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384. Necrofilia romantica.

19 Ott

1. Giacomo Lubrano (1619-1693), da La febbre contagiosa della lascivia, in Prediche quaresimali (posth., 1702). Cit. in Prosatori e narratori barocchi, scelta e introduzione di Giorgio Bàrberi-Squarotti, apparati di Fulvio Pevere, “100 libri per 1000 anni”, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2002, pp. 809-810.

Che lagrimevole istoria si legge negli annali di Francia! Carlo Magno, gloriosa idea de’ prencipi, invittissimo negli eserciti, giustissimo ne’ tribunali, zelantissimo ne’ santuari, da che fu preso dalla febbre pestifera del senso diede in uno sbalordimento d’indegnissime turpitudini. Mortagli la concubina, non volle che gli uscisse di camera, disfacendosi in lagrime alla vista di quelle diffigurate bellezze. Già tutto gonfia, tutto annerita, tutto fracida ammorbava col puzzo la reggia, né, per quanto gli suggerissero le consulte de’ satrapi, le prediche de’ religiosi, le censure de’ vescovi, mai fu che mandasse a sotterrare quella reliquia di succidumi. Carlo, che pretendi con ostinatezza tanto contumeliosa al tuo nome? Ti han vedute le nazioni incoronar di trionfi la Chiesa e piantar sulle ruine della barbarie sconfitta i labari della croce: ora ti piangono adultero di un’estinta e da primogenito della fede degenerato in cadetto della lascivia. Minor male sarebbe che incrudelissi da superbo. Screditò gli Ercoli la conocchia di un’Onfale, i Sansoni il pettine di una Dalida: quanto più vergognose son le tue smanie, che amoreggiano con una fantasima di putredini? La Francia sta per toglierti di mano gli scettri della grandezza e publicarti il minimo della vilezza. Così tramonta il sole de’ cristianissimi nell’ombra di una dannata? Così finiscono le conquiste della tua spada in uno sterquilinio di biasimi? Che razza di sceleragini, abbominevoli fin nelle bestie che si sfamano di cadaveri? Dove ti precipitano le passioni, a perdere in un colpo la fortuna di re, la fama di magno, la natura di uomo? Guarda ben l’orridezza della tua donna disfatta in uno scolatoio di marce, guarda le trecce che si sfilano in vermini, gli occhi che spaventano. Guarda, Dio buono! Ciò che dovrebbe riconsigliarti ti accieca. Che più ti aspetti da uno scheletro? Peggio de’ Mezenzi, condanni te stesso agli abbracciamenti di una carogna: sì, sì, va, stringiti a quell’avanzo di polveri, bacia quel vomito di fetidezze, consolati con quella larva insepolta, restati scandalo de’ regni, ludibrio de’ popoli, demonio d’incontinenza in un concubinato d’inferno. A tale sprofondamento d’infamie spinse la febbre pestilente del senso un Carlo Magno, celebratissimo ne’ fasti vaticani per le vittorie di gran guerriero e per le virtù di gran Cesare, e vi sarebbe annegato se, scoperta la stregheria di un maleficio, non avesse detestata con umiliata contrizione l’enormità de’ suoi cadaverosi amoracci.

2. Henry Rider Haggard (1856-1925), da La donna eterna [“She”, 1887], trad. Wanda Puggioni, “Compagnia del Fantastico” n° 9, Gruppo Newton, Roma 1994, pp. 54-55.

Poi, cedendo ad un improvviso bisogno, mi raccontò come un tempo, quando era giovane, quasi un ragazzo, la mia stanza attuale servisse da tomba ad una donna giovane e bella, miracolosamente conservata grazie ad un sapiente processo in uso fra gli antichi. Il suo aspetto era dolce e calmo come di chi dorme tranquillamente, e lui amava recarsi a contemplarla in segreto, perduto in vaghe fantasticherie, finché giunse a concepire una strana passione per quell’essere morto da secoli, ma che ancora pareva sorridergli dal suo letto di marmo, come se il soffio della vita palpitasse sotto la pelle rimasta morbida e liscia. E, mentre sedeva per ore ed ore accanto a lei e le baciava la fronte gelata, apprendeva nelle lunghe meditazioni e nel quotidiano contatto con la morte, la vera saggezza.

Senonché, un giorno, sua madre, accortasi del cambiamento avvenuto in lui, lo seguì e, credendolo stregato, presa insieme da collera e da spavento, avvicinò la lampada ai capelli dell’estinta, il cui corpo bruciò come cera, come avviene di tutti quelli conservati nello stesso modo.

–Ecco, figliuolo, il fumo lassù… visibile ancora dopo tanti anni – aggiunse, accennandomi una macchia scura sulla volta. — Lei bruciò, ma io riuscii a conservare uno dei suoi piedi, strappandolo con un colpo dall’osso intaccato dalla fiamma, e lo deposi qui, avvolto in un lino. Ignoro se vi sia ancora, perché da quel giorno non ho più rimesso piede in questo luogo.

Così dicendo, si chinò sotto il banco di pietra che mi serviva da letto e ne trasse un oggetto informe, il quale, liberato dal denso strato di polvere e dai brandelli di tela che ancora lo coprivano, si rivelò al mio sguardo attonito come un piedino femminile dal contorno squisito. Era quasi bianco, e la carne appariva tuttavia morbida e fresca come doveva essere al momento della morte: un vero trionfo dell’arte dell’imbalsamazione. Mentre fissavo lo sguardo su quel freddo avanzo di un lontano passato, i più strani pensieri mi si affollavano in mente, ed avrei voluto penetrare il mistero di quella vita, sollevare un lembo del velo che ricopre l’impenetrabile…

Avvolsi con reverenza la strana reliquia nella vecchia stoffa che l’aveva protetta per tanti anni e la racchiusi nella mia valigia (…).

280. Di nuovo Kipling.

3 Set

1. Premessa indispensabile. Questo pezzo, di cui mi sono ricordato dopo, doveva venire prima di quello già postato, ma è comunque, o prima o dopo, perfettamente complementare. Riguarda sempre la questione dell’etica applicata all’arte – come pratica, e l’idea di postare questo IV capitolo della citata Light that failed di Kipling m’era venuta all’altezza del post precedente quello a cui il mio post precedente si riferisce. È complicato a dirsi, ma è così.

2. Un’idea di The Light that failed. Questo romanzo, The Light that failed, è del 1891. Ha una vicenda editoriale abbastanza particolare, dal momento che fu stampato una prima volta in rivista, sul Lippincott’s Monthly Magazine, nel gennajo di quell’anno, con un lieto fine; e poi in volume, entro la fine dell’anno, con un finale tragico (il lieto o tragico fine dipendeva dalla posizione assunta dal personaggio di Maisie nell’uno e nell’altro caso). In entrambi i casi fu un successo inferiore agli standard di Kipling, più che per motivi di finale per via del tema: è un romanzo di poetica, in effetti zeppo di cose da meditare per chi dipinga, scriva o faccia musica, ma meno interessante per il vasto pubblico. La schietta nettezza dei giudizî, il senno senza ovvietà, la mancanza totale di intellettualismo, l’approccio sommamente pratico, l’eloquenza, ne fanno una sorta di manuale (romanzato) d’etica per artisti, con importanti riflessioni sul rapporto col pubblico. Dovrebbe essere letto, anche per capirne in pieno questo spezzone, per intero.

Il romanzo parte dall’idillio infantile di Dick e Maisie, sottoposti alle cure, spesso violente, di una ms. Jennett particolarmente dura e autoritaria, per poi seguire la storia di Dick militare durante la campagna nel Sudan di Gordon Pascià (conclusa nel 1885); qui le doti di Dick come disegnatore sono notate da Torpenhow, che fa corrispondenze di guerra, e gli propone di procurargli immagini da accompagnare ai testi. Tornati in Inghilterra, i due vivono insieme. Qui Dick rifiuta di cedere la proprietà intellettuale dei suoi 150 disegni alla corporazione per cui ha lavorato dal fronte, e si mette ad esporre per conto suo. Ha studiato per 2 anni con un leggendario maestro francese, Kami, che è una figura indirettamente presente come rappresentativa, simbolica, di un certo modo nuovo, post-pompier, di concepire l’arte in quel torno d’anni. Benché sia molto dotato, Dick, per uscire dalla miseria, compiace il pubblico delle riviste illustrate, facendosi pagare profumatamente per immagini del tutto convenzionali; il tema, unico, è quello della guerra e dei militari. Nel tempo stesso, guadagna consensi presso il pubblico di falsi pensatori che scambia la sua per arte povera, fauve, soprattutto per quanto riguarda l’uso del colore, che sembra particolarmente fantasioso quando di fatto ripropone calligraficamente le tinte di paesaggi equatoriali a cui il medio pubblico inglese non è certo abituato. Torpenhow e Nilghai, altro ex-corrispondente della spedizione, cercano di dargli qualche rude indicazione deontologica. Dick reincontra Maisie, della quale in un certo senso si reinnamora, e alla quale dà molti consiglî. Maisie non è altrettanto dotata quanto lui, ma è molto ambiziosa, e a sua volta studia con Kami, del quale si scopre che è attualmente allieva (nel fatto, prima ignorato da Dick, che Kami si divida tra Francia ed Inghilterra sembra potersi léggere una polemica contro l’omologazione delle scuole ad un modello unico). Il loro idillio procede faticosamente – Maisie è peraltro coinvolta in una relazione lesbica, allusa con sufficiente chiarezza – finché Maisie riceve la proposta di una “Malinconia” da esporre al Salone. Lasciando i soliti temi militari, mentre Maisie va a raggiungere il maestro, e a compiere l’opera, a Vitry-sur-Marne, Dick si dedica a sua volta ad una “Malinconia”, prendendo a modello una mezza deficiente raccattata per strada; proprio a quest’altezza cominciano a manifestarsi i primi problemi alla vista, dovuti ad una sciabolata al capo, in guerra, che ha danneggiato il nervo ottico, e devono portarlo rapidamente alla cecità. In lotta contro il tempo, Dick compie il suo capolavoro – che poi è distrutto dalla modella, una ripicca per averla egli allontanata da Torpenhow, del quale s’era invaghita; il mattino dopo Dick si ritrova cieco, impossibilitato, fortunatamente, a vedere la sua “Malinconia” distrutta. Torpenhow lo accudisce; quando però decide di tornare in guerra, si prende l’iniziativa di andare a prendere Maisie a Vitry e condurla da Dick. Maisie si scopre debole di fronte alla disgrazia, o meglio tien fede a quello che ha sempre detto, cioè che la pittura per lei è la cosa più importante. Dick, cieco com’è, non ha alternative che partire per la guerra con gli ex-commilitoni; una pallottola pietosa lo leva dal mondo.

3. Un’idea di Kipling, scrittore indipendente, nei rapporti con la letteratura e la politica del suo tempo. Rudyard Kipling nacque a Bombay il 30 dicembre 1865 e morì nel Sussex il 18 gennajo 1936: di una generazione più giovane, per esempio, del molto problematico e torturato Thomas Hardy (1840-1928), è coetaneo dunque di D’Annunzio (1863-1938) e Pirandello (1867-1936): bastano queste coordinate biografiche per farlo inquadrare in àmbito decadente. Dato che la storia può più dei singoli, qualunque intenzione essi abbiano di opporre resistenza all’irresistibile attrazione del tutto, anche Kipling, di là dalla cinica apoditticità e la marca apologica della sua narrativa, è uno scrittore dannatamente complesso e sfumato, e dev’essere letto con attenzione. Il prof. Charles Cantalupo, Pennsylvania State University, Schuylkill Campus, estensore di una lunga voce dedicatagli nel Concise Dictionary of British Literary Biography, vol. V: Late Victorian and Edwardian Writers 1890-1914, Bruccoli Clark Layman, Gale Research Inc., Detroit-London 1991, ad v., esordisce infatti con queste parole: “The years 1890-1932, during which Joseph Rudyard Kipling was having his books published in London and New York, coincided with the development of modernism and its establishment as the dominant literary style of the twentieth century. Kipling’s immense body of writing – 5 novels, roughly 250 short stories, more than 800 pages of verse, and many nonfiction pieces – seems to have little obvious relationship to modernism. Yet his books were extremely popular; 15 million volumes of his collected stories alone were sold. Kipling’s work, particularly his poetry, has received far less scholarly and critical attention than the efforts of major modernist writers, and he has not had as great an influence as writers such as William Butler Yeats, T.S. Eliot, Ezra Pound, or Wallace Stevens on generations of successive writers. Kipling’s inability to inspire the most intense kinds of critical interest and literary imitation seems due equally to his literary style and his subject matter”, &c.: “Gli anni 1890-1932, duranti i quali i libri di JRK erano pubblicati a Londra e New York, coincisero con lo sviluppo del modernismo e la sua affermazione come stile dominante del ventesimo secolo. L’opera di K, quantitativamente immensa – 5 romanzi, grosso modo 250 racconti, più di 800 pagine di versi e molti pezzi non narratìvi – sembra avere pochi rapporti palesi col modernismo. Tuttavia i suoi libri ebbero enorme smercio: solo dei suoi volumi di racconti furono venduti 15 milioni di copie. L’opera di K, in particolar modo la produzione poetica, ha ricevuto un’attenzione di gran lunga inferiore da parte di studiosi e critici rispetto alle fatìche dei più importanti poeti modernisti, ed egli non ha esercitato un’influenza paragonabile a quella di William Butler Yeats, T.S. Eliot, Ezra Pound o Wallace Stevens sulle successive generazioni di scrittori. La scarsa ispirazione fornita da K al più intenso esercizio critico o all’imitazione letteraria sembra dovuta in pari misura al suo stile letterario e alla qualità dei suoi argomenti”. Naturalmente, avendo esordito in questi termini, il professore tende poi a ribaltare questa falsa estraneità di K allo spirito del suo tempo: e fa benissimo. Ma rimane il fatto che per molti aspetti K rimane come fuori dall’ampio contesto in cui si muove, e che porta avanti, perlopiù, un discorso solamente suo. Si spiegherebbe in questo modo la sua fedeltà a schemi narrativi del tutto elementari – l’apologo, la favola – che convivono, stranamente armonizzando, con il cinico, spietato realismo di moltissima sua narrativa breve: la semplicità degli schemi, la rozza linearità dell’assunto, la presenza di una ‘funzione’ precisa, dànno ordine ad una materia spesso cocente, crudele, consentendo di svolgerla in modo proporzionato e limpido, ma, insieme, anche di spiegarsi ad un pubblico nel cui contesto la differenza tra scrittore e lettore andava a mano a mano erodendosi, lasciando spazio crescente ad una specie di anfibio, il letterato – e tutti gli autori citati a titolo di esempio dal professore sono scrittori-lettori, artisti-ragionatori, poeti assai discutibili, a tratti detestabili – Yeats, Eliot, Pound, Stevens sono letterati le cui ambizioni possono, nel caso estremo di Pound, portare al connubio allucinato con le derive della politica mondiale, se è per quello, ma nascono sempre nella solitudine dello studiolo, nel contatto ossessivo col libro, dalla conversazione con un côté professionalmente orientato in quel senso. Non per caso, proprio Eliot, come critico-poeta, è il responsabile di quella sorta di Kipling-renaissance che è conseguita ad una serie di lucidi saggî dedicati specialmente al Kipling poeta, e l’editore di un’antologia famosa, A Choice of Kipling’s Verse, del 1941.

Nel caso di Kipling le cose vanno ben diversamente. Non che le sue origini siano umili: ma i 24 primi anni della sua vita si svolgono in India, salvo nel decennio 1871-1882, in un contesto che solo a distanza si potrebbe considerare privilegiato. Specialmente la conversazione, sulla quale lo scrittore modula la sua prosa, non è allenata in qualche àmbito universitario, o salon, o in qualunque situazione privata ne perpetui le atmosfere: esordisce, ventunenne, pubblicando i pezzi scritti dai 17 anni in poi per la Civil and Military Gazette, con pezzi maturi e violenti, in cui forte è l’attenzione alle parlate particolari, ai gerghi, alle mescolanze; per quanto sia consapevolmente già poeta e scrittore, si tratta di linguaggî che sente parlare, e che parla, non perché ne è andato in cerca col fine di scrivere raccontini d’ambiente, ma innanzitutto perché sono quello che si parla nel contesto in cui si trova, e come tali si riversano fatalmente nella sua scrittura. La sua famiglia non è incospicua, e conta alcuni artisti figuratìvi e personaggî importanti: il padre, pittore in proprio, è conservatore del museo di Lahore; una sorella della madre sposa il pittore Edward Burne-Jones, e un’altra sarà madre del politico Stanley Baldwin (The Cambridge Guide to Literature in English, Edited by Ian Ousby, foreword by Margaret Atwood, Cambridge University Press, Hamlyn Publishing Group Limited, London 1989, ad v.). Kipling è anche disegnatore – grandissimo – specialmente grazie alle frequentazioni, con lo zio Burne-Jones, e con William Morris; i Kipling sono domestici con Swinburne, Browning, Christina e Dante Gabriel Rossetti, e Ford Madox Brown; le frequentazioni intellettuali, che sono determinanti anche per la scelta delle scuole da frequentare e in genere per la formazione di K, non impediscono che gli otto anni trascorsi da K in casa dei parenti, continuamente rievocati in opere successive, siano sinistramente simili ad un inferno tipicamente sottoproletario; e che i contesti indiani in cui è immerso nei suoi esordî d’artista siano parti d’un mondo arduo e sfasciato, in cui la vita è difficile e l’umanità e la natura rivaleggiano in violenza. Kipling è probabilmente il primo scrittore inglese importante a fare i conti che due generazioni e mezzo prima già gli americani avevano dovuto fare – vedi Melville – col narrabile, e in termini di verosimile e in termini di tradizione del decoro; tradizione, quest’ultima, che è come un ombrello che copre anche il problema estetico. Molte cose possono essere non tanto poco canoniche in sé, ma soprattutto possono essere la morte della bellezza. Il letterato vive un sogno irrealizzabile, ma ininterrotto, di bellezza, che poi è la composizione di molto materiale ultroneo: il sordido, l’alienato, l’insensato, quando ne va in cerca, sono sempre poetabili perché visti come dall’interno di una sfera di cristallo. Kipling, come non-letterato, è un poeta continuamente impegnato nello sforzo di tenere la sua poesia al disopra degli scarichi neri dell’esistenza, pur senza mai perderla di vista. In Kipling non esiste quell’altro concetto di sé, che sicuramente detestava cordialmente nei colleghi, che si associa normalmente, anche in assenza di risultati palpabili, allo scrittore secondo la tipologia più nota; Kipling è solo uno dei tanti, o tale è stato in molte occasioni. Ha conosciuto non solo e non necessariamente iperboliche fatìche o situazioni di pericolo e romanticismo ed avventura: ha sentito, quando è stato il caso, di esser nulla e meno di nulla, il peso e la nausea dell’umiliazione, l’impotenza viscida di chi è fisicamente non all’altezza, e ha provato per converso tutta una serie di esaltazioni volgari, come il piacere del successo ottenuto d’un botto ancóra giovanissimo, e tante altre cose, altrettanto volgari e non tutte poetiche, che tutti gli uomini volgari di questo mondo hanno provato, provano e proveranno. Scrivendo, si rende conto che tutte queste cose non ‘fanno’ scrittura se non per chi non le ha mai conosciute fino in fondo, e regge tutta la sua ragion d’essere scrittoria sul proprio acume di lettore e sulla vastità della propria erudizione; Kipling, di là dai tempi, che potevano essere maturi anche prima, non avrebbe mai concepito uno Sweeney: solo un letterato come Eliot, per cui Sweeney è una rarità, avrebbe potuto considerarlo materiale poetico, e infatti è sordido come che, e chissà che occhî lucidi aveva Eliot nel mettere la parola punto, e com’era rosso in faccia, e con che soddisfazione si fregava le grasse manocce. Sweeney, per Kipling, è invece solo uno dei tanti, e sa di non essere affatto diverso da lui, quando le circostanze lo impongano: mancandogli il senso di superiorità rispetto all’uomo mediocre, anche nei suoi aspetti più urtanti, non ha nemmeno stimolo a scriverne – non in quel modo. Se, dunque, la carriera del letterato consiste essenzialmente nel tener fermi, tra le tempeste della vita, i capisaldi di una condizione esistenziale da prescelti, difesa a suon di citazioni e di autoedificazione personale (ma la funzione, appunto, è sempre più difensiva che costruttiva), il poeta Kipling, questa gingkofita degli scrittori, vede nella scrittura una funzione diversa e più fondante: ben lontano dal prendersi libertà col reale e coi proprî simili, consapevole di quello che vale un uomo solo nel mondo (cioè niente), fa della scrittura un esercizio di lucidità, uno strumento che deve servire a conseguire una visione formalmente esatta del reale: la funzione della sua scrittura è in una specie di fortificazione. Questo lo conduce all’apologo, alla fiaba, alla favola, come strutture narrative elettive per la ricerca della forma buona: cose da bambini che effettivamente ai bambini finiscono spesso in mano, ahiloro, perché non so che cosa possano capirne. La prima volta che le Just so stories mi furono messe in mano, feci due cose, che non ho mai fatto con nessun altro libro illustrato: apprezzai infinitamente le arcane figure di mano dello stesso autore; e misi via, con una saggezza che fatìco ancóra a riconoscermi, il libro, ripromettendomi di rileggerlo a distanza di qualche tempo – un tempo che, allora, non poteva non essere pressoché infinito. Feci benissimo, perché nonostante sia un libro scritto espressamente per bambini – il solo dei suoi – a un bambino non dice più di qualunque altro suo scritto. (Nello stesso anno lessi Il muro del letterato Sartre, quel libro concepito sulla scorta del livido Céline, che contiene tante cose ciniche, claustrofobiche e crudeli, proprio da adulti – e che capii proprio alla perfezione, e mi piacque molto). L’altra conseguenza dell’essere Kipling così immerso nella vita è l’impossibilità matematica, per lui, di essere quel vessillifero dell’impero britannico che s’è voluto farne. Il canto dei soldati per il primo Giubileo della regina Vittoria (1887) è francamente irriverente – la regina vi è detta, in cockney, la Vedova di Windsor, quella che ha i milioni, e ci lascia qui in cencî; il premiato “Recessional”, per il secondo Giubileo (1897) è critico. Nel 1899 rifiutò il cavalierato offertogli dal primo ministro, un conservatore. Si pronunciò a più riprese in toni acri ed allarmistici a proposito della politica. Orwell, le cui idee in politica sono abbastanza ripugnanti per loro conto, gli rimprovera di non essersi pronunciato per la liberazione degl’Indiani, mi par di capire: ma io temo che il contesto in cui Kipling era nato fosse di tipo composito, una di quelle ‘patrie ideali’ che sono un ponte gettato tra due civiltà; se le due civiltà effettivamente do meet succederebbe esattamente quello che succederebbe se si separassero, ossia il ponte crollerebbe. Kipling non si pronuncia in senso gandhiano perché Gandhi non è del suo tempo, né per gl’Inglesi né per gl’Indiani. Questo non basta a farne un vessillifero: i suoi soldati inglesi, spesso cialtroni, cenciosi, stracchi, facilmente corruttibili, di cuore non buono e non cattivo, ladruncoli e privi di fede investono di una luce marcatamente, come dire?, meridionale, da popolo decaduto, il mito ferreo, ammirevole, iniquo ed austero dell’impero: e, certo, non sono adatti a nessun peana. Kipling, come manca del distacco del letterato, così manca anche del suo triste privilegio – quello di potersi fare voce di tutta una civiltà, o l’appulcratore delle sue magagne. I soldati che marciarono nel Transvaal effettivamente cantarono le rime di Kipling; ma non si tratta di pindariche piene di luce, speranza & gloria, quanto ciniche gnàgnere, dalla musicalità peraltro stupendamente arguta, in cui si dà una misura spietatamente esatta di quello che effettivamente quei soldati stavano facendo – i soldati che marciavano cantando Kipling non erano soldati, ma uomini. Solo un letterato particolarmente cretino può credere di cambiare la storia del mondo coi proprî versi, o che veramente la propaganda possa far mutare d’avviso le persone: semmai può chiarirla, fortificarla, sostenerla con ragioni, e incoraggiarla; Kipling avrebbe potuto fare questo, ma, anche perché non era un letterato, ma soprattutto perché non amava, genuinamente, i meccanismi di sopraffazione e l’uso della forza, non l’ha fatto. Il famoso ‘fardello dell’uomo bianco’ appartiene al titolo di un componimento spedito a Theodore Roosevelt, dopo la sconfitta della Spagna; l’esito per sé favorevole del conflitto avendo portato agli USA parecchî dominî, Kipling scrisse all’allora presidente incoraggiandolo, dopo aver trasformato il suo nel paese più influente del mondo, ad un trattamento umano e responsabile dei popoli sottoposti. Dato che l’incomprensione doveva necessariamente accompagnare Kipling fino alla tomba, si dice che Roosevelt abbia commentato: “Rather poor poetry” – Roosevelt aveva in effetti fatto l’università, ed aveva affettazioni culturalistiche – “but good sense from the expansionistic viewpoint”. Che è un invertire i termini della questione: Kipling, prendendo atto dell’ineluttabile, ossia che la Spagna aveva perso e che gli USA perseguivano una politica espansionista, gli aveva scritto esortandolo a farsi carico di garantire lo sviluppo civile e morale di quanto era sottoposto agli USA, che effettivamente, e incontrovertibilmente, hanno influenza su tutto il mondo soltanto grazie alla superiorità della propria civiltà. Nelle parole di Roosevelt, che probabilmente vedeva le cose in maniera meno fatale, e aveva ben più presenti del poeta lontano le fatìche improbe della conquista e le incerte sorti dei conflitti, quello che secondo Kipling doveva costituire una sorta di risarcimento alla sopraffazione, o un tentativo di trovare una funzione positiva alla gigantesca violenza, diventa il motivo per cui la violenza stessa è commessa. Con Roosevelt, e non certo con Kipling, nemmeno negl’intenti – e d’intenti solo si può parlare, trattandosi di poesia – nasce il mito ipocrita dell’educazione americana del mondo. Ma attenzione: Kipling, che non amava le relazioni con l’autorità, s’era preso la briga di scrivere al presidente degli USA rivolgendogli un’esortazione, a mo’ di lettera. Nessuno si prende la briga di esortare a qualcosa se è proprio così sicuro che l’oggetto dell’esortazione sarà un fatto concreto; men che meno se esso oggetto è già un fatto. Né appetiti da poeta-cortigiano o fame di prebende, che rifiutava anche quando gli erano offerte, possono spiegare quello che, di per sé, è tanto chiaro.

4. Il cap. IV di The light that failed. Tutto il romanzo illustra la morale artistica di Kipling, ma centrale in questo senso, per il dibattito che vi si svolge, è il capitolo IV.

Troviamo Dick che, dopo anni di fame e “mezza fame”, si compiace del successo raggiunto. Ma come l’ha raggiunto? Appena tornato in Inghilterra s’è rifiutato di svendersi al giornale per il quale ha illustrato le corrispondenze; epperò, adesso, senza accorgersene, ha cominciato a prostituirsi ai giornali per i quali, dietro lauti compensi, crea copertine e illustrazioni. Si è accorto che il pubblico è fatto in un certo modo e non in altro, e disegna artefatte schifezze, edulcorando il vero e rinunciando alla ricerca. Torpenhow, come anche l’altro amico, il Nilghai, non dicono affatto, a Dick, che sta prostituendo il suo genio, che l’artista deve portare avanti la fiaccola della sua arte raffinata e incomprensibile in mezzo alle tempeste, che deve morire da martire mentre dà l’ultima pennellata ad una composizione sovranamente concettuale; non gli dicono che deve rinchiudersi nel suo mondo, parlando un linguaggio a sé, se pure è, comprensibile, negandosi all’abbraccio letale col mercato.

Gli dicono, molto semplicemente, che sta lavorando male. Che il pubblico per cui produce tavole è il suo datore di lavoro. Il quale può non essersi ancóra reso conto della fuffa che gli si sta rifilando – almeno per quanto riguarda la fetta di pubblico più superficiale, ignorante o sprovveduta – ma che egli, Dick, sta compiendo un atto immorale. E aggiungono anche altre cose, che val la pena considerare.

È un brano istruttivo perché Kipling, che in questo romanzo è autobiografo – egli è sia Torpenhow sia Dick, diciamo – parla chiaro e fa parlar chiaro i suoi personaggî. Come scriva è noto: inizia in medias res, procede dritto fino alla fine, e, arrivato al dunque, ti “sbatte la porta in faccia” (come notava Tomasi di Lampedusa); nel durante alterna momenti più discorsivi, laddove sia necessario fare chiarezza (e questo cap. IV è un esempio), ad altri, desultorî, a scatti e trabalzi, dove ti lascia appena il tempo, tra uno scossone e l’altro, di raccogliere le informazioni necessarie da portarti dietro nel prosieguo del racconto. Kipling è un uomo che ha avuto vita dura, ed è uno scrittore brutale, che il lettore medio italiano inquadra come autore avventuroso (idiozia), o, con moralismo d’accatto, come l’esaltatore della tirannide coloniale inglese (idiozia tripla). In realtà è uno dei più grandi scrittori di sempre, e tra tutti i grandi scrittori, Dostoevskij compreso, ha le maniere meno forbite che si possano immaginare: è nemico della circonvoluzione, aspro, secco, reciso, prepotente, apodittico, sbrigativo, sarcastico, tagliente. Virginia Woolf, per esempio, lo odiava con tutte le forze dell’anima sua: un tipo di lettore come lei di fronte a questa scrittura si sente immancabilmente messo spalle al muro e preso metodicamente a ceffoni.

Kipling propone un’idea di lavoro culturale, per dirla così, che per svariate ragioni possiamo considerare del tutto aliena dal nostro; parte per motivi inerenti alla visione personale di Kipling, che ovviamente non ha nessun corrispettivo nelle nostre lettere, e non potrebbe esservi idealmente collocato in nessun modo; parte per ragioni inerenti alla scrittura secondo un concetto – per dirla nel solito scorretto modo – ‘anglosassone’, ovverossia grosso modo ‘pratico’, funzionalistico, e, soprattutto, etico – nel senso in primis dell’etica professionale. Nessuno pretende di far propria in blocco questa sua etica, o renderla buona per tutte le stagioni; ma credo che questa durezza possa essere salutare. Insomma, io propenderei per prenderla come una specie di medicina, o meglio un piano terapeutico d’urto; non una dieta, ma la cura adatta per una dieta particolarmente pesante, squilbrata e malsana.

Traggo la lunga citazione da: Rudyard Kipling, La luce che si spense. Romanzo. Traduzione integrale dall’inglese di Mario Benzi. A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni – Milano 1932; pp. 68-89. La forma italiana può sonare un po’ forzata, penso per via del non sempre riuscito tentativo del traduttore di rendere la forma scattante e scabra dell’originale. Non è sempre all’altezza dello stile di Kipling, e qualche espressione o giro sintattico è duro, se non ostico, e induce talora alla retroversione, facendo rimpiangere la mancanza, non ci fosse la rete, del testo originale.

5. Intellectio del cap. IV di The Light that failed.

CAPITOLO IV.

