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500. Paolo Poli (1).

13 Gen



1. DICONO DI LUI.

Rodolfo di Giammarco: Lui è anche il più classico degli attori. Lui è la tradizione. La tradizione vera, ricordiamocelo, è fatta di attori che ai tempi di Shakespeare erano donne, perché non c’era l’attrice.

[L’asino d’oro, film: “Tersilia, ti ha detto nulla la tua mamma?”].

Domanda: Quando e come avviene il… la grande decisione di occuparti solo di spettacolo?

Paolo Poli: Sai, nella vita non c’è mai un unico avvenimento. Queste sono le donne di facili virtù che raccontano: Suora, io non volevo, passavo di lì e son caduta riversa sul biliardo e la gonna mi s’è aperta come un ventaglio, ho perduto i sensi e… Invece no, nella vita ci sono tutte… prime volte ce ne sono venti, trenta. Io ho raccontato di essere vergine per una ventina d’anni.

[Babau: “Sul lago Tana / Quando la notte si avvicina…”]

Natalia Aspesi: Lui che pure è una persona coltissima e molto intelligente, si serve di questi testi poveri, banali, vecchî, un po’ ridicoli non per essere intellettuale, camp, kitsch, così, ma per rappresentare un periodo, un tempo e un modo di essere.

[Babau: “Ci vuole tempo ed animo sereno / Ma questo ai giorni nostri chi lo sa?”]

Paolo Poli: Sono grato a queste brutte canzonette italiane perché mi hanno consentito di passare da un teatro un po’ più rivistajolo a uno un pochino più di… di prosa. Ma ho sempre mescolato le arti, come s’è fatto all’inizio del nostro secolo. Il canto, il ballo, il parlato, li ho sempre mescolati.

[Rita da Cascia: “Sentimental”]

[Speciale per voi. Domanda: Con queste canzoncine che cosa intendi dire? — Paolo Poli: Queste qui son roba così, di documento. Il messaggio lo lascio nella segreteria telefonica].

Lucia Poli: Qualcosa, diciamo, di toscano c’è, ovviamente, in noi. Anche se poi Paolo dice: “Io? Sono nato in treno! Non sono fiorentino!” Non gli piace essere catalogato, proprio, come uno degli artisti fiorentini.

Paolo Poli: Chissenefrega della toscanità, è come la negritudine. Io ho visto dei negri bellissimi e degli altri orrendi. Quello bello mi garba anche a me.

Natalia Aspesi: E’ un aristocratico. Non è un populista.

Paolo Poli: Insieme alla superbia, di cui io mi vanto, mi piace moltissimo esser superbo, ci ho anche la modestia. Eh, sai… Poi ci son quelli che non ci han né l’uno né l’altro.

[I tre moschettieri: “Viva Bacco”]

Marco Messeri: E l’è, Paolo, è un francescano vero. Cioè la sua mensa è sempre piena di ospiti, non ha rispetto, non guarda mai a certe avarizie di risparmio…

[Babau con Eco: Umberto Eco: In fondo, cos’è in conformismo?, volevo definirlo in modo serio… — Paolo Poli: E’ la cravatta che ti sei messo per venire qui in trasmissione. — Umberto Eco: Ed è il maglione che tu porti per dire che sei un attore… — Paolo Poli: Eh, be’… — Umberto Eco: … e non un ospite esterno. — Paolo Poli: Certo. — Umberto Eco: Esattamente: è l’osservanza di alcuni modelli che la società ci dà].

Marco Messeri: Secondo me il vero fascino di Paolo è la qualità della recitazione. E cioè l’abilità di alternare suoni, di affascinare con la parola, anche se fa dei personaggj maschili, o anche se fa la vecchia.

[H2S: la centenaria]

Paolo Poli: Sai, Totò aveva il ricordo di quegli sketch meravigliosi, di successo fatto in teatro. E, ogni tanto… eh, lo metteva in un film. Quello, il negozio dei manichini, così [mima], che c’è il marito geloso: Dov’è l’amante? Lo voglio uccidere! Allora lui… [mima]. E poi… [mima]. E poi si fermava. Sai, quello che… l’hanno fatto tutti…

Lucia Poli: E’ stato sempre un po’ il gioco la cifra principale. Poi dietro c’è lo studio, l’attenzione, appunto, al particolare, c’è la voglia malandrina di mescolare l’alto col basso, il sacro col profano…

[Jacques il fatalista: “Queste madonne di Raffaello / Per le fanciulle sono un modello…”]

Paolo Poli: Sono stato molto criticato durante la mia vita. Mi dicevano sempre: scherza coi fanti e lascia stare i santi. Non ho lasciato stare né gli uni né gli altri. E così vi chiedo perdòno.

