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793. Spoiler: “Splendore” di Margaret Mazzantini (2012).

26 Dic

Margaret Mazzantini, Splendore. Mondadori, Milano nov. 2012. Pp. 309. + ringraziamenti.

Roma. Guido, figlio della bella e sofisticata Georgette, belga, destinata a premorire alcolizzata, e di un uomo insignificante, un medico, vive in un palazzo signorile; Costantino, suo coetaneo, è il figlio dei custodi.

I due s’innamorano l’uno dell’altro, e nel corso degli anni, pur prendendo strade diverse, continueranno, con lunghi intervalli, a ricongiungersi, dando violento sfogo ad una passione mai sopita. Il benestante Guido propone inutilmente all’amico di trasferirsi insieme a Londra; Costantino, dopo il militare (Guido è riformato per varicocele), diventa ristoratore, mentre Guido, iniziato all’arte da uno zio respingente e carismatico, trasferitosi da solo in Inghilterra, intraprende una brillante carriera accademica.

Nella libera Londra ha superficiali rapporti con il mondo gay, ma soprattutto ha rapporti, prolungati, con donne;  stabile la sua relazione con la giapponese Izumi, che ha una figlia da precedente unione, Leni, con cui anche Guido ha un ottimo rapporto (Guido è peraltro sterile, non può avere figlj proprj).

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779. Ganja (cronologia-estratto).

7 Ago

Barry Chevannes / Axel Klein, La ganja e i Caraibi. Cultura, economia, politica. A cura di Franco Corleone / Grazia Zuffa. Traduzione di Maria Impallomeni. Ed. a c. Forum Droghe, Quaderni di Fuoriluogo n° 3, Roma giugno 2009. Pp. 71.

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665. Letture.

8 Nov

Il mio non vasto impegno nelle letture hoggidiane tocca già quasi il capolinea; impossibile proseguire per molto tempo. Chiaramente, in un futuro non remoto, riprenderò. Come dissi a qualche perplesso lettore qualche post innanzi, lo scopo delle mie letture non è trovare il capolavoro o l’opera perfetta – cosa impossibile nel mucchio delle pubblicazioni appena uscite, che non hanno ancòra passato il buratto del tempo – , ma fare esercizio di reminiscenza, raccogliere impressioni sulle attuali tendenze, e stabilire qualche coordinata, se possibile. Quest’ultimo umile desiderio probabilmente non avrà possibilità d’esaudimento, dato che è impossibile frequentare troppo intensivamente la contemporaneità. In una condizione che si potrebbe definire di prima battuta, credo, nessuno sa o saprà mai in tempo reale che cosa stia succedendo nelle lettere alla propria altezza cronologica, se non s’affida almeno in parte al giudizio altrui, o se, per disgrazia sua, non perde ogni discernimento e ogni gusto, pur rimanendogli intatta la lena di continuare strenuamente ad inghiottire tutto quanto va producendosi: il ciarpame è troppo, e anche quando – come è il caso di questi tempi – il livello generale, in specie attestato dalla grande editoria, è quantomeno decoroso e la scrittura è, se non preziosa, almeno grammaticalmente accettabile, né sono riscontrabili cose davvero offensive, o totalmente illeggibili, il ciarpame rimane prevalente: poiché esso non consiste, in quanto tale, affatto nella scrittura spallata, o nei solecismi, o nelle brutture estetiche, ma nella mancanza di necessità, e razionale e d’ispirazione. A costo d’apparire intollerabilmente volgare, devo ritrovarmi non solo ad ammettere, ma a dichiarare, ed altamente ove possibile, che l’ispirazione è tutto, nulla il decoro della confezione, nulla l’erudizione, nulla le concezioni quando stanno sui generali e tengono più della critica che dell’invenzione: la critica essendo distacco, l’invenzione essendo immersione nella cosa. Pur senza troppo aspettarmi da nessuno, devo dire di aver passato qualche ora non triste in compagnia di qualcuno che, diversamente dal mio solito, non è poca cenere in qualche loculo dimenticato, ma beve l’aere e si aggira per le strade di questo paese, mangia beve scurreggia e, quando ritiene il buon momento giunto, scrive. Non m’aspettavo nulla – cioè m’aspettavo da una parte meglio, dall’altra peggio, e dato che sono stato deluso sia nell’una sia nell’altra aspettativa in modo tale che delusione e conferma si sono perfettamente equilibrate, è come se non mi fossi aspettato nulla. Non dovevo e non volevo dare consiglj per acquisti, ma, certo, ho incontrato anche scritture che sono interamente valse la pena del tempo speso: e si tratta, in particolare, di due letture su cui aspettative me n’ero formate sì, e che hanno avuto il merito di soverchiarmi, e indurmi a pormi una serie d’interrogatìvi, e a mettere alla prova qualche sapere, qualche reminiscenza, e soprattutto qualche memoria personale: da una parte Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, dall’altra Il cimitero di Praga di Umberto Eco, che uscì l’altra settimana, che è tutto fuorché  immacolato da difetti, ma sicuramente da quelli che gli s’imputano sì, e di cui scriverò domani. Tolte queste due collaudate firme, che forse vanamente stanno lì a ricordarci a che cosa riesca a servire la scrittura, quando è ben servita, non riesco ad impedirmi la sottile e non del tutto certa, ma deprimente, sensazione di un sostanziale sciupio di tempo.

663. Scheda: Ammaniti, “Io e te” (2010).

8 Nov

Niccolò Ammaniti (1966), Io e te, Einaudi Stile Libero BIG, Torino ott. 2010. Pp. 116 + avvertenza + ìndice.

L’avvertenza in fondo al volumetto fa pensare ad uno spunto vero:

Olivia Cuni è nata a Milano il 25 settembre 1976 ed è morta nel bar della stazione di Cividale del Friuli il 9 gennaio 2010 per overdose. Aveva trentatre anni.

La storia, esile, è il piccolo romanzo di formazione di un ragazzo di 14 anni, Lorenzo Cuni. Olivia è la sua sorellastra (23 anni). Il tempo dell’azione è a Roma nel 2000: è una lunga analessi, si può dire, incorniciata da un’introduzione e un epilogo fissati a Cividale del Friuli 2010.

Càpita che Lorenzo sia sempre stato timido all’eccesso: da piccolo gli hanno persino diagnosticato un disturbo della personalità (narcisismo): portato a ritenere sé stesso e i genitori del tutto eccezionali, ha difficoltà di relazione con i coetanei. E’ di famiglia ricca; in collegio, in mezzo ad una scolaresca cosmopolita, ha imparato a mimetizzarsi, ma nel contesto ben diverso del liceo classico ricomincia a sentire il peso del giudizio altrui, e soffre per la mancanza di spazj proprj. Continua a leggere

661. Scheda: Brizzi, “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (2010).

3 Nov

Enrico Brizzi (1974), La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, Laterza, Coll. “Contromano”, Bari ott. 2010. ISBN: 9788842094333. Pp. 288.

Séguito di La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008), il presente libretto è interessante per più motivi: prima di tutto è scritto da un ex-ragazzo perfettamente normale, attualmente uomo perfettamente normale (glielo dice, nei camerini, anche una donna dello spettacolo, all’epoca fidanzata forse con Stefano Dionisi, che ha un’aria stranamente normale per essere uno scrittore), che ha esordito nel 1994 con Transeuropa con un romanzo del tutto normale, in quanto romanzo generazionale, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ad un’età che però, almeno per l’epoca, quando fiorirono anche i Cannibali – alcuni dei quali molto giovani – non era tanto normale, vale a dire 20 anni non ancòra compiuti. Del milieu rendono conto, oltre ad altri luoghi dell’opera – (v. su wikipedia), 9 romanzi + uno per ragazzi, 1 raccolta di racconti più 3 racconti in voll. collettanei, 2 “guide” (alla via di Gerusalemme e alla Francigena, che EB ha percorso a piedi con Marcello Fini, coautore) – queste due opere grosso modo autobiografiche, definite “cronistorie”: genitori insegnanti, famiglia numerosa zeppa di zii e nonni, solidi principj di sinistra. Ad esaltare per contrasto, si direbbe, la propria normalità, pressoché modulare, scandiscono il presente racconto gl’incontri con i coetanei Juri, scombinato ragazzo tendente al sottoproletario, vittima prima della televisione e poi della Lega, e LucaPietro, di famiglia troppo ricca, vano, un po’ vigliacco, al fondo un disadattato, un debole. Va da sé che un autore così rappresentativo, s’intende al meglio, delle esperienze e delle tendenze di una generazione sia interessante soprattutto quando parla di sé stesso, cioè quando parla appunto della propria generazione ritraendola attraverso sé stesso e le proprie predilezioni ed esperienze. Ho provato, seguendo un consiglio discutibile, a lèggere Razorama, per esempio, e non sono riuscito, io che i libri devo finirli proprio tutti, anche quando vorrei depositarli in qualche cassonetto, a superare la metà. Non che Razorama meritasse il cassonetto, ci mancherebbe: è un prodotto altamente professionale, tutto ambientato in mare a bordo di un’imbarcazione, e la terminologia marinaresca e relativa alle navi vi è, specialmente all’inizio, copiosa e ricca – ciò che rende la narrazione, in alcuni punti, assai istruttiva, posto ci si tenga un lessico di terminologia marinara sottomano durante la lettura – , contribuendo all’evocazione di un mondo privilegiato fatto di superfici lucide e linee perfettamente tirate, décor adattissimo alle imprese di un serialkiller d’alto bordo (appunto). Ma, di là dall’esercizio di stile e dall’evidente calco ellisiano, l’effetto era un poco quello di uno di quei thriller da tarda serata di ItaliaUno, solo che invece di guardare immagini in movimento si dovevano passare gli occhj sulle righe. Sono scherzi che la normalità, spesso e volentieri, ama tirare: senza voler, assolutamente, sostenere che solo la discrasia con l’ambiente permetta di produrre opere di rilievo. Ma il merito di Jack Frusciante, oltre a quello di essere scritto praticamente in presa diretta, essendo il romanzo di un adolescente sull’adolescenza (ecco, per esempio Due di due, che ha svolto grosso modo la stessa funzione per la mezza generazione precedente, De Carlo l’ha pubblicato a 37 anni, ha una bellissima descrizione dell’adolescenza sessantottarda ma riguarda tutto uno percorso di crescita, fino all’età adulta), è stato proprio quello di lèggere il dato generazionale nel dato autobiografico, senza filtri letterarj che a quell’altezza Brizzi non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prepararsi. La felicità, se ne ha, del presente La vita quotidiana sta proprio nella sua capacità di evocare, direttamente e senza filtri, un clima culturale, vissuto senz’alcuna remora, dev’essere detto, fino allo sviluppo di una coscienza critica che ha consentito all’autore, e a chi ha avuto un percorso simile al suo, di uscire da certe barene. Continua a leggere

656. Scheda: Santarossa, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” (2010).

25 Ott

Massimiliano Santarossa (1974), Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Baldini Castoldi Dalai Editore, ott. 2010. Pp. 145.

