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544. Pezzo oramai inservibile n° 3: “Chiavi (le)”.

10 Mag

CHIAVI.

Le chiavi sono un aggeggio non privo di implicazioni simboliche. Non mi riferisco ai Sette Sigilli, o la chiave metaforica con cui si chiude un segreto nello scrigno del cuore, né alla chiave di volta di tutta un’epoca, né a quella con cui si chiava, né ad altri usi più o meno fantasiosi od allegorici di rappresentare la chiave. Il suo simbolismo è implicito nel fatto che aprono e, soprattutto, chiudono oggetti dentro un altro oggetto, preposto a contenerli. La chiave di per sé è uno strumento, che etimologicamente si collega a claudo, il cui significato è “chiudo”: strumento per chiudere, aggeggio per serrare. Per sottrarre alla portata di altri; per impedire che altri prenda possesso dell’oggetto, ma anche dell’idea dell’oggetto – che possa mettere gli occhi sull’oggetto e che possa giungere a conclusioni sul possessore; che possa riferire che il possessore è possessore del dato oggetto, dei dati oggetti, a terze persone, che possano mettere in pericolo la proprietà del possessore, o l’oggetto in sé, o concepire invidie ed orchestrare trame crudeli ai danni del possessore stesso. La chiave, chiudendo, sottrae l’oggetto e la sua vista; con la sottrazione dell’oggetto difende la proprietà, con la sottrazione della vista dell’oggetto fa nascere il mistero – ma anche il sospetto, l’illazione, l’iperbole. Difficile immaginare un A che trae conclusioni, mancandogli tutti gli elementi necessarj a disposizione, sulla proprietà di B senza fare stime o superiori o inferiori all’esatto: potrà avvicinarsi ragionevolmente al vero, magari con l’ajuto della fortuna, o per eccesso o per difetto, ma calcolare l’esatto ammontare mai. Tutto questo grazie alla presenza di una chiave, o di più chiavi, che, chiudendo in un luogo non facilmente accessibile la proprietà, fanno sì che essa sia tanto più sicura quanto meno sicura è la sua entità: perché un bene conosciuto è un bene già sottratto, o diminuito.

Ogni chiave implica un accesso e un’esclusione: ogni chiave segnala la presenza di un bene: ad ogni chiave equivale un possesso. La persona normale, integrata, il borghese, essenzialmente un possessore di chiavi. Dal suo mazzo pende il suo benessere, e ad esso è legata ogni sua preoccupazione e dannazione: in esso vedi la sua casa, la sua automobile, la sua autorimessa, il suo ufficio, la sua seconda casa, la casa del parente più stretto bisognoso di assistenza e visite, l’abitazione dell’amante; nel suo mazzo di chiavi tintinnano il suo lavoro, i suoi affetti, anche quelli illeciti, la sua libertà di movimento, la sua vergogna, i suoi segreti, la sua privatezza, la sua fatìca. Ogniqualvolta trae di tasca il metallico mazzo, esso è come una campanella che con la voce sommessa di molti batacchj gli ricorda il dovere, il piacere, l’impegno e il riposo. Quanti più sono i batacchj, tanto più grave è il mazzo; quanto più grave è il mazzo, tanto maggiore è il carico d’impegni e l’alluvie dei piaceri, e tanto più complesso è ognuno di essi, e quante più chiavi vi tintinnano tanto più si allontana il riposo, perché sono, quelle, come squillette fastidiose, svegliarini petulanti che continuano a spronarlo a intraprendere qualche nuovo atto, dopo quello che s’accinge a compiere traendosi il mazzo di tasca: se prende la chiave della macchina, ecco che sùbito vi batte contro argentina la chiave di casa; se trae la chiave di casa, ecco che nel mazzo si distingue il tono querulo della chiave della macchina; se cerca la chiave dell’autorimessa, la chiave dell’ufficio lo chiama al dovere, se è quest’ultima ad essere trascelta, ecco che la voce della passione rintocca sensuale nella chiave che gli schiude il buon ritiro; se è alla chiave di questo che ricorre, la chiave di casa batte i colpi alle ore della sua vergogna; & così via, con la chiave della cassetta di sicurezza, la chiave del capanno in giardino, la chiave della posta, la chiave della cantina. Tutta la sua vita si svolge scandita dai rintocchi di queste campanelle, a cui il suo orecchio non è tanto abituato che non ne senta, magari con la più profonda parte di sé stesso, il differenziato richiamo, a cui lo spirito sovraccarico e stanco risponde con sempre maggiore impazienza.

Come il secolo vuole, tutto si riduce di dimensioni e di peso: quello che vent’anni fa pesava alcuni chili oggi pesa alcuni grammi; quello che pesava etti, oggi pesa decimi di grammo; quello che pesava grammi oggi si può dire puro spirito, o il contrario della Fenice, di cui ciascuno diceva che ci fosse e nessuno sapeva dove, mentre di tante cose che un tempo avevano peso, consistenza, colore, spigoli, angoli, materiale, odore oggi ci si dice che sono proprio qui, ma che ci siano nessuno può sensatamente verificare. Una cosa che tende a non ridursi né di peso, né di forma, né di consistenza è la chiave: vero è che può essere sostituita in tanti casi dal badge, dalle impronte digitali, dalla password: ma il guasto è prossimo all’elettronica come il passo avventato al precipizio, e dunque i possessori delle cospicue fortune non hanno in genere interesse ad affidarsi all’ajuto intangibile di queste fate racchiuse in microchip, che allettano costosamente illecebrose, e poi rischiano di lasciarti fuori e davanti alla porta come un barbone. Tre, quattro, cinque, sei chiavi bastano appena alla diffidenza gelosa del possessore per chiudere i battenti di casa; vuole chiavi che chiudano anche le finestre, e le serrande metalliche alle stesse; vuole chiavi per attivare allarmi, vuole chiavi per le stanze, i solaj, i bagni, le ghiacciaje, l’armadietto dei medicinali; vuole chiavi per chiudere a decupla mandata l’automobile di lusso, vuole chiavi per difendere l’illibatezza del suo giardino dalle orme degli intrusi, dal piscio dei cani e dai reattori degli alieni; vuole chiavi per ognuna delle quattro porte, per il baule, per il cofano; vuole chiavi per i cassetti, per gli armadj, per le ante della dispensa, per le vetrine degli escaparatti; vuole, infine, chiavi per custodire chiavi: sì; poiché, non potendo tirarsi dietro ovunque vada tanto ammasso di ferraglia, è costretto a suddividere le chiavi in base alla funzione e all’uso; distinti l’uso e la funzione, lascia sottochiave le chiavi che gli servono solo in un determinato luogo in una determinata ora della giornata, e dedica il tempo che gli manca ad accedere a quelle chiavi ad usarne altre, aprendo e chiudendo freneticamente armadj e porte, portiere e cassetti, forzieri e casse, in rapida successione, con grande clangore metallico e violento tintinnio; dopodiché passa ad altre chiavi, e ad altre chiusure ed aperture di toppe e serrature.