Natalia Aspesi: Ma lui è talmente raffinato, anche e soprattutto quando avvicina lo scandalo, che io credo che farebbe sorridere anche questo papa così rigido. Perché nella… nelle sue prese in giro o quello che si chiama, appunto, trasgressione c’è un’innocenza, non c’è scandalo, non c’è peccato, secondo me.

Paolo Poli: Il peccato… Sai, gli Svizzeri ‘un hanno fatto mai la guerra, però hanno ottenuto i soldi di quelli che la fanno, capìto?

[Mixer (con Lucia Poli). Isabella Rossellini: Tu fai la donna, tu adesso fai un Achille che si traveste da donna per stare con la tua amata, quindi fai due giri di sesso Che è tutta ‘sta confusione? — Paolo Poli: Ma nello spettacolo è giusta, questa confusione dei sessi. E poi l’Ottocento è stato così rigoroso che adesso un po’ di confusione porta un vento di riscossa, di fronda, trovo che va bene].

[Babau: “Quando al tuo sen talora / Mamma mi fai dormir…”]

Paolo Poli: Io invece son partito sùbito col piede sbagliato. Ho sempre saputo che ero una minoranza indesiderata. Però ho fatto in modo… da cavarmela.

Natalia Aspesi: La gayezza secondo me in un… anche negli anni più retrogradi per quello che riguarda il teatro era, diciamo, ammessa, ecco. Non faceva scandalo.

Paolo Poli: Non avevo paura a tingermi i capelli perché eravamo in pochi. Di uomini che si tingevano i capelli c’ero io, Corrado Pani, le sorelle Kessler…

Milena Vukotic: E’ un artista al disopra di questi termini… di questi luoghi comuni, se mi permette.

Paolo Poli: Ero molto amato, da giovane, uomini e donne m’hanno sempre coccolato e non ho mai avuto paura d’essere al mondo. Mi son sempre buttato, con fiducia. Guarda il sole, va e viene, come nella vita, ci sono momenti di tristezza e di gioja. Ma non è detto che la pioggia sia meno allegra del sole. C’è a chi gli piace…

35.

27 Dic

Salve a tutti, sono di volo. Non pensavo nemmeno di fermarmi a scrivere (sto aspettando una persona che non arriva). Ma tanto me ne vado, sùbito. Cia’. d.

34. Non prendete troppo freddo.

22 Dic

Mi ritrovo fuggevolmente alla Nazionale, dove ancora non mi hanno sparato addosso, per vedere se trovo una mia conoscente di mesi e mesi fa, una bibliotecaria che forse può regalarmi di qualche ajuto per la carta d’identità, testimoniando a mio favore. Non nascondo che è per me un vivissimo piacere ritrovarmi finalmente qui: il personale è osceno, ma il patrimonio librario è tutt’un’altra cosa. Peccato che la mia attuale disposizione d’animo non mi permetta di approfittarne. E poi non sono qui per leggere.

Oggi è per me l’ultimo giorno utile per fare la carta d’identità e ritirare una sommetta alla posta. Naturalmente non ci riuscirò, quindi suppongo di dover mettermi l’animo in pace. Ci si creda o no, sono oltre ogni limite. Mi sono rotto. Il cazzo, certo, ma anche più dentro, e più sopra.

Però oggi è anche il penultimo giorno che posso connettermi prima di natale. Dal momento che domani, presumibilmente, sarò troppo giù di corda per connettermi e dire arrivederci ai miei due Lettori, ne approfitto per salutarLi qui, ora.

Cia’.

d.