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L’autore, originario di Villanova (Pordenone), ex-falegname, ex-operajo, racconta solo cambiando i nomi gli eventi realmente accaduti nelle 72 ore di un lungo weekend nella città nativa. Il Vez (il narratore), Nic, Mike e Gio’ sono i quattro protagonisti: tutti e quattro poco più che ventenni, tutti di diversa estrazione, teoricamente, di fatto – si direbbe – condannati allo stesso destino. Il Vez è falegname in una fabbrica dislocata tra centinaja di altri capannoni lungo la “pontebbana”, lo stradone che è la spina dorsale della cittadina, che si deve percorrere sia per andare a lavorare sia per correre incontro ai disperati divertimenti del sabato sera; Nic, apparentemente cinico e positivo, in realtà un clown triste quanto ciarliero, è venditore presso una rivendita d’auto nuove e d’occasione; Mike, trascurato dai genitori, lui politico progressista, lei architetto di grido, da sempre trattato come un deficiente, già confinato, a scuola, in una sezione differenziale, lavora per modo di dire facendo fotocopie in un ufficio comunale; Gio’, infine, tossico, precocemente invecchiato, scacciato di casa dai genitori che hanno obbedito ai servizj socioassistenziali che li hanno incoraggiati a fargli terra bruciata intorno in modo da farlo entrare al più presto in comunità. Continua a leggere

655. Scheda: Siti, “Autopsia dell’ossessione” (2010).

25 Ott

Walter Siti (1947), Autopsia dell’ossessione, Mondadori, Milano ott. 2010. Pp. 299.

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Walter Siti, accademico e scrittore, al giorno d’oggi massima autorità su Pasolini, conclude con questo volume, freschissimo di stampa, una sorta di libera trilogia iniziata con Troppi paradisi (2006) e proseguita con Il contagio (2008); devono fors’anche essere citati l’intervista impossibile ad Ercole in Corpo a corpo. Le interviste impossibili (2008), e il racconto del viaggio a Dubai Il canto del diavolo (2009), a cui si fa riferimento in quest’ultima fatìca. Al centro della parte più viva, più importante e più bella della narrativa di Siti, coincidente con questi tre romanzi, c’è l’amore per un culturista, sottoproletario, romanesco, borgataro, furbo, ingenuo, bambinesco e venale, chiamato Angelo in questo terzo ed ultimo (“Angelo di nessun messaggio”). Se in Troppi paradisi l’autore descriveva il passaggio da una relazione di tipo borghese, con un professionista della tv, alla relazione con il borgataro, e Il contagio la full immersion del professore nel mondo del sottoproletariato della capitale (e l’erosione del centro da parte della periferia), naturalmente per amore, in quest’ultimo romanzo si fa, si direbbe, in due: da una parte l’antiquario Danilo Pulvirenti, sessantenne, che approda, nello stesso periodo della vita ma per motivi in parte molto diversi, all’amore semimercenario per il culturista; dall’altra il Rivale, l'”altro”, che spunta a guastare la festa (ma che festa era?) al Pulvirenti dalla metà del romanzo in poi, uno scombinato e calvo professore universitario e velleitario scrittore sessantenne che ha molte caratteristiche in comune con Siti stesso: compare in televisione col suo culturista, scala le classifiche di vendita dei suoi libri in maniera abbastanza imprevista, progetta un viaggio a Dubai, &c. Continua a leggere

653. Scheda: De Silva, “Mia suocera beve” (2010).

22 Ott

Diego De Silva (1964), Mia suocera beve, Einaudi, Torino sett. 2010. Pp. 338 compreso l’ìndice.

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Mia suocera beveContinuano in questo volume, dopo Non avevo capito niente, le avventure e le riflessioni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, sempre più verbillant. Non che manchino, soprattutto in questa seconda puntata, eventi esteriori di rilievo. L’avvocato rimane infatti coinvolto in una sorta di sequestro di persona, altamente mediatico, durante il quale diventa – lui che come avvocato non vale pressoché una cicca – una celebrità; nel frattempo continuando le alterne vicende con le sue donne – Nives la psicologa, e la collega Alessandra Persiano – e con i figlj, Alagia ed Alfredo.

Càpita insomma che il Malinconico un giorno si trovi a far la spesa in un supermercato – è un mercoledì -, e s’incoccj in un distinto signore di mezz’età, l’ingegner Romolo Sesti Orfeo, che l’avvocato non conosce. Ma è l’ingegnere che si ricorda dell’avvocato, per via d’un’azione legale intentata contro una ditta da parte di un operajo rimasto infortunato, Vittorio Comunale, che era un vecchio amico dell’ingegnere; il Malinconico s’era rifiutato di accettare la ridicola proposta di risarcimento danni da parte della ditta, ed era riuscito a spuntare di più. Il Sesti Orfeo, per parte sua, aveva trovato apprezzabile l’impegno dell’avvocato, e per qualche motivo per ora noto solo a lui adesso ritiene che il loro incontro sia provvidenziale. A un tratto, attraverso i monitor della videosorveglianza l’ingegnere scorge un uomo – sui quaranta, vestito da tamarro con lungo cappotto nero (è ribattezzato immediatamente [mentalmente] “Matrix” dall’avvocato), pare [ed è] un camorrista -, e s’incanta a guardarlo. Il Malinconico non capisce perché. Capirà pian piano, dopo che l’ingegnere avrà intercettato “Matrix” e sarà riuscito, minacciandolo con una pistola, ad ammanettarlo al corrimano del banco dei latticini. Malinconico e una vecchietta sono i soli spettatori della scena, che da sùbito, anche prima della sua mediatizzazione, assume i contorni netti dell’artificio: Continua a leggere

651. Dialogo con Gilda Policastro.

20 Ott

https://i1.wp.com/www.fondazione-crmo.it/uploads/Image/Foto%20Policastro.jpgGilda Policastro si è laureata a Roma nel 1999 con una tesi su Dante e le catabasi antiche; nel 2003 ha conseguito un Dottorato di ricerca in Italianistica presso l’Università di Siena-Perugia, e qui è attualmente ricercatrice. In volume ha pubblicato tra l’altro In luoghi ulteriori. Catabasi e parodia da Leopardi al Novecento (Giardini, Pisa 2005), Il potere come degradazione e l’apocalissi come soluzione: Pasolini da Salò a Petrolio (Bulzoni, Roma 2005), una Guida alla lettura per Le strade che portano al Fucino di Tommaso Ottonieri (Le Lettere, Firenze 2007), il saggio Pirandello e Brecht: un incontro possibile? in Gli intellettuali italiani e l’Europa (1903-1956), a cura di Franco Petroni e Massimiliano Tortora (Manni, Lecce 2007), Sanguineti (Palumbo, Palermo 2009), e, ultimamente, la “prosa in prosa” La famiglia felice (D’If, Napoli 2010) e, soprattutto, il romanzo Il farmaco (Fandango, Roma 2010), che ha suscitato notevole interesse. Ha inoltre firmato numerosi interventi critici in rivista, in particolare su Dante, Leopardi, Pirandello, Pavese, Pasolini, Manganelli, Sanguineti. Redattrice della rivista «Allegoria», collabora con «Alias» e «Liberazione». Ha pubblicato poesie su «l’immaginazione» (agosto-settembre 2006, con una breve nota di Romano Luperini) e in un volume di “Ogopogo” con illustrazioni di Cosimo Budetta (agosto 2007).

 


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650. Scheda: Procházka, “Politica per tutti” (1968).

18 Ott

Jan Procházka (1929-1971), Politica per tutti [“Politika pro každého”, 1968], trad. Bruno Meriggi, G.G. Feltrinelli Ed., Milano gennajo 1969. Pp. 286 + catalogo.
Jan ProchazkaRaccolta di articoli, discorsi al Congresso degli scrittori, risposte al letture per rubriche (tra cui quella per la rivista “My”), interviste 1962-’68, a cavallo tra prima e dopo l’invasione del gennajo 1968. Ogni brano è corredato da una nota del 1968 che precisa e aggiunge quello che prima non doveva/poteva essere detto; per quanto  Procházka, socialista democratico convinto, si esprima sempre con grande libertà in questi pezzi. Dal 1967 in poi molti suoi articoli hanno subìto la censura; due pezzi, uno particolarmente velenoso sulla funzione del Congresso degli scrittori e un altro in favore d’Israele, scritto al rientro da un viaggio in Egitto, sono rimasti impubblicati e sequestrati, per essere stampati per la prima volta in questa raccolta di dopo il gennajo 1968.

Il pezzo riguardante il Congresso degli scrittori è semplicemente una serie di 3 risposte ad altrettante domande circa l’utilità dell’organizzazione. Procházka è per certi versi uomo d’apparato: la sua carriera fino a questo momento si è svolta interamente all’interno delle organizzazioni create dal governo comunista, ed è entusiasticamente in linea col progetto socialdemocratico. Ma la sua adesione, come logicamente consegue alla sua spontaneità, non ha nulla di prono o conformista. In sintesi, sostiene, il Congresso potrebbe essere utile, ma non è, a causa di chi lo gestisce e delle forze che vi dominano: e questo è tutto quello che ci si aspetta da uno scrittore di genio che operi in un paese comunista. Ma, come sempre, le cose sono molto più complesse rispetto alla vulgata, e la situazione cecoslovacca, vista anche solo dalla specola del Congresso, non si rivela affatto il covo di pecoroni che qualcuno malignamente si potrebbe aspettare. Gl’iscritti non erano tutti appartenenti al PCC; solo una delegazione, ovviamente molto invadente, vi era rappresentata. Le questioni interne ad un’istituzione sepolta di un paese remoto e conquistato da decennj all’economia di mercato ovviamente non interessano più a nessuno, ma è significativo come la decisione del PCC di ritirare la propria delegazione dal Congresso dati dallo stesso 1967 in cui maggiore si faceva la pressione della censura; ed è doveroso sottolineare come questa specie di cacciata conseguisse ad un dibattito estremamente aspro ed appassionato, durante il quale Procházka aveva preso nettamente le parti avverse alla politica del PCC. Continua a leggere

635. Scheda: Accornero, “Dove cercare le origini del taylorismo e del fordismo” (1975).

8 Ott

Aris Accornero (1931), Dove cercare le origini del taylorismo e del fordismo. Estratto da: “Il Mulino” n° 241 – settembre/ottobre 1975. Società Editrice Il Mulino, Bologna 1975. Opuscolo di cc. 6, riproducenti le pp. 673-693 [+3 cc. bianche] della rivista citata.

https://i1.wp.com/www.ftu.edu/Frederick%20WinslowTaylor.jpgSi rifà ad uno studio di Villari, che tuttavia non risale alle prime origini dei fenomeni, e vede ancòra l’uno come perfezionamento dell’altro, mentre sarebbe necessario qualche correttivo ad una simile visione dei fatti. Il taylorismo nasce innanzitutto dagl’ideali produttivistici di un tecnico e teorico, laddove il fordismo è pratica imprenditoriale. Negli USA desiderosi di affrancarsi dalla sudditanza economica dalla Gran Bretagna, tuttora la prima potenza al mondo, nel 1903 Taylor teorizza ne la Direzione d’officina un’intensificazione della produzione che vada oltre la sinora apprezzata intensità motoria (il cosiddetto speed-up).

