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488. Il racconto della signora L.

18 Nov

Ho avuto il via libera, dalla persona direttamente coinvolta nell’incendio della Casa gialla di p.zza Bengasi la notte dello scorso sabato, 14 XI, a pubblicare il suo racconto. Lo spunto del tutto è stato dato da uno scambio di vedute a proposito della notizia letta con interesse da un po’ tutti gli straccioni, tra cui il sottoscritto, sui giornali, e dalla mia falsa convinzione, dovuta agli errori dei compilatori, che l’incendio avesse riguardato via Negarville. La signora L., sopraggiunta sulla coda della breve conversazione con un’altra persona, ha confermato quello che già l’altra persona (che poi è Salvatore) vanamente s’industriava di cacciarmi in capo, e cioè che l’incendio riguardava la Casa gialla, e non via Negarville; e lo sapeva perché, detta signora L., era nientedimeno che una delle nove persone rimaste coinvolte nel fatto, ossia una di quelle nove persone che avevano rischiato di soffocare o perire in essa Casa. Ha anche aggiunto, la signora L., che le notizie date, in forma ovviamente molto succinta, dai giornali erano quasi interamente false, anche per quanto riguardava il numero degl’intossicati. Al che le ho chiesto di trascrivere quanto mi andava riferendo. Il risultato, che fatìco molto a credere leggibile (ma tant’è), è quello che segue.

La Casa gialla, detta la Casa gialla per via dell’intonaco (che poi dovrebbe essere il famoso, chiaramente a livello locale, “giallo Piemonte” che rende così caratteristiche certe facciate in città), è una vecchia, piccola costruzione posta all’interno dell’area mercatale della piazza (è sempre indicata come parte della piazza, in effetti, anche se per la precisione corrisponde al 410 di via Nizza), e la notte del sabato fino a tardi, dall’interno, si sentono le voci degli spazzini che ripuliscono l’area dopo il mercato. Risale all’Ottocento, e in origine era destinata ad ospitare un numero limitato di malati di mente, non so se come parte di più ampio complesso manicomiale o se indipendentemente; ancóra oggi alle finestre ci sono le pesanti inferriate che impedivano ai toccati di prendere la via della fuga. L’incendio di sabato ha confermato che dall’Ottocento ad oggi non hanno perso nulla della loro robustezza: sono infatti totalmente inamovibili. Consiste in due piani, divisi in due ali da un corridojo; il piano di sopra ospita un’associazione per handicappati; il piano inferiore il dormitorio.

La signora L. è una signora piccola, dall’aria piuttosto fine. Schiva e compìta, entra ed esce in ore poco trafficate dai dormitorî, e non dà confidenza a tutti. Parla con voce bassa, ma ha una parlata scattante, terminologicamente precisa, sottolineata da qualche risatina. Non ci si può impedire di pensare che, nel complesso, in posti del genere rappresenti una specie di controsenso: normalmente le donne che frequentano i dormitorî non si differenziano molto dagli uomini, né per parlata né per argomenti trattati né per timbro vocale o maniere. Nonostante le apparenze, però, è proprio in quest’anno di disgrazia che la signora L. sembra aver trovato un equilibrio che in precedenza le era tragicamente mancato: ha trovato, infatti, l’amore, in un uomo, A., che ha fatto parecchia vita di strada; e la casetta di p.zza Bengasi dove il compagno fino a sabato scorso andava a dormire tutte le sere le ha fatto a lungo da punto di riferimento.

Diversa dagli altri dormitorî – innanzitutto non è un dormitorio della cosiddetta “bassa soglia”, cogl’inconvenienti relativi (scarsità di posti, scarsità di pulizia, scarsità di spazio, brevità della permanenza, contrasti continui dovuti al fatto che non sempre gli utenti si conoscono tra loro, furti a raffica nei magazzini, rapporti vagamente umilianti cogli operatori, &c.), ma dell’alta soglia, ovvero un posto nel quale si è mandati dai servizî socioassistenziali quando si è già avviati a una situazione autonoma grazie ad un progetto, a una borsa lavoro, e nel quale si va e si viene più liberamente. Gli utenti, al massimo in due per stanza, in gran parte si autogestiscono, provvedono di persona ai pasti, e durante la notte non c’è nessun operatore-guardiano a tener d’occhio. Permanendo anche molti mesi di séguito – si esce da lì, salvo inconvenienti, per andare a stabilirsi finalmente in una casa –, essendo tutti impegnati a perseguire un progetto, lavorando, è normale che si creino rapporti di fiducia, & di amicizia. È facile, dopo un po’, sentirsi a casa.