Il barbone si distingue dall’uomo integrato anche per questo fatto: ché mentre il borghese va sempre in giro carico di chiavi, egli, per quanto si frughi nelle tasche, non potrà mai ritrovarsene in tasca. Non ha casa, quindi non ha la chiave di casa; non ha macchina, quindi non ha la chiave della macchina; non ha compagnia sessuale, se non eventualmente al suo livello, dunque non ha la chiave di nessun pied-à-terre; non ha una cassetta di sicurezza, dunque non ha la chiave corrispondente. Non ha chiavi che aprano scrigni e cassettoni a bamboccj, non ha chiavi che schiudano porte metalliche e vetrinette. Vive spazj aperti, ma le serrature gli sono precluse; ammenoché sia ladro, nel qual caso può solo forzarle. È padrone del suo tempo, ma deve passarne una buona parte a sorvegliare i suoi pochi beni, perché non ha luogo dove inchiavardarli. Ha per sé tutto il mondo, ma non possiede chiavi.

Salvo forse le chiavi degli armadietti delle biblioteche, laddove sia costretto a servirsene per custodire quella parte della sua proprietà che non può capirgli nelle tasche dei calzoni o della giacca, nelle mutande, nei calzini o nei pesanti sacchetti che si trascina dietro in tutti gli angoli della città. In quel caso, addormentandosi su una panchina, gli cadranno di tasca durante il sonno.

543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



542. Pezzo oramai inservibile n° 1: “Panchine (le)”.

10 Mag

PANCHINE.

Si tratta di uno degli oggetti che vengono per primi in mente quando si parla di arredo urbano. Parlare di arredo a proposito di una città fa pensare, effettivamente, alla città non come al luogo in cui si trova una casa, ma come una casa essa stessa. In questa prospettiva, avendo intrapreso l’impegnativa professione, non è difficile figurarsi, grazie ad un breve volo metaforico, il lampione come un abat-jour, un cassonetto come dispensa, il marciapiede come corridojo, la piazza come stanza e la panchina come letto. Dipende, naturalmente, dalla radicalità della scelta – di quella che nel corso del tempo può diventare una scelta; o dalla scelta di viverla nella maniera più confortevole, o spregiudicata, possibile –, specialmente nel caso del cassonetto, che ha molteplici usi di cui si tratta ad vocem.

A differenza del cassonetto, alcuni usi del quale richiedono pelo sullo stomaco e stomaco di ferro, la panchina non è utilizzata in modi molto diversi dal borghese e dal barbone; sennonché quest’ultimo la utilizza anche come giaciglio per la notte, mentre il borghese, eccettuati individui piuttosto giovani e con chiara tendenza allo svaccamento, tende a sedervisi e basta. Altra differenza non insostanziale è l’intensità e la durata dell’uso. Il borghese se ne serve piuttosto parcamente, il barbone, se non ne fa una seconda casa, se ne serve per lassi di tempo che, nel paragone, possono parere addirittura interminabili; specie di notte, quando ci si sdraja sopra, per quanto siano rare le evenienze di sonni tanto prolungati da rendere il fenomeno così visibile ai contribuenti, dal momento che quando i più mattinieri tra questi ultimi escono di casa, i barboni, per la stragrande maggioranza, se ne sono già andati. Fanno chiaramente eccezione i casi di quelli che devono recuperare il sonno di una notte in bianco, cosa che può capitare anche a un barbone, e degli sbevazzoni, che possono rimanere in stato comatoso, anche dopo numerosi tentatìvi di risveglio da parte di cittadini di buon cuore e/o delle autorità, fino al primo pomeriggio; ma perlopiù la notte del barbone non dura più di quattro o cinque ore. Dipende, chiaramente, dalle condizioni specifiche, ossia dall’attrezzatura di cui dispone, ovvero dal possesso, da parte del barbone, di coperte, lenzuola, sacchi a pelo, cartoni – diversa è la consistenza, la morbidezza e la capacità isolante degli scatoloni disfatti e dei cartelloni pubblicitarj delle edicole; è un particolare trascurabile per chi non dorme all’aria aperta in città, ma non per chi, appunto, lo fa –, anche se non bisogna dimenticare la variabile, importantissima, dell’assuefazione. Il neolicenziato, disperato e stanco, preferisce camminare tutta notte, anche se crepa di freddo, percorrendo più volte i 22 chilometri di portici, piuttosto che sdrajarsi su una panchina, per il semplicissimo fatto che non reggerebbe la temperatura, non riuscirebbe a dormire e dovrebbe immediatamente rialzarsi. Il vecchio barbone, il tipo della mascotte di quartiere, che non si serve dei dormitorj perché non vuole, e accetta graziosamente il tè lungo e i biscotti sbriciolati della Boa Urbana Mobile perché non sa che essere gentile con tutti, dopo sei o sette lustri di professione ha un tale callo sul derma che quando gli viene sonno, e tutti i barboni inveterati sono soggetti a colpi di sonno, dove si trova si sdraja e dorme; cosa che può avvenire più volte nel corso di una giornata.

È un fenomeno reso particolare, questo, non dalla pellaccia e dalla sonnolenza persistente, che si spiegano benissimo, quanto dal fatto che il barbone di lungo corso ha la doppia caratteristica di non soffrire particolarmente il freddo, una volta ben bene intabarrato, durante l’inverno (mentre chi non è abituato, anche coperto da uno strato doppio di vestiti, dopo un’ora si metterebbe a tremare, come un naufrago in acque tepide, essendo la temperatura circostante comunque troppo più bassa di quella corporea); e di non soffrire il caldo d’estate, perché in effetti, come può notare chiunque faccia un minimo di attenzione, gira del pari intabarrato anche durante i mesi caldi; e non è uno spettacolo inconsueto un barbone che in una sera d’agosto, verso l’ora di cena, s’infila il colbacco che gli si vedeva in capo anche verso natale. Vivere perennemente in strada, probabilmente, con la continua esposizione alle intemperie e agli sbalzi di temperatura, unitamente con una serie di cattive abitudini che si è, se non costretti, fortemente incoraggiati ad adottare, porta all’ipotermia, ciò che spiegherebbe come mai il freddo è sentito relativamente d’inverno, dal momento che la differenza tra temperatura corporea e temperatura ambientale è minore rispetto a quella normale, mentre nelle sere d’estate il corpo rimane molto più freddo rispetto alla calura circostante. Una specie di parziale letargo, che, insieme con gli acciacchi dell’età, non necessariamente moltiplicati ed aggravati rispetto la media delle persone normali – una vita spartana non ha mai fatto male a nessuno, e i barboni storici difficilmente sono viziosi, altrimenti non sarebbero mai diventati storici – li rende spesso sonnolenti, se non sempre.