Il lupacchiotto s’acquattò nel grano

quando i fumi della cena erano ancora bigi;

sapeva dove la cerva faceva la caccia al cerbiattolino,

ma confidava nella sua forza per farne preda.

Ma la luna dissipò le spire del fumo,

e il lupacchiotto abbandonò l’agguato nei pressi del villaggio,

per ululare contro la luna sorgente.

    NEL SEONCE.

Dialogo tra Torpenhow e Dick. I due si sono conosciuti sotto le armi, in Sudan, durante la campagna di Gordon Pascià (1884) – era questi un generale, Charles George Gordon, dal 1874 al servizio del chedivè d’Egitto, incaricato di sottomettere il Sudan agitato dalla rivolta del Mahdi; assediato in Khartum, finì decapitato (1885) prima dell’arrivo dei soccorsi inglesi. Qui Torpenhow era incaricato come corrispondente di un giornale; notata la bravura di Dick nel fare schizzi, gli aveva proposto di procurargli immagini da accompagnare agli articoli. I due avevano collaborato fino al congedo. Ora che si trovano in Inghilterra vivono insieme. Dick ha rifiutato di svendersi al giornale per il quale lavorava, e tornato energicamente in possesso dei suoi 150 disegni, ha cominciato ad esporre indipendentemente, collaborando anche con numerosi periodici. Le sue tavole ritraggono esclusivamente soldati e situazioni di guerra, e hanno un grande successo. Finalmente libero dalla fame si gode il trionfo, producendo tavole andanti, dall’aspetto improvvisaticcio, come piacciono al suo pubblico.

-Ebbene, ti piace il sapore del successo? – domandò Torpenhow tre mesi dopo, tornando dalla campagna.

-Molto, – rispose Dick, leccandosi le labbra davanti al caminetto dello studio. – Ne voglio di più, molto di più. Gli anni magri sono passati, e questi grassi mi piacciono.

-Bada, caro vecchio, che da quella parte non si fa nulla di buono.

Su quel “da quella parte”, come su molte altre espressioni a venire, ci sarebbe da ridire; leggi qualcosa come: ‘Per quella strada non si arriva a niente di buono’, & sim. Nota soprattutto il gesto caricaturale (“leccandosi le labbra”), che vorrebbe suggerire un certo grado d’insincerità, e non solo l’understatement che si suppone norma tra due vecchî commilitoni. Alla nuova condizione di prosperità si associa insoddisfazione, che si traduce in nevrotica smania di avere “di più, molto di più”.

Torpenhow stava sprofondato in una poltrona con un piccolo fox-terrier addormentato sulle ginocchia, mentre Dick preparava una tela. Un palchetto, un fondale e un cavalletto erano i soli oggetti stabili di quell’ambiente, sparso di una baraonda di tanti altri oggetti eterogenei, che cominciava con borracce coperte di feltro, cinturoni, cartuccere reggimentali, e finiva con un mucchio d’uniformi di seconda mano e una rastrelliera d’armi svariate. Orme fresche di fango sul palchetto rivelavano che un modello militare era partito da poco. Il sole annacquato dell’autunno londinese svaniva, e le ombre s’andavano addensando negli angoli.

Non ci sono notazioni inutili, nemmeno quando s’indugia in descrizioni. Non è da tacere che Dick, mentre Torpenhow sta seduto col cagnolino Binkie, che ha una sua funzione, à la Smiles, nel rilevare la manliness perfetta dei due intellettuali (il gentleman sarà umano con le donne, i bambini, gli animali…), prepara una tela, ma non per dipingere sùbito. Cosa che il lettore di questo solo capitolo quarto non può sapere, i pittori inglesi smettono presto di dipingere per via della luce, soffocata e grigia, che si attenua nel corso dei pomeriggî. In questa descrizione, in cui sono accozzati diversi militaria, ed è rivelata la presenza, fino a poco prima, di un modello in carne ed ossa, sottendono una critica alla ‘copia del vero’ che, oltre ad essere quanto di più distante dalle concezioni figurative di Kipling, è anche la cifra di certo pompier, ciò che fa effetto in Kipling, la cui infanzia è stata dominata da frequentazioni con preraffaelliti, il cui irrealismo virtuosistico procede da un’esasperazione tecnico-calligrafica del fotografismo proprio di quest’età. È evidente l’associazione, in chiave negativa, di copia del vero ed esaltazione calligrafica impliciti sì nel pompier, ma ribaditi dalla produzione di paraphernalia specifici; con l’ironia di quelle ‘orme fresche di fango’ che non si sa se attribuire alla rozzezza del modello, alla consonanza con il tema militare delle tavole di Dick o ad una volontà di Kipling di mostrare un dietro le quinte molto prosaico al tono eroico e compiacente della pittura dello stesso.

-Sì, mi piace il potere, – disse Dick deliberatamente – e mi piace l’allegria, mi piace il baccano, e soprattutto mi piace il denaro. Mi sento quasi d’amare la gente che fa tutto quel baccano e mi riempie le tasche. Quasi. È una banda tanto strana… stupefacentemente strana!

-Però, a ogni modo, sono stati piuttosto buoni con te. La tua mostra deve averti reso parecchio. Hai visto quel giornale che la chiamava La Mostra delle Opere Selvagge?

-Che importa? Sai perché ho venduto tutto, fino all’ultimo pezzettino di tela? Perché m’hanno preso per un artista improvvisato. Sicuro! Se avessi rappresentato le mie cose su pezze di lana, o se le avessi grattate su ossi di cammello, avrei incassato molto di più. È come ho detto: gente strana, molto strana. Non precisamente limitata, no, non sarebbe la parola giusta. L’altro giorno ne ho trovato uno che non poteva ammettere che l’ombra sulla sabbia bianca fosse blu, oltremarino, come realmente è. Ho saputo poi che quell’individuo non è mai andato più lontano della spiaggia di Brighton, ma l’arte la conosceva lo stesso dall’ “a” alla zeta, maledetto lui! M’ha fatto anche un sermoncino, raccomandandomi d’andare a scuola e d’imparare un po’ di tecnica. Chissà che cosa gli avrebbe risposto il vecchio Kami!

Dick è recepito come ‘artista selvaggio’ – fauve, in francese, e Dick, che è stato in Francia, non può non saperlo. Come categoria critica, com’è noto, fauve designa specificatamente la scelta, ‘selvaggia’, ossia visionaria, dei colori. Il fauve propriamente inteso è degli anni in cui nasce il romanzo, ed è il motivo per cui poche righe più sotto Dick ricorda quel cliente “che non poteva ammettere che l’ombra sulla sabbia bianca fosse blu, oltremarino, come realmente è. Ho saputo poi che quell’individuo non è mai andato più lontano della spiaggia di Brighton”: Dick basa il suo successo su un equivoco, favorito dall’ignoranza che la quasi totalità della sua clientela ha di altri paesaggî a parte quello tipico del paese nativo. Una scelta cromatica del tutto scontata per un paesaggio sudanese diventa, per il compratore inglese che in Sudan non c’è mai stato, una levata d’ingegno – il fatto che quell’ombra non sia azzurra in natura, per lui, è un aspetto positivo. Dick in realtà non è in grado di innalzarsi all’ideale, come si diceva allora: solamente la realtà che dipinge è nota in sé a pochi, e quello che ne risulta, a livello della sua pittura, sembra merito suo, o almeno una sua peculiarità curiosa. E Dick rincara, a proposito del fruitore: “ma l’arte la conosceva lo stesso dall’ “a” alla zeta, maledetto lui!” – il fruitore-tipo è effettivamente avvertito e di buon gusto, che cade vittima di un semplice tranello: la rappresentazione di qualcosa che crede non esista è attribuita tutta alla creatività dello sregolato artista, che di fatto è un oleografico senza fantasia che fotografa col pennello e, nel contempo alterando e censurando il reale nei suoi aspetti meno desiderati, vedi sotto, vellica il gusto, che per converso è pessimo, di un largo pubblico di acquirenti di periodici. È una posizione, ambigua, la sua, che Kipling fissa con stupefacente nettezza. L’antitesi perfetta costituita dalla maniera di Dick, stante l’esatta definizione, ancóra à la manière della de Gournay secondo cui è figura che “rileva la differenza tra due oggetti per altro uguali”, consiste nell’essere una maniera unica che soddisfa due pubblici diversi, ognuno dei quali ignorante a suo modo. La sua posizione antietica consiste nel consapevole sfruttamento economico di questa situazione. Quanto a Kami, è un’ombra ricorrente nel romanzo. Vale la pena di dire che nei primi capitoli, dedicati all’infanzia selvaggia di Dick e Maisie, e poi alla vita militare del primo, non si fa menzione né del talento pittorico dei due, che pure finiscono entrambi col dedicarsi all’arte, né al fatto che entrambi, come si vedrà, hanno studiato con questo Kami, tipo del ‘prestigioso’ maestro.

-Quando sei stato con Kami, uomo d’inizi straordinari?

-Ho studiato due anni con lui, a Parigi. M’ha insegnato il magnetismo personale. Non diceva mai altro che Continuez, mes enfants, e non se ne poteva cavar altro. Aveva un tocco divino, e sapeva qualcosa dei colori. Se li sognava, i suoi colori. Scommetto che non ha mai visto nulla nei suoi colori reali. Sviluppava tutti i colori, e faceva bene.

-Ricordi i nostri panorami del Sudan?

Dick si rigirò di scatto.

-No, per carità! mi dài la voglia di tornarci subito. Dio, che colori! Opale e terra d’ombra, e ambra, e lapislazzuli, e rosso mattone, e zolfo… zolfo come la cresta del cacatù sull’ocra, con una roccia nera come un negro, che si drizza nel bel mezzo, e di dietro un festone decorativo di cammelli, contro un purissimo cielo di pallida turchese.

Kami non è più che una macchietta, per quanto riguarda l’insegnamento: la valutazione che Kipling invita a darne è abbastanza chiara. In un’epoca in cui forte era l’osculazione tra arte e occultismo, tra madame Blavatsky e Stanislao de Guaita, Aleister Crowley (ancóra in erba, ma non si dimentichi che era anche pittore, come moltissimi esoteristi) e il Sâr Péladan, la ricerca di quiddità misteriose nell’arte, come naturale reazione all’erosione di parte dell’antico impero da parte della fotografia ormai universalmente diffusa, doveva essere ossessiva. Ma era anche un luogo comune, uno specchietto per le allodole, né poteva essere altrimenti data l’impossibilità di discernere, in qualunque caso, tra suggestione profonda e mistificazione in tale campo, e l’insegnamento del maestro che aveva “un tocco divino” e “sapeva qualcosa dei colori” (understatement), vale a dire che li “sviluppava”, li alterava, li faceva altro da quello che sono in natura, scade a mantra efficientista: “continuez, mes enfants”, di paternalismo (appunto) vagamente industriale. Sembra di poter azzardare che la preparazione fornita da Kami, fatta essenzialmente di lavoro continuo, ostinato – di copiatura? – fosse tecnicamente ineccepibile; ma c’è più d’un sospetto che di contro ad una ricerca cromatica piuttosto ardita faccia riscontro un bovino conservatorismo quanto al disegno (sul quale Dick insisterà, significativamente, dando qualche utile dritta a Maisie nei capitoli seguenti). In effetti la vera discriminante, nel transito dall’arte ‘cartesiana’ ed accademica a quella contemporanea è nel passaggio da figurativo a concettuale, e nulla nella preparazione fornita dal misterioso e magnetico maestro fa supporre in alcunché la dissoluzione delle forme, benché la sua attenzione, pare persino un po’ morbosa, alla luce e al colore trascenda la mera indicazione di scuola, il ‘bagaglio tecnico’, e abbia già pretese estetizzanti. Di questo passo, potremo tranquillamente accusarlo di limitarsi ad alterare speciosamente gli equilibrî cromatici classici di una maniera che rimane di per sé del tutto pompière. Irrompe quindi, di nuovo a costituire antitesi, grazie alle parole di Torpenhow, il ricordo del Sudan – la terra aliena in cui i colori sono “già alterati”. Quasi che il Sudan costituisse, bella e pronta, la tavolozza composta secondo i dettami di Kami, senza che l’artefice debba fare sforzi per immaginarsi equilibrî cromatici diversi.

Camminò agitato su e giù.

-Eppure, sai bene che, se vuoi dare a quegl’individui le cose come Dio le ha fatte, ridotte alla loro comprensione coi mezzi che Dio ha dati a te…

-Sei molto modesto. Ma continua pure.

-Un qualunque pagano che non sia mai stato nemmeno in Algeria, ti dirà anzitutto che la tua nozione non è affatto originale, eppoi che quel che tu chiami arte non è affatto arte.

-Vedo che hai sentito i discorsi che fanno nelle botteghe di balocchi.

-Eh, per forza. M’hai lasciato solo, e dovevo pur far qualcosa per passar quelle sere che non finiscono mai! Non si può sempre lavorare.

Non so come si possa considerare ‘facile’ Kipling, di fronte ad uscite del genere. Siamo, come si vede, in pieno Novecento, sia per la tematica, di bruciante attualità in quel torno d’anni, se non più ancóra negli anni seguenti, sia per il dettato, che è tutto a balzi, tutto cicatrizzato. Dick dà innanzitutto un’idea ‘onesta’ di pittura: come, in altri termini, si colma il gap tra vero e verosimile, così il pittore coscienzioso media tra realtà naturale e “quegl’individui”, riducendo le cose come sono a cose che essi individui possono capire. Ma qui salta fuori il vero problema: l’aspetto mistificatorio dell’operazione di Dick non consiste nel non applicare questa sorta di regoletta, poiché essa porta a risultati fallimentari: infatti chiunque, anche il “pagàno” che non è mai “stato nemmeno in Algeria” – il tipo dell’acquirente che apprezza l’ombra oltremare perché la crede non la realtà fotografica, ma una trovata dell’artista – ti dirà che il tuo concetto (così credo si possa rendere quello che il Benzi rende con “nozione”) non è per nulla originale, e che non stai facendo arte. Questo avviene quando l’artista cerca di essere comprensibile, si pone come mediatore tra il soggetto del quadro e il fruitore; ciò che, appunto, Dick si guarda bene dal fare. Ma siamo lontani dal vetro smerigliato posto da Gombrich davanti all’orrenda Anadiomene del Bonnencontre col fine di renderla più interessante: quella di Dick è una mistificazione di tipo particolare: non consiste nel mentire, ma nel non dire. È ovvia, anche, la decisività assunta, nella fruizione, dal rapporto che il pittore intrattiene direttamente col fruitore (-acquirente), quindi del prevalere fatto extrapittorico, extrartistico, sulla stessa opera; semplicemente Dick fa credere di essere una specie di “fauve”, mentre è un calligrafico – per quanto riguarda, strettamente, il suo pubblico côlto. In questo consiste la sua immoralità: nel scegliere una posizione ambigua, tra due sedie, di compromesso: secondo Torpenhow in questo modo non lavora per il pubblico, ma per sé stesso (per le proprie tasche).

-Ma si può andare in una bettola qualunque e pigliarsi una bella sbornia, che non fa male a nessuno.

-Hai ragione. Sarebbe stato meglio. Ma avevo già fatto conoscenze. Si dicevano artisti, e c’erano alcuni di questi che sapevano disegnare… soltanto, non volevano. M’hanno invitato al tè… tè alle cinque del pomeriggio! Parlavano d’arte e degli stati dell’anima, come se la loro anima c’entrasse. Non ho mai sentito parlar tanto d’arte e visto meno dell’arte come in questi ultimi sei mesi. Ricordi Cassavetti, quello che lavorava per un sindacato del Continente, seguendo una colonna nel deserto? Pareva un albero di Natale, quando si metteva in marcia in pieno assetto, con le borracce, il cinturone, la tracolla, la rivoltella, la cassetta per scrivere, le lanterne e Dio sa quant’altre cose. Passava il tempo a trastullarsi con tutte quelle cosucce, e mostrava a tutti come funzionava ciascuna. Eppoi, non ha mai fatto altro che copiare i rapporti di Nilghai.

Dick riferisce, telegraficamente, come abbia cominciato a frequentare l’élite intellettuale cittadina: gli elementi ci sono tutti: le sue nuove conoscenze sono coltivate, e anche istruite accademicamente, ossia tecnicamente, ma hanno fatto i primi passi verso il concettuale – che si colloca storicamente almeno da tre lustri più tardi, ma è preparato da una lunga vicenda di dissoluzione, ch’è propria degli anni del romanzo, del disegno tradizionale –, un salto che Dick non compirà ovviamente mai; la tournure del laconico: “c’erano alcuni di questi che sapevano disegnare… soltanto, non volevano” sottolinea la sostanziale incomprensione di Dick, di fatto spaesato fra tradizione e novazione, nei confronti dell’ultimo grido dell’arte. Ma non c’è solo la sua incomprensione; c’è oggettivo isterilimento: l’ambiguo “Non ho mai sentito parlar tanto d’arte e visto meno dell’arte come in questi ultimi sei mesi” si riferisce sicuramente più alla qualità che alla quantità, ma più ancóra alla “sostanza”, alle “fonti dell’ingegno”; come il corrispondente Cassavetti, nel Sudan, che s’era dotato d’uno strumentario poderoso, e poi copiazzava quello che, senza tanta ciarpa, scriveva un altro corrispondente, questa élite vive di erudizione iconografica, di fatto rimescolando materiali altrui. Kipling è ben lontano dal condensare in Dick i difetti di una generazione di artisti; in Dick rappresenta più che altro il transito da uno stato dell’arte all’altro, un periodo di crisi e, per il momento, di disorientamento. In effetti i rovelli di Dick sono certamente autentici, come quelli dei suoi amici avanguardisti; egli è davvero spaesato. Quello che rende immorale, non deontologica la sua posizione nei confronti dell’arte non è l’incapacità di prendere posizione netta, perché questa indecisione, propria dei decadentismi, è nell’aria, tutti la condividono; e men che meno è ipotizzabile che abbia escogitato freddamente l’imbroglio al pubblico; il peccato originale consiste nell’essersi adagiato in una posizione comodamente doppia, la quale gli si è presentata da sé, fatalmente, e che lui ha avuto – questo sì – il torto di accettare in pieno. Inutile, o quasi, rilevare come la tesi dell’estraneità di Kipling alle tematiche base del decadentismo non può reggere; la differenza tra il suo punto di vista e quello di altri decadenti è semplicemente quella che intercorre tra la posizione di Victor Hugo e quella di Baudelaire di fronte all’abisso: dove quest’ultimo se ne spaventa, e si ripiega su sé, mentre il primo vi guarda in fondo, e regge stoicamente la vista. Vale la pena solamente di notare che quello che Renzi riferisce come “Nilghai”, tout court, è, nel testo consultabile in ampia porzione pdf qui: http://books.google.it/books?id=l42BcrH52oMC&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false, o meglio in html qui: http://classiclit.about.com/library/bl-etexts/rkipling/bl-rkip-light-1.htm &c. [ma qui: http://www.gutenberg.org/files/2876/2876-h/2876-h.htm per il testo integrale], regolarmente “the Nilghai”, dunque è un soprannome, e non un nome. Il nilghai, o nilgai, o nilgau è un’antilope indiana dalle corna corte (secondo il wiktionary, http://en.wiktionary.org/wiki/nilghai), di cui leggo in Alessandro Ghigi / Pasquale Pasquini, La vita degli animali. Vol. II: Mammiferi delle terre continentali. Avifauna paleartica. Terza edizione aggiornata e accresciuta, UTET, Torino 1974, pp. 470-473, che ha nome scientifico Boselaphus tragocamelus, genere a sé dei quattro che si classificano tra le antilopi indiane; il soprannome può essere stato dato per ironia, dal momento che il Nilghai è grasso, come è detto, mentre questa antilope “inseguita fugge molto celermente” (473).

-Simpatico quel Nilghai! È in città, più grasso che mai. Dovrebbe venir qui stasera. Capisco benissimo quel che vuoi dire. Avresti dovuto stare alla larga da quelle modisterie maschili. Ci hai preso quel che meriti, e spero che ti scombussolerà per un pezzo.

La modisteria, in senso specifico, è un laboratorio-negozio in cui si confezionano e vendono cappelli rigorosamente da donna. Il militare, maschio, Dick, non poteva respirare liberamente nell’atmosfera effeminata dell’élite dei figuratìvi di moda. Segue un’esemplificazione concreta del modo di procedere di Dick nei confronti della parte meno nobile del suo pubblico pagante, del suo ‘datore di lavoro’: innanzitutto, appunto, una figuratività maschia, quindi ‘dal vero’, in contrapposizione con l’erudizione, di fatto una forma di parassitismo (“Eppoi, non ha mai fatto altro che copiare…”), dell’arte effeminata, che Dick ha respinto con nettezza. Sembrerebbe una scelta in direzione dell’autonomia, dicendola così; di fatto, avendo che fare con un pubblico che vuol essere confermato e gratificato nelle sue false convinzioni, è caduto in una schiavitù peggiore, che lo induce alla deformazione del progetto originario a vantaggio del prodotto vendibile; Dick non è esattamente sulla linea d’onda del fruitore medio (ben lontano dalla pretenziosità del suo acquirente da esposizione), ma è disposto a distruggere la sua opera per rimpiazzarla con qualcosa di molto prossimo a quello che il fruitore ignorante ha già in mente. Va da sé che la sua posizione, in questo caso, è ancóra più immorale. Nel caso del fruitore avvertito si trattava di nascondere il fotografico-calligrafico (“se vuoi dare a quegl’individui le cose come Dio le ha fatte, ridotte alla loro comprensione coi mezzi che Dio ha dati a te… […] un qualunque pagano che non sia mai stato nemmeno in Algeria, ti dirà anzitutto che la tua nozione non è affatto originale, eppoi che quel che tu chiami arte non è affatto arte”), prestandosi all’illusione dell’artista autonomo, spiazzando in apparenza per assecondare di fatto; nel caso del fruitore bue si tratta dell’esatto contrario: “ Da’ loro quel che sanno, e una volta che l’hai dato, torna a darlo” – dove quel “torna a darlo” è eloquente della condizione dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità, cioè della sua riduzione ad oggetto in serie:

-No, non mi scombussola affatto. Soltanto, m’ha insegnato che cosa è realmente arte, la sacrosanta.

-Se hai imparato questo, non hai sprecato il tempo. Sentiamo che cos’è l’arte.

-Da’ loro quel che sanno, e una volta che l’hai dato, torna a darlo.

Tirò avanti una tela che stava appoggiata a una parete, col dipinto nascosto.

-Ecco un campione d’arte vera. Servirà per facsimile ad un settimanale. L’ho intitolato “L’ultima Cartuccia”. L’ho cavato da quel piccolo acquerello che ho fatto fuori d’El Maghrib. Il mio modello, un magnifico fantaccino, l’ho tirato qua con una bicchierata. L’ho ubriacato, riubriacato, straubriacato, fino a farne un diavolaccio rosso, scarmigliato, stralunato, con l’elmo sulla nuca, un torrente di sangue che gli sgrondava giù per una gamba da un taglio all’anca, e la vera morte negli occhi. Non era più bello, no, ma tutto soldato da capo a piedi, e molto uomo.

-Sempre modesto!

Dick rise.

-Beh, ora parlo soltanto con te. L’ho dipinto meglio che ho potuto, tenendo conto degli effetti dell’olio. E il direttore artistico di quel relitto di rivista m’ha detto che non poteva piacere ai suoi abbonati. È una figura troppo brutale, rozza, violenta, m’ha detto, quando si sa che l’uomo è naturalmente gentile e costumato, anche nel suo ultimo sforzo per non morire ammazzato. Mi son ripreso l’ “Ultima Cartuccia”, e guarda il risultato. Gli ho messo una bella giacca rossa nuova fiammante, senza una macchia, senza una grinza. Questo è arte. Gli ho lucidato ben bene le scarpe… guarda che bel lustro sul puntale. Questo è arte. Ho pulito il fucile… i fucili sono sempre puliti in servizio, perché così vuol l’arte. L’elmo gliel’ho fregato col gesso… al servizio fregavo sempre col gesso il mio, cosa indispensabile all’arte. Poi l’ho sbarbato ben bene, gli ho lavato le mani e dato un’aria di pacificone. Risultato: una bella insegna per sarto militare. E il prezzo, grazie a Dio, è il doppio di quello che mi è stato pagato per lo schizzo, che pure era un prezzo conveniente.

-E vuoi spacciare questa roba per tua?

Qui si solleva, con succintezza molto kiplinghiana, uno dei problemi sostanziali: quello della paternità dell’opera d’arte, e la crisi d’identità – non come fatto psicologico, come fatto concreto – dell’artista di fronte all’opera. A chi appartiene un’opera se essa corrisponde a criterî che l’artista non ha fissato, o contribuito a fissare, e, soprattutto, non condivide sostanzialmente? La diplopia sviluppata da Dick è in apparenza abile operazione di smercio, di fatto riflette la frantumazione dell’unità identitaria di fronte al pubblico e all’opera. I due temi della riproducibilità dell’arte – di cui il pittore sul tipo di Dick, consapevolmente o no, deve necessariamente soffrire, in quanto insieme espositore di opere irripetibili e illustratore per ebdomadarî del genere del ‘pictorial’ – e della paternità dell’opera sono chiaramente interrelati, ma se il loro legame fosse così fatale, tolta la possibilità della scelta immorale come di quella morale, Dick sarebbe assolto. E invece no, perché la sua scelta è quella di sfruttare, alienandola da sé, la situazione. L’aspetto filosoficamente più rilevante è proprio la nolontà, che di fatto è incapacità, da parte di Dick di farsi carico della situazione. Ne rimane difuori, e rimane difuori dalla sua stessa pittura, che può essere, pertanto, tranquillamente deformata, cancellata, rifatta; e anche distrutta, in un gesto di rabbia, da Torpenhow, come si vede nelle righe che seguono:

-Perché no? L’ho fatta io. Solo io l’ho fatta, nell’interesse dell’arte sacrosanta e della Rivista Dickenson.

Torpenhow fumò in silenzio per un buon momento, e infine pronunciò il verdetto concepito nelle nuvole rotolanti:

-Caro Dick, se tu fossi nient’altro che un ammasso di stupida vanità, non ci farei caso. Ti lascerei andar al diavolo insieme con la tua pittura. Ma se penso a quel che tu sei per me e vedo che alla vanità aggiungi la stizza da due penny e mezzo d’una ragazzina di dieci anni, devo per forza far qualcosa. Ecco!

La tela fremette, trapassata da un piede solidamente calzato di Torpenhow, e il cagnolo saltò giù, pensando che ci fossero i topi.

-Se hai parolacce da dire, dille pure. Non ne hai? Allora continuerò. Sei un idiota! Non c’è mai stato uomo nato di donna tanto forte da poter prendersi libertà col suo pubblico, neanche se fosse tutto quel che dici tu, che poi non è vero.

-Ma se non ci capiscon nulla! E che possono mai capire creature nate e cresciute in questa luce? – e accennò la nebbia per ingialliva il lucernario. – Se vogliono vernici per mobili, non c’è ragione perché non le abbiano, fin tanto che son disposti a pagare. Eppoi, non son altro che uomini e donne, mentre, a sentir te, si direbbe che sian numi.

Lo sgravio di responsabilità è evidente: di qua dalla sostanziale indifferenza di Dick di fronte alla distruzione del quadro – non ancóra riproducibile, e dunque perduto una volta per tutte (molto più avanti nel romanzo ci sarà un’altra distruzione di un’opera di Dick, distruzione alla quale reagirà in modo ovviamente diverso) – l’aspetto più interessante è proprio l’alienazione: le motivazioni per l’esecuzione di un’opera indegna di sé sono molteplici, una delle quali pseudoelitista (propria dell’artista ‘popolare’, di fatto pieno di disprezzo nei confronti della mandra di buoi a cui propina cose scadenti), e una addrittura neopositivista: il fruitore inglese non capisce nulla di arte perché ha negli occhî la luce smorta del suo paesaggio familiare. L’ambiente in realtà è il responsabile degli equilibrî distorti; l’immoralità non c’è, perché è il sistema a funzionare in un certo modo. (Di qui è inferibile anche la negazione del capolavoro come possibilità, volendo).

-Suona bene quel che dici, ma non ha nulla a che fare col caso in questione. Quelle persone costituiscono, che tu lo voglia o no, il pubblico per il quale devi lavorare. Sono i tuoi padroni. Non t’illudere, Dickie, non sei forte abbastanza per scherzar con loro o… con te stesso, cosa tanto più grave. Inoltre… passa qua, Binkie! è stato quell’impiastro rosso che t’ha svegliato… Dicevo, dunque, che se non stai più che attento, cadrai nella dannazione del libretto di chèques. Il denaro facile t’ubriacherà del tutto, ché ora sei già mezzo brillo. E per quel denaro e la tua maledetta vanità, ti vuoi mettere a lavorar male? Credimi che di brutti lavori ne farai abbastanza senza saperlo. E credi anche questo, Dickie: com’è vero che ti voglio bene e so che tu ne vuoi a me, non ti permetterò mai e poi mai di tagliarti il naso e rovinarti la faccia per il denaro che circola in Inghilterra. Ho detto. Ora puoi bestemmiare.

-Non ci tengo. Ho cercato d’arrabbiarmi, ma sei talmente ragionevole! Pazienza, lascerò strillare la Dickenson.

-Ma perché diavolo mai vuoi lavorare per settimanali? Non capisci che così ti dissangui pian pianino?

Quel che segue riporta al tema del denaro; che di fatto, ormai lo abbiamo capìto, è solamente un alibi:

Dick si toccò le tasche.

-Procurano tante sterline, molto comode.

Torpenhow lo fissò con manifesto disgusto.

-Ed io che credevo di parlare con un uomo! Ma se non sei che un bambino!

Dick si rigirò prontamente.

-No, ora sbagli tu. Non hai nessun’idea di quel che sia la certezza d’un incasso, per un uomo che ha sempre avuto bisogno di quattrini. Nulla potrà mai compensarmi di certi piaceri che mi son dovuto godere. Per esempio, su quel portamaiali cinese, dove s’aveva pane e prosciutto a tutti i pasti, perché Ho-Wang non ci voleva dar altro, e tutto, anche il pane, sapeva di maiale, maiale cinese! Per il denaro che mi piglio adesso, ho sgobbato e sudato e patito la fame mese per mese, per anni e anni. Ed ora che posso pigliarne, voglio pigliarne più che posso, finché dura la cuccagna. Lascia che paghino. Tanto, non ci capiscon nulla.

-Che altro si degna di desiderare, Sua Maestà? Non puoi certo fumare più di quanto già fumi, non vuoi bere e mangi di tutto, e basta guardarti per capire che ti vesti al buio. L’altro giorno, quando t’ho proposto di comprarti un bel cavallo, non hai voluto, perché un cavallo può sciancarsi, e preferisci prendere una vettura pubblica. E non sei nemmeno stupido al punto da credere che la vita sia fatta di teatri e di tutte le cose vive che si possono comprare in città. E allora, che ne vuoi fare di tutto quel denaro?

-Perché è qui, e Dio ne benedica il cuore d’oro! È sempre qui, davanti agli occhi. La Provvidenza mi manda noci finché ho i denti per schiacciarle. Non ho ancora trovato la noce che mi piacerebbe schiacciare, ma intanto mi tengo aguzzati i denti. Forse un giorno faremo insieme un giretto per il mondo. Eh, che ne diresti?

