603. Scheda: Keith, “Darwin” (1955).

21 Ago

Arthur Keith (1866-1955), Darwin [“Darwin Revalued”, London 1955], trad. Mario Pacor, “Biografie” n. 6, Feltrinelli, Milano 1959. Pp. 334.

È la biografia scritta da uno studioso [che però è diventato “scolaro” nel II risvolto] darwiniano che ha avuto curiosamente modo di vivere in Down House, la casa di Downe (Down anticamente), a 32 km. da Londra, in cui Darwin ha passato la gran parte dell’esistenza e in cui ha svolto, circondato dalla famiglia, la sua attività scientifica dal 1842 alla morte. Vale la pena di dire che, eccettuato il lungo viaggio (dicembre 1831-ottobre 1836) sul Beagle, la vita di Darwin non mostra emergenze particolari. La sua è una famiglia di scienziati: nasce il 12 02 1809 a Shrewsbury, dove il padre, Robert, un omone di 1,88 m., s’è stabilito nel 1786; Robert D. è medico, mentre la madre, Susannah, è la figlia di un celebre industriale, Josiah Wedgwood, le cui ceramiche si vendono in tutto il mondo. I Wedgwood sono all’origine della ricchezza su cui Darwin potrà contare (la madre, sposandosi un anno dopo la morte di Wedgwood, porta 25.000 £ di dote, una cifra favolosa) senza dover lavorare per mantenersi, pur rimanendo tutta la vita economo provetto – sono conservati i libri dei conti, accuratissimi, compreso il “Libro rosso” del padre, con la traccia di tutti gl’investimenti fatti, quasi sempre azzeccati, tanto da lasciare in morte un totale di 282.000 £, che comprendono anche i proventi dei suoi libri.

Dev’essere anche aggiunto – la genealogia di casa Darwin è ricostruita particolareggiatamente da Keith – che a sua volta Darwin sposerà una Wedgwood, Emma, compagna fedele di tutta una vita, più vecchia di lui di nove mesi, che morirà, sopravvivendogli, nel 1896. Ora, una delle convinzioni più profonde di Darwin era che l’incrocio fosse una delle ragion d’essere della natura. L’autore evita persino di chiamare per cognome la madre di Darwin, indicandola come “figlia di Josiah Wedgwood” in forma quasi allusiva, ma fa una certa impressione notare come i dieci figlî – sette sopravvissuti – di Darwin avessero nascita da genitori che condividevano parte dello stesso sangue. Dell’incesto non si fa menzione nel volume, ma Darwin, che aveva pessima salute e non si stabilizzò in questo senso prima d’aver passato la sessantina, era convinto d’aver trasmesso tare ai proprî figlî. L’ultimo, che Emma Darwin partorì, molto dolorosamente, a 49 anni d’età, nacque deficiente, e morì di due anni. Sembra peraltro che più la scarlattina che l’ereditarietà abbia minacciato la salute dei figlî di Darwin. Pensatore tra i più radicali di un secolo di pensatori radicali, Darwin peraltro non arrivò mai a stabilire con esattezza le leggi dell’ereditarietà, che sono una scoperta dell’abate Mendel – più giovane di lui e operante a Brünn (Brno), di cui egli non seppe mai nulla.

Darwin, per suo conto, patì tutta la vita di un male misterioso, che gli levava concentrazione, dandogli crisi di sconforto, tremiti e crisi di vomito convulso che potevano durare giorni interi. Keith dice che non esiste nessuna possibilità di dare un nome preciso al suo male, che identifica con una “sindrome da sforzo” [così Pacor traduce quello che attualmente chiamiamo “stress” prendendo a prestito direttamente la voce inglese], una condizione in parte psicosomatica, dovuta all’indole neurotica e ansiosa dello scienziato, e in parte al tremendo superlavoro. Della sua tendenza ad immergersi completamente nell’osservazione scientifica, a trovare piacere solo nella riflessione, si sentì in dovere di avvisare la moglie sul punto di sposarla. La donna capì perfettamente, ma dovette rinunciare alla vita di società e al teatro di prosa (che amava molto, eccezion fatta per Shakespeare, che sopportava poco); Darwin aveva gusto, in compenso, per le arti figurative e la musica. Tra le curiose appendici, per concludere il discorso genealogico, c’è anche una sezione spiccatamente positivista su “l’eredità razziale” di Darwin. Nel 2000 a.E.V. una popolazione etnicamente distinta dalle altre si stabilì nel Derby; è conosciuta come il popolo dei “Beakers”, dalle caratteristiche coppe o calici ad imboccatura larga rinvenute nelle sepolture. Erano alti e massiccî, probabilmente validi combattenti, erano brachicefali e avevano caratteristico l’arco sopracciliare sporgente, che faceva parere incassati gli occhî; avevano il naso corto e uno sviluppo del volto più in orizzontale che in verticale. Caratteristiche anche di Darwin, che interrogato sulla ragione d’una tale persistenza di tratti così antichi sul suo moderno volto avrebbe probabilmente risposto essere un caso di riversione, cioè un riaffiorare a grande distanza dei geni comportanti essi tratti, per varie ragioni; anche se il fenomeno si sarebbe poi spiegato secondo le leggi enucleate da Gregorio Mendel sui caratteri dominanti e recessivi.

Darwin era leggermente più basso del padre, essendo alto 1,82 m. per un peso di 60 chili nella maturità, contro i ben 150 del padre. Il fratello maggiore di Darwin, chiamato Erasmus come il nonno (e detto “Ras”), sarebbe stato un famoso medico, senza mai esercitare; mentre due cugini, un reverendo Darwin prima e poi Galton, che avrebbe sviluppato le tesi di Charles in materia di evoluzione razziale, sarebbero stati tra gl’interlocutori privilegiati dello scienziato, insieme con gli studiosi Lyall, il docente Harvard Asa Gray, Hooker e Huxley. Gray, nonostante fosse molto religioso, non faticò troppo a convertirsi all’evoluzionismo, considerandolo come una forma di “creazione graduale”. Quasi nessuno trovò lecito quest’espediente, e Darwin, che ne aveva molto dolore, fu esposto a numerosi attacchi. Huxley, che fu un grande amico (Darwin organizzò una sottoscrizione in suo favore quando fu in difficoltà) e uno degli anticipatori, in parte per via congetturale, della teoria evoluzionistica, ebbe un giorno la sgradevole esperienza di sentirsi chiedere da un prelato se discendesse da una scimmia per parte di padre o di madre.

