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500. Paolo Poli (1).

13 Gen



1. DICONO DI LUI.

Rodolfo di Giammarco: Lui è anche il più classico degli attori. Lui è la tradizione. La tradizione vera, ricordiamocelo, è fatta di attori che ai tempi di Shakespeare erano donne, perché non c’era l’attrice.

[L’asino d’oro, film: “Tersilia, ti ha detto nulla la tua mamma?”].

Domanda: Quando e come avviene il… la grande decisione di occuparti solo di spettacolo?

Paolo Poli: Sai, nella vita non c’è mai un unico avvenimento. Queste sono le donne di facili virtù che raccontano: Suora, io non volevo, passavo di lì e son caduta riversa sul biliardo e la gonna mi s’è aperta come un ventaglio, ho perduto i sensi e… Invece no, nella vita ci sono tutte… prime volte ce ne sono venti, trenta. Io ho raccontato di essere vergine per una ventina d’anni.

[Babau: “Sul lago Tana / Quando la notte si avvicina…”]

Natalia Aspesi: Lui che pure è una persona coltissima e molto intelligente, si serve di questi testi poveri, banali, vecchî, un po’ ridicoli non per essere intellettuale, camp, kitsch, così, ma per rappresentare un periodo, un tempo e un modo di essere.

[Babau: “Ci vuole tempo ed animo sereno / Ma questo ai giorni nostri chi lo sa?”]

Paolo Poli: Sono grato a queste brutte canzonette italiane perché mi hanno consentito di passare da un teatro un po’ più rivistajolo a uno un pochino più di… di prosa. Ma ho sempre mescolato le arti, come s’è fatto all’inizio del nostro secolo. Il canto, il ballo, il parlato, li ho sempre mescolati.

[Rita da Cascia: “Sentimental”]

[Speciale per voi. Domanda: Con queste canzoncine che cosa intendi dire? — Paolo Poli: Queste qui son roba così, di documento. Il messaggio lo lascio nella segreteria telefonica].

Lucia Poli: Qualcosa, diciamo, di toscano c’è, ovviamente, in noi. Anche se poi Paolo dice: “Io? Sono nato in treno! Non sono fiorentino!” Non gli piace essere catalogato, proprio, come uno degli artisti fiorentini.

Paolo Poli: Chissenefrega della toscanità, è come la negritudine. Io ho visto dei negri bellissimi e degli altri orrendi. Quello bello mi garba anche a me.

Natalia Aspesi: E’ un aristocratico. Non è un populista.

Paolo Poli: Insieme alla superbia, di cui io mi vanto, mi piace moltissimo esser superbo, ci ho anche la modestia. Eh, sai… Poi ci son quelli che non ci han né l’uno né l’altro.

[I tre moschettieri: “Viva Bacco”]

Marco Messeri: E l’è, Paolo, è un francescano vero. Cioè la sua mensa è sempre piena di ospiti, non ha rispetto, non guarda mai a certe avarizie di risparmio…

[Babau con Eco: Umberto Eco: In fondo, cos’è in conformismo?, volevo definirlo in modo serio… — Paolo Poli: E’ la cravatta che ti sei messo per venire qui in trasmissione. — Umberto Eco: Ed è il maglione che tu porti per dire che sei un attore… — Paolo Poli: Eh, be’… — Umberto Eco: … e non un ospite esterno. — Paolo Poli: Certo. — Umberto Eco: Esattamente: è l’osservanza di alcuni modelli che la società ci dà].

Marco Messeri: Secondo me il vero fascino di Paolo è la qualità della recitazione. E cioè l’abilità di alternare suoni, di affascinare con la parola, anche se fa dei personaggj maschili, o anche se fa la vecchia.

[H2S: la centenaria]

Paolo Poli: Sai, Totò aveva il ricordo di quegli sketch meravigliosi, di successo fatto in teatro. E, ogni tanto… eh, lo metteva in un film. Quello, il negozio dei manichini, così [mima], che c’è il marito geloso: Dov’è l’amante? Lo voglio uccidere! Allora lui… [mima]. E poi… [mima]. E poi si fermava. Sai, quello che… l’hanno fatto tutti…

Lucia Poli: E’ stato sempre un po’ il gioco la cifra principale. Poi dietro c’è lo studio, l’attenzione, appunto, al particolare, c’è la voglia malandrina di mescolare l’alto col basso, il sacro col profano…

[Jacques il fatalista: “Queste madonne di Raffaello / Per le fanciulle sono un modello…”]

Paolo Poli: Sono stato molto criticato durante la mia vita. Mi dicevano sempre: scherza coi fanti e lascia stare i santi. Non ho lasciato stare né gli uni né gli altri. E così vi chiedo perdòno.

Natalia Aspesi: Ma lui è talmente raffinato, anche e soprattutto quando avvicina lo scandalo, che io credo che farebbe sorridere anche questo papa così rigido. Perché nella… nelle sue prese in giro o quello che si chiama, appunto, trasgressione c’è un’innocenza, non c’è scandalo, non c’è peccato, secondo me.

Paolo Poli: Il peccato… Sai, gli Svizzeri ‘un hanno fatto mai la guerra, però hanno ottenuto i soldi di quelli che la fanno, capìto?

[Mixer (con Lucia Poli). Isabella Rossellini: Tu fai la donna, tu adesso fai un Achille che si traveste da donna per stare con la tua amata, quindi fai due giri di sesso Che è tutta ‘sta confusione? — Paolo Poli: Ma nello spettacolo è giusta, questa confusione dei sessi. E poi l’Ottocento è stato così rigoroso che adesso un po’ di confusione porta un vento di riscossa, di fronda, trovo che va bene].

[Babau: “Quando al tuo sen talora / Mamma mi fai dormir…”]

Paolo Poli: Io invece son partito sùbito col piede sbagliato. Ho sempre saputo che ero una minoranza indesiderata. Però ho fatto in modo… da cavarmela.

Natalia Aspesi: La gayezza secondo me in un… anche negli anni più retrogradi per quello che riguarda il teatro era, diciamo, ammessa, ecco. Non faceva scandalo.

Paolo Poli: Non avevo paura a tingermi i capelli perché eravamo in pochi. Di uomini che si tingevano i capelli c’ero io, Corrado Pani, le sorelle Kessler…

Milena Vukotic: E’ un artista al disopra di questi termini… di questi luoghi comuni, se mi permette.

Paolo Poli: Ero molto amato, da giovane, uomini e donne m’hanno sempre coccolato e non ho mai avuto paura d’essere al mondo. Mi son sempre buttato, con fiducia. Guarda il sole, va e viene, come nella vita, ci sono momenti di tristezza e di gioja. Ma non è detto che la pioggia sia meno allegra del sole. C’è a chi gli piace…

35.

27 Dic

Salve a tutti, sono di volo. Non pensavo nemmeno di fermarmi a scrivere (sto aspettando una persona che non arriva). Ma tanto me ne vado, sùbito. Cia’. d.

34. Non prendete troppo freddo.

22 Dic

Mi ritrovo fuggevolmente alla Nazionale, dove ancora non mi hanno sparato addosso, per vedere se trovo una mia conoscente di mesi e mesi fa, una bibliotecaria che forse può regalarmi di qualche ajuto per la carta d’identità, testimoniando a mio favore. Non nascondo che è per me un vivissimo piacere ritrovarmi finalmente qui: il personale è osceno, ma il patrimonio librario è tutt’un’altra cosa. Peccato che la mia attuale disposizione d’animo non mi permetta di approfittarne. E poi non sono qui per leggere.

Oggi è per me l’ultimo giorno utile per fare la carta d’identità e ritirare una sommetta alla posta. Naturalmente non ci riuscirò, quindi suppongo di dover mettermi l’animo in pace. Ci si creda o no, sono oltre ogni limite. Mi sono rotto. Il cazzo, certo, ma anche più dentro, e più sopra.

Però oggi è anche il penultimo giorno che posso connettermi prima di natale. Dal momento che domani, presumibilmente, sarò troppo giù di corda per connettermi e dire arrivederci ai miei due Lettori, ne approfitto per salutarLi qui, ora.

Cia’.

d.

33. Letture (e la Fallaci).

21 Dic

Domenica scorsa ho letto, tra Fnac e Mondadori, due libriccini piccini picciò, ma abbastanza sugosi, di cui il primo è I sette peccati capitali degli animali, dell’etologo Giorgio Celli, che mi sembra non sia nuovo a queste compilazioni antropomorfizzanti. In questa si chiede (dandosi anche le relative risposte): può un cane sentirsi in colpa? gli scimpanzé sono buongustai? i mandrilli sono veramente lussuriosi? Si può dire che è scritto molto bene, ma è vero anche che è un libro di natale, una di quelle cose che si comprano per qualcun altro quando non si ha voglia di cercare qualcosa di più calzante, quanto a gusti librarj, e non si ha il coraggio di presentarsi con un pajo di calzini (tutte problematiche da me ormai lontane i milioni di anni-luce, chiaramente).

L’altro libriccino che invece mi ha preso, anche se, essendo appunto un libriccino, è finito quasi sùbito, è Gli occhi di Oriana, del giornalista sardo Alessandro Sechi, che da qualche parte deve avere anche un blog, andatevelo a cercare, se ci tenete. Sechi, nell’inverno 2005-2006, è stato, come dire?, una specie di segretario della Fallaci, ormai moribonda e in via di perdere la vista. Accompagnandola per supermercati e all’ospedale, Sechi svolgeva, secondo la definizione della scrittora medesima, le funzioni di “occhi di Oriana”, vale a dire occhi succedanei a quelli fallaciani, che la metastasi stava ormai mandando a quel paese, poraccia. Prevengo: su tutte le persone al mondo che soffrono di cancro ce ne saranno milioni che meriterebbero milioni di volte l’attenzione che è stata riservata al caso della Fallaci, che rimane una spregevole rompicoglioni e una scrittrice nauseante; leggere un libro del genere come appendice al martirologio della prosatrice incompresa sarebbe veramente prendere a schiaffi la miseria (in senso lato) e il dolore; tantopiù che la stessa Fallaci, che è morta non a 25 ma a 77 anni, su quel cancro ci ha fatto una carriera supplementare, ripropinandolo in tutte le salse senza mai smettere il suo atteggiamento falso e baracconista. Che poi, sicuramente, da un certo punto di vista aveva anche ragione: per quale motivo avrebbe dovuto piantarla? Di fatto sarebbe morta lo stesso, con tutto quello che ci ha fumato sopra. Ma, ribadisco, cazzi suoi. Non è mai valsa una cippa, era stupida, fracassona e arrogante e da ultimo ha avuto un’ulteriore involuzione, che l’ha resa ancora meno sopportabile. Ciò detto, punto e a capo.

Quello che m’interessava sottolineare, di questo libercolo di Fazi, è che è nemmeno malriuscito: è in forma di piccolo diariuzzo, e presenta la vicenda, di per sé ovviamente non molto significativa, di Sechi con la vecchiarda un po’ come la strana coppia, facendone un fatto letterario, o meglio ancora da sit-com, e riprendendo il vizio pietoso della Fallaci stessa di riportare bobinescamente, con mitragliate di vocali e majuscoloni, strepiti, urla & grida, magari infilzati su cespugli di punti esclamativi vale a dire “C’E’ CHE NON CI VEDO PIU’ UN CAZZO, PER LA MADONNA!!!” e “Vaffancuuuuuuuloo!” (ne ricordo uno così, con la uuu lunga più della oo terminale, mormorato sorridendo sulla faccia di un’infermiera che batteva cassa). A me le vecchie che bestemmiano fanno sganasciare, poi fàccino loro.

