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571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

570. Capriccio XIX.

23 Lug

D’VN VECCHIO CHE PARLAVA DA SOLO NEGL’INTERVALLI DELLA LETTURA D’VN LIBRO DI 1368 PAGINE.

Vecchio, perché d’un’intellectio assorta
Diporti i quarti d’ora, come suole
Semmai quello cui mancano parole,
Cui voce altrui, compagna, non conforta?
Tante, invece, la mano tua ne porta,
Che si direbbe non lasciar la mole
D’esse spazio a dell’altre. Ma – e mi duole –
So perché a tratti hai tu lettera morta
Quel fluente di vita chiacchiericcio:
Proprio perché la morte alto in te parla
Nel volto crespo, al labbro cenericcio,
E di te è parte, e tu non vuoi gabbarla,
Le vive carte hai solo tuo capriccio,
Distratto, e intermittente, a non turbarla.

376. Capriccio XVIII.

15 Ott

FOTOGRAFIA.
Di chi manca impressione, abbandonata
Al mondo nel morire, un’illusione
Di presenza in assenza, una finzione
Perché chiedermi sia da me accettata?
Dopo appreso che d’indi in poi tornata
Mai più sarebbe, e che liberazione
Non si dava altra alla maledizione,
In forma alcuna non l’ho più cercata.
Ritrovarla così vorrebbe dire
Cercarla, dopo un tempo ormai lunghissimo,
In luoghi donde non è dato uscire.
Guai se gli oggetti, i corpi non smarrissimo
Per darci a quello che non può finire.
E la ricordo ancóra, lei, benissimo.

375. Capriccio XVII.

15 Ott

IL FVTVRO.
Chiunque ne ha uno solo; io ne ho due,
Uno che è a breve termine, ha di piombo
La tinta, e lo preannuncia un tetro rombo,
Carta & inchiostro le interiora sue.
Stolido e senza prole, come il bue,
Passato del suo ungue il gran rimbombo,
Se nel sonno perenne poi non piombo,
O non corro a buscarmi Aids o lue,
Ne verrà un altro, che ha strepiti d’armi,
Allucinate veglie, dì d’affanno;
Non l’intravedo, e già vuol spaventarmi.
Cerco incontrare il primo in capo all’anno;
Quanto al secondo, a costo di rifarmi,
Spero da buono in qualche bel malanno.

374. Capriccio XVI.

15 Ott

TASCHE BVCHE.
Liso, cadente, & con le tasche buche,
Eroso dalla fame, sforacchiato
Da tarme, mezzo morto, stralunato,
Tutto un crowl in & out di tarli e ruche,
Quasi ai miei lai un agmine di nuche
Opponesse il suo no, ecco, ho declinato
Più offerte di denaro, a me allungato
Per pietà, senza impegno. Con festuche
Stuzzicadenti e fichi molli in certa
Discesa a breve termine restassi
Sdrajato tutto il giorno su qualch’erta,
Movendo pochi, & indolenti i passi!
Non so cosa mi piglî; mi sconcerta
Talora il dono, quasi onta provassi.

373. Capriccio XV.

15 Ott

PORTA.
È strumento che esclude, ma anche invita
Ad ingredere, è un mezzo che dà modo
Tanto a restare fuori quanto – e lodo
Questo di più – a non far lesta partita.
Ma, mi chiedo, la sua ben definita
Dote di far entrare, onde io godo,
Non compossibil è all’entrar di frodo
Chi chiusa toppa forza cólle dita?
Chiama a entrare, la porta, ma il richiamo
Potrebbe darsi s’essa non foss’usa
A proclamare altrui: Non ti vogliamo?
Sì, solamente quando va delusa
L’altrui richiesta in questo senso entriamo:
Solamente, sennò, è una porta chiusa.

372. Capriccio XIV.

15 Ott

MASCHERA (IO).
Io: tardo, malleabile, scroccone,
Ghiotto, guitto, gentile, leccapiedi,
Prenderò tutto quanto mi concedi,
Sono sincero, strano e buontempone.
Sono ignorante, fiacco, son sornione,
Ladruncolo, mi vedi e non mi vedi,
Però mi trovi, se di me richiedi
– Stanziale in fatto, greve, & scorreggione.
Sono fatto di gomma, son di legno,
Son di pietra, di fango, merda, tolla,
Di materiale indefinito e indegno;
Sono cangiante; sono pastafrolla;
Sul mio spazio e sul tempo ho pieno il regno;
Volatile parrei, sono una còlla.

