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490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

238. Passeggio.

25 Mar

    
 Non fan per me quelle sagome dritte
Che sempre passano agli stessi orarj,
Ben ravviate, e coi vestiti cari,
Stirate e vacue, come in un Magritte.
     Composte a un modo, sia che stiano zitte,
Sia nei ridenti e vuoti conversari,
Non amo genti che a numeri pari
Passano, non felici, e non afflitte;
     Senza che in anni abbia mai posto mente
Che di quel di cui vivono, escludendo
Che non ne so, non me ne frega niente.
     Non rinvenire, in tanta massa, è orrendo
Nulla di non omologo, & saliente;
Salvo in chi è perso, o in chi si sta perdendo.

231. Memento.

7 Feb

Ultimamente posto solo versi, perché mi portano via poco tempo, o quasi nulla, ma giusto per aggiungere qualcosa al blog — per fare cosa gradita non posso dire, perché sarebbe presunzione, e poi, beh, mi conosco. Mi dispiace, un po’, ma sto scrivendo altra cosa, che diventa sempre più complicata da fare, di là dal suo ampliarsi, anche e soprattutto a causa di una sempre più accentuata incompatibilità ambientale, che forse dipende in misura non indiretta proprio da quest’ultimo sforzo compositivo. Coi seguenti l’autore, che non aveva pace e di quando in quando avrebbe voluto dare la testa o al muro o sulla faccia di qualcuno, rammentava (“memento”, appunto) a sé stesso qualche forse utile, forse inutile principio – dipende, è chiaro, dalla capacità dell’autore di tener presenti, dopo essersene reso conto, taluni principj; tra i quali principj, anche, qualcosa di a sé nuovo e causa di stupore, perché l’autore  lamenta effettivamente, tuttora, significative lacune, e la consuetudine con gente stronza è sempre di per sé abbastanza istruttiva (benché solo per preparare all’incontro con altra gente stronza).  

Rendersi conto che a non tutti è dato
Lo stesso, e che non son pochi ventanni
Per sapere che, in sé, dolore e affanni
Mai la mediocrità hanno sollevato.
   Rendersi conto che il vigliacco agguato
E’ questione d’ogni angolo, e gl’inganni
Non scampa la mitezza; e molti danni
Subìti il tempo non ha mai curato.
   Rendersi conto che soltanto i panni
Si cambiano, ma è sempre uguale il fato,
Specie per quelli che scordato l’hanno.
   Rendersi conto che, scorrendo, gli anni
Certo molti imprevisti han comportato;
Ma il tuo passato non cancelleranno.

230. “Turin” (da Benn).

7 Feb

“Vado, le scarpe rotte, per la via”,
Ha scritto il grande genio universale
Nell’ultima missiva — stette male,
Lo portarono a Jena — psichiatria.
    “Libri per me non riesco a comperarne,
Sicché li leggo nelle librerie;
Appunti — esco a comprarmi un po’ di carne: —
Così, a Torino, le giornate mie”.
    Lor Fetenzie la pancia piena rasa
A Pau, Bayreuth, Epsom s’ingolfavano.
Abbracciò due ronzini che passavano,
Finché lo trasse il suo affittuario a casa.

Con qualche licenza, da Gottfried Benn, Poesie statiche 1935-1946.

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

227. 27 gennajo 1901.

27 Gen

COMMEMORA, IMPERFETTAMENTE E FUOR D’ORA, SICCOME IMPERFETTA E’ LA VITA E FUOR D’ORA, SEMPRE, GIUNGE LA MORTE. 
Nulla s’affida al caso, in ciò: è interrotto,
Si tratti o d’uomo, o santo, ossia d’un dio,
Il flusso continuato dell’oblio
Secondo il calendario (è scritto sotto
La data), ogni tot anni. Il centootto
Non è una cifra tonda, lo so anch’io;
Ma non stona a Chi è morto (a parer mio)
Sbagliando a infilar l’asole al panciotto.
Giustamente, la commemorazione
Se la faccia chi oblia: savie misure
Per rinfrescar ricordi alle persone;
Per me, che non mi scordo, seccature.
(Verbale, Lui: BOTTONE PIU’, BOTTONE
MENO — io un anno sì; & l’altr’anno pure).

