi limiterò a non andarci più. Un pasto al giorno, comunque, mi è di norma sufficiente. 

Possono passare anche a s. Antonio, volendo, ma non credo che riusciranno a farmi negare il pasto: lì extra non ne chiedo e non ne dànno.

Non farò, per ora, nulla: lo prendo, temporaneamente, come parte integrante del mio quotidiano martirio. Sono stato un idiota a permettere che si arrivasse a questo livello di confidenza, la colpa in fondo non è d’altri che mia. Non farò nulla anche per ragioni concrete, materiali: a parte il blog, che mi concede al più mezz’ora di nugae al giorno, sto tentando di finire qualcosa, e, con quel qualcosa, di risolvere un po’ la situazione. Peraltro, non è nemmeno un momento dei più brutti. Intendo sfruttare intensivamente la vena, finché produce, in modo da andarmene il prima possibile da questa città. Non è questo il momento per pensare a queste cose.

Potrebbero succedere cose più gravi? Non lo so. Tutti abbiamo qualcosa da perdere, anche quelli, come me, che sembrano non avere nulla. Impossibile prevedere dove potranno arrivare le passioni distorte, risentimenti e gelosie, di un gruppo di malati di mente che si eccitano a vicenda, e perlopiù a vicenda si aggrediscono, salvo che non ci sia qualche malcapitato di passaggio. Non nego di non aver previsto nulla del genere: la mia è stata un’idiozia, come già detto, e della più sesquipedale specie. Dovevo evitarli, e purtroppo, data la mia fiacca abitudinarietà — sono un barbone molto metodico, in un certo senso, la mia è una vita esteriormente assai monotona –, sono quasi sempre raggiungibile. Alla peggio riparerò in qualche altra biblioteca — m’è tutto assai scomodo, ma pazienza. E poi me ne andrò.

E’ bello il commento del marinajo  sotto il post “Gente di merda” che precede questo. Ma non prevede, nei rapporti umani, la rilevanza di un fattore: e cioè l’ìmportanza di quello che siamo noi  che veniamo in contatto con le persone. Persone che non si permetterebbero mai uno sgarbo a chicchessia, di fronte a una presunta debolezza, non appena presumono di avere una misura, piccola o grande, di vantaggio su qualcuno, scoprono una malvagità senza pari. E questo, trovo, è molto interessante e istruttivo, & meritevole di approfondimento.

Riprenderò questo argomento solo e se ci saranno ulteriori sviluppi (specie sgradevoli, ma non necessariamente per me).

207. Gente di merda.

18 Ott

Io credevo, in effetti, di potermi mescolare alla gente come cavolo volevo, ossia di passare disinvoltamente sopra le mie specificità, le mie complessità, le particolarità, piuttosto rare, della mia persona e del mio personale destino, e, giusta la massima illustrata da una popputa donna blasée di Altan appesa a una parete del container di c.so Tazzoli, dimostrarmi un qualcuno, ossia non uno di quei nessuno che difendono la propria identità a tutti i costi — magari isolandosi, magari decidendo di astrarsi da tutta una serie di umani commercj.

Temevo, nella fattispecie, che un isolamento eccessivo, una chiusura nella turris eburnea dei miei stiticissimi interessi potesse portarmi gradualmente all’inaridimento. Mai e poi mai mi sarei detto che dall’interscambio con alcuni miei simili, per quanto gentucola (anzi! doveva essere la più saporosa, nelle sue irregolarità, nel suo non farcela, nella sua nullità poteva in qualche modo rinfocolare qualche brandello di memoria del mito boemesco, o para-tale, mezzi artisti, mezze cartucce, mezze seghe), potesse venirmi alcunché di male, a parte un po’ di noja, perché proprio non immaginavo che in effetti potesse venirmene.

Mi sono ritrovato, del tutto disinvoltamente, coinvolto in una specie di caricatura del salotto di Maria De Filippi, sdrucitissimo e triste (cioè ancòra più sdrucito, ancòra più triste), senza pause pubblicitarie ad alleviare ogni tot minuti il tedio pestilenziale del dialogo, in una ridda di lui ha detto e l’altra è troja, e quello se n’approfitta, e io so’ troppo bona de core — un microclima in cui non si può dire che le specificità, ossia, per dirla papale, le differenze siano calpestate perché, molto semplicemente, non si concepiscono differenze: un brodo primordiale, indistinto, in cui, se io rimanevo solo con Vacca, Imbecille era geloso, nonostante sapesse che sono ricchione; mentre se rimanevo solo con Imbecille, si doveva passare la sera seguente a discutere se percaso era finocchio pure lui; mentre Finocchio, con la majuscola, teoricamente eterosessuale, vistosamente tutt’altro, propalava ai quattro venti che Vacca ci aveva provato anche con lui (non ho capìto mai perché nessuno gli credesse); mentre Bamboccio metteva frasi sue in bocca a me (ma mettimi la bocca sul pipino, piuttosto, scemo — scusate), sicché io avrei sostenuto che Vacca è fredifa … gredifra … fedigfra… gfedrig … insomma, che è una puttana.

&c.

Purtroppo, poi, li incontro anche piuttosto spesso; e se decido di andare d’accordo con Imbecille mi trovo ancorato, spesso, anche Subnormale, che si porta dietro Racchia, che per la verità non avrei mai più voluto rivedere, che nonostante tutto deve tutte le volte ricavare un angolino di tregua nella guerra fredda (!) per riferirmi qualcosa di fondamentale che Vacca, che ho mandato a fare in culo da quant’ha, manda a dire a me, ma per tramite suo, riferitamente a cose di tre settimane prima, condendo il tutto con una serie di accuse ovviamente campate per aria dimodoché io m’imminchj e, imminchiandomi, non mi defili, e rimanga nel calderone a farmi la guerra dei sessi e del sentito dire e del lui ha detto e corre voce che tu hai sostenuto a gran voce, davanti alla Gelateria delle Alpi, che io lo prendo volentieri anche dietro, e attento che Vacca ha detto a Subnormale che Imbecille le ha mangiato tutte le gallette di riso – e lei a differenza di quello che tu sostieni mica se li scopa, lavora, lei. Poi ci sono gli amici esoterico-fascisti di Imbecille, gli aneddoti, quasi tutti falsi, dell’avventurosa vita di Subnormale, le corna non presunte di Vacca, Racchia che, Finocchio il quale, e il Moccioso che invece pure.

Trombare, nemmeno parlarne. Cui prodest, allora?

Ma, soprattutto, perché a me, signore? Che cosa ho fatto, io? E soprattutto, che cosa NON ho fatto che avrebbe potuto evitarmi questa full immersion nell’incubo? Io credevo (credevo, appunto) che bastasse guardarmi in faccia per capire che non sarei mai stato a disposizione per giri di questo tipo; il mio stile di vita, con le piccole pretese borghesi di questa gente (gente?), avrebbe dovuto tenermi lontano da loro, cioè salvaguardarmi, tenermi provvidamente al riparo. Datemi tutto il vostro disprezzo, oh borghesi. E io, anche in casi simili, sarei stato certamente abbastanza forte (e credevo, credevo di essere forte abbastanza) da imporre una mia linea, chessò, far vertere il discorso su altri argomenti, proporre cose, tour inconsueti. Trovare contenuti. A costo di scuoterli, tutti, come bussolotti, sbatterli contro il muro, spremerli.

NIENTE. Ci sono dei baccelli, tra noi, e io non volevo crederci.

Ho preso le distanze (non so da che pianeta sbarchino, e non ho nessuna curiosità in materia), dichiarando che sono quello che sono, in altri termini gente di merda. Si sono anche offesi, qualcuno ha berciato, il Moccioso ha fatto una scena piuttosto saporosa di frustrazione & dispetto (ma non mi diverte più, non mi divertono più), m’è rimasto appiccicato uno, tra tutti, che lancia piccoli ami. Ma io non abbocco. Jeri ha cominciato a capire — non voglio essere sgarbato, con lui, ha sempre tenuto ad avere un comportamento piuttosto corretto, anche se si è sempre troppo prestato a fare da corriere da una parte all’altra, riferendo che Imbecille ha detto che ho fatto di tutto per seminare zizzania tra lui e Vacca, insistendo affinché rendessi il saluto a Racchia, che in fondo è anche la sua ragazza,  o a sort of, e altre cose.

Le definizioni di untermensch, di non-persona, &c., sono calzanti, io ritengo, e insufficienti. Esistono esseri che sono come colonie batteriche: si rappattumano, e partono all’attacco. Succhiano, erodono, sgretolano tutto: tempo, pazienza, volontà. Come il corpo è aggredito dai microrganismi quando è più debole, così questi demolitori cooptano spostàti, gente con problemi, e probabilmente si assiepano ai capezzali dei moribondi.

Facciamo conto che questa sia una favola. La morale è: siete gente di merda? Evitatemi, o son cazzi vostri.

***

[A proposito di gente di merda, scopro ora che quel cornutazzo di mio (diciamo) “fratello” ha aperto un sito, che ha tutta l’apparenza di essere in preparazione. Anche ne avessi i mezzi non glielo crasherei, credo. Gli crasherei più volentieri la testa, a quel ladro maledetto, a partire dalle corna. Qualunque iniziativa abbia preso, deve andargli nel peggiore dei modi possibili; e in maniera anche più merdosa.

Tiè e aritiè.

Stronzo].

199. Per Vincenzo Appuzza.

29 Ago

Stamane (mi trovo alla Nazionale), connessomi, apro, dopo la posta, la board del blog e mi ritrovo con due messaggj di spam in attesa dentro il cestino di akismet. Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio62 su wordpress e blogvillage), con i risultati di due ricerche con google e una serie di marcj insulti al sottoscritto.

Il quale gli avrebbe dato dello “homeless”, scopro con stupore: cosa mai avvenuta.

Semmai “straccione”, ma “homeless” mai e poi mai.

I due sconcj messaggj contenevano le espressioni “vaffanculo”, “stronzo” e “figlio di puttana”. Reso edotto il pezzente schifoso che me li ha mandati che se si tratta di andare a fare in culo ci vado, e quanto mi pare, indipendentemente dai suoi inviti; che, stando all’odore, dei due lo stronzo non credo proprio di essere io; che mia madre fu una persona onesta, a differenza di quello sfasciume pustoloso e ignorante che ha dato i natali al suddetto pezzentone, mi pregio di informarlo che:

1. I suoi messaggj a questo blog sono filtrati, e da lunga pezza, ragion per cui è del tutto inutile che scriva di nuovo, men che meno insulti, che può provarsi a rivolgermi personalmente in qualunque momento, senza ricorrere al vigliacco tramite della Rete;

2. Che è del tutto inutile che si atteggj a màrtire, e che presuma di inchiodare gli altri alle proprie (peraltro inesistenti) responsabilità quando non si pèrita dal ricorrere a mezzi patentemente illeciti per sfogare le sue rabbie insulse — correndo peraltro il rischio di una bella denuncia alla polizia postale.

3. Che qualunque altro attentato alla mia pace, tramite Rete e no, sarà riferito qui sopra, coralmente, in modo che chiunque passi sappia di che pasta è fatto Vincenzo Appuzza. Salvo, appunto, rivolgermi alla Polizia.

Consiglio di dedicare meno tempo a cercare lambiccate mendicate scuse per il fallimento di una vita, e un bel po’ di più all’igiene personale.

Fine della comunicazione.

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Pare incredibile, ma il relitto umano (e gran figlio di una troja) s’è permesso di mandare ancòra queste due perle:

  • enzo | vincenzo.appuzza@alice.it | enzuccio69.wordpress.coms | IP: 158.102.162.9Suggerimento: Risparmia tempo premendo Invio sulla tastiera, anziché fare clic su “Cerca”
    se non hai un cazzo da pettinare ficcati un dito uin culo magari poi lecchi,vedi di che merda sei fatto.

    Risultati di ricerca199. Per Vincenzo Appuzza. « anfiosso29 ago 2008 … Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio69 su …
    anfiosso.wordpress.com/2008/08/29/199-per-vincenzo-appuzza/ – 3 ore fa – Pagine simili

    Non è spam — Ago 29, 1:49 PM — [ Visualizza Articolo ]

  • enzo | vincenzo.appuzza@alice.it | vincenzo.appuzza@alice.it | IP: 158.102.162.9199. Per Vincenzo Appuzza. « anfiosso29 ago 2008 … Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio62 su …
    anfiosso.wordpress.com/2008/08/29/199-per-vincenzo-appuzza/ – 3 ore fa – Pagine simili

    rivai a vanculo, se non hai un cazzo da pettinare ,ficcati due ndita in culo ,e ,poi leccati le dita, nessuno ti autorizza a menzionare il mio nome

    Non è spam — Ago 29, 1:45 PM — [ Visualizza Articolo ]

  • Questo mentre avvertivo i responsabili della biblioteca di quale uso si stesse facendo dei terminali messi a disposizione del pubblico.
  • Mi sa che non sono stato chiaro.