Si deve però dire che da ultimo per la Casa gialla c’erano dei problemi. Al responsabile di tutte le strutture dipendenti da via Negarville, il parroco don Matteo, già a maggio era stato comunicato che la struttura si sarebbe dovuta chiudere – questo per varî motivi, che c’entrano con le solite questioni di fondi, o di lavori per la metropolitana; ne ho un’idea generale piuttosto vaga. Comunque sia, quello che è certo è che la Casetta gialla già alcuni mesi fa si sarebbe dovuta chiudere. Don Matteo non avendo ancóra preso nessuna decisione, non essendovi molto probabilmente altre sistemazioni possibili per gli abitanti, la situazione è comunque andata avanti, sostanzialmente immutata, fino adesso, almeno per quanto riguarda le presenze all’interno della casetta. S’era aggiunto però anche qualche inconveniente: per esempio non avevano ancóra allacciato il riscaldamento, quest’anno, e chissà se l’avrebbero fatto.

La permanenza nella Casa gialla aveva insomma cominciato a prefigurarsi meno stabile per il futuro. Il passare dei mesi, in una situazione del genere, altro non fa che avvicinare all’inevitabile fine – anche se nessuno, all’infuori degli esecutori materiali del gesto, poteva immaginare che l’uscita dalla Casa gialla sarebbe avvenuta in quel modo.

La situazione di A. e L. era meno stabile ancóra di quella degli altri abitanti; ad A. il responsabile aveva comunicato che con l’emergenza freddo – la Casa gialla metteva a disposizione alcuni dei suoi pochi posti per l’emergenza freddo nei mesi più rigidi, infatti – avrebbe dovuto lasciare il posto e trovarsi un’altra situazione. La signora L. frequentava la casa perlopiù durante il giorno, e solo in quanto compagna di A., il più delle volte ricorrendo alle strutture di bassa soglia per trascorrere la notte. Tutti gli utenti vanno e vengono aprendo l’ingresso con una propria chiave, a quello che ha visto la signora L. A loro due, invece, i responsabili non hanno mai dato nessuna chiave, né di quella dell’ingresso né di quella del retro. Quando rincasa la sera, A. deve suonare, o dare un colpo di telefono, per farsi aprire la porta, che ha un maniglione a spinta che funziona solo dall’interno.

La sera di sabato 15, la signora L. si trovava nella sala da pranzo, sulla quale dànno quattro delle camere del dormitorio. Le quattro camere (che ospitano cinque persone) e la sala costituiscono insieme un’ala; l’altra, che si trova oltre il corridojo, è quella in cui si trova la camera di A., oltre a quelle di V. e di El. Quest’ultima ha in custodia lo scooter del proprio compagno, e lo parcheggia sempre all’interno della casa, nel corridojo.

La signora L. si trova da sola nella sala da pranzo, coi piatti da lavare; si chiede se non sia troppo tardi per lavare i piatti – tre dei cinque abitanti di quell’ala, E., Ma., G., sono già nelle loro camere, e forse dormono; mancano Me. e Gio., che devono ancóra rientrare – e verifica l’ora: sono le 21.50. Pensa sia in effetti un po’ tardi, e dà solo una pulita al fornello.

Saranno le 22.15 quando lascia la sala da pranzo, pensando di recarsi nella camera del compagno. A. rientra dal lavoro sempre dopo le 23.00, e la signora L. pensa di stendersi un po’ a riposare in sua attesa. Ma mentre attraversa il corridojo per raggiungere l’altra ala percepisce odore di bruciato. Contemporaneamente nota una cosa strana: la porta sul retro, che è sempre chiusa, stavolta è semiaperta. La signora A. pensa che l’odore venga da fuori, e va a chiudere la porta.

Ma l’odore persiste: è all’interno della casa che sta bruciando qualcosa. La signora L. cerca da dove provenga l’odore. Pochi minuti dopo, due altri ospiti rientrano. La signora L. chiede se non sentano puzzo di bruciato; i due dicono di sì, che si sente. La signora L. e i due decidono di svegliare gli altri ospiti, in modo che li ajùtino a cercare che cosa stia bruciando. Pensano come prima cosa che un mozzicone mal spento possa aver dato fuoco ad un cestino, ma ad una rapida ispezione risulta chiaro che la causa non è quella. Alla fine V. trova, in corridojo, sotto lo scooter del compagno di El., un pezzo di carta rettangolare, lungo 15 o 20 centimetri, carbonizzato. La causa dell’odore era quella; i presenti fanno ipotesi su quello che può essere successo – un mozzicone di sigaretta, di nuovo, o una folata di vento. El., spaventata, chiama ripetutamente la polizia.

Sono le 22.30 / 22.40, la signora L. chiama A. per telefono, e gli racconta l’accaduto. A. le dice che tornerà dal lavoro, come al solito, dopo le 23.00.

La polizia non viene. Gli ospiti se ne vanno a dormire, tranne la signora L. e El., che però, alle 22.50 / 23.00, sentendosi stanca, si ritira a sua volta.

Alle 23.11 A., che è arrivato alla Casa gialla, fa uno squillo alla signora L. perché gli apra; è tardi e non vuole svegliare quelli che dormono. Avvicinandosi alla porta, la signora L. sente A. che scambia qualche parola con gli spazzini che puliscono l’area del mercato.