226. Sonetto.

26 Gen

RAPPRESENTA LA VITA COME UNA PRIGIONE DALLA QUALE E’ POSSIBILE EVADERE SOLO IN UN MODO.
Ci ergono gli anni intorno le invedute
Sbarre di due o tre ergastoli,  e poi via:
Non cessa, prima, quella prigionia,
Mai, prima, quelle sbarre son cadute.
Se assistono la sorte e la salute,
Pur non dànno speranza qualchessia,
Prolungando, anzi, a noi quell’agonia
Fatta di lunga noja e pene acute.
S’inganna l’uomo quando mai ripone
Speranza nella grazia, o in un disegno
Ingegnoso, d’uscire di prigione:
Solo giungendo in sull’estremo segno
Mette a segno davvero l’evasione:
Quando l’affranca un carcere di legno.

219. Al Sonno.

17 Nov

IPNO, tiranno già, ora refrattario
Anarca, & infingardo, che tra reti
Capziose tra il volere mio divario
Ponesti spesso, & storici, & poeti,
Perché mai neghi adesso il necessario
Riposo, o, dove sia, che mai Ti vieti
Indurre in me & oblio, pace, & ristoro,
Io non capisco, io non mi spiego, io ignoro.
***
Vero è che cristallizza a me le notti
In veglie raggelate ispido Arturo,
Che gli occhj a me con ghiaccj non mai rotti
Spalanca Inverno irrigidito & duro,
E so se inane vi s’opponga, & lotti
(E in specie quando esposto all’aere oscuro)
L’intrinseco calore, e trovi immiti
Ceppi di brine, e sbarre in stalattiti.
***
Vero è che l’incombenza irta di Crono
Periunt & imputantur mi deversa
Contro, da quant’intorno a me vi sono
Quadranti, rinfacciando la perversa
Vita a me, che vaneggio, & che sragiono,
In ogni ora additando un’ora persa,
In ogni dì additando un giorno in meno,
E in fondo al tempo vuoto un fosso pieno.
***
Vero è che, nel girarsi, il diffidente
Sguardo, per imprudenza ormai sottile,
Non scorge un volto umano tra assai gente,
Non vede gente amica in clima ostile,
Non ha clima secondo in terra algente,
Non trova salda terra in fogna vile,
Sicché Ti teme, e ai sogni Tuoi non cede,
Perché rinati da quel ch’esso vede.
***
Vero è che, del passato incubo atroce,
La memoria di sangue deturpata
Mi garrota le notti, e con la voce
D’alcuna ombra negletta strambasciata
S’oppone a che abbia pace, e più feroce
Si fa nell’ombra, & torva, e allucinata,
Che me in tant’anni ha perseguìto tanto
Che seccò il sangue al cuore, le urne al pianto.
***
Vero è che la Vergogna inveterata,
Che oggi arrossisce come alla prim’ora,
Contro m’è volta, e con la sua annodata
Sferza mi sferza, & che non mai scolora 
Spiega scoprendo faccia butterata,
Ché è quella lue che la fa rossa ancòra
(Lue che arde però meno della fretta
Ch’io compia in chi la merita vendetta).
***
Vero è ben tutto questo; ma se questo,
Mina della mia fabbrica infiacchita,
Coll’urto suo prevale, atro & funesto,
Sull’anelito a conservar la vita,
Dunque l’estremo limite m’appresto
A valicare; & quest’ombra avvilita
In cui, sono anni, affondo non disdice
A un passo d’altri più non infelice.
***
Ma se è vero che etern’oblio m’accoglie,
Quanto a schiudersi tarda atrocemente!
Dunque Tu scendi, e tocca queste spoglie
Con la virtù che è Tua, pietosamente:
Con la virtù che dal dolore stoglie,
L’ultime volte a queste membra spente
Dà conforto; & insegnami le torte
Vie per cui s’entra al regno della Morte.