In realtà, l’industria americana aveva qualità specifiche totalmente distinte da quelle dell’industria francese (che era arretrata), inglese e tedesca dell’epoca: aveva infatti accolto dal vecchio mondo una quantità sterminata di manodopera, soprattutto non specializzata e, quando specializzata, abituata a gestire il lavoro in maniera autonoma, veramente pochissimo alienata, portandosi dietro atteggiamenti e malizie maturati nell’esperienza lavorativa d’oltreoceano: sicché ancòra nel 1911 Taylor, che lamentava che ancòra nessuna fabbrica USA aveva adottato il suo sistema, finalizzato ad una perfetta standardizzazione dei gesti, denunciava che in qualunque fabbrica del paese ogni salariato organizzava e svolgeva il proprio lavoro come voleva. Continua a leggere

634. Scheda: Varj, “Introduzione allo spazio. Relazione del Comitato dei Consulenti Scientifici del Presidente Eisenhower” [1958].

8 Ott

Varj, Introduzione allo spazio. Relazione del Comitato dei Consulenti Scientifici del Presidente Eisenhower. Stampatore APOLLON, per conto dello United States Information Service [, 1958]. Opuscolo di 24 pp. Contiene anche il testo d’un’Autorizzazione del Presidente all’esplorazione della Luna.

https://i2.wp.com/digilander.libero.it/fme/pic/introduzione.JPGNel novembre 1957 Eisenhower chiama James R. Killian, docente al Politecnico del Massachusetts, a coordinare il Comitato incaricato di collaborare col presidente a tutti i progetti scientifici. Il 26 marzo 1958 il Comitato, che comprende Isidor Rabi, Jerrold Zacharias e altri, produce il presente docuento, che fissa possibilità e limiti tecnici della ricerca spaziale. L’interesse di questo campo d’indagine risiede in 4 tipi di motivi:

 

 

  1. Curiosità umana, ed esaurimento degli spazj terrestri come campo d’indagine;
  2. Sicurezza, essendo necessario evitare che altri paesi si servano delle scoperte in questo campo col fine di danneggiare gli USA;
  3. Prestigio internazionale;
  4. Raggiungimento di una posizione da cui è possibile svolgere ulteriore ricerca sulla terra, sull’atmosfera, sull’universo.

Bisogna immaginare di scagliare un sasso imprimendogli una spinta di 24.000 km/h: in questo caso esso cadrebbe di là dall’Oceano. Con una spinta di 29.000 km/h farebbe il giro della terra tornando al punto di partenza, per proseguire il viaggio, e così via: la sua caduta coinciderebbe con la linea di curvatura della terra, e il sasso non cadrebbe mai: si direbbe che è entrato in orbita. Continua a leggere

626. Scheda: Marzano, “Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne”.

8 Set

Michela Marzano (1970), Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne. A. Mondadori, maggio 2010. Pp. 160.

Michela Marzano (1970), filosofa.

E’ un saggio in cui, a detta dell’autrice, con le armi della filosofia si analizza la condizione delle donne, specialmente in Italia, per verificare se ancòra hanno valore le conquiste degli anni Sessanta/Settanta. Dato che la trattazione è particolarmente incentrata sul nostro paese, a differenza degli altri saggj dell’autrice questo è stato redatto direttamente in italiano.

"Sii bella e stai zitta", saggio, 2010.

Lo spunto è stato, nel 2009, lo scandalo delle escort di palazzo Grazioli; Sgarbi in quell’occasione ha sostenuto che da sempre le belle donne vanno con gli uomini ricchi e famosi. L’A. è intervenuta con Barbara Palombelli su “Repubblica” per denunciare il maschilismo di Berlusconi, e s’è ovviamente ritrovata con la casella mail zeppa di lettere d’insulti – tra le altre mail, una che la esortava al silenzio, dato che non sapeva che nessuno in Italia era d’accordo con lei. Continua a leggere

621. Scheda: AAVV, La conferenza operaja (1970).

3 Set

La Conferenza operaia. Dopo l’”autunno caldo” il convegno degli operai comunisti rivendica con forza il rinnovamento democratico e socialista del paese. Con un Discorso di apertura di Rodolfo Bellini, una Relazione introduttiva di Fernando Di Giulio e interventi di Davide Sabbadini, Antonietta Marcante, Eddio Lori, Angelo Sion, Piero Angiolini, Liliana Battistelli, Angelo Cremonini, Carlo Parodi, Emma Menon, Giuliano Pajetta, Salvatore Hernis, Giorgio Salvini, Walter Moretti, Rinaldo Scheda, Gabriella Sbreviglieri, Salvatore Careri, Ivano Perini, Antonio Panderi, Giorgio Amendola, Giorgio Giorgini, Giovanni Guerra, Anna Maria Del Grande, Mauro Venegoni, Saul Cosenza, Franco Sartori, Giorgio Cipriani, Giovanni Salvai, Mazzola, Umberto Vivaldi; un Discorso conclusivo di Enrico Berlinguer; interventi scritti di Nicolino Fiscelli, Giovanni Gerbi, Roberto Balilli, Edoardo Battisti, Ennio Cadeddu, Sebastiano Desogus, Antonio Esposito, Vito Giuliano, Primo Greganti, Raffaele Labriola, Nello Lanzone, Nicola Lungo, Giovanni Milanese, Roberto Pistilli / Armando Filippi, Paolo Prandi, Augusto Pampanelli, Marzio Roggero, Attilio Sabbadini, Renzo Serrelli, Sergio Tolentinati, Enzo Zelli, Collettivo della IX sez. “A. Banfi” Torino, Maurizio Davolio, Cellula PCI dell’ANIC, Sezione Vigili urbani, Lino Zancanaro, Carlo Mazzoli, Francesco Guarneri; saluti delle delegazioni dei tranvieri di Milano, della Vegnastampa di Pomezia, della FINA di Genova, delle Creazioni Bellini di Firenze, dell’Istituto Poligrafico dello Stato. Editori Riuniti, Roma apr. 1970. Pp. 405 + Catalogo della collana “Il punto”.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/6/64/1970operai.JPG/250px-1970operai.JPGCome ricorda Berlinguer nella sua conclusione sulla V Conferenza nazionale degli operaî comunisti, Milano 28/02-01/03/1970, lo stato italiano ha fino a quel momento reagito con la violenza alle rivendicazioni degli operaî attraverso l’applicazione da parte di Tambroni e Scelba del codice Rocco in materia di scioperi, un codice fascista che ha lasciato parecchî morti sul terreno, e altri ha costretto all’emigrazione. Col boom economico, una leggenda inventata dallo strapotere padronale e retta su 2 milioni di disoccupati e un costante ricatto ai danni dei lavoratori sfruttati e sottopagati, qualche conquista era stata fatta, per essere però seguìta da un triennio (’64-’66) di crisi. Alla fine del 1967, in concomitanza con la IV Conferenza operaja (Torino) c’era stata una ripresa della lotta all’interno delle aziende. Lo stretto àmbito aziendale era stato superato nel corso del ‘68; entro la fine dell’anno la maggioranza delle fabbriche grandi e medie, sull’onda anche del successo elettorale delle sinistre il 19 maggio, era coinvolta nelle rivendicazioni, e la lotta aziendale si era fusa con le lotte rivendicative nazionali. Continua a leggere

620. Scheda: Reynolds, “Sporco e pulito. Storia ragionata degli apparati igienici e dei luoghi di decenza” (1943).

3 Set

Reginald Reynolds (1905-1958), Sporco e pulito. Storia ragionata degli apparati igienici e dei luoghi di decenza [“Cleanliness and Godliness: or The Further Metamorphosis. A discussion of the problems of sanitation raised by Sir John Harington, &c.“, 1943], trad. Francesco Saba Sardi, Sugar Editore, Milano genn. 1961 (2). Pp. 339 + ìndice.

Il cesso con sciacquone inventato da John Harington.

Opera, curiosissima e bellissima, compilata dall’autore durante la II Guerra mondiale, a Londra, nelle subsecività e nei momenti d’ozio forzato, parte nei rifugj antiaerei e ad ore improbe (persino alle quattro del mattino), sotto i bombardamenti.

Il libro, come reca il titolo inglese, è dedicato all’elisabettiano sir John Harington, del cui volume The Metamorphosis of Ajax [La metamorfosi d’Ajace], 1596, il presente testo dovrebbe essere una raccolta di postille scientificamente aggiornate. Lo Harington fu inventore di un cesso con sciacquone, pare il primo della storia moderna almeno, molto apprezzato dalla regina Elisabetta; benché sia la Grande, sia la regina Anna, sia la regina Vittoria avessero in dotazione cessi fondati su similare, modernissimo principio, l’introduzione del marchingegno in Inghilterra fu assai lenta e faticosa, fin verso la fine dell’età vittoriana. Il titolo dell’opera si spiega col fatto che Ajace discendeva da Saturno, che diverse fonti sono concordi – tranne qualcuna, come Plinio, che lo identifica con un parente di Priapo – nell’indicare come paredro di Stercuzio [1]; Saturno è dio delle messi, Stercuzio, complementarmente, quello della concimazione. Esistette anche una dea apposita per gli scarichi, Cloacina. Continua a leggere

619. Scheda: Roche, “Zone umide” (2008).

3 Set

Charlotte Roche (1978), Zone umide [“Feuchtgebiete”, 2008], trad. Eleonora Servalli, Rizzoli coll. “24/7”, Milano ott. 2008. Pp. 192.

https://i2.wp.com/www.deastore.com/covers/978/881/702/batch3/9788817025829.jpgHelen Memel è una diciottenne, figlia di genitori divorziati – vive con la madre, leggermente isterica, e il fratello Toni – , che ha un rapporto del tutto antigienista (o veramente igienista, nature proprio) con il proprio corpo. Ama e mangia tutte o quasi le proprie secrezioni – eccettuate le feci, probabilmente per il tabù che le ossessioni della madre le hanno instillato (la madre ha sempre avuto orrore delle feci, e ha sempre passato in bagno meno tempo possibile) – , comprese le caccole del naso, le cispe, il muco vaginale, lo smegma. Si lava la vagina il meno possibile, ad onta di quello che le dicono a proposito delle terribili infezioni che può provocare l’incuria, e gode dei proprj odori, che agiscono a livello subliminale sul maschio, rendendola irresistibile. E’ sessualmente molto disinibita ed evoluta, frequenta anche regolarmente un bordello per avere rapporti saffici. C’è una parte del corpo che ha un ruolo centrale nel romanzo – che ha trama esilissima e in gran parte si limita a registrare gli esperimenti di Helen e le sensazioni che ne deriva – , ed è l’ano. Helen, benché così giovane, soffre di emorroidi: sono sempre state secche e non sono mai state operate, dal momento che il medico le ha detto che occorre aspettare che maturino. Il rigonfiamento intorno allo sfintere forma quello che Helen chiama il cavolfiore. Esso cavolfiore rende i rapporti anali più laboriosi, ma non dolorosi; e chi vuole avere rapporti con lei deve accettare il cavolfiore, penetrarlo, leccarlo, ficcarci il naso dentro. Per i rapporti anali ha una doppia opzione: con mousse al cioccolato o senza. Dato che ci sono uomini che amano estrarre il pene sporco di cacca a fine rapporto, e uomini che non lo amano, ha acquistato una sorta di olisbo metallico che si può adattare al tubo della doccia, còl quale si riempie il retto d’acqua: il metodo è riempirsi ed espellere finché l’acqua esce limpida. Continua a leggere

618. Scheda: Albee, “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (1962).

2 Set

Edward Albee (1928), Chi ha paura di Virginia Woolf? [“Who’s afraid of Virginia Woolf?”, 1962], trad. Ettore Capriolo, A. Mondadori, “Gli Oscar” L 206, Milano 1975. Pp. 121 + ìndice + catalogo.

