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9 Set

Eccomi qui, in ritardo come al solito.

Come avevo annunciato, intendevo riprendere daccapo tutta la questione di jeri, che è andata a finire come sa chi è venuto a léggere su Nazione Indiana il post che Domenico Pinto mi aveva chiesto di ripubblicare dopo che l’avevo messo qui sul blog. Dopo lo scivolone iniziale di Dario Borso, che è veramente tutt’altro discorso, è comparsa una tal GiorgiaSanto, non so se questo nick equivalga al suo nome, la quale, rimanendo tutto il giorno attaccata alla rete, non ha fatto altro che defecare, ostinatamente, presuntuosamente, astiosamente, una serie di affermazioni negative a proposito del sottoscritto; ed è stata coadiuvata, un pajo di volte, da una (ancòra più livida) flaviadebono, che ha aggiunto accuse le più assurde; finché, dopo una risposta dall’administrator stesso definita ‘aspra’, la mia, le due avrebbero ribaltato addosso al sottoscritto e a NI contumelie parecchio sordide, motivo per cui è stata loro chiusa la porta in faccia. Lo stile della GiorgiaSanto, dell’altra non parliamone, non fa nemmeno lontanamente sospettare che possa essere ‘del ramo’. Ha parlato, in termini del tutto astratti di pubblicazione, essere nel gioco, mettersi in discussione e non so che cos’altro, ma al fondo è evidente che non è nulla di nulla – potrebbe essere, oh tempora, tutt’al più una professoressa delle medie, date le citazioni leggiucchiate all’ultimo dall’Ape latina e certi pietosi riferimenti danteschi – alcor, poveretta, che l’ignara mentecatta ignora chi sia, e quanto e che cosa abbia, lei sì, pubblicato, s’è sentita dire “tu segui il duca tuo”, laddove il duca sarei io, oltreché della ’scherana’. Ne sono spiacente per alcor, meritevole di altro trattamento.

Un trattamento pessimo meriterebbe invece questa Santo, va da sé. Ma andiamo con ordine.

Dario Borso, col quale mi sbrigo sùbito, non essendo della partita delle Santo e delle Diobono, è stato il primo a commentare, sotto il nome “Dario Boffo”, dicendo una cosa in sé lecita, ma almeno a me non molto chiara:

“Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda” – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo.

Lecitissimo dire che scrivo di merda, ci mancherebbe, anzi: me lo sono detto praticamente da solo va da sé che la cosa non mi preoccupa minimamente. Quello che non capisco è come mai proprio questa frase sia più di merda delle altre – mi ha spiegato poi, Dario Borso, che era solo questa frase in particolare a non convincerlo, diciamo – insomma, a parergli una merda. Io non so in che cosa tutte le altre (frasi, del testo) sarebbero migliori. E’ la parola ‘ambage’ che crea difficoltà?

Ma con Dario Borso la cosa è praticamente finita qui.

Alle 10.42 è apparsa per la prima volta questa GiorgiaSanto, che nessuno ha mai sentito nominare, su NazioneIndiana, la quale dimostra di aver letto alcune cose dal mio blog:

Mi ricordo della recensione a Giuditta Russo. Ramanzini c’era andato piuttosto pesante (o leggero, a seconda delle opinioni personali). La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini. I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi. Non è una cosa personale contro Ramanzini, provo in generale un fastidio verso questo genere di critici “vergini”. Forse sarò andata OT ma il resto dello scritto non mi ha suscitato particolare interesse -en passant, Rarmanzini ha scritto di meglio e meglio, almeno sul blog-

Tutto questo, in apparenza, è perfettamente innocente: l’idea che la SantoGiorgia si è fatta di me certamente non è positiva (ma a me non me frega niente), e quello che sostiene in materia di quello che, però molto stupidamente, chiama ‘critici vergini’ poteva anche starci – ma NON su un blog collettivo, dove la gran parte delle persone di cui si mettono in pubblico cose non ha quasi mai o mai pubblicato su carta un bel niente! Mi stupisco, anzi, che la Santo non sia stata messa al corrente del posto in cui si trovava. Che le chiedesse: Che ci fai, qui, se: 1. quello che ha scritto Ramanzini non t’interessa; 2. se i critici vergini, come goffamente li definisci tu, non ti piacciono? A parte quel mettere le cose in termini di “fastidio” personale, naturalmente: un commento non è un brano autobiografico, si suppone dovrebbe aggiungere qualcosa alla discussione – l’autobiografismo, poi, sarebbe da evitare a maggior ragione inquantoché io non conosco questa GiorgiaSanto, e nemmeno sua madre e sua sorella; inquantoché il suo autobiografismo, se proprio non poteva farne a meno, non si accompagna ad uno stile proprio indimenticabile (su NI si cercherebbe di scrivere, si suppone); inquantoché, insomma & in definitiva, a noi dei fastidj della SantoGiorgia non ce ne potrebbe fottere di meno. Quanto al merito di quello che d’imperdonabile avrebbe fatto Ramanzini c’è quella che lei definisce una ‘critica’ a Moresco, che poi non è una critica, ma una semplice scheda di lettura, anzi di non-lettura, dal momento che il libro, come peraltro ho detto, non mi sono sentito proprio di terminarlo. Mio diritto non terminarlo; mio diritto dirlo, nei termini che ritengo opportuni. Non mi risulta che l’autrice dei Canti del caos sia poi la SantoGiorgia; avrei capìto che se fossi stato un critico, innanzitutto, e anche un bel po’ autorevole, di fronte ad una lettura del genere Moresco si sarebbe un bel po’ incazzato. Ma Moresco non ha mai letto Ramanzini, Ramanzini non ha mai finito di léggere Moresco, e soprattutto quella di Ramanzini non è una critica. E’ il post su un blog. A proposito di verginità, sarebbe anzi molto carino che la GiorgiaSanto, magari con la Diobonino, se n’andasse a farsi, di tanto in tanto, un giro in rete; per blog, magari; a vedere quante migliaja, e decine di migliaja di persone, senza pubblicazioni alle spalle, senza carriere sfolgoranti in corso, magari senza nemmeno la laurea o un miserando diploma, tutti i giorni ribaltano in rete megatoni di pareri su questo o quel film, e su questo o quel libro, e su questa o quella mostra. Se il problema di GiorgiaSanto è quello di non aver capìto che la rete è libera, e che la libertà consiste nell’esprimersi come si ritiene giusto & opportuno, il problema è solo suo. Quello che proprio non si può accettare è l’equazione implicita nelle parole: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa”. Parole sibilline, che più avanti la GiorgiaSanto spiegherà meglio: aver pubblicato, dice che intendeva, essersi messo in gioco. Ma quello che non va non è nemmeno che la SantoGiorgia mi voglia pubblicato a tutti i costi, quanto proprio che ritenga che io me ne sia stato nascosto all’ombra, fino a questo momento, a tirare pomodori marcj addosso al povero Moresco, esposto sul suo piedestallo, a chiedersi donde venisse quella roba rossa. GiorgiaSanto è su questa cosa in particolare che ha inciampato; e inciampando sulla soglia, ha fatto a rotoloni tutto il corridojo. Bello è che non se n’è accorta.

Quanto alla notazione che “I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”. Di grazia, in che cosa dovrebbero dar prova di sé i critici sanguinarj, se non nelle critiche che fanno – essendo la critica il loro mestiere? Ed esclusi da che, di grazia? Dalla creazione della schifezza che hanno stroncato? Dai proventi, che il più delle volte sono una cosa miseranda, quando pure ci sono? Dalla fama, che comunque non hanno cercato, sennò avrebbero fatto gli artisti, e non i critici – magari diventando, poi, più famosi di moltissimi artisti. Stando ai tuoi standard patologici, perché questo emerge da quello che scrivi, tanto per fare due esempj, né Pauline Kael né Marcel Reich-Ranicki sarebbero dovuti esistere. Mi chiedo perché mai, dal momento che a milioni di persone, per il tempo di due o tre generazioni, qualcosa devono avere pur significato. Il critico ha il suo talento – il suo, un talento di tipo tutt’affatto particolare. La critica è necessaria all’opera letteraria: la critica scritta e quella, non scritta, che ciascun lettore esercita mentre legge. La letteratura non è la catena di montaggio. Il critico non è A che dice a B: Hai saldato male quei pezzi, e dev’essere messo alla prova, e poi non riesce a dimostrare di essere più bravo lui a saldare, e quindi tutti lo aspettano in spogliatojo con la pistola ad aria compressa – io critico non sono, e ho l’accortezza di dirlo, anzi: di ripeterlo; ma lo dico, anzi: lo ripeto, proprio perché so che cos’è un critico; GiorgiaSanto no. GiorgiaSanto non è del ‘gioco’, GiorgiaSanto non sa un cazzo. GiorgiaSanto accusa me di prendere altri a colpi di cretino e di non aver mai dimostrato di non essere imbecille; beh, sta facendo dell’autobiografia. Nil sub sole novum.