E così un po’ si gode, questa letturina, che ci mostra una Fallaci perlopiù tappata in casa, per tema di attentati da parte degli Arabi, con questo maledetto cancellino da chiudere tutte le volte a chiave, che mostra il medio, che si fa accompagnare a fare la spesa, che urla vaffanculo, che frega i commessi sul conto, che bestemmia, che si fa accompagnare in ospedale (dove cerca sempre di scappare senza pagare la duecentocinquanta dollari che colaggiù doveva pagare a visita), che invia il Sechi a fare la spesa (qualcuno sa che cos’è il rapino), che gli fa prendere le telefonate, &c. Si aggiunga che i personaggi di contorno sono quanto di meno pittoresco possa immaginarsi: si parla di Mentana (con il quale la Fallaci litiga per una trasmissione televisiva che è stata fatta su di lei sulla Mediaset, in concorrenza con il festival di sanscemo, una cosa che lei assolutamente non avrebbe voluto), di Giuliano Ferrara(1) con quella moglie dal nome poco appetitoso, mi pare Salma Nell’Olio o roba del genere, e poi di Renato Farina, alias l’agente Betulla, quello sfasciacazzi ficcanaso, che telefona spesso (tanto per non farsi mai, ma mai, MAI i cazzaccj suoi) per far sapere alla Fallaci come sta andando tutta la camorra intorno a quel tal professore ***, oncologo, che adesso proporrebbero per il Nobel nonostante abbia sbagliato tutto con il cancro di questa nostra conterranea, la quale — mi sembra di aver capìto — avrebbe voluto fargli pagare il fatto che lei s’è presa il cancro e lei ha continuato a tabaccarci sopra le ottanta, le cento sigherette al dì. Dopo pochi mesi, al ritorno dall’Italia dove aveva fatto una scappata per andare a trovare la madre indisposta, il Sechi è silurato, sia dalla Fallaci che dall’editore. Gli rimangono un Don Chisciotte del 1864, che non so quanto e se valesse, e il ricordo di tante intime cenette con la Fallaci, che pare sia stata una cuoca sopraffina (alleluja, almeno quello).

Ma è uno di quei particolari che rendono tutto sommato amabile il ritratto della ciabattona ormai senescente, rincoglionita e moritura, e in qualche modo anche abbastanza commovente.

Ma soprattutto molto divertente. Da metà libro in poi non ho fatto altro che ridere a crepapelle. C’è per esempio quella scena in cui Sechi dà il braccio alla scorfana, che, involta in metri e metri quadri di visone, cammina con lui per strada, e a un certo punto la semina da qualche parte, che bestemmia in mezzo alla strada; se ce ne fosse stata un’altra dove cadeva dalle scale mi sarei divertito ancora di più, peccato non ci fosse.

Insomma, sono quasi tentato di consigliarlo, sennonché non tutti, probabilmente, avranno il mio senso dell’umorismo.

(1) Di Ferrara la Fallaci conservava in casa la sedia che il notorio giornalista aveva sfondato col culo.

31.

19 Dic

Mi è capitato spesso, nel passato, di ripercorrere velocemente il rotolone del blog (quello vecchio, su splinder) e di chiedermi: come mai in quel periodo, di tre giorni una settimana tre settimane, non ho scritto nulla? Dato che ovviamente queste scorse mi permettono una rapida ricollezione, e che mi ricordo sempre se e quanto stessi male, o mi sentissi sfiduciato, o pieno di odio contro il mondo in quelle circostanze, la domanda parrebbe oziosa. E invece no: ha il suo perché. Come mai nei momenti in cui mi sento peggio disposto verso il mondo non scrivo nulla? Non so se càpita anche ad altri, ma io personalmente passo da periodi in cui riesco a far reggere, dentro di me, un’idea posticcia, del tutto illusoria del mio uditorio, a momenti in cui mi rendo perfettamente conto dell’umanità che lo compone. Ogni tanto il velo, faticosamente tessuto dalla mia, quasi ma evidentemente non del tutto esausta, volontà di illudermi su chi mi ascolta si squarcia, e io rimango come un pazzo che declama versi d’amore piegato su un secchio brulicante di vermi. Questo, più che la smania, la voluttà di armarsi di martello e spaccare teste, mi fa desistere dalla scrittura. Questo post è raro, perché me lo sto scrivendo completamente addosso. Ed è una cosa non facile, e che mi serve esclusivamente per non avere il piccolo rimorso di aver lasciato troppi buchi nel blog, in chissà quale futuro. Dico “chissà quale”, ma siamo nella norma — tutte le volte che cado in questo stato mi sembra che non debba mai finire. Ed è, in fondo, la verità: solo che, appunto, qualche volta mi riesce di illudermi, e altre volte no.

 Qualunque cosa succeda di me nel futuro — ormai immediato futuro, comunque riesca, se riesco, ad organizzarmi — spero di riuscire a nascondermi da qualche parte. Di riuscire a trovare un posto, uno qualunque, in cui sia possibile chiudermi e non essere più costretto a pensare che cosa spaventevole e mostruosa io sia. A concepire pensieri atroci, a coltivare fantasie di sangue.

In questi momenti mi càpita di pensare alle persone che mi trovo davanti come a dei puri e semplici ostacoli, a dello spazio rubato. A entità certamente a me ostili, in potenza o in atto, ma essenzialmente a cattivo materiale, male accozzato e peggio disposto. Sono momenti rincrescevoli, perché non perdo affatto la nozione dell’affetto che porto o ho portato ad altre persone; e mi rendo conto che la mia consapevolezza non è il velo che qualche malattia di mente mi mette davanti agli occhii, ma quello che vedo grazie allo squarcio praticato dalla disillusione in quello stesso velo. In momenti come questi solo ecolalicamente mi definirei uno “che ce l’ha col mondo”. In momenti come questi sono uno che ce l’ha con ben determinate cose e, parallelamente, conserva chiara l’idea delle cose belle e buone che ci sono. Le quali, improvvisamente, gli appajono come luci disperse in un’oscena notte, come fiori spuntati per miracolo in mezzo ai miasmi di un interminato letamajo. Col risultato di risaltare ancora più belle, e più buone. Col risultato di far apparire tutto il resto ancora più imbrobitoso, ancora più fetente, ancora più sconcio.

Sono depresso? Non lo so. Proviamo a vedere. Forse tutti i depressi fanno il mio percorso ma non se ne rendono conto. Io ho una personalità portata al rancore. Questo dipende dalla mia memoria, che molte cose si lascia sfuggire e, ferita da altre, porta impressi marchii indelebili. Considerati questi altri ultimi due anni, la mia capacità di odio e di rancore mi sembra infinita: altre facce, altri nomi, altri fatti si sono aggiunti, e finirò come uno che ho conosciuto, che per non pensare alla morte della madre (a lui è andata così) deve prendere quattro pastiglie diverse per non svegliarsi urlando nel cuore della notte, dopo aver tracannato litrate di vino scadente tutta la giornata. Finirò così? O non continuerò, piuttosto, a incamerare odio, rancore, ricordi squallidi? A dormire bene la notte, quando non ho voglia di camminare pensare leggere scrivere, e ad aggiungere, durante tutte le giornate della mia vita, altri luoghi che non vorrò mai più vedere in vita, altri accenti che non vorrò mai più sentire, altre cose che non vorrò mai più esperire? Mi chiedo se la mia sia depressione o il vero segreto della pazienza: un serbatojo infinito di cose luride da portarsi dietro, con sempre maggior sforzo, fino alla tomba, dove finalmente il peso orribile mi schianterà, e tutto andrà disperso. Ma non mi convince né l’una né l’altra ipotesi.

Ecco, in momenti come questi vedo il mio futuro come un continuo aggiungersi di farfalle nere alla mia già troppo ricca collezione. Fino ad ora non ho fatto altro che accumulare; anni fa ho cominciato a non difendermi più, a rallentare, e adesso eccomi fermo, ormai da due, tre, cinque anni. Non riesco più a muovere un passo. Sono diventato incapace di urlare, a furia di avere dimostrazioni di quello che effettivamente è il mio prossimo: urla chi reclama, chi vuole qualcosa che ha meritato, o riparazione di qualcosa che non ha meritato. Io sicuramente non ho meritato tutto questo. Ma dal mio prossimo non voglio proprio nulla. Tranne che sparisca.

30. Rettifica (per tutti gli ermanni).

15 Dic

Mi rendo conto che adesso dovrei impegnarmi a fondo, prendere per il bavero l’ermanno di turno e sibilargli sul naso, con l’alito più flatulento possibile: “Bastardo, fottuto, rincoglionito, bidone di merda, io ho parlato di soldi, sì, ma il patto si riferiva a quello che avrei detto io e che avreste detto voi da adesso in poi, mi hai capìto?, cornuto, faccia di cazzo». E avrei dovuto infervorarmi, e tornare alla carica, ringhiandogli nuovamente in muso: «… E dove hai letto, gallo di letamajo, qualcosa che facesse solo lontanamente pensare a uno che gira con la cassetta? Eh?! Bastardo… Fottuto… Come dire che parlare di soldi è automaticamente chiederne in giro!» — &c. &c.

Avrei dovuto, anzi: dovrei. So che dovrei — giuro — ma non lo farò. Queste cose non fanno per me.

Stamani ho finito di ritirare la mia roba a s.da Castello. Mi hanno rubato il lettorino ciddì da 9 euri e 90 (euri = soldi, sì), tutti i dischi, mezzo chilo di miscela di caffè, tutta la carta che avevo. Hanno fatto razzia tra i miei libri, alcuni li ho recuperati sparsi per l’ufficio. La robaccia superstite era stata trasferita dall’ufficio al magazzino in un sacco ben chiuso. Segno che sono stati gli operatori a fare questa ridistribuzione.

Sicché sono nauseato e avvilito; avvilito e nauseato; e non so che cosa prevalga tra le due, se la nausea o l’avvilimento. Ho trovato per il rotto della cuffia un posto in cui tenere (per pochi giorni) la mia roba. I probabili (e comunque i soli) testimoni necessarii a rifare la carta d’identità sono spariti. E, sì, non ho un soldo in tasca. E me ne voglio andare. E ho una sommetta da ritirare alla posta, sì, e non posso ritirarla perché non ho il documento d’identità. E, sì, ce l’ho con questa città di merda, cioè con Torino (di merda), e con tutto il Piemonte in genere. E prego, anzi scongiuro tutti i piemontesi, e in particolare i torinesi, che bazzicassero, putacaso, questo posto, di andarsene ad emanare la loro maledetta puzza d’incesto e di rogna da un’altra parte. Anzi, non li scongiuro: glielo intimo. E me ne voglio andare. E non ci riesco ancora, anche se so che scapperò da un momento all’altro lasciando qui tutta la roba, con l’unica soddisfazione di dire a questa città di merda (Torino [di stra-merda]) finalmente ADDIO, non ti rivedrò mai più, città del cazzo, Torino di merda.

A questo pensiero mi sembra già di racconsolarmi tutto: avessi pure più pezze al culo di quante ne ho adesso; avessi tutto gl’Incurabili in collo, l’Incubo sullo stomaco, la fame più nera, la sete più efferata, la sola idea di essere lontano da qui, e di poter cancellare quest’immondezzajo iniquamente denominato “città” dalla mia personale carta geografica mi curerebbe da ogni male, mi libererebbe da ogni catena, mi lenirebbe ogni pena.

Per cui sarò gentile con Ermanno.

E farò come si fa con tutti i mentecatti. Cioè gli do ragione.

E gli dico: Massì, caro il mio omarino, che hai ben ragione.

E riformulerò il patto:

1. Io parlo di tutto il cazzo che mi pare.

2. Voi tutti, Ermanni, del nord, del sud, del centro, continentali e delle isole, ve ne andate a fare in culo.

Ermanno, l’ID ce l’ho, comunque. Ti tornasse la voglia di intervenire su questo blog ti cancello. Quindi non ha nessun senso tornare come Pino, Samuele, Giudacilio, Gianfecondo, fqdyg676 o altro, non credi? Stattene fuori dei marroni. LEVATI.

Io continuerò a scrivere quel CAZZO che mi pare. Quando mi pare. Come mi pare. Perché mi pare. Se mi pare. Dove mi pare (cioè qui).

P.S.: petarda, se non hai un cazzo da dire, stai pure zitta. Non ti obbligo ad intervenire. Sirenetta, te l’ho già detto: bada alla salute. Non vorrei che un giorno di questi un mio post ti facesse venire una sincope. Non portarmi a desiderare l’esatto contrario. Ti prego. (= cioè a dire: “Sirenetta, vale anche per te”).

Buona serata a tutti.

Vado a dormire sulla prima panchina che trovo.

Tanto ho un piumone. Non ho freddo di notte.

E nessuno ha più il diritto di rompermi i coglioni.

Così credo che sia chiaro per tutti. 

