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535. Città tentacolare.

24 Apr

In quanto piena di tentazioni, come dice la parola stessa; ma anche città-octopomorfide, che con i suoi prolungamenti e le sue avide ventose fruga e palpa in cerca di bottino, e prende cose. Stanotte pioveva, com’è costume di questa specie di piccola Londra meridionalsfigata, e io non avevo sonno, per quanto il tempo, inteso come weather, paresse conciliare, e anche il tempo inteso come time fosse quello giusto per mettersi giù. Ma non mi andava, sicché mi sono seduto sui gradini del Lux, a destra dando le spalle a via Roma. A sinistra, sempre dando le spalle a via Roma, era sdrajato, letteralmente sopra la sua chitarra, il signor V., colto evidentemente dal sonno come si può essere colti dalla scarica di un fulmine, o da un proditorio colpo di mazza ferrata, in posizione piuttosto strana, completamente spapellata  – ma non morto, perché infatti respirava assai pesantemente – e letteralmente sdrajato sulla fida chitarra, nella nota custodia di tela nera, tanto che c’era da chiedersi come facesse a non scivolare giù. Ho compilato due o tre righe del diario, di cui avevo saltato qualche giorno, ho tradotto un pochino dell’Illusion comique, e poi ho ripreso in mano il Capitale, che devo restituire e che quindi farei bene a finire il prima possibile.

Tra l’Illusion e il Capitale s’è inserito un trio di persone molto barbonesche di complessione, e molto ubriache, che si sono sedute in mezzo, tra il signor V. sdrajato sulla sua chitarra e me che scrivevo quei due versi pensando Ah questi rompipalle. Il primo a prender posto, mentre gli altri bighellonavano barcollando nello spazio antistante, è stato un giovane – gli altri due erano invece sulla cinquantina – devastato dal singhiozzo ed evidentemente tentato di vomitare. Poi si sono uniti anche gli altri due, che si sono poi scambiati con mani temulente sigarette ed effusioni da ciucca sentimentale.

Nonostante mi bruciassero i piedi, ho richiuso il Capitale e con l’aria di aver già deciso in questo senso da tempo immemorabile ho svacantato. Un po’ zoppicando mi sono allontanato prendendo la destra. Un parlottio alle mie spalle mi doveva avvertire che qualcosa si stava preparando. Per raggiungere lo sbocco su via Viotti ci ho messo due minuti buoni, dopodiché mi sono voltato, e ho visto lasciare la grande nicchia del cinema tre figure, piuttosto vispe di andatura, tanto che in sulle prime non le ho collegate alle tre appena viste, una delle quali, la più piccola, recava in spalla una chitarra chiusa in una custodia nera; si sono allontanate, ad una velocità che me le avrebbe sottratte alla vista, coi piedi in quelle condizioni sfido io, anche se avessi pensato di rincorrerle. E’ seguìta la figuretta caracollante del signor V., che ha lanciato un tutto sommato debole “Ahò!”, e si è mosso nella stessa direzione. Li ho seguìti, come potevo, fino in piazza san Carlo, e non saprò mai che direzione hanno preso perché, nel tempo di uscire dalla galleria, si erano tutti e quattro, ladri e derubato, sottratti alla vista, o infilando via Maria Vittoria o addirittura attraversando in diagonale la piazza.

Quando il giovane, il più basso dei tre, si era lasciato cadere sui gradini accanto a me, avevo improvvisamente mollato un sonoro starnuto. “Salute“, mi aveva detto piano, con accento magrebino, cioè vocali gutturali e t arretrata, guardando nella mia direzione, o quella del mio minuscolo zaino. Fortunatamente pieno solo di carta, e vuoto di qualunque cosa d’interesse. “Grazie”, gli avevo risposto; e avevo persino pensato: “Beh, gentile“.

251. A zonzo.

19 Mag

Oggi, peraltro, fa un caldo becco. Ultimamente non ho frequentato molto le biblioteche, per cause del tutto logistiche, di consguenza non ho nemmeno scritto granché, non solo qui sopra ma anche su altri supporti e in altre sedi. Mi sono tirato fuori, a partire dal primissimo pomeriggio, una specie di inutile mezza giornata, che peraltro non è ancòra finita, e della quale – come si vede – non sono riuscito a fare buonissimo uso (non è detto che non riesca ad escogitare qualcosa per la metà inferiore, però).