La cosa veramente imbecille ed offensiva è il postulare in partenza che Ramanzini avrebbe dovuto dimostrare qualcosa prima di “gettare palate di merda” addosso agli altri. La mia opinione su Moresco, che non è né ‘dura’ né ‘molle’, né ‘aspra’ né ‘dolce’, ma è soltanto la mia opinione, espressa con sincerità e senza, assolutamente, quegli insulti gratuiti che soli avrebbero giustificato, da parte tua, il ricorso all’immagine delle palate di merda – ma (a proposito) come ti permetti, oh cretina? – è un’opinione, e in quanto tale può essere espressa, e deve essere lasciata esprimere. Qualunque obiezione fatta all’espressione di un parere, in questi termini, dal “non dovrebbe perché non ne ha i numeri” all’oscuramento senza preavviso, ha un solo nome – si chiama fascismo. Altrimenti mi chiedo a chi sarebbe mai venuto in mente di venire ad obiettare circa la liceità dell’espressione di un parere. Arriva, ’sto catorcio di donna (se donna si può chiamare), e dopo mesi dice: Ah, t’ho colto sul fatto: tu hai parlato male di Moresco, ergo adesso parlo male di te. Mesi fa, se fosse una donna decente, e non una topa di fogna, avrebbe dovuto dar di piglio, e controbattere a quello che avevo detto; dire: non hai dimostrato questo, non hai visto giusto quello. Oppure: è una critica che non condivido, corriva, superficiale, presuntuosa. Ma che si venga a mettere in discussione la possibilità stessa di esprimersi liberamente in un luogo libero, questo vuol dire essere peggio di quello che esce dal culo di Alfano.

Il critico è il critico; lo scrittore è lo scrittore; il lettore è il lettore – GiorgiaSanto è un’idiota, ma questo è inutile dirlo.

Che la deficiente GiorgiaSanto sia competente come le unghie dei miei alluci è abbondantemente dimostrato dal brevissimo scambio, una vera tragedia in due battute, tra alcor e lei:

alcor: Critico “vergine”?

GiorgiaSanto:  Devo farti un disegnino?

No! Devi andare a morire ammazzata!! O anche alcor, adesso, è di quelli che dovrebbero dimostrarti qualcosa? Che ne sai chi è alcor, tu? Tu, che vai in giro a fare le pulci al curriculum degli altri per blog e fora, che cosa sai di quello che alcor ha fatto o non ha fatto? Dato che vuoi dimostrazioni e che devi essere coerente con quello che ti sembra moralmente giusto, tanto per esemplificare, che cos’hai fatto TU, per esempio?

Ma alcor ha spirito, e non è il caso che mi arrabbj per conto suo. Infatti ha risposto:

alcor:  Sarebbe gradito, sì, tanto per capire.

GiorgiaSanto: Va bene, in mancanza della lavagna o del foglio di carta vedrò di fare un disegnino a parole: Un critico che non ha pubblicato (ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili) è un critico vergine, secondo me, uno che perde più tempo a tagliuzzare le cose altrui piuttosto che decidersi a fare qualcosa di compiuto e ad impegnarsi a farlo pubblicare. Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti-. Criticare i lavori altrui (ottimi o pessimi che siano) senza avere mai fornito qualcosa di fatto e finito (e pubblicato, insisto) è cosa che trovo fastidiosa.

Ma sentila! “E’ cosa che trovo fastidiosa”. Di nuovo con i tuoi fastidj, le tue paturnie, il tuo flusso ciclico perenne! Povera cara: ha il morbino. Mavaffanculo, va.

Tanta delicatezza contrasta nella maniera più stravagante con l’ingenuità dell’assunto: Ramanzini non ha pubblicato; e io provo fastidio. E andartene a grattarti la rogna da un’altra parte no? Non so come altrimenti dirlo; dato che già l’ho detto passo a fare le pulci a quello che in altri casi si chiamerebbe stile, e nel tuo è italiacano: “ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili”: si può sapere dove hai maturato questo stile da sassate, a parte i convegni di Forza Italia? In che latrina? “Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti”. Ma qui a frammenti ci sono solo i nidi di mosche che hai al posto del cervello. Il blog non equivale a vera pubblicazione, e questo è un dato; è uno scrivere a frammenti, e questo è vero; intanto, però, ti sono girate le ovaje, hai provato fastidio, e la rabbia te la sei tenuta dentro per qualche mesetto, per poi venire su Nazione Indiana a schizzare bile a destra e a manca, o sbaglio? Con tutti i blog che ci sono, dove magari sono dieci anni che si dice corna di Moresco, è il mio che t’è rimasto impresso – non il saggio di 250 pagine di Pinco Pinchetta sugli elementi procedurali e le ancillari nell’Avventuroso Ciciliano. Sono questi “frammenti” che ti sono rimasti nel cranio per mesi. Potrebbe non essere tutta colpa mia, ci hai pensato?

Ma qui la Giuditta Russo è voluta intervenire in mia difesa:

Giuditta Russo: Salve a tutti. L’argomento non è la scrittura, tantomeno l’opinione più che legittima che David Ramanzini espresse ai tempi sulla qualità del mio libro. L’argomento è la differenza tra sfiducia e diffidenza. Sono certa di non dover prendere le difese di David Ramanzini, perchè sa farlo benissimo da solo, ma sarei grata a tutti se si potesse evitare di strumentalizzare i toni che talvolta David Ramanzini utilizza (che possono piacere o meno) e porre uno sguardo più attento a ciò che scrive al di là di come lo scrive.

E qui ovviamente non sono affatto d’accordo. I toni sono perfettamente adeguati, mi pare, a quello che scrivo. Non so come si potrebbe andare di là dai toni senza andare di là dal testo, e farsene un’idea per forza di cose sbagliata.

Saltiamo qualche passaggio, che non serve adesso, e passiamo direttamente alla risposta di GiorgiaSanto alla Russo. Nella quale scopriamo finalmente che non solo la GiorgiaSanto ha un’idea molto approssimativa di che cosa sia un critico e che cosa debba essere la rete, ma è anche una bugiarda:

GiorgiaSanto: Il mio commento, OT come ho scritto io stessa, non era sulla opinione di Ramanzini riguardo al tuo libro,

e questo, come sappiamo bene, è falsissimo, perché la prima questione che GS ha affrontato è stata proprio quella delle mie letture negative di Moresco e della Russo.

nè sulla scrittura (ho solo annotato che, rispetto ad altri suoi post, questo non era scritto molto bene),

come, prego? Ho capìto bene? Hai solo annotato che questo post non era scritto molto bene?

ma sulla questione di certa critica. Se devo stare in tema dirò allora che provo in generale Sfiducia e Diffidenza per un critico che sfascia (o esalta) senza avere dato prove concrete ed estese.

Se si tratta di un critico, naturalmente, ti do ragione. Se si tratta di un lettore, come fa a provare un gusto personale, interessante, semmai, solo organicamente a quella che può essere la sua estetica, se scrive, o la sua etica?

Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive non credo siano due parti indipendenti, almeno per me come uno scrive vale tanto (a volte di più) di quello che uno scrive.

Vogliamo considerare, seriamente, la prosa di questa cultrice dello stile? Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive è agrammaticale: si dirà, semmai, “riguardo quello che uno scrive e a come scrive”, che pure non è bello, infatti la frase dovrebbe essere girata diversamente. Che brutto quel “due parti indipendenti”: due parti di che, per favore? E quella comparazione, su che regole ostrogote sarebbe fondata? “come uno scrive vale tanto di quello che uno scrive”? Tu hai diffidato più delle scuole elementari che dei cattivi critici, credi a me. Molto meglio i cattivi critici, se sanno tenere la penna in mano, piuttosto che la tua brutta ignoranza.

Dopo che ho fatto notare a GS che non sono un critico e che continuavo a ritenere poco coerente che si permettesse di fare le pulci a me pur non avendo dato quei riscontri testuali che tanto le sono cari, mi sono permesso anche di dubitare, sempre supponendo che GS avesse intenzione di essere coerente con quello che dice (ma abbiamo anche visto che spesso se lo dimentica), che fosse, lei, in grado di fare di meglio rispetto a quello che ha prodotto in questi pochi commenti, indegnamente scritti, su NI. Quello che mi ha risposto è stato:

GiorgiaSanto: […] leggi quello che vuoi leggere tu nei commenti altrui (non ho mai scritto che potevo fare qualcosa di meglio) tanto per fare polemica, trucco che usi spesso.

Procedere in questo modo è disonesto, perché, di nuovo, non ci sono prove di quello che dice – e dato che quello che dice dovrà pur dipendere da qualcosa che ho scritto, non capisco la difficoltà a produrre i luoghi esatti del testo. A parte  questo, è verissimo che no ha mai detto di essere in grado di fare di meglio; ma, se crede alle sue stesse parole, è tenuta a fare di meglio. Nel qual caso, dato che tutto è opinabile, dati i presupposti io potrei anche no riconoscerglielo, &c. &c., ad nauseam.

Ancòra un salto. Avrei dovuto pubblicare, per permettermi di criticare – ma la critica è inerente alla lettura; che cos’avrei dovuto fare, pubblicare un libro prima ancòra di aprire il primo libro della mia vita? – , ma pubblicare cosa?

