Archivio | 23:30

611. Capriccio XXVII.

22 Ago

NON ESPRIME ALTRO CHE FASTIDÎ.

Mai non udii sfogliare una rivista
Con tanto chiasso quanto il mio vicino;
Mi prudono ambo i piedi, ed ho un moschino
Nell’orecchio, e fa bzzz; stanca ho la vista.
Di letture da farsi ho lunga lista,
E – peggio – ho libri, e non ho comodino;
Scompisciato è l’androne, e nel destino
Credere non mi riesce, benché insista.
Le cioce gaye – non la mia misura –
Sono rotte, e già tocca il grattacorde
La chitarra non lungi; è una jattura.
Urlan due stronze – ma che sono sorde? –
La panchina mi par sempre più dura.
Zanzare ovunque. Ho le mutande lorde.

610. Capriccio XXVI.

22 Ago

DELIZIOSA BAMBINA BIONDA CHE TOSSISCE.

Non m’inganni tu, no, angioletto biondo,
Con quella fresca età ch’alto in te esulta,
Né mi commuove antivederti adulta,
Che ab antico a me il vero mai nascondo.
Poco importa se è tenero, ché fondo
Il petto certo infetto a te sussulta,
E qualche virus la tua fibra insulta,
T’appuzza il sangue, & ti fa il fiato immondo.
Invano sproni il passo tuo lezioso
A corsette, & invano l’occhio pesto
Atteggî a sguardo ignaro & smanceroso:
Dal veder che promessa sei non resto
Pertanto di decubito morboso:
Lungi da me! coll’alito tuo infesto.

609. Capriccio XXV.

22 Ago

I SAMPIETRINI E IL VANDALO.

Tu che dormicchî in ben disposte file,
Dal nome untuoso, stolido e retrivo,
Nescio del tuo potere sovversivo,
Che Marx aspetti ancòra, oh Lump tu vile?
Giusta questa città, che gabba stile
Nerbo mancante – non è difettivo
Ciò che non è – tu sei tanto malvivo
Che a pesticciarti gemi: Oh! ben gentile.
Avess’io in bocca la virtù d’Anfione,
Io ti solleverei con flammeo metro
Contro la Mole (è brutta!) e la Regione.
Ma poiché forza manca anche a me tetro,
Ammacca almeno – & sarò contentone –
Quel Re di ferro ergentesi qui dietro.

608. Capriccio XXIV.

22 Ago

I CANI DI TORINO.

Quale compensazione spiega il caso,
Credo ignoto ad ogn’altro capoluogo,
Per cui un cocker non Buck, Fido o Togo
Qui si chiama, ma Furio, Elvio, Tommaso?
Mi ricordo d’un terrier, pelo raso,
Detto Armando (e un che schifo me l’arrogo),
E un Giordano che del dannato al rogo
Ha il ciuffo; e una Petunia fuor del vaso.
Parchi odono echeggiar le orecchie mie,
E abbajan Marzî, & ustolan Liette,
Guaiscon Pieri, & ringhiano Lucie;
E Cinzia il córso, Irma il bulldòg saette
San guinzaglî sdrucir tempo due vie
Anche con quei bei nomi da stronzette.

607. Scheda: Twain, “Lettere dalla terra” (posth., 1962).

22 Ago

Mark Twain (1835-1910), Lettere dalla terra [“Letters from the Earth”, 1962], trad. Luca Trevisani, per c. Bernard DeVoto, pref. Henry Nash Smith, Editori Riuniti, Roma nov. 1964. Pp. 287 + Ìndice.

Il volume raccoglie materiale perlopiù frammentario e incompiuto. La prefazione di Nash Smith dà conto delle vicende abbastanza tormentate del lascito letterario di Twain, i cui numerosi inediti risultano difficili da curare e da dare alle stampe negli anni immediatamente successìvi anche a causa dell’irreligiosità di diversi di essi. Curatore letterario dell’opera postuma fu dal 1910 al 1937 Albert B. Paine, biografo dell’autore; dal 1937 fu, su proposta della Harper & Brothers, Bernard DeVoto, autore già di saggî su Twain (tra cui Mark Twain’s America, 1932). Il materiale del presente volume fu approntato per la stampa già nel 1939, ma la pubblicazione fu bloccata dalla figlia del’autore, Clara Clemens, che temeva che questi scritti avrebbero dato un’idea falsata del pensiero del padre. Il volume, dopo aver riposato per quasi un quarto di secolo in tre fondi universitarî, approdò alla stampa, quando lo stesso DeVoto era ormai morto, per interessamento di Henry Nash Smith, successivo curatore delle opere di MT; questo grazie al fatto che nel 1960 la personalità volterriana e la caustica filosofia del satirista erano ormai di pubblico dominio grazie ad un alto numero di altre pubblicazioni ed opere critiche, e Clara Clemens aveva frattanto fatto cadere le proprie obiezioni. Nel frattempo alcuni inediti inseriti nella raccolta DeVoto erano stati pubblicati a parte, ma essa raccolta è stata poi data alle stampe interamente da Nash Smith in modo da serbare intatta la concezione del predecessore – che, oltre a fornire “cappelli” anche abbastanza circostanziati ai singoli brani e proprie note esplicative è anche intervenuto sui testi stessi, tagliando e collegando tra loro i brani in modo da garantire innanzitutto leggibilità. I criterî seguìti sono dunque del tutto pragmatici: non è ovviamente né un’edizione critica né una trascrizione diplomatica dei manoscritti twainiani, ma non è nemmeno una libera rielaborazione – per quanto, com’è inevitabile con simili operazioni, il risultato sia da considerarsi discutibile. Si dà conto succinto della logica via via seguìta nel preparare i brani alla stampa in un’apposita appendice.