Le chiese furono in generale molto ostili ad una teoria che smentiva le giornate della creazione del Genesi: Darwin stesso notò che l’auge e lo sfavore incontrato dalle sue teorie sembravano essere influenzati dalla geografia, perché a fronte dell’onorificenza trasmessagli da 154 scienziati tedeschi, frutto di quasi annuali ‘conversioni’ alla sua teoria, fece riscontro solo un’attestazione di stima da parte di un intellettuale francese, giusta l’indifferenza o l’avversione che pareva raccogliere nei paesi latini e/o cattolici. Personalmente, Darwin, dopo una giovinezza pia, aveva cambiato idea in fatto di fede. Ancóra al tempo del viaggio sul Beagle aveva come lettura da comodino il Paradiso perduto, ma non aveva poi potuto dimenticare come la sua allegazione di un passo della Bibbia a sostegno di una tesi morale avesse suscitato ilarità tra alcuni componenti dell’equipaggio, pur credenti. A ridosso della composizione del primo abbozzo de L’origine delle specie (1844) la sua posizione era ovviamente da tempo attestata su posizioni nettamente agnostiche, dalle quali non si sarebbe mai rimosso, pur senza mai pervenire, per correttezza metodica, a definirsi ateo. Curiosamente il primo avversario di questa chiara tendenza del suo pensiero a svincolarsi dall’idea di un dio creatore fu proprio la moglie, che aveva ottima cultura ma totale disinteresse per gli studî naturalistici, e ancóra a proposito di una delle ultime opere del marito deprecò che nonostante gli alti meriti scientifici, essa sarebbe servita a mettere l’idea di dio ancóra più in disparte. Emma Wedgwood, a cui Keith dedica l’ultima delle diverse appendici, era sempre stata religiosa, ma aveva rafforzato definitivamente la fede in séguito alla morte prematura dell’amatissima sorella. Esistono due lettere di EW a ChD, risalenti al tempo del matrimonio, in cui la donna esprime la difficoltà di acettare l’agnosticismo del marito e il timore rispetto derive etiche che potrebbero discenderne. Senza che tutto ciò fosse mai motivo di scontro, nei decennî di convivenza successìvi, o in altro modo di turbamento per la loro unione.

Darwin era uno spirito totalmente empirico: la sua opera sottende un’evidente visione del mondo e ha ingenti conseguenze filosofiche, ma i suoi procedimenti rimangono scientifici e mai meramente speculatìvi o congetturali. Allo stesso modo non si è mai direttamente occupato di teologia, metafisica o politica, nonostante avesse idee chiare, personalmente, in merito. Questo influì sul suo modo di considerare tanto gli omaggî quanto gli attacchi: per esempio, rispose con freddezza all’ammirazione di Herbert Spencer che, su basi esclusivamente congetturali, aveva anticipato l’evoluzionismo, come anche a quella del Butler autore di Erewhon, che all’opera dello stesso ChD s’era ispirato per un lavoro unicamente filosofico. Butler, di una generazione più giovane, s’era risentito enormemente dell’indifferenza di ChD, e in funzione strettamente polemica aveva scritto un libello di sostegno alle teorie del nonno di ChD, Erasmus Darwin, benché proprio al nipote fosse toccato trascenderne completamente la lezione. Nel bel mezzo degli attacchi di Butler, che preoccupavano notevolmente ChD come qualunque forma di polemica intorno alla sua opera, una rivista tedesca aveva dedicato un saggio altamente elogiativo ad Erasmus Darwin, la cui figura era stata rievocata comunque in chiave storica, come quella di un pioniere, d’un anticipatore. ChD aveva trovato il saggio meritevole di traduzione, e aveva chiesto autorizzazione a farla eseguire e stampare; in cambio dell’assenso, che permise una stampa in volume del saggio, ChD spedì agli studiosi tedeschi l’opera di Butler, come novità a loro ancóra ignota riguardante l’argomento. In conseguenza di questo, a scanso di ogni sopravvalutazione, essi interpolarono nella riedizione del saggio una frase che alludeva all’inanità di qualunque tentativo di riesumare teorie storicamente fondamentali ma superate dall’ulteriore sviluppo scientifico. Purtroppo Butler ebbe buon gioco a sostenere che ChD avesse appositamente chiesto soccorso agli scienziati tedeschi per controbattere all’avversario.

Quanto alla politica, ChD aveva ferme posizioni liberali. La corrispondenza con l’americano Asa Gray rifletté anche gli eventi drammatici della Guerra di secessione, che all’epoca era seguìta con molta partecipazione anche in Europa. Entrambi erano su posizioni nettamente lincolniane, ma mentre Gray sosteneva che il Sud non dovesse essere libero di escludersi dalla Confederazione, ChD, ribadendo la sua invincibile avversione e per il Sud e per la sua politica schiavista, sosteneva di non capire come mai non dovesse essergli concessa l’autodeterminazione. Condivideva ideali liberali con EW, che era solita definire Disraeli “il grande ciarlatano” e parteggiava come il marito per Gladstone; per poi disamorarsene, però, quando questi si fece portavoce delle esigenze indipendentiste dell’Irlanda: fu in quell’occasione che EW ritirò il suo appoggio economico alla sezione progressista del Kent – differenza sostanziale con il pensiero di ChD, che non era affatto, come visto, antiseparatista. Carlo Marx – la lettera scambiata con il genio di Treviri è certo la traccia più rilevante e relativamente organica delle posizioni di ChD in materia di politica e religione – chiese a ChD il consenso a dedicargli una sezione del Capitale. Nella cortese e sentita missiva, ChD – che negli anni Ottanta lamentava disturbi durante le letture prolungate ed era costretto a ricorrere ad altri che leggesse per lui ad alta voce – ribadì di essere assolutamente d’accordo in linea di massima con la posizione antischiavista e progressista notoriamente attribuita a Marx, ma di non poter in coscienza dare il consenso alla dedica di un’opera che non aveva ancóra potuto lèggere, dato che accettare una dedica implica necessariamente condividere il contenuto del libro. Ma più di tutto lo preoccupavano i contenuti antireligiosi ed anticristiani dell’opera, sottoscrivendo i quali avrebbe offeso troppe persone; per questo, più che altro, non si sentiva d’accettare. Keith si dice convinto che in questo caso ChD avesse particolarmente presente la moglie.