GiorgiaSanto: Per pubblicazione non intendevo certo un testo di critica, per carità,

come mai non intendeva “certo”? e perché “per carità”? Non si capisce se non sia mai stata sfiorata dall’idea che io non avessi capìto esattamente per che cosa avrei dovuto far gemere i torchj, o se ritiene un’opera di critica troppo al disopra delle mie possibilità, o se non regge l’idea di un’opera di critica  o che altro.

intendo qualcosa, romanzo, racconto, quello che vuoi. Tu poi divertiti pure a rigirare le parole e a travisare quanto ti pare (sul fatto che scrivo da cani non me ne puo’ fregare di meno, tanto più che mi aspettavo questo banale attacco).

Ma che è, il supermercato? Romanzo, racconto, critica, quello che voglio? Quello che voglio io? A parte il fatto che non concepisco molto un autore che ne critica altri – per questo autori e critici sono due cose diverse, è inconcepibile un romanziere che fa critica: sanno anche i sassi che si distruggerebbe.

Quanto al presunto attacco, sarebbe pure stato banale quando ne avessi fatto una questione di stile. Io ne  ho fatto una questione di grammatica, e di sintassi. L’”attacco” , così, diventa già molto meno banale.

Ma la chicca, quella vera, è questa stranissima, sibillinissima frase:

non hai messo solo testi di critica ai lavori altrui, altrimenti già da un pezzo non seguirei questo e il tuo blog.

Ciò che vuol dire: non hai fatto solo critica (o quello che intende costei per critica), ma anche altre cose, che sono il motivo per cui sono venuta sul tuo blog e su Nazione Indiana. Biondillo, Pinto, Forlani, andatevi a nascondere. Lei è venuta solo per me. Per me; capite?

Seguono perle sparse:

GiorgiaSanto: A Giuditta: Per criticare lo si deve avere fatto, dando dimostrazione di avere piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa, altrimenti sono parole al vento.

Ma questo è totalmente falso. Ho già detto che tutti “fanno critica”, e mentre leggono, e mentre esperiscono. E la dimostrazione che questo possa farsi, e sia in effetti fatto, anche senz’alcun metodo né rigore, sta proprio nelle parole fin qui spese da GiorgiaSanto. O almeno spero che con quella “piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa” intendesse in genere un atteggiamento, un approccio rigoroso, discreto, consapevole. Ma non posso evitare di notare che il suo modo di esprimersi è improprio e detestabile, e nuovamente pseudoaccademico (vedi quell’ingenua e stupida distinzione tra ‘teoria’ e ‘pratica’, ‘parte istituzionale’ e ‘parte monografica’ – ma l’Italia è un paese in cui molta gente comincia a léggere libri solo dopo aver preso una laurea inutile, e non ha in genere esperienza della scrittura prima dei trent’anni. GiorgiaSanto è espressione a suo modo perfetta di questa tendenza, che di per sé è assolutamente stravagante ed è solo uno degli aspetti della nostra inciviltà). Inoltre non riesco a capire che cosa non vada nelle ‘parole al vento’. Sono una realtà anche quelle, mi sembra, e ognuno si sceglie le parole che vuole. Altri affidano le proprie parole al vento, altri alla legge di gravità. Personalmente, sto coi primi.

GiorgiaSanto: Io non possa fare nulla di meglio? (A proposito delle critiche basate su pochissimi dati). Puo’ essere. Ho l’impressione che sia un mantra che devi ripeterti spesso per convincerti.

Nemmeno per sogno: ne sono già convinto e straconvinto. Sembrava piuttosto che fosse GiorgiaSanto ad avere difficoltà a cacciarselo in testa. Per questo mi sono permesso d’insistere. E insisto di nuovo: se per criticare si deve quantomeno dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni, se non avere pubblicato, e questa è la convinzione di GiorgiaSanto, perché GiorgiaSanto non applica lei per prima quello che vorrebbe altri applicassero? Io ancóra non ho trovato, nelle sue affermazioni, nulla di particolarmente centrato sul testo postato.

GiorgiaSanto: “Trovo sciocco, il tuo commento, GiorgiaSanto, tanto sciocco da indurmi a ritenere, a differenza di quello che pensi di me, che tu non possa fare affatto di meglio.” la frase contiene sì la tua affermazione riguardo al mio “non poter fare di meglio”, ma anche l’idea che, secondo te, io penso di poter fare di meglio, cosa che non ho detto. Vedi come prendi solo i pezzi che ti fanno comodo.

E qui ci rifacciamo. A me non importa affatto che non abbia dichiarato di essere in grado di compiere analisi puntuali; m’interessa che sia la prima a dare dimostrazione di esserne in grado, nel momento in cui stabilisce che così si deve fare.

GiorgiaSanto: A Giuditta Infatti non ho sentito alcun giudizio in quello che mi hai scritto, giusto una divergenza di opinioni. Riguardo alla questione che si “critica” ogni cosa ogni giorno, concordo, ma sono appunto critiche che finiscono per non essere altro che parole al vento, secondo me. Personalmente lascio la questione perchè ho portato già abbastanza fuori tema.

Dunque quello che GiorgiaSanto ha detto finora sono solo ed esclusivamente parole al vento? E questo che cosa dovrebbe dimostrare, se non che si sente – evidentemente – al disopra delle regole cui lei stessa vorrebbe che gli altri si adeguassero? Adeguarsi per prima a queste regole converrebbe innanzitutto a lei, infatti: sennò l’unica conclusione che si può trarre dalle sue parole è che si tratti – è lei stessa che lo dice – di parole al vento, cioè dette alla stracazzo, cose senz’alcuna importanza. Io credo, a prescindere da quello che lei ritiene dovrebbe essere, che sia veramente così: anche se non esiste parola detta al vento da cui non possa trarsi qualche insegnamento utile: dipende da chi la raccoglie e la sa léggere. Aggiungo un’altra cosa: GiorgiaSanto ha messo in dubbio la mia preparazione (?) di critico (?), sottintendendo che non avrei le capacità né teoriche né pratiche per fare una critica come si deve. Parallelamente, però, sottintende di non essere capace di scrivere cose più intelligenti di quelle che ha finora scritto quassù. Corre l’obbligo di far notare che questo sottintende, a sua volta, che ella non possiede quella teora e quella pratica a cui fumosamente fa riferimento; ora mi chiedo: nel caso in cui X, non dico Ramanzini, desse prova di possedere, qualunque cosa esse siano, questa teoria e questa pratica, siamo sicuri che, non possedendole, GiorgiaSanto sarebbe in grado di rendersene conto? La domanda è retorica, e la risposta è negativa; ovviamente.

Fa notare, molto giustamente, la Castaldi:

natàlia castaldi: Mah! tutto questo discorso sulla legittimazione nell’esprimere un parere critico mi pare assai infantile. qualunque lettore esprime un parere critico, magari non scritto, ma lo esprime nel momento stesso in cui legge un testo e lo consiglia o lo ripone nello scaffale dei *soldi mal spesi* […].

Che è esattamente quello che ho sostenuto a mia volta, più sopra. GiorgiaSanto, a sua volta, pur non avendo il discernimento necessario ad accorgersene, ha dato a sua volta prova, senza dimostrare che il sottoscritto abbia mai fatto altrettanto, giudizî corrivi. E lo ha pure ammesso; ma, appunto, non capisce ella stessa quello che pensa e quello che scrive, dunque, molto semplicemente, non se n’è resa conto. Ha però lasciato intendere, e questo non può essere negato perché è nei fatti, che non si sente affatto in obbligo di dar prova di rigore nelle sue analisi: lei, lo ha ribadito, non ha mai sostenuto di poter far meglio di quello che fa. Io, invece, sarei tenuto a dar prova di cose che ella stessa manco sa che cosa siano. Ecco perché mi dilungo tanto nell’esporre il mio punto di vista sulle affermazioni fatte: perché non è la prima volta che m’imbatto in queste surciliose affermazioni, in cui si stabilisce che il mio livello culturale, o qualunque cosa attenga al mio strumentario tecnico-analitico, dunque tutto quello che rimane sostanzialmente esterno alla mia scrittura e a quello che vorrei comunicare – che stavolta non è arrivato, a causa di questa stolta polemica, a nessuno – è insufficiente – rispetto a che cosa, rispetto a chi, secondo quali standard, ai fini di quale complessa operazione mi rimane sostanzialmente ignoto. Periodicamente si alza una voce, che rimane perlopiù, fortunatamente, abbastanza isolata, che torna sul fatto: io sarei un prepotente, che si esprime con secchezza su gente che si è duramente sudata la sua posizione, e che senza averne i numeri vorrebbe infangare il nome di tizio e di cajo. Non sarebbe la prima volta che un figuro del genere si esprime in questo modo, in rete e fuori; ma sarei disposto a riconoscere che ci sono ragioni per esprimere questa valutazione se solo queste voci non venissero fuori, sempre, dalle stesse parti; rifacendosi a pregresse conoscenze, sottintendendo frequentazioni sempre dello stesso tipo, perpetuando – fino a quando non lo so (ma per me non è un problema, affatto) – gli stessi vecchî pregiudizj; ed esprimendo sempre un identico grado (abissale) d’ignoranza, e anche di violenza – di tanto in tanto, insieme con queste voci, riaffiora quest’ombra, risibile più che spaventevole, della dinamica padrone / schiavo – ‘Io posso dire di te quello che voglio / tu puoi dire di X solo cose dimostrate, ponderate, di scientificità indiscutibile, dopo aver studiato il tutto a memoria in ginocchio sui ceci, o quantomeno appeso per i piedi a testa in giù’. Dato che non c’è nessun motivo per cui debba farlo, io continuerò a destinare le mie analisi puntuali & approfondite ai classici e alle opere che ritengo valgano la pena. E le GiorgeSanto se ne possono andare tranquillamente a fare in culo.