-Senza bisogno di lavorare, senza dover render conti a nessuno né competere con nessuno? Saresti abbrutito dopo la prima settimana. E io non ci tengo a godere alle spese di un’anima d’uomo. Dick, è inutile discutere, tu sei matto.

-Non vedo perché. Il capitano di quel portamaiali cinese s’è fatto un onore enorme salvando venticinquemila maialini molto malconci dal mal di mare, la volta che demmo di prua in una giunca del trasporto di legna. Ora, se prendiamo quei maialini come paragone…

-All’inferno i tuoi paragoni! Ogni volta che cerco di correggerti l’anima, mi tiri fuori un fatterello insignificante dal tuo passato tenebroso, molto tenebroso. Che c’entrano i maialini cinesi col pubblico britannico? Quel che fa onore in alto mare non fa onore qui, mentre il rispetto di sé val sempre lo stesso in tutto il mondo. E a proposito, se Nilghai venisse stasera, mi permetti di mostrargli i tuoi lavori?

-Ma certo! Che idea! Ora mi domanderai se puoi bussare al mio uscio.

E Dick se n’andò, per consigliarsi con se stesso nella nebbia londinese, già in via d’addensarsi.

Ecco, credo che l’insegnamento più prezioso – perché Kipling dev’essere preso, è buona norma nell’accostarsi ad un autore, per quello che si propone, ossia come un dispensatore di consiglî e una guida morale – consista proprio in questo: nella consapevolezza estrema che l’artista deve avere nell’affrontare il suo pubblico. La saggezza kiplinghiana consiste nell’inferire un autore debole e un pubblico forte (“Non t’illudere, Dickie, non sei forte abbastanza per scherzar con loro”), che è una prospettiva non solita, almeno a queste latitudini, almeno nel dibattito sull’arte a cui siamo abituati. Per esempio, mi sovviene – a caso, chissà quant’altri esempî non mi vengono in mente al momento, e si dovrebbero fare – che in Kavalier e Clay, romanzo così così dell’autore americano Michael Chabon (2000), riemerge proprio questo principio, nel corso di una conversazione tra i due protagonisti, che vogliono lanciarsi come fumettari: l’idea dell’autore come una pecora in mezzo ai lupi, forzando un po’ i toni, è ben anglosassone, schematizzando al limite della prostituzione concettuale, dato che prosorge inevitabilmente da un concetto altamente individualistico dell’essere umano, visto inevitabilmente non solo come eroe carlyliano (non è sempre domenica), ma anche nella sua coessenziale solitudine di fronte al mondo; concetto col quale probabilmente, dato che son tutte cose che ci vengono da là, i nostrali fumettari ed autori di genere faranno probabilmente i conti, ma non lo scrittore a tutto tondo, lo scrittore – per esempio – di sé, o il poeta. Ci sono due visioni diametralmente opposte e inconciliabili: una è quella dello scrittore come comunicatore – lo scrittore che non è mai solo, perché parla ‘a tutti’, col coeur in man; l’altra è quella dello scrittore che deve comunicare, necessariamente, e non necessariamente è inteso. Si tratta di vedere se si tratti di due civiltà letterarie diverse, o semplicemente di un’avanguardia e di una retroguardia, di un centro e di una provincia. Sta di fatto che anche alle nostre latitudini ci sono casi eclatanti di scrittori (Morselli è il segnacolo) che non sono pubblicati, e meriterebbero, e di scrittori che sono pubblicati e non vendono, e meriterebbero. L’aspetto critico – forse, dico forse, non tutto ma molto si riduce a questo semplice, e anche un po’ volgare, fatto – è contestuale, o è nella testa di scrive, dipinge, fa musica, si esibisce? Per esempio, è possibile scrivere senza chiedersi a chi ci si sta rivolgendo? Si può obiettare che altro è la scrittura romanzesca, e altro, innanzitutto, quella poetica: il Novecento, almeno il nostro, è dominato dall’ermetismo, che è tendenziale chiusura nei confronti del fruitore, è un sostanziale non voler essere capìti, un “chiudersi”, con lettura un po’ bisticciata. Ma anche nel caso-limite della poesia quello che mi chiedo è: è inferibile una scrittura che si nega così totalmente alla fruizione, o non sarà, piuttosto, una scrittura che vuol essere letta in un certo modo, passando per determinati filtri? Basta un secondo di riflessione per rendersi conto come l’ermetico non si nega mai alla comunicazione, solo la regola in modo tale che la fruizione ne risulta certamente più ardua, ma non certo impossibile, e non certamente come cosa superflua rispetto al dato poetico. Sono ovvietà, assolute, ma rimane da chiedersi come mai, se tutto è così ovvio, ad un certo livello continui a trionfare una scrittura così ombelicale, in fondo destituita di presupposti. La gente che si scrive addosso sta seguendo un’intima vocazione o non, piuttosto, ha visto una progressiva distorsione del proprio progetto originario, fino a ridursi a quello? Se ne evince, inevitabilmente, che anche la scrittura, come qualunque attività umana, subisca potente l’attrazione del tutto e la sua resistenza, e che richieda qualcosa di sinistramente simile alla forza, all’energia, per essere sostenuta. La forza, l’energia sono, in termini fisici, lavoro: se non ho un punto d’appoggio, se non ho un vettore, il lavoro non può essere. Posso avere, tutt’al più, una fonte che continua a disperdere energia nello spazio vuoto, finché non si esaurisce, e ne rimane priva affatto. Il solo fatto fisico porge materia di riflessione. Ma è a questo punto, quando cioè si entra nel merito della funzione della scrittura, che scattano meccanismi in fondo non del tutto spiegabili, se non con l’assunzione supina di certi schemi, ultronei, che a ben guardare non hanno ragione di essere messi in azione in questo caso. Kipling, attraverso Torpenhow, come anche attraverso Dick, parla di ‘lavoro’, ma il lavoro non necessariamente è il fulcro di un rapporto mercenario: e lo si vede, specialmente, nell’assunzione, molto chiara ed esplicita, del denaro come alibi da parte di Dick. In effetti la sua produzione frutta denaro; ma il fatto che frutti denaro non implica direttamente che la sua produzione sia lavoro. Il lavoro, in questo caso, dev’essere un’altra cosa; non si tarda, credo, a dedurre, anche in base a quello che s’è visto prima, che esso consiste nel finalizzare la propria opera a comunicare la data cosa a un dato pubblico, e nel mettere in atto adeguate strategie – suona malissimo, lo so – perché quello che si dice arrivi effettivamente a destinazione. L’artista può arricchire grazie alla sua opera, se proprio dobbiamo dilungarci sull’aspetto pecuniario, per motivi complessi, non tutti necessariamente inerenti all’opera; se quello di Dick è il caso-tipo, ma è certamente un caso possibile, è l’equivoco che lo ha arricchito, o quantomeno gli ha permesso di mantenersi al disopra del decoroso; ma è proprio questo sfuggire della possibilità del guadagno ad un’equazione che ponga in esatta e certa relazione il lavoro in sé, o la produzione, e il vile guadagno basta da solo a far saltare qualunque equivalenza possibile. Ne consegue che si può lavorare anche quando si scrive una lettera, o nel postare qualcosa su un blog – in questa accezione, all’interno di questa logica, sicuramente.

Mezz’ora dopo la sua uscita, Nilghai s’affannò su per le sette branche. Era il decano, oltre che il più voluminoso dei corrispondenti di guerra, con un’esperienza che risaliva fino alla nascita del fucile ad ago. Eccettuato solo il suo alleato Keneu, l’Aquila della Guerra, nessuno lo poteva superare in quel ramo speciale, e quando si metteva a discorrere, cominciava sempre con l’annuncio d’una guerra nei Balcani nella prossima primavera. Torpenhow l’accolse con un’allegra risata.

-Lascia stare i pasticci dei Balcani, e parliamo di Dick. Hai sentito che successone?

-Già, è stato chiamato alla notorietà, mi pare. Spero che lo terrai nei limiti d’una saggia umiltà. Ha bisogno d’essere soppresso di quando in quando.

Quanto al fucile ad ago, che desterà la curiosità di tutti, leggo in Letterio Musciarelli, Dizionario delle armi, Mondadori, Oscar Manuali, Milano dic. 1978, ad vocem: “Fucile a retrocarica che si giova, per sparare, del meccanismo di accensione della carica detto ‘ad ago’. Il primo fucile apparso di questo tipo è il Dreyse (v.) che venne adottato nel 1848 dall’esercito prussiano”; per “soppresso” non s’intende “liquidato”, ma “tenuto a bada”.

-E come! Comincia a prendersi qualche libertà con quel che crede essere la sua reputazione.

-Di già! Per Giove, che fegato! Io non ne so nulla della sua reputazione, ma so che finirà male, se fa così.

-Gliel’ho detto, ma non credo d’averlo convinto.

-Eh già, una volta che prendono l’aire, non dànno più retta a nessuno. Che disastro è quello laggiù?

-Un esemplare d’una sua birbonata.

Raccolti i brandelli della tela sfondata, Torpenhow mostrò la figura “lisciata” a Nilghai, che guardò e fischiò.

-Una cromo, una cromolitoleomargarinoporcheria! Che diavolo l’ha pigliato per far una roba simile? Però, guarda un po’ come ha dato in pieno nel gusto di quel pubblico che pensa con le scarpe e legge coi gomiti! C’è un’insolenza a sangue freddo, che quasi compensa tutto. Ma non deve continuare così. Devono averlo incensato un po’ troppo, non ti pare? Sai bene che quella gente non ha nessun senso di misura. Son capaci di chiamarlo un secondo Detaille e un Meisonner di terza mano, per poco che duri la sua voga. È un regime troppo ventoso per un pulledrino.

La doppia l di “pulledrino” è intenzionale, grafia antiquata. Dei due pittori leggo in Dictionnaire des Peintres, Sculpteurs, Dessinateurs et Graveurs &c., nouvelle édition entièrement refondue, révue et corrigée sous la direction des héritiers de E. Bénézit, avec 32 reproductions hors-texte en héliogravure, Librairie Gründ, Paris 1955 & 1956, ad vv., che Detaille (Paris 05/10/1848-ivi 23/12/1912) “est un des peintres les plus populaires de l’école française du XIXe siècle… à 17 ans, il entra comme élève dans l’atelier de Meissonier… d’une valeur contestable, mais très sincère. Ses tableaux sont empruntés à des scènes de la vie militaire qu’il a su rendre avec des grandes qualités d’intensité et d’expression… Peintre quasi officiel de l’armée française…”; quanto a Jean-Louis-Ernest Meissonier (Lyon 05/02/1815-Paris 31/01/1891), appunto suo maestro, “il… fit quelque temps de l’illustration tout en donnant aux Salons annuels des tableaux visiblement inspirés par le désir d’imiter les Hollandais… En 1859, Meissonier suivit la campagne d’Italie dans l’État-Major. Ce fut alors qu’il conçut l’idée de peindre l’épopée napoléonienne… Ses tableaux de genre sont des petits chefs-d’oeuvre de travail minutieux, mais il leur manque le sentiment. On pourrait adresser le même grief à ses tableaux militaires, larges compositions factices. Toutesfois, il faut lui reconnaître un métier prestigieux, une habileté supérieure et un souci du détail, souvent même excessif (…)”. Il paragone è dunque con due pompier.

-Non credo che Dick ne risenta molto. Non lo posso credere. Sarebbe come dar del leone a un lupacchiotto e pretendere che preferisca quel complimento a una bella tibia polposa. Dick ha l’anima nella banca. Lavora per guadagnare.

-Già, ha rinunciato al lavoro di guerra e non si rende conto che gli obblighi del servizio sono gli stessi, che solo il padrone è cambiato.

-E come potrebbe, se crede d’essere il padrone di se stesso?

-Ma davvero? Potrei disingannarlo per il suo bene, s’è vero che c’è virtù nella stampa. Ha bisogno d’una buona frustata.

-E dagliela, allora, e con scienza. Gliela darei io, se non gli volessi troppo bene.

-Io non ho scrupoli. Una volta, al Cairo, ha avuto l’audacia di mettersi tra me e una donna. L’avevo dimenticato, ma ora me ne ricorderò.

-Te l’ha presa?

-Sentirai quando avrò finito con lui. Ma a che pro? Lasciamolo stare, e vedrai che rincaserà da sé, se ha qualcosa in sé… mogio mogio e con la coda tra le gambe. C’è molto più in una settimana di vita che non in un settimanale vivace. Ma gli darò addosso lo stesso. Poderosamente, nel Cataclisma.

-Auguri! Ma bada che ci vuole almeno una stanga per arrivare alla sensibilità di Dick. Deve aver avuto l’anima fulminata prima che noi lo conoscessimo. È molto diffidente e assolutamente fuor di legge.

-Temperamento. È lo stesso coi cavalli. Certi mettono giudizio con la frusta, altri scalciano, e altri, dopo una buona frustata, vanno a passeggio con le mani in tasca.

-Giusto come ha fatto Dick adesso. Aspetta che torni. Puoi cominciar qui. Intanto, ti mostrerò qualcosa di quel che ha fatto qui ultimamente. Tutta roba inferiore.

Dal dialogo tra Torpenhow e il Nilghai che architettano una salutare doccia fredda sulle pagine del nominato Cataclisma il capitolo procede secondo logica, per quanto riguarda le idee di fondo, con l’ultima parte dominata dall’incontro tra Dick e Maisie, che è un fatto squisitamente narrativo che ha conseguenze ancóra ulteriori. Inutile, però, tagliare qui. Da notare, poi, qua e là, alcuni particolari, come lo scorcio descrittivo della folla da parte di Dick. Tenendo presenti le pagine di Benjamin su quello che Hoffmann e Baudelaire &c. hanno detto della folla, stupisce, per l’esattezza, il ‘manzonismo’ della folla vista con gli occhî pompierizzati di Dick: questa folla si differenzia, ma non in individui, quanto in gruppi, che agiscono all’unisono, proprio come i milanesi mostrati nelle loro reazioni alle richieste di elemosina durante la peste; è una visione falsa, fredda, del tutto “ottocentesca” nel senso deteriore e pseudoromantico, che l’immaginazione decadente di Dick anima di paste acide e risentite; il movimento rigidamente coreografico è scaduto nella mascherata grottesca e allarmante, l’oleografico nell’espressionistico.

Dick aveva cercato acqua corrente d’istinto, per confortare il suo stato d’animo. Appoggiato al parapetto dell’Embankment, guardava il Tamigi fluire sotto le arcate del ponte di Westminster. Aveva cominciato a pensare ai consigli di Torpenhow, ma, come al solito, s’era lasciato distrarre dalle facce dei passanti. Alcuni avevano la morte scritta in faccia, e Dick si meravigliava che potessero ridere; altri erano sgualciti e scarniti soltanto dal lavoro; altri, per lo più tozzi e mal fatti, erano accesi d’amore, ma c’era sempre da fare qualcosa di bello con ognuna di quelle facce. I poveri poteano lasciarlo studiare, e i ricchi, poi, pagare i prodotti dei suoi studi, alimentando la sua fama e ingrossando il suo conto corrente. Se lo meritava. Aveva sofferto. Nulla di più giusto che ora si valesse dei mali altrui.

Una ventata dissipò la nebbia un momentino, e il sole ricomparve, tondo biscottino rosso sopra l’acqua. Dick lo guardò, finché non udì lo scroscio dell’acqua scemare in un dolce mormorio, come quello d’una risacca morta a bassa marea. Una ragazza incalzata da un innamorato, gridò senza vergogna: “Ma va via, bestia!” e un rimbalzo della ventata che aveva squarciato la nebbia mandò in faccia a Dick la nera fumata d’un vaporino sotto il parapetto. Accecato, egli si rigirò e si trovò a faccia a faccia con Maisie.

Non c’era dubbio. Gli anni avevano fatto una donna della bimba, ma non alterato gli occhi grigio-scuro né le sottili labbra scarlatte né il piglio fermo della bocca e del mento; e perché tutto fosse come una volta, ella indossava un vestitino grigio strettamente attillato.

Dacché l’anima umana è limitata e nient’affatto capace di comandarsi, Dick avanzò con un sonoro “hello!” proprio come uno scolaretto, e Maisie rispose: “Oh, sei tu, Dick?”. Poi, in barba alla sua volontà e prima che la sua mente appena uscita da considerazioni finanziarie potesse dettare ai nervi, ogni arteria del corpo di Dick batté furiosamente e il palato gli s’inaridì di botto. La nebbia si richiuse, e il viso di Maisie gli apparve perlaceo. Senza dir parola, egli le si mise al fianco e così andarono lungo l’Embankment, mantenendo il passo precisamente come nelle loro gite pomeridiane alla riva fangosa. Infine Dick domandò, in tono alquanto rude:

-Come sta Amomma?

Precisazione indispensabile: Amomma è la capretta compagna di giochi di Dick e Maisie bambini. Il riferimento che segue alle cartucce è dovuto ad un’avventurosa gara di tiro organizzata tra i due (cap. I) con una pistola e munizioni di fortuna; in un attimo di distrazione, la capra aveva mangiato le cartucce, e i due bambini, al ritorno dalla spiaggia, l’avevano tenuta a distanza per timore che potesse esplodere da un momento all’altro.

-È morta, Dick. Non per le cartucce, ma per aver mangiato troppo. Era sempre tanto ingorda. Non ti par buffo?

-Sì. No. Intendi Amomma?

-Sì, cioè no, intendo questo caso. Di dove vieni?

-Di laggiù, – e accennò a levante, nella foschia. – E tu?

-Oh, io sto nel Nord, nel nero Nord, dall’altra parte del Parco. Ho molto da fare.

-Che fai?

-Dipingo molto. Non faccio altro che dipingere.

-Davvero? Ma che cosa è successo? Non avevi trecento sterline all’anno?

-Le ho ancora, ma dipingo lo stesso.

-Sei sola, allora?

-No, con un’amica. Non camminare così in fretta, Dick. Sei fuori passo.

-Te ne sei accorta anche tu?

-Ma certo. Sei sempre fuori passo.

-Verissimo. Scusa. Sicché, hai continuato col disegno?

-Ma naturalmente. Te l’avevo ben detto. Prima da Slade, poi dal Merton di St. John’s Wood, un grosso studio, al quale poi ho dato il pepe… cioè, voglio dire che sono passata alla Nazionale. E ora lavoro con Kami.

Al quale… ho dato il pepe”: l’or. ha “I pepper-potted” in costr. ass., il cui significato sull’Oxford come su altri dizionarî velocemente compulsati manca perché il pepper-pot vi è indicato solo come sostantivo (“pepiera”), anche in locuzioni allusive nelle quali è comunque preferito pepper-box; ‘dare il pepe’ traduce letteralmente (il Tommaseo-Bellini non riporta nulla del genere), dando scarso senso. Dal contesto è possibile dedurre un “mandare a quel paese”, “tagliare i ponti”.

-Ma Kami non è a Parigi?

-No, insegna a Vitry-sur-Marne. Lavoro con lui d’estate, e passo l’inverno qui. Ho casa, capirai.

-Vendi molto?

-Di quando in quando. Non spesso. Ecco il mio ‘bus. Se non lo prendo, perdo mezz’ora. Addio, Dick.

-Addio, Maisie. Non mi vuoi dire dove stai di casa? Devo rivederti. Forse potrei aiutarti. Anch’io… dipingo un pochino.

-Sarò al Parco domani, se non c’è luce per lavorare. Vado sempre giù fino all’Arco di Marmo, poi indietro. È la mia escursione. E naturalmente, anch’io voglio rivederti.

Salì sull’omnibus e la nebbia la ingoiò.

-Beh… io… sono… maledetto!

E così esclamando, Diick si mosse per rincasare. Torpenhow e Nilghai lo trovarono che, seduto sui gradini che mettevano al suo studio, ripeteva quella stessa esclamazione con impressionante gravità.

-Lo sarai ben peggio quando avrò finito con te, – gli disse Nilghai, sollevando la sua mole dietro le spalle di Torpenhow e agitando un rotolo di manoscritti ancora umidicci. – È un rapporto sul tuo stato mentale, Dick.

Hello! Nilghai! Già tornato? Come vanno i Balcani e tutti i piccoli balcanici? Hai una parte della faccia fuori campo, come al solito.

Ovvero: sei talmente grasso che il mio sguardo si posa sul tuo volto, e non lo circoscrive.

-Non ci badare. Sono incaricato di schiacciarti con la stampa.

Cioè: È con la stampa che sono incaricato di schiacciarti (e non col mio peso).

Torpenhow non vuole, per una falsa delicatezza. Ho guardato nel tuo pentolone. Roba semplicemente atroce.

-Ah sì? davvero? Se ti figuri di poter farla a me, sbagli di grosso. Puoi soltanto descrivere, e per rigirarti sulla carta, ti ci vuole più spazio che a un vapore da carico della P. & O. Continua pure, ma fa presto, ché voglio andare a letto.

-Uhm! uhm! uhm! La prima parte tratta soltanto dei tuoi quadri. Ecco la perorazione: Un lavoro fatto senza convinzione, una capacità sprecata in cose triviali, una fatica compiuta con leggerezza e il deliberato proposito d’ottenere il facile plauso d’un pubblico trascinato da una voga…

-È l’ “Ultima Cartuccia”, seconda edizione. Continua.

-… voga, non meritano altro che oblio, un oblio preceduto da tolleranza e sepolto con disprezzo. Ed Heldar non ha ancora dimostrato d’essere fuor del pericolo di subire tal sorte.

-Bau! bau! bau! – abbaiò Dick, profanamente. – Brutta fine, in vilissimo gergo giornalistico, ma perfettamente vera. Però – e saltato su, ghermì il manoscritto – tu, vecchio gladiatore debosciato, ammaccato, e tagliuzzato, ti fai mandare a tutte le guerre del mondo per saziare la cieca, brutale, bestiale sete di sangue del pubblico britannico. Ora che non ci sono più arene, ci vogliono corrispondenti di guerra. E tu sei un grosso gladiatore, ch’esce da una botola per raccontare quel che ha visto. Tu sei precisamente allo stesso livello d’un vescovo energico, d’un’attrice affabile, d’un ciclone disastroso e… sì, del mio proprio me. E tu mi vuoi far la ramanzina? Nilghai, se ne valesse la pena, manderei la tua caricatura a quattro giornali.

Nilghai si grattò il capo. Aveva dimenticato che Dick era anche un caricaturista.

-Ma siccome non ne vale la pena, faremo a pezzi codesta roba, – e, lacerato il manoscritto, ne gettò i pezzettini nella tenebrosa tromba della scala. – Va a casa, Nilghai. Torna al tuo lettuccio solitario, e lasciami in pace. Non ci sono più per nessuno fino a domani.

-Ma se non sono ancora le sette! – interloquì Torpenhow, sorpreso.

Dick arretrò verso l’uscio del suo studio.

-Per conto mio, potrebbero essere anche le due del mattino. Voglio prendere di petto una crisi veramente seria, e stasera non mangio.

L’uscio si richiuse e la chiave diede due mandate.

-Che vuoi fare con un uomo simile? – disse Nilghai.

-Lasciarlo stare! È matto come un cappellaio.

Alle undici, a certi calci contro l’uscio dello studio, una voce di dentro rispose:

-Sei ancora con Nilghai? Allora digli che avrebbe potuto condensare tutta la sua paperata in questo epigramma: “Solo i liberi sono in ceppi, e solo i ceppi fanno liberi”. E digli ch’è un idiota, Torp, e che io sono un altro idiota.

-Bene, bene. Ma ora esci e vieni a mangiare. Tu fumi a stomaco vuoto.

La voce di dentro non rispose più.

274. “Sotto il vulcano che tace” di Paolo T. Ragno.

29 Giu

Paolo T. Ragno, Sotto il vulcano che tace. Il dito e la luna, coll. “Storie erotiche tra uomini”, Milano marzo 1999; romanzo spiegato in 15 capitoli. Pp. 157. ISBN 88-86633-05-X.

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E‘ il primo romanzo rosa per gay che abbia mai letto. So che i romanzi rosa – in generale, quindi d’ispirazione eterosessuale – si dividono almeno in due categorie: una romantica e del tutto casta; l’altra più spinta, con una descrizione più o meno accurata di un rapporto sessuale ogni tot pagine. Non c’è nessun motivo per ritenere che un romanzo rosa per gay sia concepito, nella sua economia generale, e come collocazione di sottogenere, in maniera diversa da un qualsiasi altro romanzo rosa, sia rivolto ad eterosessuali, bisessuali o trisessuali: questo rosa, eccettuatane la meramente vocale originalità dell’essere rivolto ad un pubblico omorientato, non è differente da come ci si aspetta che sia qualunque romanzo rosa mai scritto, per esempio; nel qual caso si può rubricare serenamente tra quelli del genere più esplicito, anche nella totale ignoranza di una tipologia più romanticheggiante, dunque non può essere esattamente ascritto al versante omosessuale, per intenderci, del filone di Barbara Cartland – quella che a lei non gliela faceva mai dare (nonsense!) prima del matrimonio (fors’anche perché qui nessuno rischia di rimanere incinto).

L’ho trovato in mezzo ad una serie di libri, serî, cioè d’impostazione psicosociologica, sulla gaytudine: forse perché testimonia di una novità (il romanzo ha ormai 10 anni, e potrebb’anche essere) nel campo delle lettere omosessuali, anche questo romanzetto vi era compreso, come segno di tempi mutati o in mutamento; attualmente, come ho potuto rendermi conto grazie al settore dei libri gay della Fnac, ci sono molti di questi romanzi, ma rivolti ad un pubblico soprattutto molto giovane, e sono anche più spiccatamente rosa: ambientati ai tempi del liceo e della prima cotta importante, con ragazzi eterosessuali di buon cuore che cambiano sponda per fedeltà all’amico, procaci fanciulle che si dileguano per lasciare il magnifico manzo e lo sfigato dell’oratorio a tubare tra loro, e altre amene stronzate. Non ci ho fatto né uno studio né una malattia, certo, su questo tipo di narrativa; e, come ho detto, la mia esperienza in merito al versante gay, in particolare, di queste stesse scritture non è superiore a quella che mi sono fatto sull’altra sponda; ma mi figuro questo come un romanzo in qualche modo in limine, tra letteratura omopornografica di stampo classico, quale ce n’è sempre stata, dalla fabula milesia in poi, e questo nuovo “rosa per gay”, narrativa in cui si dà spazio anche al sentimentale, al fantasioso, all’estenuazione amorosa, e tante altre cose che stanno intorno al bieco aggrovigliarsi di membra e al becero cozzo di membri, attrizioni tra epigastrî sudati e intreccî di peli pubici.

Il volume è un 16° che reca in copertina la fotografia di un ragazzo, o giovine uomo, nelle intenzioni almeno grazioso, in mutandoni bianchi che, nelle intenzioni, dovrebbero essere boxer, appoggiato alla cornice di una porta, dietro la quale s’intravede un mobiletto bianco che viene spontaneo, almeno a me, riferire ad un ufficio, molto cha cha cha del segreta-ri-o; cosa che la lettura del romanzo rivela poi effettivamente in tema. Il vulcano dello strano titolo trova origine nel fatto che la vicenda si svolge a Napoli, dove, com’è noto, c’è un vulcano, di nome Vesuvio, mentre l’attribuzione taciturna dipende dal fatto che durante le mirabolanti avventure descritte non erutta mai, a differenza delle numerose marmelle che vi si erigono a cadenze regolari. Ma è anche una metafora che uno dei due personaggî (Antonio) usa per descrivere la propria intrigante personalità:

“E’ difficile spiegarti cosa provo in questo momento… Io, Giorgio [lui, appunto, si chiama Antonio; Giorgio è l’interlocutore, ossia l’amante], mi sento come questo vulcano. Lo vedi? Da qui appare statico, quieto e innocuo. Ma sotto, nei canali sotterranei, nascosti, passa il magma… Fluttua per chilometri e chilometri rimanendo poi a ribollire nel cono che dà alla superficie. Esce solo qualche vapore indice della sua attività. E io mi sento come un vulcano che accumula e accumula massa incandescente e poi non si sfoga mai. Non riesce ad esplodere mai. Ogni tanto mi piacerebbe esplodere e buttare fuori tutto, ma è la mia stessa volontà che me lo impedisce perché ho paura di me stesso, di quello che potrei fare… eppure non ce l’ho con nessuno in particolare, nonostante cerchi sempre la possibilità di riscattarmi da qualcosa o da qualcuno…” (p. 143. Tutti i puntini sono nel testo).

Giorgio Rizzo (il nome, dato tutto quel che si tromba, non sembra troppo casuale) è un ingegnerino ventottenne, milanese, che lavora nell’azienda di papà, il quale ovviamente ignora della sua inclinazione per il manico – questo perché la struttura del romanzo rosa, in quanto fondata su una fabula del tutto scontata, come quella delle folette infantili, è incentrata sul contrasto, e la successione dovrebbe essere sempre quella: se ben ricordo, incontroinnamoramentoostacolosuperamentomatrimonio (o comunque unione). Senza quell’ostacolo in posizione centrale rispetto al resto non si ha azione, in ogni teoria del romanzo da Leibnitz in poi (eccettuate, chiaramente, le avanguardie, che, altrettanto chiaramente, non hanno cambiato assolutamente nulla di sostanziale, ma hanno meritoriamente portato a considerare le immarcescibili strutture narrative in maniera più problematica e profonda, questo sì), e senza azione non si ha conseguimento.

Da questo punto di vista il romanzo, però, non prevede un ostacolo ben definito, quanto una serie di resistenze, alcune delle quali interne allo stesso protagonista Giorgio; e l’arduo adattamento di papà alla dura realtà dei fatti è solo uno degli effetti ritardanti, peraltro sul finale. In effetti non ci sono prove da superare per il conseguimento dell’amante; cól che intendo dire che c’è in effetto una prova da superare – e cioè fare chiarezza, da parte di Giorgio, negli affari della ditta –; ma il successo con cui il protagonista porta a termine l’operazione è concorrente con una serie di altre circostanze, preesistenti, che rendono in un certo senso più certo il suo conseguimento, ma più incerto quello che si deve pensare a proposito del consenso del padre. Insomma, il romanzo rimane un po’ in sospeso, non è retto su un’idea forte, quale potrebbe avercelo un romanzo rosa per eterosessuali, di sperimentata formulazione; o qualunque romanzo popolare tradizionale, che si prefigga il cómpito di additare una soluzione, ovviamente posticcia e non concretizzabile, ma netta e consolante.

Un bel giorno giungono notizie poco rassicuranti dalla filiale di Napoli: il vecchio amico e consocio Fausto lamenta che a causa della presenza dell’impiegato Antonio Devita, che crea problemi ed è pertanto mobbizzato dal resto dei dipendenti, la succursale va perdendo clientela, ed è in stato di emergenza. Fausto è in ospedale e non può provvedere di persona. Rizzo il padre spedisce il figlio riluttante a Napoli, non senza che intanto il giovane si sia trombato un elettricista simile a Flash Gordon (dal quale tra l’altro si fa anche leccare le mutande, p. 21).