Altre e più precise conseguenze ha avuto il darwinismo stesso su tutta una scuola positivista che speculava in materia demografica, e che in particolare dibatteva in materia di eugenetica. Riguardo a queste posizioni, la risposta di ChD fu poco partecipe. La concezione di vita come lotta, in cui il debole soccombe, era stata da lui respirata sin dalla mammella; e per giunta, in questa prospettiva, pare difficile che, nonostante il suo massiccio fenotipo “Beaker”, ChD si considerasse un vincente. Quando, ancóra giovane, aveva affrontato con Robert Darwin il problema della propria salute malferma, fu proprio il padre a dirgli con molta secchezza che nella lotta per la vita c’è chi vince e c’è chi perde: era un luogo comune di casa Darwin, come in genere dell’àmbito altoborghese e intellettuale del tempo, ed era stato anche il fulcro della speculazione di Erasmus Darwin. Il concetto di selezione naturale era presente in casa a livelli presumibilmente abbastanza ossessivi, e Darwin, con la sua opera, altro non ha fatto che trasferire una sorta di “ideologia domestica” – non solo della sua famiglia, ovviamente, ma parte integrante della filosofia di vita delle classi superiori del tempo suo – sul piano della scienza. Darwin, che aveva perduto la madre ad otto anni e non ne ricordava nulla se non la salma e il vestito che le avevano messo, era devotissimo al padre e questo genere di risposta darebbe a pensare che meritasse solo mediocremente tanto filiale amore, se solo Darwin, postillando che il padre probabilmente lo considerava un po’ ipocondriaco, non desse modo di sospettare che la brusca risposta fosse intesa a galvanizzare, e non a deprimere.

Ma, se conferisce un certo spessore esistenziale alle motivazioni alla base dell’opera darwiniana, sul piano interpretativo quest’aneddotica non ha nessun rilievo: le implicazioni morali del gigantesco disegno morale che traspare dalla rigorosa analisi darwiniana rimangono, non differentemente da quelle di Marx e Freud, tragicamente amare: il pensiero radicale, retto su basi metodiche ferree, conduce inevitabilmente ad una contemplazione del tutto sconsolata dell’impotenza e della morte come implicazioni principali della condizione dei viventi in toto, e non affatto limitate a questo o quell’individuo – anzi: piace pensare che, esattamente come Marx aveva subìto come ebreo la calunnia del denaro, e ne aveva risentito eccezionalmente, e come Freud si confessava privo quasi di ogni attività simbolica, Darwin fosse oltremodo predisposto dal fato, dato il vizio delle sue ascendenze, ad occuparsi in maniera così risolutiva di questo gran problema – inconfessabile, al fondo, esattamente come il peccato originale del capitalismo mangiatore di carne umana e della sessualità come fattore unico determinante nella formazione della psiche. Questa posizione ideologica, quindi, ha molta importanza: la selezione è un fenomeno riguardante i viventi e, parallelamente, è un fatto culturale.

Per quanto riguarda le possibili ricadute sulla speculazione in materia di società e politica, Darwin aveva in effetti trattato L’origine dell’uomo (1871) in maniera differente e separata rispetto a L’origine delle specie (finito d’imprimere il 30 gennajo 1859), ma non nel senso che, altri, compresi i suoi amici e sostenitori, avrebbero auspicato. La teoria dimostrata da Darwin poggiava sulla dimostrazione che tutte le specie viventi, animali e vegetali, sono discendenti da un unico organismo che nel corso dell’evoluzione si sarebbe specializzato in un numero enorme di forme, essenzialmente per ragioni di adattamento all’ambiente. Per quanto riguarda l’uomo e la sua origine non doveva esistere nessuna differenza sostanziale, sennonché la lotta per la sopravvivenza per la gran parte degli animali ha come scopo la conservazione dell’individuo, mentre per l’uomo e le specie sociali ha come scopo la conservazione del gruppo. Inutile dire come questo osti fortemente a qualunque ideale spintamente concorrenziale-competitivo di società (intollerabile contraddizione interna che non può essere accetta a nessun pensatore rigoroso). Galton s’era spinto, sulla scorta di queste acquisizioni, a sostenere che per l’uomo l’individuo non è nulla, e la razza è tutto; e aveva ipotizzato un piano eugenetico secondo il quale un’umanità selezionata avrebbe avuto il cómpito di assicurare la discendenza; l’idea, che era ingenua, fa oggi ribrezzo, perché le si sovrappongono altre implicazioni a cui tuttavia Galton era ben lontano dal pensare: non ci si deve spingere necessariamente a pensare ad una sorta di “casta privilegiata”, dal momento che l’unico privilegio sarebbe quello del miglior patrimonio genetico, che non è affatto coessenziale a condizioni propriamente privilegiate (cultura, reddito, prestigio, potere). Inoltre dev’essere considerato come, oggettivamente, Galton pensasse al miglioramento della razza umana in genere, non al miglioramento di questo o quel gruppo etnico: Darwin non credeva che gli uomini potessero essere distinti in razze, e la differenziazione etnica in quest’ottica dev’essere considerata esclusivamente un fatto storico-culturale, e dunque transeunte. Cosa ancor più importante, l’idea di far fare figlî solo ad una parte della collettività non implica affatto, in automatico, quella di levare dal mondo un’altra parte della stessa: sono due cose ben diverse. Ne consegue che l’influenza del darwinismo sulle teorie della razza (!) care agli autoritarismi dello scorso secolo è stata eventualmente possibile solo grazie ad una serie di deformazioni, e non è stata più diretta o determinante rispetto a quella esercitata sugli stessi dalla teoria marxista o freudiana, che pure sono state, allo stesso modo distorto, assai influenti in questo senso.