Ma non è finita. Se GiorgiaSanto pareva solo pregiudizievole, ottusa, ignorante, petulante e scema, c’era già in arrivo qualcosa di peggio – o che minacciava di fare di peggio:

flaviadelbono: Ma non vi rendete conto che vi conoscete solo tra voi, vi criticate, accreditate e screditate solo tra voi, vi azzuffate solo tra voi, vi elogiate e insultate solo tra voi, ve le cantate, ve le suonate, vi applaudite e vi fischiate da soli e nessuno, dico NESSUNO al di fuori di quel cerchio alla testa che siete sa chi siete?

Chiedo scusa e mi dispiaccio per il cerchio alla testa (infatti avrei sperato più che altro in un cancro all’ipofisi: prima di morire, almeno, diventi più bella), ma appunto perché ci conosciamo tra noi, ce la soniamo, ce la cantiamo & ce la donzelliamo, tu, per dirla chiara, chi sei? Ti conosce qualcuno? C’è un motivo per cui dovremmo tenere conto delle tue strida, specialmente considerando il fatto che ci piace tanto rimanercene sulle nostre? (Che cosa vuol dire: “vi (…) accreditate (…) solo tra voi”?). Ma il meglio di sé, questa povera imbecille, l’avrebbe dato più oltre; e rimando al suo secondo, e fortunatamente ultimo, intervento per tentare di fare il punto anche con lei.

GiorgiaSanto: A quanto pare nessuno è degno di darti un giudizio (soprattutto se non è positivo, ma arrivi a schifare perfino quelli positivi), mentre tu sei degno di dare tutti i giudizi negativi del mondo

No, per nulla. Ma anche se fosse mi chiedo anzi che cosa te ne importi di quello che di negativo o di positivo possa dire io a proposito di altri, o che cosa io stesso pensi dei miei giudizî, dal momento che hai già stabilito che sono un incompetente e che dico parole gettate al vento. O supponi che le mie parole contino qualcosa, nel qual caso ha senso che tu le contesti, oppure stabilisci, come hai fatto, che non contano nulla; nel qual caso trovo veramente insulso insistere. O per te è tanto importante cambiare la mia opinione su quello che io stesso scrivo, o su quello che scrivono altri?

e magari ritieni che nel tuo discorso la pars destruens sia una pars construens o che almeno ci sia una pars construens.

Puro delirio: come fa una pars destruens ad essere una pars construens? Qui o la pietosa smania della GiorgiaSanto di far pompa di quel po’ di latino l’ha portata ad esprimere in modo bislacco e assurdo un concetto che doveva essere altrimenti espresso, o il concetto era talmente assente che ha pensato bene di nasconderlo sotto un luogo comune da prima liceo. (Anche Nietzsche era tutto pars destruens: qualcuno lo considera un coglione, per questo?).

Tutti gli autori non sanno scrivere, tutti quelli che ti dicono qualcosa sono dei mentecatti, tu ti sei già posto tutte le domande dell’universo.

Lascio perdere le prime due affermazioni perché fanno pena, e solo pena. Quanto alla terza, è già più interessante. In effetti arrivi a riconoscere, pur senza averne una coscienza piena, che mi sono posto diverse domande, e mi sono dato diverse risposte. Ma questo è del tutto normale per una persona che ha trascorso in solitudine quasi assoluta la gran parte della vita, e ha dovuto fare i conti con l’assenza di qualunque supporto o appoggio, materiale o psicologico, e non solo in questi ultimi anni. Effettivamente non è merito mio, è una scontata conseguenza delle mie condizioni esistenziali. Va da sé che chi è perfettamente integrato in qualche contesto non ha nessuna necessità di analizzare così a fondo quello in cui deve credere, e probabilmente, almeno in linea di massima, sarà meno buon loico. GiorgiaSanto è pessima loica, per esempio, probabilmente è una dipendente statale, o una negoziante – o, ciò che forse è peggio, potrebbe essere benissimo. Ma la sua notazione circa il porsi tutte le domande dell’universo, non è commovente, nel suo rilevare, in maniera così ingenua e sciocchina, che semplicemente si è accorta di non riuscire a destabilizzarmi? Né io ho raccolto la sfida, anche perché non sono cose per me, non m’interessano. Se analizzo quello con cui GiorgiaSanto ha mandato in vacca la discussione che doveva esserci – bastavano due, tre, cinque commenti centrati, non cento di puttanate, illazioni e insulti – è perché è mio dovere capire. Io faccio analisi sempre molto approfondite – questo mi rallenta come lettore e mi leva, ormai, piacere ed abbandono, dunque non è sempre un bene. Ma quando produco una paginetta da blog ho sempre, in mano, pagine su pagine di appunti, note, citazioni. Non vale la pena di fare post-monstre su un blog, al più caricherei un file.

Quando fai il finto modesto (infilando qualche frase del tipo “he comunque scrivo di merda”) raggiungi il massimo. A quanto pare solo Anfiosso puo’ criticare Anfiosso, gli altri si beccano uno dei tuoi mantra.

GiorgiaSanto: Poi ogni tanto spunta la scherana che molla un mezzo insulto o una mezza allusione pensando di fare la parte del genio di turno (vero Alcor?)

Perché GiorgiaSanto dà della scherana ad alcor? E come mai le attribuisce insulti, dal momento che è civilissima? Ecco, alcor è una che non è un Ramanzini qualunque: alcor ha pubblicato, molto. Come mai GiorgiaSanto non la rispetta? Perché la insulta – lei sì – dandole della scherana e attribuendole una maldicenza che non si è mai permessa? – Non che le mancherebbero i motivi, o che abbia alcunché da temere dall’ira di una GiorgiaSanto. Ma queste villanie non saranno dovute al fatto che la stessa Giorgia, temendo il franco vaffanculo che mai le avrei negato qualora si fosse spinta un po’ più in là, ha preferito ripiegare su alcor, approfittando della sua compostezza? E, se non si è peritata dal fare questo, non significa, forse, che non gliene importa un bel niente, né delle competenze né dei libri stampati, dal momento che il rispetto a me negato – e da me NON richiesto, lungi da me – è stato negato nondimeno anche ad alcor?

Alla civile risposta della quale la GiorgiaSanto non ha trovato di meglio che rispondere con un’altra insolenza, veicolata da un’altra pietosa citazioncina da avviamento industriale:

alcor: @ GiorgiaSanto il mezzo insulto o la mezza allusione, e per di più geniale, sarebbe che ti ho definito una donna d’ordine? take it easy […].

GiorgiaSanto: Alcor alludevo all’insieme dei tuoi interventi, non solo a quelli rivolti a me, non credo di essere il centro dell’universo a differenza del Duca tuo. Buon inseguimento.

Verrebbe da chiedere: L’insieme degl’interventi fatti sotto questo post o quelli fatti in generale, da quando bazzica NI? In realtà non c’è risposta: GiorgiaSanto ha aggressivamente fatto riferimento ad alcor, e poi ha negato di averlo fatto nei termini in cui l’ha fatto. La risposta è anche stavolta logicamente carente: come dire che ammettere di aver avuto da ridire in particolare sulle risposte che alcor ha dato a lei implicherebbe automaticamente di considerarsi al centro dell’universo. I movimenti, viscidi e vigliacchi, della GiorgiaSanto sono interessanti da seguire: rispondendo a me, getta fango in direzione di alcor; quando questa gliene chiede conto, nega di averlo fatto, e intanto schizza mota nella mia direzione. È un agire da malintenzionati. Il suo scopo è stato solamente quello di esprimere un’antipatia epidermica, del tutto ingiustificata, nei confronti di chi scrive meglio di lei. Il suo atteggiamento è lo stesso di quelli che un tempo facevano telefonate anonime, prendendo di mira un vicino di casa in apparenza più felice.

Alcor: I miei interventi qui faranno in tutto 10 righe. E visto che il tuo nick non l’ho mai visto prima devo supporre che tu mi legga in silenzio da lungo tempo. Ti pare che valga la pena? Soprattutto se provi tutta questa ostilità? Salta i miei commenti. Il salto del commento è uno sport praticato e anche consigliabile:-)

GiorgiaSanto: Va bene, facciamo così, tanto per rendere reciproco l’esercizio fisico, io salto i tuoi commenti e tu salti i miei (l’esercizio parte da ora). :-) PS: Non provo alcuna ostilità.

