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499. La voce.

12 Gen



Per la verità su Nazione Indiana non andavo più da un pezzo – tralascio questi giorni che non ho frequentato praticamente la rete. Ma dopo che Domenico Pinto mi ha scippato quella paginetta su Scrittura e stampa, ho fatto di tanto in tanto un salto.

Mi sono soffermato soprattutto su questo articolo, del poeta Carlo Carabba, recensione del primo Almanacco BUR; e ho apprezzato la chiarezza d’idee del giovane (classe 1980); e l’ho ancóra più apprezzata quando ha dato risposta a Francesco Pecoraro che, da common reader, gli chiedeva lumi circa i problemi della poesia oggi. Tutta la risposta, improntata ad una certa secchezza di toni, dev’essere letta, è un’analisi che suona – quantomeno – perfetta.

Di essa ho trovato particolarmente interessante questa frase:

Si assiste … a una produzione poetica fortemente manieristica in cui spesso è difficile distinguere un autore dall’altro”.

Che è una presa d’atto abbastanza ardimentosa; essendo possibile solo, si suppone, a chi non ha timore di scoprirsi.

Sono andato a cercare un po’ di poesia di Carlo Carabba in giro per la rete, ovviamente, per avere idea di un poeta che non ha timore di essere sé stesso, invece di ricicciare pregiudizj di scuola e banalità.

La critica è assai promettente; e il tasto su cui molto si batte è, appunto, la voce spiccata del giovane autore, la sua unicità. Per Gli anni della pioggia, PeQuod 2008, Mario Desiati ha detto, : “Carlo Carabba è un poeta unico nel panorama dell’ultima generazione”. Raffaele La Capria (ib.), Corsera: “Un poeta si riconosce dalla voce, e Carlo Carabba (all’ esordio con Gli anni della pioggia, edizione peQuod, pp. 64, 7,50), una voce ce l’ha”. Franco Marcoaldi, Repubblica (ib.): “LA VOCE DI UN POETA. E’ così raro scoprire una voce nuova nella poesia italiana, che con piacere segnalo il libro d’esordio di Carlo Carabba: Gli anni della pioggia”. Più sfumato degli altri, ma grosso modo in quella direzione, Massimo Gezzi, Manifesto (ib.): “il giovane Carabba mette in versi un normalissimo “io”, senza sotterfugi intellettualistici o timori reverenziali” (ma è un “individuo-massa”).

Quello che però mi ha vagamente sconcertato sono gli stralcj riportati dai varj recensori:

Desiati:

Purtroppo l’italiano / ha un amore soltanto, e doloroso

Di notte studio date / persone e storie. E penso alla morte. / Ai centenari che non / avrò visto/ alle celebrazioni / passate che ero troppo piccolo / per apprezzare a pieno…

La Capria:

Da qualche parte in qualche / tempo sono già ritornato – e scrivo / di quanto sarà stato, degli incontri / se saranno avvenuti, e quali

Marcoaldi:

Traballo e non sempre penso pensieri / dignitosi, ma spesso / strisciano bassi, ridono / talvolta colpevoli innocenti / quasi mai quasi sempre / ignari di pensare

Gezzi:

Se l’energia è prodotta dal quadrato / del corso della luce e dalla massa, / se si diffonde su una curvatura / infinita e perfetta / […] io resto testa all’aria / tra i moti corruttori / del mondo sublunare

Sconcertato perché 1. la voce di Carlo Carabba non mi sembra affatto inconfondibile; 2. sono versi banalissimi, piatti (ed è per questo che c’è il punto 1.). Desiati, sorprendentemente, lo riferisce ad un filone ‘metaforico’ della poesia; ma c’è da dire che la metafora dev’essere ben nascosta, perché a me questi sembrano solo stralcj di diario.

Un gruppo di componimenti abbastanza consistente si trova riunito qui.

Se devo scegliere le peggiori (le più dimostrative) ne prendo due. Già “un signore che passava” su NI faceva notare, a proposito di Sanguineti: “è (relativamente) facile raggiungere esiti convincenti, asciutti e densi giocando con le parole, il difficile è farlo scrivendo dell’amore per la mamma…”. La dimostrazione di questa difficoltà è nella poesia che alla mamma ha dedicato il Carabba:

a mia madre
Tu sai che morirai
prima di me, è giusto,
e anch’io non voglio darti
il dolore di sopravvivermi.
E quando morirai sarò al tuo fianco,
spero, pronto a donare e avere
ogni parola e abbraccio, fino
all’ultimo dei giorni
con te vicina prima
di un addio che certo
non capirò da subito
essere tale, un distacco
che non saprò pensare
di cui non saprò dare conto.
Che sia il figlio a restare è naturale.
Ma non so
chi ci sarà a lenire il mio dolore
nei pensieri notturni o intento
a fare l’inventario dei tuoi scritti.

