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398. Dalla Clio di Quevedo III.

19 Ott

A ROMA SEPOLTA SOTTO LE PROPRIE ROVINE.
In Roma cerchi Roma, oh pellegrino,
Né di Roma hai tu in Roma le avvisaglie:
Cadaveri son quante alzò muraglie,
E tomba a sé trovato ha in Aventino.
Giace, dove regnava, il Palatino;
E, limate dal tempo, le medaglie
Più appajono evizioni alle battaglie
Del tempo, che blasone del Latino.
Solo il Tebro restò, la cui corrente,
Se l’irrigò città, ora sepoltura
La piange in suono funebre e dolente.
Roma, di bello & grande in tua fattura
Scorse quant’era fermo, e solamente
Quello che scorre t’è rimasto, e dura!
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397. Dalla Clio di Quevedo II.

19 Ott

ALLA STESSA STATUA.
Bronzeo più della bronzea tua figura
È chi ti vede, e che non piange allora;
Quando già il sentimento che t’adora
Fuse metalli a darti forma dura.
Vuol col ferro la tua cavalcatura
Premer liquide strade, che l’Aurora
Profuma andando, per cui apre Flora
Varia e feconda ognuna sua fattura.
Dura vita con mano lusinghiera
Diede in Firenze artiere a te ingegnoso,
Sicché regni e in superna e in mortal sfera.
Questo ch’imita te bronzo è virtuoso;
Quale sarebbe al fato gloria altèra
Se in anni lo imitassi numeroso!

396. Dalla Clio di Quevedo I.

19 Ott

Francisco de Quevedo, Il Parnaso spagnolo, monte in due cime distinto, con le Nove muse castigliane.
 
Clio, musa prima. Canta poesie eroiche, vale a dire elogj e memorie di principi e uomini illustri.
 
ALLA STATUA DI BRONZO DEL RE DON FILIPPO III.
Oh quanta maestà! Oh quanto il nume
Proprio al terzo Filippo, invitto & santo,
Arriva il bronzo ad imitare! Oh quanto
Del raggio suo quest’apparenza assume!
Non smorzi il tempo, ma rispetti il lume
D’un volto il quale amore al pari, e pianto,
Destò, nemico e amico, altrui, fintanto
Ch’estese del suo essere il volume.
Osò imitar l’artefice toscano
Uno che dio imitato ha in tal maniera
Che tanto santo quanto re è sovrano.
Cólla riproduzione veritiera
S’erge il bronzo in reliquia, e questo piano
Col lampo maestoso illustra altèra.