Scena dal film (1966) di Mike Nichols con Elisabeth Taylor nella parte di Martha e Richard Burton nella parte di George.

Dramma in 3 atti (I. Giochi e divertimenti; II. Valpurgisnacht; III. Esorcismo) con 4 attori, il professore universitario George, 46 anni, storico; sua moglie, Martha, 52 anni ben portati, figlia del rettore della locale (New Carthage) università; e i giovani Nick, biologo, 28 anni, e Honey, 26, sua insignificante moglie, fragile e bruttina. George e Martha rientrano a casa alle 2.00 del mattino, piuttosto brilli, reduci da una festa alla quale hanno consciuto Nick e Honey. Nick è in predicato per venire ad insegnare nell’università, e il tirannico padre di Martha ha raccomandato ai due di essere gentili con la giovane coppia. E’ per questo che nonostante la tardissima ora Martha li ha invitati a raggiungerli da loro. Il rapporto di forze nella coppia dei più anziani, squilibrato in favore di Martha, è invertito rispetto a quello che tiene insieme la coppia più giovane. Il rapporto tra George e Martha è infernale, e i due non si curano di farsi trovare dai due giovani nel bel mezzo di un litigio. Quello che George non vuole è che Martha parli loro del bambino, ossia di loro figlio Jim, che ormai è grande, compirà 21 anni l’indomani, e per l’occasione verrà a trovarli. Durante la lunghissima visita Martha civetta in modo patetico con Nick, bel ragazzone biondo, un vincente nella lotta per la vita. Non come George, che è consapevole di essere un perdente, e che ha deluso le aspettative sia di Martha sia del di lei padre quando si è trattato di dimostrarsi in grado, trovando finanziamenti per l’università, di prendere il posto del vecchio. George è rimasto professore associato, e non ha mai fatto carriera. Continua a leggere

617. Scheda: Bufalini, “Euromissili, Polonia e la nostra discussione con il Pcus” (1982).

2 Set

Paolo Bufalini (1915-2001), Euromissili, Polonia e la nostra discussione con il Pcus. A cura del P.C.I. F.lli Spada S.p.A., Ciampino – Roma marzo 1982. Pp. 184 compr. ìndice.

Raccolta di discorsi parlamentari, interviste e articoli del senatore comunista, con in appendice l’articolo della “Pravda” del 25/01/1982 e la risposta del PCI sull'”Unità” del seguente 26/01, che dànno conto di un momento di grande freddezza e distacco tra il PCI e il Pcus di Brezhnev. Tutto il materiale risale al quadriennio 1979-’82, e mostra la notevole indipendenza del PCI dall’URSS dieci anni prima del Crollo del muro di Berlino (1989), per quanto non riflettano altro che un atteggiamento moderato nei confronti di eventi che l’Italia, credo, difficilmente avrebbe potuto influenzare o mutare. Gli euromissili sono le testate Pershing e Cruise soprattutto – che gli USA avevano puntato contro l’URSS disseminandone, tramite le basi NATO, l’Europa: erano in numero, allora, di 386; la NATO, proprio nel lasso d’anni coperto da questi brani, chiese poi di portare il loro numero a 572.

Sgonfiatasi la questione della presenza sovietica a Cuba, mentre gli USA erano – secondo il senatore – in grado di colpire l’URSS in qualunque momento, l’URSS aveva come unica arma di difesa/offesa la corsa ad armamenti che non potevano colpire direttamente gli USA ma solamente i paesi membri della NATO. Tra USA e URSS erano stati stilati due accordi, il Salt1 e il Salt2 – un Salt3 era solamente auspicato, al momento -, il secondo dei quali aveva in oggetto solamente gli SS20 di fabbricazione sovietica, risultando utile pertanto solamente al disarmo dell’URSS, mentre non riguardando altri tipi di testate avrebbe acconsentito agli USA di continuare ad armarsi. Continua a leggere

617. Scheda: Lehner, “Legittimo sospetto. Trent’anni di toghe rosse” (2002).

2 Set

Giancarlo Lehner (1943), Legittimo sospetto. Trent’anni di toghe rosse. Vol. in allegato a “Panorama”, Milano ottobre [2002]. Pp. 112.

https://i2.wp.com/www.altremappe.org/cervello-presa.gif

Il legittimo sospetto è un concetto introdotto da Berlusconi, che ha fatto modificare la legge in modo da poter trasferire la celebrazione dei processi da una città all’altra quando sia dimostrato fondato appunto il sospetto che gl’inquirenti abbiano pregiudizî contro il raggiunto da avviso di garanzia. Si tratta però di una novità legislativa risalente a dopo il 1994, quando il diretto responsabile inaugurò in uno la propria carriera politica e un lungo duello con la magistratura, il cui orientamento ideologico (“comunista“, com’egli dice) e la cui azione politica ha sempre – da dopo Mani pulite – avversato fieramente.

Il presente è un libello che non manca d’interesse, dal momento che pone in rilievo fatti della storia della magistratura che sono in sé rilevanti; e io voglio darne una lettura ingenua, tentando di trarne quel che può trarsene, non perché sono sicuro che possa veramente trarsene alcunché, ma perché tento di trarre qualcosa da tutto quello che leggo. Continua a leggere

614. Scheda: Schuster, “Contro i propalatori di notizie false su la guerra. Lettera pastorale al popolo Ambrosiano di S.E. il Card. Ildefonso Schuster” ([1942]).

23 Ago

Il card. Ildefonso Schuster, vestito da casa, medita sul destino degli orfani.

Ildefonso Schuster (1880-1954), Contro i propalatori di notizie false su la guerra. Lettera pastorale al popolo Ambrosiano di S.E. il Card. Ildefonso Schuster. Compagnia di San Paolo Milano – “Stampato nella Tipografia PASSONI & VENTURA – Milano, Via Cardinal Federico 7”, opuscolo di pp. 23 [+1], in-32°, Milano [1942].
Vibrante lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano, datata il giorno della Presentazione di Maria al Tempio, cioè il 21 novembre. Essa lettera risponde alle dicerie diffuse tra la popolazione e i militari, che la chiesa appoggî economicamente il nemico. Tre sono i papi che si sono succeduti sul soglio di Pietro tra la I e la II Guerra: Benedetto XV, Pio XI e Pio XII. Schuster ricorda come il papa abbia sempre e comunque appoggiato la causa della pace durante ambo i conflitti: specialmente con l’invasione della Cecoslovacchia il 30 09 1938, Pio XI, ormai decrepito, ha alzato la voce in favore della cessazione dei conflitti, offrendo il sacrificio degli ultimi giorni della sua stessa vita a questo scopo, avendo chiamato da dio la dispersione di chi fomenta guerra già nel 1935. Pio XII ha svolto un’intensa opera diplomatica, vôlta a creare intese, ponendosi sulla stessa linea. Ma le voci insistono su fantomatiche sovvenzioni che la chiesa farebbe al nemico, e si dice che persino abbia venduto le campane per questo scopo. Da una parte c’è l‘indipendenza del governo della chiesa, che, ricorda IS, ha tenuto testa ai despoti bizantini, ad Enrico IV di Germania, al Barbarossa, e, dice più avanti, a Napoleone, allorché – è l’ultimo caso – il sommo pontefice preferì languire in prigione piuttosto che appoggiare il blocco continentale contro l’Inghilterra. Ricorda le parole con cui s. Ambrogio, al concilio d’Aquileja, esortò gl’imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a “non disturbare” il papa, padre comune di tutt’i cristiani. Continua a leggere

614. Scheda: Wood, “Come funzionano i romanzi” (2008).

23 Ago

James Wood (1965), Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori [“How Fiction works”, 2008], trad. Massimo Parizzi, A. Mondadori Editore, Milano marzo 2010. Pp.

james wood come funzionano i romanzi mondadoriSono 123 brevi capitoletti, per la verità non costituenti propriamente una storia, ma sottendenti un disegno storico abbastanza semplice e definito, e trattanti questioni soprattutto di estetica, soprattutto estetica del particolare: non si va oltre la valutazione di esso particolare, la notazione della musicalità di determinate soluzioni stilistiche, e il come certe acquisizioni siano possibili agli scrittori. Non vi si tratta di strutture narrative, quindi non è un testo di narratologia; ma rientra nella categoria, sia pure in chiave del tutto discorsiva e non analitica, inquantoché l’arte romanzesca sarebbe da identificare con il particolare centrato ed evocativo – e dunque il romanzo sarebbe una veste d’Arlecchino di particolari evocatìvi e spiritosi.

Tutto sommato è un manuale di buon gusto; o anche un manuale di buon gusto.

Il romanzo è identificato cól romanzo realistico, che in fondo è quel tipo di romanzo le cui procedure stilistiche sono le più tipiche del genere – o del non-genere – da Flaubert al nostro tempo. Flaubert è indicato come il padre del romanzo contemporaneo, in specie con L’educazione sentimentale. Eccettuato il Don Chisciotte, pur considerato premoderno, è verso le risorgenze del romanzo del XVIII sec. in autori come Balzac, o Foster Wallace, o Pynchon che l’autore mostra più fastidio, come autori di qua dalla marmorea e complessa perfezione del “poeta fallito” Flaubert, e aperte all’esuberanza descrittiva, alla creazione di macchiette (bozzettismo), alle scene affollate, all’accumulo. Giunge persino a rimproverare a Pynchon il personaggio del capitàno nazista di un suo romanzo perché “non fa paura”, mentre, poniamo, il Pëtr Verchovenskij dei Demoni di Dostoevskijfa paura eccome”. Continua a leggere

607. Scheda: Twain, “Lettere dalla terra” (posth., 1962).

22 Ago

Mark Twain (1835-1910), Lettere dalla terra [“Letters from the Earth”, 1962], trad. Luca Trevisani, per c. Bernard DeVoto, pref. Henry Nash Smith, Editori Riuniti, Roma nov. 1964. Pp. 287 + Ìndice.