Infatti, non si può parlare nemmeno di ostilità, perché GiorgiaSanto non può permettersi sentimenti così forti, né in positivo né in negativo. Potesse, esploderebbe di odio e di amore, il problema è che è un meschino contenitore per meschinissimi sentimenti. Scommetto che non serba rancore – in realtà non ha la fibra per poterselo consentire. L’unico suo punto di forza è ammollare qualche menna dichiarazione di fastidio, insofferenza, insoddisfazione, e vedere l’effetto che fa, sicura che nessuno le farà le pulci perché, e questo lo sa, è troppo poca cosa, e troppo sfigata, per poter essere presa di mira: nessuno usa un cannone per ammazzare una zanzara. La stessa zanzara che, come diceva ‘qualcuno’ e lei si è compiaciuta di ricordare, un critico ‘sanguinario’ e ‘livoroso’ ricorderebbe. In realtà lei ci sperava: per avere il poco coraggio di venirsene fuori con le sue rivelazioni dell’ultim’ora doveva necessariamente servirsi di una rappresentazione distorta, nanizzata, ridotta di una realtà ingrata e soverchiante. Anch’io, come critico ‘sanguinario’, potevo in fondo essere visto come una macchietta (uno ‘divertente’), come una non inoffensiva ma schiacciabilissima zanzara. Peccato che zanzare qui non ce ne siano: siamo tutti uomini e donne, purtroppo e per fortuna, e tutte le opinioni, tutti i giudizî, tutti i racconti, tutti i versi, tutti i ricordi, tutto quanto sia comunicato merita di essere raccolto, merita di essere vagliato con attenzione. Non ci dev’essere nulla, ripeto, al disotto dell’attenzione di chicchessia. Di tutto non ci si può occupare, ma sicuramente è possibile farlo con le affermazioni che ci riguardano direttamente; è il minimo, mi sembra. Il metro, con buona pace di tutte le GiorgieSanto del mondo, è uno, per tutti.

Segue un lungo intervento – rispetto agli altri – in cui la GiorgiaSanto ribadisce, del tutto inutilmente, punto per punto, tutto quello che già è stato detto, e si aggiunge, credo in malafede, altra confusione:

GiorgiaSanto: “Posso capire, questo sì, di aver scritto cose che non tutti si aspettavano di léggere. Posso capirlo, ma non posso dispiacermene.” Riguardo alle tue opinioni sulla Russo e su Moresco?

Con questo GiorgiaSanto dimostra di essere cattiva lettrice: infatti non potevo riferirmi a quello. La stessa GS ha fatto presente che ci sono cose mie ‘fatte meglio’, ed è arrivata persino a dire che viene a leggermi sia sul blog mio personale che su NI per via di altre cose, che evidentemente le pajono più meritevoli. In questo caso mi riferivo, ovviamente, al pezzo postato, del quale la GS non ha saputo dire assolutamente nulla, se non che le pareva male scritto – approfittando per dire che mi ero permesso di stroncare la Russo e il Moresco, mentre – altre interpretazioni non dànno senso – di fatto non potevo permettermelo, dato quello che avevo scritto in quest’occasione. Mi sono limitato a dire che quello che avevo scritto in quest’occasione era ed è esattamente quello che penso, esposto con la massima chiarezza a me possibile, e che non lo ritenevo né ritengo ‘inferiore’ ad altre cose; sempre tenendo conto del fatto che non è sempre domenica, che esiste anche il lato B e che non tutte le ciambelle escono col buco. Sfido chiunque a léggere altrimenti le parole di GS, la sicurezza della cui sanità mentale dipende, a questo punto, solo da quest’interpretazione; non potendo essere, qualunque altra, altro che puro delirio. Io, in realtà, ho dato letture severe, o ‘livorose’, per servirmi dei suoi scorretti termini, anche di altri autori, oltre a Moresco e alla Russo; ma dato che la Russo è nominata nel testo, posso supporre che Moresco le prema, come autore, più di altri per motivi assolutamente suoi; e che abbia ricordato la stroncatura fatta alla Russo perché, stupidamente, ritiene contraddizione da parte mia corrispondere amabilmente con un’autrice già stroncata in altra occasione. Non ho la sfera magica, e sono ben lontano, sotto sotto, dal condividere l’opinione distorta che la GS nutre in merito: se la conosco è perché è errore di molti ritenere che lo scritto e la persona siano la stessa cosa. Già nel pezzo ho preso posizione in merito; solo che GS si rifiuta di capirlo, crede che continui a pensarla come lei, e che sia caduto in una palese incoerenza. Beh, si sbaglia. E la sua contrarietà, e il suo andare sùbito OT, è il risultato della sorda avversione che prova di fronte ad un pensiero più complesso del suo (io sono quello che si è già dato tutte le risposte – ha fatto tutto lei! -, si ricordi).

Devo dirti che, per parte mia, è proprio l’opposto, tu scrivi come mi aspetto, come scrivi sempre, vai all’attacco, ribalti le parole degli altri e le giri come ti pare e piace.

No, le interpreto (e non ho ‘ribaltato’ proprio nulla). Quanto a quell’osceno “scrivi come mi aspetto”, sorvolo, perché è l’unica cosa su cui mi sono pronunciato specificatamente al momento: è la spia di un pregiudizio; resa oscena proprio dalla sprovveduta, nauseante ingenuità con cui è spiattellata, senza nessun pudore. Non vado all’attacco dello ‘scrivi come una merda’; vado all’attacco del ‘ti ho colto, mascherina!’, dell’atteggiamento imbecille del lurker che rimane nell’ombra a raccogliere le bucce degli altri, riservandosi di balzar fuori alla prima occasione a svergognare il pirla che pensava di farla franca. Io non sono un mistificatore, e GiorgiaSanto è quello che si definisce classicamente una povera sfigata. Chi scrive o si dichiara in altro modo in pubblico, è vero, talora non ha fatto i conti né con il proprio pensiero né con il contesto davanti a cui si propone. Ma non è il mio caso: io le mie domande – è vero – me le sono poste, e mi sono anche dato qualche risposta. Sono consapevole di che cosa voglia dire scrivere in pubblico – per questo pubblico – e se è vero che mi esprimo apoditticamente, questo vale solo per quello di cui sono certo, mentre mi esprimo in forma dubitativa su quello di cui non sono sicuro. È tanto difficile da accettare? GiorgiaSanto non aveva, alla fin dei conti, nessun asso nella manica. Semplicemente non aveva capìto niente.

La medesima cosa per come reagisci a chi ti dice qualcosa, salti alla gola, ti metti subito a dire “scrivi da cani”, parli di atteggiamento disgustoso, mancanza di intelligenza, insomma vai subito sul personale, ad un appunto in merito a quello che hai scritto rispondi mischiando risposte appropriate con insulti alla persona e alle sue capacità.

Questo è totalmente falso: semmai è GS che ha aggredito me, sorvolando sul pezzo, dicendo solo che era scritto male, e passando al personale. Mi limito al primo intervento, che è quello che fa testo in questo senso; non è personale, forse, dire: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. […] I critici sanguinari […] dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”? Ed è patetica la precisazione immediatamente seguente: “Non è una cosa personale contro Ramanzini”, perché contano non le dichiarazioni, ma i fatti. Bisogna saper distinguere personale da non personale, quantomeno. GS non è in grado di farlo. Sorvolo sul fatto che salto alla gola, che è una metafora e come tale può essere tranquillamente buttata nel cesso; ma ribadisco con forza che GS scrive veramente da cani, altra metafora, ma utile a rappresentare la realtà. GS non scrive grammaticalmente, e già s’è visto; che cos’avrei dovuto dire, che scrive da gatti? L’atteggiamento, poi, È disgustoso, perché è censorio. GS non è entrata nello specifico di nulla per quanto riguarda il mio post – segno che non l’ha capìto – e ha sparato due fesserie circa regole in cui credono solo lei e la sua degna camerata diobonino. Ha tentato di tacitarmi non prendendosela con quello che scrivo, ma col fatto che scrivo, con un tentativo di svergognamento, che è poi una forma di ricatto, e io dovrei riconoscerle anche nobiltà di comportamento, copia di argomentazioni, onestà, pudore, ritegno? Ribadisco: GiorgiaSanto è genuinamente disgustosa, lei proprio, e non solo quello che scrive; ripeto: il suo modo di procedere è ripugnante; torno a dire: fa schifo proprio, il suo modo di pensare e come lo esprime. Ciò detto, spero che sia del tutto chiaro quanto ribrezzo provi nei confronti suoi e di chiunque, incapace di opporre argomenti a chi nemmeno lo ha interpellato, e consapevole di non averceli, cerca vigliaccamente di fare lo sgambetto. Io insulterei la persona e le sue capacità? L’ho detto che questo subconscio a cielo aperto, come diceva il compianto Tasca, fa solo dell’autobiografia: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini”. Et de hoc – I hope – satis.

E non me ne frega nulla di chi mi dice “devi imparare a capire come scrive, devi superare certi aspetti del suo modo di rispondere”, resta di base che le tue risposte (l’ultima no) tendono per i miei gusti a puntare sull’insulto totalmente gratuito, sì, gratuito, la cosa che rinfacci a volte agli altri, a me ad esempio. A quelli che dicono così io rispondo che vi sbagliate, accettare certe cose significa lasciarsi dire tutto e il contrario di tutto.