Giorgio giunge a Napoli ed è accolto come una specie di liberazione. C’è da dire che la bruna aitanza di Antonio, la sua scontrosità romantica, le sue basette nere sono lì lì per far breccia nel cuore di Giorgio

(“Allungò la mano per stringergliela…. e fu il lampo più veloce che avesse mai sentito trafiggerlo. Quella stretta di mano! … Come poter spiegare il misterioso mondo delle sensazioni? Il misterioso mondo delle percezioni? Una stretta forte e vigorosa… Succede così: un fugace incrociarsi degli occhi, un leggero brivido lungo la schiena, un soffice alito che penetra nell’anima e tutto è accaduto”, &c.; tutti i puntini di sospensione sono nel testo; p. 29),

ma non può non fare quello che è stato chiamato a fare, e infatti lo licenzia – non senza aver cominciato a trombarsi Giuseppe, il piacente cugino, la cui casa è il suo domicilio napolitano – la loro prima volta comincia peraltro con una voluttuosa, polanskiana, scena, in cui il cugino si sbava birra sul petto “fino all’inguine” (p. 55). La cosa ancor più interessante è che il cugino Giuseppe ha un ruolo passivo, ed è peraltro alla “prima volta” (p. 56). E ci prende gusto, pure, incitandolo: “Dai, più forte. Più forte ancora!” (ivi).

Non privo d’interesse, nemmeno, è il dialogo che avviene al cap. 5, tra Giorgio e Fausto – quest’ultimo non sta bene di salute, ed è al momento in ospedale. Non è privo d’interesse non tanto perché verta tutto sull’auspicato licenziamento di Antonio, ciò che ci si aspettava da prima, quanto per via delle motivazioni, di fatto trasparentissime, da cui Fausto è mosso; ora, quando dice a Giorgio, che esita, molto coscienziosamente, a buttar fuori così sui due piedi un impiegato che ha a malapena intravisto (per quanto bramosamente), parole del tipo:

“Giorgio ascoltami bene… devi semplicemente liberarti di lui: due clienti molto importanti sono già andati… non voglio perderne degli altri. Quello mi vuole mandare in malora. Come si fa a dire a un cliente ‘Lei è un poco di buono e un truffatore!… No, no! Bisogna mandarlo via” (p. 61; corsivo mio),

come fa Giorgio a non capire che c’è qualcosa che non va, e che varrebbe sicuramente la pena di aspettare e indagare un po’ circa il reale comportamento di Antonio? Il fatto è che senza difficoltà credibili non è possibile produrre nessun credibile effetto. L’autore aggiunge anche queste parole, a proposito della reazione rincresciuta di Giorgio, e sono parole a loro volta pochissimo credibili – come può essere il tentato rimedio a una gaffe:

Giorgio avrebbe voluto prendere tempo, darsi degli altri motivi per rinviare ogni possibile azione contro Antonio. Ma non poteva che eseguire la volontà di Fausto, i suoi ordini. (ivi).

La malattia di Fausto è funzionale alla richiesta di ajuto fatta a Milano; ma è di per sé contorto che il figlio di uno dei consocî sia inviato appositamente a Napoli per fare quello che l’altro consocio, una volta ammalatosi, avrebbe dovuto poter demandare a qualcuno di sua fiducia in ditta, come il tal Vincenzo, o la Concetta, che affiorano tra i personaggî di contorno. Vale a dire che l’unica spiegazione credibile al catafascio degli affari del papà di Giorgio, a questo punto, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, sarebbe la notevole incapacità di Fausto, e la perfetta inutilità della fida Concetta. Parliamoci chiaro: in condizioni normali, di Giorgio, stabilite così le gerarchie, non ci sarebbe stato nessun bisogno. È assurdo che sia fatto venire fino a Napoli se poi non può agire autonomamente: è l’autore che parla di “ordini” a cui deve obbedire. Ma se Giorgio non è inviato come, quanto meno, super partes, meglio ancóra come plenipotenziario, tanto valeva che se ne stesse a casa. Non stando in questo modo le cose, vien da stupire al pensiero che la stessa casamadre milanese non attraversi difficoltà paragonabili a quelle della filiale napolitana. Di fatto l’idea originaria era quella di far svolgere a Giorgio qualche indagine, che tuttavia di fatto non svolge, perché avrebbe implicato sfiducia di suo padre nei confronti di Fausto, e il rischio di farlo passare per un imbecille che si frega con le proprie mani affidandosi a persone inaffidabili. Volendo mantenere intatta l’aura di efficienza che circonda il buon industriale lombardo e, nel contempo, far avere un amore napolitano al suo protagonista milanese, l’autore ha fatto un po’ di casino.

Antonio, come dicevamo, se ne va; non prima, però, che Giorgio si sia trombato Carmelo, un ragazzetto balbuziente e soprasessuato rimorchiato in un cinema porno – quello che gli ci voleva per detendersi un poco, prima di passare al dovere (si tratta di un bucchino [63] con birra digestiva [64; per essere a Napoli girano già due birre, bevute tra l’altro da ctonî – Giuseppe e Carmelino; strano]). Antonio se ne va senza fare storie, ma è un uomo riservato: in realtà, non demorde.

Egli è discendente da un’illustre casata di pasticceri (nata nel 1898 da uno che faceva confetture con materia prima rubata ai frutteti: siamo alla Sacra famiglia o giù di lì), la cui attività prosperava, finché suo padre, per divergenze di natura del tutto prevedibili con la camorra – non ha voluto pagare il pizzo –, non ha avuto altra scelta che scendersi in piazza, e cominciare, a suo tempo coadiuvato da Antonio, a tenere un banchetto nei mercati. Antonio, appunto, non demorde: in realtà è stato il suo eroico opporsi alle infiltrazioni camorristiche nell’azienda a isolarlo, non senza che abbia cominciato a trombarsi regolarmente un ragazzetto ipersessuato, figlio di una vicina di casa (Angelo, si chiama, e la notte si arrampica sul terrazzo di Antonio, producendo, per un tipo di comportamento così anticonvenzionale, questo tipo di giustificazione: “Sono tre giorni che mi faccio le seghe pensando a te”, p. 44; nella stessa pagina, tanto per scendere in particolari, i due fanno un cosiddetto 69, poi fanno la doccia insieme, infine [44-45] Angelo si lascia “scivolare fino a raggiungere l’altezza giusta per incontrare la dura asta di Antonio. / Con le mani si attaccò al gancio della doccia e sollevò le gambe sul bordo della vasca, &c.”; Antonio prende “la crema e un preservativo” e lo penetra).

Un sabato mattina Giorgio si sveglia di buon umore, e si masturba copiosamente addosso al cugino dormiente (69-70), che non vuole svegliare perché ha smesso di lavorare (è cameriere in un bar) alle tre e mezzo del mattino.

Dopodiché se ne va in ufficio; trova tutto bujo e l’allarme disinserito. Sente rumori nella sala riunioni, sorprende Antonio mentre, come un ladro, fruga nei cassetti alla ricerca di chissà che. Antonio lo aggredisce verbalmente, poi lo prende per il collo e lo attacca al muro; Giorgio gli propone del danaro per andarsene, ma Antonio rifiuta con disprezzo ed esce. Giorgio rimane confuso.

Segue un pranzo ipercalorico dalla zia Assunta (72 ss.), dove per poco, distratto, Giorgio non fa coming-out.

Seguono per Giorgio quattro giorni di apatia, birra, pop-corn, televisione e niente bombare (77). Giuseppe è preoccupato, ma sa già che cosa l’ange tanto: di fatto è innamorato di Antonio. E, dato che le cose stanno così, il cugino gli consiglia di andare a parlargli. Giorgio segue il consiglio, e si reca nell’umile dimora di Antonio, dove è accolto dalla sorella e dalla madre, che appena sanno chi è lo mandano a quel paese. Mentre, tutto mogio, sta uscendo, Antonio sopraggiunge, e lo affronta a muso duro, ma Giorgio insiste: vuole sapere che cosa ci facesse in ufficio quella volta. Antonio spiega soltanto i frequenti malumori (cól fatto che ajuta il padre cól banco al mercato). Ma almeno adesso Antonio sa che Giorgio non è un colluso come Fausto, e ha nei suoi confronti confusi sentimenti protettìvi:

Perché ora Antonio sapeva che Giorgio non c’entrava con tutto il marcio di Fausto. Doveva tutelarlo, doveva proteggerlo. Forse da lontano, ma doveva farlo. Negando il suo amore e facendo in modo che se ne andasse al più presto da quella città (80).

Giuseppe e Giorgio vanno all’inaugurazione di un nuovo locale ultimamente molto pubblicizzato “sulle TV locali e nelle radio” (83). All’ingresso Giorgio osserva cupidamente una guardia in canotta arancione, fantasticando che sia rimorchiabile (84); osserva la gente, che si comporta proprio come a Milano, meno la compassatezza:

Notò che in fondo la gente è uguale da tutte le parti. Lì, come a Milano, si divertivano a ballare a ad ascoltare vecchie canzoni con ritornelli vuoti e ritriti ma che tutti cantano a memoria. Del gelo milanese qui però non se ne vedeva nessuna traccia. Erano tutti allegri e di una allegria meno costruita e finta di quella dei nordici. La vita presa con leggerezza, forse con più autoironia. Ma tutto sommato ci ritrovava lo stesso frastuono esistenziale (85).

Vede Giuseppe che si struscia con una bionda, e s’ingelosisce; ma Giuseppe lo tranquillizza dicendogli che è più bello lui. Va in giardino, e del tutto inopinatamente – toh chi si vede – si scontra con Antonio. Riesce a vincerne le resistenze, e a portarlo a prendere una birra (87). I due si appartano, Antonio racconta di sé. Giorgio vorrebbe riassumerlo, ma Antonio rifiuta, e gli dice di andarsene; sa che non è come quegli altri, ma deve lasciar stare tutto quanto, perché ‘quelli’ non scherzano (88).

Segue (91) una corsa notturna per la città, verso l’ufficio, Antonio guida una motoretta fracassona (il fratellino quattordicenne ha fatto tre buchi nella marmitta), e Giorgio è dietro, abbracciato: una scena molto tipica. Entrano alla chetichella, e osservano una scena singolare: Concetta che fa un bucchino a Vincenzo (92); dopodiché penetrano nell’archivio, e Antonio mostra a Giorgio i documenti compromettenti. La reazione di Giorgio è improntata ad un notevole sdegno civile:

Fausto è colluso con la camorra! … questa frase penetrò Giorgio con più violenza di un sibilo che spacca i timpani. Cominciò a rimbalzare dentro di lui. Il suo cuore prese a battere fortissimo. I suoi pugni si sollevarono per andare poi a colpire ripetutamente il tavolo, lacrimando e urlando come un pazzo.

“Bastardo, bastardo!”

Poi uscì dalla stanza e si diresse fuori. Scese le scale come preso da un violento raptus e cominciò a correre per la via. Antonio si precipitò dietro di lui.

“Aspetta, Giorgio, aspetta!”

Ma Giorgio non lo sentiva neppure. Continuava a correre per i vicoli, tra le case scure e dentro i porticati dei vecchi quartieri. E Antonio dietro che cercava di raggiungerlo.

“Fermati! Giorgio fermati!”

Un muro ammuffito e sporco di un vecchio casale, in fondo ad una strada senza uscita avvolta ancora nell’oscurità, interruppe la sua spasmodica e insensata corsa.

Giorgio rimase contro quei freddi mattoni, con i pugni alzati a piangere, col cuore in gola e senza più fiato. Aderiva alla parete singhiozzante. Tremava per la rabbia (93; il corsivo, in corrispondenza della gamba di John, è mio).

Non è da dire come qualmente i due a questo punto stringano alleanza contro la camorra, non senza festeggiare con una bella trombata (completa di rapporto orale e doppia incursione anale, 94-95), a cui ne seguiranno anche altre, tra cui una a tre; Giorgio fa conoscere Antonio a Giuseppe, e i tre raccontano delle proprie prime volte (molto tardiva rispetto agli altri quella del chiuso Antonio; 99-102); Antonio guida Giorgio per le strade di una Napoli mai vista, o almeno questo dice; lo conduce da Franco, amico suo, cól quale hanno un laborioso rapporto a tre (107-110); Fausto è posto di fronte ai documenti compromettenti, fatto confessare con sotterfugio (la polizia ascolta dietro una porta, e la confessione è registrata), licenziato in tronco, arrestato (116); il fax è spedito; Giorgio e Antonio si recano a Pompeî, dove Antonio recita dal Satyricon, e poi tutt’e due chiavano tra le rovine (125); Giorgio portatosi a Milano mette il padre, che intanto ha ricevuto un controfax di ripicca dei dipendenti di Napoli, 117-118) di fronte alla dura realtà (131; tanto ha un fratello dimostratosi in grado di incingere una sposa e dare discendenza al patriarca, 134); è perdonato; è soggetto inconsapevole di un busto di creta, creazione di Antonio, che alla fine (“perché non trombi?” – questa non è una citazione dal libro) ci si masturba sù (137); riceve la guida della filiale napolitana (138); torna a Napoli; riabbraccia Antonio che lo bacia di fronte a un gruppo di scaricatori “allibiti” (142); &, dato che la filiale nell’immediato non può riaprire a causa delle indagini in corso, con tutti i soldini dati dal capitalista milanese i due riapriranno la fabbrica che l’eroico padre di Antonio aveva perso nell’incendio appiccato dalla camorra (143). Così avviene, non senza che Giuseppe se ne sia andato negli U, S & A a costruire tavole da surf (146) – una soluzione che s’imponeva, assolutamente, perché c’era molto di tenero nella relazione tra i due cugini; e Giorgio stesso aveva provato gelosia nel vedere Giuseppe amoreggiare con una femmina in un locale. La morale che deve reggere il tutto è chiara: i rapporti occasionali possono essere superficiali, ma, mutuando codici dal rapporto eterosessuale, Giorgio, come eroe della vicenda, non poteva decentemente chiavare cól cugino, standogli per giunta in casa, per poi prendersi un amante diverso a due passi da lui. Le pp. 146-148, a loro modo molto particolareggiate, sono interamente dedicate ai fervidi lavori d’installazione. Finiti questi, una sera al tramonto i due sono finalmente soli (148). Giorgio mesce un bicchiere di sciampagna, e insegna ad Antonio a prendere la luna nel fondo: chi la cattura scopre il senso della vita. Riescono entrambi nel gioco:

“L’ho presa!” urlò fiero Antonio.

“Bravo!”

“E tu?”

“Sì! Anch’io. Guarda: è qui. Hai intuito il segreto della vita?”

“Certo!… Il segreto è proprio che bisogna catturare la luna ma che la luna una volta catturata non può che sfuggire. Semplice, no?”

Giorgio appoggiò con una mano il bicchiere sul cornicione e con l’altra gli stava già sfilando la cintura.

Il Vesuvio, da lì a un’ora avrebbe inghiottito la luna, ma due ombre nella notte si sarebbero confuse insieme, felici di aver colto, anche se per un solo istante, il segreto della loro felicità (149).

Così si conclude il romanzo.

Quanto alla questione sessuale, su un piano generale bisogna dire che i due, o tre, coinvolti orgasmano o insieme o in rapidissima successione; che usano sempre il preservativo – che peraltro Giorgio non manca di raccomandare molto caldamente al “cuginetto” partente per l’America; se si aggiunge che il volume è corredato da una serie di utili avvertenze Per una vita sessuale più tranquilla e serena [157], pare non doversi escludere dalle intenzioni degli editori e dell’autore una funzione encomiabilmente educativa.

I ragazzi ritratti nel romanzo sono virili (p. 94: Giorgio ha “spalle massicce… cosce possenti”; Antonio, “sotto quel manto di inscalfibile durezza” è “una persona di una dolcezza indicibile che aspetta solo di essere provocata, sollecitata”), insospettabili, onesti, lavoratori, leali. Fanno una vita del tutto normale; Giorgio è benestante, Antonio no, ciò che vuol dire che il primo è un po’ più ingenuus e il secondo più duro e consapevole di dover combattere; ma entrambi si trovano in perfetta sintonia, perché l’attuale condizione modesta di Antonio non dipende dalla sua mancata volontà, o dall’eredità di una situazione disagiata, ma dalla presenza della camorra dalle sue parti. Trovare un alleato significa rimuovere l’ostacolo che gli si para innanzi sulla via del benessere, e tornare su un piano di perfetta omologia con Giorgio. L’unico aspetto interessante del romanzo mi sembra proprio questo: i due non devono sostanzialmente superare assolutamente alcuna difficoltà quanto all’affermazione della propria sessualità, fatta salva la riservatezza con cui la vivono; il vero ostacolo è di natura censitario-legale-economica. La sua soluzione garantisce un avvenire di agiatezza e soddisfazioni professionali, ma non al loro amore, che già si esprime irruento e passionale, e tale si esprimerebbe, si suppone, anche se per una improvvisa disgrazia finissero confinati a fare i battoni e a condividere uno squallido basso. Potrebbe a prima vista sembrare che il romanzo si fondi sull’idea che l’omosessualità non incontri, o non incontri più, difficoltà ad esprimersi, e quindi basi il proprio conflitto di partenza su un piano sul quale due ragazzi gay possano dimostrare le loro capacità; di fatto il romanzo, anche se magari l’intenzione inconscia dell’autore era questa, si basa su uno slittamento della problematica su un piano differente, in funzione distraente/sospensiva – è un meccanismo arcinoto alla psicologia, e qualunque omosessuale l’ha sperimentato più o meno occasionalmente: è il caso di chi si crea un ‘difetto’ di cui è responsabile e oggettivamente incolpabile cól fine di deviare l’attenzione del prossimo dalla propria sessualità, una caratteristica intrinseca irrimovibile e costituente fattivamente colpa, o deficienza, o deminutio, presso gli altri. Il modo dell’autore per dare una visione aproblematica dell’omosessualità consiste in una meccanica simile: il fattore sessualità è confinato rigorosamente nella circonferenza della privatezza, non è discusso né fatto discutere, e il nodo problematico è stretto e sciolto su un piano asessuale.

In tutto questo non ci sarebbe niente di male se, di là dalla costruzione adamitica e dalla brutta lingua, ci fosse un’espressione vitale, quantomeno, o concreta, credibile almeno in parte, di situazioni e personaggî; di fatto questo tipo di scelta, non poggiandosi su un’esperienza sufficientemente condivisa, almeno non ancóra, sotto la crosta di una quotidianità tutto sommato modesta e opaca nasconde la virtualità adimensionale dell’aspirazione, conferendo al tutto una vaga, fastidiosa astrattezza. Se un equivalente subletterario eterosessuale infastidisce per eccesso di grezza materialità, in specie nei presuntuosi travestimenti pseudostorici o mondaneschi, il difetto di questo romanzo in particolare, ma a questo punto mi arrischierei a dire ‘di questo romanzesco’, date le stesse scelte in fase liminare1, consiste proprio nella mancanza di una visione sufficientemente ancorata ad un tempo, per quanto limitato, e ad una storia, per quanto minore. La scrittura vive di passato, perché compone incessantemente memoria; non riesce a vivere, a respirare, se è fatta di auspicî. La scrittura può benissimo campire prospettive future, anzi uno dei suoi cómpiti è proprio aprire spiraglî sull’alternativo – altrimenti sarebbe inutile; ma questo avviene grazie ad un vaglio attento del reale, di ciò, vale a dire, che nei fatti si verifica.

Anche il rosa eterosessuale ha personaggî che sono la composizione di doti che il lettore che trascina un’esistenza squallida e grama vorrebbe avere – ed è perciò che legge quelle fetenzie; ma a differenza di quelli che s’incontrano in un romanzo come questo, esistono effettivamente persone che hanno doti del genere, se non tutte insieme almeno una parte. Ma il rosa eterosessuale si basa assai spesso su personalità eccezionali, ama gli sfondi esotici, almeno tradizionalmente, ivi compresi quelli della Storia cólla esse majuscola; mentre questi Giorgio e Antonio, che non hanno assolutamente nulla di superomistico, non hanno per converso nulla di reale, perché non nascono da un’operazione di composizione di qualità direttamente osservate, ma di una serie di caratteristiche ideologicamente giustapposte. Quello che ne risulta è comunque modesto, perché l’aspirazione massima dell’omosessuale medio è per l’appunto riservatezza e normalità; ma si ha appunto l’impressione che l’autore non abbia conosciuto un numero sufficiente di omosessuali così ‘normali’, quanto di omosessuali che vorrebbero esser tali.

1Ricordo anche di aver letto per conto dell’agenzia letteraria di una donna peraltro raramente odiosa un romanzo, più recente di questo, e non so se mai pubblicato, in cui si immaginava una vicenda del genere, ma sul versante femminile: anche lì entravano in gioco la ricca e l’impoverita, le doti artistiche che si esprimono nel ritratto della donna amata, &c.; anche se bocciai il romanzo, che era in effetti poco leggibile, ricordo che era meglio centrato sulla questione della maternità e delle coppie di fatto. L’alzo del tiro nelle richieste di legittimità e diritti concreti alla comunità, cól libero scolare di corollario di molte espressioni retrive, volgari e umilianti, pochi anni dopo la pubblicazione di un romanzo come questo ha portato come non mai a galla la questione omosessuale come del tutto attuale e irrisolta.

251. A zonzo.

19 Mag

Oggi, peraltro, fa un caldo becco. Ultimamente non ho frequentato molto le biblioteche, per cause del tutto logistiche, di consguenza non ho nemmeno scritto granché, non solo qui sopra ma anche su altri supporti e in altre sedi. Mi sono tirato fuori, a partire dal primissimo pomeriggio, una specie di inutile mezza giornata, che peraltro non è ancòra finita, e della quale – come si vede – non sono riuscito a fare buonissimo uso (non è detto che non riesca ad escogitare qualcosa per la metà inferiore, però).

Sono passato da urza, che dava segni di esserci, o di aver lasciato a chi dire; benché non avessi nulla da farci, lì, o da lasciar detto, dato che il portone era aperto e il cortile adibibile, sono entrato, e ho sonato al citofono; ma nessuno mi ha risposto. Sono uscito, e mi sono diretto verso la Civica – anche qui l’intenzione era vedere se c’era qualche volto noto, ma a parte due tossici (due presenze praticamente fisse alla Civica da tempo immemorabile) con i quali non ho mai avuto contatti, non ho trovato nessuno. Il primo piano era, anzi, semideserto, ed è assai verosimile che fossero tutti a chilificare da qualche parte, semiaddormentati sulle panchine, o a russare sulle coppe dei cessi, o in qualche bettola a sorbire il caffè. Sono salito anche al secondo piano, per scrupolo, ma ho potuto solo verificare che ambo le consultazioni erano in condizioni del tutto analoghe alla sala di lettura del primo piano, e, a parte quella faccia di cazzo di Antonio Pavone, con il suo riporto color mattone, era dubbio che ci fosse qualcuno che conoscessi più che di vista. Mi sono comunque aggirato tra gli scaffali, dove ho potuto rivedere una vecchia letteratura tedesca, dai volumi di piccolo formato, tra cui il iii, sul Barocco, molto appetitoso. Dal momento che me ne vado, ho pensato, perché non prendermi qualche ricordino?

Appunto, perché no? Magari un giorno in cui, proprio come questo, il deficientone al banco non è particolarmente (litote) vigile; io entrerei col sacchetto in mano, proprio come oggi – conviene precisare che in teoria in sala non si potrebbe entrare con sacchetti, borse, zaini e altri contenitori, proprio ond’evitare sottrazioni indebite.  Se ci si muove velocemente la videosorveglianza non serve a un cazzo – posto anche che si accorgano della scomparsa di un testo, e non è verosimile dal momento che è di quelli raramente o mai compulsati, quando ciò avverrebbe, di grazia? Il rilevatore al pianterreno, ormai è assodato, non funziona. Loro smagnetizzano strisciando i voll. che vanno in prestito contro quel macchinario (una cassetta metallica smaltata, grigia), ma di fatto basta entrare alla Nazionale con un testo preso in prestito alla Civica per sentir partire concerti di sirene e allarmi, segno che non è stato smagnetizzato nulla. Anche quando funzionasse, basterebbe levare la bandina metallica appiccicata dentro la legatura, sotto il dorso, tenendo sempre il libro, e il presente è piccolo & maneggevole, nel sacchetto. Una volta compiuta l’operazione – il misfatto può essere perpetrato nonscialantemente durante la discesa delle scale, pian piano -, ci si riserva più tardi di levare del tutto l’adesivo, già mezzo staccato, con la segnatura, e di cancellare il numero d’inventario a matita sul risguardo. Il timbro, che è tutto un altro pajo di maniche, può essere abraso con comodo a suo tempo, nella pace serale, alla luce di qualche lampione, magari conversando amabilmente di cose elevate con qualche alcolizzato di propria fiducia (peraltro, vedi fortuna, a differenza di altri volumi, per metà buona virtualmente grondanti di blu di Prussia, il volume che a me piace ha due o tre timbrini stinti, appena). E poi uno è padrone di portarsi Gryphius, Lohenstein e Hofman von Hofmanswaldau in giro per il mondo, rileggendolo fino alla consunzione sullo sfondo di qualche romantica marina, o di qualche panorama montano.

(Ho cercato inutilmente di ritrovare quel vecchio numero di futura in cui una delle responsabili della Civica, Cecilia Cognigni, diceva che la biblioteca, in particolare la Civica, è un valido centro d’ascolto, e un luogo a differenza d’altri avalutativo, in cui il barbone può aggirarsi tranquillo senza tema di essere considerato un pezzo di merda. Mi hanno, in effetti, riferito che alla Civica non girano più barboni. Vuol dire che la dirigenza della Civica ha cambiato idea? O che ero l’unico barbone frequentatore? Comunque un’ultima capatina, prima di partire, me la faccio).

246. Una vecchia recensione di Zafòn.

5 Mag

Jeri pomeriggio, in biblioteca, ho preso in mano un Pulp, la rivista dei libri, senza d’acchito rendermi conto che, benlungi dall’essere l’ultima uscita, o almeno quella dello scorso mese, come spesso càpita, era il n.° di gennajo/febbrajo 2009. Sicché, inavvertitamente, mi sono ritrovato davanti ad una recensione che mi ha riportato a una lettura natalizia, cosa che se sotto molti aspetti era fuori luogo – il caldo à pierre fendre, e un improvviso temporale, presto finito -, mi ha offerto spunto per una riflessione senza stagione e forse senza tempo. Il libro è Il gioco dell’angelo, dello scrittore popolare Ruiz Zafòn, la recensione è invece di Raul Schenardi, che a p. 39 dice:

Non ho letto L’ombra del vento,

che è il vol. precedente a questo, comunque leggibile in sé – dovrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, una saga; nemmeno io ho letto il primo volume, ma Schenardi soggiunge:

e me ne vanto

dopodiché prosegue:

dopo essermi sorbito il sequel sottoscrivo senza riserve l’equilibrato giudizio di un autorevole critico spagnolo: Zafòn è uno “scrittore orrendo”.

Vediamo quali sono i difetti secondo lo Schenardi:

personaggi che non sono altro che macchiette, situazioni ridondanti, descrizioni pedanti e confuse, macchinose e spente, e un’aggettivazione improntata ai più scontati luoghi comuni, che avrebbero richiesto vigorose sforbiciate da parte di un accorto redattore

E questi sono, di fatto, difetti importanti; ma non è notato nulla di strutturale, mi sembra, salvo che nella prima notazione, e cioè che i personaggj sono macchiette. Non mi hanno fatto impazzire, ma non sembrano propriamente “macchiette”. Prima di tutto il romanzo ha atmosfere piuttosto depressive, non ha nulla di comico; secondo, i personaggj sono piuttosto realistici, persino il diavolo, e non hanno quelle caratteristiche così rilevate, o marcate, o persino caricaturali che consentano di parlare di macchiette.

Le notazioni di ordine strutturale sarebbero invece queste:

mancano una ricostruzione accurata, senso della misura, ritmo narrativo, distanziamento parodistico e gusto della citazione.

A parte il fatto che posso solo sospettare che quella deficiente “ricostruzione accurata” si riferisca alla ricostruzione ambientale storica – che peraltro nello Zafòn rimane goticamente soffusa, non è in primo piano nella narrazione, concordo senz’altro sul senso della misura – ma nemmeno Hugo e Tolstoj l’avevano, se è per quello – e sul ritmo della narrazione, che comunque è piuttosto sformata (ma milioni di romanzi popolari sono praticamente degli esplosi; probabilmente questo deriva dalla particolare tecnica scrittoria dei romanzieri popolari, che cominciano a scrivere senza sapere come finirà – King scrive in questo modo; e, anche lui, se ne vanta. Il finale di It era mero delirio, ma le parti sull’infanzia maledetta dei ragazzi o la ricostruzione della vita dei lavoratori a Derry nell”800 sono straordinarie); ma come si fa a ritenere un difetto, per giunta in un romanzo scritto proprio per essere letto dal grosso pubblico, la mancanza di distanziamento parodistico e la mancanza di gusto della citazione? Fortunatamente lo Schenardi, in fondo alla sua stroncatura, che reca polemicamente come pezze d’appoggio solo brani d’interviste e dichiarazioni di poetica dello stesso Zafòn, e non parti incriminate del libro letto (sicché la stroncatura, fatta eccezione per i riferimenti diretti alla persona dell’autore di cui si tratta, potrebbe andar bene per qualunque lettura da treno stampata dal 1880 a stamattina), dichiara di essere uno snobground, la cui estetica si basa sulla critica surciliosa anni Sessanta e Settanta, che lo stesso Zafòn ha indicato come il presupposto storico dell’atteggiamento sprezzante nei confronti della letteratura industriale. A parte il fatto che già Sainte-Beuve, se si vuole, esprimeva grosso modo gli stessi concetti a ridosso di Dumas père, sicuramente il presupposto più vicino dovrebbe essere questo. Embè?

In ogni caso non vedo come potrebbe essere citazionista e parodico un autore di bestseller. Peraltro a me il romanzo, che è scritto effettivamente alla cacchio di cane, ed è strutturalmente uno sfasciume – la trama è peraltro del tutto lineare – non era affatto dispiaciuto. Tanto che sono arrivato a pensare che la cattiva costruzione, così tipica della narrativa di vasto smercio, dipenda effettivamente da quella ricerca della suggestione, da quel tentativo di riviviscenza di situazioni sentimentali e tipologie di personaggj che la narrativa popolare tenta; un impegno che deve lasciar libero l’autore da preoccupazioni troppo vincolantemente strutturali, e che per contro consiste effettivamente in una ricerca, in un impegno che non mi sembrano nemmeno troppo distanti dalla poesia. Non ho ammirato oltremodo il romanzo di Zafòn, ma trovo che il suo tentativo di comunicare le proprie atmosfere, i proprj colori, maneggiando materiali ovviamente sdati e consunti – ma non sono proprio quelli i materiali di qualunque narrazione, alla fine? -, sia riuscito. Per quanti sforzi possa mai fare per convincermi del contrario, continuo a ritenere che la scrittura serva esattamente a questo – con esiti che possono essere modestissimi come eccezionali, a seconda delle reali capacità dell’autore -, e che il “distanziamento parodistico” e il “gusto della citazione” siano forme di vampirismo, o d’impotenza.