206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.

9 Ott

Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.

Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano — tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.

Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combattè in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ’95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.

Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.

E’ un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.

Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non potè fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.

Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.

Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Taddea Colloredo), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.

Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.

Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. E’ del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.

Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:

Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnàti?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.

E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. E’ come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.

Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.

Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.

206. Non so che cosa sia “buono” in arte.

8 Ott

Maria Callas, Medea, “Numi, venite a me” (1953, Firenze)

Il prossimo 2 dicembre compirebbe 85 anni (dev’essere anche un promemoria, vorrei scrivere una cosa, per quella data) — fa un po’ specie, e suona anche tra il ridicolo e il blasfemo, trattandosi di lei. Riconosco di pensarci spesso.

192. Letteratura italiana 2008.

7 Lug

Uno

&

due.

[Ah, alcor, questo non basta.

Abbraccio].

186. LG2

11 Giu

Leyla Gencer – Tornami a vagheggiar – Alcina

Non riesco ad attaccarlo sotto il post precedente senza cancellare i commenti, dunque ne apro un altro. In coda al post precedente davo qualche distratto consiglio di ascolto; io jersera ho ascoltato questo. La registrazione è tarda (1981), ma la forma della Gencer è smagliante; peraltro il timbro, come si sente, è freschissimo. Le arie barocche erano utilizzate come scaldavoce, per inizj soft, nei vecchj concerti dei vecchj cantanti; ma “Tornami a vagheggiar” è  molto difficile.

Bello l’obituario del Telegraph.