La signora L. apre ad A., col quale scambia, saranno pochi minuti, qualche parola. A. vuole sapere che cos’è successo di preciso, e bussa alla porta di un ospite, che si suppone vi stia dormendo, ma nessuno gli risponde. Bussa allora alla porta di V., suo amico, che esce dalla stanza e gli racconta la storia del pezzo di carta bruciato sotto lo scooter.

Saranno le 23.25 / 23.30 quando, finita la conversazione con V., A. si reca con la signora L. in sala da pranzo, con i piatti già pronti, per un rapido spuntino notturno. Hanno appena cominciato a mangiare quando la signora L. sente rumori in corridojo. La prima cosa a cui pensa è che la polizia, finalmente, sia arrivata, e che El. sia andata ad aprire; ma è una sua deduzione, di fatto i rumori – forse suono di passi, e di una porta – sono troppo vaghi. Ma è con quest’idea che va alla porta, la apre e si affaccia sul corridojo. E vede che lo scooter sta andando a fuoco.

A. accorre a sua volta. Lo scooter in fiamme, messo in quella posizione – il corridojo non è molto largo – impedisce l’accesso all’unica porta di sicurezza. A. decide di rischiare comunque, e guadagna l’uscita passando accanto al mezzo, con l’intenzione di raggiungere a piedi la caserma dei Vigili del fuoco, che dista da lì solo un pajo d’isolati.

La signora L., nel frattempo, va nelle stanze degli altri ospiti, di quell’ala, E., Me., Ma., G., svegliandoli. E. apre la porta sul corridojo per verificare l’entità dell’incendio, e la richiude sùbito. Intima a tutti di allontanarsi dalla porta, nel caso ci fosse un esplosione, e di spostarsi verso le finestre. A quel punto la luce è già saltata: le stanze sono scure e piene di fumo. Si mettono tutti sotto le finestre. Ma. chiama un numero di emergenza, ma, essendo nella struttura solo da un pajo di giorni, non sa dare l’indirizzo esatto; passa il telefono alla signora L., che precisa l’indirizzo: via Nizza 410.

Dopo non più di cinque minuti da quando si sono stretti sotto le finestre arriva l’autopompa, senza sirene e coi lampeggianti. Preso atto che gli ospiti sono intrappolati dentro, i vigili cercano di rompere le grate alle finestre, ma non ci riescono. Mentre E. esorta tutti a vestirsi per uscire, dato che fuori fa freddo, i vigili riescono a rendere agibile il corridojo, e gli abitanti hanno il permesso di uscire. Sono contati a mano a mano che escono: la signora L. stessa esce per quarta dopo Me., Ma., e G.; Ettore è il quinto. Una volta all’aperto, degli abitanti dell’altra ala vede El., contata come ottava, che esce portandosi dietro la sua cagna, e V., l’ultimo, anche lui col suo cane.

Alcuni ospiti non hanno i documenti, e declinano le generalità a voce; A. e la signora L., che ancóra non si erano svestiti per andare a letto, li hanno con loro, e li producono, rispondendo nel frattempo alle domande delle forze dell’ordine.

Sopraggiungono anche un’ambulanza e una macchina dei Carabinieri. Gli ospiti sono fatti salire sull’ambulanza per fare le prime rilevazioni sulla quantità di fumo inspirata.

Le forze dell’ordine chiedono se qualcuno ha i numeri di telefono dei responsabili, che non sono presenti perché non passano mai la notte all’interno della struttura. La signora L. spesso tiene il telefono dentro una custodia appesa al collo, sotto la maglia, ma, in previsione di andare a dormire dopo il breve pasto serale non se l’era più rimesso indosso, e l’ha lasciato all’interno della struttura, nella camera del compagno. Nemmeno A. a con sé il suo. I Vigili del fuoco accompagnano con le torce la signora L. all’interno della struttura per riprenderlo; l’interno è oscuro e pieno di fumo, tutte le porte sono spalancate. La signora L. si dirige insieme ai vigili nell’ala dove si trova la stanza del marito; lì recupera il telefonino, la borsa bianca, lo zaino, tutte cose sue, e poi il giaccone e il telefonino del compagno. Passano anche per la sala da pranzo, dove la signora L. vede che i piatti sono ancóra lì dove li hanno lasciati.

La signora L., una volta all’aperto, dà i numeri di telefono richiesti alle forze dell’ordine: ossia quello di Fabrizio, che – per quanto le è stato detto – svolge le funzioni di responsabile della struttura in vece di Simone, assente; e quello del parroco di s. Luca, don Matteo, responsabile di tutte le strutture facenti capo a via Negarville.

La signora L. e il suo compagno sono condotti in ambulanza alle Molinette, dove arrivano tra le 00.30 e l’1.00.