Ciò che è strano è che sia proprio io a pensarla in questo modo.

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

222. Italia de profundis.

3 Dic

Domenica ho dato poi uno sguardo, alla Mondadori, all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore che conosco pochissimo e malissimo (avevo sbirciato dentro il suo Hitler, tempo fa), s’intitola Italia de profundis, e ha qualità abbastanza ovvie per essere il libro di uno che ha intitolato il suo sito ai Miserabili: nelle prime pagine l’autore sembra trasumanare, espandere l’anima fino a “vedere l’Italia”, o “essere l’Italia”, metamorfosi tanto disperatamente voluta da riuscirgli quasi bene prima che compaja il nome fatale (Victor Hugo) a distruggere tutto l’effetto. Non dico che abbia male interpretato Victor Hugo, o che la sua idea di compiuto scrittore, modellata alla vicina o alla lontana su Victor Hugo (!) sia frutto di un’interpretazione discutibile o parziale: di fatto è l’idea di un vittorughismo da vulgata, quello che identifica il genio di Besanzone nell’artefice, industriosissimo, in grado insieme di vagliare un’enorme quantità di materiale erudito e di pescare a fondo nell’inconscio collettivo, e di spersonalizzarsi gloriosamente in nome dell'”espandi l’anima”. All'”espandi l’anima”, però, fa séguito anche “… e nascondi la tua vita”, e bisogna dire che, appena compiuta la sua espansione, l’autore fa tutto fuorché nascondere dettaglj biografici. Anzi, il romanzo è stato praticamente scritto in presa diretta, in un momento in cui Genna sentiva che la materia della sua esperienza, evidentemente, ascendeva e discendeva ad aderire quasi perfettamente al simbolo (c’è anche un’intervista, in rete, in proposito); ciò che implica necessariamente che, a quel punto, parlare di sé equivaleva però a parlare di tutto tranne che di un “me” esistenzialisticamente limitato.

Tutto quello che segue tratta di vicende che, dunque, solo superficialmente si possono riferire a un tal Giuseppe Genna, ma che riguardano l’Italia sub specie Josephi Genna: la morte del padre, rinvenuto dal figlio (previo sfondamento della porta — il telefono taceva da troppi giorni) quando ormai il rigor mortis l’ha raggelato in una specie di grottesca statua col pugno alzato; la prima pera, alla veneranda età di trentotto anni, nei luoghi e non più nei tempi della sua infanzia suburritico-milanese, quella a cui era sfuggito indenne da dipendenze, circostanza nella quale facciamo la conoscenza di un pusher ex-compagno di scuola che non sa come spendere tutti i soldi che ha, prigioniero com’è della sua esistenza e della salute distrutta, e di due lesbiche; l’incontro tramite myspace con un gruppo di trans sue fan, grazie alle quali partecipa ad un orgione paura durante il quale impara a fare i bucchini; e tante altre cose, tra cui, e dev’essere l’apice, la sua “allucinante” permanenza presso un villaggio turistico, esperienza fantozziana quant’altre mai se proprio il vittorughiano Genna ha dichiarato di non aver dovuto studiare molto, se non i volumi della saga del Ragioniere; e questa parte non l’ho letta, ancòra, e sono curioso (come anche dele pagine che riguardano PierGiorgio Welby e di tutte le pagine restanti).

Però, prima di riporre il libro, sono capitato nel mezzo della sbobinatura di una conversazione tra Genna, unico difensore della poesia, e diverse persone non solo poco amanti della poesia, ma addirittura spregiatrici, odiatrici della poesia, con tanto di ragioni ideologiche a sostegno della loro avversione. A un certo punto, e la cosa mi è rimasta ovviamente molto impressa, una donna dice di detestare la poesia perché la trova primitiva: come i musulmani che, in pieno centro a Milano, mettono giù il loro tappetino e si volgono orando verso la Mecca. Affermazione che fa molto effetto all’autore, che debolmente oppone di aver conosciuto un tale, a Torino, che con la poesia ci campa, riuscendo a farsi mantenere da diverse donne. “Perché sono galline”, è la replica della donna; che, a questo proposito, paragona il suo amico a un pescatore che getti l’amo in una vasca di trote — evidentemente Torino ha fama di città in cui i poeti riescono a farsi mantenere dalle galline (“E poi Torino è una città di merda. A Torino piove sempre. Qualcuno di voi è di Torino?”).

A me quello che ho letto non è affatto dispiaciuto. Un suo fan e amico sostiene che Genna sia il primo scrittore italiano vivente, e, per come stanno andando le cose, potrebbe anche avere ragione da vendere, per quanto mi riguarda (solo che è tutto dire, questo è il problema). E’ certo che si fatìca, almeno io fatìco, a chiamare alla mente altri autori di adesso in grado di batterlo, per intensità e profonda fede, nonostante tutta la disperazione che, molto modernamente, traspare dalla sua febbrilità, nel genere iperrealistico-seborroico, date le sue tinte forti, una narratività di largo e lungo respiro, capace di un ritmo costante e molto sostenuto, di lingua copiosa: Genna è un pezzo da novanta, un vistoso nipote degenerato di Pasolini,  fluente e sovrabbondante; ma non caotico, e con un uso disciplinato, umile e intelligente della lingua. E’ uno scrittore; che sia grande o no non m’interessa stabilire, ma sa quel che vuole, o sa di voler volere qualcosa di definito, e quello persegue con tenacia e sincerità. Alla nudità, però, dice, non c’è ancòra arrivato, né pensa arrivarci mai; perché per arrivare alla nudità “bisogna essere dei genj”, ha detto, e lui non è e forse non vuol essere.

Assodato che si tratta di uno che ci sa fare e che è forse necessario leggere, devo ammettere, di là da tutti i limiti di gusto miei nei confronti di una certa scrittura (limiti che dipendono da un’esperienza, la mia, che non comprende il percorso di formazione del letterato, e quindi un rapporto molto diverso, e non necessariamente meno esteriore rispetto agli aspetti sordidi e puzzolenti dell’esistenza: si tratta dell’uso che ci si fa di quest’esperienza) di aver avuto più volte l’impressione, durante le mie spigolature del romanzo, che mi passasse davanti agli occhj l’immagine di un monaco medievale che si fustigasse, e si fermasse solo per sbirciarsi allo specchio i guidaleschi sanguinanti sulla schiena; e poi, tutto felice, ricominciasse. Un monaco, però — si badi bene — che non abbia come scopo la maggior di dio gloria, ma il Guinness dei primati per le piaghe più estese, più profonde e più purulente.

La fede, quando è profonda, è sempre rispettabile; ma essendo un percorso obbligato, escludendo qualunque saporosa deviazione, tende a distruggere in primo luogo qualunque congenialità, intesa come guida — che lo scrittore maturo dovrebbe considerare infallibile –, secundum porta a trasandare moltissime cose: troppe, forse, in determinàti casi.

Come nel caso della conversazione sulla poesia con quella gente così impoetica, tra cui quella donna, nei confronti della quale, pur avendola intravista di fuga tra le pagine di un libro appena leggiucchiato, provo una certa obbligazione: perché la sua definizione della poesia “primitiva” è preziosa e profonda. L’intenzione della donna potrà essere stata negativa, ma non è detto che dovesse essere anche quella di Genna, o di qualunque poeta e/o scrittore, o — perché no? — la mia. La definizione in sé, invece, è calzante, e persin bella. Pensando a quanto Genna sia rimasto di qua sia dai Miserabili sia da un capolavoro come il Secondo tragico, mi riprometto comunque di terminarlo il prima possibile, sicuramente non oltre domenica; dispiacendomi un po’, però, che allo scrittore manchi quella capacità, o quell’esigenza, almeno ogni tanto, di mettere giù il suo tappetino, mentre le macchine trafficano strombazzando per il centro di Milano, inginocchiarsi e volgersi verso la direzione che sente la propria, verso una sua personale mecca.

Qui il sito del libro.

195. De Valérie?

14 Lug

Ci ho sbirciato dentro e devo ammettere di averci, in generale, capìto assai poco (in specie come mai tra i ringraziati figuri Lina Sotis, di cui è riportato uno di quei pareri per cui di solito si è poco portati a ringraziare. Spirito? Understatement? Ironia? Idiozia?). A un certo punto l’autrice e protagonista sostiene di essere la reincarnazione di molte donne della storia. A questo proposito, a pagina 81 parla di una certa Louise de Valérie, che si attribuisce come amante a Luì Catòrc. Mi ci sono scervellato sù per dieci minuti buoni. Poi alla fine ci sono arrivato. E dire che ci si sono messi in due a scriverlo.

189. “Vite perdute per strada” di Fabrizio Filosa.

28 Giu

Quando urza me l’ha visto in mano ha pensato seriamente a una provocazione. Quando gli ho detto che l’idea era lungi da me, e l’ho convinto, m’è parso preoccuparsi; mi ha chiesto che cosa non stia andando, in particolare, nelle mie condizioni attuali, se i servizj sociali funzionino ancòra a dovere, quanti pasti mi siano garantiti al giorno, se mi trovi in una situazione di disagio particolarmente acuto. Nulla di tutto questo: io leggo volentieri libri sul barbonaggio, specialmente quelli di ordine crassamente idio-biografico, perché vi si trovano spunti interessanti, per la vita, per la scrittura, insomma stimoli all’immaginazione. C’è un grande bisogno di immaginazione. Mentre venivo qui, un signore dalla brutta e antipatica faccia da tipico gianduja subalpino, frutto di trentadue generazioni di incesti selvaggj, un abisso di torva idiozia di cupa demenza sotto la fragile maschera imposta dal benessere , mi fissava con sguardo diabolico, con sorriso sardonico, reggendo la copia fresca della Stampa aperta davanti a sé. Eh, lo so, ne ridono tutti così, la gente istruita. Fino a un anno fa avrei provato il desiderio di cacargli in gola. Adesso, oramai, lo compatisco, perché so che trascina una vita di merda — il patrimonio genetico e le false convinzioni ne hanno fatto un morto che cammina — lui e tutti quelli che gli assomigliano, intendiamoci, che (intendiamoci, però) io non disprezzo, cioè non disprezzo più. L’autor del Leviatano dice che ride, sorride, degli altri, deride gli altri chi è sicuro del proprio destino. Io non sono sicuro di nulla, quindi non sorrido, non rido, non irrido, non derido. Compatisco, senza più compassio, sempre sperando — beninteso — che nessuno dei diretti interessati se ne accorga.

Il libro di Fabrizio Filosa, pp. 171, pref. di Oreste del Buono, Muzzio, Padova 1993 è molto bello, ha scelto con cura le storie che compongono il libro, raccolte dalla viva voce di 13 barboni, uomini e donne, di Milano, di Roma e di Torino.

Perché è anche, o soprattutto, una questione di storie, di — horresco referens, ma la movenza usata in questi casi è questa — “storie di vita”. Giungere alla perfetta sicurezza circa il proprio destino, quello dei proprj familiari, quello della propria categoria è frutto di una violenza incessante; non posso dire che “la rifiuto” perché, per mia costituzione, sono totalmente alieno da questi meccanismi — ma nessuno, ed è sicuramente un’altra delle fortune che mi sono capitate, capisce quale sia il mio merito in questo — e una volta integrato finirei coll’aver sempre la parte peggiore. Comunque sia, nessuno al mondo può sfuggire alla società: ad un titolo o ad altro, tutti siamo integrati nel sistema da cui dipendiamo: una vera e propria “uscita” da esso, quale dovrebbe essere determinata da quello che si chiama emarginazione, è materialmente impossibile e inconcepibile. Fuori dai margini non c’è nulla; il dropout non droppa in nessun “fuori” reale. Cambia, radicalmente e con conseguenze sempre più incalcolabili, il modo di star dentro. E’ vero che ci si esclude da certi giri precostituiti; ma entrare nell’indeterminato, o nel meno determinato, o nel diversamente determinato, non vuol dire “uscire”. Nessuno esce. Si cambia posizione, punto di vista — nulla si cancella, tutto si reinveste in una chiave del tutto diversa. E poi ci sono anche esperienze, non sempre dirette va da sé, diverse. Più il punto di vista diverso. Mi piace riportare uno stralcio del libro; si noti, per chi ha presente l’autore, come il tema, la storia, la fabula, in sé sia sostanzialmente similare a quello che si trova, poniamo, in tutti gli insight borgatari di Siti, per esempio; ma c’è un punto di vista diverso, ovviamente, che non è quello dell’osservatore. Sbaglia chi pensa che la cosiddetta vita di strada, a tutti i livelli e con qualunque intensità vissuta, possa essere “libera”, e pertanto cercata e conseguita a questo scopo. La perdita di tutto prelude al compimento di una cosa che è l’esatto contrario della “libertà” volgarmente intesa, cioè di un destino, che è impossibile rivelarsi finché si rimane irretiti nelle convenzioni e nei rapporti di forza contestuali al nucleo familiare, al lavoro e quant’altro — prendendola dall’altra parte: i rapporti codificati hanno in qualche modo il còmpito di eludere il destino (con molte conseguenze che sono sia positive sia negative, come càpita per qualunque “scelta di vita”; ma è una scelta?). Leggendo storie di questo tipo ci si rende conto di come il tragico non sia affatto morto: ha solo girato l’angolo. Finisce per strada chi ha scoperto il suo destino; chi non può liberarsi del destino finisce in strada?

Sono più gli interrogativi che le risposte, come al solito. Ma mi premeva rilevare questa cosa: una parte degli uomini, delle donne, che vivono “a diverso livello” nella società, è più di altri prigioniero della propria vita. E, comunque vada, certe storie, anche grottesche e/o atroci, sono belle:

La mia sfortuna è cominciata nel 1984, quando sono stata picchiata da un ex-carabiniere: Anzi,per dirla proprio tutta, è stato un tentativo di omicidio in piena regola, una cosa che a ripensarci mi vengono ancora adesso gli incubi e sto male per giorni e giorni. Mi ha bastonata con un oggetto pesante e mi ha provocato una lesione permanente alla testa. Tre ore e mezza di sala operatoria ho dovuto fare. Un tentato omicidio per un motivo banale… e la polizia non gli ha fatto niente.

E’ dopo quella storia, dopo il trauma al cervello, che ho preso a bere forte. Anche prima, per la verità, bevevo un po’, ma non ero alcolizzata. E non avevo bisogno di dimenticare.

Quello lì, quell1ex-carabiniere, è uno di Bolzano. E’ l’incubo della mia vita. Mi perseguitava. Nell’ ’89 mi ha bruciato la casa ed è per questo che sono finita in strada, perché mi ero appena divisa dal mio convivente, era lui che pagava l’affitto. Tempo dopo l’incendio del mio appartamento sono riuscita a rintracciare il fratello del criminale e gli ho detto: “Guarda che il tuo bel fratello mi ha fatto questo e questo e questo.” Sa cosa m’ha risposto? “A me se lo ammazzi mi fai solo un piacere. A mia madre la fai rinascere”. Son cose, queste, da cui non ci si riprende più.

Questo biondo qui era uno che aveva conosciuto un certo giro e una certa vita quando faceva il carabiniere e deve aver pensato che gli conveniva di più infilarcisi dentro. Quando ha lasciato la Benemerita si è infatti subito messo a fare il balordo, il piccolo malavitoso. E allora sono cominciati i guai perché ha coinvolto il mio convivente. Quei due insieme facevano un sacco di porcherie: si travestivano da donne e si prostituivano, rapinavano, rubavano portafogli, orologi, quel che capitava. Lo facevano per guadagnare con tutto comodo, perché non avevano voglia di andare a lavorare.

Io lo sapevo fin dall’inizio della nostra storia che lui pendeva un po’ da quella parte lì. Ma non mi sembrava una cosa tanto grave, stavamo bene insieme, la situazione era accettabile. Finché una sera tardi, mentre rientravo, me lo sono trovato sul marciapiede a 500 metri da casa vestito da troia. Madonna, cosa non è successo quella sera! Io non pensavo che il vizietto si fosse spinto fino a quel punto perché in casa non vedevo parrucche, non vedevo vestiti da donna, ma solo degli abiti variopinti, pantaloni alla Celentano, di due colori, che erano di moda. Allora è venuto alla scoperto tutto il movimento e io lì ad assistere.

(…)

Poi piano piano l’ho accettato, l’ho dovuto accettare.

(…)

Pp. 141-142

174. Metaforum & democrazia.

10 Gen

Benché sia abbastanza difficile da credere, il dirigente di un’agenzia di lavoro interinale qui di Torino è anche dirigente in una casa editrice, di medie dimensioni ma assai valorosa, meridionale, l’Avagliano. Motivo per cui chiunque s’immatricoli presso l’agenzia può far richiesta di volumi stampati da questa ottima casa, a titolo assolutamente gratuito. Me ne hanno regalati sette.

Tutto questo non c’entra nulla con quello che mi viene da dire a proposito di uno di questi sette libri, il secondo di cui ho completato la lettura — si tratta di Divora il prossimo tuo, di Enzo Verrengia, 2004, dedicato al cannibale di Rotenburg, Armin Meiwes. E’ uno strano instant-book, infarcito di flaccida erudizione: dal momento che l’assassinio è avvenuto in Germania, l’autore ha voluto diffondersi ampiamente sulla violenza nazista; dato che cannibale e cannibalizzato si sono conosciuti in Rete, non mancano diverse riflessioni sul funzionamento delle comunità virtuali; &c. Informazione che l’autore ha voluto di volta in volta inquadrare entro un proprio disegno, per dir così, ideologico, ignorando allegramente gli scompensi derivati dalle derive rispetto al tema assunto, che così rimane schiacciato piuttosto che valorizzato da tanti excursus. Posto che un tema del genere possa essere lumeggiato a dovere da un uomo che non sia contemporaneamente osservatore spassionato e cannibale a propria volta, una circostanza che di per sé è piuttosto difficile che si verifichi.

Piuttosto, tutta la fetta digressiva sul funzionamento di fora e ciats mi si è presentato in un momento in cui avrei voluto, quasi acutamente, riprendere in mano Troppi paradisi di Walter Siti, non perché c’entri con la Rete, quanto perché è un testo importante, onesto e profondamente inquietante su una società in cui, non essendovi ormai più, almeno in potenza, nulla che non sia democratico o democratizzabile, ad una certa specie di intellettuali e scrittori, magari più della vecchia che della nuova guardia, sembrano venire a mancare completamente gli spazj stessi della comunicazione letteraria, e l’atmosfera vitale in cui lo stesso fare letterario può effettivamente essere.

Ma Siti, appunto, non c’entra: mi riferivo ad esso esclusivamente perché, ripensandovi a distanza di mesi e mesi dalla lettura, mi è parso proprio jeri di coglierne l’intima essenza ideologica. Peraltro in Troppi paradisi Siti ha fatto materia di romanzo la propria attività triennale come coautore del Grande fratello, il reality ottimo massimo, e dunque massimo esempio di utilizzo dei media, o del medium che fino a qualche anno fa poteva essere definito di punta, o il medium antonomastico, declinato a finalità di esercizio cannibalico, propriamente sadiano, di un potere sostanzialmente incontrastato, perché fondato sul consenso delle stolte vittime. Forse queste ultime parole dicono qualcosa sulla coincidenza tematica che mi è parso di cogliere, sia pure con qualche poetica forzatura (della quale sono conscio) tra i due testi, uno dei quali è un romanzo importante, mentre l’altro è un saggio un po’ del piffero, per quanto volenteroso.

Non solo, dunque, la mia attenzione non si è appuntata in modo speciale sul Meiwes, che comunque è, a distanza di quattr’anni, storia antica (in termini d’informazione), e del quale m’interessa solo, eventualmente, come articolo d’inventario, quanto su alcune riflessioni di carattere etico/funzionale circa la rete, e su quanto ha reso possibile; e su quanto le stesse possibilità aperte da essa risultino allarmanti per un certo tipo d’intellettualità; e su quanto debba essere stata determinante, per un numero non facilmente determinabile di persone che hanno scelto la carriera letteraria a vario titolo, la molla del potere e del guadagno.

La quale molla è messa in moto, fatta scattare dal lavoro svolto dal principio di autorevolezza; la quale autorevolezza è apprezzabile, ossia misurabile, solo in un contesto chiuso, in cui sia possibile affermare scale di valore, le quali hanno bisogno di molti ma non infiniti — nemmeno potenzialmente infiniti — valori relativi per poter essere fissate. La Rete, spazio non spazio in cui ogni giorno esordiscono infinità di nuove leve che vi trovano possibilità di espressione che nessun altro contesto garantirebbe, manca proprio della conchiusura, ed è per questo che può essere un luogo in cui il successo può avere un senso, ma non l’autorevolezza, né l’autorità. Un certo tipo di intellettualità è fortemente preoccupata da questa evaporazione dei concetti più crassamente gerarchici, segno che ha sempre identificato il valore della letteratura, o di qualunque cosa sia ad essa, in senso lato, assimilabile o apparentabile, con la sua capacità di conferire qualcosa alla vita delle persone che vi si dedicavano — qualcosa che, di diritto o di rovescio, ha sempre da fare con il principio d’autorità. Fino al punto da trovare, tardivamente ma non ipocritamente, oh! tutt’altro, solidi motivi d’intesa con chiunque, anche alla facciaccia di qualunque valore, non dico umanistico, dico anche solamente umano, con essiloro condivide la necessità di occupare una posizione di superiorità rispetto al materiale (altri uomini) di cui gestiscono. Così si spiegherebbe come mai il più titolato erede di Pasolini nel romanzo metta in bocca alla D’Eusanio, che ero abituato a considerare un prodotto della fogna, parole assai serie; e come mai Busi, che è pure personaggio del romanzo, sia andato a fare lezione ai ragazzi di Maria De Filippi, che, a quanto ne sapessi io, è un sacco di merda. Forse tra l’Academiuta e la Casa del Grande Fratello non c’è poi ‘sto grande abisso.

Il Verrengia cita un pajo di luoghi da testi ideologici che riguardano, nello specifico, la Rete; io cito a mia volta, e mi limito a citare; per esempio, questo passo di Howard Rheingold, Comunità virtuali:

Quella delle bacheche elettroniche è una tecnologia democratica e “democratizzante” per eccellenza […]. Le bacheche elettroniche crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. (p. 62).

Di grazia, perché questo signore vuole sradicare le bacheche elettroniche?

Un altro, Jean-François Lyotard, ne La condizione postmoderna, nota, a proposito dell’informazione in Rete, e questo può essere interessante per chi ha visto, ad es., che cos’è wikipedia:

La ricerca della precisione non si scontra più con un limite dovuto al suo costo, ma alla natura della materia. Non è vero che l’incertezza, vale a dire l’assenza di controllo, diminuisce a mano a mano che aumenta la precisione: aumenta invece anch’essa.

Credo che sia noto sin dai vagiti del pensiero umano, c’entri o non c’entri Koyré. Ma il fatto è che nessuna conoscenza o sapienza è definitiva. In questo sta il bello della conoscenza, ero abituato a ritenere. La cosa importante è il percorso verso la conoscenza, e poi, a giochi fatti, anche il passaggio di consegne, o del più umile testimone. Ma la condivisione non ha veneri per chi difende un privilegio.

Tutto ciò in ordine sparso, buttato giù alla grossa, senza presunzione di organicità e definitività (anche a causa della tirannia del tempo).

171. La legge di Lupo solitario.

27 Dic

Se non avessi letto La donna che parlava coi morti di Bassini, probabilmente non sarei stato invogliato a leggere questa cosa qui, che s’intitola La legge di Lupo solitario ed è di Massimo Lugli, giornalista e conoscitore dei bassifondi di Roma. O della mala-Roma o comunque vogliasi chiamarla. Da una parte, è vero rischiavo comunque di leggerlo perché vi si parla di uno spostato — un mezzo barbone, non esattamente un delinquente, che gira per mense dei disperati e dormitorj, e quindi poteva essere interessante da conoscere per sapere come e che cosa si scriva attualmente di questo tipo di cose. Ma soprattutto è il fatto che è stato pubblicato nella stessa collana (“Vertigo”, Newton) di Bassini, e per un nonsoché nell’impostazione grafica e nel blurbo che mi ha fatto pensare ad una politica editoriale abbastanza individuata — ho pensato a una sorta di filone noir tendente al mainstream ma comunque riconoscibilmente noir o fatto-coi-materiali-del-noir, come mi era capitato di dire anche per Bassini.

Il cui romanzo aveva in esergo una frase di Marco Travaglio, che riguardava però la poetica di Bassini in generale. Lugli, invece, ha in esergo la frase di un’altra firma illustre, quella di Corrado Augias, che rileva: «Nel libro di Massimo Lugli il degrado della capitale diventata metropoli». Frase che ha un senso solo se il libro di Lugli è letto, in sé, come fenomeno e documento di un avvenuto cambiamento; mentre una valutazione più intrinseca deve necessariamente prescindere da qualunque sociologia, spicciola o meno spicciola, perché in sé il romanzo è solo ed esclusivamente un romanzo.

Vi si racconta — e non ci si deve far fuorviare dalla copertina, che del tutto inconsultamente riproduce le fattezze di un giovinetto stile Arancia meccanica, con un rivolo di fumo di sigaretta che gli esce dalla bocca — di un cinquantenne (mi sembra di vederlo, in effetti ne ho conosciuti di cinquantenni non cinquantenni, elastici e cazzuti — la vita di strada, se si comincia presto, mantiene giovani [anche se loro sostenevano che è la droga]), di cui non si saprà mai il vero nome, chiamato Lupo da tutti.

Se si eccettua la cornice, che consiste nell’apparizione di una pantera nera, dall’evidente significato simbolico, che scorrazza liberamente per la campagna romana, e che alla fine salva il protagonista permettendogli di andarsene lontano con molti soldi e una nuova vita tutta da vivere, le vicende di Lupo sono, prese una per una, piuttosto verosimili: è il loro accumulo, in meno di 200 pagine di testo, che denuncia chiaramente che l’intenzione dell’autore non era affatto quella di fare della critica sociale o della fotografia ma semplicemente di scrivere un libro d’avventure.

Con stile spigliato e scorrevole, seguiamo Lupo che è accolto in casa di una donna, ricca e satanista, che il marito farà fuori per convivere coll’amante rumena; Lupo che, ricoverato in ospedale, penetra (guidato da un gatto!) nei sotterranei della morgue, dove ci sono orge necrofile e sono custoditi i favolosi guadagni derivati dalla vendita sottobanco di farmaci; Lupo che va a vivere nella stamberga di un vecchio mangiatore di topi, il quale ha un figlio mentecatto e impotente che ucciderà una vecchia prostituta; Lupo che per racimolare qualche soldo partecipa a combattimenti clandestini, e rimane massacrato; Lupo che salva dall’amore opprimente di un barbone una tossica en travesti (en travesti perché nessun altro se la trombi), permettendole di tornare in seno alla famiglia. Lupo che alla fine smaschera il ricco signore e si fa dare dimolto oro con gioje, da aggiungere al bottino precedentemente accumulato dalla sua capatina nei sotterranei dell’ospedale. Lupo che smette di dibattersi in un mondo di violenze iperboliche e vicende incredibilmente intricate e sordide, appestato dalle scorregge e assordato dai rutti (se avessi con me la copia conterei tutte le volte che qualcuno sgancia una pirita, nel breve giro di 180 pp.: credo siano centinaja). Non un eroe del nostro tempo, non il protagonista di una storia vera e romanzata — non esattamente un uomo, insomma, ma il protagonista di un romanzo. Un romanzo in grandissima parte già scritto, di lettura scorrevole (ma quanti sono quelli che sanno tenere la penna in mano, o ammaccare i tasti della tastiera, ma non hanno poi tantissimo da dire?) e anche piacevole, ma del tutto privo di originalità e di nerbo.

Se, allora, la frase di Augias ha un senso abbastanza preciso, può essere in termini di — diciamo — sociologia della letteratura? Cioè a dire: è questa la letteratura “che va” adesso, o che può andare?

Massimo Lugli, La legge di Lupo solitario, Newton “Vertigo”, sett. 2007. Pp.186.

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dic

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d’accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

151. Pascoli e le piccole cose.

20 Nov

Solo perché non riesco a rispondere di là, su lalucedimizar.

Mi limito a riportare le esatte parole di Manganelli, sottolineando quello che mi sembra indiscutibilmente discendere dall’immagine del poeta delle piccole cose nel profilo fatto da Manganelli (approfittandone però per rilevare che per me quella definizione versificazione spesso inconsistente non dà senso, sicché mi piacerebbe che qualcuno me la spiegasse):

“Se vi sono libri che valgono a formare un abito mentale, che suggeriscono ed esemplificano un modo, destinato a restare lungamente autorevole, di considerare la poesia, i “Canti di Castelvecchio” è certamente uno di questi.
E’ difficile negare che molte cose ci rendono estranea quella  sottile e ingenua miscela di dotto, di arcade, di contadino e di professore che fu il Pascoli: la sua versificazione è spesso inconsistente, il linguaggio insieme prezioso e banale, le sue idee morali vaghe e adolescenti. E tuttavia, con quel suo tono gracile,  quel lieve isterismo esclamativo, Pascoli ha introdotto nella nostra letteratura una poesia privata, non soffocata dai miti collettivi, ma affettuosa verso il singolo, il solitario, una poesia che prepara la metamorfosi  delle gloriose sofferenze ottocentesche nelle più impure e ingegnose angosce d’oggi.”

149. Dostoevskij.

10 Nov

Mi riferisco al post presente (http://lalucedimizar.splinder.com/post/14651452#comment), dove, da questa postazione, non posso commentare. Io credo che l’antisemitismo e il filozarismo di Dostoevskij dipendano dal filosemitismo e dall’antizarismo dei suoi contemporanei: dal sogno di un’umanità deterritorializzata, che è impossibile. Per uno scrittore, specie se ambizioso, il territorio è tutto. Lo dice, anche. Non ce l’aveva tanto cogli Ebrei quanto con i motivi per cui le informi “sinistre” di allora difendevano gli Ebrei stessi.

Comunque, per quanto in cacca, la Russia dei suoi tempi doveva essere un paradiso, rispetto all’Italia di oggi come di jeri e dell’altrojeri. Qui nessuno può permettersi di dire: coltivo sogni letterarj troppo vasti, ed essendo un poeta e non un artista finirò collo sciupare anche quest’idea. Qui nessuno ha mai osato fare una cosa tanto puerile come sognare. Se solo si azzarda lo sfondano.

143. Cose che non sopporto.

2 Ott

Non ho il tempo materiale, né la disposizione d’animo, per essere men che autobiografico nonché impressionistico. Per motivi su cui sorvolo, che sono sempre inerenti a quello che qualcun altro ha scritto, mi sento come se da stamattina non avessi fatto altro che inghiottire manciate di polvere e sabbia. C’è una cosa che non sopporto più, quanto alla scrittura: la mancanza di generosità sia in lungo che in largo che in profondo, l’incapacità di mettersi nei panni di almeno uno dei proprj lettori e l’aggettivazione alla minchia di cane. Aggiungivi: le frasi fatte, il buon tempo antico, le saghe familiari, le seghe generazionali, genitori & figli & paesi lontani; l’India, l’Africa, l’Asia, il nonno pirata, la zia bucaniera, il cugino contrabbandiere, i bauli polverosi, le carte ingiallite lasciate da nonne diabetiche a nipoti anemiche e tutti li mortacci loro; poi: la crisi della coscienza, la frammentazione dell’io, la nevrosi dell’uomo contemporaneo, le mille luci della Grande Città; poi: l’elaborazione del lutto; poi: le doppie spaziature; poi: gli spregiudicati romanzi rosa sulle lesbiche, frutto di un aggiornamento letterario che arriva grosso modo al 1929 tutt’al più; poi: i sospirosi romanzi di ambiente coloniale, zeppi di vecchie stronze e di figlie di mezz’età e di nondetti e di ninnoli ereditati, ciocche di capelli, bigonce di billets doux, barili di lacrime e autobotti di rimpianto.