185. E’ morta Leyla Gencer.

10 Giu

Non l’ho fatto per Di Stefano (03/03/2008), di cui peraltro s’è parlato deludentemente poco (non credo tanto per via della morte di Pavarotti, 06/09/2007, che non era propriamente a ridosso, quanto per il fatto che era pochissimo amato dai critici e da tutti quelli che scrivono e discutono di opera), forse perché mi è dispiaciuto troppo, lo faccio per Leyla Gencer, 10/10/1924-questa notte, Milano. E’ una cosa molto singolare il fatto che anche lei fosse di pochissimo più giovane della Callas (otto mesi), come anche la Sutherland, che aveva solo tre anni meno: eppure la sua collocazione nella storia dell’opera è quella di una delle più accreditate eredi, una delle più illustri epigone. Tra le molte eredi non ce n’è una più meritevole o più importante delle altre, dal momento che il legato della capostipite, si può dire, è stato fatto a pezzi e distribuito in parti piuttosto eque tra le diverse primedonne, che ne hanno poi fatto il meglio che sapevano: la Caballé ha fatto sua la voce-strumento, un po’ flauto, un po’ oboe, un po’ violino, apprezzabilissima nelle nenie specialmente, donizettiane e belliniane; la Sutherland, fulmine di guerra, ha approfondito tutto il discorso sulla coloratura, pervenendo ad esiti di inedita astrazione; altro dovrebbe essere detto delle cantanti nere, che la vigorosa “etnicità” della Callas ha contribuito come nient’altro a consacrare (penso alla Verrett, soprattutto), altro su cantanti, come la Deutekom, che a partire da quei presupposti hanno fatto tutt’altro, con originalità e spregiudicatezza — ma sempre a quella matrice si rifanno. Sono tutte quante diverse e indipendenti, nessuna di loro merita alcuna palma sulle altre; ma la Gencer, tra tutte le eredi, è quella che con la cara estinta ha i più marcati tratti di somiglianza. Una somiglianza di estrazione, che non l’ha schiacciata, perché le era coessenziale: una greca, sia pure per modo di dire, l’altra turca; una studia con una cantante spagnola (Elvira de Hidalgo) in Grecia, l’altra con una cantante italiana (Giannina Arangi Lombardi) in Turchia. Hanno una formazione del tutto “europea”, ma sono irredimbilmente orientali; l’una, la maggiore, di famiglia non incospicua ma déraciné, incerta, un pajo d’occhj spalancati sull’orrore; l’altra, di estrazione altoborghese, figlia di diplomatici, pacata, sicura di sé. Tutte e due destinate ad importare nell’opera qualcosa di straniero, di alieno, o forse semplicemente di originario. Quando la Callas, dopo il ’57, entrò in crisi, furono diverse le cantanti che cercarono di riportare Norma e Violetta alla Scala, ma finivano regolarmente fischiate e prese a pomodori marcj (gl’insulti vomitati dal loggione erano irriferibili): alla Scotto e alla Freni, accolte al grido di “guitta! guitta!” o ingaggiate in scambj d’insulti proscenio-loggione, non disse affatto bene, e si allontanarono per qualche anno dal massimo teatro italiano. La Gencer, non senza tensioni ma alla fine successful, poté riprendere Anna Bolena e Norma immediatamente a ridosso delle produzioni incentrate sulla Callas, o in anni in cui il ricordo della Callas era ancòra vivo, doloroso e bruciante, e il rancore nei confronti di tutto quello che aveva contribuito a distruggerla era feroce. Ciò si spiega col fatto che la Scotto e la Freni, benché fossero cantanti majuscole, potevano passare per rappresentanti di quell’italianità asfittica, melensa e al fondo aggressiva, a cui pareva essersi sacrificato un po’ troppo; la Gencer, invece, era un’infiorescenza rara ed esotica; la sua terra era, per estensione, quella della Callas. Aveva il merito di portare altrove, e oltre, in anni che avevano ben poco di bello da offrire. Accanto alla Simionato e a Zaccaria, in una bellissima Norma che tuttavia non vale la sua Bolena, ebbe un mezzo trionfo. Seguendo la vulgata (per quanto riguarda la Callas), c’è un’ulteriore rima interna nel fatto che anche le sue ceneri sono state inghiottite dal mare (l’Egeo per l’una, quello del Bosforo per l’altra), ma è una cosa macabra. Mi sono riferito a Di Stefano, poco sù: con Di Stefano fece una bella Forza del Destino, 1957, direttore Votto. La consiglio, perché no? Era una cantante straordinaria, interpretò decine di ruoli (a differenza, stavolta, della Callas, che aveva un repertorio ecletticissimo ma non cantò molti ruoli), fece molte grandi cose.

83. La Morte.

26 Mar

Coll’emme majuscola, proprio così. Giorni fa, magari giorni & giorni fa, qualcuno, via mail, mi ha chiesto a bruciapelo: ma tu ci pensi mai alla morte? Non faccio a tempo (questa è la mia impressione, in realtà tempo ne ho avuto, sono io che lo spreco) a girarmi un po’ in qua e un po’ in là, ed ecco che leggo su lalucedimizar una riflessione notturna, ma da notte insonne, sulla morte. Dopodiché, a breve distanza di tempo, ne leggo un’altra. Dal momento che sono a caccia di spunti per una cosa, che non metterò mai sul blog, che dovrebbe essere insieme sia perfettamente organica che assolutamente frammentaria, ossia una raccolta di poesie che possa compilare come una specie di romanzo a tessere, e dato che La Morte mi sembrava un gran bell’argomento, come La Notte, L’Usignolo, La Rosa, Il Brindisi, L’Alba, Cefalo & Procne, La Tempesta di Mare, La Battaglia di Lepanto, Romeo & Giulietta, &c. &c. &c., avevo addirittura pensato di dedicarLe un mazzetto di versi, un’ode, una collana di sonetti, una corba di epigrafi. La cosa strana che mi succede quando mi faccio contagiare dalle idee altrui, ossia quando cerco di trattare idee del tutto ultronee, allogene, come se fossero nate qui nel cervellino mio, mi appare qualche buffa scenetta davanti agli occhi.