Ma sono fisiologie completamente diverse da quelle normali. Chi ha meno esperienza di strada deve in qualche modo dotarsi di mezzi: un sacco a pelo, o una coperta – molto scomoda da trascinarsi dietro, in qualche sacchettone di lavanderia per i più esigenti, o, faute de mieux, in un sacco nero del generico non compostabile – sono indispensabili; in alternativa si può fare anche una casetta di cartoni, ma qui corre l’obbligo di fare una distinzione che, in questa materia, è abbastanza fondamentale. Si tratta di preferenze, se non di due scuole di pensiero; ma c’è chi tende a dormire volentieri in terra e chi invece non lo farebbe mai, e preferisce la panchina, sia che ci si sdraj, sia che sia dei pochi privilegiati che riescono a dormire seduti. Il contatto diretto col terreno durante la notte, per quanto possa costituire, specialmente in spazj presuntamente incontaminati come prati, boschi, &c., un’esperienza mistica, di là dall’aspetto strettamente igienico, non è mai consigliabile: specialmente da queste parti, quasi tutte le notti dell’anno, salvo eccezioni e poche notti estive, sono almeno fresche, e l’esposizione all’umidità notturna senza qualche riparo è un’imprudenza che nel corso del tempo si può pagare cara. Quindi, ci dev’essere sempre uno spessore isolante tra il corpo steso e la madre comune che, con qualche anticipo sulla riscossione del Debito, lo accoglie, per ora temporaneamente: perché detta madre tende ad essere molto possessiva, e a prendere anzitempo con sé quelli che le si dimostrano troppo attaccati. Che sia questo il motivo per cui preferisco la panchina? Sarà scaramanzia? Vero è che chi dorme a terra ha tutta una serie di possibilità che chi dorme su una panchina non ha. In primis, posto che si collochi in qualche angolo abbastanza lontano dalla pazza folla, chi dorme a terra può andare a dormire quando vuole; può costruirsi una casetta di cartoni, o può disporre di molte coperte; non ci sono alternative, per esempio, per chi ha un cane, che in questo modo può tenère il più vicino possibile. Inoltre, e questo non è l’ultimo vantaggio per chi dorme per terra, il barbone che sceglie il selciato come giaciglio – più per strada di così! – ha la possibilità di stendere le gambe come vuole, o di assumere, nei limiti del possibile, la posizione preferita, specialmente, appunto, se predilige dormire supino, o prono e non in posizione fetale. Posizione quest’ultima che è la sola consentita a chi dorme su una panchina, perlopiù, perché non ci s’immagina quanto siano corte, per la gran parte, le panchine, e quanto poche siano quelle che arrivano al metro e novanta regolamentare per un letto – chi ha una statura normale, o addirittura bassa, è in genere molto facilitato, per questo e altri motivi. Quanto al poter stendere le gambe, è una cosa portata all’attenzione del pubblico dai coniugi Collard, che riferiscono a questo fatto principalmente l’alta incidenza di malattie legate alla circolazione sanguigna.

Chi sceglie per sé la panchina, invece, dovrà innanzitutto optare per un’organizzazione assai più spartana. Benché sia fatto apposta per potersi allontanare dallo spazio urbano, che è insieme il più necessario ma anche il più rischioso, specie nottetempo, per il barbone, un sacco a pelo da addiaccio può rivelarsi indispensabile anche a chi dorme in panchina; relativamente più maneggevole di una coperta, specie se molto pesante, svolge un servizio incomparabilmente migliore. Di nuovo, con un sacco a pelo, specie se coperto di cerata, ci si può mettere tranquillamente a terra; ma è vero anche che la temperatura è più bassa (e si deve pur tenère un po’ fuori il naso per respirare), che a terra l’aria non è salubre (polvere), e che è più duro. C’è, è vero, il notevole ridicolo di essere svegliati la mattina alle otto da due vigili che chiedono, severamente preoccupati, se va tutto bene “a parte il freddo”: il ridicolo, perché uno che dorme e su una panchina e chiuso dentro un sacco a pelo da addiaccio come barbone ci fa una ben magra figura – è uno che vuole tutte le comodità, insomma; tantopiù che ben al caldo non ci si accorge più di nulla, e si sprofonda in un sonno beato e lungo, che si protrarrebbe fino ad ore invereconde se non ci fosse qualcuno, normalmente, ad affrettare il risveglio. A proposito: dormire sulle panchine è fare un uso non consentito dell’antidetto arredo urbano, ed è sanzionabile con un’ammenda di 50 euri. In questo come in altri casi, tuttavia, l’esecutivo tende a risolvere la cosa in maniera meno pedissequa rispetto ai dettami del Codice, semplicemente intimando al barbone di alzarsi entro un tot di minuti e limitandosi a verificare che è stato ubbidito; fare un’ammenda sarebbe infatti vagamente persecutorio – se il barbone potesse dormire altrove si suppone che lo farebbe; e le strutture pubbliche destinate all’accoglienza dei senzatetto sono ovviamente insufficienti –; oltreché perfettamente inutile, dal momento che il barbone può solo prendere multe, pagarle no.

Io insisto particolarmente sul sacco a pelo anche per l’eleganza della soluzione – l’eleganza è nella semplicità, perché è elegante la soluzione migliore, e la soluzione migliore è la più diretta; anche se, quando le intemperie mi hanno spinto su una delle panchine sotto i portici di piazza s. Carlo – le panchine sotto i portici sono una finezza che non tutte le città possono vantare – ho avuto modo, aspettando l’abbraccio di Morfeo, di valutare con occhio attento l’organizzazione degli altri giaciglj; e devo ammettere che non manca di poesia, una poesia beninteso asiana, prolissa e strascicata, l’arravugliamento notturno in una grossa tenda chantilly, con tutto quel pizzo che ridonda, come il copriletto di un baldacchino, o la robe riche di una gentildonna del tempo andato a una serata di gala, oltre il bordo della panchina; o la confortevolezza di una trapunta a due piazze e mezzo, avvolta a tubo, per quanto proprio la forma perfettamente cilindrica sia delle meno propizie a conciliare sonni veramente tranquilli – tende a rotolare giù, e anche se lo spessore morbido fa da paracolpi è impossibile non svegliarsi. M’è simpatico l’understatement umoristico di un paille stampigliato a Pippi e Topolini; e non sono insensibile alla raffinatezza di uno scendiletto posto sopra la panchina prima ancòra di mettervi sù le coperte, col fine d’isolare, ammorbidire, riscaldare, a parte la grazia nonchalante, voluttuosamente orientaleggiante, delle nappe che sporgono oltre i braccioli – è un angolo di salotto, un buen retiro all’aperto, che penso dia una profonda gioja anche al passante borghese, che si vede confermato nell’idea che chi dorme su una panchina nutre nei confronti dei proprj simili una fiducia che rasenta l’assoluto. Meno elegante, di sicuro, ma riscaldante è coprirsi di vestiti estratti dai raccoglitori della pubblica assistenza, dai ciglj dei marciapiedi da qualche anima caritatevole che ignora l’esistenza di simili contenitori, o semplicemente se ne trovava troppo lontana al momento di disfarsi del sacco. Di disperazione e sciatta raffazzonatura sa invece la copertura coi giornali (peggio ancòra di riviste gratuite, pieghevoli e volantini): non dico i giornali aperti e disposti sulla seduta delle panchine – se sono in numero sufficiente fanno anche da cuscinetto –, una precauzione igienica che prendono anche le vecchiette al parco; dico il coprirsi coi giornali: è una cosa che ancòra, tristemente, si nota, in qualche caso, fortunatamente sempre più sporadico; non so dire, peraltro, se ancòra sia attestato l’uso dei giornali infilati sotto i vestiti per fare da isolante, una cosa che sa di Secondo dopoguerra. In mancanza d’altro che di una pila di metro, una notte ho fatto anche questo esperimento; forse con alcuni city mi sarebbe andata meglio, ma posso attestare che in quel caso non servì a un bel nulla, frusciavo che sembravo il tavolino di un caffè del centro verso le nove del mattino, ma il freddo era sensibile nondimeno.