196. Il Corvo.

7 Ago

L’altro giorno leggiucchiavo alcuni albi (4, del ’94, l’ed. italiana) de Il Corvo, il fumetto (1988-’89) di James O’Barr da cui poi i quattro film dark-fantasy (1994, 1996, 2000, 2005). Una cosa straconsolatoria: uno zombie, Eric Draven, si vendica di una banda di tossici che ha fatto fuori, a freddo e per puro divertimento, lui e la moglie Shelly, in pieno idillio neomatrimoniale. Una cosa borghese, insomma, nella quale la fonte del compiacimento è nel “valido” pretesto fornito al vendicatore per l’adozione di pratiche sadistiche e di uno spiccato travestitismo: molto Tom of Finland le scene, abbastanza frequenti, di bettole e osterie da bassifondi, con molti culi scolpiti inguainati nel cuojo, stivali, anfibj, scialo di bistri e rossetti. Noto anche una nota fortemente regressiva nella concezione dei volti, tutti con occhj grandissimi, come ce li hanno i cuccioli e i bambini. L’aspetto regressivo specifico, centrale, è quello della reversibilità — prima di tutto nella scelta della figura dello zombie, che poi è una sorta di joker e vampiro “asciutto”, un ritornante, che simbolicamente serve a lenire l’amarezza dell’essere “morti dentro” tramite la prospettiva del tutto fantastica di un’acquisita onnipotenza. Il Corvo ninna le coscienze — con le sue straccionissime atmosfere dark anche quelle dei più spostati — con la favola che sia sempre possibile riparare il torto, anche il più estremo, con la possibilità di ricorso al soprannaturale per rimediare il dolore della perdita, o la perdita tout court. Tutto questo è arcinoto.

Se, tuttavia, la funzione simbolica di queste scritture e storie è ingenua e fallosa, il vantaggio che hanno su rappresentazioni più mature, o semplicemente ciniche, rinunciatarie, sfiduciate, superficiali in ogni altro senso, è proprio nel loro sorgere da un più serrato, immediato confronto col dolore, nella più positiva speranza di una forma di salvezza — cioè in un bruciante, immediato ma coerente, durevole, bruto desiderio della stessa –, nonché nella consapevolezza profonda di averne pieno diritto. Il modello remoto è quel miracolo che ha titolo Il conte di Montecristo, l’unica novità del genere e il vero capolavoro, dove effettivamente è rappresentata, con un’ironia che i più remoti e inconsapevoli discendenti di Dumas père non hanno poi mai avuto, una cristologia antifrastica, che nel nome della giustizia per gli oppressi scivola facilmente e come automaticamente in un giustizialismo abbondantemente pagano, rivoluzionario. Rodolfo di Gérolstein era ancòra intermediario, e quindi garante di un ordine costituito talora disfunzionante (lui era lì a mettere una toppa, diciamo, di tanto in tanto); Edmond Dantès è assolutamente autogestito, e la sua carriera di vendicatore coincide con il suo percorso di miglioramento di sé — commutativamente, il miglioramento di sé è un riscatto sociale, ossia una vendetta. Non tutto quello che stava nei presupposti illustri del grande filone è pervenuto ad epoche più recenti.

Ma non è nel progetto ultimo di queste scritture che dev’essere cercato il loro valore — perché se hanno attrattive, allora hanno valore –, quanto nell’inesausta sete di giustizia, nella vigorosa consapevolezza del diritto alla vita e alla felicità. Se dunque il presupposto è increscioso e miserevole, e la conclusione, o pseudo-soluzione, è miserevole due volte, è il durante, il suo dipanarsi configurandosi come ostinata, non vinta reticenza alla dissoluzione degli astj e dei rancori nell’obbligatoria quiete, metodica e punteggiata di segnali rassicuranti, a cui sono finalizzate le leggi della convivenza, che si propongono insieme come inibitorie ma anche come lenitive, che dev’essere scovato il pregio di questa narrativa. In fondo, in qualunque narrazione il presupposto e la finalità sono secondarie rispetto allo svolgimento. In questo caso la “parte centrale”, nei due sensi, comunque sia inquadrata, consiste nella rappresentazione del rancore e della brama di liberazione; in forme ipertrofiche, iperespressive e violente rancore e brama di liberazione diventano mera pornografia: e la pornografia, si sa, è istruttiva. Diventano concepibili, acquisiscono una liceità. In questo è la loro funzione; e il loro forte richiamo, nonostante il tratto squallido, il cattivo gusto, l’implausibilità — proprio grazie all’incresciosa, volgarissima scopertura delle intenzioni sottese (e neanche tanto sott-).

195. De Valérie?

14 Lug

Ci ho sbirciato dentro e devo ammettere di averci, in generale, capìto assai poco (in specie come mai tra i ringraziati figuri Lina Sotis, di cui è riportato uno di quei pareri per cui di solito si è poco portati a ringraziare. Spirito? Understatement? Ironia? Idiozia?). A un certo punto l’autrice e protagonista sostiene di essere la reincarnazione di molte donne della storia. A questo proposito, a pagina 81 parla di una certa Louise de Valérie, che si attribuisce come amante a Luì Catòrc. Mi ci sono scervellato sù per dieci minuti buoni. Poi alla fine ci sono arrivato. E dire che ci si sono messi in due a scriverlo.

194. Lezioni di satira.

10 Lug

No Cav Day. Sabina Guzzanti #1parte
 
 

 

 

 

 

No Cav Day. Sabina Guzzanti #2parte

Quando Sabina Guzzanti fu trombata, nel ’03, lei col suo Raiot, ricordo che si ripeterono le solite snervanti discussioni su che cosa sia la satira, se essa sia lecita, e in quale forma. Nessuno si rifece, men che meno, ovviamente, quelli che erano stati berteggiati dalla stessa Guzzanti, ai classici; nessuno si diede la pena e la briga di scovare il senso della satira — qualcuno forse ne scovò la definizione sul Devoto-Oli, ma la definizione e il senso sono due cose diverse, e per capire il senso la definizione non basta e non serve.

L’ultima volta che la Guzzanti, col suo fare timido, il suo eloquio insieme puntuale e disordinato, comunicativo e tongue-tied, ha colpito è stato al No Cav Day di Roma, dell’8 luglio appena scorso. Il bersaglio era innanzitutto la prostituta ministra Mara Carfagna (a cui si devono peraltro recenti, fetenti dichiarazioni in materia di diritti gay), che si sarebbe sentita insultata dai franchi riferimenti a quello che lei stessa, la ministra scrofa, ha detto in materia di ciucciamento di cazzi durante una telefonata. La stessa ministra bocchinara ha stabilito di sporgere denuncia contro la Guzzanti. Persino Paolo Guzzanti, padre di Sabina e forzista, è stato circondato dalla disapprovazione dei suoi, mentre la ciucciona ministra riceveva penosi attestati di solidarietà da molte donne che non hanno mai capìto un cazzo, né a destra né a sinistra.

Il blog della Guzzanti è stato oscurato, pare da jeri, e io non riesco ad entrarci.

Sembra pacifico (lo ha detto anche Guzzanti il padre, intervista sulla Stampa di oggi) che ciò si debba a un provvedimento volto a placare l’animo esacerbato dalla ministra bagasciona. Quasi non posso crederci. Spero che alla prossima pompa la Carfagna si strozzi.

Dicevo, comunque, i classici. A me la definizione che più piace, anche perché è la più chiara e netta che abbia mai incontrato, oltreché di fonte autorevole (classica, appunto), è quella che segue:

[Sulla satira in generale].

Dicono che la satira deve mordere i vizi e non le persone: e questo a me pare falso. Che cosa sono i vizi senza l’uomo? Non altro che un’astrazione, la quale può esser cosa da moralista, non da artista. La Satira attacca il vizio nella persona, nel particolare che è un’eccezione ed un’opposizione al generale; il generale non è da Satira, perché non è vizio. La Satira antica, rappresentativa fra i Greci e discorsiva fra i Romani, fu sempre personale, e però fu artistica, diversa da quella moderna che pare piuttosto un sermone o una predica. Aristofane, Luciano, Orazio, Giovenale non istanno su i generali, quindi non declamano, ma feriscono l’uomo tristo senza riguardi: e Dante non teme dire i nomi dei re, dei papi e di tutti i malvagi grandi e piccoli che egli giudica e condanna. Le Satire di acqua e latte non fanno risentire nessuno, non giovano all’umanità, non sono opere d’arte quantunque siano rifiorite di eleganze

Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana dettate nell’Università di Napoli [1866-’72], Sedicesima edizione stereotipa. Cav. Antonio Morano Editore, Napoli 1894; p. 343.

[Mi piace anche aggiungere quello che si dice a proposito di “Quinto Settano”, cioè mons. Ludovico Sergardi, 1660-1726, che non riguarda il presente discorso direttamente ma serve ad approfondirlo:

Le migliori satire di questo tempo [sta parlando del Seicento] sono quelle di Q: Settano, ossia di monsignor Lodovico Sergardi sanese, scritte in latino, e da lui stesso voltate in italiano […]. [Contro] Gian Vincenzo Gravina … il poeta avventa le ingiurie più sanguinose, e gliele dice in bella lingua e bei versi; e ne dice anche al Guidi, e agli altri eunuchi poeti d’Arcadia. Avete un bel dire che Settano non doveva pigliarsela con un uomo come il Gravina […] Settano si fa leggere, Settano è un artista […]. L’artista non è uomo da sermone, non gli potete dire il non si può, perché egli può ogni cosa. Dopo di aver letto quelle Satire io ho detto tra me: Hoc more vivitur Romae. Monsignor Sergardi vi ritrae dal vivo quel mondo di abati che si ciurmavano fra loro, e cercavano di ciurmare anche i posteri. Noi ci scandalezziamo di quelle satire perché siamo ancora vigliacchi, ed abbiamo paura di chi dice il vero (Pp. 346-347)].

193. Dattiloscopia.

8 Lug

Questa cosa di alcor è bella, utile e comportevole.

Nel frattempo ho sentito, sempre a proposito dei bambini rom (che ovviamente non sono gli unici e i soli ad essere schedati in questo modo, ma è ovvio che per loro si senta più rincrescimento), che a Napoli e a Torino è già stato fatto.

192. Letteratura italiana 2008.

7 Lug

Uno

&

due.

[Ah, alcor, questo non basta.

Abbraccio].

191. bem bero e bera sono tre cretini?

4 Lug

Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2008-07-04

Riassumere: 7 Giorni 30 Giorni Trimestre Anno Dall’inizio

Oggi

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delitto sull’autostrada, ballo liscio 1
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182. Conversione. Carme religioso.

15 Mag

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

E il peso di tal lacrimarum valle

Farmi cader da le dolenti spalle

Posso, e ogni peso mio depor, ch’ho dio.

Lascio i sensuali amor’: ché inseguir gonna

Unqua disdisse; pianga, chi a mollizie

Cede, che ve’ che selva di delizie

Gli aggrava e piega il capo, or ch’ama donna!

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

E ogni tema spogliar di disonore,

E senz’ambagi amar di tutto cuore.

Posso ogni voluttà depor, ch’ho dio.

Lascio le vanità: blandizie insane

Donde non trassi che forti amarezze;

Chi da dio sol ritrae tutte dolcezze,

Da ogni altro gaudio trae un tedio cane.

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

Più non ha possa in me fama, decoro,

Ricchezza, potestà, empia fame d’oro.

Posso ogni vanità depor, ch’ho dio.

Lascio ogni mio furor: tuoi mali tanti

Forse non san già tutti? Non ti sanno

Da’ tuoi lai? Ahi che in te l’ira del danno

Calò quale mannaja, ah, tutti i santi!

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio:

Non m’ange più, più non m’assal la rabbia

Del leon che s’aggira e rugge in gabbia.

Posso ognun odio mio depor; ch’ho dio!

180. Fiera del libro.

8 Mag

Tre anni fa avevo la possibilità di entrare alla Fiera del Libro di Torino con la tessera di qualcun altro. Sono arrivato sulla soglia e me ne sono tornato indietro: avevo sentito che c’era questo e c’era quell’altro, e poi quell’altro ancòra, e mi sembrava di andare a visitare un post del forum Holden. Due anni fa c’era la possibilità di un abboccamento con qualcuno, ci saremmo visti alla Fiera del Libro di Torino, avrebbe pagato il biglietto. All’ultimo momento tutto mi è sembrato così squallido che ho preferito defilarmi. L’anno scorso mi avevano procurato un biglietto per la Fiera del Libro di Torino: me l’avevano lasciato in un’edicola sotto casa. Non sono passato a ritirarlo. E’ stato più forte di me, l’idea della Fiera del Libro mi faceva soffocare dalla noja.