Stavolta l’unica cosa che sono stato buono di cavare da quella specie di colonia di nidi di mosche che fa le veci del sistema nervoso centrale all’interno della mia scatola cranica è stata quella di una brutta casipola, di quelle venute sù presto nell’immediato dopoguerra, ma lunga e alta, proprio a ridosso di, e sopra ad, una vecchia e scassatissima, squallidissima stazione ferroviaria; sul cui balconcino più alto, di torciglioni di ferro arrugginito, nell’aria carica di smog e puzze, tra il fischio moribondo di treni asbèstici e lo s-cìk/s-ciàk delle scariche guaniniche di piccioni malati, a un certo punto esce una vecchiarda colla cuffietta in testa, che si piega amorevolmente su un grosso vaso (l’unico) in cui chiedono flebilmente pietà alcuni stecchi marronastri; e una voce da Favolista comincia a raccontare C’era una volta una deliziosa vecchina, che per trascorrere lietamente gli ultimi giorni della sua vita coltivava sul suo pittoresco balconcino immortelle e carampànule… Poi, naturalmente, volendo, la favola va avanti. Di sicuro c’è solo questo: che la vecchiarda crepa.

Ho scritto anche una lunga stronzata su lalucedimizar in proposito, che tuttavia ha avuto la sua utilità: ricostruendo rapidamente, magari anche un po’ distrattamente, i miei rapporti con Lei quand’ero piccino, mi sono reso conto che, dopo un periodo di terrore estenuante, la paura della morte, intesa come quel senso di timor panico, di dissolvimento nel nulla, quella visione insostenibile, soverchiante, annichilente, be’, io da allora non l’ho più avuta. Mi ci sono rassegnato, forse; o almeno non trovo più così terrificante l’idea di svanire. Non ho trovato nulla di soverchiante nella perdita di persone care, per esempio: l’ho reputata un’ingiustizia fetente e, quello sì, l’idea di non riuscire a far sopravvivere, in qualche modo, alcune persone che sono state, nel frattempo, risucchiate nel nulla portandosi via una consistente dose della parte migliore di me (razionalmente accetto l’idea: era tutto in prestito; è stato reso; ma è ovvio che mi senta defraudato, da un certo punto di vista. Monco, se non altro) mi ha creato angosce tremende, e una nera disperazione cattiva, da crisi pantoclastica. (Mi sfogai all’epoca del trasloco, ricordo: mentre due tizj che non avevo chiamato io andavano avanti e indietro portando via la roba, buttavo le cose a terra, e le spingevo verso l’uscita, carte libri armadietti scarpe mensole cassetti computer, lasciando che tutto si ammaccasse si aprisse si stracciasse si sfasciasse).