Ma il punto fondamentale, appunto, è la panchina in sé, come oggetto, e come luogo, si potrebbe dire, abitabile. Chiunque sa che c’è panchina e panchina: non sono tutte uguali, e anche l’esperienza della seduta, che è parte del bagaglio di ciascuno, puà essere un’autentica sofferenza. Il barbone è tuttavia adattabile, e non è mestieri il dire come panchine che riescono infinitamente scomode al normale cittadino possano essere utilizzate come giaciglio per la notte dal senzacasa. Il quale, tuttavia, ha tutto l’interesse, si suppone comprensibile, a ricercare quanto di meglio offre la piazza (ma anche il vialetto, il parco, la fermata del tram), e non la prima soluzione che trova – ammenoché egli sia talmente stanco da doversi accontentare in ogni caso. Si notano, nello spazio della città, tre tipologie almeno di panchine: la panchina di pietra, quella di legno e quella di metallo. La prima e la seconda sono esemplificate entrambe da quelle che rendono confortevole p.zza Carlo Alberto: dove si hanno quattro panchine di pietra dal lato della Biblioteca Nazionale, e due di legno dal lato del Museo del Risorgimento. Anche se corre l’obbligo di notare che queste ultime costituiscono un caso limite, avendo in effetti la seduta di legno, ma lo schienale di metallo traforato. La seduta è a doghe larghe, è completamente piatta e non meno dura di quelle di pietra; mentre allo schienale, durante i mesi rigidi, è virtualmente impossibile appoggiarsi a causa del freddo che filtra anche attraverso i vestiti più pesanti. L’uso delle panchine di pietra è poi limitato ai mesi estivi, perché, durezza a parte, d’inverno la pietra è gelida. Dal che si desume facilmente come l’uso dell’aggettivo ‘confortevole’ da parte mia sia stato meramente ironico.

Già a questo punto è chiaro un fatto fondamentale: gli Enti locali si fanno carico anche in tal senso, questo dev’essere ammesso, di servire il benessere dei cittadini; ma questo servizio non consiste in una serie di iniziative mosse da un veemente slancio di solidarietà sociale, nell’assolutamente generosa messa a disposizione del cittadino di tutti i fondi destinati a questo genere di servizio; essi pensano invero alla comodità di esso cittadino, ma con giudizio; considerano la sua necessità di riposare i piedi, di tanto in tanto, ma con discernimento; contemplano che egli abbia desiderio e piacere, tempo permettendo, di trattenersi seduto con parenti, conoscenti & amici, ma con misura. Non dev’essere totalmente imputato al sadismo dei Comuni il fatto che esistano panchine virtualmente inservibili, né alla debolezza mentale dei designer incaricati da essi Comuni il fatto che di fronte a certe mostruosità non si sa se ci si debba seder sù, salirci in piedi o scoppiare in lacrime: viviamo in un mondo in cui il divorzio tra intenzione & atto è stato ormai celebrato da millennj, stando all’autorità di tanti scrittori religiosi, poeti e moralisti, dunque non è per nulla sorprendente che anche in questo campo la volontà e la funzione auspicata retrostante a taluni manufatti dell’uomo risulti talvolta nebulosa: nella fattispecie, però, non è sostenibile che il Comune, nel mettere a disposizione della cittadinanza una panchina, segretamente desìderi che nessuno ci si sieda; la questione è più sottile – in realtà implicita che ci si sieda, innanzitutto, e non ci si sdraj; punto secondo che ci si sieda, sì, ma per uno spazio di tempo più contenuto che congruo.

Le panchine di legno, come disegno tradizionale, si distinguono in due tipi, entrambi rispondenti ad esigenze diverse; un tipo, più spartano, è quello della panchina quadrata, di assi, due per la seduta e una per lo schienale: è il tipo più diffuso nei parchi, che, di là dalla tranquillità che offrirebbero nella gran parte dei casi, non sono le sedi più indicate per abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo: nottetempo, in quasi tutte le notti dell’anno, se la temperatura non è proibitiva è comunque il tasso di umidità a rendere preferibili altre soluzioni, se ce ne sono. Gli effetti negatìvi dell’umidità su un corpo sano sono modesti, nel breve termine, ma un’esposizione abituale all’umidità notturna, anche se è seguìta da anni di vita regolata e salubre, è una di quelle cose che si pagano quando meno te l’aspetti, nella vecchiaja. Se poi la panchina di tipo squadrato è presente in zona non molto umida, come un giardinetto cittadino con parecchio selciato, specialmente se la stagione è quella mite o calda, dal punto di vista della comodità è forse preferibile a tutte: il modello rinvenibile in generale a Torino – piazzetta Eritrea, per esempio, o Monte de’ Cappuccini, o corso Valdocco – presenta il leggero svantaggio di una seduta molto stretta, per cui chi avesse disturbi del sonno e tendenza ad agitarsi mentre dorme correrebbe qualche rischio di cascare di sotto; con l’aggravante, per quanto riguarda il Monte de’ Cappuccini, che le panchine più adatte allo scopo che ci siamo proposti di trattare si trovano ben protette sotto le piante sul fianco della collina – definita ‘Monte’, ma è un modesto poggio, da cui si gode un celebre panorama –, dove la pendenza è abbastanza pronunciata: uno rischia di farsi a rotoloni tutti i gradoni ghiajati che costituiscono il primo pezzo della passeggiata, o di prendere la scorciatoja, e volare giù direttamente dal fianco erboso; con l’aggiuntivo inconveniente – di cui, volendo, si potrà parlare a suo tempo e ad vocem – del fatto che la zona tutta, specialmente lo spiazzo che si apre ai piedi del lato a cui facciamo riferimento, è riguardata da un intenso traffico di damazze, collaboratrici familiari filippine e cani di grossa taglia, che depongono i pesi del ventre sia nascondendoli in mezzo all’erba della stessa area pianeggiante, sia schiacciando grossi stronzi sul principio dell’altura che s’erge immediatamente sopra. Chi ha sonni tranquilli, invece, può fruire di queste panchine con una certa fiducia: le panchine di assi sono infatti molto più salutari di quelle di doghe di cui parleremo sùbito appresso, esattamente come una tavola di legno sotto il materasso fa bene alla schiena del borghese, mentre un fartone morbido e affondevole gliela fa urlare di dolore. La schiena del barbone – da ciò si evince – non ha un funzionamento molto differente da quella del contribuente, o dell’evasore economicamente autosufficiente, né ha esigenze diverse: quello che cambia da barbone a borghese è, come in un po’ tutte le cose (salvo talune eccezioni, di cui si dà conto altrove), una maggior resistenza che il primo dimostra nel disagio; nella fattispecie anche grazie al fatto che, dopo solamente qualche mese di notti passate in panchina, il rachide si è totalmente adattato, non solo ad una sdrajata sana come quella offerta dalla panchina di assi, ma a qualunque tipologia di panchina il barbone abbia ritenuto dover privilegiare come proprio giaciglio. Se un assessore abbastanza artista proponesse di dotare una piazza di panchine a forma di galeone, in capo a qualche mese si vedrebbero in giro altrettanti barboni piegati a ferro d’àncora.