Alle 2.30, finiti gli accertamenti, hanno il permesso del dottore di chiamare la Boa Urbana Mobile, che è un furgoncino che gira per parte della notte nei luoghi più frequentati dai senzatetto, offrendo tè e biscotti e caricando i senzatetto che ne facciano richiesta, e per cui ci sia disponibilità di posti nei dormitorî del Comune. Ma il servizio è attivo solo fino all’1.00 ca., a quell’ora è troppo tardi. La signora L. chiama il dormitorio di bassa soglia di c.so Tazzoli, per informarli dell’accaduto e per avere consiglio sul da farsi; risponde l’operatrice Arianna. Ma anche se ci fosse disponibilità da posti, a quell’ora non ci sono mezzi pubblici, e la signora L. e il suo compagno non possono permettersi un tassì; c.so Tazzoli è piuttosto lontano.

La signora L. e il suo compagno decidono di avviarsi a piedi verso la Casa gialla: dalle Molinette sono circa due chilometri. Sono le 3.00 quando lasciano l’ospedale.

Durante il tragitto, alle 3.32, la signora L. telefona a E. per sapere che cosa è possibile fare. E. le dice di trovarsi con gli altri abitanti al difuori della Casa gialla, insieme con tecnici ed esperti impegnati in rilevamenti e perizie; le sconsiglia di tornare lì perché la struttura è chiusa. Nessuno di loro, dice E., sa dove andare.

La signora L. e il suo compagno proseguono comunque la loro strada; ma, all’altezza dell’OttoGallery, A. si sente male. Fortunatamente stanno passando tre ragazzi; la signora L. chiede loro di poter usare un loro telefonino, e chiama l’ambulanza. La chiama addirittura due volte, perché il tempo le sembra non passare mai anche se sono trascorsi pochi minuti; le confermano che l’ambulanza sta arrivando, da Moncalieri.

L’ambulanza infatti arriva, e carica A. e la signora L., riportandoli entrambi alle Molinette. Qui A. è tenuto in osservazione fino alle 9.00.

Durante quella giornata di domenica 15 non riescono ad avere notizie degli altri ospiti della Casa gialla. La sera si mettono in coda per un posto a c.so Tazzoli; da lì sono mandati in v. Traves, dove passano la notte.

La signora L. s’informa se gli altri sette ospiti della Casa gialla si trovino presso i dormitorî di bassa soglia del Comune, ma non è così. L’unica cosa che riesce a sapere è che sono stati sistemati in altro modo; in quale modo, però, non le è detto. (Quest’ultima notazione, relativa al destino degli altri utenti, è abbastanza inevitabile da parte di una persona che sente il trattamento, proprio e del proprio compagno, decisamente sfavorevole; prima dell’incendio – ricordiamo che i due non avevano nemmeno le chiavi della struttura, che al compagno era stato già detto di sloggiare – e anche dopo).

Mi rendo perfettamente conto che la lettura integrale di questa specie di verbale poliziesco non è impresa semplice per chi passa di qui ed è abituato a ben altri argomenti; ma la storia non manca d’interesse. Io l’ho riferita, auspico con la massima esattezza e verità, solo raccordando le varie parti di una faticosa esposizione cronologica, e puntando più alla chiarezza che alla rettorica. Mi colpisce in particolar modo il fatto che l’incendio sia avvenuto come a due riprese: prima un foglietto di carta, quasi a mo’ di prova generale – o l’incendiario è stato frastornato nel bel mezzo dell’impresa dal passaggio di qualcuno? -, e poi tutto un fascio di carte, come rilevato (la notizia era su e-polis, giornale gratuito anch’esso ma più ricco di notizie e meglio fatto rispetto agli altri foglî) dal commissariato di Barriera di Nizza che sta seguendo le indagini; il quale commissariato ha quasi sùbito realizzato che d’incendio doloso si trattava. Posto che anche questo particolare non sia errato; ma, ad occhio e croce, in questo caso non credo.

Si tratta, adesso, di sapere chi ha appiccato l’incendio; e perché.

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484. L’incendio: errata corrige.

17 Nov

Stanotte ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che è rimasta coinvolta nell’incendio di cui ho prolissamente riferito jeri.

Bisogna dire che quello che hanno riferito i varj giornali, perlopiù gratuiti, che si sono brevemente occupato della cosa è in larga misura falso: l’incendio non è avvenuto a via Negarville, ma in piazza Bengasi. Si tratta di una struttura molto piccola, che può – anzi poteva – ospitare solo una decina di persone, e così si spiega l’esiguità del numero delle persone coinvolte, e la prevalenza di italiani sugli stranieri (8 contro 1, e questo almeno era giusto). Il fatto è che anche essa struttura fa capo a quella parrocchia di s. Luca, che si trova effettivamente in via Negarville, motivo della confusione.

Diversi particolari non collimano, dal numero degl’intossicati al fatto che sia stato visto, effettivamente, qualcuno appiccare l’incendio.