17. Un assassino.

23 Nov

Chissà se se ne ricorda qualcuno. La notizia risale a qualche anno fa, potrebbero già essere una decina. Non ricordo di aver sentito la notizia per televisione, ma ricordo che la figlia della vittima scrisse un articolo sia per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, sia per un giornale a diffusione nazionale; e poi andò al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté sostanzialmente le stesse cose — aveva una richiesta da fare. La madre era un membro rispettabile della Comunità ebraica di Milano, ed era una psicanalista originaria dell’est europeo, ma uno di quei paesi che non si associano immediatamente alla presenza ebraica, era un paese ex-iugoslavo come la Croazia o la Slovenia o va a sapere più che paese fosse (non posso farci niente: nonostante, a distanza di qualche mese, cercassi di recuperare quelle notizie, non ci sono mai riuscito, e ho dovuto rinunciare). Aveva un domestico dello Sri Lanka, che a un certo punto, senza motivi di avidità o passionali, l’ha uccisa, abbastanza barbaramente, dopodiché se n’è scappato al paese natio. Lo Sri Lanka non ha con gli Stati europei convenzioni che consentano l’estradizione, di qualunque reato si tratti; e là non si poteva certamente pretendere che lo processassero per una cosa fatta qui. Insomma, era sfuggito alla giustizia italiana. La vicenda aveva colpito la Comunità ebraica milanese molto duramente, stando al frasario rituale di queste evenienze; ma qualche notazione circa i contributi versati dalla facoltosa psicanalista alla Comunità mi aveva messo in sospetto che il lutto fosse più sinceramente sentito di quanto esso convenzionale frasario potesse indurre, di per sé, a credere. Quello che invece colpì me fu invece l’articolo che la figlia della dottoressa scrisse per il prefato bollettino: una lettera dal tono composto, squillante e perentorio, senza alcuna traccia di emozione che potesse annettersi all’idea che umanamente ci si può fare di un lutto, anzi senza emozione affatto. La stessa riapparve, come ho detto, sulla stampa nazionale, nella stessa identica forma, salvo che sul bollettino della Comunità ebraica quelle due o tre volte che l’appellativo generico dell’ente superiore immaginario era citato nella non lunghissima lettera ricorreva nella forma “d-o”, tornando alla lezione per esteso “dio” quando la lettera riapparve sulla stampa nazionale. La lettera, che — ripeto — mi colpì per il tono impassibile e vincente, narrava per sommi capi quello che la cronaca aveva comunque già riportato: che la dottoressa era stata uccisa, piuttosto barbaramente, dal domestico, che in mancanza di motivi passionali o di avidità era chiaramente da inquadrare come squilibrato. Quindi passava a descrivere la personalità del domestico, nella quale, diceva momenti di sconforto e momenti di esaltazione di alternavano senza soluzione di continuità. Un domestico abbastanza giovane, sopra i venticinque anni, non un ragazzino, ma certamente un giovane uomo. “Velleitario”, era definito anche. Una personalità instabile, un uomo che voleva quello che non poteva ottenere, evidentemente (il significato di “velleitario” non è forse questo?); ma che, intanto, faceva il domestico in casa di una ricca signora. Una psicologa, che doveva interpretarlo bene. Anche meglio della figlia, si suppone, o non meno precisamente.