142. Revisione.

28 Set

Ho fatto una revisione. Mi hanno messo in mano un testo tutto sgarrato, di centotrenta cartelle circa, non ci si capiva pressoché niente. Allora l’ho tagliuzzato, ho preso un pezzo qui e l’ho messo lì, e così via, finché tutti i pezzi erano sistemati secondo una specie di ordine, parte logico, parte cronologico, parte tematico. Quando c’era un buco tra i pezzi ho inventato una stronzata, e ce l’ho appiccicata dentro. Ho corretto i secoli, l’autrice conta i secoli dopo cristo come quelli prima di cristo, però al contrario, sicché l’ottocento diventava il settecento, il novecento ottocento, e così via. Ci ho messo un mese, quando ho cominciato era molto commovente, perché accarezzavo in segreto il pensiero di trasformare la cosa più sbilenca che avessi mai letto in un capolavoro — ma mi è passata quasi sùbito, questo devo dirlo. Poi ho dato la revisione all’autrice, che l’ha riletto, e ha detto che adesso si vede la struttura, è un bene, ma preferisce i buchi alle cazzate, e ha levato le cazzate, così adesso è dignitoso, anche se è tutto sforacchiato. Riconsiderandolo così com’è adesso, tutto sommato era meglio prima. Perché era una cosa miseranda, ma era così confusa che si capiva sì e no. Adesso è abbastanza chiara da capire che è proprio immondezza. “Ci lavoro da tanti anni”, mi ha confessato l’autrice con gravità. E’ un testo che ha avuto l’onore di essere respinto da commissioni, rifiutato da editori, contestato da professori. Non è mai piaciuto a nessuno, e a ragione, ma è proprio questo che impone rispetto.

Voltandomi indietro, mi rendo conto che per tutto questo mese non ho fatto nient’altro. Solo questa revisione.

Mi sento tanto coglione.

140. Nello stesso dolore.

6 Lug

Dato che mi trovo a Grugliasco e sto scrivendo, e forse mi può essere utile qualcosa che mi ricordi quali sono, o sono stati, i veri dolori della vita (di là dal fatto che quello di cui sto scrivendo io, e che sto scrivendo io, non ha nulla in sé di particolarmente tragico; ma vero è anche che chi mi ha indicato questo testo non è tenuto a saperlo), mi è stato proposto di leggere una tesi riguardante il campo profughi che nella seconda metà degli anni Quaranta accolse ebrei a Grugliasco. Tesi che poi si è scoperto non essere a disposizione in quanto di prossima pubblicazione presso l’editore Zamorani: e io lo pubblicizzo volentieri, in anteprima: Sara Vinçon, Vite in transito. La storia del campo profughi di Grugliasco (1945-1949).  L’autrice ha vinto, per questa tesi, il premio “Anna Segre” (2006), e tutto quanto ne so consiste in due pagine di discorso di ringraziamento.

Il testo, scrive l’autrice, «è supportato dalle testimonianze di chi si prodigò per la ricostruzione della Comunità ebraica di Torino e si avvale soprattutto dei ricordi di Judith Schwarcz Rubinstein, profuga a Grugliasco tra la primavera del 1946 e l’autunno del 1948».

Mi hanno colpito molto le ultime frasi: «Desidero concludere questo mio intervento condividendo con voi il messaggio che Judith è solita rivolgere a chi si meraviglia della sua incapacità nel provare odio o desiderio di vendetta nonostante la terribile esperienza della discriminazione e del campo di concentramento: “Non importa quale sia il colore della tua pelle, la tua lingua o la tua religione perché nonostante queste differenze siamo tutti uguali. Ognuno di noi è nato dopo nove mesi di gestazione e ognuno di noi è venuto al mondo nello stesso dolore».

L’unica cosa che renda sopportabile l’ingiustizia è la possibilità che troviamo in noi di darle una spiegazione. L’unico dolore col quale riusciamo a convivere è quello di cui riusciamo a spiegare la causa. Tutto quello di cui riusciamo a scorgere la possibilità, l’eventualità, non può colpirci tanto da ucciderci. Al carnefice di cui riconosciamo sempre la natura umana possiamo ancora sfuggire.

119. Intorno al mondo con la zia Mame.

8 Mag

“Allora, come hai fatto, zia Mame?”

“Beh, per fortuna avevo una bottiglia di Nuit de Noël nella mia borsa – trenta dollari per cinquanta grammi, pensa! – L’ho vuotata tutta in una tazza di cartone e l’ho data ad Amadeo.”

“E l’ha bevuta?”

“Come un pesce. Il profumo sembra gli abbia fatto effetto. Divenne terribilmente pallido e si precipitò verso la toilette.”

“E dopo?”

“Dopo l’ho chiuso dentro a chiave.”

“Ma come hai fatto…”

“Smetti di interrompere. Sono salita a quel posticino che occupa il pilota e gli ho detto che Amadeo si sentiva male, se lui poteva fare qualche trucchetto per provocargli la nausea. Sai, eccitargli in qualche modo i succhi gastrici. E quell’adorabile danese ha fatto con quell’aeroplano cose che non sapevo possibili. Prima ha scritto il mio nome, poi ha scritto il suo. Il suo nome del resto era Jørgen Årup Hansen. E’ persino volato indietro per mettere quella diagonale sulla O e quel cerchietto sulla A, cose di cui i danesi vanno matti. Poi mi ha dato una pagnottella di salsiccia di fegato.”

 

Patrick Tennis, INTORNO AL MONDO CON LA ZIA MAME [“Around the World with Auntie Mame”, 1958], trad. Orsola Nemi e Henry Furst, Bompiani, Milano 1960   

115. L’Hoggidì secondo Tommaso Stigliani.

24 Apr

[…]

Troppo è casuale la piega dell’opinion popolare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S’assomiglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi, ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili e communi. Questi sì fatti pericoli se fussero stati ben considerati da coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il numero de’ versificatori italiani, come il veggiamo essere. Che per mia fé non è città d’Italia da cento anni in qua, non terra, non castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti, che tutto il dì scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali, e le stampano. Onde i libri son moltiplicati sì smisuratamente e sì fuor d’ogni termine, che solo a far catalogo de’ nomi non basterebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama de’ Lombardi non giunge in Toscana, e quella de’ Toscani non si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro delle proprie muraglie la nominanza de’ suoi poetucoli vani.

E lo stesso ch’avviene in Regno alla città madre, avviene alle città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sardigna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale, e che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti sono tanto incogniti che, non che l’uno non conosca l’altro, ma appena ciascuno conosce sé medesimo. A tal che tutto lo scrivere poetico d’Italia altro non viene ad essere ch’uno ampio abisso d’oblivione, ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che ‘l mondo s’è talmente stufo, talmente sazio, e talmente svogliato, che né meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta spesso lodar da chi ha giudicio, perché “stomaco turbato aborrisce il zucchero” e “cane scottato teme l’acqua fredda […]. Poiché quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete, non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe la testa nella pietra.

Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla? …

Tommaso Stigliani, Lettera al Signor Rodrigo **** “Esorta l’amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del Marinismo” [Di Matera, 4 marzo 1636]. Da: Giovan Battista Marino, Epistolario seguìto da lettere di altri scrittori del Seicento, vol. I, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini. Laterza, Bari 1912. Pp. 341-347.

102. Dissonanze.

13 Apr

A proposito della scarsa convenienza di interessarsi ai libri altrui quando si tratta di scriverne uno in proprio (cosa che faceva, ma soprattutto riferitamente ai contemporanei, notare alcor), proprio all’ora di pranzo ho parlato, fuori dalla biblioteca, con un signore inglese, di gran lunga la persona più colta da me incontrata per dormitorj — devo anche precisare, dato che non ci vuol molto ad essere comparativamente colti rispetto all’ambientino, che trattasi di persona realmente informata e intelligente. Gli ho detto che starei tentando di scrivere qualcosa, relativamente alla ‘condizione’ barbonesca. Dell’idea, ma in forma molto più virtuale, ricordo che avevamo parlato ancora molto tempo fa, quando entrambi ci trovavamo a via Carrera; e ricordo anche che la prospettiva gli pareva piuttosto ridicola. Non sapevo come mai, in particolare: vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava di scarso momento, vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava un falso argomento.

Mi pare di aver capìto che è per via della seconda che ho detto, a quel che è venuto fuori parlandogliene. E, guarda il caso, mi ha consigliato tre letture, ovviamente rigorosamente anglofone:

Jack London, Il popolo degli abissi

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra;

John Steinbeck, Cannery Row.

Tutti titoli notissimi, che ho sentito; tutti libri che, con mia vergogna, non ho letto. Dovrebbe trattarsi di quei romanzi realistico-avventurosi in cui lo scrittore angloamericano, mandarino social-meraviglioso, si mostra un virtuoso dell’arrampicata e della discesa sociale. Tutto questo quando le classi sociali esistevano ancora — laddove, ovviamente, sono esistite. Oggi, in effetti, si assiste a un fenomeno in un certo senso opposto — qualcosa di cui nessuno ha ancora scritto, come mi ha fatto notare: il fatto che le classi sociali non sono più quelle di una volta: adesso la condizione dell’uomo nella società assomiglierebbe — l’immagine è mia, spero di non tradire il pensiero mentre cerco di illustrarlo — ad una specie di ascensore; che, a dispetto del nome, non serve solo a salire, ma talora ti fa anche scendere. I cambiamenti di condizione sono infinitamente più rapidi e casuali. L’odierna souplesse, l’hoggidiana desinvoltura consisterebbe nella capacità di rapido adattamento alle più disparate circostanze, dal regolamento di conti sul retro alla cena della duchessa, dalla prima della Scala alla rapina in posta, &c. Posto che non stia avvenendo quello che già un po’ sospetto, cioè che di tutto questo si stia facendo una specie d’indiscriminato impasto.

Ma anche questo tipo di sollecitazione esterna (sono sicuramente molti altri, anche se magari non così significativi, o così belli, i romanzi che hanno trattato di queste cose — forse Algren ha scritto qualcosa di eventualmente accostabile? Ne La mia vita di Reich-Ranicki ho colto l’accenno, ricordo, ad un racconto di Gorki sui dormitori, sive asili notturni) è a suo modo utile. Io per esempio, con questo ricordo di narratori sociali, mi sono reso pienamente conto che quello che scriverò avrà, anche dove sia perfettamente reale, la stessa aderenza al reale di una foletta infantile, e non sarà assolutamente nulla di socialmente impegnato, o utile. M’impedirebbe di nutrire qualunque velleità in questo senso la mancanza di una forma mentis adatta (sono stato sempre troppo preoccupato a farmi sopraffare dai miei problemi personali perché possa permettermi d’ardere di sacro sdegno per le ingiustizie di classe), e qualunque cultura specifica.

Ma continuo a pensare che avere un’idea (necessariamente parziale, necessariamente tendenziosa) dell’immenso calderone in cui andrà a cadere ogni eventuale venturo “libro” sia abbastanza salutare.

Sbaglierò, sicuramente.

93. Correndo con le forbici in mano.

3 Apr

Mentre aspettavo di riconnettermi (dato che oggi sono proprio senza fondo, ma posso solo aspettare che sia una semplice crisi) ho dato uno sguardo all’insopportabile Duellanti — rivista di cinema e reticoli [?!], che contiene normalissime recensioni a normalissimi film, ma scritte con uno stile terrificante (normalmente il recensore intellettuale mette in relazione, un po’ marinisticamente, le parole del titolo, con tutte le fasi salienti della trama, sicché in questo caso le “forbici” del titolo servivano anche metaforicamente a “recidere” qualcosa che nemmeno più ricordo — ma si trattava di una suggestione dovuta a qualcosa di visto nel film, mentre le forbici ci sono già nel titolo del romanzo).

Il quale romanzo io l’ho letto, si tratta una “autografia” (tra le scritture così denominate, almeno, la casa editrice Alet l’ha inserito) di Augusten Burroughs, distribuito da maggio 2004 (quindi non una novità, ne lessi per la prima volta su un Pulp in cui il recensore dava della vicenda, chiaramente non tutta riassunta, solo gli aspetti più francamente urtanti, in maniera così fosca e allarmistica [o almeno così mi parve] da respingere, mentre il libro ha una certa leggerezza — anzi, la leggerezza, direi in recensorese, è la cifra, in realtà, di tutta quanta la vicenda); traduzione dall’americano di Giovanna Scocchera, pp. 304.

E’ un romanzo autobiografico: tutto quello che vi è narrato, cioè, può essere perfettamente vero come totalmente falso — e come al solito non è né l’una né l’altra cosa. Il romanzo (perché, autobiografico o no, sempre di romanzo si tratta) è scorrevole, leggibile, anche godibile, ma stranamente irrisolto.

Si racconta del piccolo Augusten, il quale vive abbastanza infelicemente con la madre psicopatica e poetessa e con il padre, un insegnante di matematica maniaco depressivo e potenziale omicida — almeno così sembra alla madre, che tira la corda finché quello (il marito, cioè) sta per accontentarla. Ne consegue che la madre poetessa decide di affidare il piccolo Augusten, che, oltre ad essere omosessuale, nel corso di tutto il libro aspira a fondare una sua casa di prodotti cosmetico-tricologici, al proprio analista. Il quale è un antipsichiatrico sfegatato, contrario a tutte le pastoje della convivenza borghese, e vive in una casa piuttosto cadente con la moglie gobba e le figlie. Si aggiunge al gruppo anche un figlio adottivo da tempo lontano da casa, Seymour, trentatré anni. Si tratta di un personaggio importante perché tra lui e l’adolescente (tredicenne) Augusten scatta la scintilla; soprattutto è Seymour ad essere innamorato, ma Augusten è a sua volta coinvolto. I rapporti sessuali tra i due sono descritti senza troppo indugiare ma con assoluta franchezza. La vicenda della non-formazione di Augusten si sussegue, tra occasionali sfuriate (a scopo terapeutico: il dottore le chiama “buttar fuori l’aggressività”) tra gli abitanti della casa ed esperienze più o meno normali; in parallelo ci sono le vicende della madre poetessa, che tra un reading e l’altro, essendosi scoperta lesbica, si prende sempre nuove amanti (fino a un tot di quattro, fin dove arriva la mia memoria) e si concede accessi di follia durante uno dei quali si ferisce malamente con una boccia di sali da bagno mentre è nella vasca — è salvata dalla tempestività di Augusten. La vita nella casa del dottore continua finché questo non rimane sul lastrico per motivi fiscali: la famiglia si disperde, Seymour è già sparito. C’è anche un epilogo, nel quale Burroughs dice che fine hanno fatto tutti quanti; in ogni caso “Augusten” non li ha più rivisti. Si tratta di vicende che è un po’ inutile riassumere, hanno senso solo nel quadro di una narrazione autobiografica, e comunque i “fatti” in sé e per sé non renderebbero il tono del libro.

Sul risvolto di copertina Burroughs, che su Correndo con le forbici in mano compare in effigie solo disegnata, mentre sul retro del seguente Cunnilingusville appare in fotografia, ed è proprio la fotografia di un uomo piuttosto maltrattato dall’esistenza, narra un poco di sé — del “vero” sé, cioè, dando l’idea di una persona comunque scombinata, che ha cambiato un sacco di lavori nauseanti, che non vive secondo direttive precise, che deve imbottirsi di certi farmaci quando vuole ubriacarsi, &c. &c.

Io una teoria riguardo al vero e al falso, e alle relative proporzioni, presenti nel libro non l’ho formulata, e credo che non lo farò nemmeno nel futuro. Non è questo l’importante. Il libro non è male (il film non l’ho visto, e non può che essere un edulcoramento, quindi non lo vedrò mai), ed è secondo me abbastanza istruttivo circa la funzione dello stile nel rendere l’esatta intenzione dell’autore. Esiste una scuola critica (che non merita nemmeno di essere chiamata tale), che temo sia tipicamente italico-terzomondista, che tende a leggere i segni e non lo stile: a mano a mano che leggono (il critico di Pulp è certo uno di questi) accantonano tutti i “fatti”, quasi fossero scindibili dalla luce in cui l’autore ha voluto mostrarli, dopodiché sottopone abbastanza proditoriamente al lettore della sola recensione un cumulo di schifezze quando — poniamo — l’autore aveva fatto un giardino.

Se c’è, però, un caso in cui questo critico sordo, e sostanzialmente sprovveduto, può essere almeno per metà giustificato per l’errore commesso, è proprio il caso di questo libro: da cui non è facile trarre un’idea sufficientemente chiara e precisa dell’atteggiamento che l’autore ha deciso di avere nei confronti del suo passato. Dal punto di vista, di fatto, latamente “morale”, l’autore non ha fatto praticamente nessuno degli sforzi che gli si poteva chiedere — e che sempre si dovrebbero chiedere al narratore-autobiografo: cioè quello di risolvere i proprj conti col passato. Sicché continua ad ondeggiare tra un atteggiamento di rancore appena appena avvertibile, nei confronti della madre, del padre, del fratello, del dottore, dell’amante, e un atteggiamento un po’ teatrale, giusto camp di mera esibizione furbetta di tutte le proprie apparenti deformità, di tutti i proprj scheletri nell’armadio. Lo stile, invece, che dovrebbe essere sempre la spia dell’inquadramento morale, rimane uniforme, coerente — cioè spigliato, brillante, non indugiato.

Si staglia, tra tutti i personaggj, la figura della madre. Nei suoi confronti irrisolto rancore e resistentissimo amore trapelano, senza armonizzare in alcun modo — ma nemmeno si tratta di una contraddizione feconda. E’ una cicatrice, o fors’anche una piaga aperta. Ma il testo è tutto una cicatrice, a ben guardare.

Quanto sarebbe stato meglio se Burroughs avesse raccontato tutto con la chiara coscienza che la sua era la migliore delle vite possibili; se se ne fosse vantato!

Per quanto riguarda la madre, è un personaggio in cui mi sono identificato moltissimo: 33 anni, strafallita, poetessa. Intitola una sua poesia Ho sognato la cifra 7 in oro. Mi sembra bellissimo. Nell’epilogo Burroughs dice che attualmente è stata colpita da ictus, è paralitica, e che lui non l’ha più rivista. Mentre leggevo, ho fatto, dove potevo, delle correzioni in senso etico: soprattutto le parti della madre. Penso che Sigourney Weaver, magari con un po’ di cerone in più (ma non sembra classe ’49, la Weaver, secondo me anche nature andava benissimo), sarebbe stata più che perfetta.

Perché non mi piacciono i libri in cui papà e mammà sono messi alla berlina per compiacere un pubblico di borghesuccj imbecilli e sotto sotto violenti e perversi peggio che i peggio scherzi di natura. E questa letteratura, e questo libro almeno per un ideale 50 %, serve a questo tipo di dubbia e stolta spettacolarizzazione. La mia famiglia non era scombinata, quindi non saprei che dire; ma se mi dovessi inventare tutto, e magari fingermi scombinato in un romanzo autobiografico, non tradirei nessuno, non avrei rancore per nessuno. Sarei grato a una madre come la poetessa, per non essere uguale (lei, e in conseguenza io) a qualunque betonica ciana, intercambiabile con un numero imprecisabile di ciarpe.

88. William T. Vollmann

2 Apr

Se ne parla, per chi (come me) avesse solo un’idea molto vaga del personaggio, o non lo conoscesse proprio, qui (ma è più completa la voce inglese). Ho potuto solo sbirciare il suo ultimo lavoro, un’opera uscita negli USA agl’inizj del 2004 col titolo Rising Up and Rising Down, 3300 pagg. distribuite in 7 voll. (come Il cane di Diogene di fr. Francesco Fulvio Frugoni), nel 2005 ridata alle stampe in una versione ridotta. La traduzione della versione ridotta è stata stampata e distribuita in Italia solo ora, marzo 2007, col titolo Come un’onda che sale e che scende, Mondadori “Strade Blu”, pp. 941, € 22,00. L’autore ha messo 23 anni a compilarlo, o comunque, si può dire, contiene tutto quello che ha esperito dal 1982 (quando partì, ventitreenne, per l’Afghanistan) in materia di morti ammazzati (il saggio sarebbe, nominalmente, sulla violenza; poi comincia con alcune pagine sulle catacombe di Parigi degne di monsieur Vidocq e una serie di considerazioni sulle autopsie degne del p. Bartoli [L’uomo al punto], e continua parlando di omicidio; quindi, tecnicamente, sarebbe un saggio letterario sull’omicidio, sul dare la morte, per determinati motivi o senza alcun motivo noto o precisabile). Sulla copertina si vede, sotto il titolo, una colomba stramazzata, e, sopra il titolo, una frase di Roberto Saviano: “Ogni volta che incontrerete qualsiasi forma di ferocia, penserete a questo libro”, testuale. Non la riporto perché è particolarmente bella &/aut suggestiva, ma semplicemente perché il grosso saggio letterario di Vollmann è, in versione monstre, un altro esemplare titolo del genere letterario a cui si ascrive anche Gomorra. E’ un romaggio, o un saggianzo, le cui prime 100 pagg. mi sono parse prolisse, effettistiche, inutili (prova, anche, ne sia che tra le cose che autore ed editors americani hanno ritenuto di poter tagliar via senza danno eccessivo, in primo luogo ci sono le note), zeppe di ovvietà e di notevole casino etico-ideologico — fatto salvo che senza pace i dì felici / vanno sùbito a cessar non c’è praticamente affermazione che non sembri zoppa, ma dovrei onestamente leggermi tutto il saggio (che è farraginoso, ma non è pesante) per passare in rassegna tutto quello che non va.

Ma rimane interessante testimonianza di un momento storico in cui il romanzo sembra non bastare più ai romanzieri, nemmeno il romanzo “ben documentato”: c’è come una smania di invadere, anche con armi tecnicamente e speculativamente inadeguate, i campi altrui, arrivando a tutto inglobare, anche a costo di snaturamento. Una smania che mi fa sospettare che la vera velleità degli odierni romanzieri (almeno quelli più avvertiti) sia quella di superare il soggettivismo stesso dell’opera letteraria intesa in senso proprio e “tradizionale”.

E’ possibile?

85. Letture.

29 Mar

Sto leggendo questo:

 che una delle Barbare che ogni tanto passano per questo blog ha lasciato ad aspettarmi alla libreria Massena 28. E’ stato stampato da Fernandel, Ravenna gennajo 2007, ha 187 pagine, più tre pagg. di catalogo Fernandel. Contiene 16 racconti, di: Elisa Ruotolo (Santa Maria a Vico, CE, 1975), Un posto al sud; Elena Battista (Bari, 1966), L’età che hai tu adesso; Susanna Bissoli (Isola della Scala, VR, 1965), Diventare lesbica; Elisa Genghini (Rimini, 1982), La settimana santa; Francesca Bonafini (Verona, 1974), Inferno acustico; Nadia Terranova (Messina, 1978), Un libro ti salva la vita; Stefania Bondini (Cesena, 1975), Diciotto carati; Federica Senigagliesi (Jesi, 1982), Bacia per terra; Daniela Russo (Castellammare di Stabia, NA, 1973), Dove non si parla d’amore?; Patrizia Caffiero (Lecce, ?), Di che sesso sei?; Barbara Delfino (?, ?), Bruno; Viola Rispoli (Napoli, 1976), Disoccupati Organizzati; Mascia Di Marco (Pescara, 1973), Tandoori; Elisa Finocchiaro (Catania, 1981), Stella cadente; Deborah Rim Moiso (Asti, 1982), Non immaginavi una figlia di sinistra; Grazia Verasani (Bologna, 1964), Poco importa L’ho ritirato l’altrojeri, e ho cominciato a leggerlo, ma non tutto di séguito, perché lo alterno con le ultime pagine di Desperation di Stephen King, che è questo

in questa esatta edizione Euroclub, che leggo la sera su una panchina di p.zza San Carlo, vicino ai canterini (col sottofondo di Granada e la spagnuola sa amar così è quasi più orribile. Oi Mari’ mi distrae un po’, perché tutte le volte che il tenorino urlacchia: ” Oi Mari’!! ” mi vien da fare la caccavella [” Oi Mari’!! ” — Ba-ffan-gù-lo — ” Oi Mari’!! ” — Bà-ffàn-gù-lo!!!, &c.] ).

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Peraltro, qualcuno mi sa dire le date di nascita e di morte di Carlo Galasso, letterato fiorentino che diresse nei ’60 la rivista Cynthia, e che stampò “epitaffi per i vivi e per i morti” (o roba del genere) in un vol. dal titolo Terra di tutti e di nessuno (1962)? [Imbarazzata giunta: non ho pensato che potesse essere ancora vivo. In effetti non so nemmeno se si sia mai ammalato].

81. Paolo Rolli.

21 Mar

Ho trovato a livello bancarelle un volumetto, della vecchissima UTET color mattone, con un’ampia scelta delle opere di Paolo Rolli (Roma 1687-Todi 1765). Fu poeta, oggi meritamente poco noto, se non grazie ai libretti d’accompagnamento dei cofanetti d’opera — Haendel, Deidamia, poniamo il caso, o Riccardo I Rè d’Inghilterra, e via di questo passo. Chi ascolta opera barocca, e apprezza la recisa eleganza del bravissimo Niccolò o Nicola Francesco Haym (Roma 1679-Londra 1728), poniamo il caso Giulio Cesare in Egitto (lo Haym fu il Francesco Maria Piave di Haendel), incontrando opere come quelle succitate avrà notato con fastidio la diffusione verbosa e ampollosa dei recitativi, i paragoni stiracchiati delle arie di paragone, la scelta peregrina dei metri, che costringono il compositore a contorsioni melodiche alle quali non si piegava affatto volentieri. Ebbene, il genio di Halle NON era affatto contento del librettista, sig. Paolo Rolli!

Il quale tuttavia ebbe molte pretensioni di poeta.

Nasce da padre borgognone (Filippo Rolli, all’italiana) e da un’Arnaldi tudertina, vale a dire di Todi presso Perugia, in Umbria, e costituisce una specie di triade dei migliori poeti arcadi col Metastasio Pietro Trapassi e con Carlo Innocenzo Frugoni: tutti e tre furono allievi di Giovan Vincenzo Gravina, ingegno elevatissimo e cervice rigidissima col quale il Rolli stesso condivise una certa legnosità, e dal quale, nel 1714, non volle separarsi quando, scacciato aqua igneque dall’Arcadia da quel maledetto gesuita Giovanni Mario Crescimbeni, il povero Gravina si ridusse a fondare l’Accademia dei Quirini, che si radunava poi sempre nel palazzo di città (d’inverno) e nella villa (d’estate) del cardinale Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII.

Il Rolli tuttavia è ricordato per essere stato il centro della comunità italiana a Londra quando, tramontato nel 1714 (morte della compianta Anna Stuarda) l’astro scoto, il trono d’Inghilterra finì in mano ai Brunswick-Hannover, primamente coi due Giorgi, il I regnante fino alla morte, 1727, e l’altro negli anni dipoi. Costoro si distinsero, oltreché per i costumi discutibili e le spaventose liti familiari, per una politica culturale italianofila, in musica, e nelle arti tutte.

Londra in quell’epoca fu invasa da uno stuolo di poeti insulsi, pittori slavati e musicisti morti di fame.

Sta di fatto che, giunto a Londra alla fine del 1715, il Rolli vi si trovò tanto bene che vi rimase per ben ventinove lunghi anni, durante i quali continuò a decadere nella considerazione comune in misura inversamente proporzionale ai compensi che percepiva: all’inizio degli anni Quaranta una sua brutta raffazzonatura di libretto era compensata con 300 sonanti testoni di allora. Morta la sua pervicace protettrice, la regina Carolina Guglielmina di Anspach, sposa di Giorgio II, nel 1737, nacquero disordini; poi venne Roberto Walpole, che cavalcò sagacemente la bailamme tra Tories e Whigs, tra Stuardi e Hannoveriani, tra cattolici e protestanti, fino al 1742. Il Rolli resse fino al 1744. Dopodiché, finalmente, capì che non tirava più aria per lui, e s’imbarcò con un bastimento carico carico di oggetti belli, sontuose edizioni antiche, Filli, Clori & soprattutto Nerina (“La neve è alla montagna, / L’inverno s’avvicina, / Bellissima Nerina / Che mai sarà di me?…” aveva cantato nei suoi dolci, bruttissimi versi [1727, e aveva fatto furore]); la nomina di patrizio tudertino pervenutagli già nel 1735 mentre si occupava degli affari sua a Londra; e molte altre cose, tra cui una quantità di liquido veramente invidiabile. Ritiratosi a Todi, tradusse Racine e commediografi inglesi minori, espresse la sua soddisfazione in pessimi sciolti (Milton sembra essere stata la causa indiretta del Rolli versiscioltajo), corrispose con quelli che gli parevano i begl’ingegni dell’epoca, ossia gente del calibro di Faustina Maratti-Zappi e consorte avv. Gio. Batt. Felice Zappi, e contò i soldini, attendendo ad una sontuosa edizione in tre volumi della sua opera.

Durante il suo periodo inglese, non potendo ovviamente contrastare ai limiti della natura, non aveva sempre potuto far bene, e aveva fatto quello che aveva potuto — cioè molto. Varj libri di rime e versi (1717 e 1727 i più successful), tra cui i non infelici Endecasillabi; i suoi tetri libretti, composti da “parolajo in musica”, come diceva lui, scontento (e non sapeva nemmeno lui quanto a ragione) di un officio così vile (ma tanto remunerativo); polemiche (1728) con Voltaire (che non lo degnò della minima risposta; il Baretti, nel 1747, sarebbe tornato sulla questione, quella della Epick Poetry, con più efficacia; Voltaire aveva messo in un fascio Dante, l’Ariosto e il Tasso e aveva sostenuto che non valeva un tubo; grosso modo [va a sapere se ricordo bene, lessi quella fesseriola tanti anni fa] il Rolli escogitò una difesa fondata sull’assioma ‘Noi venimmo a vedere la sua Zaire, e piangemmo; perché Ella non verrà a piangere alla Merope del conte Maffei?’; su una cosa sola il Rolli e il Baretti concordano, e cioè circa il fatto che Voltaire non sapeva l’inglese), con Pope (che lo additò al pubblico ludibrio nella Dunciad, ossia Scimuniteide o comunque voglia chiamarsi), con il dott. Arbuthnot, che lo disprezzava, con Addison, che l’odiava; varie edizioni e traduzioni, Ariosto Anacreonte (1739) Boccaccio Guarini & molti molti altri, tra i quali segnalatissima è la sua versione del Paradiso perduto di Giovanni Milton, che egli stesso dichiarò la miglior trasposizione mai fatta da un idioma all’altro (è scritto sulla Grove, e temo assai che si tratti di una svista degli autori, anzi dell’autore della entry, Winton Dean, che non deve aver capìto esattamente le iperboli con cui il Rolli infiorò la dedica del volume a Federico principe di Galles, 1735; ma esaminerò meglio tra breve, o tra una decina d’anni, o mai più), e di cui pure il Settembrini notò laconicamente che sarebbe stata tradotta meglio da altri; e quel meglio vale anche integralmente, perché, nonostante boastasse fedeltà indefettibile, il Rolli aveva approfittato per espungere tutti i passi potenzialmente offensivi per la chiesa cattolica; ciò che non impedì che l’opera finisse all’Indice, come anche l’edizione inglese (la prima mai fatta), sempre a cura del per una volta benemerito Rolli, della bella versione che Alessandro Marchetti aveva dato del De rerum natura di Lucrezio (che però, a differenza del Paradiso perduto, fu molte volte ristampata, in quel secolo e nei secoli a venire).