33. Letture (e la Fallaci).

21 Dic

Domenica scorsa ho letto, tra Fnac e Mondadori, due libriccini piccini picciò, ma abbastanza sugosi, di cui il primo è I sette peccati capitali degli animali, dell’etologo Giorgio Celli, che mi sembra non sia nuovo a queste compilazioni antropomorfizzanti. In questa si chiede (dandosi anche le relative risposte): può un cane sentirsi in colpa? gli scimpanzé sono buongustai? i mandrilli sono veramente lussuriosi? Si può dire che è scritto molto bene, ma è vero anche che è un libro di natale, una di quelle cose che si comprano per qualcun altro quando non si ha voglia di cercare qualcosa di più calzante, quanto a gusti librarj, e non si ha il coraggio di presentarsi con un pajo di calzini (tutte problematiche da me ormai lontane i milioni di anni-luce, chiaramente).

L’altro libriccino che invece mi ha preso, anche se, essendo appunto un libriccino, è finito quasi sùbito, è Gli occhi di Oriana, del giornalista sardo Alessandro Sechi, che da qualche parte deve avere anche un blog, andatevelo a cercare, se ci tenete. Sechi, nell’inverno 2005-2006, è stato, come dire?, una specie di segretario della Fallaci, ormai moribonda e in via di perdere la vista. Accompagnandola per supermercati e all’ospedale, Sechi svolgeva, secondo la definizione della scrittora medesima, le funzioni di “occhi di Oriana”, vale a dire occhi succedanei a quelli fallaciani, che la metastasi stava ormai mandando a quel paese, poraccia. Prevengo: su tutte le persone al mondo che soffrono di cancro ce ne saranno milioni che meriterebbero milioni di volte l’attenzione che è stata riservata al caso della Fallaci, che rimane una spregevole rompicoglioni e una scrittrice nauseante; leggere un libro del genere come appendice al martirologio della prosatrice incompresa sarebbe veramente prendere a schiaffi la miseria (in senso lato) e il dolore; tantopiù che la stessa Fallaci, che è morta non a 25 ma a 77 anni, su quel cancro ci ha fatto una carriera supplementare, ripropinandolo in tutte le salse senza mai smettere il suo atteggiamento falso e baracconista. Che poi, sicuramente, da un certo punto di vista aveva anche ragione: per quale motivo avrebbe dovuto piantarla? Di fatto sarebbe morta lo stesso, con tutto quello che ci ha fumato sopra. Ma, ribadisco, cazzi suoi. Non è mai valsa una cippa, era stupida, fracassona e arrogante e da ultimo ha avuto un’ulteriore involuzione, che l’ha resa ancora meno sopportabile. Ciò detto, punto e a capo.

Quello che m’interessava sottolineare, di questo libercolo di Fazi, è che è nemmeno malriuscito: è in forma di piccolo diariuzzo, e presenta la vicenda, di per sé ovviamente non molto significativa, di Sechi con la vecchiarda un po’ come la strana coppia, facendone un fatto letterario, o meglio ancora da sit-com, e riprendendo il vizio pietoso della Fallaci stessa di riportare bobinescamente, con mitragliate di vocali e majuscoloni, strepiti, urla & grida, magari infilzati su cespugli di punti esclamativi vale a dire “C’E’ CHE NON CI VEDO PIU’ UN CAZZO, PER LA MADONNA!!!” e “Vaffancuuuuuuuloo!” (ne ricordo uno così, con la uuu lunga più della oo terminale, mormorato sorridendo sulla faccia di un’infermiera che batteva cassa). A me le vecchie che bestemmiano fanno sganasciare, poi fàccino loro.