Quest’anno invece sembra tutto molto più animato, chi l’avrebbe mai detto? Chi ha mai detto che le fiere del libro devono essere tediose? Intorno ai libri, con qualunque pretesto, ci vorrebbe sempre tanto, tanto casino.

“Chateaubriand si chiedeva (prima della Rivoluzione) come si poteva normalmente vivere in tempi di troubles publics storici e come faceva Montaigne a scrivere si gaillardement in un castello di cui non si poteva fare il giro senza correre brutti rischi con le bande armate”. Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, Milano 1998, p. 108.

176. Rosa Bossi-Berlusconi (1911-2008).

5 Feb

Non di spumanti calici
La gioja ebbra saluti
Del tuo già quasi secolo
I termini scaduti;
Sul marmo in cui in quest’attimo
Tra i più ti si registra
Pirriche non t’intreccino
Le nonne di sinistra:
Solo oda la tua tomba
Il sasso che giù piomba.
*  *  *
Poiché non ti s’addicono,
E tanto più giulivi,
I giubilanti cantici,
Quanto son più tardivi;
Ma piuttosto l’attonito
Ooooh di gente sorpresa:
Non perché al capolinea
Tardi tu sia discesa,
Ma perché quella porta
S’è aperta; & tu sei morta.
*  *  *
Né a noi gaudio né lacrime
Causi la dipartita;
Ché fu per sé incolpevole
Quest’ora spenta vita.
Possa piuttosto renderci
Sulla sua discendenza
Un’ora inoppugnabile,
Più grata conoscenza.
Benché vivano eoni
Muojono i Berlusconi.

174. Metaforum & democrazia.

10 Gen

Benché sia abbastanza difficile da credere, il dirigente di un’agenzia di lavoro interinale qui di Torino è anche dirigente in una casa editrice, di medie dimensioni ma assai valorosa, meridionale, l’Avagliano. Motivo per cui chiunque s’immatricoli presso l’agenzia può far richiesta di volumi stampati da questa ottima casa, a titolo assolutamente gratuito. Me ne hanno regalati sette.

Tutto questo non c’entra nulla con quello che mi viene da dire a proposito di uno di questi sette libri, il secondo di cui ho completato la lettura — si tratta di Divora il prossimo tuo, di Enzo Verrengia, 2004, dedicato al cannibale di Rotenburg, Armin Meiwes. E’ uno strano instant-book, infarcito di flaccida erudizione: dal momento che l’assassinio è avvenuto in Germania, l’autore ha voluto diffondersi ampiamente sulla violenza nazista; dato che cannibale e cannibalizzato si sono conosciuti in Rete, non mancano diverse riflessioni sul funzionamento delle comunità virtuali; &c. Informazione che l’autore ha voluto di volta in volta inquadrare entro un proprio disegno, per dir così, ideologico, ignorando allegramente gli scompensi derivati dalle derive rispetto al tema assunto, che così rimane schiacciato piuttosto che valorizzato da tanti excursus. Posto che un tema del genere possa essere lumeggiato a dovere da un uomo che non sia contemporaneamente osservatore spassionato e cannibale a propria volta, una circostanza che di per sé è piuttosto difficile che si verifichi.

Piuttosto, tutta la fetta digressiva sul funzionamento di fora e ciats mi si è presentato in un momento in cui avrei voluto, quasi acutamente, riprendere in mano Troppi paradisi di Walter Siti, non perché c’entri con la Rete, quanto perché è un testo importante, onesto e profondamente inquietante su una società in cui, non essendovi ormai più, almeno in potenza, nulla che non sia democratico o democratizzabile, ad una certa specie di intellettuali e scrittori, magari più della vecchia che della nuova guardia, sembrano venire a mancare completamente gli spazj stessi della comunicazione letteraria, e l’atmosfera vitale in cui lo stesso fare letterario può effettivamente essere.

Ma Siti, appunto, non c’entra: mi riferivo ad esso esclusivamente perché, ripensandovi a distanza di mesi e mesi dalla lettura, mi è parso proprio jeri di coglierne l’intima essenza ideologica. Peraltro in Troppi paradisi Siti ha fatto materia di romanzo la propria attività triennale come coautore del Grande fratello, il reality ottimo massimo, e dunque massimo esempio di utilizzo dei media, o del medium che fino a qualche anno fa poteva essere definito di punta, o il medium antonomastico, declinato a finalità di esercizio cannibalico, propriamente sadiano, di un potere sostanzialmente incontrastato, perché fondato sul consenso delle stolte vittime. Forse queste ultime parole dicono qualcosa sulla coincidenza tematica che mi è parso di cogliere, sia pure con qualche poetica forzatura (della quale sono conscio) tra i due testi, uno dei quali è un romanzo importante, mentre l’altro è un saggio un po’ del piffero, per quanto volenteroso.

Non solo, dunque, la mia attenzione non si è appuntata in modo speciale sul Meiwes, che comunque è, a distanza di quattr’anni, storia antica (in termini d’informazione), e del quale m’interessa solo, eventualmente, come articolo d’inventario, quanto su alcune riflessioni di carattere etico/funzionale circa la rete, e su quanto ha reso possibile; e su quanto le stesse possibilità aperte da essa risultino allarmanti per un certo tipo d’intellettualità; e su quanto debba essere stata determinante, per un numero non facilmente determinabile di persone che hanno scelto la carriera letteraria a vario titolo, la molla del potere e del guadagno.

La quale molla è messa in moto, fatta scattare dal lavoro svolto dal principio di autorevolezza; la quale autorevolezza è apprezzabile, ossia misurabile, solo in un contesto chiuso, in cui sia possibile affermare scale di valore, le quali hanno bisogno di molti ma non infiniti — nemmeno potenzialmente infiniti — valori relativi per poter essere fissate. La Rete, spazio non spazio in cui ogni giorno esordiscono infinità di nuove leve che vi trovano possibilità di espressione che nessun altro contesto garantirebbe, manca proprio della conchiusura, ed è per questo che può essere un luogo in cui il successo può avere un senso, ma non l’autorevolezza, né l’autorità. Un certo tipo di intellettualità è fortemente preoccupata da questa evaporazione dei concetti più crassamente gerarchici, segno che ha sempre identificato il valore della letteratura, o di qualunque cosa sia ad essa, in senso lato, assimilabile o apparentabile, con la sua capacità di conferire qualcosa alla vita delle persone che vi si dedicavano — qualcosa che, di diritto o di rovescio, ha sempre da fare con il principio d’autorità. Fino al punto da trovare, tardivamente ma non ipocritamente, oh! tutt’altro, solidi motivi d’intesa con chiunque, anche alla facciaccia di qualunque valore, non dico umanistico, dico anche solamente umano, con essiloro condivide la necessità di occupare una posizione di superiorità rispetto al materiale (altri uomini) di cui gestiscono. Così si spiegherebbe come mai il più titolato erede di Pasolini nel romanzo metta in bocca alla D’Eusanio, che ero abituato a considerare un prodotto della fogna, parole assai serie; e come mai Busi, che è pure personaggio del romanzo, sia andato a fare lezione ai ragazzi di Maria De Filippi, che, a quanto ne sapessi io, è un sacco di merda. Forse tra l’Academiuta e la Casa del Grande Fratello non c’è poi ‘sto grande abisso.

Il Verrengia cita un pajo di luoghi da testi ideologici che riguardano, nello specifico, la Rete; io cito a mia volta, e mi limito a citare; per esempio, questo passo di Howard Rheingold, Comunità virtuali:

Quella delle bacheche elettroniche è una tecnologia democratica e “democratizzante” per eccellenza […]. Le bacheche elettroniche crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. (p. 62).

Di grazia, perché questo signore vuole sradicare le bacheche elettroniche?

Un altro, Jean-François Lyotard, ne La condizione postmoderna, nota, a proposito dell’informazione in Rete, e questo può essere interessante per chi ha visto, ad es., che cos’è wikipedia:

La ricerca della precisione non si scontra più con un limite dovuto al suo costo, ma alla natura della materia. Non è vero che l’incertezza, vale a dire l’assenza di controllo, diminuisce a mano a mano che aumenta la precisione: aumenta invece anch’essa.

Credo che sia noto sin dai vagiti del pensiero umano, c’entri o non c’entri Koyré. Ma il fatto è che nessuna conoscenza o sapienza è definitiva. In questo sta il bello della conoscenza, ero abituato a ritenere. La cosa importante è il percorso verso la conoscenza, e poi, a giochi fatti, anche il passaggio di consegne, o del più umile testimone. Ma la condivisione non ha veneri per chi difende un privilegio.

Tutto ciò in ordine sparso, buttato giù alla grossa, senza presunzione di organicità e definitività (anche a causa della tirannia del tempo).

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dic

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d’accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

163. Luttazzi.

10 Dic

E’ quello che sogno spesso anch’io.

E dire che a me non hanno cancellato niente.

162. Lui SI’ che aveva ragione! (A Tash).

6 Dic

Finalmente l’ho trovato:

er manno Dice:
16 Febbraio 2007 alle   modifica

Difficile far capire alla poltiglia sociale contemporanea, schifosamente di destra, soprattutto appartenete a quella brutalità egoistica nordica che è così cresciuta negli ultimi due decenni e che si nutre – come dimostrano i commenti qui sopra – di pura merda, che ciascuno di noi ha diritto di vivere come gli pare e che una “società” che produce costituzionalmente un enorme surplus deve poter garantire una dignitosa esistenza a tutti, che lavorino o no, che paghino le tasse o no.

161. I cartografi & il vaffa.

4 Dic

A me i cartografi non sono mai piaciuti, men che meno mi piacciono in questa ultima forma. Comunque volevo esprimere solidarietà a ven per il bannamento che le è stato inflitto (solo per un vaffanculo!).

[Volevo comunque ricordare che qualcuno, da qui, passa ancora. Anzi, le visite mi sembrano molte, rispetto a quello che scrivo (nulla o quasi, negli ultimi tempi). Tanto che mi chiedo spesso come mai, ma questo è un altro discorso].

159. Non la tengo più dalla grand’ansia.

1 Dic

LUGLIO 2007
Il sito marcomancassola.com, nella sua forma avuta finora, è ufficialmente chiuso a causa di ripetuti problemi tecnici e fastidiosi hackeraggi. Tutti i contenuti del sito torneranno in nuova veste non appena avrò tempo.
Attualmente mi trovo nel mezzo di un lungo soggiorno newyorkese a cui seguiranno visite a Messico, California, Cina. Il tutto per trovare le ultime ambientazioni, e le ultime parole, per completare il nuovo e mastodontico romanzo. ‘La vita sessuale dei supereroi’ è già stato segnalato in uscita su alcuni siti web, in realtà non uscirà prima dell’anno prossimo (editore Rizzoli).
Nuove notizie saranno postate in questa sede. La nuova incarnazione del mio sito tornerà presto a pulsare con testi, notizie, immagini e podcast. Prometto che pulserà più intensamente che mai.

contact@marcomancassola.com

158. Sms.

1 Dic

Peccato doverli eliminare, ma dopo un po’ non me ne stanno più (nemmeno a me!). Ho deciso che d’ora in avanti metterò i più belli qui sopra, prima di cancellarli, sapendo farVi cosa gradita. Ma non solo i più belli (metti me ne arrivino solo di brutti), anche i più particolari, i più curiosi, i più enigmatici. Questi che seguono, per esempio, sono sibillini. Nella fattispecie mi vengono da uno a cui non ho chiesto un cazzo.

***********************************************************

Conservo il tuo numero e ti chiamo appena torno. Intanto buona fortuna.

Mittente: Padva +39328+++++++

Inviato: 30/10/2007  8:57:58.

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Scusami ho la febbre e sono dovuto rimanere a bologna. Quando torno mi farò sentire

Mittente: Padva +39328+++++++

Inviato: 4/11/2007  13:59:07

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Sto lavorando fuori roma. Io non ho lavoro a roma. Mi dispiace non poterti essere d’aiuto ora, scusami.

Mittente: Padva +39328+++++++

Inviato: 8/11/2007  12:06:43

156. Ma allora è vizio!

30 Nov

La scuola serviva per farti venire gli spasmi di colite dall’ansia, per farti respirare ogni giorno il fiato e la puzza altrui, per farti apprendere a forza un pacchetto di nozioni pre-digerite, maleodoranti per il troppo uso, incomprensibilmente inutili.

155. Ecco, appunto.

28 Nov

Tu solo del buco del culo delle sogliole devi occuparti.

154. Casino.

22 Nov

No, no, poi il commento di tashtego c’era, era rimasto incagliato nell’antispam. Ma — tengo a precisare — non perché io abbia chiuso i commenti, ma inquantoché l’antispam tende a fare quel cazzo che gli pare, incamerandosi alla sanfasòn i commenti più innocenti. Dunque, non è colpa mia.

Il mio tempo di connessione è scaduto.

