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410. Lampioni colorati.

30 Ott

Sono in p.zza s. Carlo, mi ritrovo su una panchina davanti agli archi intestati alla s. Paolo, che sono tredici. Ci sono 14 gradi e sono le 20.11. Ho il caval d’brons del Marocchetti sulla sinistra, davanti a me. Noto che hanno già messo quelle discutibili installazioni prefestive, che rendono la piazza ancóra più buja di quanto sia normalmente: i lampioni sono stati ornati in modo che adesso non mandano la solita smorta luce giallastra, ma, nell’ordine – cominciando dai lampioni che pendono dagli archi suddetti, luci giallo-rosso-blu, verde-giallo (almeno; forse giallo-verde-giallo, ma di qui non si vede bene), blu-giallo-rosso, rosso-giallo(-?), rosso-blu-giallo (proprio davanti a me), azzurro-giallo-rosso, rosso-giallo-verde, una specie di arancio-rosso, rosso (?)-rosso, verde-giallo-rosso, blu-giallo, giallo-blu-rosso. La piazza è poi illuminata, all’interno del perimetro, da 4 coppie di di alti grappoloni di lampioni, colorati adesso allo stesso modo, e avvolti come in specie di matasse, o gomitoli, che però non s’illuminano, e comunque sono una cosa tristissima a vedersi. Guardo le cose, pur tra i fumi del nimesulide e della febbre, con una tale affettuosità – anche gli sporchissimi piccioni, che continuano a fare la spola tra la fontanella e una delle panchine interne ai portici alle mie spalle, passandomi tutte le volte sopra la testa, col rischio di lasciarmi qualche stronzo in capo – che mi rendo conto di volerne prendere nota perché domani, effettivamente, potrei dovergli dare l’addio, per qualche tempo. Domani spero veramente che mi ricoverino, ho un’infezione violenta, e domani faranno otto giorni. Finirà col fondermi il cervello, e preferirei evitare, ché già funziona sì e no.

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262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

261. Manifestazione – 10/06/2009, p.zza s. Carlo, Torino.

9 Giu

Manifesto Notte Bianca Invisibili

Domani, mercoledì 10 giugno 2009, ci sarà un’importante manifestazione in p.zza s. Carlo, Torino.

Principalmente si tratta di un’iniziativa legata alla chiusura del dormitorio comunale di s.da Castello di Mirafiori (uno dei cinque, adesso quattro, dormitorj comunali), e a quella di v. Carrera (e scendiamo a tre) per ristrutturazione & ampliamento: scelte che, soprattutto compiute in contemporanea, hanno sbattuto in mezzo alla strada parecchj senzatetto di Torino, allungando a dismisura le liste d’attesa dei superstiti dormitorj. Ma di questo ho già parlato la volta scorsa.

Quello che interessa rilevare, di questa iniziativa, è il fatto che essa nasce dallo sciopero degli operatori del settore – io non ho avuto nessun ruolo, nell’iniziativa, né ne avrò in quelle a venire perché me ne vado (mi sono limitato a fare qualche aggiunta al testo che mi è stato sottoposto jersera, anzi stanotte, e che dovrebbe essere letto, si spera, durante la manifestazione), dunque non sono tenuto a dire altro che quello che ritengo vero, senza accostumarmi ad alcuna linea, senza preselezionare risposte prudenti o altro.

Nulla di che: ma gli operatori che teoricamente dovrebbero finire senza lavoro o addirittura in mezzo alla strada stando alle informazioni iperboliche, allarmistiche – in una parola: strumentali, se non false – date in merito, NON finiranno affatto in mezzo alla strada, NON perderanno il lavoro (saranno indirizzati verso altri servizj; nessuna cooperativa sociale si occupa solo di dormitorj, e non tutti gli operatori sono lì solo a distribuire lenzuola e rasoj nelle strutture comunali), insomma NON riceveranno, da queste chiusure, danni minimamente paragonabili a quelli dei senzatetto – e fortuna che siamo in estate.