Cia’.

d.

29. Ciao a tutti!!!

15 Dic

Ci sono, ci sono.

Sono solo un attimo impegnato su wikipedia, prima di perdere i miei superstiti fiori di erudizione preferisco consegnarli al mondo indegno.

(Un patto.

 Io non giro con la cassetta.

Voi non parlate di soldi.

GRAZIE).

27. Sade.

9 Dic

Non avevo mai letto niente di Sade. Un po’ perché il porno non m’interessa — non quello scritto, cioè, se ci sono le figure è diverso. Ma comunque è una questione di preferenze sessuali. Sicché pensavo di leggerlo, magari integralmente e in francese, con taccuino e lapis accanto, per darne una lettura assolutamente rigorosa, quale può darne uno che non lo legge per scopi ad erigendam virgam — e quindi per dimostrare, implicitamente, che Sade effettivamente non è ad erigendam virgam. Approfittando del prezzo veramente ridicolo (2 euri, ma bello è che ho pagato con 5 e il librajo me ne ha dati 8 di resto!), ho fatto una scelta di mezzo carattere: ho preso l’ultimo vol. delle Opere Complete nella vecchia Newton; il quale ultimo volume contiene opere non pornografiche, ossia i “romanzi storici”, novelloni gotici, quali La marchesa di Gange, Adelaide di Brunswick e Isabella di Baviera. Al momento sono in treno di leggere (con tutto il tempo che ho, soprattutto la sera) il secondo che ho detto, cioè Adelaide di Brunswick, che è diviso in due parti, e la cui prima parte è quasi per intero illeggibile, essendo occupata per il 99% dai più astrusi e atticciati dialoghi tra i cartapesteschi personaggii. Poco più avanti assume addirittura del fiabesco, diventa persin bello quando Adelaide e la fida servente, disperse per la Germania in séguito ad un’ingiusta accusa, sono imprigionate in un castello da certi oscuri vendicatori, che dànno loro una corda da intrecciare e della terra da scavare: possono metterci quanto vogliono, liberissime anzi di metterci mesi; ma la corda servirà a impiccarle, e le fosse a seppellirle. Una cosa che mi sembra molto strana è che a un certo punto l’imperatore Federico, lui pure disperso in incognito per la Germania, a un certo punto incontra un falso commerciante, in realtà un potente astrologo, che lo invita a casa propria per un caffè. Nota bene che il romanzo (breve) comincia con le parole: «Verso la metà dell’XI secolo, epoca della vicenda che stiamo per raccontare…» (187).

Invece ho letto per intero la triste storia di Eufrasia ed Alfonso. Da questa storia, che non ha nulla di sessuale, ed è scritta con una parodia di stile acremente moralistico, si riesce tuttavia a capire un po’ della sostanza del sadismo, credo: dalle vicende di Eufrasia, variamente imprigionata, ingannata, accusata, seviziata, massacrata, avvelenata sembra capirsi che il sadismo sia una capacità di forte empatia nei confronti delle sensazioni e dei sentimenti delle vittime, unitamente ad una capacità abbastanza sconcertante e abbastanza no di godere di questi sentimenti e sensazioni. La storia è ambientata intorno alla metà del Gran Secolo, e origina da un volume di cronache sanguinolente. Assomiglia ad una novella del Giraldi Cinzio un po’ gonfiata.

Il vol. è concluso dagli appunti di S. per un romanzo, questo uno dei violentemente pornografici, non so nemmeno se pervenuto, terminato, pubblicato o no (ribadisco, sono vergine di S.), e anche qui c’è un curioso anacronismo, dovuto però alla traduttrice [Luisa Collodi] (non so che termine abbia impiegato S. nello specifico, forse semplicemente bougre, anche se non credo, perché il bougre è individuatamente il sodomita — per questo sarei portato a escludere anche sodomite, appunto): «Il cardinale de Fleury è omosessuale: fotte soltanto in bocca» (479). “Omosessuale” nasce, dopo aver conteso il passo a neologismi come “omosessuato” & sim., nel 1892.

Sade, Opere complete. La marchesa di Gange. Adelaide di Brunswick. Isabella di Baviera. Tradd. di L. Chiavarelli e L. Collodi, Newton&Compton, Roma nov. 1993(2).

25. Fulvio & Cinzia, séguito.

6 Dic

I casi, in questi casi, sono almeno due:

1. sprofondare. Ma non è affatto una cosa facile. Voglio dire, è molto facile (in questi casi, dico) aver voglia di sprofondare, magari le mille miglia sotto il livello del mare, ma — lo si creda o no — è impossibile riuscirci senza strumentazione adatta, quantomeno un derrick.

2. pensare a tutt’altro.

Per il momento potevo solo sapere quello che stava succedendo alla povera Cinzia. La quale non aveva, nonché un derrick, nemmeno un modesto succhiello grazie al quale, con molto tempo, molta tenacia e molta pazienza, trovare riparo dalla vergogna sotto le assi dell’antico impiantito del “Barone di Liveri”. Quindi posso attestare che non scomparve. Arrossì, è vero, e questo, in un teatro di tradizione, può essere tranquillamente preso con un tentativo di mimetizzazione, dato che l’imbottita delle poltroncine di tradizione è immancabilmente rosso-tradizione (sive il vermiglio terminologicamente inteso). Cinzia si fece proprio di quel colore.

Si noti il curioso paradosso: la vergogna, che nel teatro del mondo svela positivamente l’intimo affanno e il fallo oggettivo, in quel mondo alla rovescia che è il teatro può servire da nascondiglio! Che fa pure rima con vermiglio!! Ma perché divago? E soprattutto, perché sparo queste cazzate, che mi fanno sembrare un marinista ritardato, più che attardato?

Torniamo a bomba.

Ho detto: Cinzia dissimulava, con lo svelarlo, il suo rossore. Ma evidentemente questo non poteva bastarle, poveretta. Il fatto non è tanto che avesse fatto una di quelle che i condizionamenti e la rigidissima educazione conducono due personcine ammodo come me, vale a dire Fulvio, e Cinzia a definire emerite figure di cazzo; il ftto sostanziale è che la stava ancora facendo. Poiché il rossore (il rosso e l’aglio vanno d’accordo in certe ricette popolari per la cura dei malanni meno gravi, segno che non si respingono) non poteva risultare una valida alternativa al gagliardo fortore d’aglio, che, anzi, mi pareva aumentare leggermente.

Dunque, non potendo sprofondare, sottraendosi alla vista e ai commenti ribaldi delle due maledette ciane; non potendo eliminare il fetore d’aglio solo a forza d’afflusso di sangue al viso; non potendo altro, insomma, si rifugiò tra i proprii pensieri. La Palatine, convinta che tutte le creature essendo di dio non possono mancare d’avere un’anima immortale, durante le cacce reali, mentre la rossa pallottola di pelo della volpe anelante s’immergeva nel più folto dei boschi, inseguita dalle mute bramose e dai troppi armati, soleva deviare col suo disimpegno in qualche sentiero sequestrato, e dare udienza ai proprii pensieri. Per non pensare alla rossa volpe. Per non pensare alla paonazza vergogna, che oscurava il vermiglio delle sedute e il Fulvio di me, Cinzia non diede udienza, ma aperse le cateratte ai pensieri.

Glielo chiesi poi, avendola vista, direi abbastanza d’un tratto, tranquillata in viso, e assorta, senza tema d’interferenza, su quale parte della Carta della Memoria il caso o la volontà avesse puntato il dito.

Mi disse:

— Sono tornata a jersera, non so per quale motivo proprio lì. Jersera, verso le 21.00 — [tutto questo, si badi bene, me lo disse durante l’intervallo, mentre masticava alternatamente mentine (costosissime) prese al baretto interno del teatro, rubacchiando rametti di menta piperita al buffè e dandosi, quand’era certa che nessuno la guardasse, robuste sfregacciate alle gengive con lo spazzolino portato] — mi trovavo alla fermata del 123 barrato, nel bel mezzo della piazza di S. Petunio. In quella piazza fanno capolinea molte linee, per cui non è infrequente per me, che quanto a conoscenze non sono al disotto della media nazionale, incontrare persone note, che aspettano l’autobus per dirigersi verso la parte della città in cui abitano.

La sera era straordinariamente dolce, benché di questi giorni, di norma (e anche di rigoletto — e trovatore, e jessonda, e sismano nel mongol), faccia un freddo boja, ovvero à pierre fendre, e io guardavo gli ultimi incerti barbagli di luce che il cielo sereno pareva voler rattenere alla facciaccia della stagione assai avanzata. Com’è, come non è, mentre vagheggio il cielo e aspetto l’autobus, sento con l’angolo dell’orecchio un fruscio abbastanza familiare — una figura abbastanza agile, avrei detto, perché solo uno spicchietto della coda dell’occhio bastava a catturarne la presenza –, mentre con mezza narice distratta coglievo un profumo di dopobarba a base di zibetto e ambra grigia pure non del tutto ignoto.

Prima ancora di realizzare, una voce, questa sì pienamente nota, mi bussa all’intero timpano, entrando non senza una delicata baldanza dal portone principale del padiglione auricolare. Riconosco la voce e mi volto:

“Ciao, Gèch!” saluto, sorridendo.

— Gèch? — ho chiesto io. — Che roba sarebbe?

— Tu adesso non ricordi, — ha detto, pensosa, vuotandosi sùbito dopo l’intera confezione delle mentine in gola, — ma con un piccolo ajutino ci riuscirai.

— Sentiamo — ho detto.

— Prima vammi a prendere qualcosa di rinfrescante.

Impallidii, lo so; e comunque mi si mise a sudare molto, molto abbondantemente il labbro superiore.

— In che cosa posso servirti? — ho chiesto, tutto sommato impavidamente, con un tremito quasi impercettibile nella voce.

Con il senso di colpa che le velava quegli occhi color pelliccetta che amo tanto ha chiesto:

— Un bicchierone di menta. Un pacchetto di Pip’s. Del collutorio, se ne trovi.

Sono tornato in cinque minuti con del filo interdentale e una stringa di liquerizia. Pur storcendo il naso, ha arraffato tutto.

— Dove hai trovato il filo interdentale? — mi ha chiesto, accigliata, cominciando a torturarsi gli incisivi superiori.

— Non divaghiamo — ho esortato, ormai curioso di sapere chi fosse Gèch. — Allora? Chi era questo tuo amico?

— Ah, già. Ricordi un pajo d’anni fa (c’eravamo appena conosciuti), mentre passeggiavamo tra i chiostri della Passeggiata rinascimentale?

— Ah, quello schifo. Sì, mi ricordo.

— Ti ricordi quel ragazzo spaventosamente magro, col banchetto davanti, e quei vecchii tarocchi bisunti?

— Massì! Che disse di chiamarsi Gèch, per l’appunto; e io gli chiesi che nome fosse, e lui: “E’ americhèno. Gèch, no?”, e io non capivo! E poi ho capìto che era Jack, e gli ho chiesto se fosse il suo vero nome, ovvero se fosse americhèno. E lui: “Mannò, io sono di Cefalù, ma i ragazzi mi chiamano Gèch, ovvero Jack, perché traduce in perfetto americhèno il mio nome”. “Ah!”, ho detto. “Ti chiami Giacomo”. “No”, ha risposto. “Mi chiamo Giovanni”.

— Vedi che ti ricordi? — ha esultato Cinzia, inviandomi un postiglione gassoso che mi ha fatto quasi la permanente alle sopracciglia. Barcollato che ho appena un po’ sotto il primo urto, mi sono ripreso. E mi è montato il sangue alla testa. Mi sono accigliato, davvero.

— Lo ricordo, quello stronzo… — ho cominciato a ricostruire. — Noi litigammo duro, quel pomeriggio.

— Fulvio, amore… — mi ha supplicato Cinzia, guardandosi timorosa intorno.

— Se ti senti osservata — ho detto, sovrappensiero, pensando a quello stronzo di Jack, — non è certo per il mio “stronzo”. Pensa al tuo alito, piuttosto!

Le sono venute le lacrime agli occhi, ma ha dissimulato.

Io non mi sono reso conto di nulla, e ho continuato a ricostruire mentalmente quel pomeriggio con Gèch.