Vado a lavarmi le ascelle (peccato non poter fare niente per i piedi, ma forse, domani, se riesco a lavare i calzini…).

153. Rincrescimento.

22 Nov

Mi duole, ma la frase del mess. 152 “I commenti sono chiusi” non si riferisce al presente blog dell’anfiosso; ma a quello dei racconti porno (che poi dev’essere un bordello virtuale di cui gli alti papaveri di wordpress ancora non si sono accorti) che ho linkato alla parola chiusi.

La frase ha tratto in errore tashtego, che ha ritenuto di dover rispondere sul proprio blog alle mie osservazioni semiserie riguardo il suo intervento sulla puzza della gente che questua e che gli dà fastidio. La sua risposta, di là dalla durezza (perfettamente lecita: non è obbligatorio stare agli scherzi, figuriamoci ai semi-scherzi), mi dà la netta, quasi violenta, impressione di essere dettata da sentimenti esacerbati. Qualunque mia aggiunta in merito (anche se riguarda la mia condizione e la mia situazione e il mio modo di essere e di pormi — che tashtego, o altri, potrebbero non aver capìto affatto) potrebbe facilmente suonare provocatoria, od ostile, o volta ad esacerbare ancora di più.

Dato che sul suo blog (quello sì) i commenti sono veramente chiusi, posso mettere la mia non-replica, per quanto ridicolo possa apparire questo ping-pong da un blog all’altro, solo qui sopra.  

Mi limito a prendere rispettosamente atto; & voltiamo pagina.

152. Non è giusto!

21 Nov

I commenti sono chiusi.

😦

150. Massì.

17 Nov

Va bene, va bene, tash.

Vorrà dire che mi terrò lontano.

147. E mo?

7 Nov

Fino a jeri ero a Napoli; poi sono tornato sù. Adesso mi trovo a Torino. Di nuovo.

E mo?

142. Revisione.

28 Set

Ho fatto una revisione. Mi hanno messo in mano un testo tutto sgarrato, di centotrenta cartelle circa, non ci si capiva pressoché niente. Allora l’ho tagliuzzato, ho preso un pezzo qui e l’ho messo lì, e così via, finché tutti i pezzi erano sistemati secondo una specie di ordine, parte logico, parte cronologico, parte tematico. Quando c’era un buco tra i pezzi ho inventato una stronzata, e ce l’ho appiccicata dentro. Ho corretto i secoli, l’autrice conta i secoli dopo cristo come quelli prima di cristo, però al contrario, sicché l’ottocento diventava il settecento, il novecento ottocento, e così via. Ci ho messo un mese, quando ho cominciato era molto commovente, perché accarezzavo in segreto il pensiero di trasformare la cosa più sbilenca che avessi mai letto in un capolavoro — ma mi è passata quasi sùbito, questo devo dirlo. Poi ho dato la revisione all’autrice, che l’ha riletto, e ha detto che adesso si vede la struttura, è un bene, ma preferisce i buchi alle cazzate, e ha levato le cazzate, così adesso è dignitoso, anche se è tutto sforacchiato. Riconsiderandolo così com’è adesso, tutto sommato era meglio prima. Perché era una cosa miseranda, ma era così confusa che si capiva sì e no. Adesso è abbastanza chiara da capire che è proprio immondezza. “Ci lavoro da tanti anni”, mi ha confessato l’autrice con gravità. E’ un testo che ha avuto l’onore di essere respinto da commissioni, rifiutato da editori, contestato da professori. Non è mai piaciuto a nessuno, e a ragione, ma è proprio questo che impone rispetto.

Voltandomi indietro, mi rendo conto che per tutto questo mese non ho fatto nient’altro. Solo questa revisione.

Mi sento tanto coglione.

139. Elfi.

4 Lug

Qualcuno è arrivato quassù cercando tramite motore di ricerca le parole comune + elfi + fricchettoni. Ho cercato anch’io e mi è venuto fuori questo:

http://redgirl.style.it/archive.php?eid=11

Che tristezza terribile.

E comunque non credo gli elfi possano essere sdentati. Ed è sicuro che sono bellissimi.

129. «Sei là? credea che te ne fossi andato… Hah-ha! Quanta poesia…»

21 Giu

(Citazione d’obbligo, dai Pagliacci di colui di cui il Sommo Water disse: “morì soffocato dall’adipe melodico”. Consiglio una Clara Petrella [Del Monaco, Protti, Erede dir.] d’annata, Decca 1952).

Non solo non riesco a metterlo negl’indesiderati. Non solo non ho il diritto di fare a meno dei suoi appelli per salvare piccole stronzette rapite dal babau di turno. Adesso mi tocca sorbirlo anche nella versione che segue:

 ____________________________________________

 

Da:  Cristiano Sias <info@cristianosias.it>
Inviato:  mercoledì 20 giugno 2007 15.53.22
A:  <“Undisclosed-Recipient:, “@smtp.welcomeitalia.it>
Oggetto:  News occasionale: segnalazione opportunità – guadagnare seriamente su Internet?
 
Messaggio precedente | Messaggio successivo | Elimina | Posta in arrivo
 

Ciao a tutti,

 

a parte fatti gravi o segnalazioni di bufale su Internet,  molto raramente faccio anche questo tipo di segnalazioni, anzi in questo caso è proprio la prima volta. Diversamente dalle solite assillanti Ptr (i famosi siti di guadagni su internet), sembrerebbe stavolta un’opportunità seria, quindi valida per noi pigri internauti, per guadagnare qualcosa sul serio e senza fatica.

Chi infatti non naviga almeno 5 ore al mese?

Insomma, la sto provando e mi sembra valida. Per questo motivo voglio rendervi partecipi.

Si tratta di  una nuova società, nota a livello mondiale. Si chiama “Agloco”. Dopo mesi di anticipazioni sta entrando in funzione in questi giorni. Le iscrizioni sono già aperte!
E’ noto che fra tutte le opportunità che ci sono nel web, i primi sono sempre coloro che guadagnano piu di tutti.  Perciò chi fosse interessato deve sbrigarsi.

Spiego brevemente e in modo semplice di che si tratta:E’ una piccola toolbar, tipo quella di Google per intenderci.
Ecco, bisogna avere questa toolbar aperta sul pc, per almeno un ora fino ad un massimo di 5 ore al mese mentre navigate su internet, poi la si può tranquillamente chiudere. Se la si tiene aperta di più verranno conteggiati i guadagni di 5 ore e basta.
Il software è ancora in fase di testing, ma sul sito è visibile, è piccola e assolutamente priva di spyware.
I guadagni sono alti in rapporto all’utilizzo, se la si tiene accesa per 5 ore al mese, si guadagna dai 5 ai 15$!
Ovvio che potete girare questa opportunità a tutti quelli che conoscete, parenti ed amici, cosi come io sto facendo con voi. Non state pagando nulla per avere questa occasione, quindi potete girarla anche ad altri, sempre gratuitamente.

 

 

E qui arriva probabilmente il bello:Intanto vi prendete i vostri guadagni mensili senza fare nessun tipo di sforzo e investimento. Potete dirlo ad amici e conoscenti, potete trasmetterlo tramite internet magari costruendo un semplice sito web (se avete bisogno di un web master potete contattarmi :-)). Il sito mette anche a disposizione la possibilità di crearsi un blog gratuito che  potrete pubblicizzare, ecc.
Per la riscossione vengono usati: un conto paypal (se non lo conoscete chiedete info a me), bonifico bancario, carta di credito, assegno.

 

Una volta che vi siete iscritti, chi mi ha informato di questa iniziativa mi ha anche detto che potrò chiedere a lui come poter ottenere elevati guadagni, sempre crescenti nel tempo.   Naturalmente spero di potervi supportare nello stesso modo.La toolbar è stata attivata proprio in questi giorni e la provo da ieri. Confermo che si tratta di una società seria che già operava con questo sistema, poi si è fermata per fare cambiamenti del software ed ora riparte. Su internet non esistono feedback negativi al riguardo.

 

Insomma, non la consiglierei se non fosse davvero interessante.

Molti usano l’eurobarre(info eurobarre), che non è incompatibile con Agloco. Si possono far crescere i propri guadagni mensili unendo le due soluzioni.
Preciso che Agloco non gira pubblicità, non contiene worm, non indaga sul vostro pc, ma è solo una toolbar.
Quindi è ancora più conveniente di eurobarre, perché dovete tenerla accesa solo 5 ore al mese per almeno 5$!
L’iscrizione naturalmente, come detto, è gratuita!

 

Ricordate di scaricare la toolbar subito dopo l’iscrizione . Agloco l’ha resa disponibile dal 4/6 in versione 1.0, ma prima ho voluto testarla per voi. Proprio da ieri la Viewbar 1.03 è ora disponibile e Agloco ha  precisato meglio il suo programma:

  1. rendere stabile la viewbar

  2. rendere stabile il sito www.agloco.com

  3. mettere a punto il sistema di rotazione delle pubblicità

  4. incrementare gli incassi della società

Al momento in cui vi scrivo, a 2 settimane dall’uscita della barra, i primi due punti sono stati risolti. Ora stanno lavorando al terzo punto. Infine dovranno lavorare al 4°, sicuramente quello che ci interessa di più.
Agloco ha precisato che gli iscritti guadagneranno dal bilancio positivo della comunità. Questo per dare un assetto stabile e di lungo termine alla società. Agloco sta sostenendo delle spese, non appena gli incassi copriranno queste spese e saranno superiori allora noi riceveremo dei soldi. Mi sembra il minimo, dato che non ci viene chiesto nulla. Aspettare è un ottimo prezzo da pagare. Per cui per i primi 2 (?) mesi sarà improbabile che ci siano dei pagamenti. Comunque possiamo accumulare già le ore che, al momento del primo pagamento, ci saranno ricompensate.

 

Quindi al primo pagamento saranno pagate le ore accumulate fino a quel momento.

 

Investimento GRATIS insomma, perché il web offre anche opportunità serie!
Come dico sempre:
“Provare non COSTA NULLA”. No?

 

Vi riporto le informazioni così come me le hanno inviate:

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Per iscriversi bisogna seguire queste semplici istruzioni

 

1) cliccare sul link sottostante 

http://www.agloco.com/r/BBDM4455

Dopo aver cliccato,  si apre una nuova finestra internet,
Inserire:

First name:  nome
Last name: cognome
Email: tua email
Confirm email : inserire nuovamente la vostra email
City: città
State: None
Zip: cap
Country: nazione scegliere italia
Enter the code: inserire il codice che si trova sopra la scritta “enter the code”
Accettare  le condizioni di membership cliccando sul quadratino in basso.
CLICCARE SU  “Click Here To Join” e vi verrà inviata un’email da agloco che dovrete confermare, apritela e cliccate sul link che troverete all’interno di essa,  inserite email e password (ricevuta via email), cliccate su “Sign In”, poi inserite su “New Password” una nuova password a vostra scelta
” Confirm New Password”: ripetere la vostra nuova password
Andate avanti e l’iscrizione è terminata!Ora sieteUn Membro Di Agloco

Il vostro unico compito è quello di dirlo agli amici e conoscenti che usano internet, semplicemente per dare anche a loro questa opportunità, cosi come noi abbiamo fatto con voi.
Per Assistenza contattatemi.
Grazie per l’attenzione.

Team Agloco Italia


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Un’ultima cosa:

 

Una volta iscritti entrate nel vostro account, inserendo i vostri dati alla pagina https://www.agloco.com/c/portal/login . Come potete notare si tratta di un sito “securizzato” https.
In basso, sotto la tabella con i vostri dati su ore e numero di referrals, troverete il pulsante “Download Viewbar“. Cliccateci per poter scaricare la viewbar ed installarla. Al prompt cliccate su “esegui” e seguite le istruzioni*. Il pacchetto del download è di 2,17 Mb e la viewbar installata occupa poco più di 6 Mb. Naturalmente è compatibile sia per Int. Explorer sia per Firefox.Una volta installata la Viewbar, rimane ben poco da dire. Per guadagnare iniziate ad accumulare da subito le ore (per adesso max 5 ore al mese) lasciando attiva la viewbar mentre navigate ed eseguendo le ricerche dal campo che appare sulla destra della viewbar. Un consiglio per le ricerche: cercando qualcosa con la viewbar di agloco i risultati probabilmente saranno siti inglesi, allora andate sulle preferenze di google e impostate la lingua italiana, così d’ora in avanti i risultati delle vostre ricerche con la viewbar in google saranno in italiano.

 

 

Stavolta vi ho inviato una mail  un po’ lunga, diversa dalle solite, ma credo che siano stati 5 minuti spesi bene.

 

Un caro saluto a tutti

 

Cristiano Sias

ps: se non volete ricevere più e-mail dalla mia rubrica rispondetemi con oggetto “CANCELLAMI”

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Ma non si occupava di poesia?

Ma sarà legale una roba del genere?