E così un po’ si gode, questa letturina, che ci mostra una Fallaci perlopiù tappata in casa, per tema di attentati da parte degli Arabi, con questo maledetto cancellino da chiudere tutte le volte a chiave, che mostra il medio, che si fa accompagnare a fare la spesa, che urla vaffanculo, che frega i commessi sul conto, che bestemmia, che si fa accompagnare in ospedale (dove cerca sempre di scappare senza pagare la duecentocinquanta dollari che colaggiù doveva pagare a visita), che invia il Sechi a fare la spesa (qualcuno sa che cos’è il rapino), che gli fa prendere le telefonate, &c. Si aggiunga che i personaggi di contorno sono quanto di meno pittoresco possa immaginarsi: si parla di Mentana (con il quale la Fallaci litiga per una trasmissione televisiva che è stata fatta su di lei sulla Mediaset, in concorrenza con il festival di sanscemo, una cosa che lei assolutamente non avrebbe voluto), di Giuliano Ferrara(1) con quella moglie dal nome poco appetitoso, mi pare Salma Nell’Olio o roba del genere, e poi di Renato Farina, alias l’agente Betulla, quello sfasciacazzi ficcanaso, che telefona spesso (tanto per non farsi mai, ma mai, MAI i cazzaccj suoi) per far sapere alla Fallaci come sta andando tutta la camorra intorno a quel tal professore ***, oncologo, che adesso proporrebbero per il Nobel nonostante abbia sbagliato tutto con il cancro di questa nostra conterranea, la quale — mi sembra di aver capìto — avrebbe voluto fargli pagare il fatto che lei s’è presa il cancro e lei ha continuato a tabaccarci sopra le ottanta, le cento sigherette al dì. Dopo pochi mesi, al ritorno dall’Italia dove aveva fatto una scappata per andare a trovare la madre indisposta, il Sechi è silurato, sia dalla Fallaci che dall’editore. Gli rimangono un Don Chisciotte del 1864, che non so quanto e se valesse, e il ricordo di tante intime cenette con la Fallaci, che pare sia stata una cuoca sopraffina (alleluja, almeno quello).

Ma è uno di quei particolari che rendono tutto sommato amabile il ritratto della ciabattona ormai senescente, rincoglionita e moritura, e in qualche modo anche abbastanza commovente.

Ma soprattutto molto divertente. Da metà libro in poi non ho fatto altro che ridere a crepapelle. C’è per esempio quella scena in cui Sechi dà il braccio alla scorfana, che, involta in metri e metri quadri di visone, cammina con lui per strada, e a un certo punto la semina da qualche parte, che bestemmia in mezzo alla strada; se ce ne fosse stata un’altra dove cadeva dalle scale mi sarei divertito ancora di più, peccato non ci fosse.

Insomma, sono quasi tentato di consigliarlo, sennonché non tutti, probabilmente, avranno il mio senso dell’umorismo.

(1) Di Ferrara la Fallaci conservava in casa la sedia che il notorio giornalista aveva sfondato col culo.

31.

19 Dic

Mi è capitato spesso, nel passato, di ripercorrere velocemente il rotolone del blog (quello vecchio, su splinder) e di chiedermi: come mai in quel periodo, di tre giorni una settimana tre settimane, non ho scritto nulla? Dato che ovviamente queste scorse mi permettono una rapida ricollezione, e che mi ricordo sempre se e quanto stessi male, o mi sentissi sfiduciato, o pieno di odio contro il mondo in quelle circostanze, la domanda parrebbe oziosa. E invece no: ha il suo perché. Come mai nei momenti in cui mi sento peggio disposto verso il mondo non scrivo nulla? Non so se càpita anche ad altri, ma io personalmente passo da periodi in cui riesco a far reggere, dentro di me, un’idea posticcia, del tutto illusoria del mio uditorio, a momenti in cui mi rendo perfettamente conto dell’umanità che lo compone. Ogni tanto il velo, faticosamente tessuto dalla mia, quasi ma evidentemente non del tutto esausta, volontà di illudermi su chi mi ascolta si squarcia, e io rimango come un pazzo che declama versi d’amore piegato su un secchio brulicante di vermi. Questo, più che la smania, la voluttà di armarsi di martello e spaccare teste, mi fa desistere dalla scrittura. Questo post è raro, perché me lo sto scrivendo completamente addosso. Ed è una cosa non facile, e che mi serve esclusivamente per non avere il piccolo rimorso di aver lasciato troppi buchi nel blog, in chissà quale futuro. Dico “chissà quale”, ma siamo nella norma — tutte le volte che cado in questo stato mi sembra che non debba mai finire. Ed è, in fondo, la verità: solo che, appunto, qualche volta mi riesce di illudermi, e altre volte no.

 Qualunque cosa succeda di me nel futuro — ormai immediato futuro, comunque riesca, se riesco, ad organizzarmi — spero di riuscire a nascondermi da qualche parte. Di riuscire a trovare un posto, uno qualunque, in cui sia possibile chiudermi e non essere più costretto a pensare che cosa spaventevole e mostruosa io sia. A concepire pensieri atroci, a coltivare fantasie di sangue.