E’ comunque sicuro che sia doloso. Non si sa ancòra chi possa essere stato; peraltro le nove persone coinvolte hanno rischiato parecchio, perché sono rimaste abbastanza a lungo bloccate all’interno della struttura, in mezzo al fumo, senza poter uscire.

Ho raccolto particolari, grazie a questa persona, organizzandoli in un racconto che per la verità sembra un po’ un verbale di polizia, e pertanto è poco sinforoso – ma non è per questo motivo che non lo pubblico ancòra, quanto per il fatto che esiste la possibilità di aggiungere altri particolari grazie ad un altro testimone, e poi la persona che mi ha descritto così esattamente i fatti vuole evitare il coinvolgimento di terzi senza autorizzazione. Spero di farne un post il prima possibile, in serata o domattina (magari in stile meno cancellaresco).

482. L’incendio di via Negarville.

16 Nov

Non è frequente che i dormitorî, propriamente le case di accoglienza notturna per senza dimora, assurgano ai cosiddetti onori della cronaca. I senzatetto non sono moltissimi, come percentuale della popolazione nazionale, e sono soprattutto stranieri. Ci sono 6 dormitorî comunali a Torino, ognuno più o meno da 25 posti, uno solo per uomini (Carrera) e uno solo per donne (ex-Catti), gli altri misti, per un totale di ca. 150 persone che hanno assicurato un tetto sulla testa; più i posti donna di via Pacini (gruppo Abele). Gli altri sono privati: c’è il SerMig, che è enorme, dove si paga 1,50 euri per notte, c’è via Ormea che è gratuito, e c’è via Negarville, che è soprattutto per stranieri, e dove si pagano 2 euri per notte e 1 euro per la cena. È, quest’ultimo, un posto niente male, situato presso la parrocchia di s. Luca a Mirafiori, ed è pensato essenzialmente per stranieri che lavorano e che non hanno ancóra l’autonomia sufficiente per pagarsi un alloggio per conto proprio.

Il mio primo incontro con s. Luca risale a parecchio tempo fa, più di cinque anni, quando, ancóra reduce da un’allucinante permanenza a Genova, di qualche settimane, durante la quale m’ero buscato un’infezione a un piede, seguìta da febbrone altissimo, una sera verso le 18.30 telefonai al numero della parrocchia, trovato su un elenchino, già allora non aggiornato, fornito dal SerMig, dove una damazza piemontese molto tipica mi aveva portato ad informarmi. Ero in condizioni tali per cui i vecchietti mi cedevano il posto sugli autobus e i controllori rinunciavano a farmi la multa, ricordo, e bazzicavo molto la Biblioteca Reale, di p.zza Castello, che è poi la vecchia biblioteca dei Savoja, da Carlo Emanuele I in poi, ed è ricca pertanto di testi risalenti all’epoca in cui il primo duca che dirozzasse se non il Piemonte almeno Torino con un’efficace politica culturale aveva chiamato a corte molti dotti & virtuosi: seguìti, col susseguirsi di altri duchi, da altri dotti & virtuosi, trasformando la capitale dello stato sabaudo in una capitale culturale senza pari per tutto il secolo di fango. Chiesi ingenuamente a una delle bibliotecarie se sapesse dove si trovava via Negarville, nel caso fossi riuscito a farmi accogliere, e, nonostante la Reale sia nel cuore del cuore della città e il dormitorio sia immerso nell’informe strapopolare dell’estrema periferia, mi seppe dire sia dove fosse locata sia quale mezzo avrei dovuto prendere, vale a dire il 63 – s. Luca è al capolinea. La telefonata si risolse in un nulla di fatto: una voce che mi parve dura mi disse che sarei dovuto passare in serata e parlare con i responsabili. Quando mi vi recai, verso le 20.00, trovai una specie di sosia di Lionello, molto gentile, che mi spiegò chiaramente che la permanenza era a pagamento (“Anche noi abbiamo delle spese”, mi disse), ma mi chiese quanto avessi in tasca – essendomi rimasti 15 euri, una di quelle cifre che non si sa come spendere, in strada, senza buttarle quasi letteralmente nel cesso, mi disse di tenermele pure, ma che non avrebbero potuto tenermi per più di due notti.

Erano quasi tutti stranieri, e comprendevano anche minorenni e donne, chiaramente dislocati in modo da evitare promiscuità; il posto era pulito e tranquillo. Conobbi tra l’altro due ragazzini albanesi molto sfortunati, uno con una voglia di fragola enorme su metà del viso, che faticarono a inquadrarmi come italiano e mi chiesero di che religione fossi (pensavano musulmano, perché ero “barbòto” – non mi facevo la barba ormai da un mese e mezzo).