125. ?

5 Giu

Chi è che sta cercando tanto ossessivamente Laura Scarpellino (come ho visto in bacheca)?

123. Perché mi trovo ancora qui.

18 Mag

Oggi, dato che magari domani faccio il bravo e torno di nuovo a imbambolarmi davanti alla pagina bianca, faccio due posts due. Il fatto è che dovrei trovarmi in quella casa, a quest’ora, a tentare di scrivere, almeno in teoria. Poi, in pratica, jersera è successa una cosa: ossia il telefonino di una ragazza è stato preso e messo al piano di sopra, nella stanza di un altro. L’altro ha preso il telefonino e l’ha riportato all’una. Poi, l’una e l’altro mi hanno chiesto se per caso fossi stato io a portare il telefonino dell’una nella camera dell’altro. Ho detto sia all’altro che all’una che no, non ero stato io. Ma mi sono fatto spiegare altre due o tre volte la storia, ed è esattamente come l’ho riportata. Un furto non è. E’ uno scherzo. L’ho anche detto: Qualcuno è in vena di scherzi. Posso solo sperare che la vena gli si prosciughi. (Insieme con tutte le altre vene che ha in dotazione, ovviamente). Ma se non è tanto una questione circolatoria, cioè se invece che essere in vena di scherzi fosse di natura scherzosa, io che cosa dovrei aspettarmi? Che oggi, o domani, o dopodomani risucceda una cosa del genere? Dato che ho più di un motivo per sospettare (ultimo tra questi motivi il fatto che sono l’ultimo arrivato, quindi non mi si conosce — è l’ultimo dei motivi, ho detto) che qualunque cosa di poco chiaro o poco legale succeda nel futuro, chi ci andrà di mezzo sarà il sottoscritto, io che cosa dovrei fare? Per una volta ho dato retta al sesto senso, e ho deciso di trascorrere parte della giornata fuori. Ma mi rendo conto che è tutt’altro che una soluzione. In quella casa ci sono in tutto sette persone: quattro maschj (1 studente d’agraria, 1 ingegnere, 1 che fa pesistica e 1 straccione, cioè me) + due femmine (1 studente di scienze forestali [? si dirà così] e 1 francese); + un altro maschio, che è francese e dorme con le due donne.  Il francese mi guarda sempre storto e mi sta sul cazzo, quindi sospetto di lui. Anche se è quasi sicuro che non fosse in casa quando è avvenuto il trasferimento.

Non mi sento tanto appaurato, e nemmeno amareggiato — in realtà me ne fotto. Solo, vorrei avere più margine per prendere le mie precauzioni. Insomma, non si sa mai che cosa potrebbe succedere. Ci stavo pensando: non è così automatico passare qualche anno in strada, o in strutture per sociopatici (che, ricordiamo, nascono proprio per gli avanzi di galera, originariamente), e poi passare direttamente alla convivenza con della squallida gioventù borghese. Non so come prendere la cosa.

Peraltro non credo di poter passare tutta la giornata fuori, devo tornare prima perché devo fare almeno una lavatrice (sono rimasto senza calzini & mutande, dovrò pur cambiarmi). Ma ci ho tanta avversione.

122. Lo schifo-pensiero di lamanu’s art.

18 Mag

Ecco quello che è capace di scrivere quel cessetto sporco di lamanu’s art:

mercoledì 16 maggio 2007

Bata2

Se la chiesa parla di matrimoni è ingerenza,se parla di figli è ingerenza,se parla di fidanzati è ingerenza,se parla di perdono non è umana,se il papa è tedesco perchè il papa è tedesco,se il papa è polacco perchè è polacco…sapete il problema qual’è?l’intolleranza nascosta nell’incommensurabilità dei valori…tutti ugualmente leciti tranne quelli religiosi!
Perchè devo fare la parte della chiesomane?parliamo dello scandalo pedofilia e mi affiancherò alle critiche e alla vergogna per quello che è successo e succede,parliamo del fatto che per stare dietro ai dettami teologici le alte gerarchie sembrano più magistrati che preti…ma per favore non ditemi questa storiella dell’ingerenza che mi cascano le braccia!…non si parla di finanziaria 2007 ,di telecom ,di mediaset…si parla di uomini e valori eccheppale fategli dire quel che cavolo vogliono è il loro diritto e il loro “campo”!

Il “Bata [sic!!!]”si legga “Basta”.

La manu’s art linka proditoriamente, dando del barbone a chi le pare, e scrive (tra l’altro anche “qualè”) servendosi di un cariello vecchio intinto dentro la natura quando si trova in quei giorni lì; tiene ben blindati i commenti, segno evidente che non vuol sentirsi dire negli esatti termini quello che è e quello che merita di sentirsi dire (già qualcuno deve aver provveduto, in passato, altrimenti col cacchio che chiudeva i commenti); che cos’altro ci si doveva aspettare, se non che tutto ciò fosse secreto da una bagascetta clerical-fascista?

121. TV.

16 Mag

Dopo tre anni di digiuno televisivo, quando scendo in cucina (cazzo, che schifo) a farmi il caffè accendo sempre la scatoletta nera, e vedo che niente è cambiato. Ci sono ancora i programmi della mattina con, per esempio, Enza Sampò come laudatrix temporis acti, che fa vedere quanto era meglio, a fronte delle odierne trasmissioni sceme regressive & violente, quanto c’era di regressivo & degradante nelle trasmissioni sceme degli anni Cinquanta e Sessanta, con la sciuretta che spacca i piatti in testa all’altro ospite e cose così.

Ci sono sensazioni che mi dà solo la televisione. Niente come la televisione riesce a farmi annodare così le viscere (e tralascio tutto il concerto di fetecchie in occasione del Family Day, sui dico, i pacs, & tutta la sfilata dei preti. A proposito: Bagnasco [e colleghi]? VAFFANCULO A TE E A TUA [vostra] MAMMA).

Poi, la sorpresa, un pajo di pomeriggi fa, durante il solito accendi-spegni, di trovare il bellissimo Invito a cena con delitto (c’era persino Truman Capote nella parte dell’anfitrione), che m’ha fatto venire in mente questo, che vidi una notte su RaiDue, anni fa, ed è eccezionale. Per il resto, non sono riuscito nemmeno a vedere per intero la trasmissione della Dandini (Parla con me, credo), o Markette con Chiambretti (mi annoja, troppo camp).

120. Il blog di Flavia Vento.

15 Mag

Oggi su City un trafilettone rimandava al blog di Flavia Vento (in particolare a un suo post di cani). Qui peraltro la tenutaria spiega il perché ama tanto these dull friends of us. A me piacerebbe chiederle come si fa a farsi fare un trafiletto su City (ma anche su Metro, o su Leggo), così che abbia anch’io tanti visitatori.

116. Abbasso il venticinque aprile.

24 Apr

DOMANI E’ UNA GIORNATA DI MERDA.

110. MERDA! (e che altro, sennò?)

20 Apr

Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.

E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.

Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?

Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).

Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?]  che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. E’ un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.

Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?

Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?

Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.

108. Il cursus honorum di Giulio Mozzi.

17 Apr

E poi dicono che gli scrittori veri si offendono se rimangono appiedati dai bloggeurs più scalcagnati. Loro (gli scrittori veri), col loro cursus honorum.

Ma dove minchia ha fatto le elementari, Giulio Mozzi?

Scrive te lo dò io, coll’accento sulla o!

107. E poi, parliamoci chiaro,

16 Apr

i francofoni sono tutti stronzi.

106. Dimenticavo.

14 Apr

Jeri l’ho linkato, a titolo dimostrativo (come a dire: per quanto possa sembrare incredibile esso esiste! dimenticando bellamente che per dubitare dell’esistenza di roba del genere uno, a roba del genere, la deve conoscere. Nel qual caso, ovviamente, è inutile il titolo dimostrativo. E non so se mi spiego), oggi (mancandomi ancora nove minuti e non sapendo come buttarli via — ho una mail a cui rispondere, ma devo farlo articolatamente, al momento non posso, non riesco — accanto a me c’è un adolescente con uno stranissimo odore dolciastro addosso, non riesco a capire da che parte gli esca  ma non mi piace) sono andato a dargli uno sguardo.

A voi che effetto fa (c’è qualcuno?)?

100. Niente da dire.

12 Apr

Non mi funziona hotmail, volevo inviare lettere disperate ai quattro angoli del globo (perché disperate? mi escono meglio, tutto qui), e soprattutto vedere se qualcuno mi scriveva qualcosa. Purtroppo msn dev’essere tutta down, per cui non posso. Non posso comunicare privatamente a nessuno che anche oggi non ho trovato lavoro (ho avuto il terzo colloquio terzo con la capa del personale del MicaMale, che mi ha detto per la terza volta terza che hanno bisogno di qualcuno di più giovane, bello e chiomato, e con la scusa che uno vecchio, brutto e spelato gli costa troppo mi ha detto che forse ci sarà qualcosa più avanti. Nel frattempo, a titolo di consolazione, mi ha donato un telefonino con la batteria scoppiata. Ho un principio di commozione.

Avrei voluto, oh, avrei voluto avere qualcosa di fondamentale da dire ma non ce l’ho. Scopro, tra l’altro, di essere stato linkato da un sito che si chiama nabanassar, che è a cura di due scrittori/informatici e si occupa di poesia in rete; ai due dotti webmasters si deve anche questo consuntivo, che è l’unica cosa a cui abbia avuto modo di dare uno sguardo. Mi sembra abbastanza incomprensibile, e pertanto m’induce ad essere grato, lusingato per l’inserimento tra i link del presente, merdoso blog. Non ho ancora avuto tempo di leggere granché del sito, che c’è da parecchio e che contiene molto materiale.

94. Le sterquilinarie parte III.

4 Apr

Oggi è una giornata uggiosissima, piovosa (stamane pioveva robustamente), e quindi adatta all’argomento, che io trovo terribile. Proprio jersera, mentre l’amico giaceva talmente ubriaco (lui, che al minimo rumore normalmente balza in piedi a molla, brandendo la spranga ed estenuando la polvere dei corridoj in lunghe perlustrazioni paranoidi) da non sentirmi nemmeno entrare, mi è apparsa, nel bujo, davanti a me, questa domanda: “Che cosa cazzo sto facendo?” — c’era proprio cazzo, in mezzo, era una domanda molto arrabbiata. Non era né stanca né amareggiata, era solo furibonda. Pieno di rimprovero verso me stesso e il mondo sono andato a fare quella grossa in qualche angolo riparato (il mio preferito è quello in fondo al corridojo, a destra appena uscito dalla stanza). Poco prima di rendermi conto che era del tutto inutile accosciarmi, perché comunque non mi scappava (probabilmente era stata la stanchezza, combinata ad un nuovo desiderio di pulizia, a farmi confondere il rassettaggio con una liberazione dai pesi superflui e dalle tossine), mentre stavo a meditare con lo sguardo fisso nell’oscurità davanti a me, mi sono visto attraversare la strada da una specie di mostro. Una zoccola di fogna, sive pantegana, lunga una dozzina, forse una quindicina di centimetri. Uno di quei bestj di cui si è soliti dire: Era lunga come un gatto. Magari facendo segno con le mani, come Fantozzi di ritorno da pesca. Sta di fatto che lì nel padiglione i gatti, quelli veri, ci sono: o meglio, ci vengono quando hanno fame, perché un’organizzatissima gattara, evidentemente d’accordo con la sorveglianza, ha preparato apposta per tutti loro un sontuoso stanzone con cuccette, cassette, cibarie. Se ne vedono pochi, mai più di uno per volta. Hanno l’aria diffidente ma assai ben pasciuta — l’aria dei gatti che evitano i giochi pericolosi. Sul genere di quelli con le pantegane da quindici centimetri, giocattoli adatti quantomeno ai puma, alle linci, non a degl’inoffensivissimi soriani.