Che siano scocciati di perdere pezzi qua e là, e di dover provvedere a riorganizzazioni, che ci possa essere anche danno economico, o che la cosa debba considerarsi immorale in sé e per sé, anche a prescindere – posto si possa prescindere, e non si può – dalle conseguenze fattive e concrete, o che sia da avversare in ogni caso il comportamento di un Comune che agisce senza prima aver, nonché consultato, anche solo avvisato per tempo le parti in causa, permettendo almeno di correre ai ripari, o proponendosi di concertare soluzioni alternative, su tutto questo non ci piove. Il comportamento del Comune (dell’assessore) è stato scorretto, e la Parella, intesa come cooperativa, avrà senz’altro avuto danni.

Ma un’iniziativa che cerchi di attirare l’attenzione dei cittadini su una realtà del genere non può rimanere incentrata sul fatto che gli operatori di s.da Castello adesso andranno a fare un mestiere molto simile da qualche altra parte. Si suppone che la problematica, che è certo complessa e complicata (fino a che punto io non so, il mio punto di vista non è certo quello degli operatori del settore), debba essere affrontata a partire dai suoi aspetti salienti, non da quelli secondarj.

Una manifestazione del genere, indetta dagli operatori, può avere un solo scopo: quello di difendere il servizio, ossia di fare pressione, di creare visibilità, insomma di fare kasino affinché le istituzioni si rendano conto della gravità delle iniziative che si sono prese.

Sembra la cosa più scontata del mondo, e invece, purtroppo, sembra che tra gli operatori del settore le questioni fondamentali siano altre. Non ho capìto molto bene quali, anche perché se nessuno me le dice, non posso certo sognarmele: mi limito a dire, in partenza, col rischio di sembrare avventato, che di qualunque cosa si tratti non mi convincerà. Non è materialmente possibile: in primo luogo vengono i senzatetto, che, come dice la parola stessa, non hanno casa e, con quest’ultima decisione, rimarranno privi di tetto per un tempo ancòra superiore a quello che era prima, dal momento che le strutture erano già insufficienti e non bastavano a coprire la domanda per periodi di tempo sufficientemente lunghi.  Le esigenze di quelli che tirano uno stipendio (miserabile), e hanno un lavoro (orrido), e hanno una casa (topaja) in cui ritirarsi quando non lavorano o non vanno in vacanza, non essendo le esigenze di persone della cui sopravvivenza e delle cui esigenze basilari si starebbe trattando, passano d’ufficio in secondo piano.

Per questo, tale “sciopero degli operatori”, che è sacrosanto, non può avere nessuna motivazione ad essere al difuori della difesa di un servizio che è indispensabile per persone che non sono materialmente, fisicamente, mentalmente, legalmente in grado di provvedere da sé alle proprie più elementari e fondamentali esigenze. Dico tutto questo perché la proposta di inserire, tra gli interventi di questi a buon diritto scioperanti operatori, anche la voce dei senzatetto, che a rigori dovrebbe essere la *prima* ad essere ascoltata, e non un’opzione, o un riempimento eventuale, o una subsecività, o un’escrescenza appendicale, ha incontrato resistenze da parte di operatori – finora, dichiaratamente, due, che vissuti finora di pane e complessi d’inferiorità non sopportano finanche l’idea di essere associati ad un’iniziativa in cui “anche” i barboni possano dire la loro. La matrice donde questa contrarietà ha tratto i natali è molteplice: un motivo risiede sicuramente nell’aspetto mentale dei due che si sono detti contrarj, che non è poco, e anche in quello di tutti coloro che hanno detto “s-sì”, o “ni”, o “ma fate che kazzo vi pare”, ma di fatto non ne sono contenti. Sicuramente ci sono anche milioni di altre motivazioni, questioni di schieramenti, liti di cui non si sa nulla, ripicche, antichi rancori, questioni d’alta politica, vendette trasversali, fuitine, faide & vendette: ma io continuo a fregarmene.

Gli unici la cui voce è, se è il caso, il caso di sentire è proprio quella dei barboni.

