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412. Mauriziano.

2 Nov

Sono stato poco fa al pronto soccorso del Mauriziano. E’ andata esattamente come mi aspettavo. Il dialogo, tra me e un’infermiera colla faccia invariantemente da stronza e le mèches invariantemente verdi, si è svolto nel modo che segue:

INFERMIERA. Lei che cos’ha?

IO. Ho la febbre da dieci giorni, dopo essere stato a contatto prolungato con una persona con la tbc. Peraltro, a marzo risultavo positivo alla tubercolina.

INFERMIERA. E perché è venuto qui?

Avevo il numero 245, e l’avvertimento della stessa stronza che ci sarebbe stato “un po’ da aspettare”. Ho buttato il numero 245 e sono venuto qui ad aspettare che apra dal medico. Mi faccio fare l’impegnativa e mi faccio mandare direttamente dallo specialista. Tutte le volte che mi sono avvicinato a un pronto soccorso è andata alla stessa, merdosa maniera. Potessero morire tutti, dove sono.

La persona che dovrebbe avermela attaccata ha dovuto aspettare 6 mesi che centrassero la diagnosi giusta; finché non ha avuto la pleura distrutta non hanno cominciato la chemioterapia. E adesso che è a casa con la febbre, ancòra non abbozzano che ha avuto una ricaduta o una recidiva. Lui stesso mi ha raccontato di una OS di 26 anni che, due o tre anni fa, è morta di consunzione senza che i medici avessero mosso un dito. Si parla del 2006-2007, non del 1850 (anzi, magari allora l’avrebbero curata meglio – che è tutto dire).

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253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

236. Giallo.

7 Mar

Mi domandò:

– Quando è sceso, lei era a piedi scalzi. Come mai? Non usa pantofole?

– Le uso; ma quando mi sono alzato per andare a prendere la pasticca di sonnifero, poiché la stanza è tutta ricoperta di una grande moquette grigia, non le indossai.

– Ma nel bagno ci sono le piastrelle.

Scossi le spalle.

– A dire il vero non ci ho pensato.

 

Steve Cockrane, Fantasmi in casa Sheldon [titolo originale dell’opera: Goots at Sheldon Lodge, versione italiana a cura di Pino BELLI], collana “Narratori americani del brivido” n° 267, Edizioni Antonino Cantarella, Roma 1980. Pp. 68-69

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

160. L’assassino di www.marcomancassola.com

3 Dic

E’ questo signore qui (è turco).

54. Piccoli cristiani muojono.

10 Feb

Leggete questo. Il libro non l’ho letto, ma lo farò quanto prima, e suppongo la stragrande maggioranza di quelli di voi che ne sanno qualcosa saranno stati informati dalla televisione (essendo passata una notizia in merito al Tg1), che io non guardo.

Il figlio dell’ex-rabbino capo di Roma ha scritto in un libro che tra il 1100 e il 1500 ci furono effettivamente sacrifici umani da parte di Ebrei askenaziti — sacrifici di bambini, in particolare, il cui sangue sarebbe stato utilizzato per impastare le azzime, che sarebbero le nonne delle ostie; come certi libri sono i padri dei porcodii.