Lo spazio dentro quel padiglione è così morto, a prescindere dalle visite, comunque occasionali, dei gatti, che la visione di una zoccola, e così bella grossa, ha suscitato in me sentimenti contrastanti: da una parte sembrava a suo agio, in effetti. Le ho sibilato: Brutta bestia!, ma come si fa con un cagnolino bizzoso, e non è parsa spaventarsi, affatto. Dall’altra, forse era di passaggio — non posso sapere se quel tratto di padiglione fosse la migliore scorciatoja tra i due tombini favoriti. Ma è la terza forma di vita che vedo lì dentro, a parte due esseri umani abbastanza scassati e tre o quattro gatti in tutto. Ripeto, il padiglione ha proprio l’aria che si merita: un luogo nato per essere infelice, mal reimpiegato, morto, stramorto e bruciato. Una zoccola non fa primavera, chiaramente, ma se anch’io fossi stato di passaggio avrei potuto rallegrarmi della presenza di una zoccola. Se non avessi conosciuto il posto avrei potuto dirmi: ecco, questo posto è disabitato, a parte le zoccole. E’ la Casa delle Zoccole, come ci sono case per gli uomini. A qualcosa serve. Invece non vederci mai del movimento, a parte la vecchia che viene a portare troppo cibo (che marcisce nelle ciotole) e troppa sabbia (che rimane intatta) per i gatti, a parte i gatti guardinghi che si schifano, si direbbe, di passare lì dentro, a parte noi due intrusi e fuorilegge, lì dentro non c’è nulla. Ogni tanto il vento sbatte le porte, ma la polvere che s’abbatuffola negli angoli è inamovibile, non si solleva né in pulviscolo né in fiocchi. Una gromma invisa persino ai batteri demolitori impasta i pavimenti, appiccicando qualunque rifiuto, che nessuna ventata riesce a smuovere. Sembra che lì dentro, veramente, nessun animale, nemmeno quelli detti inferiori, né alcuno zoofito, virus, batterio, possa trovare alcunché da fare. Non c’è nulla da prendere, nulla da mangiare, nulla da marcire. Sulle pareti livide la muffa rifiuta di crescere.

E anche la merda è fossile. Ci sono svariate stanze (a parte quelle impiegate già prima del mio arrivo come ritirate) in cui mezza generazione di tossici ha fatto le sue incursioni e le sue notti brave. Ormai non ci vengono più nemmeno loro, perché a parte l’angolino ben chiuso (almeno finché qualcuno non viene a forzare) che occupiamo noi, l’odore di cimitero è onnipervasivo, col bujo si corre solo il rischio d’inciampare in qualcosa di scheggioso o di potenzialmente ferente. In fondo a sinistra, per esempio, c’è un maestoso cumulo di straccj vecchj, ormai indistinguibili dai covoni di polvere, dalla carta già zuppa di giornali e riviste, in mezzo a cui sono infilate centinaja e centinaja di siringhe. Forse migliaja. Il pavimento di due o tre stanze contigue è disseminato, come tappezzato di siringhe, di involucri di siringhe, di fialette spezzate, di frantumi di vetro.

E, ovviamente, c’è tanta cacca. Perché, chiaramente, dopo che chiusero il padiglione e che staccarono la corrente e il riscaldamento, interruppero anche l’erogazione dell’acqua. Dunque i ruderi di numerosi cessi per handicappati che campeggiano nelle ritirate ormai prive di porte sono inutilizzabili da anni.

E’ normale per i tossici avere degli scompensi, a livello gastrico-digestivo-intestinale. I più giovani, mi spiegava un veterano, hanno il vizio di mettere troppa acqua nella soluzione. Quell’acqua finisce regolarmente sui reni. Non sono pochi i tossici venticinque-trentenni che, ancora peraltro lontani dall’overdose, fanno tre-quattro dialisi settimanali. La droga è responsabile di un notevole invecchiamento della popolazione — come dice anche un anatomopatologo della morgue visitata da Vollmann in Come un’onda che sale e che scende. E’ tipico dei vecchj non riuscire a montare sui cessi. Credo in buonafede che, a furia di drogarsi, certi tossici abbiano gl’intestini tutti arravugliati a nodi Savoja, tutti sparsi di trabocchetti, mine e strane escrescenze. Lo sterco, per uscire, deve fare evoluzioni incredibili. Se si giuocassero le fetenziadi intestinali, il vincitore sarebbe indubbiamente lo stronzo di un tossicomane.

Per esempio stamane, mentre accompagnavo l’amico a vedere se si riusciva a ritrovare lo zaino che s’è fatto fottere jeri pomeriggio, o almeno qualcosa del contenuto, ho trovato dei mirabili stronzi a pigna che avrebbero fatto la gioja dello Haeckel.

Scommetto che se perseverassi, e mi trattenessi ancora cinque o sei mesi, o mi aggirassi per altri padiglioni abbandonati, troverei molte altre forme: stronzi a conocchia, stronzi romboidali, stronzi a infiorescenza, stronzi cubici. Se avessi una macchina digitale, o uno di quei telefonini che fanno le foto, potrei share tutto ciò with you, e farvi passare serate edificanti & istruttive. Chissà, magari a qualcuno piacerebbe davvero. Ma a me intristisce parecchio. Non mi chiedo come mai nessuno abbia mai pensato di andare a fertilizzare i pini secolari del parco, preferendo trattenersi lì, al chiuso e al puzzo. Mi chiedo che ci faccio io, lì dentro, se non posso nemmeno rimuovere la merda fossile che c’è per tema che il posto diventi troppo attraente per altre orde di virtuosi dello stronzo formato.

Mi sa che non ho intenzione di trattenermi ancora per molto.

79. Ma che meraviglia 2 (la vendetta).

13 Mar

Sto aspettando una mail, non so che fare nel frattempo, se non punirmi per la mia imbecillità con qualcosa di veramente tremendo.

Finalmente ce l’ho fatta.

Oh, come soffro.

Andate qui. Leggete. Rileggete.

E se farete i bravi vi offrirò altri racconti della medesima incomparabile scrittora.

72. Dimenticavo.

2 Mar

Ho dimenticato le due nuove odi nel posto in cui dormo. Tanto non c’è fretta, e forse altri troverebbe sconsigliabile continuare a postare con questo malato di mente che imperversa, gli venisse un cancro al buco del culo.

Nel frattempo posso dire questo: la mamma di Luca Bersi è una troja incimurrita.

E sua nonna è pure peggio.

71. Oggi ho la gnàgnera.

1 Mar

Uno degli svantaggj di dormire con qualcuno nella stessa stanza è che certe volte quel qualcuno ti sveglia, come è successo stanotte. Io mi crogiolavo lieto nei miei incubi, lasciando che le mie entraglie sole combattessero strenuamente contro le rivolture di 570 gr. di carciofi alla romana in olio di macchina esausto. Destandomi, ho dovuto dare man forte. Non mi dilungo. E’ stato orribile. Tre quarti d’ora di dolori tipo parto.

Ma la giornata non si prospetta esaltante. Più tardi (ma nemmeno molto più tardi) devo andare lavare i panni zozzi, e in teoria questa sera dovrei andare a Milano (!) — e questo è, sì, esaltante, ma in compenso appare macchinoso, faticoso. Non mi ci vedo, a trascinarmi fino a là con la gnàgnera che ciò addosso.

Vado a prendere un caffè, adesso.

Azu, riesci a fare qualcosa di molto cattivo contro Luca Bersi/boycotto/lisciotto/Monica Serravalle/webrezza/vandalo? Non voglio scomodare nessuno, te meno d’altri, e non ho esattamente voglia di vendicarmi. Non mi dà realmente fastidio. Mi fa schifo, ecco che cosa mi fa.

Percepisco chiaramente, da parte sua, che la smania di schizzare le sue bave putride qui e là nel mio blog illibato nasce solo dalla fregola d’insozzare tanto per insozzare. E tuttavia questo implica una sostanziale mancanza di rispetto. Ammetto anche la mancanza di rispetto, ma NON da una roba come Luca Bersi. E’ più forte di me.

Qualcuno ha un flit adatto?

70. Iquindici

26 Feb

Era, coll’articolo staccato, il titolo di una famigeratissima enciclopedia per l’infanzia.

Ma io mi riferisco a un forum sul quale si trova, evidentemente, il link al presente, umile blog. Ero curioso di sapere in che contesto si facesse il nome dell’anfiosso.

Il link è nella bacheca, dove si vede da dove gente ha linkato per leggere queste pagine, ed è questo: http://www.iquindici.org/forum_viewtopic.php?3.33294.255. Ma per leggere il forum bisogna registrarsi. Io, stranamente, non ci riesco. Qualcuno riesce ad entrarci?

69. Canzonetta spagnuola.

26 Feb

Quando sono triste vado a guardarmi/sentirmi questo: 

Canzonetta Spagnuola

[Si noti che da prima della metà in poi (grosso modo dall’inquadratura del gianduja col parrucchino carota) sembra aver inghiottito qualcosa che non va più né su né giù].

66. La pazza.

20 Feb

E’ una pazza, normalmente di pelo rosso violaceo (dipende, ovviamente, dalla tinta), da tre giorni a questa parte di pelo castano scuro, quasi nero (vide supram). Ma il colore dei capelli poco importa — e anche quello che sta sotto i capelli, è una donna abbastanza tozza di complessione, ma nient’affatto sgradevole, talora forse un poco pretenziosa nel vestire, ma sempre accurata, e quindi intercambiabile, a vista, con qualunque rispettabile donna d’età indefinibile, ma tra i quaranta e i cinquant’anni. Talvolta, in luogo della corta chioma naturale (naturale quanto a lunghezza, ovviamente, dato quanto detto) sfoggia un’ampia parrucca rossa. Talaltra volta porta un largo fazzoletto annodato un po’ come le donne africane, a fioccone, sopra la chioma e/o la parrucca, con effetto particolarmente ridondante — ed è allora che si comincia a dubitare che sia normale, soprattutto quando, come jersera, il fioccone si accompagna a due gonne indossate una sopra l’altra e a ben due pellicce sintetiche, che la fanno sembrare come una donnina della Michelin pelosa. Ma è quando apre bocca e parla che l’impressione si rafforza, chiaramente.

 Non so quasi niente di lei — e comunque non più di quanto mi hanno detto gli habitués dell’angusta sala d’aspetto del Maria Vittoria: e cioè che ha una casa, la quale casa è di proprietà essendole rimasta in eredità dal genitore o dalla genitrice, ma che passa volentieri la notte lì nei pressi, mescolandosi ancora più volentieri ai barboni di passaggio. Se ne sceglie di trentacinque-quarantenni, d’aspetto decisamente robusto se non nerboruto, anche se — ovviamente — ormai sono un po’ dismessi, e si siede in un angolo, pronunciando di tanto in tanto, con grande enfasi, le frasi più sconnesse, in curioso contrasto con l’espressione implorante in tralice, particolarmente d’effetto quando indossa la parrucca fulva, e sembra un pertichino da operetta, o la comparsa particolarmente scassata di una pellicola pre-1915. Si tratta di affermazioni provocatorie del tipo: “Sì. Sì. Io sono proprio una puttana. Oh” (e qui sguardo) “l’invidia della gente”. Oppure si mette a ridere (così: hi hi hi), con aria estremamente velenosa e sfottitoria, aggiungendo qualche aggettivo fraintendibile.

Verso le 20.00, abbigliata con la solita ricercatezza, riccamente profumata, con andatura elastica e sostenuta sulle gambe a barilotto, fa il suo ingresso al Pronto Soccorso, tenendo fisso davanti a sé, con sfida, lo sguardo degli occhi negletti, completamente vuoti, schioccando le labbra in maniera caratteristica — è il suo tic — e andando a depositarsi con studiato malgarbo su una delle sedute della saletta. Lì comincia la sua recita, che è come ho detto (occhiate in tralice e squillanti frasi sconnesse), salvo quando le conviene mostrare una ferina divistica impazienza, nel qual caso urlacchia versi di vecchie canzoni ambiguamente interpretabili, sconcezze, espressioni rivendicativo/offensive e anche, e nemmeno come extrema ratio, robusti porcodii. Nel caso tutto ciò non funzioni ad attirare l’attenzione, si fa ardimentosa, e va a sdrajarsi teatralmente su una delle barelle depositate appena fuori dalla saletta: cosa proibitissima, che fa immediatamente accorrere il guardiano di turno. Segue la prevedibile disputa, col guardiano che tenta di farla smontare e lei che si rifiuta con alte strida, brandendo il pretestuoso foglio della visita che le dà diritto all’accesso in P.S. . Dopodiché, con tutte le espressioni e mimiche e verbali del più incontenibile furore, accompagnata dall’incisivo rumorio dei tacchi, normalmente abbandona il Pronto Soccorso e se ne torna a casa, dove si cambia d’abito per poi, profumatasi di qualche altra essenza, ricomparire due o tre ore più tardi, insieme nonchalante e tesa, con qualche accessorio da sfilarsi e reinfilarsi con furiosa pazienza, o curiosi prolissi pendenti da far roteare ad ogni scatto della testa un po’ barbarica. L’ho vista solo una volta a Porta Susa, dove una mattina alle 5.30 irruppe nella sala d’aspetto deversando da gran foce di gola i consueti porcodii e urlando che la lasciassero in pace, che la piantassero di perseguitarla, che era stufa marcia, sbattendo le due porte (entrata e uscita) in rapida successione. Si vede che la saletta del Maria Vittoria era rimasta vuota. L’ho osservata indisturbato perché io per lei è come se non esistessi, essendo fuori target. Quando è fortunata, e trova anche tre o quattro barboni dall’aria tosta, e quindi di suo gusto, se li porta a casa. Fino all’una, alle due del mattino cerca inutilmente nella credenza sbadigliante un po’ di caffè da farsi. Alle due, rivelatasi vana ogni ricerca, sveglia urlando i tre o quattro sventurati e li butta fuori, anche col freddo e col gelo. Come Bette Davis nello Scopone scientifico, godrebbe nell’affamare gli affamati, quando pure ci riuscisse, tentando di scroccare ai più scalcinati tra i presenti nella sala d’aspetto la trenta centesimi per il caffè al distributore. Gli scalcinati o la conoscono troppo bene, per esperienza diretta o per sentito dire, o, com’è più probabile, non hanno soldi da buttare, e lei è costretta a ripiegare sui parenti dei pazienti.