La panchina d’assi, si può contestare, in effetti alla lunga appiattisce la schiena, non nel senso che la fa diventare dritta, ma che nel corso del tempo la noce del collo tende a rientrare, e il barbone assume la classica posizione a cervicale. Ma meno apprezzabile ancòra è l’effetto della panchina a doghe piccole, con la seduta comoda: anche questa è una panchina di modello tradizionale, di un tipo diffuso e abbondantemente attestato in tutte le città d’Italia, che si differenzia da quella d’assi come il materasso di piume si differenzia da quello in lattice poggiato su un piano di legno. La panchina a doghe piccole è stata creata per tempi diversi dal presente: una volta che siano tutte distrutte, e a mano a mano effettivamente le doghe saltano, i forcelloni di metallo si piegano di lato, e insomma vanno rompendosi un po’ ovunque, non se ne vedranno più, perché saranno rimpiazzate, dove saranno, da panchine di modello assai diverso. Il modello, dicevo, è sensibilmente d’altri tempi, perché è pensata per essere comoda: le doghe sono disposte in modo che la schiena incontri sùbito l’appoggio – lo schienale è difatti bombato – e il sedere vi poggi sù ergonomicamente. Chi vuole le vada a vedere in c.so Siccardi, dove la seduta sulle doghe rammollite, anche, da un’irrigazione dissennata, che inonda praticamente tutto – cioè viale e panchine – salvo l’erba, sono talmente morbide da affondare leggermente sotto il peso del sedere e di tutto quello che sta sopra il sedere del sedente. Si tratta di comodità che i Comuni riservavano ai cittadini in epoche in cui per strada si girava molto meno, minore era il passaggio di barboni nelle città mediograndi, grandi e grandissime; sopravvissute ai fricchettoni Settanta, le cui avanguardie non si servivano necessariamente degli spazj urbani, e, in questi, non fruiva delle panchine, sono pensate per una cittadinanza che viveva principalmente di lavoro, e il poco tempo libero lo passava volentieri in compagnia di altri. I famosi ammortizzatori sociali ‘naturali’, che tanto piacciono ai discendenti della vecchia Democrazia cristiana, cioè le famiglie, erano ancòra più efficienti in quei tempi di lavoro dipendente e pubblico che nei nostri di professionismo e iniziativa personale. Più spendereccia, la nostra epoca destina altri spazj, chiusi e normati, e soprattutto a pagamento, alla socializzazione: i locali di vario tipo e i centri commerciali. All’epoca non si usava tanto: ci si scendeva in piazza, nei vialetti alberati, nelle passeggiate igieniche, negli itinerarj archeologici e altra roba da Guerra fredda, e si parlava dei cazzi altrui, ma a botontoni, anche per cinque o sei ore di séguito: così arrivava la sera, quando ci si ritirava, si richiamavano urlando i bambini impegnati dalla mattina del giorno prima nella lotta nel fango, si andava a cena (che consisteva in pastasciutta, formaggio, patate, fagioli con le cotiche e poche altre schifezze, anche a Ferragosto), si guardava l’unico canale in televisione, dove c’era normalmente un cruciverbone e poi dei numeri comicissimi in cui distinte signore e compassati personaggj si rompevano piatti in testa o insegnavano a scrivere ai terremotati, e si andava a letto che ancòra non era la mezzanotte, sempreché non ci fosse alcunché da fare, come sintetizzare artigianalmente alcuni secchj lisciva, o strangolare galline. Ecco, era per quei tempi, per quella gente che erano pensate panchine del genere: panchine comode, per offrire a ciane sformate da quindici o venti gravidanze la possibilità di rimanervi appoggiate per tutte le ore necessarie all’esaurimento di tutti i pettegolezzi, coi podici incastrati nella depressione, senza farsi venire le piaghe da decubito, e per permettere anche alle più tanghere tra le fanti di partecipare con ragionevolezza e misura delle dolcezze della vita: basta rivedere quelle panchine per rivivere quelle scene da un mondo scomparso, con quelle cecche mostruose, gonfie di lardo e di vino, svaccate sulle loro panchine gemebonde, con taniche vuote di benzina e scatole di banane come poggiapiedi, parlare a lungo dello stato del loro intestino, o del prossimo mobbing di quartiere. La maggioranza segue ormai tutt’altre trajettorie, il flusso principale delle umane attività conduce l’umanità dei nostri giorni verso altri mari, sicché non stupisce affatto che quelle panchine siano oggi per la gran parte disertate; per quanto la fila di panchine davanti a p.ta Susa e il cerchio formato dalle stesse in p.zza Bodoni riproponga lo stesso modello: ma sono sussulti, rigurgiti di un passato a cui è complesso rinunciare, in una città come Torino, che è sempre vissuta della dolcezza delle vecchie istituzioni e mutuando i segnali rassicuranti del suo décor urbano, dei suoi codici condivisi di comportamento e delle sue ideologie sociali dalla cattiva letteratura.

Eppure nulla può frenare il progresso anche del costume e dei gusti. Anche questo è un segno dei tempi; ed è fatale, come qualunque mutamento dei costumi. Il fenomeno consegue, per parte sua, anch’esso alle stesse cause per cui oggi nessuna ciana oserebbe portarsi dietro tutti quei quintali di peso, tutti quei figlj, e tutti quei pettegolezzi velenosi; oggi i pettegolezzi sono inutili (c’è il satellite), di figlj se ne mettono al mondo al massimo due, e nessuno vuole essere grasso. Le panchine dal disegno moderno che si trovano in p.zza Carlo Alberto avrebbero loro fatto esplodere le natiche, rendendo impossibile lo scambio di pettegolezzi e, quindi, attraverso i figlj e i figlj dei figlj, l’invenzione di un satellite onnisciente.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

360. …

7 Ott

Non occorre essere ermetici per essere incomunicabili. Questa è l’unica sostanziale novità della mia scrittura, che dunque non ha nulla di particolarmente nuovo, se non l’intento che retrostà – e che non si vede.

E, sì, forse ho ecceduto nella critica a Moresco – gli scrittori sono molto suscettibili, al punto che suscepiscono anche quando non sono chiamati direttamente in causa. Il recensore rompicoglioni tende ad essere rompicoglioni un po’ con tutti; e io non faccio, come recensore, quando mi ricordo di léggere qualcosa e di scriverci sù qualche riga, nessuna eccezione.