— Volevo che ti facesse i tarocchi… Predisse che saresti morta nel giro di cinque anni… Io gli dissi: “Non sei solo un analfabeta, sei pure uno jettatore!”… Per farsi perdonare mi lesse gratuitamente la mano… Previde che sarei stato sterile… Credetti che un risolino gli aleggiasse all’angolo della bocca… Ci pestammo, sì…

Guardai Cinzia:

— Vai avanti.

23. Tortura.

2 Dic

Mi dispiace tanto. Non posso continuare a pensare di creare (belli, ‘sti tre infiniti di fila, neh?) se continuo a mangiare così di merda. A parte il fatto che “noi siamo quello che mangiamo”. In primo luogo, ci sono io che sono complicato: praticamente non sopporto più di fare pasti normali per più di due giorni di fila. Intendiamoci, il regime che posso permettermi di definire “normale” consisterebbe nella parodia di regime borghese costituito da 1. 0 (zero) colazione; 2. pranzo fatto di primo scotto e secondo frollo; 3. cena, delle 17 .30 (nota bene) consistente in panini. Se faccio: 1. 0 (=zero) colazione; 2. pranzo fatto di panini; 3. cena (delle 17.30, nota bene) fatta di panini, allora sto ancora bene. Se faccio un pranzo che tenta di essere normale mi viene il mal di testa. (Questo anche evitando cibi notoriamente rischiosi nelle mense come tutte le cose a base di carne [non mangio carne], o — per esempio — le due uova puzzolenti che hanno dato oggi a s.t’Antonio. Per esempio, il pesto di oggi [con patate e fagiolini, che non so neanche che cazzo ci stessero a fare, nel pesto (marciume da smaltire, sicuramente) mi è rimasto piantato nello stomaco; e questo (e vale la pena di dirlo, perché non è banale, eppure è così vero!) mi fa sentire non solo imbarazzato, non solo infelice, ma anche colpevole]).

Se c’è del companatico in abbondanza, allora evito il pane, perché mi si rimpone. Altrimenti posso mangiare solo pane, con scarso o nullo companatico. Ma non posso ingozzarmi di pane, pasta e companatico, magari con accompagnamento di patate e altri amidi. A casa mangiavo la pasta una volta la settimana. Già il secondo giorno di séguito ero preso dalla tentazione di vomitare preventivamente. I miei sentimenti nei confronti della pasta vanno dalla totale indifferenza (quando mi sia propinata in soberrima misura) all’avversione più profonda (quando mi sia rifilata in misura meno sobria). Il riso delle mense è sempre scotto. Sono ferocemente contrario al riso scotto, alle mense e alle cuoche delle mense, che possano tutte quante cadere e friggere eternamente nelle loro bagnarole d’inferno.

Ma non è, appunto, solo questione di regime. E’ più che altro questione di qualità. Dànno troppi scarti, e mangiare diventa una condanna. Benché siano pagati, ovviamente dal Comune, non acquistano quasi nulla, solo, sporadicamente, quell’indispensabile che manca (pasta, riso, forse pane, e che so io?); per il resto distribuiscono quasi esclusivamente l’invenduto dei supermercati e degli alimentari. Quasi sempre è roba che, se non puzza, ha perso quasi totalmente ogni proprietà nutritiva, e si limita a scivolare nello stomaco, colonizzandolo.

Non è vero che la fame ajuti a buttar giù. Non è esatto. La fame costringe a buttar giù. E non è vero che fa sembrare tutto buono, come agli Ugonotti dispersi nelle selve francesi secondo Aubigné [ma teniamo conto che in quel caso erano radici amare, e appena raccolte — un cibo naturale, austero anzichenò, ma tutt’altro che scadente, eppoi freschissimo. Il mio caso fa pensare, più che altro, alla dieta della cittadinanza di Granada durante l’assedio]. A me, per esempio, la fame acuisce i sensi, riaguzza le papille gustative, trasformandomi le ore del pranzo in sessioni di tortura.

(Ma che ci vai a fare? Cambia città! Varrubbà!! Va a scarica’ ‘e cassette al mercato!!! Va’ a venn’i ggiornal’imbiàzz!!!! Vazzappalaterr’!!!!! Sì, sì, un attimo. Finisco qui e vado).

E tutto questo mi colpisce per la sua profonda ingiustizia. Non sono mai tanto devastato dall’odio come quando esco da una mensa.

22. Bad moods (per dir così).

2 Dic

E’ un momento terrificante. Devo averlo già scritto anche in una mail. Non sono taciturno, è che oggi, adesso, mi spaventa scrivere e parlare. Tutte le parole mi sembrano quelle del peggiore dei romanzi di Angela Ravetta (che non c’entra con Gerolamo Rovetta, nemmeno alla lontana) — macinarle, per iscritto o a voce, è per me come inghiottire lentamente del filo spinato. Non so se rendo l’idea.

Dovesse passarmi in giornata (ma rimangono tutti gli altri motivi per sentirmi di merda), torno, e aggiungo alla già ragguardevole filza un’ulteriore cazzata, per la vostra gioja, e anche la mia.

 Cia’.

d.

21. Fulvio e Cinzia. (Incipit).

30 Nov

E’ l’incipit di un racconto che ho cominciato a scrivere jersera davanti al Carignano (dove veramente stanno dando il Tito Andronico [ma non so in che lingua (non ha importanza, in questo caso)]). Non so se andrà avanti.

Questa sera io, che mi chiamo Fulvio, e Cinzia, la mia ragazza, siamo andati a teatro.

Davano un dramma, o tragedia, di William Shakespeare, al titolo Titus Andronicus, che in italiano sarebbe Tito Andronico, come ricordo dalle copertine dei libri, ma dal momento che per un’iniziativa del Comune la recita si dava nell’originale inglese, il titolo del dramma era in latino.

Ci siamo dati appuntamento, io e Cinzia, la mia ragazza, in piazza ***, per le 20.30. Siamo arrivati contemporaneamente alle 20.05, probabilmente perché temevamo entrambi di arrivare in ritardo. Ma questa è solo una mia supposizione, perché non ce lo siamo chiesti. Lei era molto bella, colla nuova montatura degli occhiali (rosa), i capelli castani ravviati all’indietro e un cappotto lungo scuro. Lei mi ha detto che ero molto bello, pure, ma me lo ha detto a voce talmente bassa che potrei sbagliarmi.

Dal momento che mancava ancora un’ora e venticinque all’inizio dello spettacolo, siamo andati da Brunch a prendere qualcosa da mangiare. Davanti alla vetrina, mentre esaminavamo i prezzi, ci siamo chiesti all’unisono:

— Hai molta fame?

Non ci siamo nemmeno risposti, e siamo entrati. Abbiamo preso un caffè lungo, giusta la durata della tragedia nella peggiore delle ipotesi, e una fetta di torta salata a testa. La mia si chiamava “Mediterranea”, e comprendeva pasta di olive nere, spicchii di pomodori ciliegini, basilico e pecorino sardo. La sua si chiamava “Marittima”, e comprendeva sardelle, cozze e asparagi. Ma mentre il mio trancio di torta salata teneva esatta fede a quanto dichiarato sul cartellino in esposizione, quello di Cinzia, inopinatamente, era anche pieno d’aglio.

— E’ piena di aglio — ha detto, infatti, dopo averne staccato un boccone, e mi ha porto il resto, incoraggiante: — La vuoi finire tu?

— Oh no — ho detto, — avrai fame, durante lo spettacolo.

L’ha finita lei, molto lentamente. Prima di uscire ha voluto anche un bicchier d’acqua.

Alle 20.40 eravamo nuovamente davanti al teatro. Ci siamo messi su una panchina poco discosto per ammazzare il tempo. Mi sono acceso una Camel light. Cinzia me ne ha chiesta una, poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Solitamente fuma pochissimo.

— E’ solo per mandare via questa fottuta puzza d’aglio — si è giustificata.

Le ho fatto una proposta:

— Vuoi che ti baci, così verifico quanto si sente?

Con aria un po’ colpevole ha assentito. Aveva ragione: era veramente disgustoso.

— … Responso? — ha chiesto, speranzosa.

In quel momento è suonata la campanella che segna l’inizio. Un numero imprecisato di coppie mature e di anziane signore dall’acconciatura rigida ha cominciato a sciamare nell’interno illuminato, attraverso la porta di legno.

— Andiamo — le ho detto. — Sta per cominciare.

Mi piace molto l’atmosfera ovattata e brillante di questo teatro, il “Barone di Liveri”, uno dei più antichi della nostra città. Quanto al pubblico, guardo sempre le coppie sposate in abito da sera, simili a quello che saremo io e Cinzia tra qualche anno, se tutto va secondo i nostri desiderii.

Mentre aspettavamo di porgere il biglietto alla maschera in guanti bianchi nell’atrio, ho avuto l’impressione che una signora anziana, dall’acconciatura scolpita, si voltasse a guardare Cinzia con espressione difficile da definire. A giudicare dall’espressione di Cinzia, deve avere avuto la stessa impressione anche lei. Ma le impressioni contano poco.

Ci siamo seduti ai nostri posti (platea, secondo settore), proprio dietro due signore, una giovane e una anziana, a giudicare dal colore delle acconciature, presumibilmente madre e figlia. Pochi secondi dopo che ci siamo seduti, le due signore si sono voltate l’una verso l’altra, scambiandosi uno sguardo allarmato. La vecchia ha detto, in un sussurro molto udibile:

— Porca puttana, che puzza d’aglio.

(…)

15.

21 Nov

15. Dimenticavo, l’ultima volta, di dire che anche il lunedì sono piuttosto limitato con la connessione — poco importa, sto già scrivendo sin troppo. Dopo la proposta di db ho cominciato a cercare un po’ di cose su Rovetta, Gerolamo Rovetta (Brescia 1851-Milano 1910), narratore (Mater dolorosa, La baraonda, Le lacrime degli altri o I Barbarò e drammaturgo (La trilogia di Dorina, Romanticismo) assai noto, e assai letto e rappresentato, poi caduto o quasi nell’oblio a causa dei motivi che tutti i lessici che contemplano una voce a lui dedicata (tutti o quasi, cioè; ma mi si permetta di fare un po’ scandalizzato riferimento all’enciclopediuzza di letteratura italiana della Oxford, che riporta, del Rovetta, una voce estesa il triplo rispetto a quella dedicata al povero Settembrini — non sono andato a cercare col lanternino, il fatto è che aprendola sono capitato su quest’ultimo, sicché m’è venuto spontaneo fare il paragone) riportano: sciatteria di stile, scarso o nullo spessore psicologico dei personaggi, irresolutezza tra verismo e tardoromanticismo borghese. Insomma, una di quelle personalità che, a leggerne su qualche enciclopedia, appajono (quanto meno) assai poco attraenti. Poi, ovviamente, bisogna vedere di che si tratta, leggere, informarsi, documentarsi. In mancanza di meglio da fare, si può fare anche questo. Cioè leggere il Rovetta.

 Nel frattempo, stavo seguendo una conversazione abbastanza appassionata (cioè, fino a un certo punto), con tal Cesari, che si è occupato della voce dedicata alla Callas su wikipedia. Voce che a me personalmente faceva (lo dirò) un pochino male, primo per gli errori (il figlio segreto della Callas, mai esistito; il fatto che la Callas sia stata una pianista a un certo punto convertita al canto; &c.), secondo per un tono abbastanza mondano-galante piuttosto pirla. Insomma, a differenza della voce dedicata — per esempio — alla Sutherland si trattava di una voce leggermente indecorosa, un po’ da rotocalco. Eppure il Cesari s’intende di musica. Eppure ha pensato che a cercare la Callas vengano solo persone interessate al ‘personaggio’, evidentemente, piuttosto che a conoscere quello che ha fatto e cantato, e il significato della sua arte, e quant’altro. Su tutto questo c’erano solo alcune sparse notazioni sui limiti della sua vocalità (un must degli estensori di voci musicali quando si dedicano alla Callas). Dopo che sono intervenuto (pensando, ingenuo me, che la voce fosse ormai storia antica per i primi estensori), rilevando peraltro come la C. abbia riesumato (come si diceva) alcuni titoli divenuti rari proponendo nuove chiavi interpretative, ma soprattutto riportando in vita un estetica, un gusto distrutti, è apparsa una notazione dal tono secondo me piuttosto offensivo circa il fatto che tali opere non erano affrontate con consapevolezza filologica, che operava tagli (!!! quelli erano i direttori d’orchestra, semmai; e facevano, in taluni casi, anche bene) e che modificava la linea vocale. Come dire: grande cantante; ha riesumato (per esempio) Armida Anna Bolena Macbeth Il Pirata, peccato che cantasse tutt’altro da quello che era scritto.