Dev’essere però detto che, rispetto a Marx e Freud, nel sistema di Darwin la funzione descrittiva è nettamente prevalente. Scrivendo a Galton a proposito dell’ipotesi di pianificazione demografica di questi, Darwin disse che in effetti gli pareva non esserci alternativa, cól fine di un miglioramento della razza; ma le sue teorie non hanno nessuno scopo eugenetico diretto, e per certi versi non potrebbero nemmeno averne. Di fatto, in esse l’individuo – ed è un errore che spesso si è fatto anche a proposito di Marx, con distorsione anche piuttosto grave del suo vero pensiero, innanzitutto a proposito dell’autoalienazione, per buona metà del XX secolo – ha eccome importanza: essendo stabilito che il valore massimo nella società umana è la collaborazione, ne consegue che individuo superiore sia quello maggiormente collaborativo, ossia quello che maggiormente e più efficacemente partecipa alla sopravvivenza e al benessere della società stessa. Di fatto, la visione darwiniana non consente nessuna ipotesi artificiale di società perfetta – non differentemente da Marx, se è per quello –, dal momento che considera ogni fenomeno, positivisticamente, come la risultante di una sinergia tra forze disparate, tali per cui il contesto è sempre prevalente sulle scelte individuali, dato che esse forze, in grandissima parte, non sono controllabili in via diretta dall’individuo. Il primato della collaborazione istituisce di necessità un contesto sociale coessenzialmente difettivo, i cui limiti possono essere trascesi solo attraverso l’opera individuale, che è nella storia: ne consegue ovviamente che non è, se non entro limiti severi, alle sue qualità congenite che l’individuo deve la sua fattiva superiorità. Uno schematico innatismo è ovviamente fissista; Darwin invece designa un vivente in perpetua trasformazione in un mondo a sua volta perennemente evolventesi, in cui i giochi sono costantemente aperti. La società umana, non differentemente, è un fatto storico in continua evoluzione: l’origine della società è nella famiglia, come si nota presso le popolazioni sottosviluppate, la quale è retta da vincoli d’affetto tali da spingere continuamente al mutuo ajuto ogni volta che sia necessario: dalla famiglia, i cui componenti vivono senza conflitto la contraddizione secondo la quale un atto violento compiuto in seno al gruppo è riprovevole mentre lo stesso atto compiuto contro il membro di un altro gruppo non è riprovevole e può essere anzi meritorio, il gruppo si allarga a più famiglie, &c., fino a formare un contesto sociale evoluto. In questa chiave è evidente la traccia del concetto illuminista di “umanità naturale” e “umanità sociale”, la prima sottosviluppata ed egoista proprio inquantoché i rapporti sono normati secondo il criterio del vincolo di sangue, la seconda educata e collaborativa inquantoché al vincolo di sangue sostituisce il patto sociale. È del tutto conseguente che in questa prospettiva qualunque teoria subpolitica basata sul criterio del sangue sia da considerarsi esclusivamente come mera barbarie, consistendo semmai in un’estensione del concetto familista primitivo, un mostro dal punto di vista latamente politico, senza possibilità d’accesso al livello superiore, e compiutamente sociale, di comunità. Ma anche il puro e semplice, “innocente”, programma eugenetico di Galton perde senso in una simile visione, e non solo perché esso potrebbe tendere ad un certo fissismo. Infatti, va da sé, in specie se la si considera nel più ampio contesto della natura, che l’umanità è spinta dalla sinergia di innumerevoli fenomeni esterni, come qualunque altra specie vivente, ad una continua evoluzione: l’essere superiore e l’inferiore hanno senso esclusivamente all’interno di quell’ampio contesto, e nella relazione che intrattengono con esso. Ci sono ovviamente fattori che indeboliscono la razza, come l’incesto; qui, chiaramente, Darwin non si è posto nelle condizioni, come Mendel avrebbe fatto poi, di definire con esattezza come si renda possibile la differenziazione biologica, ma per quanto riguarda l’umanità la possibilità di differenziazione ‘etnica’ storicamente è stata dovuta proprio all’alto tasso d’incesto che ha riguardato comunità isolate durante lunghissime fasi preistoriche e protostoriche (e anche storiche): in sé negativo, tuttavia esso incesto ha contribuito alla massima differenziazione dei varî patrimonî genetici, consentendo in una fase ulteriore veri e proprî incrocî, da cui la razza, paradossalmente, esce rafforzata e pone in esistenza individui dal patrimonio genetico più ricco. Mendel, in fondo, non è indispensabile ad una simile, semplice considerazione; si pensi all’alto grado di differenziazione fenotipica a cui i replicati incesti hanno condotto molti animali domestici o d’affezione, come cani o gatti, le cui “razze” sono tutte prodotto d’artificio umano: le potenzialità trasformative del fenotipo racchiuse nella pratica dell’incrocio tra consanguinei è nota all’uomo da tempi immemorabili. Ne consegue che quello che è sicuramente dannoso per l’individuo sia solo in parte tale per la razza, ed anzi abbia poi possibilità di ricadute a lungo termine del tutto positive. Al disopra di questo genere di problematiche, però, rimane intatta l’autorità e la sagacia del primo selettore della razza, che è la natura, rispetto a cui qualunque intervento umano risulterà sempre molto meno efficace. Basta questo a togliere qualunque portata realmente epocale, in termini di vita della razza, al progetto di Galton, che indubbiamente tende a identificare la superiorità in qualità interne all’uomo, quando la loro superiorità è decisa dalle condizioni ambientali, che decidono tanto della superiorità quanto dell’inferiorità (le stesse, identiche qualità possono essere superiori o inferiori a seconda del contesto), e naturalmente dal libero arbitrio dell’uomo animale sociale. Indubbiamente l’immensa fatìca di Darwin ha finalità e virtù rivoluzionarie: ma nel suo offrire consapevolezza scientifico-filosofica, non ricette e programmi.