Il volume raccoglie materiale perlopiù frammentario e incompiuto. La prefazione di Nash Smith dà conto delle vicende abbastanza tormentate del lascito letterario di Twain, i cui numerosi inediti risultano difficili da curare e da dare alle stampe negli anni immediatamente successìvi anche a causa dell’irreligiosità di diversi di essi. Curatore letterario dell’opera postuma fu dal 1910 al 1937 Albert B. Paine, biografo dell’autore; dal 1937 fu, su proposta della Harper & Brothers, Bernard DeVoto, autore già di saggî su Twain (tra cui Mark Twain’s America, 1932). Il materiale del presente volume fu approntato per la stampa già nel 1939, ma la pubblicazione fu bloccata dalla figlia del’autore, Clara Clemens, che temeva che questi scritti avrebbero dato un’idea falsata del pensiero del padre. Il volume, dopo aver riposato per quasi un quarto di secolo in tre fondi universitarî, approdò alla stampa, quando lo stesso DeVoto era ormai morto, per interessamento di Henry Nash Smith, successivo curatore delle opere di MT; questo grazie al fatto che nel 1960 la personalità volterriana e la caustica filosofia del satirista erano ormai di pubblico dominio grazie ad un alto numero di altre pubblicazioni ed opere critiche, e Clara Clemens aveva frattanto fatto cadere le proprie obiezioni. Nel frattempo alcuni inediti inseriti nella raccolta DeVoto erano stati pubblicati a parte, ma essa raccolta è stata poi data alle stampe interamente da Nash Smith in modo da serbare intatta la concezione del predecessore – che, oltre a fornire “cappelli” anche abbastanza circostanziati ai singoli brani e proprie note esplicative è anche intervenuto sui testi stessi, tagliando e collegando tra loro i brani in modo da garantire innanzitutto leggibilità. I criterî seguìti sono dunque del tutto pragmatici: non è ovviamente né un’edizione critica né una trascrizione diplomatica dei manoscritti twainiani, ma non è nemmeno una libera rielaborazione – per quanto, com’è inevitabile con simili operazioni, il risultato sia da considerarsi discutibile. Si dà conto succinto della logica via via seguìta nel preparare i brani alla stampa in un’apposita appendice.

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606. Scheda: “Le potenti dinastie dell’Egitto” (2000).

22 Ago

Le potenti dinastie dell’Egitto. L’impero dei Ramses. Collana “Antiche Civiltà” [n. 3 (?)], S. Di Fraia Editore [in cop.] / Editoriale Zeus [all’int.], La Spezia 2000. Pp. 127 compresi risguardo, front., ìndice.

Compilazione scolastica, frutto di evidente cura redazionale, dal testo terribilmente pasticciato e sparso di refusi, comunque informativo e chiaro, senza derive antiscientifiche.

Per quanto riguarda l’assetto territoriale, l’Egitto occupa una regione formatasi a Nord, dove s’apre il delta del Nilo, assai per tempo; durante il Terziario, nel Miocene, la valle del Nilo era già tracciata; essa sarebbe stata riempita dalle acque del Mediterraneo nel susseguente Pliocene, grosso modo fino all’altezza della città d’Assuan, e le acque avrebbero raggiunto un’altezza di 200 m. sopra il livello attuale. Ritiratesi nel corso dell’Eocene con ondate successive, le acque avrebbero lasciato traccia del loro passaggio sui versanti, dal caratteristico profilo a terrazze.

Grazie al noto fenomeno delle esondazioni, la valle è incredibilmente fertile; Erodoto, visitatore del paese nel V sec. a.E.V., testimonia che mai il popolo v’ha sofferto la fame – ciò che quando pure è avvenuto, è stato per disordini e contrasti interni –, crescendovi i frutti della terra in grande abbondanza e spontaneamente. Continua a leggere

605. Scheda: Marzano: “L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata” (2008).

22 Ago

Michela Marzano (1970), L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata [“Extension du domaine de la manipulation de l’entreprise à la vie privée”, 2008], trad. Beatrice Magni, A. Mondadori Editore, Milano 2009. Pp. 202.

L’autrice, normalista e filosofa romana, è un cervello in fuga, attualmente professore associato all’università Paris Descartes; è una pensatrice originale influente.

Da un punto di vista storico generale, la nostra êra è caratterizzata dalla fine della società disciplinare, esplicitamente regolata in senso gerarchico; nel passaggio dal mondo antico al cristianesimo la schiavitù fu abolita solo faticosamente e gradualmente, per pervenire ad una condizione nella quale tra lavoro ed azione esisteva una distinzione piuttosto netta: il lavoro era innanzitutto sussistenza, l’azione perteneva essenzialmente al privato ed individuale. Per quanto riguarda la storia recente, al modello totale dell’impresa ottocentesca si sono sostituiti modelli che prendono il nome da formule applicate la prima volta in condizioni specifiche: portando alle estreme conseguenze intuizioni dell’economia classica, il fordismo ha identificato la produzione con la parcellizzazione del lavoro – ogni lavoratore si dedica solamente ad un componente – e con la catena di montaggio, il taylorismo con l’eliminazione totale degli sprechi, ed un lavoro finalizzato in ogni suo momento all’utile, e il toyotismo, infine, ad una produzione esclusivamente on-demand: risposte precise a precise esigenze del mercato, che in modi leggermente diversi si sono comunque fondati su uno sfruttamento intensivo del lavoratore. Nel passaggio da una società perfettamente gerarchizzata ad una democratica, tuttavia, il valore dell’obbedienza ha ceduto il passo a quello dell’iniziativa personale, e quello della fedeltà al proprio ruolo a quello della capacità d’adattamento. Per continuare ad esercitare il proprio ascendente sul lavoratore ed assicurarsene le prestazioni ad oltranza, l’impresa ha messo in atto, con l’ajuto del marketing e di figure professionali nuove (il formatore, o “coach”), una serie imponente di strategie retoriche per dominare il più possibile la volontà e il tempo del lavoratore. Gli effetti nefasti sono di due ordini: Continua a leggere

604. Scheda: King, “Le notti di Salem” (1975).

22 Ago

Stephen King (1947), Le notti di Salem [“Salem’s Lot”, 1975], trad. Carlo Brera, Bompiani, Milano 199519 (19941). Pp. 444.

Arrise un enorme successo a questo secondo romanzo di SK, benché sia un rifacimento del Dracula di Bram Stoker, con personaggî che, per giunta, hanno letto il capolavoro relativo del vecchio scrittore irlandese e sono in grado di notare via via le somiglianze tra la storia che stanno vivendo e il classico; un esempio, a suo modo, di metaletteratura per un sottogenere che tre anni prima (1978) dell’inizio del ciclo di Anne Rice con Intervista col vampiro avrebbe conosciuto ben altre novità. Nel 1996 SK ha poi dato alle stampe una nuova edizione dell’opera, impreziosita da fotografie in bianco e nero della moglie Tabitha e materiale inedito – vale a dire gli scarti di lavorazione del romanzo secondo l’edizione originaria –, segno di un successo durevole.

Si può dire che SK con questo libro dia cappello ad una fitta serie di rifacimenti meglio o peggio fatti dell’opera di Stoker, nei quali il Dracula è sfruttato come fabula, e mi riferisco al gotico maturo, più o meno straccione, degli anni Settanta, fatta salva l’ambientazione semirurale tipica di SK (anche questo romanzo è ambientato nel Maine); laddove, con la Rice, ha inizio il nuovo corso: con lei il vampiro entra strombazzando nella società dei consumi degli anni Ottanta, ammantato di un glamour neobarocco-neoromantico che sarà la sua cifra quasi esclusiva in tutti i venturi esempî del genere, affiorando persino in rivisitazioni parecchio originali come il recente (2004) Fammi entrare di Lindqvist, nel quale sopravvive una seduttività non solo sinistra, ma affettuosa, se non voluttuosa, del vampiro, e una serie di aspetti “umani” di sensibilità, fascino e ironia che servono, anche, a farne un perfetto ajutante magico e un pur contraddittorio e violento raddrizzatore di torti, specialmente per amore. Tanto che anche nelle sue apparenti derive il sottogenere vampiresco conferma quelli che sono i suoi nuovi presupposti archetipici; non è stato SK a fissarli, e il suo contributo al filone non spicca per particolare originalità. Continua a leggere

603. Scheda: Keith, “Darwin” (1955).

21 Ago

Arthur Keith (1866-1955), Darwin [“Darwin Revalued”, London 1955], trad. Mario Pacor, “Biografie” n. 6, Feltrinelli, Milano 1959. Pp. 334.

È la biografia scritta da uno studioso [che però è diventato “scolaro” nel II risvolto] darwiniano che ha avuto curiosamente modo di vivere in Down House, la casa di Downe (Down anticamente), a 32 km. da Londra, in cui Darwin ha passato la gran parte dell’esistenza e in cui ha svolto, circondato dalla famiglia, la sua attività scientifica dal 1842 alla morte. Vale la pena di dire che, eccettuato il lungo viaggio (dicembre 1831-ottobre 1836) sul Beagle, la vita di Darwin non mostra emergenze particolari. La sua è una famiglia di scienziati: nasce il 12 02 1809 a Shrewsbury, dove il padre, Robert, un omone di 1,88 m., s’è stabilito nel 1786; Robert D. è medico, mentre la madre, Susannah, è la figlia di un celebre industriale, Josiah Wedgwood, le cui ceramiche si vendono in tutto il mondo. I Wedgwood sono all’origine della ricchezza su cui Darwin potrà contare (la madre, sposandosi un anno dopo la morte di Wedgwood, porta 25.000 £ di dote, una cifra favolosa) senza dover lavorare per mantenersi, pur rimanendo tutta la vita economo provetto – sono conservati i libri dei conti, accuratissimi, compreso il “Libro rosso” del padre, con la traccia di tutti gl’investimenti fatti, quasi sempre azzeccati, tanto da lasciare in morte un totale di 282.000 £, che comprendono anche i proventi dei suoi libri. Continua a leggere

602. Scheda: Frugoni, “Ricordi e incontri” (1974).

18 Ago

Cesare Frugoni (1881-1978), Ricordi e incontri, A. Mondadori Editore, Milano marzo 1974. Pp. 218 + Ìndice.