In questi momenti mi càpita di pensare alle persone che mi trovo davanti come a dei puri e semplici ostacoli, a dello spazio rubato. A entità certamente a me ostili, in potenza o in atto, ma essenzialmente a cattivo materiale, male accozzato e peggio disposto. Sono momenti rincrescevoli, perché non perdo affatto la nozione dell’affetto che porto o ho portato ad altre persone; e mi rendo conto che la mia consapevolezza non è il velo che qualche malattia di mente mi mette davanti agli occhii, ma quello che vedo grazie allo squarcio praticato dalla disillusione in quello stesso velo. In momenti come questi solo ecolalicamente mi definirei uno “che ce l’ha col mondo”. In momenti come questi sono uno che ce l’ha con ben determinate cose e, parallelamente, conserva chiara l’idea delle cose belle e buone che ci sono. Le quali, improvvisamente, gli appajono come luci disperse in un’oscena notte, come fiori spuntati per miracolo in mezzo ai miasmi di un interminato letamajo. Col risultato di risaltare ancora più belle, e più buone. Col risultato di far apparire tutto il resto ancora più imbrobitoso, ancora più fetente, ancora più sconcio.

Sono depresso? Non lo so. Proviamo a vedere. Forse tutti i depressi fanno il mio percorso ma non se ne rendono conto. Io ho una personalità portata al rancore. Questo dipende dalla mia memoria, che molte cose si lascia sfuggire e, ferita da altre, porta impressi marchii indelebili. Considerati questi altri ultimi due anni, la mia capacità di odio e di rancore mi sembra infinita: altre facce, altri nomi, altri fatti si sono aggiunti, e finirò come uno che ho conosciuto, che per non pensare alla morte della madre (a lui è andata così) deve prendere quattro pastiglie diverse per non svegliarsi urlando nel cuore della notte, dopo aver tracannato litrate di vino scadente tutta la giornata. Finirò così? O non continuerò, piuttosto, a incamerare odio, rancore, ricordi squallidi? A dormire bene la notte, quando non ho voglia di camminare pensare leggere scrivere, e ad aggiungere, durante tutte le giornate della mia vita, altri luoghi che non vorrò mai più vedere in vita, altri accenti che non vorrò mai più sentire, altre cose che non vorrò mai più esperire? Mi chiedo se la mia sia depressione o il vero segreto della pazienza: un serbatojo infinito di cose luride da portarsi dietro, con sempre maggior sforzo, fino alla tomba, dove finalmente il peso orribile mi schianterà, e tutto andrà disperso. Ma non mi convince né l’una né l’altra ipotesi.

Ecco, in momenti come questi vedo il mio futuro come un continuo aggiungersi di farfalle nere alla mia già troppo ricca collezione. Fino ad ora non ho fatto altro che accumulare; anni fa ho cominciato a non difendermi più, a rallentare, e adesso eccomi fermo, ormai da due, tre, cinque anni. Non riesco più a muovere un passo. Sono diventato incapace di urlare, a furia di avere dimostrazioni di quello che effettivamente è il mio prossimo: urla chi reclama, chi vuole qualcosa che ha meritato, o riparazione di qualcosa che non ha meritato. Io sicuramente non ho meritato tutto questo. Ma dal mio prossimo non voglio proprio nulla. Tranne che sparisca.

30. Rettifica (per tutti gli ermanni).

15 Dic

Mi rendo conto che adesso dovrei impegnarmi a fondo, prendere per il bavero l’ermanno di turno e sibilargli sul naso, con l’alito più flatulento possibile: “Bastardo, fottuto, rincoglionito, bidone di merda, io ho parlato di soldi, sì, ma il patto si riferiva a quello che avrei detto io e che avreste detto voi da adesso in poi, mi hai capìto?, cornuto, faccia di cazzo». E avrei dovuto infervorarmi, e tornare alla carica, ringhiandogli nuovamente in muso: «… E dove hai letto, gallo di letamajo, qualcosa che facesse solo lontanamente pensare a uno che gira con la cassetta? Eh?! Bastardo… Fottuto… Come dire che parlare di soldi è automaticamente chiederne in giro!» — &c. &c.