E’ da un caso come questo che ci si rende conto di come, senza la normalità, intesa come mera capacità di intendere e di volere, la perversione non ha nessun interesse, ma annoja e sembra patetica. Perché il fascino, o semplicemente l’interesse, della perversione risiede proprio nei perché che suscita. Ci si può chiedere il perché di uno stravagante comportamento, o di una scelta inconsueta, quando la persona che lo tiene, che la compie, sembra avere le nostre stesse facoltà. Se è evidente che non ce le ha, attribuiamo tutto direttamente alla sua malattia, pertanto l’interesse decade, perché la spiegazione si presenta da sola. Se dovessi scrivere di un caso come questo, non resisterei alla tentazione di farne un personaggio, per il rimanente, del tutto normale, se non brillante. Così com’è è solo una deprimente rompicazzo, che per motivi suoi, cioè dei non-motivi, di tanto in tanto mi rompe il sonno con le urla sconclusionate.

62. Le Sterquilinarie parte II.

15 Feb

Giusto per rispondere alla gentile lettrice che mi chiamava maschilista schifoso, e soggiungeva “Vergognati!”, per il mio pezzo sul peto di quella gentil stronzella, posso attestare che non prima di venti minuti fa stiedi al cesso, che ho trovato occupato da qualche tempista — normalmente a quell’ora i cessi sono deserti e puliti.

Non faccio a tempo a mettermi a bighellonare disinvoltamente nell’antibagno, che ecco sorge dal cesso fin poc’anzi serrato una gentilissima figura di imberbe, dal visino così grazioso, liscio e delicato che dava una voglia disperata di staccargli le orecchie a morsi; eppure (inspiegabilmente, almeno per me, almeno per quel momento) storto in un’espressione corrucciata, rigida, respingente, da far passare la febbre sùbito. Quando sono entrato nel cesso, dopo avergli lanciato un’occhiata abbastanza penetrante da compensare al possibile la necessaria brevità della stessa, avrei voluto gridargli: “Memè, ma quanti cadaveri te sei magnato, jersera?”, e contemplavo disgustato la coppa, che aveva voluto improvvisarsi stadio gremito, evidentemente, data l’abbondanza di striscioni che vi s’ostendevano. Giuro che ci sono rimasto anche peggio che nel caso della giovine scorreggiona.

Posso ritenermi assolto?

45. Et nous avons des nuits.

25 Gen

Da quando sono stato sospeso non sono stato in grado di trovare più di quattro soluzioni in croce: 1. coperta e panchina, sotto il monte de’ Cappuccini (finché un concierge sudamericano da una delle vicine case patrizie è venuto a chiedermi se avevo bisogno di ajuto — io, stronzo, dissi No, nulla, non si preoccupi, ma la realtà era che erano le due del mattino, stavo dormendo, non connettevo, avevo troppo sonno e non avevo voglia di ascoltarlo); 2. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma solo dalle quattro e un quarto alle sette e mezzo (prima andavo e venivo, magari con un buon libro in mano, per i portici [qui a Torino i portici formano una rete di 22 chilometri, quindi hai voglia a camminare]); 3. sala d’aspetto del Maria Vittoria, vale a dire ospedale Maria Vittoria, dove comunque erano fissi X, amico dei guardiani, dalle 20.00 all’1.00 ca., salvo quando aveva voglia di tirare più tardi, e Y, dalle 22.00 alle 24.30. La conversazione era animata ma molto limitata (= un par di palle); 4. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma, per la cosiddetta emergenza freddo, aperta tutta notte.

Jersera alle 22.00 mi sentivo già stanco morto, sicché sono andato a p.ta Susa, e mi sono messo a sedere, chiedendomi quanto mi ci voleva per addormentarmi, un po’ stupendomi della presenza di un buon numero di signore e signorine ben vestite oltre alla solita decina di vecchj barboni. Guardando meglio, ho notato molte sporte della spesa, da cui facevano capolino panettoni e merendine, posate sui sedili, e un gruppetto di tre o quattro signore o signorine che mi guardavano un po’ perplesse, tra il vorrei e il non vorrei, una brandendo una bottiglia d’aranciata e dei bicchieri di plastica. Ho chiesto, con grande affabilità: «Siete volontarj?». «Sì!», m’hanno risposto, in modo da farmi capire che era bastato così poco a rompere il ghiaccio. Ho rifiutato l’aranciata, ma ho preso volentieri due bicchieri di tè, tre brioscine tipo plum-cake, due croissant, una specie di veneziana, un pacco di biscotti, un panino pomodoro e mozzarella. Mangiando, m’è venuto caldo. Sono uscito e mi sono seduto su una panca di pietra, dove ho spolverato tutto quello che mancava a finire. Mentre ancora stavo spolverando è uscita una piccola e matura ragazza di una volta, che vedo spesso “fare colletta” nei pressi di Porta Nuova, che accendendosi una sigaretta mi ha detto: “Buon appetito”, con aria di profondo significato. Invece di alzare la testa inviperito e sputacchiarle addosso pezzetti di Kinder brioss e livore (“Cazzo vuoi? Te l’hanno dato, a te, da mangiare? Sì? Bon, vai allora, vai a rompere i coglioni da un’altra parte”) alzai su lei uno sguardo angelico e belai: «Oh, grazie». «E’ proprio scemo», pensò quella. Indi ho fumato una sigaretta, fatta con dell’Old Holborn blu scroccato a inizio serata, sono rientrato e mi sono seduto accanto alle sporte, sbirciandovi dentro insistentemente, finché le volontarie hanno cominciato a guardarmi malissimo. Ho chiesto se ci fosse dell’altro, ma mi hanno risposto che dovevano anche passare da altre parti. Solo quando se ne sono andate mi sono ricordato che nel pomeriggio avevo visto un tale in sedia a rotelle che girava, chiuso in un senduicione di cartone particolarmente straziante (“Ho rotto le scarpe… Ho il 46… Ho cercato presso alcune associazioni, ma non mi hanno saputo ajutare… Mi si stanno congelando i piedi…”); ma poi ho pensato che a quell’ora non dovesse più esserci.

Durante la serata, una vecchia carampana normalmente non troppo esagitata ha stabilito di non lasciare in pace nessuno. E’ costei, a suo dire, “la nipote di Cancellieri” (“… e guarda la fine che ho fatto”) — ignoro chi sia Cancellieri, o chi fosse, ma la tentazione di considerarlo un emerito stronzo e un obeso ladrone s’è fatta da quasi sùbito praticamente invincibile. La vecchia era veramente rompicoglioni. Bello è che affrontava a muso duro le volontarie, in particolare alcune giovani & graziose, dicendo: «Stai calmina… Stai molto calmina… La nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto…». Non appena ha colto un sorrisino sarcastico s’è fatta sotto, come dalla gran voglia di menare. Fino a un certo punto è bastato ignorarla.

Poi i volontarj, stringendo la mano a tutti fuorché a me, hanno svacantato la sala d’aspetto, che è poi una specie di grosso cubo, intonacato di crema chiaro e dello stesso crema appena più scuro — con un soffitto a cassettoni a nove riquadri, ogni riquadro consistente in quattro quadrati concentrici, con il più esterno, a mo’ di cornice, ornato negli angoli di fiordiligi frastagliati, salvo quello centrale, ornato di rosone — e lo dico solo perché il posto, con quegli spoglj cassettoni, non so com’è, ma mi sconfinfera, mi piace. La vecchia ha continuato a rompere i coglioni. A Z. che mollava alcuni sacrosanti rutti ha detto: «A lei, a sua madre, a sua sorella e a tutti quelli che vuole lei, guardi». Z. ha risposto con spirito, e anche con un pajo di scorregge ben assestate. Io mi sono messo a ridere, e ci siamo guardati con aria complice. Poi ha cominciato ostentatamente a ridere a tutto quello che diceva W., che dava ennesimamente riprova di quanto il celebre umorismo napolitano meriti tutta la sua fama. Finché W. l’ha mandata bonariamente a pigliarsi in culo una barca a remi e se n’è andato. Quindi ha avuto da ridire con J., che ha cercato di parlamentare; solo che quella, vedendolo avvicinarsi, s’è alzata ed è andata a sedersi da un’altra parte. Quando J. ha cercato di raggiungerla ha nuovamente cambiato posto. E ancora. Finché J. ha rinunciato.

Poi ho cominciato ad assopirmi. Finché, alle 3.00 del mattino, la voce della vecchia e quella di un maghrebino mi hanno svegliato. Sono rimasto intontito per un po’, ma sono comunque riuscito ad afferrare «… la nipote di Cancellieri!» e «vecchia, ti ‘mazzo». Appena un po’ più sveglio ho inteso la maledetta scanfarda berciare: «Fai tanto così di toccarmi e ti faccio vedere io, ti faccio!». «Fa’ zitt! Lascia durmìr!». «Nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto!!». Ero perfettamente sveglio, a quel punto, e pieno di odio. In particolare il mio odio dipendeva dall’assoluta inerzia con cui gli astanti spettavano alla scena. Io credevo, in buona fede, che di fronte ad una scena del genere l’avrebbero ammazzata, esattamente come avrebbe voluto il maghrebino. Invece, per una di quelle forme perverse di distorta cavalleria, pareva evidente che non l’avrebbero fatto. Avevano valutato che era suonata, vecchia, donna (!): evidentemente erano tre caratteristiche sufficienti a salvaguardarla da qualche calcio in culo, o qualche sganassone ben appioppato. Ho fatto un sospiro di sollievo quando l’ho vista avvicinarsi all’uscita, intenzionata a riferire alla polizia ferroviaria che era stata minacciata di morte. Purtroppo, piazzatasi accanto alla porta, ha ricominciato da capo con il non permetterti di alzare solo un dito su di me, fai tanto, guarda, e io chiamo la polizia, i carabinieri, ti denuncio, ti querelo, la nipote di Cancellieri, e chi la fermava più. Finché mi sono alzato di scatto e ho urlato: «MA TE NE VAI, PORCO DIO?!», facendo per alzarmi.

Immediatamente è schizzata fuori, urlando: «Ajuto! Polizia! Mi ammazzano!». Io e il maghrebino ci siamo ritrovati fuori ad aspettare che arrivasse la forza. La nipote di Cancellieri ci ha messo un po’ a convincere il maresciallo, notoriamente un culo di pietra, a schiodarsi dalla poltrona e a venire ad arrestare l’assassino. Quando è arrivato, la cialtrona ha accusato il maghrebino di averla minacciata di morte: «E’ lui! E’ lui che mi vuole uccidere». Con mia delusione, non mi ha accusato di nulla. Ma non ha fatto differenza alcuna, perché il maresciallo ha sbattuto fuori tutti quanti, senza eccezioni. Nemmeno la vecchia, che anzi ha dovuto minacciare seriamente di prendere a calci nel culo per riuscire a eradicarla dalla sala d’aspetto. Chiaramente, all’uscita la vecchia se n’è prese di tutti i colori (specialmente da parte mia, peraltro): puttana, vecchia stronza, al cimitero devi andare, munnezz, schifo di donna, ti gonfio, i cazzotti ci vorrebbero, ti riempirei di calcinculo, &c.

Tutti fuori, insomma, mentre la nipote di Cancellieri, facendo sempre il mantra della sua prosapia, trotterellava via, accigliata e offesa. Il responsabile di “al cimitero devi andare”, rivolgendosi a uno dei vecchj, che sfilavano fuori inerti, ha detto, quasi a cercare sostegno: «Ma si potrà?», ossia: ma si potrà una cosa del genere, non poter dormire per colpa di quel vecchio cesso, quella scorfana, vecchia zoccola, ma va al manicomio, brutta stronza?

E il vecchio ha detto: «No, la colpa non è della vecchia. La colpa è di qualcuno che è più fuori di testa di lei, a questo punto. Lo sapete che è pazza. A lei tutto è concesso». «Ma non si può stare in pace un attimo…». «Chi vuole stare in pace deve cambiare vita», ha ribattuto serafico il vecchio.