La figlia di questa rispettabile dottoressa comparve poi al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté le parole (che allora mi erano rimaste molto impresse, permettendomi di ricollegarle immediatamente a quello che sentivo dire — poi c’è stata una specie di rimozione, alla quale, appunto documentandomi, ho cercato di opporre qualche sforzo; è stata anche questa mera velleità, perché non ho più trovato nulla che mi parlasse di quel caso. Qualcuno ne saprà qualcosa? Qualcuno se ne ricorda [ne dubito, prevengo]?), le quasi esatte parole che aveva scritto nella lettera per la Comunità ebraica di Milano e, p.c., per la stampa nazionale (o all’inverso), e chiedeva una cosa: che ci si adoperasse affinché il domestico fosse portato in Italia, e fosse sottoposto a processo, e fosse condannato per quello che aveva fatto. Una cosa curiosa è che la figlia della dottoressa, mentre diceva queste cose, dimostrava di essere molto gelosa dei suoi sentimenti, perché sorrideva cortesemente, ma facendo trapelare una certa tensione aggressiva, come chi è abituato a parlare da dietro una scrivania e in salotto. Dico che era curiosa, perché lo stesso sorriso signorile si vedeva già leggendo la lettera. Ma questa è la seconda cosa che ho notato, di questa signora (ma attenzione: questo è quello che ricordo, che non necessariamente coincide con quello che realmente ho visto; nel qual caso sarebbe molto gravoso, per me, anzi velleitario dimostrare di aver visto effettivamente quel sorriso, che sarebbe a quel punto un po’ come l’abito nuovo dell’imperatore, ma al contrario — la fodera, diciamo, il revèrs); la prima cosa che ho pensato, vedendola, è stata non sembra neanche ebrea. Era una normalissima giovane signora, presumibilmente di cinque o sei anni (ma ricorderò bene?) più vecchia del domestico che aveva assassinato sua madre, e aveva i colori (castano appena rossiccio, biondo) del tipo più comune di signora che si vede ovunque in Italia, non aveva nulla che reminiscesse né l’est né alcunché di ebraico. E diceva che aveva intenzione, nel caso, di assoldare qualche privato disposto a rapire il domestico fuggiasco e a portarlo in Italia: quanto a questo non c’era problema (se lui poteva rimanersene impunito dalle autorità italiane andandosene a Serendippo, lei sarebbe rimasta tranquillamente impunità dalle autorità di Serendippo colà serendipizzandolo), il problema era: una volta riportato in Italia, lo avrebbero processato? Lo avrebbero condannato e messo sottochiave? Ma soprattutto disse un’altra cosa, che ascoltai con crescente sconforto, e cioè che temeva che da parte degli italiani ci sarebbero potute essere ritorsioni nei confronti degli abitanti dello Sri Lanka attualmente in Italia, vale a dire una specie di teorema: Restituiteci, srilankesi, il domestico assassino, in modo da scrollarvi di dosso l’avversione che l’insano gesto certo vi addossa. Molto geometrico e molto arguto: una di quelle piroette del pensiero che almeno in certi contesti possono agevolmente sostituire, senza sobbarcarsi la noja e il fastidio di dover ammettere l’ignoranza, una reale conoscenza del mondo.

Sono casi, questi, di cui i giornali si stancano presto di riportare aggiornamenti e novità eventuali, perché non hanno in sé nulla di misterioso, nulla di enigmatico, nulla di eccitante. Posso solo supporre che a gente un po’ meno imbambolata di quel che ero io all’epoca fosse chiaro e patente quello che io, al momento, arrivavo solo con sforzo ad immaginare, imponendomi peraltro un esercizio di pessimismo schematico del tutto artificioso. Solo che, chiaramente, la gente più navigata di me voltava di fretta la pagina del giornale, se pure vi si era soffermata, perché questi sono casi molto comuni, al mondo. E nessuno, se non qualche personalità accostabile alla mia, avrà risentito di quella notizia (a parte il senso di sottile, fetida infelicità con cui avevo letto che la donna era stata sepolta nel cimitero della Comunità ebraica di Milano. Non esisteva un modo per chiedere che la rimuovessero? Pur sapendo bene benissimo che un cadavere è un cadavere, in questo caso doppiamente cadavere, e come cadavere di colpevole di un delitto che mi pareva innominabile [e infatti è innominabile, ma in quell’altro senso], e come cadavere ebreo), cioè pochissimi, e meno ancora (forse solo io) se ne sarà portato dietro il lunghissimo strascico.

Avevo progettato un romanzo, in cui c’erano una ricca donna cattolica e un servo seminudo delle Isole Felici. L’evidente disonestà di questo approssimativo approccio mi aveva fatto giustamente cadere la penna di mano.Il fatto è che non riuscivo a comprendere veramente che fosse ebrea. Lasciandola ebrea mi pareva di tradirmi. Facendone una cattolica, una protestante, un’avventista, una buddista — un’agnostica, o non entrando proprio in materia di religione tradivo la sostanza della storia. Dopo aver inutilmente cincischiato, cercai di recuperare quelle notizie, anche solo la lettera, ma nonostante scartabellassi i troppi bollettini della Comunità ebraica che un’amica passava, intonsi e incellofanati, a mia madre perché li passasse a me, non ho più trovato niente. Ogni tanto (vedi oggi) mi torna in mente. Mi chiedo che fine abbia fatto il domestico dello Sri Lanka.