L’incontro è domani sera,

mercoledì

10 giugno 2009

in

P.zza San Carlo,

Torino

ore 18.30

E’ previsto un rinfrescone. A seguire, concerto (hip hop – non so chi canti, e anche se me l’avessero detto me lo sarei dimenticato, ché non m’intendo).

Qui di séguito copincollo il discorso che Salvatore dovrebbe riuscire a pronunciare domani sera in questa occasione:

PRESENTAZIONE E PROPOSTE PER IL
DISCORSO NELLA MANIFESTAZIONE DELLO SCIOPERO DEGLI OPERATORI IN DATA 10/06/09 IN P.ZZA S. CARLO A TORINO.

Facciamo parte del collettivo di “stanchidiattendere”; tra le nostre intenzioni c’è quella di fondare un’associazione attenta al rispetto dei diritti dei cittadini più deboli, quella dei fruitori della cosiddetta “bassa soglia”, composta non solo dalle persone che vivono per strada e usufruiscono dei tanto discussi dormitori torinesi, ma anche da persone dipendenti da sostanze e immigrati, regolari e no. Tutte  persone che, molto spesso, per un motivo o per l’altro, subiscono ingiustizie e soprusi e non hanno nessuna voce in capitolo per cercare di migliorare le cose. La nostra è un’iniziativa che vede coinvolti in prima persona gli stessi utenti dei servizi, nata in seguito alla decisione del Comune di Torino di chiudere il dormitorio di Str. Castello di Mirafiori, decisione che noi non condividiamo e che consideriamo dannosa sotto ogni punto di vista.

Chiediamo con forza che venga disposto anzitempo, da parte del Comune, un preciso piano di potenziamento delle risorse di bassa soglia, senza che nel frattempo alcun posto venga a mancare.

La realtà attuale di questa città è molto più triste di come viene descritta. Le istituzioni locali vogliono attuare tagli mirati solo e sempre in un’unica direzione, come chiudere dormitori, revocare, sospendere o rifiutarsi di erogare i peraltro esigui aiuti economici, anche dopo che le domande in questo senso sono state accolte (è una cosa che accade spesso), e senza che la condizione delle persone sia nel frattempo mutata. Siamo fermamente convinti che la situazione attuale, che tentano di farci vedere come l’unica possibile, derivi dalla somma di differenti problematiche che si aggiungono alle molte già esistenti. Talvolta trattate con superficialità e che si protraggono da anni, come confermato dai tagli da una parte e dagli sprechi dall’altra.

La crisi non deve pagarla ulteriormente chi già si trova in difficoltà e la vive ormai da troppo tempo. Le Olimpiadi non devono essere pagate dai cittadini: se le paghi chi le ha volute ed imposte.
Che cosa sono i dormitori, per la gran parte? Strutture fatiscenti e malsane popolate e assediate da insetti e ratti, insufficienti e carenti, nelle quali è possibile contrarre molteplici malattie.

Vanno abbattute certamente, ristrutturate in altri casi, ma non è possibile far pagare a noi pure la loro incuria.

Non sembrerebbe di parlare di una città europea del 2009, città dei mondiali di calcio, delle Olimpiadi invernali, della linea ferroviaria TAV e delle metropolitane. E anche a proposito delle Olimpiadi ci sarebbe da ridire sulla ‘pulizia etnica’, o sociale, che è stata fatta in questa occasione, quando i senzatetto e i tossicodipendenti di Torino sono stati manganellati e dislocati come sacchi di patate da una parte all’altra della città. Questo per presunte ragioni di decoro. Ma noi non crediamo in un decoro che prescinde dal rispetto della dignità umana.

Le fioriere che ornano via Po sono certamente uno spettacolo bellissimo, di giorno. Vedere decine di persone che ci dormono accanto, la notte, è invece vergognoso. Persone costrette a dormire per terra ai lati di arredi urbani costati gli stessi soldi necessari alla gestione di almeno uno dei sette dormitori della nostra città.