In semi-privato (in realtà su wikipedia anche i messaggi privati appajono in pubblico) l’ho pregato jeri di esprimere le cose in maniera un po’ diversa, o chiunque passi penserà che la C. s’inventava di pianta quello che cantava. Oggi mi ritrovo la risposta, lunga e articolata, nella quale mi spiega che 1. sicuramente m’intendo più del personaggio C. che della musicista (sicuramente, ma non sono stato io a sostenere che era un’ex-pianista lanciata alla cacchio di cane nel mondo della lirica); 2. che non era del tipo di soprano drammatico d’agilità (Pasta, Malibran) dell’Ottocento (arcisicuro, ma che “tipo” erano la Pasta, la Malibran, le Grisi, le Falcon e dieci altre somme interpreti, che erano fatte ognuna alla sua maniera, e che facevano, soprattutto, quel che loro pareva delle partiture, spesso alla facciaccia degli stessi compositori, che per loro, espressamente, le avevano concepite e create?); che le opere più rare interpretate dalla C. hanno fatto colpo al momento soprattutto perché stava bene in scena, ma poi sono ripiombate nell’oblio. Che io sapessi è precisa responsabilità della C. se quella vecchia ciofeca (e senza tagli, tre ore e mezzo di musica, più gli intervalli…) dell’Anna Bolena è più rappresentata di quello che merita. E comunque sue riesumazioni come Macbeth o Ifigenia in Tauride o Il Pirata non mi sembrano nuovamente uscite di repertorio, ammenoché qualcuno non l’abbia deciso stamani, o jersera. Dice, codesto Cesari: invece le opere rossiniane sono entrate tutte nel repertorio, grazie alla maggior consapevolezza storico-filologica che c’è adesso. Ci sono tutte, infatti, anche quelle che meriterebbero abbondantemente di dormire il sonno eterno di quelle tombe che sono i più remoti scaffali di qualche biblioteca musicale, nel repertorio, sì, ma dei festival rossiniani, a partire da quello di Pesaro. Ma non mi risulta che Sigismondo o Torvaldo e Dorliska siano rientrate stabilmente nei repertorii. Credo, oso dire, che sia completamente impossibile, perché non esiste pubblico al mondo che avrebbe piacere a riascoltarle così spesso. Si tratta di opere che valgono poco, comparativamente alle opere più riuscite, e di Rossini e no. E poi, curiosamente, le sole opere riesumate dalla C. che non hanno avuto una fortuna in ogni contesto, ma sono state a loro volta oggetto delle dotte cure degli specialisti filologi, sono stati proprio i due titoli rossiniani, Armida e Il turco in Italia.

L’opera è nata per i cantanti, e per essere interpretata e ricevere vita dall’interpretazione dei cantanti, non dai filologi. L’esatta lezione di un testo può essere ridata solo a livello di partitura. A livello di esecuzione si può solo creare qualcosa di nuovo. La gran parte delle orchestre d’Italia era piuttosto scassata, all’epoca, e i cantanti potevano cantare anche in maniera oscena. Tutte le opere del protoromanticismo (Bellini, Donizetti &c.) ci sono arrivate in molteplici versioni, ognuna rispondente alle esigenze di diversi esecutori. Ne consegue che se uno vuole farsi un’idea di quella che era l’intenzione del compositore a prescindere dall’esecuzione a cui l’opera andava incontro, se la deve inventare, perché logicamente non è mai esistita. L’opera nasce da una serie di rapporti dialettici, tra compositore e librettista, compositore e cantante, cantante e librettista — e tra tutti costoro e il pubblico che via via decretava maggiori o minori successi. Non può esserci vera filologia che non consideri questo fatto.

(…)

14. Per l’esattezza.

18 Nov

14. Cara Nunzia, jersera ho fatto la cernita puntuale del contenuto dello scatolo che mi hai inviato. Ho approfittato di un momento di requie, in cui nell’ufficio [cioè nell’ufficio degli operatori, chiaramente. E’ la prima stanza sulla sinistra, appena entrati] non c’era nessuno. Ovviamente appena ho cominciato a tirar fuori le cose uno mi è saltato addosso, e voleva dei calzini, delle scarpe, un po’ dei miei biscotti. Dato che le regole sono regole, e che lui non mi ha mai fatto alcun regalo, giustamente non gli ho dato un cazzo. E poi è una cosa così cafonesca dar via i regali! Quanto allo scatolo, era tuttora sigillato, e non ho osservato segni di violazione. Il nastro adesivo era integro, e così la scatola nel suo complesso.

Quello che vi ho trovato è questo:

  1. 1 grosso sacco di plastica bianca
  2. 6 paja di calzini pesanti lunghi
  3. 1 pajo di guanti
  4. 1 berretta
  5. alcuni fogli bianchi tenuti insieme da 1 molletta metallica nera
  6. 2 evidenziatori azzurri
  7. 1 sciarpa righe marrone, nero, crema, verde
  8. 1 giacca a vento di autentico piumino d’oca (c’è scritto dentro) nera
  9. 8 biro Bic cristal medium gel
  10. 4 confezioni di wafer: 2 al latte; 2 al cacao
  11. 1 confezione di “Millefoglie d’Italia”
  12. «Viaggio americano» di Fernanda Pivano.
  13. «Il mistero di Edwin Drood» di Charles Dickens che, insieme con una confezione di wafer, mi ha fatto compagnia, finché non ho ceduto al sonno, questa notte.

Spero proprio che sia tutto, anche se non riesco ad immaginare che cos’avresti potuto metterci, ancora. Hai avuto delle idee veramente brillanti, non occorre dirlo, e io non posso fare a meno di ringraziarti. Ricordo che già mi dicesti, in altra occasione, che sentivi di aver avuto qualcosa da me. Be’, grazie anche di questo. Benché possa capire fino a un certo punto. Soprattutto adesso.

Insomma, starò al caldo.

Non so che cos’altro dire. Mi ci vorrebbe la penna di Guez di Balzacco, che in cinquanta righe e con un periodo solo, ben concinnato, faceva un’enciclopedia della retorica per ringraziare del dono d’un pajo di guanti. Io che, oltre ai guanti, ho ricevuto anche sciarpa, giacco e berretta quante pagine dovrei metterci? Diventerei falso e sbrodoloso. Ma a parte tutto, Nu’, confòrtati: nessuno ha sottratto nulla. Per ora. Per il futuro ci starò attento io, ovviamente. Intanto è tutto nella zona degli operatori, col mio nome sopra. Sì, devo dirlo: da una parte mi fa molto piacere e me ne sento tutto riconsolato; dall’altra sono preoccupato, perché sono cose fin troppo belle (per me comunque; ma anche in sé, dico) sparendomi qualcosa ci rimarrei veramente male, soprattutto pensando che è stato un gesto affettuoso. Ma ci starò attento.

Non sono molto collegato con la testa, e chiedo scusa, ma stanotte non ho dormito quasi niente. Un nugolo di fosfeni mi balla istericamente la quadriglia davanti agli occhi. Ho proprio sonno.

Per giunta stanotte ha cominciato a piovere.

E da voi com’è?

(Buona domenica a tutti — cioè: ci vediamo lunedì).

d.

13. Secondo arrivo. La sceneggiata.

17 Nov

13. E’ quello di Nunzia. Nunzia, ho ritirato tutto stamattina (come ti dico anche nel commento sotto), e ho dato appena uno sguardo: stasera ispezionerò il pacco con cura e saprò dire di più.

********************

Premetto che per il personaggio non avevo nessuna simpatia, nel senso che artisticamente non mi diceva assolutamente nulla. L’ho visto solo un pajo di volte per tivvù e quello che faceva mi sembrava assolutamente insulso. Quindi è in questo senso che non avevo nessuna simpatia per lui. Non nel senso che provavo qualcosa di più profondo nei suoi confronti. Nulla di ideologico.

Mario Merola (1934-2006) fu l’incontrastato re della sceneggiata. Sembra un titolo meritevole di considerazione e rispetto, e invece no. Era il re della sceneggiata perché quando aveva cominciato a frequentare, come sapeva e poteva, il genere, la sceneggiata era ormai cadavere da sei lustri. Lo so perché ho fatto ricerche (né lunghe né esaustive né profonde), il risultato ora si concretizza in qualche integrazione alla puntuale voce sceneggiata su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Sceneggiata) e in qualche dato di riflessione acquisito — poca roba.

La sceneggiata, in sintesi, è morta negli anni Quaranta. La sua nascita non è né antica né nobile. E’ solo di una generazione più vecchia della prole di Guaglione I e di Pacchiana (il mastino napolitano) e di qualche Festival della canzone, Vierno e altri prodotti pseudotradizionali. Nasce nel 1918 come dramma sceneggiato intorno ad una canzone di successo. E’ espressione di quartiere, nemmeno cittadina. E’ espressione della periferia, non del centro della città. Ci sono stati ‘poeti di compagnia’ (così si chiamavano), come Oscar Di Majo il Vecchio, a quanto dice un lessico che ho consultato (quello fondato da Silvio D’Amico) che sono stati validissimi drammaturghi, a prescindere dal fatto che si occupassero di un genere così vile, e che hanno avuto la sfortuna, proprio perché si sono occupati di un genere così vile, di essere notissimi nel quartiere e totalmente sconosciuti appena fuori. Ciò che è molto triste. Quando Mario Merola cominciò ad occuparsi della sceneggiata, nei primi anni Settanta, solo un teatro in tutta Napoli teneva desta la tradizione. Merola ha portato la sceneggiata nei teatri del centro di Napoli, tentando di nobilitare l’intrinsecamente ignobile, dotandosi di compagnie di canto importanti. La sceneggiata ha un casting identico a quello dell’opera seria: tre personaggi principali (il tenore, la primadonna, il vilain — isso, issa e ‘o malamente) e tre personaggi secondarj, spesso vincolati parentalmente a qualcuno dei tre. Una delle tre parti secondarie è comica, come nel melodramma del primo barocco.

La sua ambientazione è tra la gente cosiddetta umile, vale a dire in quegli ambienti in cui c’è un’osculazione continua tra il piano dell’onesto sacrificio e quello della più sfasciata delinquenza. Una sceneggiata più famosa di altre si intitola Guapparia. La guapparia è uno stile di vita e un codice di comportamento. Confina, come tutte le cose illegali nella Campania felice, con la camorra. Ricordo molto vagamente che Merola fu puntualmente incriminato per una questione di soldi che coinvolgeva anche la camorra. Non so che cosa sia risultato al processo e francamente non credo che sia molto importante. Non penso fosse un uomo malvagio e un delinquente, e questa è una cosa che nessuno può sostenere, salvo sorprese, sul suo conto. Per quanto riguarda la sua figura pubblica, è stato una delle voci di una Napoli sicuramente immemore delle sue vere radici e bisognosa di sentirsi parte di una tradizione. Come sentirsi americani all’ombra del Partenone, insomma, o giù di lì. Eppure Napoli ha attraversato anche questo.

Eppure io ci trovo solo molto di malinconico, ma niente di immorale. Il complesso d’inferiorità culturale genera anche queste deviazioni. Ma non è stata la peggiore, né la più brutta, anche esteticamente. Merola era semplicemente un pessimo attore e un cantante inesistente. Mancava della minima disinvoltura, era impacciato come un contadino inurbato, non aveva autentica personalità. Si è prestato a fare da simbolo vivente di una napoletanità di infima categoria, addirittura esibita nella sua inconsistenza, e la gente che si vuol male e si riconosce in un’immagine superficiale e sciocca di sé lo ha seguìto, anche per dargli l’estremo addio. In tutto questo, ripeto, ci trovo molto di degradante, ma nulla di moralmente al disotto del semplicemente umano. Ciò che è certo è che Napoli ha salutato in Merola il cantore dei cialtroni, delle vite sprecate, uno che si serviva di un mezzo modesto e opaco, per giunta superato da un pezzo e fatto artatamente (ma con poca arte) rivivere per un periodo anche troppo lungo. Non un camorrista, non un delinquente, non un malvagio. Un cantante-attore di mezza tacca, un artista fallito e insieme di successo.