La volta seguente che fui a via Negarville fu durante i mesi più duri dell’inverno, tre anni fa, dato che durante la cosiddetta emergenza freddo la struttura sgombrava il guardaroba, sistemandovi tre letti a castello, e ospitando sei barboni mandati a turno dal call-center per quindici giorni a cranio. La stanza, dato che c’era solamente un piccolissimo termosifone, era freddissima, ma cambiavano lenzuola ed asciugamani, facendo trovare il letto rifatto, una volta ogni tre giorni, ed era possibile mangiare gratuitamente, senza versare l’obolo di un euro, durante la permanenza secondo quella formula.

Dopodiché, mai più via Negarville: non che agl’italiani, purché pagassero, fosse impossibile permanere, anche per più mesi (sei ce ne passò un amico mio, da anni fuori dal giro, perché aveva ricevuto gli arretrati dell’invalidità tutti insieme, e poteva permetterselo), ma io non ho mai avuto abbastanza soldi da poterci rimanere senza strozzarmi, sicché non ci sono più andato.

Stamani qualcuno ha cercato con qualche motore di ricerca ” incendio dormitorio via ormea torino”: l’ho visto sulla dashboard. Quando, per esempio, successe che un operatore di Carrera, di cui vanamente si cercherebbe notizia in rete, aveva accoltellato un collega, per esempio, il nome+cognome dell’operatore è apparso per più settimane nella mia dashboard – nome+cognome citati nella petizione firmata, oltre che dalla stragrande maggioranza degli operatori dei dormitorî di Torino, anche dall’ineffabile Anna Chiarloni, della cui presenza su quella lista mai nessuno m’ha spiegato il motivo (che devo essere io, è ovvio, ma a me sarebbe piaciuto avere i particolari; purtroppo, dopo che inviai una mail all’operatore meglio informato di Foligno chiedendogli che ci facesse quel nome+cognome in quella lista, i nostri rapporti e-pistolari si sono definitivamente interrotti. Ma sto divagando, e non è bene uscire dal seminato).

Sicché la dashboard può informarmi, indirettamente, delle cose che succedono a livello dormitorî; e poi c’è qualcuno, anche, del Comune di Torino, che passa a léggere, o chiede periodicamente agli operatori di Foligno “se Ramanzini ha ancóra il blog” – sia prima sia dopo che Andrea Guazzotto si prese la briga di venire a intimidarmi e minacciarmi, il 21 giugno scorso, quando accompagnai l’operatore meglio informato di via Foligno al rituale solstizio d’estate del Gabrio (con torneo di calcetto annnesso), sbavandosi addosso e piagnucolando che andavo a minacciare e gridare oscenità “sotto casa delle donne” – richiesto più tardi dall’operatore meglio informato di via Foligno che cosa avesse inteso significare con quest’ultima affermazione, ha sostenuto di aver saputo da terzi che forse la cosa si era prodotta con quarti che però non si sapeva chi fosse esattamente, &c. &c. Ma questa è un’altra divagazione, e non c’entra praticamente nulla.

La dashboard mi dà notizie, come dicevo: solo che stavolta, come ho evinto poi da City, quando ne ho raccolto una copia da una panchina, la notizia era sbagliata: non di via Ormea si trattava, ma di via Negarville; ed è questo il motivo per cui ne ho cominciato a scrivere qui sopra.

Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 corrente mese qualcuno s’è infilato alla chetichella nel dormitorio – ma qualcuno ha intravisto un’ombra – dirigendosi verso un sottoscala dove era parcheggiato uno scooter. Qui ha dato fuoco a un po’ di carta, che ha causato uno sprigionamento di gas velenosi – quelli della vernice dello scooter, dato che la carta era sotto esso? – che ha intossicato cinque persone. Non c’erano molti senzatetto a dormire a v. Negarville, quella notte: stupisce forse un po’ che si tratti soprattutto di italiani, otto, contro un rumeno solo, ma non il fatto che si trattasse solo di nove persone perché effettivamente, in tutti i dormitorî, la notte tra sabato e domenica c’è una sensibile flessione nelle richieste di ospitalità. L’incendio, sia stato o no intravisto il colpevole, si è comunque sviluppato notevolmente, perché le fiamme hanno avuto il tempo di danneggiare diversi locali, rendendo inagibile l’intera struttura. Attualmente tutti gl’intossicati stanno bene.

Quanto al movente, dato che l’incendio è sicuramente doloso, il giornale (p. 21) dice: “Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, non tralasciano nessuna ipotesi: stanno cercando di capire se il nrogo è frutto di un atto vandalico “degenerato” o se si tratta di un preciso messaggio nei confronti di qualche ospite della struttura”, che è già una restrizione della gamma di notevole impegno. Infatti, ridurre il movente alla bravata di un giovinastro fascistoide o ad un regolamento di conti tra ospiti è escludere, automaticamente, una terza possibilità, che è quella di una vendetta nei confronti di chi tiene una struttura.