Il volume contiene tre prolusioni (sull’etica e la deontologia mediche, in memoria del suo maestro Pietro Grocco e in memoria del condiscepolo Eugenio Morelli) e diversi aneddoti, riguardanti prevalentemente personalità di spicco che il professore ebbe in cura, senza comporre una vera e propria autobiografia. Il professore, un’autentica celebrità al tempo suo, mosse i primi passi in un àmbito scientifico – com’egli stesso fa presente nelle ultime pagine di consuntivo – ancóra di qua dalle inevitabili specializzazioni dei decennî a venire, e anche, in mancanza di più raffinate tecnologie, su un approccio semejologico, fatto di capacità di osservazione, pratica e sensibilità. Ne conseguiva una sorta di figura di super-medico generico, dalla cultura scientifica enorme e in grado di tenere presente in contemporanea tutte le complessità del quadro clinico di un paziente – nei casi migliori, ovviamente, come senza dubbio quello del professore. Laureatosi con Pietro Grosso a Firenze nel 1905, vinse il concorso di primario medico presso l’Arcispedale di s. Maria Nuova nella stessa città nel 1912; lasciò Firenze nel 1921, avendo nel frattempo partecipato come medico militare alla Prima guerra mondiale. Tra il 1922 e il ‘27 fu professore di Patologia clinica a Firenze; tra il ‘27 e il ‘31 docente di Clinica medica a Padova; quindi docente di Clinica medica a Roma fino al 1951, anno del suo pensionamento per raggiunti limiti d’età. Continuò però ad esercitare fino al 1971, ritirandosi dalla professione a 90 anni. Continua a leggere

597. Scheda. Cazzullo: “Verità della parola” (1992).

18 Ago

Anna Cazzullo (-), La verità della parola. Ricerca sui fondamenti filosofici della metafora in Aristotele e nei contemporanei. Edizioni Universitarie Jaca Book, Milano ott. 19922 [1987]. Pp. 232 + Catalogo.

Dev’essere detto che il volume per la gran parte riassume il concetto di metafora in Aristotele (Topica, Metafisica IV, Elenchi sofistici, Poetica, Retorica), in gran prevalenza, pur in funzione della rivalutazione filosofica che si spera essa possa avere alla luce dei più recenti sviluppi della filosofia, specialmente in séguito a suggerimenti di Ricoeur e Aubenque. Infatti il principio informatore di tutta la ricerca consiste nell’affermazione aristotelica secondo cui nell’argomentazione filosofica non può essere usata la metafora inquantoché espressione lontana da quella consueta o “vera”. Da questo punto di vista Aristotele, che per primo si pone il problema di una descrizione scientifica della realtà, ereditava una tradizione – Eraclito, Parmenide, Platone soprattutto – che lo vincolava teoricamente ad una condanna dell’espressione retoricamente ricercata. Platone aveva espulso dalla Repubblica sofisti, retori, poeti ed eristi (il sillogismo eristico, secondo la definizione che ne darà Aristotele, è quello che si basa apparentemente sul senso comune ma arriva a conclusioni non vere), inquantoché, per quanto riguarda la loro arte, essa è basata sull’apparenza simile, sullo ὁμοίος. In un cosmo dominato dalle idee, in cui il mondo sublunare è una pallida eco della perfezione iperurania, una stentata imitazione, la μίμησις, operata dai poeti soprattutto, e dagli artisti in generale, è una cosa perfettamente inutile, nociva. Platone ha anche dedicato un dialogo al Sofista (ugualmente ha scritto un Gorgia, &c.), in cui ha stabilito le differenze tra il ricercatore della verità filosofo e chi si serve delle parole per manipolare un pubblico, facendo apparire le cose come non sono. Continua a leggere

595. Scheda: Di Jacovo, “Tutti i poveri devono morire” (2010).

12 Ago

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Giovanni Di Iacovo (1975), Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi, coll. “Le torpedini” n° 4, Roma luglio 2010. Pp. 156 + ìndice + catalogo.

Questo romanzo, che si legge in due ore, è complicatissimo.

Tutti gli assassini del mondo sono uniti in una grande organizzazione verticista, il Cenacolo degli Assassini. Sua antenata è la Setta degli Assassini nata in Medio Oriente nell’VIII secolo, poi capeggiata, dal 1094, da Hasan Ibn-as Sabbah, il leggendario “Vecchio della Montagna”, che le conferì struttura militare e politica, ribattezzandola Ordine degli Assassini ed estendendo la sua influenza in Siria e in Persia. Ma la politicizzazione e la militarizzazione, togliendo all’organizzazione la sua funzione meramente edonistica, incontrò il dissenso di alcuni, portando alla scissione sotto la guida di Elisabetta Battori (1560-1614), che costituì coi dissidenti il Cenacolo degli Assassini. Continua a leggere

589. Scheda: Barbery, L’eleganza del riccio (2006).

4 Ago

Muriel Barbery (1969), L’eleganza del riccio [“L’élégance du hérisson”, Paris 2006], trad. di Emanuelle Caillat [diario di Paloma] e Cinzia Poli [diario di Renée], Edizioni e/o, Roma 12 05 2008(16.a) [2007(1.a)]. Pp. 321 + Indice + Catalogo.

L’autrice, che qui si dà nata a Bayeux e su wikipedia a Casablanca, è docente di filosofia a Saint-Lô. Al romanzo (il suo secondo) ha arriso uno straordinario successo europeo; nel 2009 ne è stato tratto un film, abbastanza fedele sia alla lettera sia allo spirito del romanzo, con l’unica differenza sostanziale che nella pellicola la piccola Paloma tiene un diario videoregistrato e non per iscritto, e poche differenze secondarie (tra cui il gag del pesce rosso della sorella di Paloma, Colombe [Colombà nel film], vuotato nel cesso dalla prima e ripescato in séguito in un altro cesso – dopo un avvelenamento da barbiturici). Continua a leggere

587. Scheda: R. Schneider – Plenilunio di morte (1972).

3 Ago

Red Schneider, Plenilunio di morte. “Titolo originale: FULL MOON OF DEATH. Versione italiana a cura di: G. Pica. Copertina: Mario CARIA”. Edizioni Antonio Farolfi, coll. “I racconti di Dracula” n° 46, Roma 1972. Pp. 119 + vignette umoristiche di Repetti + avvisi ai lettori + catalogo.

La serie di cui fa parte questa pubblicazione meriterebbe una trattazione estesa (non che ne manchino: v. almeno qui, e anche qui), insieme a molte altre collane che stando alle centinaja di titoli vantati (da ciascuna, dico), quasi sempre per i tipi di case editrici romane oggi scomparse, dovettero raccogliere notevole successo, è costituita da romanzi con falsi credits soprattutto anglosassoni e il nome dell’autore italiano falsamente dichiarato come quello del traduttore: un passaggio obbligato per la letteratura fantastica italiana dell’epoca, che con ambientazioni italiane e nome d’autore italiano non sarebbe stata accetta, in primis forse dagli stessi autori (!), come è avvenuto parallelamente con la fantascienza e con la cinematografia di genere. Parecchj di questi romanzi trash hanno una loro dignità artigianale, coerenza, vitalità, se non originalità – che questa letteratura alienata, tesa all’assorbimento e alla riproduzione di schemi e luoghi comuni ultronei non può assolutamente avere – oltreché una lodevole chiarezza espositiva. Non è il caso del titolo presente, che si segnala solamente per l’incredibile sgrammaticatura, e non ha nessun’aura fantastica, nessuna ingenua fascinazione.

Con stile faticosamente ellittico l’autore recupera La sposa di Lammermoor condendola all’anticomoderna, e approfittandone per fare un bel po’ di casino. Il signorotto scozzese George Solomon, bon vivant continuamente tentato di ridere anche nelle situazioni più tragiche, raggiunge il castello avito di Troyes, funestato da un misterioso fantasma. Un’antica faida tiene tuttora divise la sua famiglia e quella degli Storm, famiglia colla quale tenta una riconciliazione recandosi in amichevole visita dal vecchio Keynes Storm. Il fatto è che in realtà il giovinotto s’è innamorato della vergine bionda nipote di questi, Mary, “candida fanciulla” (dai Personaggi, p. 2). In breve: due donne che il signorotto si tromba nel castello impazziscono, sono possedute da una presenza invisibile e si sfracellano al suolo, gettate o gettatesi da una torre. La presenza, poi – ma è solo un mio sospetto, pressoché un’illazione, ma il testo è troppo fumoso per far capire esattamente alcunché – dovrebbe poi essere Hans, servitore del castello che è rimasto vittima di una trombosi dopo aver visto lo spettro del castello; le violenze e gli omicidj sarebbero resi possibili dal plenilunio di luglio, data maledetta per il castello, e data in cui Hans riacquista capacità motoria e non solo. Sta di fatto che Hans è presente e in piedi nei pressi del luogo in cui avviene il fattaccio, e la prima e la seconda volta; ma il signorotto non pensa nemmeno una volta ad allontanarlo. Tutto molto strano. La candida Mary, che ovviamente colpisce il Solomon anche al cuore e non solo nei sensi, s’impicca; ed è a quel punto che la situazione, anche se non è precisabile esattamente che situazione sia, pare precipitare. C’è una spiegazione razionale, proprio come nei romanzi di Scott e di tutto lo sviluppo del genere castello-con-fantasma che ne è conseguito, che s’intreccia all’elemento soprannaturale: di fatto Hans, ovviamente prima della trombosi, e Angela hanno brigato affinché George Solomon si innamorasse della “rossa maliarda” “Elen” [sic], in modo da ucciderlo e spartirsi colla rossa l’eredità, come i soli aventi diritto rimasti in vita; ma Solomon ha anche una fidanzata, la francese Jacqueline, appunto “la deliziosa fidanzata di George”. Un’apparenza di trama ci sarebbe, ma l’autore stesso si è capìto assai poco. Continua a leggere

584. Scheda: A.M. Ferretti – Anna e il mistero dell’Opera (1965).

31 Lug

Annamaria Ferretti, Anna e il mistero dell’Opera. Copertina e 5 illustrazioni a colori f.t. di A. Baita. Edizioni CAPITOL, coll. “Betty” n° 1, Bologna 1965 (rist. 1968). Pp. 161 + Indice.

E’ un  romanzo per ragazzine, giusta il target descritto in quarta (“Collana ‘Betty’: una letteratura serena e formativa per bambine che si affacciano alla vita”), mediocrissimo ma storicamente interessante per la ricezione della figura del cantante d’opera.

Nel teatro dell’opera di una città non precisata ma da identificarsi con Firenze sta per andare in scena la Traviata, nell’allestimento di un giovane brillante regista ungherese, di nome Oscar, con la famosa star Bellinzon, vera primadonna-strega. Anna, la protagonista, liceale che fa praticaccia nella redazione del giornale cittadino, è incaricata di fare la cronaca mondana della serata, ma sin dal primo momento, appena dopo aver conosciuto il giovane e iracondo regista Gian e la sua fidanzata Carolina, che è primo violino, si trova invischiata in una faccenda misteriosa con al centro la Bellinzon. Continua a leggere

581. Scheda: L. Dossi – La croce del comando (1954).

31 Lug

Luigi Dossi S.I., La croce del comando. P. Riccardo Friedl S.J. Editrice “Selecta”, Milano genn. 1954. Pp. 199, 2 ill. f.t.