Alla luce delle sue teorie è interessante vedere come si qualifichi moralmente la sua stessa opera: anche lui, nella sua tipica autodirezione di uomo dell’Ottocento, aveva concepito il proprio studio come consacrazione e cómpito da svolgersi, proprio perché a vantaggio della società – secondo quell’ideale collaborativo predetto –, separatamente da essa, proteggendosene, ed eventualmente ponendosi contro essa; com’egli stesso disse, in un’appassionata annotazione, nell’accingersi alla grande opera – opera rivolta a dare impulso al progresso e a demolire il pregiudizio e l’errore. È una contraddizione, una schizofrenia, che Darwin visse come tutte le maggiori figure della sua età postromantica e positivista, che recuperava, dopo lo Sturm und Drang, le radici illuministe del proprio pensiero ricollegandosi al fatidico Tout pour le peuple, rien par le peuple di Federico il Grande (1760), impiegandolo con mezzi scientifici a finalità idealistico-filantropiche. La sua stessa reazione ferita di fronte alle critiche più pesanti dev’essere considerata nel modo meno psicologistico possibile, dal momento che è parte integrante della sua teoria sociale che tra le caratteristiche dell’uomo politikon zoon ci sia anche la tendenza a cercare l’approvazione del gruppo: una teoria non accettata è una teoria sterile, ed è del tutto ovvio che Darwin fosse preoccupato dall’opposizione, in specie perché in termini irrazionali, alla verità della sua nuova scienza. Ma era solo questione di tempo: come sappiamo da Riesman, questa tendenza all’eterodirezione sarebbe diventata prevalente sull’autodirezione ancóra ottocentesca, nel giro di cinquanta o sessant’anni; Darwin, con Marx, è una figura di transizione, che contribuisce in modo determinante ad accompagnare l’umanità del suo tempo, e anche dei tempi a venire, fuori dall’età tradizionale, della disciplina, del verosimile e del decoro, aprendole il varco alla contemporaneità; che avrebbe poi conosciuto alterne e perigliose vicende, del tutto indipendentemente dalle indicazioni che il secolo faticoso aveva fornito; innanzitutto perché quelle indicazioni non sempre erano state veramente capìte.

Per queste figure di grandi demolitori e distruttori ha importanza capitale il materiale autobiografico: qualità che colpisce del loro pensiero è la rigorosa autoconsapevolezza stoica che fa da base alla consapevolezza scientifica. Precise qualità personali, istintive, non controllabili, fatali, hanno posto questi pensatori in una condizione esistenziale in cui problematiche centrali per l’uomo di quello e questo tempo hanno la più esplicita risonanza. Più che la volontà, espressa nella maturità piena di successi, di “non offendere nessuno” e il sottrarsi alle polemiche da parte di Darwin, è significativo un primo abbozzo autobiografico, del 1838, risalente cioè al periodo immediatamente successivo al ritorno dal viaggio sul Beagle, che però – proprio come un tentativo analogo di Dickens – si ferma alla prima adolescenza (gli 11 anni), per il suo identificare le coordinate, a quest’altezza in termini meramente esistenzialistici, entro cui si sarebbe mossa la sua ricerca. È in Riesman, nuovamente, l’identificazione del momento della consacrazione del tipo autodiretto nella prima infanzia: tutto è già lì, definito e compiuto, in attesa solo della trasformazione, da materiale di bruciante immediatezza, soggetto a tutte le difettività del transeunte e dell’involontario, in strumento d’indagine. È, se si vuole, la trasformazione del difetto in pregio, della debolezza in punto di forza; ma è dire poco, ed è un sottovalutare la ricchezza di questa prospettiva mostrandone la limitatezza, l’apparente povertà. La scienza, la filosofia di questa temperie si identificano con la filantropia, ossia nella semejotica patologica e nella ricerca di una cura. La vaga vergognosità di un’ampia costruzione intellettuale che è come una perla compattatasi intorno all’insignificante granello dell’infanzia è parte anche della coscienza ottocentesca: è del tutto sintomatico che sia Darwin sia Dickens siano partiti coll’idea di rievocare la propria autobiografia per intero, per solo in un secondo momento scoprire di non poter procedere, o perdere l’ispirazione e lo stimolo ad andare avanti: nessuno, nemmeno nel XIX secolo, pensava di accingersi consapevolmente al proprio autoritratto da bambino. Esso diventa una realtà inevitabile solo nel momento in cui l’estensore si rende conto che nel sé bambino la direzione è già tracciata, e che non c’è nulla di sostanziale da aggiungere, che non seguirà nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nessuna frattura epocale col passato. È l’aspetto meno – è una sorta di bisticcio – “decoroso”, meno proponibile, meno presentabile della narratività del sé tradizionale, che nell’Ottocento diventa per la prima volta perfettamente consapevole, e dunque oggetto di rimozione; due secoli erano passati da quando Giovanna degli Angeli e il card. di Retz avevano dato inizio alle proprie autobiografie dicendo, senza remora alcuna, di essersi consacrati al male sin dalla prima veglia della coscienza: ma secondo i principî di quell’etica la riduzione del sé a vizio infantile poteva ben essere parte di un esercizio di contrizione, di umiliazione. L’uomo ottocentesco, che costruisce una visione angelistica, indefinitamente tesa in avanti e in alto, del mondo, non ama tornare a scoprire la polvere e i letami che costituiscono la base di qualunque altezza; può sentirne la necessità, ma è un esercizio privato, che nella sua stessa presunta incompiutezza trova l’alibi ideale alla mancata pubblicazione. Eppure proprio la scandalosa decisività dell’infanzia sarà, con Freud, la leva con cui l’edificio del pensiero tradizionale sarà definitivamente scalzato e atterrato. Nuovamente, quando si presenta nel quadro di un pensiero veramente radicale, quanto di più tipico c’è nell’autodirezione ottocentesca si presenta come del tutto contemporaneo. L’abbozzo di Darwin è d’impostazione psicologistica, sicuramente, ed è del massimo interesse.