La polizia (nella fattispecie gli agenti del commissariato di Barriera Nizza, che sono incaricati delle indagini, ma il discorso vale per tutta la P.S.), devesi sapere, non conosce molto bene i dormitorî; ha di norma idee molto vaghe su quelli che sono i cómpiti degli operatori, non riesce a cacciarsi in testa, il più delle volte, che essi operatori hanno effettivamente autorità, per quanto riguarda certe cose e non altre, equiparabile a quella di un pubblico ufficiale, e che la struttura, che effettivamente ha una funzione di mero contenitore, essendo frequentata dallo stesso giro, barbone più barbone meno, di persone, tende ad essere una via di mezzo tra un mero contenitore, appunto, ed una sorta di comunità un po’ lasca. Nella quale i rapporti tra utente e operatore, come figura istituzionale e no, possono essere piuttosto complessi, e all’occasione anche critici. Di là da quello che la polizia sa o non sa, in una vita ricca – dipende da come la si prende, come tutto, è ovvio – di frustrazioni come quella dell’utente di strutture simili, la maggior parte degli attriti e dei conseguenti rancori sono radicati, per motivi che a me, per esempio, non sono affatto oscuri, nel rapporto con gli operatori. I quali, essendo in un buon numero di casi trenta-trentacinque-quarantenni dalle competenze zero che hanno risolto il problema abitativo e professionale a spese del Comune, e non vogliono in nessun caso rinunciare alle scanzonate soddisfazioni di una vita guapponesca & semi-brada, finiscono, con una frequenza che ha dello spettacolare, in primis col commettere errori difficilmente perdonabili, secundum – e di conseguenza – col crearsi inimicizie mortali.

Di via Negarville, come ho già pletoricamente esposto, non so nulla: nel senso che per quel pochissimo che ne ho visto mai nulla vidi di irregolare o potenziale ispiratore di vendetta.

Ma quello d’incendiare un dormitorio è il sogno proibito di molti utenti. Anche del sottoscritto; che avrebbe volentieri innaffiato di benzina e dato alle fiamme strada Castello di Mirafiori 172, finché ci fu, preferibilmente con Valter il fascio e Federica dentro; ma avrebbe anche lanciato molotov (posto ci fosse qualcuno che gl’insegnasse, bene, come si fanno senza saltare in aria prima del lancio) contro le finestre di v. Carrera (che effetto scenografico, quelle fiamme a divampare nei corridoî pur mo deserti, silenziosi e buî!), preferibilmente centrando in testa Laura Scarpellino, la quale però, purtroppo, è andata a vessare i malati di mente in qualche struttura diversa dai dormitorî – e chissà quanto danno starà facendo. Ma mica è sempre e solo colpa degli operatori. Il qui presente avrebbe infilato la bocca di un lanciafiamme nella finestra rotta della tal stanza di c.so Tazzoli in cui un certo bidone di merda intitolato “Titti” stava smaltendo le birre della sera prima (con conseguente e tale concentrazione di gas da rendere possibile l’esplosione dell’intero container, con un pajo almeno degl’isolati circostanti); ma, anche qui, non senza distruggere le due zoccolette neoassunte & feticiste del calzino zozzo che me l’avevano caricato contro – come mi disse il companio Antogno una volta, “È sempre colpa degli operatori”. Aveva ragione. Alcuni sono autentici mostri.

La calma di via Negarville, insomma, l’impressione generale di correttezza, potrebbero essere solo apparenti: in posti del genere non mancano mai motivi per gesti estremi – i quali gesti estremi, tuttavia, non sono quasi mai compiuti. La gente che frequenta queste ultime spiagge è ridotta come gli zombie: fanno paura, anche piuttosto schifo, ma sono tardi nei movimenti e difficilmente riescono a far danno. E tuttavia di tanto in tanto questo succede. Quasi quattro anni fa i dormitorî della Parella (Carrera, Castello [oggi non più esistente, e rimpiazzato dal containerone di s.da delle Ghiacciaje] e Tazzoli) e quello di v. Traves furono oggetto di una serie di strani attacchi: qualcuno si era preso la briga di portar via tutti i computer dagli ufficî, catorcî malissimo ridotti da caduno dei quali nessun essere sano di mente avrebbe potuto sperare di ricavare più di venti euri, a dir tanto. Alla fine si scoperse che si trattava di alcuni rom, in particolare uno, già ospite delle strutture; mi rifiuto di pensare che si trattasse di un furto serio. Era indubbiamente uno sfregio, il cui risultato fu quello di distruggere anni e anni di registrazioni di dati sensibili: gli operatori dovettero rimettersi di pianta a ricostruire, sulla base dei foglî compilati a mano sera per sera, tutte le presenze. Il ladro, credo anche con i suoi complici, o almeno qualcuno, fu còlto dopo l’ennesimo tentativo – c’è stata, ed è interessante, anche questa ostinazione, che l’ha riportato sempre sui luoghi –, in pieno giorno. Bloccato dagli operatori, fu poi portato via dalle forze dell’ordine.