E’ la biografia di un gesuita (in questo prezzario ce n’è traccia) per cui nel 1931 è stata avviata la causa di beatificazione. Come avverte l’autore, l’opera presente è interamente in debito con quella di riferimento compilata da un p. Cassiani. Il lavoro è stato svolto in segno di gratitudine nei confronti del padre biografato, a cui l’autore deve la salute del corpo e la permanenza nella Compagnia.

Nato a Spalato nel 1847 da padre austriaco e morto a Firenze nel 1917, R. Friedl non ha lasciato traccia di sé nel secolo. Di cagionevole salute, dopo una brillante carriera scolastica è indipeta ed effettivamente in predicato per una missione a Mangalore, alla quale però non parteciperà mai, con grande suo dolore.

Scelta la vita comune come proprio martirio, si dà soprattutto all’insegnamento e allo studio delle lingue, nelle quali è versatissimo. Trasferito via via in varie sedi – anche in Francia – è fatto poi provinciale della provincia Veneta e della provincia Torinese, dove nel 1900 subisce un raggiro per parecchie migliaja di lire, reso possibile da un ingegnoso ricorso al doppiofondo di una valigetta.

La sua vita trascorre peraltro senza emergenze degne di nota, specialmente nel culto mariano e nella preghiera, alla quale ricorre con eccezionale intensità avendo il dono cosiddetto dell’aridità, proprio di molti vocati alla santità. Che è come una forma di resistenza, semplicemente, alla fede e al sentir dio da parte dell’anima, che deve in qualche modo ostinatamente indurvisi tramite le pratiche e la preghiera. Durante la preghiera raggiungeva stati di estasi talmente assoluti da non accorgersi dell’andirivieni nella propria stessa camera, né di essere chiamato o toccato.

Durante la guerra, data la sua origine, mentre conclude la carriera e la vita a Firenze, ha qualche fastidio perché sospetto di potenziale antitalianismo, ma la sua posizione è del tutto limpida. Continua a leggere

580. Scheda: Tobino – Gli ultimi giorni di Magliano (1982).

31 Lug

Mario Tobino (1910-1991), Gli ultimi di giorni di Magliano (1982). Ed. Club del Libro su lic. A. Mondadori, Milano 1982. Pp. 155.

Gli ultimi giorni di MaglianoE’ una sorta di diario, ma senza date e affrontato sostanzialmente in chiave lirica, degli ultimi anni dell’autore da primario dell’Ospedale psichiatrico di Miggiano, Lucca, rinominato “Magliano” in questo come in altri suoi libri. E’ il consuntivo di una carriera ricca di amarezze e soddisfazioni, con un primo incrinarsi nella fiducia dei metodi adottati risalente al 1952, quando gli psicofarmaci, con il Largactil, fecero ingresso negli ospedali psichiatrici. Con’un’abbondante aneddotica, Tobino propugna il suo metodo tradizionale, uello della carità continua, consistente nell’assistenza incessante, nel continuo sostegno e appoggio.

Tobino ha un profondo rispetto per la follia e ne sente tutto il fascino, ma sostiene anche un concetto della malattia mentale che ha che fare essenzialmente più con la neurologia che con l’analisi sociologica. Primo a sostenere che le patologie dell’affettività non esistono (“gli affetti non si ammalano“) rinviene la causa dello squilibrio, che è una realtà per lui inoppugnabile, in un fattore organico, in una menomazione. Continua a leggere

578. Scheda: Lucatelli – Come ti erudisco il pupo (1915).

31 Lug

Luigi Lucatelli (1877-1915), Come ti erudisco il pupo. Conferenza paterno-filosofica ad uso dell’infanzia e degli adulti, col riassunto di un decennio di pubbliche proteste nella libera stampa e con l’aggiunta dei ricordi della famiglia e carriera di ORONZO E. MARGINATI (1915). Introduzione di Marcello Marchesi. Illustrazioni di Scarpelli, Finozzi, Guasta. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano febb. 1972. Pp. 215 + Sommario.

[pupo.JPG]E’ il capolavoro assoluto della letteratura italiana dei mezzemaniche, e consiste nella raccolta, scandita in 11 unità, degli articoli che il Lucatelli pubblicò sul giornale umoristico “Il Travaso delle idee” di Roma (e vedi anche qui). Premorto a causa di malattia, fu postumamente omaggiato nel dicembre 1915 dalla redazione del giornale con la pubblicazione in volume del materiale precedentemente fornito al giornale. Il cognome “E. Marginati” non ha diretta valenza sociale – non nella nostra accezione – ma proviene dalla terminologia cancellaresca (“emarginare una pratica”). Continua a leggere

576. Scheda: Della Croce – Una giacobina piemontese alla Scala (1978).

30 Lug

Vittorio Della Croce (1924), Una giacobina piemontese alla Scala. La primadonna Teresa Belloc. Prefazione di Giorgio Gualerzi. Edizioni Eda, fin. st. Torino 10 10 1978. Pp. 222.

Scritta dal padrone della casa canavesana in cui la stessa artista trascorse gli ultimi anni di vita, è la biografia di Maria Teresa Trombetta (s. Benigno Canavese 02 07 1784 – s. Giorgio Canavese 13 05 1855), poi, per matrimonio, Belloc (prima ancòra, in arte, “Giorgi”, forse per la residenza in s. Giorgio, forse per omaggiare la madre [come ipotizza l’autore], la georgiana Agnese Arutin), una delle cantatrici più in vista dell’età di Rossini (affrontò per la prima volta un ruolo rossiniano nel 1812, nei panni d’Isabella ne L’inganno felice), impegnata nell’interpretazione di opere dei varj minori – Mayr, Bonfichi, Pavesi, Generali, Coccia – attivi al tempo suo, ma anche di Pacini e Mercadante, e persino Mozart (Nozze di Figaro, Flauto magico, Don Giovanni).

Interprete di assoluta affidabilità, bravissima virtuosa ed attrice, fu giacobina (tanto per spiegare il titolo) in senso patrilineare, essendo Carlo Trombetta suo genitore molto attivo come rivoluzionario quando però la primadonna era ancòra assai piccina, ciò che costrinse la famiglia a numerose e faticose peregrinazioni, fino all’approdo in Francia (1799); e in Francia c’era anche quell’Angelo Belloc, altro fuoruscito, che la Teresa avrebbe sposato nel 1802; avendo esordito già nell’anno 1800, appena sedicenne, secondo una consuetudine ancòra per parecchio tempo piuttosto diffusa.

Tutto il quadro del giacobinismo piemontese 1793-1800 è ricostruito con molta precisione alle pp. 57-65. Eventualmente si può accogliere come ulteriore segno del giacobinismo della primadonna, che in verità a me pare dovesse essere generalmente di complessione piuttosto linfatica e bonacciona, nelle cattive e svogliate esecuzioni – stando alle critiche; ed altrimenti la Teresa di critiche cattive non n’ebbe mai – di due cantate controrivoluzionarie al Regio di Torino nel 1801. Ma esse critiche negative sono da considerarsi nel quadro di esecuzioni complessivamente, e non solo per responsabilità della Teresa, cattive; essendo assai verosimile che le cantate fossero talmente scadenti da rendere penoso per gl’interpreti l’eseguirle, come anche per il pubblico, emunctis auribus, ascoltarle; come spesso avviene con le opere celebrative. Continua a leggere

574. Scheda: Zingarelli – “Prontuario della lingua selvaggia” (1979).

30 Lug

Italo Zingarelli (1891-1979), Prontuario della lingua selvaggia, Coll. “Il timone” n° 89, Pan Editrice, Milano aprile 1979. Pp. 151.

Scrittore, giornalista, figlio di Nicola Z., con questo breve testo completato da un dizionario semischerzoso, dà conto, quasi sempre sdegnato, dell’ingrato arricchimento di neologismi, per contro dell’appiattimento, della lingua nell’Italia postsessantottina e presettantasettina, ideologicamente tentata dalla sovversione da una parte e dall’altra ormai società dei consumi.

I primi capitoli sono nostalgicamente punteggiati dai niomi altisonanti di puristi ottocenteschi (Rigutini, Fornaciari…), la cui lezione è data comunque come disperata archeologia quando si tratti di vocaboli della scienza e della tecnica, che non possono non essere di nuovo conio (e fin qui ci arrivavo anch’io).

Il cap. III, più interessante, contiene notazioni sui gerghi giovanili, da cui emergono voci ora sorprendentemente familiari, ed ora tornate come nuove: (pp. 30 ss.) matusa, maturimba, antenato, fossile, cavernicolo; papà è “il grigio“, la mamma “la grigia“; seguono: ganzo (superl. ganzerrimo), svaporato (rimbambito), raperonzolo (ometto scialbo), pedalino (individuo senza personalità), fumato (agg.), bonazzo, fico, provolone, sbracoso (caciarone), zucato (attillato), leccone (adulatore), donatore (di effusioni; provolone), schizzato, arrancatore (emarginato speranzoso), spugna (propalatore di segreti altrui), secchione/a, guardone (indiscreto), profugo; filarino è riferito all’attore del filare; seguono: “allontanarsi a passi lenti ma decisi” (che ricorda i “passi lunghi e ben distesi” della mia giovanezza), “va alla Mecca” (affa), “è andato in bianco“, “ha fatto buco“, “non aggravare“, “attàccati“; seguono i begli aggettivi ragana, scorfano, squallida, rigoletta, imbranato, grifano; la locuzione “ci sforma” (ci fa una brutta figura); le definizioni crucco, imbucato (alle feste, che entra di sfroso), caverna (casa), tana (locale da ballo), lanigero (capellone); la locuzione, tutta cortese sollecitudine, “vieni dalla mutua o sei spastico?“; gli epiteti epitomati in def, cret, scem; &c. &c. (prima e principale fonte per la cultura gergale di Zingarelli erano le figlie).

Il cap. IV è dedicato al politichese, specialmente quello comunista. A pp. 47-48 si riporta la conclusione di Annie Kriegel al convegno organizzato in Francia nel maggio ’68 sulla terminologia politica, per conto del “Centro di Ricerca di lessicologia politica”. I comunisti vi erano detti possessori di una lingua tutta a sé stante; e v. anche il Manuale dell’agitatore bolscevico, pp. 320, stampato in URSS e contenente definizioni specificissime della terminologia politica corrente (p. 49). Tra le perle: “Costituzionalizzare una forza a vocazione dittatoriale“, “flessibilizzare gli atteggiamenti congelati e… non vanificare i tentativi“, e i verbi ottimare, declericalizzare, istituzionalizzare, sdemanizzare, focalizzare, cognomizzare, aggettivare, demistificare, &c. Ma si riportano anche contorsioni linguistiche democristiane e di altre compagini.