Mi sono parse (forse era l’ora tarda) parole sagge, e me ne sono andato a farmi una passeggiatina, chiedendomi se dovessi sentirmi uno stronzo perché avevo preteso di dormire in barba al fatto che fossi circondato da barboni, o se il fatto di aver dato cappello a una situazione di casino dimostrasse una mia spiccata inclinazione a questo tipo di vita. Il fatto è che l’irrisoluzione è la mia cifra distintiva. Non sono mai né dentro né fuori, a nessuna situazione. Addentrandomi di buon passo per le vie, mi sono sentito alle spalle una voce di vecchia che grugniva: «Hai voglia a correre… drogato… nipote di Cancellieri… e guarda la fine che ho fatto».

Ero indeciso se valesse la pena di fermarmi a prenderla a calcinculo, quando ha infilato una laterale ed è sparita.

Passando per p.zza S. Carlo ho rivisto l’invalido-sandwich, che si aggirava, implacabilmente sveglio e coi piedi martoriati, sotto i portici deserti.

42. Domenica.

22 Gen

Esiste per me, da ormai un due anni abbondanti (gli anni del mio barbonaggio, appunto), questo problema delle domeniche, che non sapendo dove andare finisco sempre coll’andare a cacciarmi in librerie e centri commerciali, cosa che peraltro non mi dispiace, perché ci sono i libri. Jeri, reduce da una notte insonne, non ho potuto leggere quasi niente perché il tepore m’induceva un sonno plumbeo, ma solitamente la domenica trovo il modo per intrattenermi. Rimane il fatto che sostanzialmente, a parte intrattenermi, non faccio proprio nulla.

Adesso come adesso, come disposizione d’animo, sarei anche più portato a pensare a soluzioni valide — chessò, informarsi su qualche museo aperto, oppure taglieggiare vecchiette in v. Garibaldi, e altre cose più creative. Ma c’è da pensare che ormai le plis soit bien pris, e che una domenica più avvincente del solito mi farebbe provare nostalgia per le solenni rotture di coglioni che ritualmente m’infliggo per un giorno la settimana tutte le settimane. Insomma, non sembra, ma anche smettere di tediarsi richiede un certo sforzo. E’ come smettere di mangiare merda, lo stesso.

Dato che quando non dormo di notte mi prendono come delle specie di visioni, e le visioni sono le zie della poesia, e dato che da un milione d’anni, grosso modo, non scrivevo più un verso, ho fatto quella cosa che sola, tra le attività umane, utili e superflue, semplici o complicate, a mia conoscenza e a me perfettamente ignote, è in grado di darmi quella netta consapevolezza di aver partecipato condegnamente alla vita e alla società, vale a dire ho scritto un sonetto — verso le 3.00 nella sala d’aspetto dell’ospedale Maria Vittoria:

Inferisce

dalla sua indifferenza

verso gli scherni del mondo

la qualità della sua vocazione.

Faccia chi vuole di ch’è infame l’Uomo,

Delle sue piaghe storico, in sé pompa;

O nomi altrui dia a un marmo che corrompa

Tra baje tersitèe, lazzi di Momo.

Di me, su falsità per mille e un tomo

L’Astio erudito i suoi pennini rompa;

Già d’ogni calamajo Zoilo zompa

A sconcacarmi i foglii, Odio non domo.

Non Democrito o Eraclito m’adergo

O deprimo; d’Arpie io fieto e sterco,

Se seguo il Genio mio, m’ho sempre a tergo.

Ergo, non caso vuol che se il Me merco

Col Mondo, alterco, e in mali mi sommergo;

Ma m’ergo al Bene più, più Me ricerco.

Tutto si può dire, salvo che sia soddisfacente, ma non ho mai capìto che cosa dovrebbero avere dei versi per soddisfare, e soprattutto a quali condizioni, eppertanto chissenefrega.

Più tardi, all’aperto, ne ho scritto un altro, dal vero, in p.zza Vittorio Veneto:

Per un Globo di ferro

posto ad ardere sulla piazza Vittorio Veneto

a Torino,

in occasione delle Universiadi MMVII.

Consimbolo al contrario, un Mondo ardente

Le prodezze gelate qui compendia

D’un Mondo vero che altra Fiamma incendia,

Di roghi, e pesti, e guerre, e il rimanente.

Il minore l’assedio eternamente

Reggerà, poiché il fuoco che l’incendia,

Oste che un re volatile stipendia,

Tutt’al più lo fa d’ira incandescente.

Durevole così ai tuoi Roghi atroci

Fossi oh tu che t’incurvi in maggior tondo,

Che ti sfai, invece, e dài querule voci!

Mentre ogni volta, ahitè, ai tuoi Incendi in fondo,

Lenti a estinguersi, ad ardere veloci,

Ritrovarti non sai, Mondo, nel Mondo.

Che è pure peggio. Ma pazienza. Squallida, poi, la visita ad un armadio che distribuisce vestiti: è già il terzo a cui vado, e dove mi si dice che non c’è quasi niente, e che è tutta colpa degli extracomunitarii che si portano via tutto per venderla a Porta Palazzo. A parte il fatto che nella fattispecie era un prete a farmi questo discorso, e mi pare che sostenere cose del genere, oltreché mentire, è anche dimostrare scarsa carità cristiana — anche se saranno pure i kazzi loro, io mica sono credente, e cristiano men che meno — rimane il fatto che in giro non si trova più una cippa. E’ abbastanza strano.

Il rimanente della giornata, dunque, è trascorsa tra un colpo di sonno e l’altro.

La sera poteva accadere, finalmente, qualcosa di diverso dal solito quando sono passato da p.zza Vittorio, nuovamente, per dirigermi verso il Maria Vittoria. Proprio in quel momento, in seno a quell’orrida manifestazione che stanno facendo, con varie iniziative, presentavano Caparezza in concerto. Io non seguo la musica pop, non ho nemmeno l’orecchio allenato a quel tipo di musica, e solitamente o mi disturba o mi annoja. Ma di Caparezza avevo sentito alcune cose che mi avevano attratto abbastanza. Non ci perdo il sonno, chiaramente, ma non faceva freddo, e poi era aggratis. Mi sono appoggiato a una colonna. Sono rimasto per lo spazio di due canzoni: la prima faceva come ritornello qualcosa che credo fosse “Gesù, questo è il secolo della fine del mondo“, ma gli altoparlanti erano a un tale top di decibel che si percepiva solo puro fracasso. Sospettavo che fosse intenzionale, ma poi ha cantato una canzone che già avevo sentito (quella col ritornello “sono troppo stitico per fare lo stronzo“), ed era talmente inascoltabile (parlo da profano) da confermarmi che era questione di volume. In mezzo ha fatto una scenetta anti-auditel con un personaggio da tivvù dei cinni, una cosa scipitissima.

Mi è parso tutto così bambinesco che mi sono vergognato di rimanere a spettare, e ho preferito andare a parlare di cose da barboni con gli habitués del Maria Vittoria. Peraltro si scopre un sacco di cose. E ho sempre pensato che l’accattonaggio sia solo un danno, perlopiù, ma faccia un bene inestimabile alla conversazione.

24.

4 Dic

Attualmente dormo fuori, cioè all’aria aperta. Il frate del m.te de’ Cappuccini mi ha dato una copertabella pesante. Non fosse per il lieve problemino della puzza che comincio a emanare, starei d’incanto. Sto d’incanto, anzi, oserei dire. Il fatto è che continuo ad essere senza documento. Nel frattempo si sono aggiunte altre puntate alla mia avventura. La puntata di martedì 28 è una delle più saporite. Mi sono recato, la sera verso le 23.00, a v. Carrera, dove purtroppo in turno c’era una di quelle mie conoscenze che è meglio, per me, non reincontrare mai, vale a dire Laura Scarpellino. Lei, per un motivo o per l’altro, non mi vuole bene — è una fisima che hanno anche altri, si sente sottostimata e detesta l’idea che mi rassegni a fare il barbonazzo comme il faut sotto la sua ala protettrice. Ho avuto modo, in questi giorni, di rendermi conto di quanto gli operatori della Parella siano permalosi. Soprattutto da quando ho detto che ho intenzione di andarmene, non riuscendo a risolvere nulla qui a Torino, città che un po’ non vedo nemmeno, e un po’ chiaramente (ma sfido chiunque) non posso nemmeno vedere, le cose sono andate rapidamente peggiorando. Quando sono arrivato, quella sera, la Scarpellino era stranamente calma. Mi ha fatto entrare, mi ha concesso un po’ di pane superstite in una busta di carta, mi ha dato (ogni tanto qualcuno gliene porta) calzini mutande (queste erano veramente enormi, ho dovuto fare un nodo sul fianco sennò mi scendevano, metà da una parte metà dall’altra) canottiera in modo che potessi cambiarmi, mi ha dato sapone per farmi la doccia e cencio per asciugarmi; più un pacchetto di cartine (le avevo finite). Solo mi ha pregato di andarmene entro mezzanotte, non essendo permesso trattenersi a chi non ha il posto dentro. All’orario stabilito me ne sono docilmente uscito, tranquillo e rinfrescato (benché le mutande di cinque misure più ampie mi dessero un fastidio enorme), e sono andato a dormire su una panchina. La mattina dopo, quando mi sono svegliato, essendo assai imbarazzato nell’andatura per via delle fottute mutande a tendone, mi sono portato nuovamente in v. Carrera, sperando di trovare, sempre grazie all’inusuale tolleranza di quella @ç#°°§## di Laura Scarpellino, un pajo di mutande con un po’ meno strascico. Come mi sono presentato ho detto: «Non urlare. Volevo solo sapere se c’era un altro pajo di mutande, perché queste non mi stanno». «Adesso vediamo», ha risposto serafica. Ha preso la chiave del magazzino, lo ha aperto e mi ha fatto entrare. Mentre cercavo un pajo di mutande più congeniali ha tirato il fiato e si è messa a berciare ferocemente: «E la prossima volta che mi dici di non urlare mi metto a urlare sul serio! Perché io il mio lavoro l’ho fatto! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto hai il coraggio di tornare qui! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto, e anche di Guazzo [ = Andrea Guazzotto, questi cialtroni hanno il vizio di non presentarsi mai per esteso]!». «Perché?» ho chiesto perplesso. «Che cos’avrei detto?».  «Hai raccontato a tutti che sono una pazza isterica!!! E te ne vieni qui, come niente fosse! Quindi sei pregato di finire quello che devi fare, dopodiché scordati via Carrera! Non ci devi più tornare!». Dopo qualche inutile tentativo di argomentare (purtroppo non ho realizzato per tempo che era un sordido agguato — ma questo è tipico mio), vistomi di fronte all’irreparabile, ormai, ho deciso di chiarire qualche punto; le ho detto: «Vaffanculo», e anche «Brutta puttana», tanto per cominciare. Ho minacciato che sarei andato a lamentarmi in Comune, credo ci si debba rivolgere all’Assessorato per le politiche sociali o come kazzo si chiamano — lei, urlando, sosteneva che ci fossi già stato, a sputtanahàrci!!!, e io le ho detto: «Non è vero, ci vado adesso: così avrai modo di renderti conto della differenza». I toni si sono ulteriormente accesi; io le ho buttato in faccia un barattolo di penne; poi, quando lei mi ha intimato … per cui vatti a cercahàre un posto sotto i ponti!! DA STASERAHA!!!!! io le ho buttato addosso un bidone della spazzatura, purtroppo semivuoto, urlando: «Questa è casa tua, ZOCCOLA!»; e le ho detto: «Ho voglia di prenderti a schiaffi», un tossico vecchio si è frapposto, e lei, col ditino alzato squittiva di non osahàre, sai?! Non ho osahàto, no, però uscendo ho ribaltato uno di quei larghi e bassi vasi rossi con le piantine dentro, sbreccandolo e buttando terra dappertutto.

All’uscita stavo proprio bene, bene.

In Comune non ci sono andato, perché non m’interessava. In compenso sono andato oggi a sentire l’assistente sociale del Comune, Antonella Di Massa (o Di Massa Antonella, come ama presentarsi lei) che non segue il mio caso perché non ho mai avuto un’assistente sociale, ma che tempo fa, quando mi si era strappata la carta d’identità, aveva dato la disponibilità per farmi avere due accompagnatori che mi facessero da testimoni all’anagrafe. Adesso che la carta d’identità proprio non ce l’avevo più avrei voluto sapere se era possibile andarla a rifare ex-novo, dato che la volta precedente aveva consentito. Da lei ho saputo che, per via della sospensione da tutti i dormitorii conseguita al mio insano gesto (o alla serie dei miei insani gesti) non ho diritto nemmeno agli accompagnatori per rifare la carta d’identità. Non so per quanto tempo sono sospeso.

E nemmeno me ne frega, perché io dai dormitorii sono scappato un pajo di giorni prima che succedesse l’incidente (cioè ne ero già stato estromesso, sia pure in maniera eterodossa). Ma temo per tutta la roba che è rimasta nei magazzini, sia in s.da Castello che a v. Carrera.

Ecco, questi sono gli unici pensieri che al momento mi girino per la testa.

E poi un altro, ma non ho voglia di parlarne.