Sono passato da urza, che dava segni di esserci, o di aver lasciato a chi dire; benché non avessi nulla da farci, lì, o da lasciar detto, dato che il portone era aperto e il cortile adibibile, sono entrato, e ho sonato al citofono; ma nessuno mi ha risposto. Sono uscito, e mi sono diretto verso la Civica – anche qui l’intenzione era vedere se c’era qualche volto noto, ma a parte due tossici (due presenze praticamente fisse alla Civica da tempo immemorabile) con i quali non ho mai avuto contatti, non ho trovato nessuno. Il primo piano era, anzi, semideserto, ed è assai verosimile che fossero tutti a chilificare da qualche parte, semiaddormentati sulle panchine, o a russare sulle coppe dei cessi, o in qualche bettola a sorbire il caffè. Sono salito anche al secondo piano, per scrupolo, ma ho potuto solo verificare che ambo le consultazioni erano in condizioni del tutto analoghe alla sala di lettura del primo piano, e, a parte quella faccia di cazzo di Antonio Pavone, con il suo riporto color mattone, era dubbio che ci fosse qualcuno che conoscessi più che di vista. Mi sono comunque aggirato tra gli scaffali, dove ho potuto rivedere una vecchia letteratura tedesca, dai volumi di piccolo formato, tra cui il iii, sul Barocco, molto appetitoso. Dal momento che me ne vado, ho pensato, perché non prendermi qualche ricordino?

Appunto, perché no? Magari un giorno in cui, proprio come questo, il deficientone al banco non è particolarmente (litote) vigile; io entrerei col sacchetto in mano, proprio come oggi – conviene precisare che in teoria in sala non si potrebbe entrare con sacchetti, borse, zaini e altri contenitori, proprio ond’evitare sottrazioni indebite.  Se ci si muove velocemente la videosorveglianza non serve a un cazzo – posto anche che si accorgano della scomparsa di un testo, e non è verosimile dal momento che è di quelli raramente o mai compulsati, quando ciò avverrebbe, di grazia? Il rilevatore al pianterreno, ormai è assodato, non funziona. Loro smagnetizzano strisciando i voll. che vanno in prestito contro quel macchinario (una cassetta metallica smaltata, grigia), ma di fatto basta entrare alla Nazionale con un testo preso in prestito alla Civica per sentir partire concerti di sirene e allarmi, segno che non è stato smagnetizzato nulla. Anche quando funzionasse, basterebbe levare la bandina metallica appiccicata dentro la legatura, sotto il dorso, tenendo sempre il libro, e il presente è piccolo & maneggevole, nel sacchetto. Una volta compiuta l’operazione – il misfatto può essere perpetrato nonscialantemente durante la discesa delle scale, pian piano -, ci si riserva più tardi di levare del tutto l’adesivo, già mezzo staccato, con la segnatura, e di cancellare il numero d’inventario a matita sul risguardo. Il timbro, che è tutto un altro pajo di maniche, può essere abraso con comodo a suo tempo, nella pace serale, alla luce di qualche lampione, magari conversando amabilmente di cose elevate con qualche alcolizzato di propria fiducia (peraltro, vedi fortuna, a differenza di altri volumi, per metà buona virtualmente grondanti di blu di Prussia, il volume che a me piace ha due o tre timbrini stinti, appena). E poi uno è padrone di portarsi Gryphius, Lohenstein e Hofman von Hofmanswaldau in giro per il mondo, rileggendolo fino alla consunzione sullo sfondo di qualche romantica marina, o di qualche panorama montano.

(Ho cercato inutilmente di ritrovare quel vecchio numero di futura in cui una delle responsabili della Civica, Cecilia Cognigni, diceva che la biblioteca, in particolare la Civica, è un valido centro d’ascolto, e un luogo a differenza d’altri avalutativo, in cui il barbone può aggirarsi tranquillo senza tema di essere considerato un pezzo di merda. Mi hanno, in effetti, riferito che alla Civica non girano più barboni. Vuol dire che la dirigenza della Civica ha cambiato idea? O che ero l’unico barbone frequentatore? Comunque un’ultima capatina, prima di partire, me la faccio).