Giustamente Palasciano – che sta diventando, stando al trend di questi ultimi giorni, la mia Carmenta – mi ha fatto presente, dalla parte di là, dopo la mia notazione che Moresco non gli si addice affatto, come scrittore, che non lo conosco abbastanza – Palasciano, non Moresco – come scrittore per poter dire una cosa del genere. A parte il fatto che mi ha fatto tornare in mente il suo Prove per un romanzo storico, uno spillatino con l’Ipersonetto, una cosa postzanzottiana, e un volumetto, dalla copertina verde, di poesie, su cui avevo cominciato a scrivere una lunga cosa, che poi è abortita a causa del penultimo guasto del computer, la sua notazione mi ha colpito proprio per la sua esattezza.

Non solo non conosco quasi niente di Palasciano, ma anche l’ultimo di Moresco me lo sono risparmiato (parte perché la prima versione mi era già nota, e non m’interessa), e chissà quanti altri autori e autrici mi sfuggono, e mi sfuggiranno; e di nessuno me ne potrà importare di meno. In questi giorni, nello specifico, sincopizzo al massimo grado, a rischio di farmi eremita, nella lettura dei contemporanei, in ogni caso, limitandomi a passare lo sguardo sulle serendipità e sui donatìvi, che non ignoro più per amore della scoperta casuale e simpatia nei confronti dei donatori che per autentico interesse. Chi si dedica a letture e scritture, normalmente, considera sempre aperto il proprio cammino di lettore, di scrittore – sono rari quelli che si dànno scadenze, e normalmente sono vecchj, e desiderosi di finire.

Io mi ritrovo esattamente nella stessa situazione: vecchio, cioè, e desideroso di finire. Non m’interessa, in alcun modo, allargare la visuale oltre i confini, più o meno angusti, più o meno ampj, di quello che per me è lo scibile, o lo scito, e nemmeno il tormento e l’eccitazione della perfettibilità, o la crudeltà dell’enigma che non vuol lasciarsi sciogliere, mi tengono letterariamente vivo. Dal punto di vista lettorio-scrittorio sono come in terapia intensiva: metafora che regge fino a un certo punto, perché quel sinistro reparto normalmente serve a tenere in vita chi rischia di morire da un momento all’altro; io, invece, rischio di rimanere sempre in vita, letterariamente; rischio di avere sempre la tentazione di tornare a cercare un volume, o aspettarlo magari anni, rischio di rigirarmi in mente un emistichio o un verso cercando senza fretta l’occasione da infilarvelo; rischio di rimpiangere, al punto di averne voglia, di non avere scritto di tutto, e di più, il romanzo in più volumi, la sagra scenica, il grande canzoniere, la storia dell’asola dalla protostoria al tramonto dei calzoni. Si tratta, per me, di spremere fuori quanta più vita è possibile, facendo in modo che non me ne rimanga più, nemmeno un pochetto.

E’ chiaro che voglia restringermi a quelle cose che ritengo più d’altre importanti, e che tenda ad escluderne altre, anche se per altri versi, pur che mi raggiungano, fisicamente, mi capitino materialmente tra mano, non escluda di fatto nulla. Ma i rapporti di rete sono resi falsi dalla distanza, dalla tirannia del mezzo, dall’omologazione dello stile, dalla noja che si finisce col provare, necessariamente, girando sempre per soliti blog, senza peraltro trovare alternative valide – o non poterlo più fare; mi manca totalmente quella vecchia disponibilità a conoscere, che mi spingeva a léggere *tutto* quello che un blogger aveva scritto, da capo a fondo.

Ovviamente la mia stanchezza non è ‘di rete’: riguarda tutta la scrittura, a cui guardo, attualmente, come a quella cosa che mi ha impedito di vivere, quando per me vivere era già difficile. E’ stato il peso che mi ha schiantato la noce del collo, così la vedo: come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo spuntone che ha fatto saltare l’ultimo puntello.

Essendo questo lo spirito, è del tutto normale che io sia insofferente nei confronti delle scritture false e pretenziose, delle scimmie travestite da scrittori, e in genere di tutti quelli che ritengono che la scrittura sia una cosa importante, nobilitante, in grado di mettere un gradino al disopra degli altri Leggendo contemporanei, ormai, scopro solo magagne, e, per giunta, magagne molto simili alle mie; con l’aggravante che non c’è nemmeno quella consapevolezza – sono presuntuoso? -, o almeno quell’insofferenza, che mi accompagna e che mi avvelena l’esistenza – posto di esistenza si possa parlare.

Il fatto che io provi disgusto, ovviamente, non implica affatto che io debba manifestarlo ad ogni piè sospinto; su questo sono d’accordo. Quanto al fatto che possa o non possa permettermelo, mi spiace, ma nonostante gli sforzi, a tratti persino intensi, di normalizzare il mio caso, me ne infischio: non sono integrato né integrabile, e questo non perché mi credo superiore a tutti, ma per il semplice fatto che sono troppo esaurito perché possa fregarmene niente di stare in mezzo a voi. Condizione imprescindibile, per altri versi, dal momento che è compresa nel mezzo di cui mi sto servendo, che ho scelto per nessun motivo in particolare e che ri-scelgo, adesso, per concludere la mia vicenda scrittoria. Con l’unico rimpianto di non averla potuta, saputa rendere indispensabile, e di averne scoperto troppo per tempo la totale, assoluta, inutilità.

A domani.

284. Commenti.

9 Set

Eccomi qui, in ritardo come al solito.

Come avevo annunciato, intendevo riprendere daccapo tutta la questione di jeri, che è andata a finire come sa chi è venuto a léggere su Nazione Indiana il post che Domenico Pinto mi aveva chiesto di ripubblicare dopo che l’avevo messo qui sul blog. Dopo lo scivolone iniziale di Dario Borso, che è veramente tutt’altro discorso, è comparsa una tal GiorgiaSanto, non so se questo nick equivalga al suo nome, la quale, rimanendo tutto il giorno attaccata alla rete, non ha fatto altro che defecare, ostinatamente, presuntuosamente, astiosamente, una serie di affermazioni negative a proposito del sottoscritto; ed è stata coadiuvata, un pajo di volte, da una (ancòra più livida) flaviadebono, che ha aggiunto accuse le più assurde; finché, dopo una risposta dall’administrator stesso definita ‘aspra’, la mia, le due avrebbero ribaltato addosso al sottoscritto e a NI contumelie parecchio sordide, motivo per cui è stata loro chiusa la porta in faccia. Lo stile della GiorgiaSanto, dell’altra non parliamone, non fa nemmeno lontanamente sospettare che possa essere ‘del ramo’. Ha parlato, in termini del tutto astratti di pubblicazione, essere nel gioco, mettersi in discussione e non so che cos’altro, ma al fondo è evidente che non è nulla di nulla – potrebbe essere, oh tempora, tutt’al più una professoressa delle medie, date le citazioni leggiucchiate all’ultimo dall’Ape latina e certi pietosi riferimenti danteschi – alcor, poveretta, che l’ignara mentecatta ignora chi sia, e quanto e che cosa abbia, lei sì, pubblicato, s’è sentita dire “tu segui il duca tuo”, laddove il duca sarei io, oltreché della ’scherana’. Ne sono spiacente per alcor, meritevole di altro trattamento.

