Tag Archives: che cosa resta

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

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407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

267. Che cosa mi resta di Torino.

17 Giu

Come mai i panettieri a Torino fanno gli stessi orarj che in qualunque altra città del mondo fanno solo i giojellieri? Sono tanto ricchi, o è un altro modo per distinguersi?

Mi stavo appunto chiedendo che effetto mi farà abbandonare il Quadrilatero Romano, Porta Palazzo, San Salvario, Borgata Paradiso, Corso Francia, Porta Susa, Porta Nuova, Porta Chivuoitù, il Balùn, l’InformaGiovani (perché io sono un giovane; fino all’anno prossimo, poi dopo invecchio, comunque la tessera, nel frattempo, ce l’ho ancòra, tiè e aritiè), via Foligno, la Civica, la Geisser, la Primo Levi, la Nazionale; e tutte le cose che non ho visto, ossia la metà superiore del Museo Egizio, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca del Museo del Risorgimento, il Mao, il Miao, il Muuu, Torino Sotterranea, l’interno delle Vallette, Villa Cristina, Villa Turina, la Casa di Accoglienza Notturna Umberto I di Via Ormea, il settore femminile del Sermig, il dormitorio del Cutu; e ancòra, tutti i locali in cui non sono andato, il Trocadero, il Club 84, il Miliardèr, la Cantinetta, quella pizzeria dove fanno le pizze panna & asparagi; e poi le persone che non rivedrò, il caro GH, che trascinerà ancòra anni la gamba di legno senza la mia compagnia (ammenoché non faccia cancrena sùbito, nel qual caso sopravvivrà solo un pajo di giorni alla mia partenza); KJ, che mi ha ciulato il telefonino, e che ho prontamente perdonato perché era rotto; Gina C., che voleva cotto e formaggio, e non frittata (ma stròzzati, cretina); Antonio Titi, che mi deve ancòra quaranta euri (inutile che io insista perché è ancòra in galera); Grazia Tota, a cui devo ancòra quella famosa sediata in testa – potrei mai partire senz’avergliela data?; Giuseppe L., che non ricordo abbia mai aperto bocca in mia presenza, ma ha una fisionomia simpatica, e forse lo ricorderò con piacere. Ma, delle cose che ho visto, delle persone che ho frequentato, della vita di merda che ho menato, qui, finora, questo soprattutto mi chiedo: che cosa amerò di più ricordare? Tra S. Antonio, per esempio, e il Cutu non ho dubbj, perché a S.A. si mangia come in una passabile osteria, mentre dopo mangiato al Cutu mi girava sempre la testa finché non andavo di corpo, e comunque era sempre diarrea. Ma che cosa rimpiangerò di più, tra la mia panchina in piazza s. Carlo e la mia panchina in c.so Siccardi? Dove una volta la settimana mi sveglio innaffiato dalle pompe, che sono orientate male, e invece di sparare in mezzo all’erba ribaltano ettolitri d’acqua in mezzo al camminamento. Forse più p.zza s. Carlo, direi, a questo punto (ma lì di solito mi svegliano i vigili, anche quello non è piacevole).

Eh, insomma, che città, Torino. Chissà se avrei potuto viverla diversamente; chissà se avendoci un lavoro del cazzo, compagnia sessuale e un giro di amici parassiti l’avrei apprezzata maggiormente. O se, dovendola lasciare, avrei come adesso l’impressione che non me ne resterà nulla, nulla.

(Ho mostrato a un’amica in visita la facciata del duomo di san Giovanni, il monumento più antico della città, dicendo: “… Che, come vedi, è orrendo”, e lei ha ribadito, concordando: “Bleah”. Però, all’interno della stessa, modestissima, costruzione c’è la cosa più bella della città: il ritratto scultoreo di una dama della duchessa Jolanda – ma non l’ho già detto, da qualche parte, anni fa? -, dunque quattrocentesca, dal lunghissimo strascico).