In esso ChD si dilunga sulla tendenza, sin da piccino, a mentire, con lo scopo di attirare l’attenzione ed essere apprezzato: come per esempio quando, già appassionato di botanica, s’era vantato con un piccolo amico di essere capace di colorare i petali di un croco tramite tinte di propria invenzione. Questa volontà di colpire, di stupire, per la quale provava anche segretamente disprezzo per sé stesso, fu abbastanza resistente anche negli anni a venire, sia pure non fino a spingerlo a mentire, se è vero quello che un’ex-amante gli scriveva ormai ultrasettantenne, ricordandogli come da giovane avesse sostenuto che tutta la sua esistenza avrebbe avuto un senso quando finalmente il suo nome fosse apparso sul foglio locale della natia Shrewsbury. Notazione che dovette stupirlo, dal momento che da ultimo, com’è quantomeno comprensibile, i suoi sentimenti non erano certo più quelli. Nell’ottica dell’autodirezione ha senso una nozione che per noi è del tutto superata, e che è ovviamente l’idea di una distorsione del progetto originario, data la sua postulata fissità. Ma l’”infantilismo” dell’autodirezione non esclude affatto, appunto, un’evoluzione che è, fatalmente, una distorsione controllata ed estremamente graduale del progetto originario. Il fatto che questa sia una condizione semplicemente fatale non toglie nulla alla capacità di Darwin di prendere su sé consapevolmente le conseguenze di essa fatalità – di nuovo, il ‘volere ciò che accade’ stoico –, non esitando mai a mettere costantemente in discussione il proprio pensiero, le proprie certezze. Un pensiero perfettamente organico che nasce da un’autoanalisi approfondita non può non portare, da una parte, ad una perfetta autocoscienza, ma anche, sull’altro versante, ad un continuo venir meno della conoscenza di sé. Questo abbozzo autobiografico non credo possa essere confinato ad una sorta di ultimo folio potenziale, o ridotto ad una postilla, o ad un’operazione laterale rispetto la produzione maggiore: è parte del pensiero di Darwin esattamente come L’origine delle specie, né, trattandosi di parti di un pensiero organico, è possibile e comportevole, diciamo in linea di tendenza, privilegiare l’un’opera sull’altra. L’opera complessiva ha finito cól somigliare fatalmente all’opera della natura: è opaca, paziente, graduale, sfumata, e tale da diventare al fondo incomprensibile se la si vuole a tutti i costi percorrere con strumenti interpretatìvi moralistici o benefattorî. Il mondo darwiniano non poi molto dissimile dalla “lubrica selva” leibniziana: in esso tutto è trasformazione, cioè passaggio da forma a forma a forma. Per certi versi, appare abbastanza chiaro come mai l’indispensabile postilla mendeliana sia rimasta al difuori del sistema darwiniano: proprio perché il concetto di carattere dominante per Darwin era poco digesto. Ci sarebbe voluto un Darwin, verrebbe da dire, a completare con nozioni mendeliane quest’evoluzionistica filosofia! Perché, purtroppo, la perentorietà un po’ sospetta dei piselli gialli, verdi e rugosi risponde ad una logica da pallottoliere, a Gran Poema delle Trasformationi illusionisticamente risultante dalla combinatoria di elementi del tutto fissi e duri al tatto: laddove in Darwin fortissima era la sensibilità, proprio, per il lùbrico, per il fuggevole, per l’eterno effimero. Mendel completa scientificamente il darwinismo, ma in realtà il solo concetto di carattere dominante in termini filosofici o è ininfluente o equivale ad una decina di passi all’indietro, a seconda di come si voglia prenderlo.

Darwin procede scientificamente e mai congetturalmente, ma il risultato è filosofico proprio in quanto scientifico: è il complesso della collettività, della razza, della specie, della natura ad essere ragione ultima della speculazione; dunque è il rapporto dialettico tra carattere dominante e carattere recessivo ad essere importante ai fini speculatìvi: non il fatto che ci sia prevalenza di un carattere sull’altro, ma il fatto che i due caratteri siano uniti da rapporto antitetico, ossia che, attraverso la loro contrapposizione ed interdipendenza costituiscano un sistema. È lo stesso discorso che vale per la relazione sfruttatori-sfruttati nel sistema filosofico marxiano: la società non è un contenitore nel quale ci sarebbero capitalisti e lavoratori privi dei mezzi per lavorare in proprio: mentre di fatto la società è l’equilibrio risultante dall’interazione – fatta di contrapposizione e interdipendenza – tra sfruttati e sfruttatori, e assolutamente nient’altro. Schierarsi per l’una o l’altra parte è di per sé un’ingenuità, dal momento che la posizione nel mondo dell’essere vivente o del lavoratore non è data da sue qualità innate ma esclusivamente contestuali: il valore massimo, per quanto riguarda la speranza di sopravvivenza dell’individuo, di qua da qualsiasi morale, non è affatto l’esplicitazione e la radicalizzazione della contrapposizione, ma l’adattamento e lo sviluppo di strategie volte alla conservazione della vita, che sono fattori apprezzabili solo nel durante della vita dell’organismo o del lavoratore, non nel patrimonio che avrebbero sortito nascendo. Il filosofo, di fatto, che si regola sul rapporto tra i fattori in gioco nella speculazione, e non sui fattori in sé e per sé, non può essere né immanentista né innatista, se non in forme estremamente mediate e complesse – e, soprattutto, molto parziali.

Organicamente cól suo modo d’impostare la questione, Darwin, come è stato il primo a svincolarsi così definitivamente dall’innatismo in nome dell’adattamento, così è stato anche il primo a ridimensionare nella maniera più drastica il concetto d’istinto. Il suo studio sui vermi nel loro comportamento nei confronti del cibo lo portò a sostenere che esso comportamento non era affatto “istintivo”, ma che anche essi, animali inferiori quant’altri mai, sapevano adattare il proprio comportamento alle circostanze: se questa è intelligenza, ne concluse, nemmeno gli animali inferiori ne mancano. Allo stesso modo, si ha percezione dell’intelligenza di un animale quando esso ha la capacità di comporre un certo numero di segnali per realizzare un riconoscimento, che è detto quindi fondato sull’esperienza. Per valutare se l’esperienza avesse qualche valore per le formìche, ne chiuse due per qualche tempo dentro una scatola portapillole nella quale era contenuta assa foetida. Era allora luogo comune che le formìche si riconoscessero esclusivamente all’olfatto. Quando mandò i due esemplari ad incontrare le compagne, queste avvertirono l’odore non familiare e le minacciarono; ma poi riuscirono a riconoscerle, e le riammisero, segno che l’odore è uno solo dei segnali che le formìche vagliano a fini di riconoscimento. (Ammenoché, ovviamente, l’odore originario delle due formìche non fosse rimasto percettibile alle compagne al disotto di quello estraneo dell’assa foetida). Questo continuo ricorso all’esperienza, la duplice influenza dell’adattamento e dell’evoluzione, sono di tutte le specie animali, senza eccezione. Quanto all’annullamento della differenza d’origine tra animali e piante, significativo fu l’apporto dato da Darwin nello studio di piante carnivore &/aut semoventi, come diosere, drosophyllae, urticulae, pinguiculae, ma soprattutto orchidee, in specie riguardo la loro riproduzione tramite insetti: l’apparato riproduttore dell’orchidea, infatti, compie movimenti nel venire in contatto con l’insetto visitatore. Sono queste condizioni-limite quelle che possono servire a dimostrare l’origine comune di animali e piante; e nella stessa ottica, ma riferitamente all’influenza sul fenotipo di diversi fattori, devono essere considerate le ricerche sulle modifiche subìte dagli animali domestici nella convivenza coll’uomo, &c.