Stupisce e dispiace, a me, leggere sui giornali (e tralascio, poiché non faccio lo psichiatra, le sfuriate della “Padania”, insulsamente riportate dalla stampa nazionale e teoricamente seria) delle contestazioni a Rosa Russo Jervolino, che ha invocato una rinascita della sceneggiata. Con tutto quello che ha il teatro napolitano, la sceneggiata, quest’ultima nata abbondantemente bastarda e sicuramente molto puttana, è l’ultima ad avere il diritto a speciali cure. Probabilmente la Jervolino quando ha fatto la sua invocazione, non sapeva esattamente, come non sapevo io, a che poca e povera cosa si riduca la sceneggiata “storica”.

Il suo è stato un errore estetico, stilistico, storico. Non morale, non politico. La sceneggiata riguarda la guapparia. E perché no? Se tutto il male della sceneggiata consiste nel fatto che si occupa di personaggi moralmente discutibili, e in nient’altro, si deve vietare anche l’Edipo re, dato che l’incesto è disgustoso, e la legge lo persegue quando dà pubblico scandalo; e certo la Medea di Euripide merita di essere bandita dalle scene, perché l’infanticidio non è gesto degno delle brave persone che tutti siamo. Il teatro, anche nelle sue varianti meno pregevoli, deve rappresentare le passioni. Una certa scuola di pensiero, influente soprattutto nello scorso secolo, ha posto l’accento sulle classi disagiate, sulla malavita, sul terzo mondo poiché la borghesia, in tutti i suoi strati, era diventata troppo blasée per esprimere grandi passioni. La sceneggiata, nel suo piccolo, magari con qualcosa di fin troppo acquiescente per il moralmente discutibile e il legalmente perseguibile, ha fatto lo stesso. Ci si può non riconoscere più in quell’universo estetico, lo si può giudicare peggio che si può, esteticamente. Ma non si può metterlo alla sbarra. E, soprattutto, bisogna rimanere disponibili a conoscerlo — persino quel bistrattato (e bistrattabile) genere, come dà il sospetto qualche nome sbiadito colto a caso su qualche lessico, potrebbe riservare qualche sorpresa.

12. Primo arrivo.

16 Nov

12. Il primo pacco pervenutomi per posta è quello di …ella. Sono andato jersera a ritirarlo in v. Carrera. Parlerò solo di metà del dono (dell’altra metà no, ma il perché dobbiamo saperlo solo io ed ….ella).

Il suo regalo mi permette anche di soddisfare una mia curiosità, quella per gli audiolibri, esperienza che mi mancava. Mi chiedevo (anche sul suo blog, con qualche espansione retorica di troppo, ma siamo sempre nella media) come fossero letti i libri negli audiolibri, se (sintetizzando da quanto dissi allora) si sentissero anche ululare del vento, porte sbattute e sciacquoni, ovvero se i dialoghi fossero letti a due, tre, dieci voci, e se, insomma, l’audiolibro si differenziasse, e in qual misura, da una recita.

La differenza c’è, e si sente. Mi affretto a precisare che non ci sono né effetti speciali né rumori e rumorini di scena; le voci che ho sentito (tre in tutto, ognuna per una lettura, ogni lettura un testo diverso) leggono con espressione, ma è pur sempre una lettura, della recita non c’è praticamente nulla — o appena così, un’ombreggiatura.

Il libro, o audiolibro, è bellissimo: Edgar Allan Poe, Tre passi nel delirio, vale a dire un’antologiuzza di tre racconti, ognuno dedicato ad un’ossessione particolare, quali 1. Berenice; 2. Il gatto nero; 3. Il rumore del cuore.

Racconti che sono stati letti da generazioni, anche di italiani, come espressioni delle personali ossessioni dell’autore. Cosa vera, cosa falsissima. Non so se esistano, o se siano addirittura concepibili, racconti in cui l’aspetto patologico, autobiografico, persino satirico-grottesco si intreccino, si sovrappongano, si equilibrino a vicenda, impedendo nella maniera più assoluta qualunque univocità di interpretazione, anche a volerla riferire a questa o quella frase, questa o quella scelta lessicale. Non solo non si tratta di racconti interamente tragici, ma sono persino, anche costantemente, venati di una sorta di comicità. Ne esce il grottesco, alla sua massima espressione. Il primo lettore ha un accento emiliano-romagnolo abbastanza individuato (non so i nomi dei lettori); più equilibrata la dizione del secondo, che credo venga da un’area un po’ più meridionale (Marche? sparo un po’ alla cacchio), voce un pochino sgranata ma nel complesso abbastanza autorevole. Il terzo ha una voce pochissimo autorevole, e intenzionalmente/preterintenzionalmente farfugliante. Ecco, vedete? Ho sviluppato anch’io delle ossessioni poeiane (si dirà così? delle ossessioni pojane mi sembrano troppo ornitologiche, e poi trattandosi di Poe sarebbero più indicate delle ossessioni corvine), con esiti altrettanto nero-umoristici. Le ossessioni sono i denti di Berenice, il gatto cecato e poi inavvertitamente murato con il cadavere della moglie (del narratore, chiaramente; non inteso come “Poe”, ma come “colui che s’immagina narri” la storia) e l’occhio azzurro del vecchiaccio. Per esempio, l’ossesso de Il gatto nero a un certo punto si fa la spia da solo, fantozzianamente, e questa è una cosa che un po’ strappa un sorriso: vuole dimostrare la solidità delle domestiche mura ad alcuni poliziotti che lo sospettano dell’omicidio della moglie, e ci mena sopra alcuni colpi di mazza, destando il gatto murato all’interno insieme al cadavere della moglie. Non bisogna credere che sia sprovvedutezza da parte di Poe, o che siano eccessi romantici, o documenti dei difetti di gusto di un’età rivolta. Quando i romantici ci fanno sorridere è perché ci vogliono far sorridere. Ed è proprio quando sorridiamo che sentiamo ancora più violento, ingiustificato l’orrore. Ho ascoltato la Berenice già jersera, mentre camminavo, nel bujo. L’introduzione del “Non partì” della Norma, con quella frase dei tromboni dietro a cui Wagner anfanerà a secco per decenni, mi era rimasta curiosamente impressa, e mi riecheggiava nella mente, a dispetto del sobrio accompagnamento musicale previsto dall’audiolibro. Poe e Bellini starebbero bene in un libro a loro dedicato: dal titolo Poe e Bellini, proprio. Anzi, quasi mi stupisco che qualcuno non ci abbia già pensato. Ma forse nessuno ha mai provato ad ascoltare l’audiolibro di Berenice con in testa la Norma. Una lacuna importante, che mi posso, allora, vantare di aver colmato jersera. (Ma si può anche leggere Poe con un disco della Norma a mo’ di accompagnamento e colonna sonora. O, con un po’ più d’impegno tecnico, sovrapporre le tracce dell’audiolibro con le note dell’opera. Oppure, con un impegno tecnico ancora superiore, fare un film di Berenice con la colonna sonora tratta dalla Norma. O comporre una Berenice pasticciando le musiche della Norma. O rappresentare una Norma adattandovi le parole della Berenice. Come mi ha detto di recente uno che non ricordo, “Euh” (ha detto), “ce ne sono cose che si possono fare”. Anche cazzate, beninteso, e pure belle grosse).

Ma tornando a bomba.

E’ proprio nell’impossibilità di stabilire dove finisca l’orrore e dove comincii il riso che queste pagine apparentemente ingiallite, in realtà a prova di millennio, riescono a trabalzare in una dimensione assoluta, cosmica. E’ a quel punto che si ha la sensazione forse più esatta: quella del timor panico, indefinito e indescrivibile. Quello che in letteratura è l’ironia (romantica) in musica è la melodia infinita. E’ chiaro che date queste premesse non sarà mai possibile un audiolibro perfetto: quale sarebbe la lettura ‘esatta’ di testi del genere, da parte del volenteroso lettore? 

Eppure sono felice di dire che avevo torto, e che aveva ragione ….ella (che chiaramente ringrazio — anche per le batterie, non devo dimenticarlo, che mi consentono di ascoltare l’audiolibro che mi ha inviato… E questa non è una cosa secondaria): l’audiolibro si può ascoltare facendo finta di star leggendo. Come ho fatto io jersera. Io, per esempio, amo camminare con il naso immerso in qualche libro, ma la sera, con la scarsa illuminazione che c’è a Mirafiori e il frescolino che intorpidisce le braccia, è poco agevole. L’audiolibro è un po’ una di quelle finezze che si usavano i signori intellettuali quattro secoli fa, che si facevano leggere le novità durante la vestizione, o prima di montare in carrozza — all’epoca ci pensava la servitù. A parte il fatto che questi racconti in particolare sono letti con garbo, l’importante è che il messaggio arrivi, forte e chiaro. Non sostituisce il libro ma è un supporto validissimo, soprattutto in determinate circostanze. Una scoperta che parrà (a taluni) un po’ dell’acqua calda, ma non è.

(E grazie ancora a ….ella!).

11.

15 Nov

11. E’ assolutamente necessario che torni a postare qualcosa: sono passati giorni, giorni e giorni: comparativamente, fuori rete, ho scritto l’enciclopedia Britannica, o quella pittoresca enciclopedia cinese in 10.000 voll., o gli Atti del parlamento, sempre britannico, che secondo il Guinness sono costati la vita a tante e tante capre indiane. Poveracce.

Il fatto è che nel frattempo (qualcuno, ma forse non la persona giusta, è stato avvertito) è effettivamente arrivato un pacco a v. Carrera. Attualmente non dormo lì, sicché è molto difficile, per me, recuperarlo se non c’è qualcuno, durante il giorno, in struttura — ma non voglio annojare nessuno (cioè, sì, voglio, ma non con questo tipo di argomenti). Dico solo che mi è stato descritto come un pacchetto piccolo, ossia poco voluminoso, pare senza mittente. Qualcuno lo riconosce? Anche in caso contrario, sia ringraziato per il pensiero che ha avuto per me. Nel frattempo ho la certezza che abbia spedito solo Antonella (suppongo si chiami così, dato che è responsabile delle antonellate); Nunzia potrebbe averlo già fatto. Dario sicuramente non l’ha fatto, per quanto il pacco sia pronto (vide i commenti un po’ più sotto) e aspetti solo di essere spedito. In camera caritatis mi ha chiesto se la buca di v. Carrera sia più o meno capace, intendendo ovviamente sapere se poteva spedirmi uno o più (molti più?) libri. Io mi sono affrettato, in maniera veramente leccacula e stronza, a dissimulare la mia naturale avidità sotto la coperta sdrucita di miei putativi sensi di colpa (nel caso in cui mi arrivasse più di quello che merito). In realtà, dopo due anni di cazzeggio, nonostante la colpa sia tutta mia, non la sento più, posso giurare anche per quanto riguarda preconscio, inconscio e subconscio; non solo, ho sviluppato un’infingardaggine vomitevole, che mi porta ad arraffare tutto quello che mi è porto, di buona- o — persino — malavoglia, e spero ardentemente che Dario mi spedisca la biblioteca di Alessandria, spero non in compendio.

Questo per dire che specie di stronzonaccio sono.