Tenne una voluminosa corrispondenza con Giuseppe Riva ambasciatore prima a Parigi e poi a Londra, e dai carteggj vien fuori la personalità fiacca e ambiziosa, iraconda e velenosa, pettegola e intrigante del poeta maneggione, che per tutta la vita si scontrò coi grandi (ebbe da ridire, tra i suoi sodali, che pure erano notorj imbecilli come C. I. Frugoni, i coniugi Maratti-Zappi, e altri slombati schiccheratori di fesseriole, sul solo Metastasio, che trovava “monotono”!) e tutte le volte, preso a tavolettate, invece di disintegrarsi era rimbalzato: un arcade di caucciù.

La bella e rigorosa antologia che Carlo Calcaterra (1926 — non è la data di nascita del Calcaterra, è l’anno di edizione) ha confezionato per la UTET è tanto bella, tanto rigorosa e tanto puntigliosa che si può dire contenga, dell’opera del Rolli, dieci o venti volte quello che del Rolli merita di sopravvivere. Non i rozzi sonetti (1717 e anni sgg.), non le stecchite Meriboniane, non i bitorzoluti epigrammi del Marziale in Albion (posth., 1776, con tanto di memoria per servire alla vita dell’A.; ma in esse sono interessanti i richiami a quegli usi & costumi inglesi che non potevano non traumatizzare l’italiano in Londra, a partire dalla consuetudine del suicidio, per debiti per onore per fallimento, tramite pistolettata in bocca o taglio della gola da orecchio a orecchio, davanti a un mirror; e c’è un agghiacciante epitafio per il povero Attilio Ariosti, altro italiano a Londra, che, prima seguace del Lully poi di Alessandro Scarlatti, ebbe negli anni ’20 del ‘700, quando il Rolli era più felice, dei bei successi attaccandosi alla coda di Giovanni Bononcini: “Qui giace il Padre ATTILIO ARIOSTI: / Danar ti chiede ancor, se te gli accosti”), non le flaccide Elegie, non le tronfie Odi né cento e mille altre squacqueratezze, ma alcuni sceltissimi Endecasillabi, ancora del 1717, secondo anno di permanenza a Londra dell’A., costituiscono la parte migliore della sua opera, e riescono financo poesia e non semplici versi.

E mi piace riportarne uno, che non ha titolo, ossia nasce acefalo. In questo mi somiglia; non so, sarà per questa simpatia strutturale che sono indotto a farvene cadò?

Ma il fatto è che non mi sembra male, tutto qui. Preannuncia chiaramente il rococò, di cui sarà campione un altro per voi del tutto sconosciuto, molto miglior poeta del Rolli! Ludovico Savioli Fontana (di cui potrei trovare, non è inverosimile, a prezzo stracciato gli Amori nella decrepita Sansoni azzurra, e allora saranno cazzi vostri).

Piccola nota: la peculiarità ritmica di questi endecasillabi dipende dal fatto che sono falecj: ossia il Rolli, che in altri casi ha fatto i suoi bravi, disarmonicissimi, disgraziatissimi esercizj di metrica barbara vera e propria, ha creduto di rendere il verso antico facendo un endecasillabo (1) con due quinarj, del quale il primo sdrucciolo (ciò che vuol dire che ha cinque sillabe metriche ma sei grammaticali; essendo che un quinario non è un verso di cinque sillabe, ma un verso con l’ultimo accento sulla quarta sillaba, ossia, come suol dirsi, in quarta posizione; va da sé che accoppiato con un secondo quinario, le sillabe grammaticali, appunto sei, finiscono col coincidere con quelle metriche, dato che la sesta sillaba diviene l’ultima solo del primo emistichio e non di tutto il verso) e il secondo piano; con un endecasillabo (2) che, all’inverso, ha il primo emistichio che è un quinario piano, con un secondo emistichio che è un quinario sdrucciolo: ne consegue che non trattisi di endecasillabo, ma di decasillabo; la particolare cesurazione del verso consente che tra loro corrispondano armonicamente gli emistichj, e che l’accostamento di un verso imparisillabo con un verso parisillabo non laceri gli orecchj; quindi un endecasillabo (3) che ha l’identica struttura del primo. La struttura metrica generale è di terzine irrelate AXA BYB CZC &c. 

Mi sono permesso di facilitare, cosa per il lettore odierno forse non del tutto inutile, la lettura di certe parole — soprattutto quella sdrucciola di parole altrimenti leggibili come piane — tramite i ed e (ed o, più sotto) dïeresate.

Ecco già tornano, buon Tïonéo,

Tuoi lieti giorni pieni di giubilo,

Evoe Bromïo, evoe Lïeo.

Ecco già s’aprono alle carole

Per folti lumi le adorne camere

Come la splendida reggia del sole:

In gaie e varïe fogge novelle

Su i bianchi volti la negra maschera

Le snelle giovani rende più belle;

Perché le tenere sembianze crede

Più grazïose, più vive e morbide

Il desiderïo che non le vede.

Vezzosa Egerïa, inanellato

Il crin, t’adorna con una candida

Piuma pieghevole il manco lato:

Al collo avvolgiti l’orïentali

Fila di perle che dolce cadano

Da nodo facile al petto uguali:

Dopo le rapide danze, se lassa

Ti posi e siedi, vago è lo scorgere

In onda moversi or alta or bassa:

E così ondeggiano le perle rare

Söavemente, che d’esser credono

Mosse da zeffiro tornate in mare.

Poi s’imbandiscono tutte fumanti

Di scelti cibi le ricche tavole,

E i vini brillano dolcepiccanti,

Che dentro a’ limpidi tersi bicchieri,

Spiritosetto lieve zampillano,

Al gusto amabili, sani e leggieri.

Bevasi ‘l rustico fier Sabinese

I suoi gagliardi vini che fumano

Cretosi e ruvidi come il paese.

Aurei scintillino in nostra mano

I dilicati vini del Tuscolo,

Di monte Porzïo, d’Alba e Genzano.

Quando s’immollano, che bel colore

Han le tue labbra! quanto le grazïe

Sopra vi stillano dolce sapore!

Allor più scherzano il gioco, il riso

Degli occhi lieti nell’umor lucido,

E allegra l’anima vien tutta al viso.

O Evio, o Libero, o Bassarëo,

O sempre biondo, o sempre giovane,

Evoe Bromïo, evoe Lïéo.

 

Prima, mentre cercavo di ingrandire il carattere e rimettere insieme le strofe, ho cancellato il componimento sopra. Adesso riprovo (ma solo questa volta), e aggiungo altri Endecasillabi, quelli che seguono, che festeggiano la guarigione di una dama impallidita (per cui poc’anzi il Rolli, parallelamente, aveva cantato “Piangete, o Grazïe, piangete, Amori”), e il suo ritorno alla vita galante.

 

Gioite, o Grazïe, scherzate Amori,

Non ha il mio bene più il volto pallido,

Tutti vi tornano gli almi colori.

Amori e Grazïe voi già tornate

Alle sue gote, a gli occhi lucidi

Pieni d’imperïo e di pietate.

Quel riso amabile già in voi ravviso,

Molli pozzette, labbra purpuree,

Riso dolcissimo, soave riso.

Del vetro, Egerïa, torna al consiglio,

Ché, come grana sparsa in avorïo,

Nel tuo bel candido sorge il vermiglio.

Col terso pettine tutta inanella

La lunga chioma, e bianca polvere,

Qual neve in albero, spargi su quella.

Pon sul bell’ordine de’ vaghi crini

I ricchi nastri, le gemme tremule

E i sottilissimi stranieri lini.

Le orecchie adornati con fila d’oro,

Onde com’astri, brillan purissimi

Diamanti penduli in bel lavoro.

Di perle candide doppio monile

Al collo cingi e i polsi avvolgine

Pur della morbida mano gentile:

Dell’alba ditemi, o pure figlie,

Non v’è più grato quel collo latteo

Che il seno argenteo delle conchiglie?

Dov’è la nobile pomposa vesta,

Cui frange d’oro d’intorno ondeggiano,

Tutta pur d’auree fila contesta?

Il cocchio splendido d’auro e cristalli

T’aspetta, o cara: senti che strepito

Con l’unghia ferrea fanno i cavalli:

Oh come danzano, come inquïeti

Il ricco freno di spuma imbiancano,

Di te che traggono superbi e lieti!

Sotto l’imperïo delle tue ciglia

Vedrai dovunque gli occhi si volgono,

Diletto nascere e meraviglia:

Ma non accendere d’orgoglio il core;

Ché in un istante bellezza e grazïe

Illanguidiscono qual molle fiore.

 Da: Paolo Rolli. LIRICHE. Con un saggio su La melica italiana dalla seconda metà del Cinquecento al Rolli e al Metastasio e note di Carlo Calcaterra. Con tre tavole. Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese (già fratelli Pomba Libraj in Principio della Contrada di Pô). Torino 1926. Pp. 11-16.

80. Udir critico mostro, oh meraviglia (e 3).

20 Mar

Mi pare che nel frattempo vi siate portati bene assai, ed è per questo che, come promesso, raccolgo da ecletticae un’altra perla, e ve la dono, da incastonarvi in quel servizio.

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Sapevate che Saviano è veramente strabico? Sapevate che Saviano si rifà a Dante, pure lui?! Sapevate che Saviano ci vuole infettare? Sapevate che Gomorra procede par exempla, letteralmente?

Sapevate che Primo Levi si rifà a Le mie prigioni? Sapevate che il Pellico fu prigioniero allo Spielperg?

Sapevate che al mondo c’è chi si può porre interrogativi pregnanti come quello che segue, ossia (con licenza copincollando): “Alcune parti del romanzo erano apparse su “Nazione indiana” e sarebbe interessante sapere se quegli articoli sono poi stati recuperati per scrivere il libro oppure se Saviano, mentre stava scrivendo “Gomorra”, andava pubblicando alcune parti del romanzo sul web, ossia se questa è una scrittura nata per il web o il web è stata la prima vetrina del romanzo“?

Lo sapevate che il web richiede una scrittura liquida (ma sicuramente non è nella scrittura da web della Ravetta che Bart ha trovato ispirazione, a giudicare dalla consistenza)? Che la scrittura deve alzare il tono per colpire e scandalizzare l’internauta che è sommerso dalla massa del materiale del web?

Lo sapevate che la colpa dei mortammazzati a pistolettate in piena Napoli non è d”o Sistema, ma TUTTA VOSTRA?! Bastardi!!!

SAPEVATELO

SU RAVETTESCIONAL CIANNEL!

75. A proposito di troll.

5 Mar

Jeri pomeriggio sono andato, com’è ormai tradizione, alla Mondadori, dove ho leggiucchiato un libro, questo, di Ciro Ascione, classe 1968, napolitano, insegnante (storico del cinema, massmediologo) e ‘inguajatore’ di Internet. La casa editrice in cui è pubblicato è un’editrice giovane e moderna di Milano e si chiama, come si vede seguendo il link, “neon”, e infatti ha titoli e scritte messi su bandine fluorescenti, rosa shocking verdi arancioni, che sono un vero cazzotto nell’occhio; la collana è diretta da Aldo Nove. Il libro, che è scritto benissimo (tant’è vero che l’ho letto più perché è ben scritto che in quanto realmente interessato a quello che vi si diceva — anche se è tutt’altro che privo di interesse, soprattutto al momento per me), da una parte si limita a dare semplici ricette su come diventare un perfetto troll, dall’altra espone in modo letterariamente consapevole e scaltrito i momenti più divertenti di un’esperienza (siamo intorno al 2000) che non può più essere tanto facilmente ripetuta a causa del fatto che l’habitat naturale del troll, cioè i NewsGroups (o NG) sono attualmente assai in declino.

Codesta esperienza è poi quella maturata nell’andare a rompere la gloria su svariati di questi NG coi più svariati pretesti, come — traggo gli esempj dal libro stesso — fingere di essere dell’associazione cattolico-intransigente “San Carlo Borromeo” di Afragola e catapultarsi nel gruppo di discussione dei fan di Stephen King, cominciando a deprecare che la ragazzina di It la dia a tutti gli sfigati del suo gruppo, fornendo un esempio negativo alle adolescenti che leggessero il libro; fingere di essere di un’associazione di militari omosessuali, e insistere presso il NG dei bersaglieri che il gen. Lamarmora non solo tollerava gli episodj omoerotici tra le sue file, ma anche li incoraggiava (il caratteristico pennacchio sarebbe stato ispirato al costume di un famoso travestito di café-chantant, sostenevano i fantomatici attivisti; e lo stesso caratteristico grido del mattino deriverebbe dalla necessità fisiologica di liberare la trachea dai residui di una fellatio; &c.); parimente omosessuali i neofascisti che un giorno contattarono i rappresentanti di uno sparutissimo partito fascista (registrato proprio come “partito fascista”, l’unico in Italia, they boasted), invitandoli ad un convegno su omosessualità e fascismo, e approfittandone per una serie di proclami a sfondo razzista contro le prostitute nigeriane, “che portano via il lavoro alle nostre madri, sorelle, spose”; &c. Suscitando, in quest’ultimo caso, com’è comprensibile dati i tipi, un vespajo tremendo, con le più truculente minacce — in modo abbastanza simile finì quando Ascione (che come nome di battaglia aveva “Kuros”)  fornì delle false tracce per la maturità, comprendenti anche un ‘inedito pascoliano’ la cui falsità era marchiana, addirittura esibita, ma produsse ugualmente una serie di palloccolose analisi (riportata quella, particolarmente elegante, di un bravo diciassettenne; ma non ho capìto se ci fosse o ci facesse [e comunque non ha importanza]), finendo addirittura sul giornale, dove un pubblicista tentò un primo inquadramento critico. Non solo la poesia non assomigliava a qualcosa di Pascoli più che le rime del signor Bonaventura, ma era veramente orripilante; eppure i ragazzi (come nota l’Ascione), abituati a ritenere la prova d’italiano in particolare come il primo esercizio di paraculaggine della vita, non fiatarono fino a dopo la maturità. Da ricordare anche la sedicente giornalista che contattò una lista di nerd, sottoponendo agli occhialuti frequentatori un questionario altamente provocatorio, a cui un vero luminare rispose privatamente, vantandosi candidamente degli alti esiti accademico-professionali che gli aveva fruttato l’esser stato, a tempo suo, un nerd, citando titoli e lavori in corso. L’Ascione riporta le mail scambiate tra la “giornalista”, sempre più impertinente, e il professore, che aveva chiuso l’intervista con una serie di risposte zeppe di refusi e di sconciature morfo-sintattiche, tanto era stravolto dalla rabbia — dovesse prendere il Nobel, commenta l’Ascione, venderò queste mail a peso d’oro.

Naturalmente non c’è da aspettarsi che il simpatico troll faccia mai qualcosa di così meschino; almeno dando fede all’aura gentilmente cavalleresca che aleggia intorno alle sue imprese, e che sola le rende non solamente tollerabili, ma anche piacevoli, & gioconde, come non può dirsi delle imprese, squallide volgari ributtanti, di tanti scherzi di natura circolanti in Rete.

In effetti l’Ascione insegna regole che servono ad essere cattivi con successo, e dice esplicitamente, in esordio, che non vuole offrire nessunissima pezza giustificativa d’ordine ideologico, come avveniva con gli ex-Luther Blissett, da cui poi, mutatis mutandis, nacquero quei campioni d’incassi che si sono radunati sotto il non-pseudonimo mandarino di Wu Ming, ma che vuole soltanto offrire qualche spunto valido a chi ha semplicemente voglia di divertirsi prendendo per i fondelli gli altri, godendo — dice esplicitamente anche questo — delle sofferenze altrui. Ciò che presuppone una dinamica fissa, sia nel comportamento del troll (così chiamato, dice Ascione, proprio dal mitologico personaggio, bozzuto e dispettoso), sia, comportamentisticamente, nelle reazioni delle vittime di turno.

Il troll dev’essere impassibile, e deve anche avere gusto e una certa ricercatezza nel conio d’insulti (sono controindicati epiteti come “figlj di troja”, per esempio, che denotano mancanza di fantasia, sì, ma soprattutto basso livello culturale, e perciostesso una debolezza che difficilmente si perdona a un troll), deve digitare con cura i suoi messaggj, senza lasciarsi sfuggire errori morfosintattici o di altro tipo. Deve evitare in tutti i modi di apparire quello che è la vittima a dover essere (nervoso irascibile suscettibile); insomma, non può mai consentirsi il lusso di perdere il controllo. Una vera e propria macchina per rompere i coglioni, diciamo.

Soprattutto in tale sua programmaticità il troll appare qualcosa di altamente immorale. Almeno in generale; anche se, guardando allo specifico, non appare tanto immorale “inguajare” un gruppuscolo di fascisti, un manipolo di militari impiumacchiati, un’accozzaglia d’inutili ciancioni. Perché, se è vero che tutto quello che è discussione in Rete ha fornito troppo facilmente e troppo spesso spunto per giochini provocatorj come quelli dei troll, è altrettanto vero che invece di un luogo di serio scambio di informazioni, di fatti, è stato sfruttato, ed è, diffusamente e intensivamente, come una vetrina per perdigiorno, un luogo in cui discutere di un argomento, anche — paradossalmente — quando questo è ben posseduto, è troppo spesso un pretesto, non solo e non sempre per fare conoscenza (magari fosse pretesto per qualcosa del genere, sarebbe un interesse materiale, e perciostesso fondato), quanto per aprir bocca e tirar fiato, per digitare qualunque cosa, pur di esserci, in un modo o nell’altro, pur di projettare una qualunque immagine di sé verso un esterno qualunque; comportamento che è stato variamente, quanto in fondo consolatoriamente, in modo più o meno patologizzante tassato (anche se soprattutto questo si è detto dei blog) come vanità, mania di protagonismo, esibizionismo, e in realtà rimane molto di qua dall’essere qualcosa di tanto imponente, essendo nella stragrande maggioranza dei casi un modo, molto semplicemente, per non crepare di noja, come attacare bottone al bar, o scambiare due battute di volo in ascensore, o rompersi i minchioni in qualunque altro modo più o meno tradizionale. Si aggiunge a tutto questo un altro fattore (e posso dire, in questo caso, che riguarda molti, forse tutti, ma assolutamente non me), e cioè il timore di annojare; la tema del tedio è un altro discorso, che meriterebbe una trattazione a parte. Mi limito a dire, in questo caso, che non ho mai, mai capìto per quale motivo un blog, un sito, una mailing list, un forum non dovrebbero annojare. E’ chiaro, uno non può farsi un debito d’onore di fracassare i marroni a chiunque passi, ma non è pensabile essere divertenti e consistenti nel 100% dei casi.

Il motivo per cui l’Ascione non è andato avanti fino ad ora a trolleggiare dipende dai motivi da lui stesso esposti, ossia dallo stato preagonico o agonico in cui ormai versano i NG, ma anche da una certa comprensibile stanchezza personale. Per quanto, volendo, mi pare di poter cogliere anche un ulteriore motivo, non detto dall’Ascione ma forse altrettanto valido: e cioè il risultato di una certa formazione diffusa, per cui anche quelli che sono arrivati dopo i momenti più “caldi” della Rete, avendo e non avendo imparato dagli errori, dalle goffaggini, ma soprattutto dalle ingenuità altrui, oggi non si prestano più in maniera così marchiana allo spietato sfottò di “Kuros” e dei suoi umorosi colleghi; esattamente come non càpita più di trovarsi di fronte (a parte forse quello del sottoscritto) di fronte a blog come quello, di cui già parlai secondo alcuni troppo diffusamente, di Sonia Cassiani, oggi presumibilmente un modello improponibile, anche in negativo. La Rete è piena di blog, anche italiani, assolutamente inutili, sciocchi e vuoti, ma non ce ne sono probabilmente più di così genuinamente e vistosamente brutti, in cui la buonafede dei volenterosi compilatori faceva sì che si ammassassero perle di saggezza e cafonate tremende, delirj spaventevoli e cosine tutto sommato più che decenti. Probabilmente anche grazie ai troll tutto, in Rete, si è accostumato ad un’aurea medietà. Non ci sono più cose da far accapponare la pelle, ma non c’è nemmeno più, in fondo, qualcosa da leggere con interesse. Per avere, finalmente, una di quelle oasi miracolose, a cui aggrapparsi con le unghie dei piedi e a cui appendersi colla pelle dei denti, che è un NG di imbecilli totalmente incompetenti, o il blog di un cretino integrale, bisognerebbe inventarli di pianta, cioè fare un vero e proprio falso. Quello che è venuto a mancare, con la bruttezza più eclatante, è la già citata buona fede. Una vittima capace di reale sofferenza è un corrispondente, un forumista, un blogger che crede veramente in quello che scrive. Attualmente, forse, prevale un generico blasé, un modo piuttosto obliquo ed impersonale di trattare qualunque argomento — e trattare questo o quell’argomento sembra avere molta meno importanza del non farsi cogliere in flagrante delictu con il congiuntivitico sbaliato in punta di penna, o il refuso facile, o la citazione sbilenca. Difficilmente, anche come lettori, ci si può far coinvolgere da blog, forum, mailing lists, NG frequentati da persone timorose di sbagliare.

Concludo dicendo, anzi ripetendo, che il libro dell’Ascione è scritto veramente benissimo. Adoro le sue similitudini, hanno qualcosa di barocco. Una in particolare, per dare l’idea dell’inopportunità, è invitare un branco di cornuti a una rappresentazione di Tristano e Isotta.

[Un’altra particolarità a livello di lingua è una scelta lessicale particolare, che è un po’ un cultismo e un po’ no, e non riesco a ricostruirne la genealogia (data la mia sfolgorante ignoranza non poteva essere altrimenti): ricorre molto spesso l’agg. farlocco, che piaceva tanto a Francesco Fulvio Frugoni, e che io stesso ho impiegato in un sonetto. E’ in origine espressione dialettale, piuttosto lombarda credo, utilizzata proprio a partire dal ‘600 in contesti non-dialettali e anzi iperletterarj. Da dove la tira fuori il napolitano Ascione (e pure l’artifiziale l’ha utilizzata, ricordo, almeno in un caso)? E’ Gadda (di cui non ricordo nulla) che la usa, per caso?]

39. Perceforest.

15 Gen

Oggi non ho proprio niente da scrivere, sicché beccatevi ‘st’immortale traduzione:

***

PERCEFOREST.

II parte.

Capitolo primo. Come qualmente, dopo la partenza di re Alessandro, il re di Scozia radunasse i nobili del suo regno per stabilire la giustizia.

1. Dopo che il nobile re Alessandro ebbe convalidato nei suoi possessi Beti di Fezzone, incoronandolo re del reame di Bertagna, ed allo stesso modo avendo incoronato e reso il fratello Gadiffero re ereditario del regno d’Albania, ossia di Scozia, e dopo che il valoroso re si era messo per mare per muovere contro Babilonia,come avete udito, Gadiffero, che era re di Scozia, si ritirò nel suo regno con la gran parte dei suoi cavalieri, e stette in erranza tanto sinché giunse a Castel del Capo, così detto perché era la rocca la più nobile e la meglio fortificata del suo regno. Così dovete sapere che, dopo che fu sceso al Castello, gli abitanti fecero grandi feste per la sua venuta.

2. Molto cordiale fu l’accoglienza che quelli del castello fecero al re loro signore e alla regina. E sappiate che il re festeggiò molto grandiosamente i gentiluomini del suo paese per lo spazio di .VIII. giorni. Ma quando si fu a capo degli .VIII. giorni il valoroso re una mattina si svegliò e se ne venne a palazzo, ove trovò una gran folla di cavalieri che l’aspettavano per andare al fiume,come avevano per abitudine. Ma quando il re li vide, li prese a salutare molto cortesemente e disse: «Signori, Dio vi conceda oggi un giorno benedetto e ben siate voi venuti,perché questa notte non ho fatto quasi altro che pensare a voi. Ora stiamocene seduti, dimodoché abbia io modo di raccontarvi quello a cui ho pensato questa notte».

3. Adunque si sedette il re su un lungo sedile e poi fece sedere presso sé fino a .XII. dei più valenti e ricchi prìncipi del suo paese, dei quali voglio farvi i nomi, prima di tutto quello di Torzo, e poi quelli di Stonato, Dagone, Anchise, Telamone, Fergo, Sarpedone, Bugiardino, Clamide, Antenore, Cucufarre e Glauco. Questi .XII. cavalieri erano i più prodi e i più cavallereschi, e tanto possenti e tanto grandi per la loro età — poiché il più maturo di loro non aveva compiuto i .XXVIII. anni –, e il re li sapeva tanto arditi nelle armi, così valorosi e conquistevoli, perché visti li aveva alla prova, tanto che al meno buono non si sarebbe saputo che cosa biasimare, sicché cominciò a ridere dalla gioja, e disse: «Signori, molto debbo ringraziarvi della cavalleria che avete dimostrato al torneo che indissi contro mio fratello il re d’Inghilterra, e a tutti i cavalieri del nostro regno, poiché grazie al vostro sforzo innanzitutto, e poi grazie allo sforzo di tutti gli altri si ricevette, e si riceverà, dal nostro regno per sempre allori, e da voi stessi ornamento e lode per le intere vostre vite. Ma ho pensato questa notte che non è mica buon pastore quello che non conosce le sue pecore, e che sta ad aspettare che siano loro a venirgli a mostrare le loro manchevolezze. E poiché il sovrano, che se n’è sgravato per gravarne le mie spalle, mi ha collocato al posto suo affinché governassi e proteggessi il popolo di Scozia — ed è solo uno tra gli onori che ho ricevuto — ragione vorrebbe che facessi come il buon pastore, pena, altrimenti, d’incorrere nell’altrui sdegno. Ma da questo mi protegge un Dio mallevadore della mia volontà di fare come fa il buon pastore.

4. «Ora vi faccio sapere che intendo visitare il mio popolo, e i gentili e i plebei, prima che esso popolo mi costringa a farlo, e voglio conoscere le loro manchevolezze prima che vengano a mostrarmele, spinti da feroci malattie che, una volta preso piede, siano divenute incurabili per tardivo medicamento; affinché non ne sia io, e a ragione, ripreso. Ma conciossiacosaché mala cosa è il riprendere, almeno quanto può essere l’essere ripresi, io medesimo, che dovrei essere riprensore e leale esecutore di giustizia verso i malfattori, mi presento il primo, volontario, desideroso di radunare in me e fare ammenda riguardo a tutti i nostri eccessi, tutti i mali e tutti i vizj dai quali posso essere attinto, e per cui l’uomo degno potrebbe giustamente riprovare la mia persona, e, ricevendo da màrtire la propria pena, porla a mio debito; & affinché nessuno, dunque, grande o piccolo, possa prendere me ad esempio o pretesto per spingersi a fare il male, né io rinuncj, vile e difettuoso, a fare leale giustizia su grandi e piccoli inquantoché frenato dalle mie manchevolezze. Sicché vi prego, per Dio, di mostrarmi tutti insieme apertamente le manchevolezze dalle quali certo io non sono esente, e volentieri me le butterò dietro le spalle».

5. Quando i cavalieri che là erano ebbero ascoltato la buona volontà del loro signore, non ci fu nessuno che lo temesse e amasse e non avesse paura di far male per amor suo, perché ben vedevano che se essi avessero fatto alcuna cosa meritevole d’ammenda, lo avrebbero certamente verificato giusto esecutore di giustizia. Ma non ci fu nessuno che facesse motto, poiché ora lo temevano molto più di prima. Per cui disse il re: «Nessuno di voi mi risponderà?». Adunque rispose un cavaliere che si chiamava Sarpedone, molto saggio per la sua età, e disse: «Sire, abbiamo ben udito la vostra buona volontà, e quale grande pentimento sarebbe il vostro verso ogni vizio quando in voi fosse, ciò che in voi non abbiamo veduto né verificato, né mai verificheremo, se così piace a Dio. E ciononostante vediamo tanto buon senso in voi, quello grazie al quale avete dato a vedere alla vostra età tanto bene e tanti premj elargiti, e tanta correzione e tanta menda di mali, che non c’è vivente che possa meglio conoscere le manchevolezze che stanno in voi, che nessuno come voi stesso può meglio e più saggiamente riprendere e punire secondo la colpa».

6. «Ah! Sarpedone», disse il re, «molte grazie della cortesia con cui mi fate giudice ed esecutore delle mie stesse sentenze. Sicché prego il Dio della giustizia che mi dia grazia e potere di fare tale ammenda e giustizia su me che Dio per primo, e poi tutti voi, e il popolo che è posto sotto la mia tutela non possiate né vedere né udire né ricordare cosa di me donde si abbia stimolo e pretesto a fare il male, né si veda me così debole o timoroso di fare giustizia leale su grandi e su piccoli frenato dalle mie manchevolezze». «Sire» disse la cavalleria, «e così sia».