Il concetto stesso di bellezza, da segno tangibile della benevolenza dell’ente superiore immaginario, ha subìto una modifica profonda grazie alla sua concezione, e anche questo fu causa di contestazioni. Lo statuto disciplinare e professionale di Darwin era composito; era nato come geologo, ma, benché fosse andato estendendo i suoi studî alla botanica, alla biologia e in parte all’antropologia – senza tralasciare gli studî di medicina in gioventù –, in pratica nessuna di queste scienze era stata affrontata da orecchiante: la sintesi che aveva operato era da lui considerata un’opera sostanzialmente da autodidatta, appunto una “scienza nuova”, ma che non aveva assolutamente nessuna menda dilettantesca. Darwin non lasciava nulla d’intentato. Questa impostazione ambiziosa e multidisciplinare era conseguenza immancabile di una disposizione di spirito che lo portava regolarmente a risalire alle cause. Ebbe modo effettivamente di chiedersi come mai altri studiosi non avessero avuto la sua stessa incidenza sulle scienze, e come mai l’opera, per molti aspetti vicina alla sua, di costoro non fosse stata accolta con favore, o quantomeno con interesse. La risposta che Darwin si diede fu che era sua spiccata caratteristica quella di chiedersi sempre il perché di ogni cosa, cercando riscontri assolutamente concreti e non spingendosi a congetturare alcunché. Huxley ebbe a dire che, anche privata dei suoi presupposti teorici, L’origine delle specie sarebbe rimasta la più completa enciclopedia biologica mai scritta. Il suo disegno è abbastanza precoce, risalendo all’indomani del Diario del Beagle, stampato dapprima nel 1837 in appendice ad altra opera e poi autonomamente nel 1845. Già nel 1844 il primo abbozzo, una sintesi di 231 pp. in folio, faceva la sua apparizione. Nonostante gli amici, tra cui Huxley, gli consigliassero di fare una nuova sintesi, Darwin non poté tenersi al disotto di un certo numero di pagine, dovendo passare dalla stanchevole apoditticità della prima stesura ad un’esposizione ragionata e dimostrativa. Il suo impegno sul Beagle era stato essenzialmente vôlto all’osservazione, e la sua massima fatìca scientifica era consistita nella descrizione, la classificazione e la nominazione d’un numero strabocchevole di cirripedi trovati sulle coste del Cile, tutti ignoti alla scienza d’allora (anche per quanto riguarda la nominazione aveva teorie sue, rifuggendo per esempio dal dare il proprio nome alle varietà scoperte). Un così ampio spettro di varietà, differenziantisi anche per minimi particolari, gli fece toccare con mano e l’origine comune di esse e la specializzazione per ragioni di adattamento e selezione: ma l’intuizione da sola non era nulla se la dimostrazione non conduceva a toccare la verità. In merito alla geologia, sosteneva che le modifiche subìte dalla terra erano dovute agl’identici fenomeni osservabili al presente, solo svolgentisi, ovviamente, su periodi lunghissimi. Gli stessi geologi che avevano la stessa consapevolezza faticavano poi ad accettare l’idea che l’uomo fosse una creatura antichissima, prima ancóra che risultato di una selezione e di una specializzazione.

I geologi tendevano per parte loro, secondo una teoria allora definita “catastrofista”, ad annettere importanza eccessiva al distacco delle isole dai continenti. Lo studio di Madera, con la sua flora e la sua fauna simili a quelle africane, aveva condotto i geologi a sostenere che esse risalissero al momento in cui l’isola non era ancóra staccata dal continente. Darwin riuscì a dimostrare che le sementi invece erano trasportate sull’isola dalle correnti marine, dal vento, e dagli uccelli. A questo proposito, dimostrò che un buon numero di semi che il cugino pastore sosteneva che l’acqua avrebbe fatto marcire o reso comunque inatti alla germinazione rimanevano fertili anche dopo una lunga immersione in acqua. Il cugino dovette ammetere che l’esperimento aveva dato anche a lui gli stessi risultati, sennonché, se la prova voleva garantire che i semi passavano da una sponda all’altra per via d’acqua, era ugualmente fallita, perché essi affondavano. Ammesso con molta eagerness – come di consueto – l’errore, Darwin riprese gli esperimenti, e riuscì a dimostrare il trasporto dei semi in altro modo. La funzione fondamentale degli uccelli nella semina fu evidente quando riuscì a far crescere ben 32 tipi di piante diverse dal terriccio trovato attaccato alle zampe di una pernice. L’errore, anche buffo, poteva essere sempre dietro l’angolo: Darwin narra del compiacimento con cui aveva considerato numerosi cardi che crescevano in riva al mare, sulla costa inglese, pensando a quanti semi dovessero arrivare dalla Francia. Gli bastò tuttavia fare il giro di una bassa collinetta per notare che dietro c’era un’altra distesa di cardi: il vento trasportava i semi facendo far loro, semplicemente, il giro della collina.

Quanto al grosso problema per cui le isole sono abitate, Darwin era convinto che l’umanità non si fosse “staccata” dai continenti insieme con le isole, ma che la popolazione di esse dipendesse da flussi migratorî.