Un trattamento pessimo meriterebbe invece questa Santo, va da sé. Ma andiamo con ordine.

Dario Borso, col quale mi sbrigo sùbito, non essendo della partita delle Santo e delle Diobono, è stato il primo a commentare, sotto il nome “Dario Boffo”, dicendo una cosa in sé lecita, ma almeno a me non molto chiara:

“Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda” – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo.

Lecitissimo dire che scrivo di merda, ci mancherebbe, anzi: me lo sono detto praticamente da solo va da sé che la cosa non mi preoccupa minimamente. Quello che non capisco è come mai proprio questa frase sia più di merda delle altre – mi ha spiegato poi, Dario Borso, che era solo questa frase in particolare a non convincerlo, diciamo – insomma, a parergli una merda. Io non so in che cosa tutte le altre (frasi, del testo) sarebbero migliori. E’ la parola ‘ambage’ che crea difficoltà?

Ma con Dario Borso la cosa è praticamente finita qui.

Alle 10.42 è apparsa per la prima volta questa GiorgiaSanto, che nessuno ha mai sentito nominare, su NazioneIndiana, la quale dimostra di aver letto alcune cose dal mio blog:

Mi ricordo della recensione a Giuditta Russo. Ramanzini c’era andato piuttosto pesante (o leggero, a seconda delle opinioni personali). La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini. I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi. Non è una cosa personale contro Ramanzini, provo in generale un fastidio verso questo genere di critici “vergini”. Forse sarò andata OT ma il resto dello scritto non mi ha suscitato particolare interesse -en passant, Rarmanzini ha scritto di meglio e meglio, almeno sul blog-

Tutto questo, in apparenza, è perfettamente innocente: l’idea che la SantoGiorgia si è fatta di me certamente non è positiva (ma a me non me frega niente), e quello che sostiene in materia di quello che, però molto stupidamente, chiama ‘critici vergini’ poteva anche starci – ma NON su un blog collettivo, dove la gran parte delle persone di cui si mettono in pubblico cose non ha quasi mai o mai pubblicato su carta un bel niente! Mi stupisco, anzi, che la Santo non sia stata messa al corrente del posto in cui si trovava. Che le chiedesse: Che ci fai, qui, se: 1. quello che ha scritto Ramanzini non t’interessa; 2. se i critici vergini, come goffamente li definisci tu, non ti piacciono? A parte quel mettere le cose in termini di “fastidio” personale, naturalmente: un commento non è un brano autobiografico, si suppone dovrebbe aggiungere qualcosa alla discussione – l’autobiografismo, poi, sarebbe da evitare a maggior ragione inquantoché io non conosco questa GiorgiaSanto, e nemmeno sua madre e sua sorella; inquantoché il suo autobiografismo, se proprio non poteva farne a meno, non si accompagna ad uno stile proprio indimenticabile (su NI si cercherebbe di scrivere, si suppone); inquantoché, insomma & in definitiva, a noi dei fastidj della SantoGiorgia non ce ne potrebbe fottere di meno. Quanto al merito di quello che d’imperdonabile avrebbe fatto Ramanzini c’è quella che lei definisce una ‘critica’ a Moresco, che poi non è una critica, ma una semplice scheda di lettura, anzi di non-lettura, dal momento che il libro, come peraltro ho detto, non mi sono sentito proprio di terminarlo. Mio diritto non terminarlo; mio diritto dirlo, nei termini che ritengo opportuni. Non mi risulta che l’autrice dei Canti del caos sia poi la SantoGiorgia; avrei capìto che se fossi stato un critico, innanzitutto, e anche un bel po’ autorevole, di fronte ad una lettura del genere Moresco si sarebbe un bel po’ incazzato. Ma Moresco non ha mai letto Ramanzini, Ramanzini non ha mai finito di léggere Moresco, e soprattutto quella di Ramanzini non è una critica. E’ il post su un blog. A proposito di verginità, sarebbe anzi molto carino che la GiorgiaSanto, magari con la Diobonino, se n’andasse a farsi, di tanto in tanto, un giro in rete; per blog, magari; a vedere quante migliaja, e decine di migliaja di persone, senza pubblicazioni alle spalle, senza carriere sfolgoranti in corso, magari senza nemmeno la laurea o un miserando diploma, tutti i giorni ribaltano in rete megatoni di pareri su questo o quel film, e su questo o quel libro, e su questa o quella mostra. Se il problema di GiorgiaSanto è quello di non aver capìto che la rete è libera, e che la libertà consiste nell’esprimersi come si ritiene giusto & opportuno, il problema è solo suo. Quello che proprio non si può accettare è l’equazione implicita nelle parole: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa”. Parole sibilline, che più avanti la GiorgiaSanto spiegherà meglio: aver pubblicato, dice che intendeva, essersi messo in gioco. Ma quello che non va non è nemmeno che la SantoGiorgia mi voglia pubblicato a tutti i costi, quanto proprio che ritenga che io me ne sia stato nascosto all’ombra, fino a questo momento, a tirare pomodori marcj addosso al povero Moresco, esposto sul suo piedestallo, a chiedersi donde venisse quella roba rossa. GiorgiaSanto è su questa cosa in particolare che ha inciampato; e inciampando sulla soglia, ha fatto a rotoloni tutto il corridojo. Bello è che non se n’è accorta.

Quanto alla notazione che “I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”. Di grazia, in che cosa dovrebbero dar prova di sé i critici sanguinarj, se non nelle critiche che fanno – essendo la critica il loro mestiere? Ed esclusi da che, di grazia? Dalla creazione della schifezza che hanno stroncato? Dai proventi, che il più delle volte sono una cosa miseranda, quando pure ci sono? Dalla fama, che comunque non hanno cercato, sennò avrebbero fatto gli artisti, e non i critici – magari diventando, poi, più famosi di moltissimi artisti. Stando ai tuoi standard patologici, perché questo emerge da quello che scrivi, tanto per fare due esempj, né Pauline Kael né Marcel Reich-Ranicki sarebbero dovuti esistere. Mi chiedo perché mai, dal momento che a milioni di persone, per il tempo di due o tre generazioni, qualcosa devono avere pur significato. Il critico ha il suo talento – il suo, un talento di tipo tutt’affatto particolare. La critica è necessaria all’opera letteraria: la critica scritta e quella, non scritta, che ciascun lettore esercita mentre legge. La letteratura non è la catena di montaggio. Il critico non è A che dice a B: Hai saldato male quei pezzi, e dev’essere messo alla prova, e poi non riesce a dimostrare di essere più bravo lui a saldare, e quindi tutti lo aspettano in spogliatojo con la pistola ad aria compressa – io critico non sono, e ho l’accortezza di dirlo, anzi: di ripeterlo; ma lo dico, anzi: lo ripeto, proprio perché so che cos’è un critico; GiorgiaSanto no. GiorgiaSanto non è del ‘gioco’, GiorgiaSanto non sa un cazzo. GiorgiaSanto accusa me di prendere altri a colpi di cretino e di non aver mai dimostrato di non essere imbecille; beh, sta facendo dell’autobiografia. Nil sub sole novum.