Noi non vogliamo morire in una stazione o su una panchina.

Siamo esseri umani e non vogliamo più subire le scelte di chi non sa quello che fa, né ripara in qualche maniera a ciò che consegue alle scelte sbagliate. Tutto ciò è evidente, basta guardarsi attorno: non esistono quasi più servizi igienici pubblici, le fontane di acqua potabile (i tori verdi, tanto per intenderci) vanno scomparendo, il traffico cittadino un po’ ovunque è caotico più che mai.

Le code sono fatte di ore ed ore d’attesa anche per un solo pasto al giorno. Ma si rinnovano gli stadi di calcio, certi lavori pubblici sembrano non finire mai, con sprechi di denaro pubblico indicibili: basta prendere un autobus nelle giornate di canicola estiva per capire… dopodiché si specula sui dormitori.

Vogliamo  parlare degli aiuti economici, i cosiddetti sussidi? Sono inadeguati, circa 180 euro al mese dopo aver dovuto dimostrare ciò che è sotto gli occhi di tutti: dopo aver già raccontato la propria intera vita agli operatori è d’obbligo certificarla con le istituzioni. Cosa non sempre utile all’ottenimento di questa esigua cifra, perché il Comune di Torino non destina molti fondi al sociale, e non eroga volentieri i sussidi. Tutto questo dopo essere già stato riconosciuto come un senza casa e un senza lavoro (che chi può ancora svolgere farebbe con immenso piacere), condizione di per sé avvilente, a cui si aggiunge anche l’umiliazione di essere sempre visibile come barbone, e come tale sempre additato.

Perché noi ci siamo. A qualcuno può sembrare che, perdendo casa, lavoro, relazioni, siamo stati esclusi dalla società: ma in realtà ne siamo parte. L’unica differenza tra noi e i cittadini integrati è che questi possono esercitare (e infatti esercitano) i propri diritti; mentre a noi i diritti sono stati negati. Può essere questa la nostra funzione nella società? Dobbiamo necessariamente essere condannati a un non-ritorno? A rimanere sempre al limite della sopravvivenza? È in queste condizioni che volete vederci?

Parliamo poi dei dormitori, di cosa significa frequentarli. Lasciamo pure perdere quando ci arrivi, il senso di smarrimento profondo dei primi tempi. Ben presto il disorientamento è sostituito dall’illusione che, bene o male, un tetto ce l’hai. L’illusione però non dura molto: i non residenti, italiani e no, hanno diritto soltanto a sette notti di permanenza, dopo lunga attesa; i residenti, teoricamente più fortunati, ad un mese. Ma per residenti e non residenti la situazione è identica quando il periodo finisce e arriva il  momento di uscire: bisogna reiscriversi presso un’altra struttura, e ricominciare ad aspettare. La tua vita è scandita dall’attesa, lunga, frustrante, e che riempie prepotentemente il tuo tempo, impedendoti di avere una normale vita sociale, togliendoti la possibilità di cercarti un lavoro, di curare le relazioni affettive e sociali, e rendendo difficile anche provvedere delle più comuni esigenze, come procurarsi un documento o recarsi dal medico. Ti rimangono solo ritagli di tempo per ricordarti che non sei solo un utente, e che devi “risalire”, e devi farlo in fretta! E spesso da solo! Ma ti serve un tetto, che sta alla base di tutto ma che non deve prenderti tutto! La nostra critica non si ferma alla penuria delle risorse, che se fossero adeguate già risolverebbero in parte molte cose, ma va oltre e si concentra anche sul sistema di gestione delle case di ospitalità notturna o meglio denuncia uno stato di cose che genera cronicizzazione e non è, per dirla come gli operatori, tesa a promuovere l’autonomia.

È a questo scopo che, come collettivo, proponiamo di istituire un tavolo di coordinamento composto di utenti, operatori e tecnici delle istituzioni. La volontà di questo collettivo è infatti quella di costituirsi al più presto in associazione, la cui finalità sarà quella di tutelare e farsi garante dei diritti dei senza dimora.