Il momento dei furti non è effettivamente casuale. I dormitorî sono strutture abitate quasi esclusivamente di notte, specialmente dalle 20.00, o qualche minuto prima, alle 8.00 del mattino seguente. Questo rende soprattutto le strutture situate in mezzo agli abitati – particolarmente inattaccabile sembra Foligno, per la sua struttura monoblocco con un ingresso solo sulla strada; anche se, durante i lunghi lavori per la ristrutturazione e il tinteggio della facciata, pare che fosse possibile ad un gruppo di senzatetto particolarmente intraprendenti salire al piano superiore (solo il pianterreno è adibito a dormitorio) attraverso una delle finestrelle servendosi dell’impalcatura – non tanto facili da attaccare. Infatti, durante il giorno la visibilità è ovviamente massima, e qualunque passante, o casigliano da una finestra vicina, può testimoniare l’eventuale malefatta; di notte, invece, quando le tenebre concedono il loro favore, la struttura è piena di gente, ed è presente un operatore. Ne consegue che chiunque abbia un piano malvagio minimamente articolato sarà dissuaso dall’agire durante la notte, senza contare gli esclusi, quelli che tutte le sere rimangono fuori dal dormitorio a causa della disponibilità di posti, tragicamente insufficiente, e che – a seconda che i dintorni ne diano l’agio – dormono con sacchi a pelo e coperte e cartoni nelle immediate vicinanze. Ne consegue che un furto, in specie di oggetti dell’ufficio, può essere ragionevolmente tentato solamente di giorno.

Un’aggressione no: quella sarà necessariamente concepita come toccata e fuga, e, dato che nessun dormitorio si presenta come propriamente “danneggiabile”, specie nella parte esterna, essendo che come strutture, container o muratura, fanno tutte abbastanza schifo e comunque nessuno bada alla forma, l’alternativa unica è quella del fuoco: danno, insomma, a rigori non se ne può fare; se proprio uno pensa a lasciare l’impronta, pensa direttamente alla distruzione totale. Chiunque, per quanto riguarda queste cose, si gestisce come vuole: né è mai da escludersi, in chi abbia inclinazione per questo genere di gesti, una discreta – e variabile – dose di sprezzo del pericolo. Ma è difficile che si pensi a scatenare un incendio in pieno giorno, quando la guardia è alta. Occorre combustibile, occorre comburente, e ci si deve poter muovere, almeno per la gran parte del tempo necessario, con la certezza che non sia immediatamente identificabile la natura dell’atto compiendo. Quindi è assai difficile che una vendetta ai danni dell’istituzione, nella figura di qualche indegno para-servitore dello Stato, avvenga quando la struttura non sta ospitando compagni di sventura. I quali potrebbero non essere affatto i bersaglî della vendetta, ma semplicemente una parte del contesto non escludibile da parte di chi si appresta a colpire.

Alla fine dei conti, comunque sia andata, finisce col venire a mancare un altro dormitorio, che peraltro aveva la sua funzione anche per quanto riguarda l’emergenza freddo. Un’altra risorsa per l’emergenza freddo è venuta a mancare dopo la chiusura di strada Castello di Mirafiori nel corso di quest’anno; perché i vecchî tenutarî di quel letamajo sono stati trasferiti nella già citata s.da delle Ghiacciaje, che aveva accolto i rimasuglî dell’antico Piazzale speranza, prima in via Carrera 58 (la stessa via del dormitorio Parella, che però è nella ex-scuola in fondo alla via, al n° 181), il quale Piazzale Speranza, fiore all’occhiello di quell’affascinante realtà aliena di don Innocenzo “Enzo” Ricci, dava una cinquantina di posti d’emergenza freddo. Oltre a questi, gli anni passati, la Protezione civile dava ricetto in ben due campi due dentro il gelido parco della Pellerina a un’altra cinquantina di barboni, senza che fosse necessario esibire documenti di sorta – quindi ci potevano andare anche i senza permesso di soggiorno. Tre anni fa una megarissa scoppiata nottetempo ebbe il potere di disamorare la Protezione civile da siffatte iniziative: entro le 4.00 del mattino tutti gli ospiti erano stati messi alla porta, e la struttura era stata immediatamente smantellata.

Un trafiletto dello stesso City, accanto all’articolo dedicato all’incendio di via Negarville, annuncia che quest’anno “sarà uno solo il punto di accoglienza allestito per dare riparo alle persone senza fissa dimora. Sarà localizzato nel parco della Pellerina”. La novità di quest’anno è che il Comune “emetterà”, quando non si sa, “un bando pubblico destinato a organizzazioni e associazioni che abbiano sede operativa e svolgano l’attività a Torino”. E siamo già al 16 di novembre, quando gli altri anni si era già cominciato a pensare a sistemare i varî relitti umani entro la fine di ottobre; benché altri inverni degli ultimi anni siano stati meno rigidi di questo.