Se io dicessi tutto e il contrario di tutto, e altri si bevessero quello che dico, sarebbe sicuramente così – cioè sarebbe vero che accettano di sentirsi dire tutto e il contrario di tutto. Ma io non dico tutto e il contrario di tutto, e Giuditta Russo non ha affatto esortato a sorvolare sulle contraddizioni. Ha detto di tralasciare – e io non sono affatto d’accordo, e l’ho già detto – i termini, i toni brutali in cui certe cose sono dette, per andare ‘al fondo’. Ripeto: è un invito alla lettura che trovo del tutto discutibile, ma è altra cosa rispetto a quello che GS dice qui. Di fatto c’è un cortocircuito, tutto dovuto alla GiorgiaSanto: la quale, guidata a rompere la minchia su NI solamente dal proprio personalissimo ‘fastidio’, non sa bene se prendersela con i miei toni o con quelle che ritiene essere le mie contraddizioni; prima tra tutte il fatto di corrispondere con Giuditta Russo dopo che ho stroncato il suo libro. Implicita, nella sua controreplica, l’accusa di passività alla Russo. Ramanzini, pare dirle, ti bistratta e ti maltratta, e tu, cretina, ti fai fare in questo modo? Faccio memoria – sicuramente GS si sarà documentata, a suo tempo, e avrà preso copiosi appunti – che io non sono andato in cerca della Russo, ma il contrario; che solo dato il suo atteggiamento conciliante e gentile, avendo pensato al nuovo thread dei dialoghi, o interviste, le ho proposto un’intervista, o quello che sarà, a proposito della sua vicenda umana, oltre il libro, che di quella vicenda parla, e che rimane un libro brutto – pazienza, la Russo, che ha molte competenze e non pochi meriti, stava movendo allora solo i primi passi nel fatato mondo della scrittura, ed era ancóra ben di qua dalla letteratura, dato quello che è il suo libro. A quelli che mi venivano a léggere ho detto quello che pensavo, come ho fatto per qualunque altro libro da me valutato, e cioè che la vicenda umana della Russo, che al momento era sotto i riflettori ed era proposta come una specie di curiosità, era una vicenda di mancanza, di fallimento, di deprivazione; e che lo stesso stile del libro non rifletteva nessuna presa di coscienza particolare da parte della Russo, ma anzi sembrava più adatto a qualche divetta della televisione o del cinema, o a qualunque personaggio di successo decida di raccontare la sua storia – mentre qui il successo non c’entrava, c’entrava qualcosa di piuttosto squallido e vagamente tragico, questo sì. Sono tutte cose che chiaramente ribadisco, e con la massima tranquillità; e che aveva senso, per me, dire nella fattispecie perché pensavo, parallelamente, a quello che a me era stato proposto di scrivere, e al tipo di aspettative che avevo notato nelle persone con cui ne avevo parlato; qualcuno aveva pensato ad un’avventura, altri a qualcosa di romantico, estremo e spregiudicato – addirittura diamante è riuscito a léggere in quest’ultima cosa l’Io sono un uomo malato, io sono un uomo malvagio dostoevskiano. La mia è una storia di fallimento, a livelli assoluti – per la Russo le cose sono diverse, non meglio non peggio ma diverse; ed ecco che mi trovo a ripetere le esatte parole che avevo detto allora! Ero stato esplicito ed ero stato chiaro; e la Russo ha, in effetti, capìto che cosa dicevo, e che lo dicevo a ragion veduta. Tutto qui: ridurre il tutto a una “stroncatura” è in sé inaccettabile, non è questo il punto.

E comunque dài retta a me: non devi superare proprio un bel nulla. Quando ti dico affanculo, qualunque cosa ti dica la Giuditta, tu vacci e basta

Rileggi quello che ho scritto e vedrai 1) Io mi sono permessa di dire che il tuo modo di criticare (nel senso etimologico, non nel senso dispregiativo) il lavoro altrui è pieno di livore e pesante,

Come fa a non essere in senso dispregiativo, dato che è “pieno di livore e pesante”? (C’era bisogno di altre dimostrazioni della confusione mentale della GiorgiaSanto, peraltro?).

riguardo alla pubblicazione non intendo, come sembri avere capito tu e altri, una consacrazione, il libro dell’anno, l’attestato di “uomo del millennio”, intendo che è facile smontare gli altri quando non ci si mette mai in gioco sul serio con un libro pubblicato.

Ma questo è falso. A parte il fatto che la gran parte della gente considera la pubblicazione esattamente come fa GS, e cioè come una garanzia di qualità, mentre emunctae naris la verità è ben altra – ed è il motivo per cui alcor, del cui punto di vista professionale ci si deve fidare obbligatoriamente, dice che la pubblicazione “non basta”; e poi, se è solo per ‘mettersi in gioco’, è la pubblicazione su web che espone maggiormente. Un libro, un bollettino, uno deve andarseli a procurare in libreria, o in biblioteca, e far pervenire la propria eventuale opinione all’autore è macchinoso; la pubblicazione su web permette al primo cretino che passa – com’è appunto il caso, perfettamente dimostrativo, della GS – di sparare sentenze del tutto disorganiche, insistendo pure, senza muoversi nemmeno da casa. L’autore webbico è il meno garantito dalle aggressioni delle GiorgeSanto.

Non ti piace (vi piace) come idea? E cosa vuoi che me ne importi? Resta la mia idea 2) Mi sono permessa di notare che il testo non era scritto molto bene, tu dici che fila e scorre, io dico che sembra una scrittura affetta da singhiozzi e rigurgiti, vedi un po’ tu. Sono libera di dire che non mi piace o mi si deve saltare alla gola ogni due secondi?

Affiora qui piuttosto evidente l’isterismo della GS. Non è affatto illecito dire che il testo è scritto male, ma non è scritto né meglio né peggio di altre cose mie: l’ho riletto e non mi pare più intralciato di altre cose che ho postato. Che altro dovrei fare? Inoltre, nonostante la GS se la tiri da grande stilista – e non se lo può permettere, perché, come già detto, scrive di cesso – non è stato certo il mio stile ad essere messo sotto processo, ma la liceità del mio presunto far ‘critica’. Quanto alla definizione dello stile del pezzo, potrebbe essere riferito a qualunque cosa io abbia mai scritto, in chiave negativa; dunque la GS avrebbe dovuto, molto semplicemente, evitare di leggermi. O ammettere sinceramente che quello che scrivo in genere non le piace – invece di sostenere che in genere le piace, ma che ho scritto anche cose meno buone; di fatto, il riferimento, piuttosto fantomatico, a cose mie che varrebbero di più serve solo a giustificare la presenza dei suoi commenti sotto il mio post. Perché sa che in realtà sono ingiustificati, che la mia scrittura non le piace, non le è comprensibile e non le interessa, e che è intervenuta solo ora perché è rimasta contrariata dal fatto che la Giuditta è nominata da me con simpatia dopo che l’ho “stroncata” in altra occasione. In realtà è venuta solo per dire che ‘non è giusto’ che io scriva, che non mi attengo alle regole feudal-mafiose che suppone dovrebbero reggere la repubblica delle lettere. La mia scrittura outsider le sfugge; non sa un cazzo di scrittura e all’interno del ‘gioco’, come lo chiama, non conta verosimilmente niente, ma il suo esprit de géometrie ne è stato turbato, il suo squallido autoritarismo ne è stato scosso. È arrivata persino a pensare che io le stia sfuggendo, o che stia sfuggendo alla legge, all’ordine costituito, alle responsabilità, alle leggi in cui illusamente crede; e non capisce, o non vuol capire, che scrivo perché ci sono obbligato, e della repubblica letteraria non faccio parte perché non ci sono mai entrato, e non ci sono mai entrato perché non esiste.

3) E chi mai ti ha chiesto perchè la intervisti?

Ce n’era bisogno? C’era bisogno che mi chiedesse, la GS, perché ci vado d’accordo, o perché mi scrivo con lei? Era necessario avere da lei, come da chiunque sragioni come lei, l’ammissione – che niente le avrebbe comunque strappato, vigliacca com’è – che l’unica cosa che le dà fastidio è che non capisce rapporti umani un po’ più complessi di quello che riesce ad entrare nel suo limitato cervellino – senza contraddizione o ambivalenze, semmai, che, quelle, piacciono eccome alle servette di quello stampo.

4) C’era già tutto nei primi commenti, quei commenti che hai rigirato come ti pareva.

Nei primi commenti s’è visto che cosa c’era: personalismi, accuse fumose e idiozia allo stato puro.

5) Non dico nulla del testo della Russo…. allora non hai ancora capito, io non me la prendo con il tuo “parere” sulla Russo, è tuo, punto, dico solo che da parte tuo vedo più la tendenza a smontare l’altrui che a fornire qualcosa di fatto e finito.

E non è la stessa cosa? (A parte il fatto che anche se fosse? Quaulcuno ti ha mai promesso qualcos’altro?).

6) Su alcor non dico nulla perchè ci siamo ripromesse di ignorarci vicendevolmente e a questo punto forse è meglio che faccia lo stesso con te, almeno per la parte che mi compete.