In altri casi era la morale ufficiale, se non la religione, ad impedire ai suoi contemporanei di vedere chiaramente il fatto: per esempio Wallace era convinto – e qui torna il tema ambiguo della bellezza, causa di tante contestazioni da parte di un giovanissimo (23 anni) Morley – che le livree versicolori degli uccelli fossero dovute a ragioni di difesa; toccò a Darwin dar loro il corretto significato di ésca sessuale.

Come detto, ambizione di Darwin era quella di dare impulso alla scienza, non alla filosofia; i suoi studî dovevano produrre nelle intenzioni altri studî di tipo non ideologico. Tuttavia ogni tanto s’è lasciato andare, sia pure in sede privata, a visioni sconvolgenti; prospettò un mondo alla fine dei tempi, fatto di continenti tutti abitati da individui giunti al massimo della bontà e della virtù, eppure irrimediabilmente vicini alla distruzione per il raffreddarsi del sole. Un altro passo dal suo epistolario preconizza la distruzione di tutti i selvaggî da parte dell’uomo civile; una specie di profezia, che però non implica nessuna personale adesione, e anzi, vista nel contesto degli sporadici abbandoni di Darwin in questo senso, può essere interpretata come un’ulteriore amara visione nichilista.

La lotta per la vita comunque rimane un fatto, non un’ideologia, non una politica. L’uomo ChD fu caratterizzato da un’estrema mitezza d’animo, da una fortissima tendenza alla depressione; fu affettuoso oltremodo con tutti i figlî, ma ebbe predilezione speciale per il primo, William, che a 22 anni scelse la tranquilla vita del banchiere. Osservando gli ultimi tra i suoi figlî studiò l’espressione dei volti, a cui dedicò un’opera nella quale si dimostrava l’origine preculturale della mimica facciale. Coltivò sempre il dubbio, fino all’erosione. Per vastità d’interessi, incidenza sul mondo della cultura e sulla mentalità comune, oltreché per la versatilità dimostrata nell’impossessarsi di diverse discipline, può essere paragonato, nel suo secolo, solamente al suo ammiratore Marx. Con questi e cól già citato Freud ha contribuito, in sintesi, alla demolizione di molte sovrastrutture culturali invecchiate ma tenaci, come l’idea creazionista, il mito della superiorità umana sugli altri animali, e molti residuati ideologici come il concetto di bellezza e il concetto di bene.

Nel complesso, questa triade di pensatori ha la caratteristica di suscitare a tutt’oggi contestazioni il cui tono normalmente si riserva a contemporanei, e non a personalità consegnate alla storia: non è tanto questa o quella parte delle teorie di questi grand’uomini a suscitare particolare riprovazione o dispetto, ma la visione del mondo che rendono possibile, e alla lunga inevitabile. Essa visione è ingrata e spietata, per la precisione, perché è infinitamente più povera rispetto quella che l’uomo ha amato sostenere e coltivare nel corso di molti secoli: benché non avesse la preparazione e la solidità di Marx in campo filosofico (ebbe notizia solo in tarda età di Delle parti degli animali di Aristotele), anche la visione darwiniana costringe ad una riconcezione dialettica del reale – nel suo caso tra individuo ed ambiente – e alla presa di coscienza, corroborata da infinite rigorose prove, dell’infinita oggettiva miseria e difettività della condizione umana. Tutta la vita, anche psichica ed estetica, è ridotta drasticamente ad un rapporto vincitori & vinti del tutto sovrapponibile alla dialettica oppressori & sfruttati di Marx: uguale è il concetto di sovrastruttura, e altrettanto antidealistico è l’approccio alla presunta “bellezza” della natura, che in termini religiosi aveva sempre avuto una, tutto sommato curiosa nella sua precocità, ricezione estetizzante. Tutto è ridotto alle sue funzioni, e forza ad una lettura del reale alla quale probabilmente la massa non potrà mai accostumarsi, se non a prezzo di qualunque senso morale: in Darwin come in Marx la consapevolezza tragica dell’esistere era al servizio di una genuina volontà progressista, di miglioramento delle condizioni umane, di liberazione, ma i mezzi speculatìvi impiegati costringono a passare sotto le forche caudine di uno sconsolato pessimismo: spetterà poi a Freud rivelare il movente primario, per eccellenza indecoroso, insostenibile, di molta parte del pensiero umano e della simbologia con la quale l’uomo, per specula in aenigmate, guarda a sé stesso e al mondo: maschere solo apparentemente mutevoli e difformi, di fatto rifrazioni e deformazioni della stessa realtà ossessiva, inguardabile, irredimibilmente, oscenamente miserabile. Tre uomini e tre opere che nel complesso stanno ancóra procedendo, dal momento ormai lontano della rivelazione al mondo fino a questo tempo, alla paziente distruzione di tutto quanto c’è di pertinacemente falso nel modo che ha l’uomo di guardare a sé stesso e all’universo che lo circonda. Molti hanno fatto propria, e anche portato alle estreme conseguenze, la spietatezza della loro analisi; ma quasi nessuno ne ha davvero accettato il potenziale impoverente.

Morì di cuore, senza paura, ma chiedendo ad Emma Wedgwood di stargli accanto in quello che gli pareva essere il momento fatale; ripresosi appena e durando in vita qualche giorno tra i dolori, morì il 19 aprile 1882 mentre EW, stremata dalle veglie, dormiva. Destatasi, la sposa del grand’uomo fu informata, e reagì con grande compostezza. Negli anni che gli sopravvisse divenne un po’ sorda; assunse una brava donna non molto intelligente che le leggeva a voce spiegata il Cranford della Gaskell, il divertissement del forse più disincantato e socialmente consapevole dei romanzieri inglesi, oltre che uno dei più grandi in assoluto. La donna, mentre leggeva, tutte le volte che incontrava una locuzione un po’ pregnante, come “maledizione” o simili, si fermava ad anticipare che qui si sarebbe sentita un’espressione gergale. EW non capì mai se la sua lettrice recepisse al fondo qualcosa di quello che leggeva. La vedova di Darwin si spense a suo tempo rapidamente e serenamente, nel 1898. [29 06].

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