 Ma lasciamo correre. Piuttosto, in questi giorni ho avuto una nuova avventuretta (che mi sarei risparmiato volentieri) con i libri che da mesi (o da circa un anno) devo restituire a ben quattro biblioteche: dopo che sono stati dispersi (per colpa, essenzialmente, degli operatori) per i magazzini di tutta Torino, ero riuscito a faticosamente radunarli tutti quando, a quel che pareva, sono scomparsi nuovamente. Li ho ritrovati. Dentro c’erano anche un disco di Max Gazzè (quello con sù “Poeta minore”, che mi piaceva — ma sono un ascoltatore pigerrimo, non mi càpita mai di andare a cercare musica pop — praticamente è l’unica canzonetta che possa dire di aver mai ascoltato da capo a fondo in vita mia) e il Don Pasquale, piuttosto bruttino, diretto da Muti, con la Freni, il vecchio Bruscantini. (Ero abituato a quello con la Sciutti, Corena, Oncina, Krause diretti da Kertész: che infatti resta il migliore). Dopo la Semiramide di Meyerbeer, che era diretta da Bonynge ma cantata da una serie di perfetti sconosciuti (perfetti sconosciuti prima e perfetti sconosciuti a tutt’oggi, nel senso che non ricordo nemmeno un nome), tutti in condizioni vocali assai deprimenti, m’è venuta voglia [diciamo così, ma è understatement ed è anche un po’ depistante — diciamo che ho sentito la necessità] di ascoltare qualcuno che cantasse veramente, cioè un po’ di quelle voci che non hanno un legato reminiscente l’autostrada del sole e una colonna del fiato simile alla torre babilonica dopo il fulmine, la diversificazione delle lingue, la dispersione e la sommersione sotto milioni di tonnellate di sabbia. Ho pensato così di colmare una mia lacuna, e mi sono ascoltato la Norma con la Callas. Conosco già diverse Norme della Callas, compresa quella con Del Monaco e la vecchia Stignani, dell’estate del ’55, diretti da Serafin (un’esecuzione radiofonica, a metà strada tra la registrazione in studio e il live). Ma non conoscevo, se non limitatamente (credo) al duetto Norma-Pollione, e anche quello solo un pezzo, la Norma d’apertura di stagione (07/12) dello stesso anno, con la Callas, appunto, di nuovo Del Monaco e, al posto della malinconica Stignani, la Simionato. Non mi dilungo perché in qualche modo sento che l’argomento mi annoja (come argomento: la musica, credo, è fatta per essere ascoltata. O per essere letta, beato chi ci riesce. Federico Maria Sardelli, prefacendo un’opera sulla produzione flautistica di Vivaldi [Olschki], ha detto di non aver messo nella trattazione nessuna descrizione della musica, ma solo esempj musicali [cioè quelle palline bianche e nere sopra o tra le 5 righe orizzontali], per evitare 1. un eccessivo esborso, inflazionando inopinatamente il numero delle pagine; 2. la noja che prende il lettore, specialista o no, quando si trova davanti a delle descrizioni [di qualcosa che non è fatto per essere descritto, si suppone, ma solo ascoltato]). Cioè, è un momento importante dell’arte del secolo scorso, e forse ci sarebbero milioni di cose da dire, ma in fondo è meglio tacerne. (Forse parlarne porta male?). Quello che ho fatto, poi, è stato anche tornare sulla voce “Maria Callas” di wikipedia, che è oscena, l’avevo vista a suo tempo; è piena zeppa di errori. Ma non essendo uno ‘stub’ (“abbozzo”) e non essendo segnalata come voce da ‘ajutare’ né altro, ed essendo stata anche elogiata, metterci le mani (cosa che tecnicamente può fare chiunque) mi dispiace. Quello che però mi fa peggio (cioè più che male) di quella voce come di un milione di altre brutte pagine dedicate alla Callas, a cui non ci si dovrebbe accostare, come per qualunque altro grande, in mancanza di una vera e propria preparazione, è il tono scorreggion-modajuolo, o modajuol-scorreggione generale. Mentre magari artiste meno determinanti nella storia hanno voci del tutto dignitose, quella voce è sparsa di stolti pettegolezzi, che sono le fetenzìe che facevano furore sui rotocalchi di cinquant’anni fa, e oggi dànno l’orticaria e la peristalsi. Fu un intelletto superiore, e questo forse, senza dichiararlo (sennò ti mettono l’avvisino che non sei super partes), bisogna che venga fuori. Insomma, chissenefrega dei suoi presunti amori, del figlio segreto (che mai non ebbe, perché, poveraccia, aveva, oltre a tanti altri acciacchi, anche una deviazione dell’utero che non le avrebbe mai consentito di arrivare viva al parto, ed è per questo che non fece figlj) &c.?

Ma scopro, riascoltando la Norma del ’55, che è una cantante profondamente inquietante. Capisco forse solo adesso che cosa intendessero dicendo che aveva una brutta voce. E’ una voce che non ti lascia dormire. Avevo forse bisogno di questi due anni di disimmersione in un suono che ho ascoltato ossessivamente, in pratica, sin dalla nascita, per rendermi conto dei veleni di cui è carico — in specie in questa esecuzione; di quanto di oscuro si doveva, veramente, agitare, sotto la superficie, esprimendosi in quelle note velate, nei falsetti estenuati, nella rabbiosità tremula di certe scariche elettriche, nelle artate discese sdrucciolevoli e nelle ascese impavide e fosforescenti; inspiegabili, per converso, quei sovracuti pieni di suono, inudibili da qualunque altro soprano, ma dolcissimi, di liquidità implausibile. Esiste un potenziale profondamente destabilizzante, scandaloso, in quella voce; e il tempo non smusserà, probabilmente, mai quelle angolosità. Come Bette Davis, aveva una curiosa diplopia: di mentalità, formazione, ‘morale’ (latamente) ancora ottocentesca, aveva però anche una sensibilità spiccata per la ricaduta di tutto il patrimonio retorico familiare su un pubblico passato attraverso due guerre mondiali. Quella voce, e nessun’altra (si sente, tremendo, lo scarto rispetto a qualunque suo pur valido e grande comprimario), in sé rappresenta l’estremo tentativo di un mondo di comunicarsi intatto non ad un pubblico settoriale, ma a tutto il pubblico possibile: non agli ‘appassionati’, ma alla società, agli uomini. Più passa il tempo e più grande diventa.

10. Freddo cane.

10 Nov

10. Lo sapete voi che queste notti fa un freddo cane? Ma, soprattutto, lo sapete voi perché si dice “fa un freddo cane”, “che freddo cane!”, &c., cioè per quale motivo si usa la precisa espressione freddo cane? Io me lo sono chiesto stanotte, e ho trovato la risposta. Perché morde. A parte le escoriazioni intorno al naso e l’eritema da freddo alle manine delicate, la sensazione,  è proprio quella di una qualche bestia che di tanto in tanto ti azzanni a tradimento. Ancora all’inizio della mia (semi)nuova carriera rialzarmi da una panchina al mattino voleva dire veramente tentare di riprendersi da una notte quantomeno laboriosa. Il freddo rende le notti più campali dei giorni, e forse perché durano un’infinità meritano di essere chiamate gran nottate più di quanto i giorni di battaglia meritino di essere chiamati gran giornate. Inoltre il nemico spiega chiare insegne e invia franchi messaggeri, mentre, tramite i display piccoli e grandi che s’incontrano per la strada, i termometri ti prendono pure per il culo. “9°!!”, proclamano pomposamente. “11°!!!!” sparacchiano, senza la minima vergogna, benché con cristalli liquidi prevalentemente rossi. Ma in quei momenti non mi pare tanto segnacolo di pudore quanto, piuttosto, un’oltraggiosa muleta agitata davanti al muso schiumante della mia rabbia avvampante. Avvampare di rabbia e avere freddo crea enormi conflitti, chiaramente. Ma devo ammettere che il freddo ha sempre la meglio.

Ma bando alle ciance: non tutto il male viene per nuocere. Infatti, non avendo né un sacco a pelo (non ancora) né un posto dove andare (se non la sala d’aspetto di Porta Susa, che però chiude a mezzanotte e mezzo e riapre alle 4.15), dovendo comunque perdere molto tempo mi sono fatto a piedi tutto il tragitto da strada Castello di Mirafiori alla stazione, cercando di andare il più lento possibile. Ne ho approfittato, grazie all’ausilio di un lettore catorcio e a due catorcissime batterie, che terminata la consegna, proprio come quel pianoforte che Benedetti-Michelangeli riparò giusto in tempo per un concerto e che cadde in mille pezzi non appena il concerto finì, sono defunte, per ascoltare interamente la Semiramide di Meyerbeer. Di giorno c’è chiasso: camminando e dribblando vecchiette con la spesa, scolari e professionisti col naso ficcato nel giornale continuano a saltarmi i track; il frastuono del traffico copre il suono. E’ scomodo, non so nemmeno dove mettermi. Normalmente nei posti silenziosi non posso ascoltare musica, perché dagli auricolari trapela sempre qualcosa, e di norma i posti silenziosi vogliono rimanere silenziosi — se il signore li ha voluti così, inutile fare i bastiancontrarii, suppongo.

Devo dire che ascoltare musica di notte, mentre si cammina, è molto molto suggestivo. E’ proprio come avere la colonna sonora. Tipo: est. notte, cancello di s.da Castello che sbatte alle mie spalle già scosse dal parletico; musica: sinfonia, allegro. Est notte, la bèla Rosìn; musica: sinfonia, coda. Est. notte, capolinea del 4; musica: assieme “Deh sospendi la scelta funesta”. [……] Int. (?) notte, vespasiano di via Sacchi; musica: rondò “Se non nacqui al miglior sesso”. Quando le ultime note (“…viva lieta, e sia regina / chi finor fu nostro re!”, secondo me due tra i più bei versi [è Metastasio] mai scritti in quest’avara lingua) si sono spente, si è spento anche il catorcino. Ero poco oltre Porta Nuova.

Su Meyerbeer ho anche cominciato a rielaborare una voce preesistente, zeppa di brutti errori (si diceva tra l’altro che avesse cambiato nome e cognome per evitare i pogrom!), su wikipedia. Confesso di avere un grande debole per Meyerbeer. La sua musica è quasi sempre molto discutibile, per via della sua ampollosità o per via della sua leziosità, per la contorsione o per la gracilità della melodia. Ma questo me lo rende più caro, perché la sua musica è brutta come può esserlo una bambina ebrea complessata e in sovrappeso. Come la Sévigné, preferisco sempre une bonté un peu sotte à une intelligente mauvaiseté.

9. Macché patti e patti!

9 Nov

9. Chi è interessato (ma chi può essere interessato? CHI?!),  vada a leggersi qui quante botte si è preso/si sta prendendo db. Io non conosco tutta la storia, nel senso che ho letto poco delle cose da lui scritte che avrebbero fatto deflagrare questo pandemonio. Il fatto è che la gente non sa che cosa scrivere [ne so qualcosa anch’io], e molto spesso, in Rete, riesce solo a litigare o, in subordine, a discutere delle regole che si dovrebbero creare per impedire ad altri di far scoppiare le liti e litigare. Adesso sembra che db sia troppo spiritoso. Il suo blog è diventato “orribile”, i suoi giochini verbali “divertono solo lui”, e intere comunità virtuali avrebbero dovuto chiudere i battenti per colpa sua — poco ci manca che sia diventato un “cretino”, o un “troll”. I nomi che girano (di quelli che si lamentano) sono sempre gli stessi. Quelli di omini e di donnine che aprono blog flaccido-anemici da cui nessun essere normale deve aspettarsi sorprese o colpi d’ala. E fin qui andrebbe tutto bene. Ma non va bene che tutto quelli che passano da loro debbano fare il bagno nella candeggina prima di poter postare. Tralascio [=aposiopesi] che a db è stato chiesto o semimposto di scrivere lettere di scusa &c.: veramente disgustoso, ributtante. Non so che cosa ci sia da aspettarsi di buono da chi prende tanto seriosamente un blog e ha un concetto tanto miserabile delle persone. Solo i bambini e i mentecatti si redarguiscono. E se mi è capitato di sentirmi dare della mignotta da una persona che ha un minimo di materia grigia, se sono la destinataria dell’epiteto, mi fermerei a riflettere se per caso chi me l’ha appiccicato non ha ragione. Il cinquanta o sessanta per cento delle cinque o sei persone che ogni tanto passano di qui sono reduci (da lunga pezza, ormai) come me da un forum, quello della Holden (attualmente ridotto a mercatino e a vetrina), da cui sono stato nuovamente escluso tempo fa dopo un nuovo scambio di insulti con un ennesimo idiota intollerante (chiaramente la colpa era mia — ma mi ci sono avvezzo, e sono ben lungi dal prendermela), sul quale a suo tempo ebbi scambii allucinanti. A parte il fatto che molto di quello che dissi e scrissi, e molti dei posti in cui mandai, e molti dei parenti che epitetai, e molte delle fini che augurai all’epoca avevano più relazione con certe mie condizioni di sbracamento totale, se c’è una cosa che non mi fa pentire di quello che dissi, che scrissi, che epitetai, che inviai, che augurai è proprio il conformismo cialtrone e puzzone a cui una parte, purtroppo maggioritaria, della pseudo-“comunità letteraria” di Rete non solo si tiene personalmente e caninamente fedele (ché in questo non ci sarebbe niente, ma proprio niente, di male); ma a cui pretende di forzare chiunque passi e intenda farsi leggere (poiché per questo si scrive). Io, sulla Holden, postavo, chessò, sonetti, distici e cose alla vecchia? A parte il fatto che quello che non è esattamente ‘previsto’ (che cioè non è letteratura dell’ombelico o dei peli del culo, o falso impegno, o volgarità studiata a tavolino, o) è automaticamente rubricato alla voce ‘brutto‘, e fin qui posso anche sopportarlo; passi che ti patologizzano, e fin qui posso anche concordare. Ma mi ricordo che una delle prime cose che mi dissero, a cappello di una serie di colorite minacce in stile mafioso, fu che ero “un insetto” che “si posa dove non deve”; e un altro mi disse che con le ossa di quelli come me facevano fumare i comignoli e ingrassare i campi. E’ normale relazione di accanimento, questa? Alla terza provocazione, quando tirarono in ballo la mia genitrice per attribuirle la colpa della mia esistenza, mi spiace tanto (ma, si sarà capìto, fino a un certo punto), ma per comunicare con una fetta di meritevoli partecipanti al forum continuai coi miei normali mezzi retorici, mentre con gli mi sono ridotto ai segni, tra i quali intensamente impiegati c’erano, e.g., “figlio di puttana”,  “bagascia” &c. Sono l’ultimo a scandalizzarmi della possibile reazione inviperita di db, specie se si considera che a fare apprezzamenti circa il suo “orribile blog” o sui suoi orribili commenti (anche se prima di prendersi della mignotta glielo diceva con perifrasi certo più garbate) sono cessetti sul tipo della cosa denominata “georgiamada” e altra robaccia che &c. .