“per la parte che mi compete” non dà senso. Altrimenti per che parte, chiedo scusa?

Ma qui la nojosa e stolida GS ha lasciato il campo ad un’altra voce; quella di flaviadabbene, che è un’autentica belva; il suo primo intervento, inviperitissimo, è già un capolavoro di astio e insofferenza; ma godiamo di questo suo secondo intervento, che è una stria di mestruo e di veleno:

Flaviadelbono: Già, che ti importa, intanto sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire, oh sì, sembri davvero tanto, tanto arrabbiato, che paura!

Questo testo da messaggeria per cuori solitarj, o da cesso di stazione ferroviaria, vi sembra cosa da lasciar correre, vero? Eppure lasciar correre è sempre un errore, quando si tratta di comunicazione. Molti messaggj sono veicoli di pensieri e ideologie che il mittente stesso, talora, nemmeno immagina: e le idées reçues non sono mai da trascurare, perché sono le più condivise, e non solo le più incontrollate. Se l’espressione, di becero furore, è ributtante, il concetto che nasconde è ancóra peggio. Chiaramente il testo è entassé, scritto alla cacchio, e interamente cortocircuitato. Bisogna aver la pazienza di estrarre, dalla melma, il solido dei singoli concetti, come stronzi fossili che, ripuliti, dànno conto piuttosto esatto dell’êra geologica a cui sono rimasti fermi molti (dico molti) dei nostri simili.

“Già, che ti importa” è reazione, normalmente, ad un atteggiamento di strafottente indifferenza; mentre la diobono, per quanto riguarda il resto del messaggio, altro non fa poi che ribadire quanto io sia influenzabile dal giudizio altrui. Ho già detto del dovere che bisogna farsi di una lettura attenta e puntuale di quante più cose scritte, da qualunque parte vengano e qualunque sia la loro qualità, si riescano ad affrontare. È in fondo normale che, nella sua esasperazione, la diobono abbia giocato la carta disperata della mia presunta passività di fronte all’espressione altrui. È un atteggiamento, il suo, e non solo il suo, del tutto malsano, perché inferisce la possibilità impossibile di un vuoto pneumatico, una specie di eroico nulla, nel quale l’espressione letteraria ad alto livello dovrebbe aver luogo, mentre chiunque non abbia il cranio ridotto a quella specie di bidone dell’immondizia che la diobono si ritrova, sa alla perfezione che una condizione del genere non è solo di per sé impensabile, ma nemmeno auspicabile. Altrimenti non darebbe senso l’urticante insofferenza che la minchiona riserva al mio presunto raccogliere tutte le provocazioni. Va da sé che le è almeno evidente che non è affatto, il mio, un raccogliere provocazioni, altrimenti non sarebbe così imbufalita. Ne consegue che l’imbufalimento è solo il suo; anche se lo attribuisce a me, un escamotage a cui – bisogna riconoscerlo – non aveva molte alternative, per quanto abbia ribadito più e più volte che da parte mia non c’era irritazione, ma volontà di ribadire fortemente certi fatti, specialmente circa le approssimazioni dell’altra sorda interlocutrice. Ora qualcuno mi dica, dopo aver detto e ripetuto che è mio dovere raccogliere tutto quanto è scritto ed entra nel mio raggio d’azione, almeno limitatamente a quello su cui posso mettere le mani, che effetto può fare questo invelenito, rancoroso riferimento al mio raccogliere tutte le provocazioni? Ho detto che tutto mi deve interessare, non che mi bevo tutto come oro colato. Ho riservato ai commenti della GiorgiaSanto tutta l’attenzione, e ne ho estratto insegnamenti; questo non vuole affatto dire che io debba alla GiorgiaSanto, che è solo un po’ meno spregevole della diobonino, alcunché: lei, come la sua camerata, non è in grado di insegnarmi proprio una sega quadra. Mi sono spiegato, perché è mio dovere chiarire, ma non vuol dire affatto che io abbia scritto ad uso della GiorgiaSanto o di qualche altra demente di passaggio; anzi, è vero il contrario, e solo il contrario. Il chiarimento è utile solo a me e a chi è in grado di capirmi. Non che siamo, essenzialisticamente, meglio della GiorgiaSanto (lo stesso non riesco a dire della flaviasticazzi, perdonate, ma ho anch’io i miei limiti), vuol dire che ho dedicato a questo tipo di cosa una parte del mio tempo più consistente di quella che la GS, e quelle come lei, o all’incirca, hanno ritenuto di dedicarle del proprio. Non è un titolo di merito: è solamente la ragione per cui, nel caso in cui sia letto da chi certe domande non se le è poste e a certe risposte non è arrivato, molto probabilmente il messaggio non sarà chiaro, risulterà incomprensibile. Se poi la persona che non è all’altezza di giudicare vorrà giudicare ugualmente, spinta da antipatia, livore, paura dell’ignoto, senso d’inferiorità, invidia – tutto può darsi a questo mondo – chiaramente avrà la risposta che si merita. Ma la risposta non è mai un vaffanculo, sic simpliciterque; al vaffanculo sento il bisogno di associare anche qualche riflessione, che è utile – certo! – a definirmi; con ciò confermandomi nelle mie convinzioni, laddove siano giuste, o consentendo ad altri di fare altrettanto con le proprie, ma anche consentendomi di metterle in discussione, quando siano fondate su presupposti ingannevoli, e di disfarmene, anche, perché no? Ma questa è la scrittura. Tutto passa attraverso il sé, inevitabilmente. La letteratura ha esattamente questa funzione, che è anche autodefinitoria, per quanto riguarda lo scrittore, o scrivente, o colui che scrive. Mi sembra inutile offendersene, mi pare, anche perché non credo esistano, se non in casi-limite di scritture che nessuno frequenta – e io stesso ne frequento alcune –, altre vere e proprie forme di scrittura.

Toccante, e lo dico senz’alcun sarcasmo, è poi l’odio di sé che traspare dalle parole della poveretta – si sono molto offese, mi hanno riferito, per il mio ‘poverette’: “sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire”. Il punto a cui si arriva, qui, è il fatto che non sono all’altezza dell’idea di scrittore che si è fatta – per fortuna, aggiungo; ma va da sé –, ma è ancóra più interessante come crede di poterci arrivare. Come fa a sostenere la mia indegnità? Con la pochezza della sua persona, e con la nullità di quello che ha da dire. Non ha altro mezzo, per dire che sono uno stronzo, se non facendosi passare come una stronza ancóra peggio. Nella sua furia incancrenita, deplorevolmente le sfugge che, mettendo così le cose (e ha ragione a farlo, in sé, perché è la verità: è proprio una povera stronza, e dice veramente due cacate in croce – proprio di quelle che, ahi!, “non meritano risposta”, ed è una cosa che a caldo mi sono lasciato sfuggir detta persino io; ma sono contrito, & crescerò), si mette in una posizione che automaticamente le toglie qualunque credibilità. È un atteggiamento che rivela un’indole indiscutibilmente perversa; la diobonino è certamente una di quelle donne cattive che tutti i giorni ci si strusciano addosso negli autobus e vagheggiano di dannarci l’anima, lasciandoci vuoti come baccelli sul ciglio di qualche fossato. Vorrebbe sfidarci, e se non riesce a farci uscire dai gangheri tenta di provocare la nostra furia per riflesso condizionato, dicendo “ah che paura”. Beh, non ha funzionato. E mo?

Il fine di tutto questo, però, come per la GiorgiaSanto, è tacitarmi. Chiudermi la bocca, spezzarmi i ditini con cui digito. Nemmeno questo è riuscito. E mo?

se credessi davvero in ciò che scrivi ti limiteresti a scriverlo e a darlo in pasto agli altri, invece passi un mucchio di tempo a tentare di convincere.

La frase si chiude con una menzogna palese, della quale non si può dire nient’altro se non che è una menzogna. È più interessante, perché è ideologica, la prima parte: si inferisce uno scrittore che, credendo in quello che scrive, lo dà “in pasto” – vedi l’immagine oscena della quale si serve, la piccola scrofetta – ad un pubblico famelico. Beh, si dà il caso che nel mio caso sia perfettamente indifferente che io creda o non creda nella mia scrittura; credo, sì, nella scrittura in genere, ma non credo nella scrittura di nessuno. E mo? E non esiste un pubblico famelico di scrittura, né della mia né di quella di altri, dunque non c’è proprio motivo di parlare di pasti, siano pranzi o cene. E mo? Della menzogna, quella caccola verdastra, filante, ancóra calda, appiccicata in fondo, si deve rilevare, semmai, solo il suo sconcio ribadire una scrittura fondata sul trogloditico rapporto padrone/schiavo, al quale questa menade crede perfettamente organica la mia scrittura. Se dedico qualche tempo alle questioni di poetica – non tralasciando il fatto che è questo il genere di pezzi per cui Domenico Pinto ha manifestato predilezione, ed è una cosa che può rendere perplesso anche me; ma non è questa l’altezza a cui affrontare l’argomento, sarebbe sordido confondere la mia perplessità con il prodotto delle ghiandole velenifere di quest’anfesibena in calore – ciò, nella distorta mente di questa piccola disadattata, è tentativo “di convincere”. Io chiaramente di lei me ne fotto, e me ne fotto anche di essere letto o no – è proprio quello che riassumevo con la parola ‘sfiducia’ – ma la piccola bestia velenosa non accetta l’apparente contraddizione, dev’essere necessariamente un’incoerenza da parte mia – non accetta, in realtà, di essere esclusa dal gioco. Non può concepire che il fetore delle sue loffe assassine non possa raggiungermi. La sua mente si rifiuta di accogliere un’idea semplice come la totale inanità della sua opinione, della mia imperturbabilità di fronte alle sue esternazioni di cavernicola deforme e distruttiva. Questo suo non è nemmeno scrivere: sono convulsioni.