Avrei dovuto, anzi: dovrei. So che dovrei — giuro — ma non lo farò. Queste cose non fanno per me.

Stamani ho finito di ritirare la mia roba a s.da Castello. Mi hanno rubato il lettorino ciddì da 9 euri e 90 (euri = soldi, sì), tutti i dischi, mezzo chilo di miscela di caffè, tutta la carta che avevo. Hanno fatto razzia tra i miei libri, alcuni li ho recuperati sparsi per l’ufficio. La robaccia superstite era stata trasferita dall’ufficio al magazzino in un sacco ben chiuso. Segno che sono stati gli operatori a fare questa ridistribuzione.

Sicché sono nauseato e avvilito; avvilito e nauseato; e non so che cosa prevalga tra le due, se la nausea o l’avvilimento. Ho trovato per il rotto della cuffia un posto in cui tenere (per pochi giorni) la mia roba. I probabili (e comunque i soli) testimoni necessarii a rifare la carta d’identità sono spariti. E, sì, non ho un soldo in tasca. E me ne voglio andare. E ho una sommetta da ritirare alla posta, sì, e non posso ritirarla perché non ho il documento d’identità. E, sì, ce l’ho con questa città di merda, cioè con Torino (di merda), e con tutto il Piemonte in genere. E prego, anzi scongiuro tutti i piemontesi, e in particolare i torinesi, che bazzicassero, putacaso, questo posto, di andarsene ad emanare la loro maledetta puzza d’incesto e di rogna da un’altra parte. Anzi, non li scongiuro: glielo intimo. E me ne voglio andare. E non ci riesco ancora, anche se so che scapperò da un momento all’altro lasciando qui tutta la roba, con l’unica soddisfazione di dire a questa città di merda (Torino [di stra-merda]) finalmente ADDIO, non ti rivedrò mai più, città del cazzo, Torino di merda.

A questo pensiero mi sembra già di racconsolarmi tutto: avessi pure più pezze al culo di quante ne ho adesso; avessi tutto gl’Incurabili in collo, l’Incubo sullo stomaco, la fame più nera, la sete più efferata, la sola idea di essere lontano da qui, e di poter cancellare quest’immondezzajo iniquamente denominato “città” dalla mia personale carta geografica mi curerebbe da ogni male, mi libererebbe da ogni catena, mi lenirebbe ogni pena.

Per cui sarò gentile con Ermanno.

E farò come si fa con tutti i mentecatti. Cioè gli do ragione.

E gli dico: Massì, caro il mio omarino, che hai ben ragione.

E riformulerò il patto:

1. Io parlo di tutto il cazzo che mi pare.

2. Voi tutti, Ermanni, del nord, del sud, del centro, continentali e delle isole, ve ne andate a fare in culo.

Ermanno, l’ID ce l’ho, comunque. Ti tornasse la voglia di intervenire su questo blog ti cancello. Quindi non ha nessun senso tornare come Pino, Samuele, Giudacilio, Gianfecondo, fqdyg676 o altro, non credi? Stattene fuori dei marroni. LEVATI.

Io continuerò a scrivere quel CAZZO che mi pare. Quando mi pare. Come mi pare. Perché mi pare. Se mi pare. Dove mi pare (cioè qui).

P.S.: petarda, se non hai un cazzo da dire, stai pure zitta. Non ti obbligo ad intervenire. Sirenetta, te l’ho già detto: bada alla salute. Non vorrei che un giorno di questi un mio post ti facesse venire una sincope. Non portarmi a desiderare l’esatto contrario. Ti prego. (= cioè a dire: “Sirenetta, vale anche per te”).

Buona serata a tutti.

Vado a dormire sulla prima panchina che trovo.

Tanto ho un piumone. Non ho freddo di notte.

E nessuno ha più il diritto di rompermi i coglioni.

Così credo che sia chiaro per tutti. 

Cia’.

d.

29. Ciao a tutti!!!

15 Dic

Ci sono, ci sono.

Sono solo un attimo impegnato su wikipedia, prima di perdere i miei superstiti fiori di erudizione preferisco consegnarli al mondo indegno.

(Un patto.

 Io non giro con la cassetta.

Voi non parlate di soldi.

GRAZIE).