Il cap. V riguarda pochissimi esempj di saputo e goffo descrittivismo architettonico-urbanistico.

Il cap. VI è dedicato a “Il linguaggio dei giornalisti“, e prende di mira i tic, gli strafalcioni, gl’inutili prestiti stranieri.

Il VII riguarda il divario generazionale riflesso dagli usi linguistici, anche con un brutto dialoghetto che mostra IZ padre conservatore. Si riferisce anche un dialogo di spiaggia tra due ragazze ‘di oggi’, molto più gustoso, che è veramente quanto di più surreale:

[a.] “La verità è che non vuoi venire con noi perché Barbara ti ha preso il ragazzo. L’hai perduto il mozzafiato [sic]”.

[b.] “Col chicco (o col cavolo). A me i ragazzi non me li prende nessuno. Abboccati, tu che ha[i] uno stortignaccolo!”

[a.] “E allora perché non vuoi più stare con Barbara che l’anno scorso era la tua migliore amica?”

[b.] “Perché è una cornuta

[a.] “Sei una burina

[b.] “E tu una becca, e datti una regolata” (pp. 90-91).

L’VIII si occupa dell’abusato prefisso mini-.

Il IX si occupa del linguaggio della pubblicità. Nel ’79 “pubblicizzato” poteva ancòra dare molto fastidio, ed è interessante a quale forma verbae IZ faccia risalire il participio: “… un prodotto per fare strada va fortemente pubblicizzato (participio passato spremuto dall’inesistente verbo pubblicitare [sic])”, p. 107.

A p. 118 un ricordo di Nicola Z.:

Un giorno a Milano mio padre Nicola il quale s’era sacrificato nello studiare vita e opere di Dante rincasò furibondo perché in tram aveva letto un avviso di un’acqua purgativa che sotto un’immagine classica della donna amata dall’Alighieri faceva spiccare il verso del II canto dell’Inferno: “I’ son Beatrice che ti faccio andare“. Gli spiegai, per calmarlo strappandogli un sorriso, che chi avesse bevuto con successo quell’acqua avrebbe potuto riprendere la recitazione col verso immediatamente successivo: “Vegno del loco ove tornar disìo…“. Servì a poco (…)”.

Si cita, alla stessa pagina, la voce “Pubblicità” dell’Enciclopedia sovietica 1941:

un mezzo per ingannare la gente affibbiandole roba spesso inutile e di dubbio valore.

Conclude il volumetto un piccolo lessico di voci nuove o semantizzate dall’uso, più varie definizioni scherzose. Negli anni ’60-’70 furono diverse le compilazioni similari, dei varj Gabrielli Satta Pestelli, che tenevano anche rubriche sui giornali e rispondevao a quesiti di lettori. Si tratta di un genere d’insegnamento dilettevole della grammatica e della proprietà di linguagguio che avrebbe avuto una reviviscenza con Cesare Marchi negli anni Ottanta, per poi scomparire definitivamente. IZ non ha, dei citati, il talento giocoso, e nemmeno la purità di lingua; più che lungo studio e grande amore, traspare dal suo modo di porgere rigorismo e un senso d’indispettito disorientamento. Semmai questo libretto, uscito in una data così avanzata, anche della vita dell’autore, può servire a far capire come mai, con l’impossessamento definitivo della lingua da parte della comunità, non più cosciente di aver bisogno d’insegnamenti, queste cose non si siano più potute fare (anche per il ruolo, piaccia o non piaccia, formativo svolto non affatto da questo genere di compilazioni ma da altri media, come i deprecati giornali, la radio e, più di tutto, la televisione). [25 05 2010].

572. Scheda: Algren – “L’uomo dal braccio d’oro” (1949).

30 Lug

Nelson Algren (1909-1981), L’uomo dal braccio d’oro [“The man with the golden arm”, 1949], traduzione di Giorgio Monicelli, A. Mondadori, Milano 1970 [1954(1)]. Pp. 451 + Catalogo.

Il romanzo, ambientato nei bassifondi di Chicago, e in particolare all’interno della comunità sottoproletaria polacca ha protagonista Frankie “Machine” (adattamento del cognome polacco Majcinek), l’uomo dal braccio d’oro del titolo, detto anche il Mazziere perché croupier in una bisca clandestina. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, decorato del Purple Heart, sotto le armi diventa morfinomane; nonostante ttto il suo valore, e nonostante i suoi sogni di diventare musicista, la sua vita rimane condizionata dalla droga. Vive in un universo asfittico, quello del suo palazzo, abitato da un custode con un figlio deficiente, convinto di riuscire a far crescere fiori di carta nelle crepe dei gradini della scala, sua moglie Sophie, l’amica della moglie Violet, sposata dapprima ad un uomo lavoratore ma passivo, a cui impone la presenza di un amante, il patetico ladruncolo (di cani soprattutto) Sparrow Saltskin, ebreo, detto il Passero, che la donna deve a sua volta scacciare quando il vecchio e stolido marito muore, lasciandoli privi di mezzi. La situazione di Frankie il Mazziere è resa economicamente difficile e psicologicamente insopportabile dall’invalidità della moglie, sopravvenuta a distanza di tempo da un incidente d’auto avvenuto con lo stesso Frankie al volante, ubriaco. Il progredire della malattia, che ha condotto Sophie su una sedia a rotelle, è stato contrastato anche con l’ausilio di santoni e scalzacani, ma di fatto la donna, che col tempo diventa anche alcolizzata, deve il tutto a qualche irrisolto problema psichico, che non saranno mai veramente affrontati se non quando sarà troppo tardi, sul finale, con il ricovero della donna in manicomio.

In una comunità in cui piano della legalità e piano della delinquenza sono continuamente osculanti, se pure si possono distinguere, chi rappresenta l’ordine è Bednar, poliziotto burnout pieno di scontrosa pietà e sconsolata amarezza, custode della memoria collettiva al punto da essere soprannominato Grande Archivio. Il quale Bednar entra in azione, lentamente ma inesorabilmente, contro Frankie parecchio tempo dopo che questi ha ucciso Nifty-Louie, l’uomo dal profumo “di talco violetto” (di violetta?), il suo spacciatore, l’uomo che ha costantemente in mano la sua vita. L’omicidio s’è consumato nella bisca in cui Nifty-Louie veniva a giocare regolarmente, e dove Frankie distribuisce le carte, sotto gli occhj del Passero e in presenza del cieco profittatore Piggy-O, i soli due testimoni. Ma il Passero, amico di Frankie, non può tradire; né ha interesse a farlo Piggy-O, che a tentoni ha sottratto al cadavere tutto quanto di valore aveva addosso, mostrandosi sùbito dopo per i soliti locali inspiegabilmente ben fornito di denaro. Nel frattempo Frankie, sempre più in rotta con Sophie ma impossibilitato a lasciarla, tesse una delicata relazone platonica con un’altra casigliana, la prostituta e ballerina di bettola Molly.

La situazione per Frankie si fa rischiosa quando, pressato dal bisogno di soldi, partecipa col Passero ad un furto di ferri da stiro in un grande magazzino. La sorveglianza intercetta Frankie, mentre il Passero riesce a sottrarsi, e fugge. Frankie, per quanto siano amici, non ha nessuna stima del Passero, ma si sente in obbligo morale di scontare la pena da solo, secondo un codice d’onore da cui non può derogare. Oltre al compagno di cella, che ha passato l’intera vita in carcere e non saprebbe che cosa fare una volta uscito, lo impressiona la superficiale conoscenza con un giovane pluriomicida, che s’avvelena col cianuro prima d’essere inviato alla sedia elettrica.

Uscito di carcere (nel frattempo è stata Violet a prendersi cura di Sophie), Frankie, volente o nolente, renderà la pariglia al Passero. Che è cooptato da Piggy-O messosi in affari per portare una dose di morfina ad un cliente. Solo una volta giunta all’appartamento indicato il Passero scopre che il cliente è Frankie, distrutto dall’astinenza; ma è anche una trappola del mlvagio cieco per far cogliere in flagranza il Passero dalla polizia, e rovinare il Mazziere. Frankie sa perfettamente che adesso Grande Archivio farà pressione sul Passero, finora non denunciabile, per strappargli una testimonianza che incastri il Mazziere come omicida di Nifty-Louie. La macchina della polizia si muove lentamente; Frankie riesce a ritrovare Molly, che nel frattempo ha cominciato ad esercitare in un altro locale, e la donna lo ajuta, trasferendosi con lui in un appartamento dal quale Frankie esce solamente di notte e travestito. Alla fine, fatalmente, è scoperto.

Durante la fuga è colpito da una pallottola ad un tallone, ed è costretto a rifugiarsi in una stamberga di poco prezzo. Qui tenta inutilmente di frenare l’emorragia, e sviene dal dissanguamento. Risvegliatosi dal deliquio, ha la visione di sé stesso in divisa da soldato che gli lascia una corda sul letto. Mentre il tenutario della stamberga, sopraggiunto e visto il sangue, corre a chiamare la polizia, Frankie usa le energie residue per impiccarsi al lampadario. Concludono la sua storia i documenti della polizia relatìvi al rinvenimento del cadavere.

Documento, anche, di primissima mano sulla vita dei bassifondi metropolitani – Algren visse costantemente in contesti sottoproletarj, e non scrisse d’altro -, e descrizione tempestiva della tossicomania contemporanea prima del boom di decennj più vicini a noi (si viene a sapere peraltro che già negli anni Quaranta era in uso quello che oggi si chiama “cavallo“, in ingl. horse, ossia una miscela di eroina e cocaina), è reso del tutto speciale proprio dall’affettuosa pietà dello sguardo dell’autore: in nessun caso quest’umanità è considerata con voyeurismo borghese, e la sua vita non è proposta, secondo i  moduli leggermente decadenti proprj della letteratura da bassifondi, noir o sensazionalistica, come “esperienza estrema”. Ne consegue che quello che in altri autori è crudezza effettistica, qui ha una sua colorita naturalezza, una sua fatalità: il sottoproletariato non interessa ad Algren per le sue emergenze violente, ma nel fluire tutto sommato routinier, e disperato come quello dell’umanità a tutti i livelli, della sua quotidianità. E’ dunque un mondo autosufficiente e complesso, con una sua memoria storica, dove tutti gli uomini e tutte le donne si portano dietro una loro consapevolezza, un loro dolore, una loro speranza: oltre al protagonista con tutti i suoi sogni distrutti, così anche Bednar con i suoi sensi di colpa per l’infelicità causata, Molly con la sua sensibilità, Sophie con le sue frustrazioni e nevrosi degenerate in follia, il succube marito di Violet con la sua inutile orgogliosa rivolta non sono, col loro dialogo puntuto e witty, i loro monologhi interiori, i loro gesti vigliacchi o generosi, nemmeno per una volta estranei a chi legge, ed è questo che ne fa un romanzo sotto ogni punto di vista di genere piuttosto raro, se non proprio unico [25 05 2010].