371. Capriccio XIII.

15 Ott

APPVNTAMENTO.
Odio gl’incontri al bujo, scorticata
Novità d’Interdèt, tra i molti mali
Passati dagli annuncî dei giornali
Anche alla gente solida, & bennata;
Se prima, infatti, solo era serbata
A genti impresentabili e banali,
Quest’usanza ora passa i penetrali
Più scrimitosi, & pure a me è passata.
Ciò m’indispone; e mi fa male al cuore
Aspettar non so chi, né come fatto,
E averne un sottilissimo timore;
Sicché, mentre vien l’ora, questo patto
Propongo a me: mai più, manco se muore,
Dirò di sì ad un mio virtual contatto.

370. Capriccio XII.

15 Ott

VNA BIBLIOTECA È VN CIMITERO.
Qui chiuso è un mondo, e, come al mondo, è giusto
Che morti siano i più, e vivi i meno;
Ma questo mondo è tacito e sereno,
Polveroso, istruito, & di buon gusto.
Ma dà anch’esso, alla lunga, il suo disgusto,
Tanto di belle cose morte è pieno;
In fondo, oltre alla morte, accoglie in seno
D’umanità soltanto qualche frusto.
Denegata alla vita dolorosa,
Piena d’afrori, caos, nebbia, mistero,
Spettrale umanità in codest’ombrosa
Stanza s’occulta, e per enigmi il vero
Spia, pallida, gialluta, & rantacosa:
Già in vita morta, tanto è un cimitero.

369. Capriccio XI.

15 Ott

PIANTO.
Quanta tristezza è coessenziale
Alla mia vita; lacrimo all’interno,
E la pioggia che cade e il mondo esterno
Inumidisce è specchio mio fatale.
Riflette la mia tetra esistenziale
Condizione l’appropinquante inverno:
Non solo ha fiamme il desolato inferno,
Non solo l’ira dentro me prevale.
Il mio destino è tale che non riesco
In altro che nel pianto, ed il mio pianto
Di tragedia non è: scorre grottesco.
Finché, inzuppato il suo lacero manto
Per piogge, e pianto che alla pioggia mesco,
La vita affoghi, e cessi il mesto canto.

368. Capriccio X.

15 Ott

SV VNA POZZA D’ACQVA TROVATA DAVANTI ALL’ARMADIETTO, IN PROSSIMITÀ DEL LETTO, IN GIORNI DI PIOGGIA.
Mentre gli altri tre dormono, all’incerto
Lume che vien da fuori, accanto al letto,
Pozza, isolata, innanzi all’armadietto
Trovo; & che senso ess’abbia io non avverto.
Pare versata apposta: ché di certo
Non vien dalla finestra; per dispetto
Pensavi di affrettarmi il cataletto,
Col farmi scivolare, oh ignoto? Offerto
Oppure m’hai nei pressi del guanciale
L’umido pegno dei tuoi muti pianti
Che ti trasse per me amoroso male?
O mi vuoi rammentar che doloranti
Siamo qui tutti? O che noi in modo uguale
Domani bagneran piogge scroscianti?

367. Capriccio IX.

15 Ott

PENSIERI FVNESTI.
Non posso stare solo. Un mio furore
Segreto e sordo mi disavvantaggia:
Più tendo l’arco, e più i nervi mi saggia
Col dardo avvelenato, e dà dolore.
Il cielo mi si mostra d’un colore:
Sempre ho davanti a me l’ultima spiaggia;
Non mi decido mai, però (mannaggia),
Ad approdarvi, tant’ho me in orrore.
Non può sapere cosa passi in testa
Al latente tra l’erba tacit’angue,
Striscia d’odio e veleno atra e funesta,
Chi pena non provò che mai non langue,
Chi rabbia non provò che mai non resta,
Chi a lungo non provò sete di sangue.

366. Capriccio VIII.

15 Ott

SVDOKV.
Mentre tento forzare i miei neuroni,
Santi lorenzi ormai cotti alla griglia,
Oh la stizza mariuola che mi piglia,
Oh che di spettri amplissime legioni:
M’ingombrano le circonvoluzioni,
Labirinto di cerebral poltiglia,
E ogni spettro sembianze dieci piglia,
E i minuti concessi mi fa eoni.
Mi dico con ragione che di certo
Se l’intelletto sano è imperturbato,
Quale il genio provò mai disconcerto?
Colpa ne ha il mondo, porco, empio, & dannato,
Le cui piaghe entro me riaprirsi avverto
Quando ho il pensiero in alcunché occupato.

365. Capriccio VII.

14 Ott

TOSSICO RICCIVTO. INFERIVA, DAL FATTO CHE TVTTI I TOSSICI HANNO FOLTE CHIOME, OVVERO DAL FATTO CHE NESSVN TOSSICO A LVI NOTO FOSSE, COME LVI, PELATO COME VN GINOCCHIO, CHE LA DROGA AVESSE VIRTV’ DI PRESERVARE I CAPELLI.
Grazie ai veleni che una sconcia azione
Ogni giorno commessa contro te
T’inietta, sfoggj, e non lo so com’è,
Di riccj un casco da competizione.
A me alterato ha la circolazione
Altro veleno, che ha virtù in sé
Di fare spazio ai lauri; e posto che
Giungano, intanto è la desolazione.
Tu alla vicina morte con le chiome
Scure e lussureggianti corri e vai;
Della vecchiaja le precoci some
Sul gobbo, io spero non morire mai;
Per la mia eternità solo di nome,
Però, se mi dài vita, non morrai.