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

231. Memento.

7 Feb

Ultimamente posto solo versi, perché mi portano via poco tempo, o quasi nulla, ma giusto per aggiungere qualcosa al blog — per fare cosa gradita non posso dire, perché sarebbe presunzione, e poi, beh, mi conosco. Mi dispiace, un po’, ma sto scrivendo altra cosa, che diventa sempre più complicata da fare, di là dal suo ampliarsi, anche e soprattutto a causa di una sempre più accentuata incompatibilità ambientale, che forse dipende in misura non indiretta proprio da quest’ultimo sforzo compositivo. Coi seguenti l’autore, che non aveva pace e di quando in quando avrebbe voluto dare la testa o al muro o sulla faccia di qualcuno, rammentava (“memento”, appunto) a sé stesso qualche forse utile, forse inutile principio – dipende, è chiaro, dalla capacità dell’autore di tener presenti, dopo essersene reso conto, taluni principj; tra i quali principj, anche, qualcosa di a sé nuovo e causa di stupore, perché l’autore  lamenta effettivamente, tuttora, significative lacune, e la consuetudine con gente stronza è sempre di per sé abbastanza istruttiva (benché solo per preparare all’incontro con altra gente stronza).  

Rendersi conto che a non tutti è dato
Lo stesso, e che non son pochi ventanni
Per sapere che, in sé, dolore e affanni
Mai la mediocrità hanno sollevato.
   Rendersi conto che il vigliacco agguato
E’ questione d’ogni angolo, e gl’inganni
Non scampa la mitezza; e molti danni
Subìti il tempo non ha mai curato.
   Rendersi conto che soltanto i panni
Si cambiano, ma è sempre uguale il fato,
Specie per quelli che scordato l’hanno.
   Rendersi conto che, scorrendo, gli anni
Certo molti imprevisti han comportato;
Ma il tuo passato non cancelleranno.

123. Perché mi trovo ancora qui.

18 Mag

Oggi, dato che magari domani faccio il bravo e torno di nuovo a imbambolarmi davanti alla pagina bianca, faccio due posts due. Il fatto è che dovrei trovarmi in quella casa, a quest’ora, a tentare di scrivere, almeno in teoria. Poi, in pratica, jersera è successa una cosa: ossia il telefonino di una ragazza è stato preso e messo al piano di sopra, nella stanza di un altro. L’altro ha preso il telefonino e l’ha riportato all’una. Poi, l’una e l’altro mi hanno chiesto se per caso fossi stato io a portare il telefonino dell’una nella camera dell’altro. Ho detto sia all’altro che all’una che no, non ero stato io. Ma mi sono fatto spiegare altre due o tre volte la storia, ed è esattamente come l’ho riportata. Un furto non è. E’ uno scherzo. L’ho anche detto: Qualcuno è in vena di scherzi. Posso solo sperare che la vena gli si prosciughi. (Insieme con tutte le altre vene che ha in dotazione, ovviamente). Ma se non è tanto una questione circolatoria, cioè se invece che essere in vena di scherzi fosse di natura scherzosa, io che cosa dovrei aspettarmi? Che oggi, o domani, o dopodomani risucceda una cosa del genere? Dato che ho più di un motivo per sospettare (ultimo tra questi motivi il fatto che sono l’ultimo arrivato, quindi non mi si conosce — è l’ultimo dei motivi, ho detto) che qualunque cosa di poco chiaro o poco legale succeda nel futuro, chi ci andrà di mezzo sarà il sottoscritto, io che cosa dovrei fare? Per una volta ho dato retta al sesto senso, e ho deciso di trascorrere parte della giornata fuori. Ma mi rendo conto che è tutt’altro che una soluzione. In quella casa ci sono in tutto sette persone: quattro maschj (1 studente d’agraria, 1 ingegnere, 1 che fa pesistica e 1 straccione, cioè me) + due femmine (1 studente di scienze forestali [? si dirà così] e 1 francese); + un altro maschio, che è francese e dorme con le due donne.  Il francese mi guarda sempre storto e mi sta sul cazzo, quindi sospetto di lui. Anche se è quasi sicuro che non fosse in casa quando è avvenuto il trasferimento.

Non mi sento tanto appaurato, e nemmeno amareggiato — in realtà me ne fotto. Solo, vorrei avere più margine per prendere le mie precauzioni. Insomma, non si sa mai che cosa potrebbe succedere. Ci stavo pensando: non è così automatico passare qualche anno in strada, o in strutture per sociopatici (che, ricordiamo, nascono proprio per gli avanzi di galera, originariamente), e poi passare direttamente alla convivenza con della squallida gioventù borghese. Non so come prendere la cosa.

Peraltro non credo di poter passare tutta la giornata fuori, devo tornare prima perché devo fare almeno una lavatrice (sono rimasto senza calzini & mutande, dovrò pur cambiarmi). Ma ci ho tanta avversione.