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606. Scheda: “Le potenti dinastie dell’Egitto” (2000).

22 Ago

Le potenti dinastie dell’Egitto. L’impero dei Ramses. Collana “Antiche Civiltà” [n. 3 (?)], S. Di Fraia Editore [in cop.] / Editoriale Zeus [all’int.], La Spezia 2000. Pp. 127 compresi risguardo, front., ìndice.

Compilazione scolastica, frutto di evidente cura redazionale, dal testo terribilmente pasticciato e sparso di refusi, comunque informativo e chiaro, senza derive antiscientifiche.

Per quanto riguarda l’assetto territoriale, l’Egitto occupa una regione formatasi a Nord, dove s’apre il delta del Nilo, assai per tempo; durante il Terziario, nel Miocene, la valle del Nilo era già tracciata; essa sarebbe stata riempita dalle acque del Mediterraneo nel susseguente Pliocene, grosso modo fino all’altezza della città d’Assuan, e le acque avrebbero raggiunto un’altezza di 200 m. sopra il livello attuale. Ritiratesi nel corso dell’Eocene con ondate successive, le acque avrebbero lasciato traccia del loro passaggio sui versanti, dal caratteristico profilo a terrazze.

Grazie al noto fenomeno delle esondazioni, la valle è incredibilmente fertile; Erodoto, visitatore del paese nel V sec. a.E.V., testimonia che mai il popolo v’ha sofferto la fame – ciò che quando pure è avvenuto, è stato per disordini e contrasti interni –, crescendovi i frutti della terra in grande abbondanza e spontaneamente. Continua a leggere

605. Scheda: Marzano: “L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata” (2008).

22 Ago

Michela Marzano (1970), L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata [“Extension du domaine de la manipulation de l’entreprise à la vie privée”, 2008], trad. Beatrice Magni, A. Mondadori Editore, Milano 2009. Pp. 202.

L’autrice, normalista e filosofa romana, è un cervello in fuga, attualmente professore associato all’università Paris Descartes; è una pensatrice originale influente.

Da un punto di vista storico generale, la nostra êra è caratterizzata dalla fine della società disciplinare, esplicitamente regolata in senso gerarchico; nel passaggio dal mondo antico al cristianesimo la schiavitù fu abolita solo faticosamente e gradualmente, per pervenire ad una condizione nella quale tra lavoro ed azione esisteva una distinzione piuttosto netta: il lavoro era innanzitutto sussistenza, l’azione perteneva essenzialmente al privato ed individuale. Per quanto riguarda la storia recente, al modello totale dell’impresa ottocentesca si sono sostituiti modelli che prendono il nome da formule applicate la prima volta in condizioni specifiche: portando alle estreme conseguenze intuizioni dell’economia classica, il fordismo ha identificato la produzione con la parcellizzazione del lavoro – ogni lavoratore si dedica solamente ad un componente – e con la catena di montaggio, il taylorismo con l’eliminazione totale degli sprechi, ed un lavoro finalizzato in ogni suo momento all’utile, e il toyotismo, infine, ad una produzione esclusivamente on-demand: risposte precise a precise esigenze del mercato, che in modi leggermente diversi si sono comunque fondati su uno sfruttamento intensivo del lavoratore. Nel passaggio da una società perfettamente gerarchizzata ad una democratica, tuttavia, il valore dell’obbedienza ha ceduto il passo a quello dell’iniziativa personale, e quello della fedeltà al proprio ruolo a quello della capacità d’adattamento. Per continuare ad esercitare il proprio ascendente sul lavoratore ed assicurarsene le prestazioni ad oltranza, l’impresa ha messo in atto, con l’ajuto del marketing e di figure professionali nuove (il formatore, o “coach”), una serie imponente di strategie retoriche per dominare il più possibile la volontà e il tempo del lavoratore. Gli effetti nefasti sono di due ordini: Continua a leggere