26. A scrocco.

7 Dic

Ho continuato, nel tempo, a spigolare in libreria. Non leggo, chiaramente, per intero tutti quanti i libri: non è tanto per la mancanza di tempo o la difficoltà (molto relativa) a finirli in libreria, ma perché ne approfitto per accostarmi a testi che non acquisterei mai, nemmeno avendo molti soldi, e che quindi sogguardo appena. Altri invece li leggo per intero, se riesco, ovviamente a puntate. In cantiere, al momento, ho La storia di Lisey di Stephen King, di cui ho letto le prime 350 pagg. Devo ammettere che di King, che in ogni caso è il campione di un genere che non m’interessa, ho un’esperienza molto limitata: ho letto solo lo smilzo Ossessione, pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachmann, a suo tempo, i primi quattro volumi della Torre nera e It, sul quale mi sarebbe piaciuto dilungarmi, e l’avevo anche promesso, su www.ilparnasoambulante.splinder.com, sennonché gli appunti che avevo preso sono scomparsi insieme con tutto il contenuto del mio zaino rubato la notte tra il 26 e il 27. Mi limito a notare che il presente romanzo merita, ma c’è una cosa che mi ha meno convinto, ed è lo stile. In effetti, It mi pareva molto più ‘diaframmatico’, per usare un’espressione di opi, molto più fluido; mentre lo stile di quest’ultimo libro mi sembra più artificioso, e leggermente più intralciato. Non ho una grande esperienza di lettore kinghiano, ripeto, e non posso saperlo; ma in postfazione è detto che per la confezione di quest’ultima fatica l’autore si è affidato alle cure editoriali di una redattrice, che ha sottoposto il testo a vigorosa revisione. Col risultato, probabilmente, di rendere più ‘professionale’ la scrittura di King (ma perché si è affidato a una revisora non l’ho capìto), ma con esiti inferiori ad altre cose dello stesso autore. La trama è del tutto lineare, in compenso, e molto semplice. Il carattere, i pensieri, la solitudine, la tristezza della vedova dello scrittore sono descritti persino simpaticamente. Al punto a cui sono arrivato, in cui lei è torturata da un pazzo che si è incaricato di impossessarsi di un manoscritto inedito del marito, ho l’impressione che scada un po’. Ma non troppo, comunque. Sempre per intero domenica scorsa ho letto il brevissimo Fantomas contro i vampiri internazionali di Julio Cortazar (DeriveApprodi, ott. 2006), 125 paginette di cui solo una parte è un feuilletoncino-collage, mentre il resto è, per così dire, ‘apparati’, cioè documenti relativi all’attività del Tribunale Russell II al quale (1973-’75) C. prese parte, un minicarteggio tra lo scrittore e Lelio Basso pure attivo presso lo stesso tribunale, e in più un pajo di circolari interne, illuminanti e agghiaccianti, di due grosse multinazionali. Il romanzo, che mescola alla buona romanzo e fumetto, è basato su un’idea assolutamente semplice: i “vampiri internazionali” incendiano una dopo l’altra le biblioteche pubbliche, e poi quelle private, impedendo agli scrittori di pubblicare e di scrivere, sotto minaccia di morte. Tra i personaggi spiccano una caustica Susan Sontag e un Alberto Moravia dalla favella colorita (“Ma i miei libri, porca madonna!”, in it. nel testo). Insomma, la preistoria del no-global — ma nulla di che, non è una cosa all’altezza di Cortazar, forse perché nasce dalla deprimente consapevolezza dell’inanità degli sforzi del tribunale. Appunto, leggere a scrocco mi permette anche di soddisfare alcune curiosità che altrimenti non potrei, come nel caso dei fumetti; in particolare ho preso sù a casaccio e ho letto all’impiedi perché brevissimo (54 pp.) Eva Miranda del disegnatore Vittorio Giardino in coll. con Giovanni Barbieri, “la prima soap opera a fumetti”. Io non sono un intenditore e temo non lo diverrò mai, ma il tratto non mi sembra granché esperto, e il racconto presenta l’unico tratto d’interesse nel mescolare il voluttuario esibito delle tavole con un umorismo abbastanza candido. Ma non è benissimo disegnato, e l’intento satirico, antitelevisivo innanzitutto (pubblicità che interrompono la narrazione a intervalli regolari, presentando la merendina al bromuro “Limbo”), manca quasi del tutto di mordente. Ron, figlio di ricchissimi industriali del succo di ananas, ama Cindy Cindy, che invece è figlia di una pasticcera vedova bianca; ma Eva Miranda (che poi dovrebbe essere un uomo di nome Fernando) ci si mette di mezzo. A leggerlo ho avuto l’impressione che sarebbe potuto essere scritto e disegnato in un momento qualunque tra il 1960 e oggi: non è una bella sensazione. L’altrojeri ho beccato in libreria (credo alla Fnac — sì, era alla Fnac) il primo volume della nuova edizione di Dune. Dune è una delle pochissime cose di cui ho visto il film senza aver letto il libro. A ben pensarci è un meccanismo che si ripete soprattutto quando si tratta di libri e film di fantascienza — come Blade Runner, altro esempio eloquente. Il motivo sostanziale è che dei romanzi di fantascienza di norma non capisco nulla: certi libri di fantascienza sono le letture in assoluto più faticose che mi possa capitare di fare. E’ un genere fondato sulla descrizione. Non tutti sanno o vogliono descrivere in buona & dovuta forma. Philip Dick, per esempio, mi risulta osticissimo, non sono mai riuscito ad arrivare in fondo nemmeno a un suo racconto. Se c’è il film, automaticamente mi fa anche da “spiega”, almeno fin dove spiega qualcosa. Io, tanto tempo fa, avevo scritto una paginetta sull’impressione lasciatami da Dune il film di David Lynch, forse il primo dvd che ho mai preso e visto. Non mi piacque granché, e non potevo sapere se attribuire la cosa al regista piuttosto che all’autore. Ma la cosa, tutto sommato, non è molto importante. Pubblicai la recensione sulla lista di fantascienza a cui per nessun motivo ero iscritto e fui duramente ripreso per non aver letto i libri prima di vedere il film. In effetti il film, a tratti, risultava incomprensibile. Per esempio non capivo che cosa si versasse in testa il barone Harkonnen prima di saltare addosso all’efebo biondo (non so se sia precisato, nei romanzi di Herbert, e al momento poco m’interessa), ma anche altre cose. Sta di fatto che questo ciclo di romanzi da leggere prima di vedere il film mi stette sùbito sulle palle, sicché non potetti impormelo. Quest’anno è uscito (Sperling&Kupfer) il primo volume con i primi tre romanzi del ciclo, e mi sono messo a leggiucchiare: sono andato avanti, moderatamente avvinto, ma avvinto, fino al terzo capitolo. Riesco così anche a capire il successo di un’opera basata su un’idea assolutamente povera, priva di qualunque oggettivo motivo di superiorità su qualunque altro ciclo. Ecco: lo strabocchevole La ruota del tempo di Robert Jordan (giunto a 11 voll., se sono aggiornato, e quindi ad altrettante migliaja di pagine) potrebbe benissimo essere un capolavoro d’ingegno, cosa che Dune certamente non è; ma cui prodest, se si fatica a leggere? I primi tre capitoli della fortunatissima serie di Herbert dimostrano che cosa è, “di base”, cioè di qua da qualunque preoccupazione da terziario avanzato come stile & sim., scrivere bene: la chiarezza espositiva. Di qualunque cosa si stia scrivendo è bene essere semplici e chiari. Sono pochi gli scrittori di fantascienza che mi fanno arrivare a pagina dieci come a pagina cento, o oltre. Tra questi, l’ultimo in ordine di tempo era stato il mediocrissimo Jack Williamson di un vol. de La legione dello spazio: una cacata, ma si capiva tutto. Da tutto ciò apprendo quanto indispensabile sia un’esposizione accurata, eventualmente più prolissa che ellittica, ore rotundo, quasi a misura di deficiente. Poiché in realtà quasi nessuno capisce veramente quello che legge, se chi scrive non si dà la pena di essere assolutamente chiari. La scrittura non ha nulla di particolarmente riflessivo. E’ uno sforzo snervante, quello di chi deve urlare la sua storia all’interlocutore dislocato dall’altra parte di una tavolata rumorosissima, tra il tinnìo delle stoviglie, le risse, le risate e i rumori gastrici secondarii. Scrivere è proprio questo: urlare. E’ un peccato che buone e ottime idee cadano nel dimenticatojo prima ancora di vivere nella mente di qualche lettore. Dunque, ho capìto il segreto (neanche poi tanto segreto) del successone di Herbert, e, anche se non vale granché, mi rendo conto che è pienamente meritato. Se, invece, qualcuno leggesse solo sua ultima fatica (fatica?), cioè Rivergination, che col cazzo che mi sono letto interamente, si chiederebbe come mai Luciana Littizzetto, patentemente un’insopportabile cretina, abbia avuto tanto successo. Perché il libro, che raccoglie una serie di (come chiamarli? articoli? mah) articoli, fa veramente schifo. Quasi quasi, mi sono detto, non le giova passare dalle orge di cacca-pupù-pipì dei gags televisivi a queste confessioni da sciuretta — ma alla fine dei conti sono io che l’ho letta male; anche cacca-pupù-pipì è la dimostrazione più eloquente della sua notevole tirchieria. Altro libro a metà strada tra fumetto e romanzo, e una cosa realmente interessante, benché non mi attenterei mai a definirla una cosa “bella” (sarebbe comunque fuori luogo) è il Diario di una ragazzina, fatica di Phoebe Gloeckner, statunitense. Si tratta di un libro abbastanza voluminoso, molto ricco, in cui una quindicenne (Minnie Goetz) racconta la parte saliente della sua formazione: bruttina, con una madre alcolizzata e disattenta, subisce le attenzioni dell’amante della madre, tal Monroe, e intreccia una relazione lesbica, che la riempie ulteriormente di confusione. Il diario è stato scritto nel corso del 1976, e ripercorre l’esperienza personale dell’autrice (così si dice, oltre che da altre parti, anche sull’ultimo Pulp). Mi colpisce il finale, ma non per ragioni legate alla biografia dell’autrice, quanto per ragioni legate a una pagina non scritta (non ancora? ma sono così vecchio, ormai!), o quello che immediatamente precede il finale: scoperta la propria vocazione artistica come mezzo di autoaffermazione, di terapia, di salvezza, Minnie vende poesie per la strada, una specie di piccolo atto di indipendenza che assume una valenza importante quando, tra i pochissimi che si avvicinano, si fa vedere anche Monroe, a cui la ragazza sorride consegnandogli la sua poesia. E gli stringe cordialmente la mano, pensando: “Io sono meglio di te, stronzo”. Chiaramente il diario non è e non può essere direttamente il diario dell’autrice, questo per motivi che sappiamo; ma mi premeva mettere l’accento su un fatto che mi sembra interessante; il ricorso al diario come mezzo espressivo è dovuto alla necessità di mostrare una personalità, per così dire, in transitu, e quindi in formazione. Ma non sopravvive nessuna preoccupazione di realismo, in operazioni di questo tipo, oggi come oggi: in effetti, a ben guardare, né i disegni né gli scritti che li accompagnano possono essere espressione di una ragazzina di quindici anni. Se invece vogliamo davvero regredire, possiamo soffermarci sulla seconda, e ultima (in ordine di tempo, vorrai mai che sia costretto a tornare sul marciapiede) fatica di Flavio Mazzini, E adesso chi lo dice a mamma?, edito anch’esso da Castelvecchi. Non si tratta di un libro totalmente sbagliato come le sciagurate Confessioni: si tratta di un libro inutile, simile a decine e decine di altri, che escono — però — a cadenze molto ravvicinate, segno evidente che qualcuno, e anche più di qualcuno, se li legge, e apprezza i repetita. Semplicemente si tratta di una raccolta di “confessioni”, vale a dire di coming-outs, in particolar modo in famiglia, di omosessuali. Ne ho letti due o tre. Nel primo si tratta di un personaggio che fatica enormemente, oltre che a venire allo scoperto, anche a trombare; e questo per un’inerzia che, pure, fatica ad accettare. Una cosa squallida, mi ha dato un malessere quasi fisico — non pretendo di essere capìto. Poi ne ricordo un altro, di coming out, in cui aveva rilevanza la figura machiavellica e pretesa di una nonna torinese, veramente stronza e insopportabile. Forse — pietà di me: non posso ricordare tutte le coglionate che incontro — ne ho letto anche un altro; forse quello di una ragazza lesbica (si raccolgono testimonianze sia di uomini che di donne, infatti). Non ha importanza, come non hanno importanza i contenuti nello specifico. E comunque mi sembra tutta roba abbastanza inventata — perché no? Che cosa importa che queste confessioni siano “vere”? Sempre in materia di omosessualità ho potuto seguire un’altra vicenda, anch’essa per la verità non troppo interessante, dei cartelloni con testimonial gay (a coppie) inventati da Oliviero Toscani per una campagna pubblicitaria; questo grazie (?) a Homofobicus, edito da Kaos, con presentazioni di Marco Rubiola (che confesso non so chi sia) e dello stesso Oliviero Toscani, ma prevalentemente costituito dalle molte lettere e letterine, moltissime di contestazione, inviate via e-mail dal ‘popolo della rete’ ai pubblicitarii e alla casa committente. Una lettura non certo fattibile per esteso, benché non si tratti di un libro voluminoso. A conti fatti non so nemmeno perché sia stata stampata una simile strunzata, ma rimane il fatto che se non l’avessi trovato sul bancone delle gayezze della Fnac non ne avrei mai saputo nulla — rimane da stabilire l’eventuale perdita e l’entità della stessa, ma questo, per l’appunto, è un altro pajo di maniche. Le foto mi sembrano semplicemente bruttacchiole, senza particolare attrattiva né potenzialità di scandalo (ma anche senza “normalità”: non c’è calore, non esprimono un k.), le mail non m’interessano, ma mi colpisce una nota di Toscani in cui fa un peana alla fotografia, artefice di libertà in quanto macchina da demistificazione. Nemmeno Garibaldi o Giovanna d’Arco, sostiene il fotografo, sarebbero ricordati per quello che sono, se ci fosse stata la fotografia, perché essa ne avrebbe documentato i difetti e le violenze. Questi fastidiosi eccessi sono dovuti al vizio maledetto di certa gente di sentirsi sempre Robin Hood, dimenticando bellamente il fatto che la propria posizione nei confronti del potere non è affatto una questione essenzialistica, ma, al contrario, relativa alle condizioni contestuali. Toscani non è un uomo qualunque e non è un demistificatore: è un uomo ricco, noto e — gli piaccia o no — potente; che mostra di avere scarso rispetto, più che scarsa consapevolezza, del proprio potere, ma questo non cambia nulla. Sta di fatto che le sue campagne sono fatte per vendere prodotti, e questo a prescindere dalla sua capacità di veicolare attraverso esse concetti e ideali più o meno nobili. Rimane il fatto che la storia si fa a posteriori, e che le grandi conquiste si fanno con le grandi violenze, non con le profumatamente pagate campagne pubblicitarie. E rimane il fatto che l’immagine, con la sua falsissima presunzione di restituire, se non di costituire, verità inoppugnabili, il più delle volte, proprio perché mostra ma non spiega, fa vedere ma non fa vedere tutto, sia il più grande strumento di mistificazione (come la chiesa cattolica ha scoperto decine di secoli fa [non riguardo alla fotografia, ovviamente, ma all’immagine in genere]) che possa esistere (questo a prescindere da quello che fa Toscani). Comunque, io personalmente non sono scandalizzato dalle foto di Toscani, nemmeno da quella che mostra la coppia gay col bambino: i bambini, infatti, non mi scandalizzano, mi stanno solo sulle palle. Se qualcosa mi vien da eccepire è sui modelli: hanno un po’ le facce da pesce lesso — e poi io ho gusti troppo gay, mi avrebbe fatto piacere se ne avesse scelti di un po’ più belli.

18. Buonasera.

24 Nov

Buonasera. Prevengo che se questa sera scrivo qualcosa è esclusivamente grazie alla compiacenza di un’addetta, qui, della biblioteca, e alla mia voglia di perdere altro tempo in Rete. Non ho assolutamente niente da dire. (E se ce l’avessi probabilmente farei molto meglio a tenermelo per me, perché sicuramente non capireste).

In compenso ho grosso modo finito la voce (comunque mancano tutti i resumè, che via via aggiungerò a mano a mano che troverò [se troverò] e leggerò [se leggerò] le opere di questo autore) sul Mastriani. Sono anche riuscito a far togliere un brutto tag che mi avevano appiccicato sopra, in cui dicevano che facevo commenti ed apprezzamenti personali (era veramente ingiusto, ho umilmente chiesto che lo rimovessero, e mi hanno accontentato). La bibliografia contiene una novantina di titoli (veramente devo ancora contarli, o contarli un po’ meno approssimativamente di quant’ho fatto finora), che è la quasi totalità delle opere a stampa. Credo che non si trovi dappertutto una bibliografia così esauriente, per quanto riguarda questo prolifico romanziere. Sogno di completarla, e aggiungere molte altre cose. E penso che sia un vero peccato che del Mastriani non gliene freghi assolutamente niente a nessuno.

(Forse non ci crederete, ma sono rimasto veramente sorpreso — proprio stupito, meravigliato, direi, eh, non addolorato [non potrei mai prendermela per una cosa del genere] — dalla vostra perplessità di fronte all’ultimo — penultimo, rispetto al presente — pezzo. Gli altri erano/sono [più] chiari? Veramente? E organici, vale a dire ‘non a capocchia’? Mah. Chi lo avrebbe mai detto).

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

***

Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

***

Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].

6. Scrivere, &c.

6 Nov

6. Mi chiedo quanti anni sono, ormai, che non scrivo un racconto. Ho passato circa vent’anni ad aspettare l’ispirazione. Poi l’ho trovata, e ho scritto per circa due mesi nel 2002, quando ero tranquillo, perlopiù di notte e tutto d’un fiato per non perdere la concentrazione. Marciavo bene, nel senso che scrivevo molto. Poi, per qualche motivo che non ricordo, ho interrotto. E adesso sono tornato punto e a capo, nel senso che non mi ricordo nemmeno più come si faccia. Non ne sono più in grado. Forse tra altri vent’anni sarò in grado di riprovare con successo, posto che tra vent’anni 1. io ci sia ancora, 2. abbia la possibilità di essere tranquillo, 3. abbia la possibilità di scrivere di notte e dormire di giorno. Nel frattempo farei bene, forse, a prepararmi. Alla ricerca di consigli utili, ho trovato questo.

L’ultimo dei 134 messaggi lasciati su www.internetbookshop.it a proposito di Saviano contiene un riferimento all’imbrogliona Giuditta Russo, qui denominata “eroina”, la quale ha fatto per 15 anni l’avvocato senza avere la laurea. Qui si dice che l’ha fatto per amore, ci creda chi vuole. Piuttosto che per amore l’avrebbe fatto per una sorta di surplus di professionismo. E’ vero che anche Benedetto Croce non aveva la laurea e Marcel Reich- Ranicki del pari, e che Giuseppe Verdi fu trombato al Conservatorio. Che Einstein ebbe pessimi rapporti con la matematica e fu dislessico da piccino. E’ vero che lo scrittore è quella cosa per cui la scrittura è un problema molto più grande che per i non-scrittori, per esempio. E’ vero che non avere titoli ti costringe a fare meglio. Ma non sarà che il segreto è proprio quello di fare meglio pur avendoceli, quei titoli? Non sarà che i titoli sono, molto semplicemente, anche parte di un fardello, e non solo una facilitazione? Io non ho titoli, e la cosa sicuramente, penalizzandomi, mi fa prospettare le cose in termini di eccezionali fatiche. Ma è una cosa buona? O non sono, piuttosto, un coglione che si prende a calci in culo coi piedi degli altri? (Io guardo al mio caso. Non aver titoli, nel mio caso, significa avere una preparazione disorganica e lacunosa. Ne sono cosciente. Magari un titolato [posto che sia un cialtrone, e non tutti i titolati possono essere cialtroni] fa strafalcioni perché va avanti senza verificare i suoi contenuti di conoscenza, mentre io, dovendo verificare tutto, ne farei meno, o non ne farei. Ma c’è qualcosa che non mi torna, che non mi spiego. Non avrò fatto una grandissima stronzata?).

5. Rimorso.

31 Ott

5. Confesso il mio rimorso, per il pezzo che ho scritto su Saviano due posts fa. Cioè, mi rimorde il fatto di averlo fatto passare, eventualmente, per un dappoco. Il fatto è che Saviano non è un grand’uomo (o non ancora: niente esclude che possa diventarlo, e io non ho nulla in contrario che lui lo diventi — ma non m’interessa molto), ma nemmeno è un pirla. Il suo libro non è brutto come moltissima roba che circola attualmente, e che io sfoglio distratto alla Mondadori o alla Fnac. Soprattutto è lodevole il suo volersi misurare con tematiche importanti e difficili. E anche quello retorico è un impegno. Quindi confermo sostanzialmente quello che ho detto, ma non voglio veicolare alcun’idea sbagliata di Saviano, che sa comunque tenere la penna in mano e in alternativa ammaccare i tasti della tastiera. Credo che abbia dimostrato impegno, ma credo anche che abbia trascurato completamente altri versanti. In questi giorni si discute molto se militarizzare Napoli per via dei fatti di camorra, e tutti i maestri di color che sanno, a partire da R. R. Jervolino ad A. Bassolino al rettore della “Federico II” in giù, dicono che non solo l’idea di militarizzare Napoli è veramente rivoltante, ma è anche perfettamente inutile, perché la camorra attualmente è una holding (ed è un concetto che si trova ribadito anche nel romanzo di Saviano — io lo chiamo romanzo, voi fate quello che vi pare), e se è verissimo che c’è una situazione di emergenza non si tratta dell’emergenza giusta perché si consideri seriamente l’opportunità di far venire l’esercito a Napoli. Speriamo, appunto, che l’esercito se ne stia per i cazzi suoi, a Napoli come in altre città.

Ma anche questa difficoltà a far capire quello che in realtà con un minimo di attenzione i non-napoletani, che dovrebbero comunque, come italiani, avere pressoché spontaneamente un occhio di riguardo a quello che succede in quella città, e non l’hanno, ha da fare con una cosa molto importante. Napoli è una città che ha un’immagine forte, in Italia e all’estero; un’immagine non in tutto lusinghiera, ma un’immagine forte. Risulta quindi abbastanza difficile accettare l’idea che Napoli abbia anche un grosso problema d’immagine: condizione che con l’immagine forte parrebbe una contraddizione in termini. Invece no, e me ne accorgo leggendo anche Saviano, ultimo di una nutritissima schiera di scrittori grandi e piccoli, bravi e men bravi: Napoli ha grossi problemi a raccontare la sua borghesia e ha grossi problemi a raccontare la sua realtà urbana. I luoghi di Gomorra, tralasciando che i fatti sono tutti di sangue, &c. (si parla di camorra, giustamente, ed è giusto farlo e spero che si continuerà a farlo finché esisterà camorra) non sono quasi mai la città di Napoli, ma la sua provincia la fascia di paeselli frazioni di Aversa, Casal di Principe, Scampia, Secondigliano, la prov. di Caserta &c. Esattamente come diversi secoli fa, quando la letteratura in lingua napolitana era tutta dedicata alla plebe (il motivo per cui l’ab. Galiani stroncò con tanta ferocia il Basile), ed esattamente come un minor numero di secoli fa, quando tutta la narrativa napolitana era dedicata ai bassi, ai miserabili, alla malavita — ossia ai margini. Margini sociali, geografici, linguistici, e quant’altro.

Sembra che la letteratura napolitana faccia una fatica immensa a centrare, proprio, la realtà napolitana. Cosa che è riuscita a Giuseppe Montesano nei suoi tre romanzi, che ho letto e ho pure riletto — non sono solo bellissimi, ma riguardano proprio Napoli, e non i margini di Napoli. Che poi i margini di Napoli non possano mancare da una rappresentazione esaustiva di Napoli è un fatto, ed è un altro pajo di maniche. Ma dev’essere questo il motivo per cui quando la narrativa napolitana ha cercato di impossessarsi di uno dei momenti salienti della storia cittadina e non solo come il ’99 ne siano uscite cose al disotto della mediocrità (come il romanzo di Striano dedicato alla Pimentel), proprio perché si trattava di descrivere quell’incredibile comunità di “pitagorici” che, di fatto, formavano non certo una cosca o una corte dei miracoli, ma un’aristocrazia intellettuale. Non mi pongo come ‘idealista’ versus i ‘veristi’ (fossi scemo — ossia, sono, ma non così tanto!), dico solo che alla letteratura napolitana manca una parte essenziale. O forse c’è, ma non perviene.

Sono cose su cui tornerò per forza. Ora che il pezzo è stato messo proditoriamente sul Parnaso Ambulante (www.ilparnasoambulante.splinder.com) credo sia mio dovere, quantomeno, terminare il libro e dirne qualcosa di più organico, o correggere un po’ — fatte salve queste riserve.

4. Che me ne faccio?

31 Ott

4. Tutte le letture che portano a porsi interrogativi circa la funzione della scrittura dovrebbero essere eliminate dai propri scaffali e dai proprii ricordi: è evidente che se veramente servissero a qualcosa non porterebbero a chiedersi alcunché circa la loro funzione. E’ evidente — soprattutto — che portano a chiedersi il perché della loro funzione inquantoché, frustrata occulta abortita, contengono in nuce una funzione, e non ci dovrebbe essere.

Se la letteratura avesse veramente una funzione, avrebbe tutte le ragioni Walter Veltroni a sostenere un tipo di letteratura “di servizio”, qualcosa che si può paragonare a un buon cesso costruito da un architetto, o ad un jingle niais ma di successo concepito da un musicista, o a dell’ottima carta da parati ideata da un pittore. Si andrebbe dall’ideale, appunto, veltroniano dell’omino, della donnetta di mezza età che scendono dal tipografo sottocasa per pubblicare un centinajo di copie della storia della propria vita, ‘da distribuire tra amici e parenti’, e avrebbe una funzione la narrativa impegnata, quella che vuole cambiare il mondo, o almeno contribuire, o almeno contribuire a chiarire le idee col fine di permettere a quelli che vogliono cambiare il mondo di cambiare il mondo.

Queste, secondo me, sono tutte cazzate. Per un pajo di motivi, molto molto semplici: se un libro potesse veramente svolgere ‘un servizio’ la vita sarebbe inutile. Il libro ha una sua esistenza su un altro piano — non mi riferisco solo al romanzo. Il libro è fatto per apprendere concetti e per chiarire concetti, sicuramente: ma cambiare la propria e l’altrui condizione è questione di azione, non di parole. In secondo luogo voler cambiare il mondo implica conoscerlo con una profondità che è preclusa a chiunque. Anche voler cambiare la condizione di una categoria è un fine grande e grosso che si affronta e si consegue solo per piccoli passi. Ed è questione di azione, e non di parole.

Le parole servono a comunicare. Un fatto comunicativo può anche essere un fatto artistico (nel senso campanelliano del termine: realizzare un oggetto a partire da nessuna materia [atto proprio dell’ente superiore immaginario] è creazione; realizzare un oggetto a partire da molto materiale è arte).

La letteratura in particolare non può avere una funzione diretta. La letteratura non è, come la stragrande maggioranza degli oggetti che ci circondano, un fatto derivato da un fatto e finalizzato a un altro fatto: la letteratura è un luogo in cui i fatti valgono, o cercano di valere, di per sé stessi.

L’ideale di una letteratura utile, l’ideale di una letteratura che smuove il terreno e agita le acque, non può che essere l’ideale di una letteratura brutta e condannata a morte precoce. Tutti i libri scritti per agitare e smuovere sono brutti, e sono stati più o meno giustamente dimenticati. Questo perché gli autori credevano di dover scrivere in conseguenza di determinati fatti e in funzione di determinati obiettivi. I quali — ma va da sé — tendono a scappare in avanti quanto più la volontà dell’autore tende a volerli acciuffare con un mezzo tanto inadeguato (cioè male impiegato). La letteratura è ambiziosa, pretende di conquistare sempre nuovi spazii, o meglio dovrebbe (anche se non sempre ci riesce, o vuole quel che dovrebbe volere): ma deve rimanere letteratura.

L’ideale di una letteratura utile porta anche, per una sorta di emanazione, a importare i concetti di funzione e di utilità anche all’interno dello stesso meccanismo letterario. Si finisce col considerare il proprio testo come il risultato di altri testi, cosa che non necessariamente deve essere, o almeno non in modo sensibile; e col configurare il testo, qualunque testo, con un meccanismo, in cui le parti sono ognuna al servizio delle altre. Si finisce col propugnare una letteratura da scienziati pazzi, creazione di un artefice che, come il Dioniso di Euripide, restando impassibile determina grazie alle sue tecniche sentimenti e sensazioni altrui. Soprattutto, si finisce col creare una letteratura molto nojosa, e soprattutto plebea: nojosa perché fatalmente, non sforzandosi di staccarsi dal corpus immenso ma non infinito del già scritto, finirà col combinare esso già scritto (ma in senso fisico e non chimico); plebea, perché non potendo rivolgersi ai dotti che già hanno visitato le più o men ricche miniere da cui s’è estratto, dovrà rivolgersi semplicisticamente ai meno a giorno. In tutto questo c’è qualcosa di molto, ma molto malsano. E anche vagamente ributtante.

Altro e forse più grave risultato, quella specie di kitsch che conduce a reinterpretare, sulla base di criterii estetici sempre molto discutibili, l’oggetto strappato alla tradizione in un senso che snatura l’oggetto stesso, rendendolo, adesso sì, completamente inutile, morto, oltreché brutto. Fino a travalicare i confini della letteratura in senso proprio per impossessarsi di modi di espressione del tutto naturali di un certo modo di esprimersi per reinterpretarli come codici belli e buoni, e incamerarli, dopo averli così mal interpretati in senso retorico, in testi che corrono il rischio di essere presi perfettamente sul serio quando sono delle stronzate. O che corrono il rischio, ed è peccato e peggio ancora, di essere presi per stronzate quando, in altra e più corretta forma, avrebbero avuto molto di valido da dire. I generi, i codici, non hanno solo un’estrazione convenzionale. Molto è perfettamente naturale, o solamente molto logico. E, se pure l’hanno, anche la convenzione che li regola è sempre da considerare organicamente al più ampio sistema di convenzioni che la comprende. Chiedo scusa per l’astrattezza.

***

Però non ho detto che la letteratura non serva a nulla. Serve di per sé. Quello che dico è che non ha una funzione, e non può averla (e comunque, se proprio deve, riuscirà ad averne una solo ed esclusivamente in quanto letteratura, non in quando grottesca di ‘generi’ male impastati — vedi, e.g., i romanzi di Dickens e lo sfruttamento infantile e la prigione per debiti, &c.).

3. Il camorrista e la serva innamorata.

28 Ott

3. Bel titolo, neh? No, niente, non è né un fogliettone né il soggetto di una miniserie. Sono solo osservazioni che faccio così, en passant, incidentally, senza troppo impegno.

Io non parlo volentieri dei contemporanei. Prima di tutto ci capisco poco, perché ho letto pochissimo Novecento, e il più delle volte mi mancano i presupposti. Secondo, sui contemporanei facilmente ci si accapiglia, e la cosa potrebbe anche starmi bene, non fosse che non ci si può accapigliare con gusto su cose che non piacciono e non interessano granché. Infatti (terzo) a me il Novecento non interessa quasi per niente. Duole dirlo, ma è così.

Però ultimamente, già che sono sofferente per via di tutta una situazione che ha cominciato a pesarmi insostenibilmente, non so se ad abundantiam o proprio per ultraraffinazione di masochismo, ogni tanto mi metto a seguire un contemporaneo. La cosa ha anche i suoi vantaggi, per un culo di pietra come me: il materiale è abbondante e facilmente reperibile, e poi le discussioni che si fanno sono normalmente istruttive circa le condizioni della cultura, per quanto, in prevalenza, limitatamente a questo o quell’autore, appunto, &c.

Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.

Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (“Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli,  le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).

Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.

Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming  ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .

Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.

La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.

Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.

Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (“simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.

No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ‘superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto! La serva innamorata del titolo riguarda proprio questo. Si richiama a un librettino di Kierkegaard curato da Dario Borso, in cui si dice che una serva innamorata è più colta di un professore. Non so se si capisce … (non ho voglia di dilungarmi — ma ci viene, qualcuno, a leggere, qui?). Invece la metà superiore del titolo è una reminiscenza di quello che Tomasi di Lampedusa scrisse di Carlyle nelle sue “Letture” inglesi.