Qualcuno potrebbe, a questo punto, intendere quello del Carabba come “coraggio”, addirittura, perché si è esposto in prima persona; posto che il poeta che scrive della mamma sia esemplificabile con lo stesso Carabba. Ma nei luoghi comuni, nella prosa ritrita, non c’è nessun sentimento; dunque non c’è nemmeno coraggio.

Sembra quasi sempre prosa che va a capo di tanto in tanto. Altro è arrivarci da un certo esercizio di versificazione, altro è non aver mai coltivato una poesia di rispondenze foniche. A questo proposito mi pare infelice, perché, di nuovo, scontato, il componimento Risveglio:

Risveglio
L’ho già trovato in chiese boschi e grotte
o contraffatto ad arte
nei quadri veneziani.
Mi fugge dalle mani
ora che sono sveglio,
come se il mare uscisse da due porte.
Per afferrarlo meglio
respiro un po’ più forte.
Dal mio pensiero parte
il cielo della notte.

Dove c’è un’intensa orchestrazione fonica, specialmente in relazione cogli altri componimenti, ma l’esito è, quod erat demonstrandum, di filastrocca.

Posso naturalmente inferire – anzi, in un certo senso ci sono costretto – che, per come vanno le cose, l’eco psittacistico dell’unicità della poesia del Carabba dipenda da quello che il Carabba stesso, come critico, ha detto di voler fare, e di cui la repubblica letteraria s’è fatta evidentemente carico come di cosa effettivamente fatta. C’è qualcosa di positivo nell’aver preso atto che la poesia deve avere un common reader; ma ci vuole un common verse (il concetto è, come dite voi, “anglosassone”: Kipling, Edna Saint Vincent Millay, A Shropshire Lad, & so on) per quello; non scarabocchj da telefonata lunga.

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415. Prosa.

6 Nov

L’unica novità eccitante è che ho imparato, prima di andare a dormire sotto le stelle, a bucare la mia pelle; ma non sono un ragazzo ribelle, in primis perché non sono un ragazzo, secundum perché sono un vigliaccone di prima categoria. Grazie a qualche chiara istruzione di alcor, via mail, adesso mi trafiggo i glutei a tutto spiano, spremendoci dentro una soluzione di acqua e principio attivo che una volta dentro duole come un forte calcio in culo, ma pare fare il suo effetto. Jeri ebbi solamente due ore di febbre, dalle 15.00 alle 17.00 in circa; oggi nemmeno quelle, almeno finora. Inoltre questo parente del ceftriaxone, che si chiama ceftazidima, è (copiazzo dalle indicazioni terapeutiche del bugiardello) “Di uso selettivo e specifico per infezioni batteriche di accertata o presunta origine da gram-negativi ‘difficili’ o da flora mista con presenza di gram-negativi resistenti ai più comuni antibiotici”, vale a dire che – credo – se fungia, vuol dire che il mio Male è causato da agenti patogeni gram-negativi, ciò che esclude a fortiori che possa trattarsi di tisi perché il bacillo di Koch è gram-positivo. Nel caso non fungiasse, e avessi nuovamente cantato vittoria troppo presto, sto anche prendendo dell’acetilcisteina, mucolitico fatto in bandiera per fornire ottimo espettorato in cui galleggiano e si contorcono i tipici stronzoli anaerobi – se ci sono. Comunque sia, nulla di preciso mi diranno le analisi del sangue, perché sono del tutto inutili a rilevare la presenza del lurido procariota.

L’assenza di febbre mi restituisce alla realtà dei fatti, veduta saggiata assaporata in tutte le sue autentiche sfumature. Non sono più visitato da devanei blandi, incubi leggeri, strane visioni. La mia ispirazione torna ad essere fatìca quotidiana. Vedo distintamente le case dai muri scrostati, le strade dissestate, le facce pendule delle persone che si recano al lavoro, le facce fresche ed ebeti degli studenti che ridacchiano sopra i libri di scuola, e attaccano le caccole sotto i banconi. Posso contare una per una le rughe sui ceffi patibolari dei compagni di sventura, che mi sputtanano comodamente seduti sui gradini delle biblioteche. La tinta color mattone della paranoica rumena che circola in ciabatte rosa per i piani della biblioteca mi appare in tutta la sua cruda evidenza. Sostengo conversazioni di una noja allucinante senza perdere il filo, ma solo la pazienza. Ho recuperato il discernimento necessario a capire che merdate siano le tristissime vignette del dilettante rumeno che hanno appeso nel vestibolo. Non mi appare più cinto da una suggestiva nebbiolina Antonio Pavone seduto alla sua postazione, mentre sonnecchia, o si riporta i capelli su dal buco del culo, servendosi di una Bic verde comprata dal Comune. Se incontro un esemplare di Però, non la raccolgo per leggerla, come mi può capitare quando tocco i 39 gradi di temperatura corporea, ma per far sparire un’altra copia dentro qualche cassonetto. Se incontro l’ineffabile Getau, non rimango a chiedermi affascinato in qualche misterioso idioma mi parli, sputacchiando consonanti fuori dal muso di bull-dog; sento distintamente “zingaro di mérda!”, “tue leggi italiane, leggi di mérda!”, “italiani mérda”, “ti do io albano carisi di mérda”, “romina puttana!”, e, insomma, tutte le solite cose.