Tutto questo tuo saltellare da un punto all’altro del web ingaggiando risse con tutti quelli che ti capitano a tiro, tutto questo urlare cazzo in maiuscolo credendo di impressionare qualcuno, tutto ciò che scrivi, sonetti, recensioni, critiche, invettive, anatemi, dileggiamenti, vaneggiamenti, tutto ha un unico scopo: indurre altri, un altro qualunque, a guardare nella tua direzione.

Siamo passati ad un’altra tattica, che è poi la stessa impiegata dalle numerose cittadine nigeriane, rumene ed albanesi, con quelle parrucche torreggianti e le pellicce sdrucite, in c.so Massimo, per chi ha nozione sia pur minima della Torino by night: avete presente quando una di quelle signorine ti fissa in muso, con gli occhî a palla, con un’intensità prossima a quella occorrente a farti uscire telepaticamente il piloro dalle narici? Ecco, dopo aver battuto un po’ di grancassa, la diobonino sta tentando di ipnotizzarmi. I suoi occhî sono fissi. Io frequento cinque blog in croce, e anche su NI vengo poco? Nossignori: … Tu – saltelli – da un punto – all’altro – del – web… Saranno cinque o sei anni che non ingaggio risse se non sul mio blog, grazie a qualche operatore offeso che invece di dirmi le cose papalmente s’improvvisa critico letterario e me le manda a dire? Neanche per sogno, d’ora in poi penserai solo quello che ti dirò io: … Tu – ingaggj – risse – con tutti quelli – che – ti càpitano – a – tiro… Ammollo, scrivendo, le stesse parole sconce che dico anche quando chiedo di passarmi il sale, quando pure mi siedo a desco? Ma nemmeno per sogno! Guarda il pendolino: … Tu – dici – cazzo – perché – vuoi – farmi – paura… Dico, chiaramente, che scrivo per un patto parzialmente tradito con un’indole mai diventata vera vocazione, con una vocazione mai diventata vero mestiere, e non tanto perché abbia da dire qualcosa a qualcuno? … Tu – scrivi – esclusivamente – per me – solo per me – ripeti, orsù: solo per me [e io: Orsù… solo per me…] – solo per me – ripetilo – o ti faccio – una macumba – che ti si seccano – i cojoni – solo per mesolo per me – cinquanta l’amore …

E se non funzionasse?

Scrivi rumore. Dovresti consigliare a te stesso modestia, discernimento, discrezione e un po’ di silenzio, ma è fin troppo prevedibile, già già, prevedibile, come tratteresti l’incauto consigliere.

Cioè? Manderei a fare in culo me stesso?

(Da notare che di ogni scrittore ti venga citato affermi di aver letto non più di tre pagine che, ovviamente, ti hanno dissuaso dal continuare: trucchetto ingenuo per non ritrovarti a parlare di scrittori di cui ignori l’esistenza.)

Dire che non ho letto un autore è un trucchetto per non dire che non ho letto un autore? E – chiedo scusa – se veramente non avessi mai letto un libro che uno? Se finora avessi solamente dato giudizj di quinta mano, o del tutto improvvisati? Ripeto la domanda fatta a proposito della GiorgiaSanto: in definitiva, quand’anche fosse? Che cosa vi aspettavate? E con che diritto ve l’aspettavate? Chi v’ha mai promesso niente? Chi vi conosce? Chi siete, voi? Chi mai vi s’è filate?

Flannery O’ Connor è un autore?

Peccato, in fondo, che si sia ritirata così presto. Era interessante (a parte l’alito tremendo).

Purtroppo è tornata quella bolsa ciscranna della GiorgiaSanto, che ha fatto una specie di resumè-ninnananna di tutto il nulla prodotto prima, con un effetto in dissolvenza, sul finale, come una delle teste impagliate del vecchio Ruysch:

GiorgiaSanto: A Giuditta Russo Io stessa avevo riconosciuto di essere OT. Riguardo al testo mi sono già espressa un paio di volte, in merito al come e non al cosa (per il cosa ho già detto che non l’ho trovato di mio interesse).

Zzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Non è stata una lettura affetta da pregiudizio, ma se si vuole pensare (con un pregiudizio) che ne fosse affetta non ci posso fare nulla.

Lettura affetta da pregiudizio? Ma possibile che ci sia sempre qualcosa di affetto, in quello che scrive ‘st’imbranata? Avrà mica addosso qualcosa di contagioso? (meningite, magari?). Non si possono avere pregiudizj, oh scema, nei confronti di chi non si è mai inteso né conosciuto. Se c’è qualcuno che può avere pregiudizj, qui, quella sei tu. È chiaro, no?

Mi premeva solo di sottolineare, a seguito di certi toni non certo molto gentili e moderati (per quanto ignorati dal moderatore oculus dei), il modus operandi dell’autore, modus operandi evidente per chi legge la fitta serie di botta e risposta. In merito al fatto che non “avrei colto” le profondità abissali del pensiero contenuto in questo brano non ho nulla da dire, ognuno coglie quello che vuole cogliere o crede di voler cogliere, oppure vede nuovo e profondo o antico e profondo, o non profondo, non mi pare ci sia l’unità di misura delle profondità testuali, dipende fino a quanto ci si è spinti, per alcuni certi abissi sono pozzanghere e viceversa, dunque, personalmente, ci andrei piano con i “non hai colto”.

Io infatti non ho detto che non hai colto. Ho detto che non hai capìto un cazzo, che è diverso.

E queste ultime tue parole lo rendono ancóra più chiaro – ma non era affatto necessario. Nuovo e profondo, antico e profondo, non profondo, abissi e pozzanghere: ma che cazzo dici?

Ho già commentato quanto mi andava di commentare, commentate voi il testo ora (non posso dire che l’abbiate fatto molto neppure voi). Best regards.

GiorgiaSanto, di tutto cuore: ma va a quel paese. Tu, e tutti quelli di cui sei la fotocopia. E tutti quelli che non ve lo dicono, of course. Possa ‘sta patafiacca dare a questo fine un contributo determinante.

Ho concluso.

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263. E mo?

12 Giu

Non ho mai avuto un passaporto, prima.

Sono stato in p.zza Cesare Augusto, in Questura, Ufficio Passaporti; c’era anche, volendo, una fila della madonna, ma non era cosa che – ancòra – mi riguardasse, poiché sul modulo che il poliziotto mi ha dato da compilare c’è scritto che devo presentare:

  • Il modulo stesso, compilato in (quasi) ogni sua parte
  • Fototessera 2 di dimensioni, &c., sfondo chiaro, &c., distanza dagli occhj, naso, palpebre & sopracciglia &c. mm. tot &c. &c.
  • Fotocopia del Documento d’identità
  • Marca concessioni governative euri 40, 29
  • Versamento su cc postale di euri 44, 66 per costo libretto da 32 pagine (quelli da 48 o quello che  sono li hanno esauriti, arriveranno a fine giugno – ma me ne fregasse qualcosa).

A parte il fatto che versamento e acquisto della marca erano impensabili prima della chiusura (ore 13.00), e che domani ovviamente tutto è chiuso, per cui tornerò con comodo lunedì, la cosa meno sopportabile è che dal momento della presentazione della domanda si deve cominciare a fare una sola cosa: aspettare.

Tutto è relativo, ovviamente, a partire dal concetto di poco e di molto. Nel mio caso la bellezza (bellezza?) di venticinque giorni, esatti, è una cifra di giorni canonica, prestabilita, una specie di temporizzazione della consegna del passaporto, pochi non sembrano. Specialmente perché lunedì, che è il 15, non pensavo di passare per uno squallido ufficio passaporti a consegnare moduli e bollettini e marche concessioni governative. Pensavo di mettermi in cammino.

Quando il passaporto sarà a disposizione, e io sono convinto, intimamente, nella fibra, che mi sia nientemeno che indispensabile – non voglio assolutamente partire senza, poni il caso mi venga voglia di deviare verso Oriente, o di andarmene affanculo da qualche parte in Africa; nel caso, partendo senza, dovrei fare una cosa orribile, ossia tornare, e presentare richiesta; dopodiché non sarebbe una cosa che risolvi una botta e via, sarebbero sempre, appunto, venticinque giorni -, sarà luglio.

Non mi sembra umano.

Ho tre giorni per pensarci. Sono 85 euri di spesa; & 25 giorni di attesa. Devo decidere.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.