340. Capriccio VI.

23 Set

PER BELLISSIMO GIOVANE VESTITO DI CUOJO.
Mandi baleni al tuo passaggio, e ai tuoi
Lucidi movimenti, ai macellaj
Porgon la gola stalle, stie, pollaj,
E muojono d’amore i mattatoj.
    Sotto un’altra epidermide se vuoi
Nasconder quella naturale ch’hai,
E’ perché bene, e troppo bene, sai
Che ci sia sotto i freddi e cupi cuoj.
     Scie d’odore selvaggio lascj a lui
Che ti segue con gli occhj, e devanei
Ispiri grevi, e dai colori buj.
     Quella scia chissà dove seguirei;
Sicuramente fino al punto in cui
Di tre pelli tra noi, due ne farei.

339. Capriccio V.

23 Set

TOSSICO CHE URLA DA SOLO.
Mentre cammini per la strada, foga
Ti prende di gridare ai quattro venti
Non il tuo sì alla vita, o i tuoi tormenti,
Ma quel che dentro a te detta la droga.
    Mi fa rabbia, poiché quella s’arroga
Un’esclusiva che lunghi momenti
Avrei voluto propria ai miei talenti,
Come sul gobbo al giudice la toga.
    Quanto avrei dato, invece d’anni persi,
Per avere una delle tue giornate,
Di fuoco sacro, & impeti perversi!
    Quante libbre di sangue avrei donate
Per dar con pari slancio fuori i versi
All’émpito con cui spari cazzate!

338. Capriccio IV.

23 Set

BUCO.
Benché l’armamentario del poeta
Non lo comprenda, almeno normalmente,
Purtuttavia l’aver sempre presente
Anche questo, lo sai?, non mi si vieta.
    Se al tuo braccio è evidente, e ti decreta
& pubblica per quel che sei, l’ho in mente
Io, invece, e in me serbato è fatalmente
Porta d’estasi, no: pena segreta.
    Come vedi, in un buco volle un dio
Che avessero ricetto il mio / tuo vizio;
Solo hai il buco fatidico in te; il mio
    E’ in te non meno, & ambo è precipizio
L’uno in cui cadi, & l’altro quello in ch’io
Vorrei cadere, tua mercè, orifizio.

337. Capriccio III.

23 Set

LACCIO.
Porto il braccio da un vago crine avvolto,
Tu d’un laccio emostatico: fedele
Mi mostro al segno mio, ma di querele
Riempio il cielo, urla tu di gaudio hai sciolto.
    Tu ridi, io piango; io colpa d’un bel volto,
A causa tu d’un brutto braccio, e anele
Voglie ambo abbiamo: eppure in lamentele
Do solo, mentre ridere t’ascolto.
     Il tuo demone riempie di energie,
Di sprezzo del dolore, & è perfetta
Estasi, a differenza della mia.
     Tanto il trasporto dentro me difetta
Che gemo; tanto può in te bramosia,
Che alle volte ti fai co’ ‘na forchetta.

336. Capriccio II.

23 Set

SIRINGA.
Manda un’eco di morte lo strumento
Che impieghi a dar sollazzi alla tua vita;
Il mio, che una metafora m’invita
A chiamare ugualmente, non dà accento.
    Quello che impieghi fuor di sentimento
Ti manda, & hai la fonte inaridita
D’ogni affetto; di fiato a forza, & dita,
Tento sonare il mio; ma nulla sento.
    Tossico tu ti chiami, e t’avvelena
Certo il sangue sostanza spaventosa,
Che però canta quando ce l’hai in vena.
    La mia mania è una più leggiadra cosa,
Ma al canto non ha più fiato, né lena,
E m’addolora, perlopiù ritrosa.

335. Capriccio I.

23 Set

DI UN CONOSCENTE TOSSICO CHE FRASTORNAVA UN MIO TENTATIVO POETICO.
Mentre tento spillare da Ippocrene
Qualche verso non meno d’altri indegno,
Tu indefesso persegui il tuo disegno,
Facendo la rassegna delle vene.
Parli, cercando quella che conviene,
Non soltanto senz’ombra di ritegno,
Ma annichilendo a chiacchiere in me impegno
Che con silenzio e requie si sostiene.
Sicché di te già ambo la tasca ho piena,
E mentre in non poetica siringa
Versi il veleno, e versi quello in vena,
La vena a me, benché a mio modo io spinga,
Arida d’entusiasmi getta a pena,
Comech’estasi tua la mia respinga.