Mi sono affrettato, tra i fumi dell’affezione, a trascrivere sogni e visioni, come Poe o Yeats: mi sembrano quantitativamente così poca cosa! Se ci sono motivi per non rimpiangere lo stato febbrile – e ce ne sono, & potenti -, mi rattrista l’idea di questo ritorno alla prosa.

Non è vero che voglio avere la febbre: è che la vita manca clamorosamente di poesia, questo è il fatto.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

238. Passeggio.

25 Mar

    
 Non fan per me quelle sagome dritte
Che sempre passano agli stessi orarj,
Ben ravviate, e coi vestiti cari,
Stirate e vacue, come in un Magritte.
     Composte a un modo, sia che stiano zitte,
Sia nei ridenti e vuoti conversari,
Non amo genti che a numeri pari
Passano, non felici, e non afflitte;
     Senza che in anni abbia mai posto mente
Che di quel di cui vivono, escludendo
Che non ne so, non me ne frega niente.
     Non rinvenire, in tanta massa, è orrendo
Nulla di non omologo, & saliente;
Salvo in chi è perso, o in chi si sta perdendo.

230. “Turin” (da Benn).

7 Feb

“Vado, le scarpe rotte, per la via”,
Ha scritto il grande genio universale
Nell’ultima missiva — stette male,
Lo portarono a Jena — psichiatria.
    “Libri per me non riesco a comperarne,
Sicché li leggo nelle librerie;
Appunti — esco a comprarmi un po’ di carne: —
Così, a Torino, le giornate mie”.
    Lor Fetenzie la pancia piena rasa
A Pau, Bayreuth, Epsom s’ingolfavano.
Abbracciò due ronzini che passavano,
Finché lo trasse il suo affittuario a casa.

Con qualche licenza, da Gottfried Benn, Poesie statiche 1935-1946.

206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.

9 Ott

Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.

Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano — tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.

Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combattè in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ’95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.

Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.

E’ un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.

Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non potè fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.

Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.

Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Taddea Colloredo), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.

Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.

Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. E’ del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.

Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:

Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnàti?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.

E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. E’ come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.

Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.

Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.

95. Vittoria Aganoor Pompilj.

4 Apr

Un po’ di poesia.

Il cognome parrà un po’ strano perché discendeva da famiglia armena stabilitasi in Europa nel 1815. Padovana, nasce nello stesso anno del Pascoli (il 1855, precisamente il 26 maggio) e muore due anni prima di lui, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1910.

Ammiratissima dai contemporanei, oggi non è sicuramente più letta come una volta. Anzi, probabile non sia letta più da nessuno. Ebbe maestro Enrico Nencioni. Fu molto ammirata dallo Zanella, che le dedicò versi (casti).

Col Pascoli ha in comune qualcosa, anche se non ho ancora capìto che cosa. La incontrai per la prima volta su una vecchissima antologia poetica. Si distingue per l’incredibile, franca sincerità e lo straordinario magistero tecnico. Altre poesie testimoniano della sua grande inquietudine ritmica, e della sua abilità di musicista del verso.

Riporto i seguenti versi suoi solo perché sono gli ultimi che ho letto:

LA SUGGESTIONE DEL VELENO.

 

Una goccia, una sola

Goccia; orsù, dunque! E tutte le vigliacche

Minacce de’ tuoi perfidi fratelli,

I ritegni codardi delle fiacche

Anime, che il superno gaudio, il pane

Quotidiano dell’eternità

Anelan di ghermire, e le tue nausee

Fiere pei loro torbidi ed imbelli

Pentimenti, e le loro miserabili

Fughe, e la loro ipocrita pietà.

Tutto verrà d’un tratto inabissato.

Perché non bevi, se l’oggi e il passato,

Che sul tuo core premon così grevi,

E del dubbio il tormento,

E il tedio, tarlo infaticato e lento,

Cenere diverran con te, se bevi?

 

Con le tue membra inerti, cadran  giù

Con te, per te, nel buio e nel silenzio

Eterno, tutte le maligne, insane,

Barbare leggi umane;

Le folli ire, gl’ignobili appetiti,

Le gioie avare e brevi;

E la regina Morte, la proterva

Sovrana formidabile, tua serva

Diventerà, se bevi!