Non sono assiduo su NazIndiana e non mi preme esserlo (adesso come adesso men che mai), quello che mi stupisce è che l’intervento linkato ha QUARANTASEI commenti, di venti e passa persone, nessuna delle quali esorti a un minimo di calma o, perché no?, prenda le difese di db. A questo punto non è più un problema di forma. E’ solo la voluttà perversa di scagliarsi in gran massa contro un elemento isolato — che può aver tradito e ri-tradito e stra-violato tutti i ridicoli, patetici patti di questa terra — ma si tratta di un blog! Può essere una cosa importante solo se si rispettano le individualità che lo tengono in vita — mentre quello che scrivono, nel caso, deve poter essere sempre messo in discussione.

Comunque a me il branco, la logica del branco, l’imbrancarsi fanno veramente schifo. Contro chiunque e qualunque cosa ci si unisca. Non accetto, umanamente, che ci si muova in massa. Specie se ci si considera scrittori (e questo lo spiego, se mi va, un’altra volta).

8. …

8 Nov

8. Riprendo dal post n° 6. Ovviamente la risposta che mi do è: NO, ovvio che no, ovvio — cioè — che non ho fatto nessuna particolare stronzata: è più che evidente che se riprendo gli studii (e non credo proprio di riuscirci, per tutta una serie di motivi), e se, ripresili che ho, non li mollo, non è certo per recuperare alcun tempo perduto, ma semplicemente per la noja che mi devasta.

 Ma basta parlare di queste fesserie. La mia tendenza a persistere sulle stesse cose, come la mia persistenza negli stessi luoghi, o tra le stesse persone, mi ammazza. Quello che mi viene, più che altro, da dire è questo: ho scoperto di portare a Joseph Ratzinger qualcosa di molto simile a un odio profondo. Non un odio tale per cui lo ammazzerei, beninteso. E mi affretto parimente a precisare che nemmeno vorrei che altri lo ammazzasse. Domattina o questo pomeriggio, poniamo; e che magari, dopo, saltasse in aria tutto il Vaticano. O che tutta la vigna del signore se ne andasse a quel paese d’un botto, o d’un boato. O che le chiese sprofondassero, tutte quante, alte o basse, belle o brutte, magre o grasse, cioè affollate o desertificate. Non è questo che vorrei. Mi disturba pensare a quel povero vecchio che si trova ad aver da fare, magari dolorante/sanguinante, con Quella Famosa Cosa, budinizzato dallo sgomento, terrorizzato magari, ché poi magari si defeca o si minge o si rece addosso. Niente di tutto questo. Gli spettacoli orrorosi sono fatti per gli ambiziosi. Per esempio, gli adolescenti adorano andare al cinema a guardare cose terrificanti, e tutti che ti spiegano (posto che tu gli chieda che cosa ci trovino di tanto avvincente): beh, avere paura è bellissimo, la paura è una bellissima sensazione. Credo, a questo proposito, che ad essere bellissima non sia la paura, quanto la resistenza che si sente di saper opporre al più o meno insostenibile: nello stare a guardare cose da cui, con la parte meno insana di sé, si vorrebbe distogliere a tutti i costi lo sguardo. Voler uccidere dentro sé l’empatia è proprio di chiunque voglia dominare. Gli adolescenti si sognano dominatori, quindi sono spietati. Gli adolescenti e i tiranni. Non dimentichiamo che il San Nicandro insegnò al piccolo Ferdinando di Borbone a costruire piccoli slalom per conigli, e, dopo averli fatti correre, ad ucciderli a mazzate. Elisabetta Bàttori amava le sue emicranie (risultato evidente di un numero spropositato di incesti, che in genere portano a complessioni fragili ma rese resistenti al dolore proprio in virtù della convivenza forzata con essa), perché le consentiva di straziare a morsi la carne opulenta delle sue domestiche; e che fosse nel pieno del suo diritto è dimostrato in pieno dal fatto che se non avesse cercato tra le giovani nobildonne il sangue che le occorreva per le abluzioni, mai più Mattia Corvino l’avrebbe presa al laccio, e mai più l’avrebbe fatta murare viva. &cetera. Nel senso: chi vuole dominare non deve assolutamente provare empatia. Poi ci sono diverse scuole di pensiero. Quando passatempi simili a quelli descritti finirono forzosamente confinati (se pure ci si riuscì, ed è chiaro che non ci si riesce mai del tutto) tra le pagine di Sade e nei romanzi gotici dei castellani inglesi, venne fuori il tipo di Robespierre, che, è dimostrato, compiacevasi di suoni teneri e melodiosi; Napoleone (che però non era un sanguinario) amava Paisiello e sbadigliava quando suonavano il ben più imperiale Spontini (Cherubini neanche parlarne). Sono tutte ragioni, posto che di ragioni possa parlarsi, per cui non voglio che Ratzinger rimanga sotto una pressa, o sia crocifisso, o muoja vomitando sangue, o altre cose altamente pittoresche. A proposito di Ratzinger ho un sogno ben più proibito. E sfido io: infatti, si sappia che non vorrei, assolutamente, che Ratzinger sparisse; vorrei bensì che Ratzinger non fosse mai esistito. Più sogno proibito di così. E poi, ogni tanto (già che sogniamo, facciamolo in grande), mi ritrovo a fantasticare scenarii assolutamente ucronici: non solo papa Ratzinger, ma anche papa Wojtila, tutti i Benedetti, i Pii, i Formosi, i Leoni, dal primo all’ultimo, tutti cancellati. Nemmeno l’ombra di un papa. E nemmeno una punta di vescovo, un sospetto di cardinale, una lacrima di arciprete, un cicìn di prevosto: niente chiesa. Che cosa sarebbe l’Italia senza la chiesa? Non ‘il mondo’, dico proprio l’Italia. (Una ragazza inglese, pochi mesi fa pubblicata anche qui in Italia, ha provato a immaginare un mondo interamente romanizzato, senza cristianesimo. Non so com’è, ma non mi convince. Cioè, non è proprio quello che penso io. Io penso MOLTO più in grande). Chiaramente, tutto prende spunto dal discorso che è ‘sfuggito’ all’ufficio stampa del Vaticano ancora in forma di bozza, in cui il sommo pontefice si pronunciava contro la scristianizzazione della società, i pacs, gli omosessuali e via di questo passo. A parte il fatto che, a rigor di logica, i preti non dovrebbero nemmeno fare apprezzamenti sull’eterosessualità, quand’è che comincerà lo smantellamento della chiesa? Non sarà mica uno di quei casi penosi come l’antico Egitto, poniamo, troppo pio per poter morire, sicché è in via di autoimbalsamazione, e per rimuoverla dagli occhi e dalle coscienze sarà necessario che rimanga sepolta sotto cumuli di detriti e di sabbia — per non prospettare qualcosa di più drastico? Considerando, di volata, quello che tutti già sappiamo alla perfezione, e cioè: 1. la fede non esiste (e non è mai esistita, se non presso l’uomo delle caverne, e solo per quei dieci o venti minuti che gli servivano per riprendersi dopo la caduta di un vicino fulmine); 2. il cristianesimo è un errore e un danno, quindi anche l’ “ateismo cristiano” caro a quell’ormai cadavere altro non sarebbe che una jattura; 3. i preti sono parassiti rompicoglioni, quand’è, mi chiedo, quand’è che cominceremo a liberarci di questa carogna maleolente? Quanti secoli ci metteremo non ha nessuna importanza, l’importante è cominciare. E’ nel tendere all’obiettivo il significato della vita. Non certo nell’adorazione del macilento galileo.

Sto addirittura rileggendo un romanzo bellissimo e interessantissimo, di uno di quei liberali napolitani che, a leggerli adesso, sembrano sbarcati da Antares, tanto poco quello che ci circonda sembra essere loro conseguito (e infatti non ne consegue): le Memorie di Giuda, un romanzo scritto in doppia redazione, e francese (prima fu pubblicato in questa lingua, ovviamente, 1866) e italiana, da Ferdinando Petruccelli della Gattina, condannato a morte dai Borboni, parte attiva e critica della Comune di Parigi (ed espulso dalla Francia ben tre volte proprio per questo motivo) che a suo tempo sedette in parlamento, eletto dal collegio della sua Moliterno (dov’era nato nel 1815), sui banchi dell’estrema sinistra con, per intenderci, Guerrazzi, Brofferio &c. L’ha ripubblicato, nel 1976, l’editore-librajo Fògola di Torino, facendolo prefare da un miopissimo Folco Portinari. Qui a Torino se ne trovano copie su copie su un po’ tutte le bancherelle dell’usato, segno che è stato tutt’altro che un successo. Segno, anche, che lo si trova ad uno-&-una-cicca, cosa in sé non negativa. Letto o non letto (rifacciamoci a Haendel, che disse della sua sventurata Theodora che l’insuccesso le giovava, essendo che la stessa assenza di pubblico migliorava l’acustica della sala), chiunque lo trovi se lo legga. Magari qualcuno che si sta sterilmente dedicando (so che a qualcuno, come anche a me, ogni tanto viene questa mania — sono accessi che vengono e passano, come le malattie esantematiche) a quel fantasma che è Il Romanzo Italiano dell’Ottocento. Piuttosto che rileggersi robaccia come i Promessi sposi o rimanere infognati a metà Battaglia di Benevento, si legga questo romanzo. E’ un romanzo vero, ed è un’interpretazione vera, coraggiosa, originale, nobile del cristianesimo, in senso specialmente politico-sociale, della sua nascita, del suo significato, e dunque anche della sua influenza. [Se riesco a mettere insieme qualche appunto non banale, avrò un gran piacere a scriverne anche qui sopra, prima o dopo; ma prima, appunto, lo voglio rileggere.]

7. Che scrivo?

7 Nov

7. L’intenzione era quella di scrivere un post molto lungo e avvincente, che attirasse un migliajo di visitatori e a cui crescesse una coda di cento o centocinquanta allegri commenti, ma

1. ho (con licenza parlando) fame

2. non ho il cervello collegato.

Dunque non scrivo una cippa, e mi incammino verso qualche squallido posto dove mi facciano la carità di qualche cibaria avariata.

(Magari mi riprendo nel pomeriggio. Giuro, mi piacerebbe riprendermi nel pomeriggio).