La cosa veramente imbecille ed offensiva è il postulare in partenza che Ramanzini avrebbe dovuto dimostrare qualcosa prima di “gettare palate di merda” addosso agli altri. La mia opinione su Moresco, che non è né ‘dura’ né ‘molle’, né ‘aspra’ né ‘dolce’, ma è soltanto la mia opinione, espressa con sincerità e senza, assolutamente, quegli insulti gratuiti che soli avrebbero giustificato, da parte tua, il ricorso all’immagine delle palate di merda – ma (a proposito) come ti permetti, oh cretina? – è un’opinione, e in quanto tale può essere espressa, e deve essere lasciata esprimere. Qualunque obiezione fatta all’espressione di un parere, in questi termini, dal “non dovrebbe perché non ne ha i numeri” all’oscuramento senza preavviso, ha un solo nome – si chiama fascismo. Altrimenti mi chiedo a chi sarebbe mai venuto in mente di venire ad obiettare circa la liceità dell’espressione di un parere. Arriva, ’sto catorcio di donna (se donna si può chiamare), e dopo mesi dice: Ah, t’ho colto sul fatto: tu hai parlato male di Moresco, ergo adesso parlo male di te. Mesi fa, se fosse una donna decente, e non una topa di fogna, avrebbe dovuto dar di piglio, e controbattere a quello che avevo detto; dire: non hai dimostrato questo, non hai visto giusto quello. Oppure: è una critica che non condivido, corriva, superficiale, presuntuosa. Ma che si venga a mettere in discussione la possibilità stessa di esprimersi liberamente in un luogo libero, questo vuol dire essere peggio di quello che esce dal culo di Alfano.

Il critico è il critico; lo scrittore è lo scrittore; il lettore è il lettore – GiorgiaSanto è un’idiota, ma questo è inutile dirlo.

Che la deficiente GiorgiaSanto sia competente come le unghie dei miei alluci è abbondantemente dimostrato dal brevissimo scambio, una vera tragedia in due battute, tra alcor e lei:

alcor: Critico “vergine”?

GiorgiaSanto:  Devo farti un disegnino?

No! Devi andare a morire ammazzata!! O anche alcor, adesso, è di quelli che dovrebbero dimostrarti qualcosa? Che ne sai chi è alcor, tu? Tu, che vai in giro a fare le pulci al curriculum degli altri per blog e fora, che cosa sai di quello che alcor ha fatto o non ha fatto? Dato che vuoi dimostrazioni e che devi essere coerente con quello che ti sembra moralmente giusto, tanto per esemplificare, che cos’hai fatto TU, per esempio?

Ma alcor ha spirito, e non è il caso che mi arrabbj per conto suo. Infatti ha risposto:

alcor:  Sarebbe gradito, sì, tanto per capire.

GiorgiaSanto: Va bene, in mancanza della lavagna o del foglio di carta vedrò di fare un disegnino a parole: Un critico che non ha pubblicato (ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili) è un critico vergine, secondo me, uno che perde più tempo a tagliuzzare le cose altrui piuttosto che decidersi a fare qualcosa di compiuto e ad impegnarsi a farlo pubblicare. Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti-. Criticare i lavori altrui (ottimi o pessimi che siano) senza avere mai fornito qualcosa di fatto e finito (e pubblicato, insisto) è cosa che trovo fastidiosa.

Ma sentila! “E’ cosa che trovo fastidiosa”. Di nuovo con i tuoi fastidj, le tue paturnie, il tuo flusso ciclico perenne! Povera cara: ha il morbino. Mavaffanculo, va.

Tanta delicatezza contrasta nella maniera più stravagante con l’ingenuità dell’assunto: Ramanzini non ha pubblicato; e io provo fastidio. E andartene a grattarti la rogna da un’altra parte no? Non so come altrimenti dirlo; dato che già l’ho detto passo a fare le pulci a quello che in altri casi si chiamerebbe stile, e nel tuo è italiacano: “ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili”: si può sapere dove hai maturato questo stile da sassate, a parte i convegni di Forza Italia? In che latrina? “Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti”. Ma qui a frammenti ci sono solo i nidi di mosche che hai al posto del cervello. Il blog non equivale a vera pubblicazione, e questo è un dato; è uno scrivere a frammenti, e questo è vero; intanto, però, ti sono girate le ovaje, hai provato fastidio, e la rabbia te la sei tenuta dentro per qualche mesetto, per poi venire su Nazione Indiana a schizzare bile a destra e a manca, o sbaglio? Con tutti i blog che ci sono, dove magari sono dieci anni che si dice corna di Moresco, è il mio che t’è rimasto impresso – non il saggio di 250 pagine di Pinco Pinchetta sugli elementi procedurali e le ancillari nell’Avventuroso Ciciliano. Sono questi “frammenti” che ti sono rimasti nel cranio per mesi. Potrebbe non essere tutta colpa mia, ci hai pensato?

Ma qui la Giuditta Russo è voluta intervenire in mia difesa:

Giuditta Russo: Salve a tutti. L’argomento non è la scrittura, tantomeno l’opinione più che legittima che David Ramanzini espresse ai tempi sulla qualità del mio libro. L’argomento è la differenza tra sfiducia e diffidenza. Sono certa di non dover prendere le difese di David Ramanzini, perchè sa farlo benissimo da solo, ma sarei grata a tutti se si potesse evitare di strumentalizzare i toni che talvolta David Ramanzini utilizza (che possono piacere o meno) e porre uno sguardo più attento a ciò che scrive al di là di come lo scrive.

E qui ovviamente non sono affatto d’accordo. I toni sono perfettamente adeguati, mi pare, a quello che scrivo. Non so come si potrebbe andare di là dai toni senza andare di là dal testo, e farsene un’idea per forza di cose sbagliata.

Saltiamo qualche passaggio, che non serve adesso, e passiamo direttamente alla risposta di GiorgiaSanto alla Russo. Nella quale scopriamo finalmente che non solo la GiorgiaSanto ha un’idea molto approssimativa di che cosa sia un critico e che cosa debba essere la rete, ma è anche una bugiarda:

GiorgiaSanto: Il mio commento, OT come ho scritto io stessa, non era sulla opinione di Ramanzini riguardo al tuo libro,

e questo, come sappiamo bene, è falsissimo, perché la prima questione che GS ha affrontato è stata proprio quella delle mie letture negative di Moresco e della Russo.

nè sulla scrittura (ho solo annotato che, rispetto ad altri suoi post, questo non era scritto molto bene),

come, prego? Ho capìto bene? Hai solo annotato che questo post non era scritto molto bene?

ma sulla questione di certa critica. Se devo stare in tema dirò allora che provo in generale Sfiducia e Diffidenza per un critico che sfascia (o esalta) senza avere dato prove concrete ed estese.

Se si tratta di un critico, naturalmente, ti do ragione. Se si tratta di un lettore, come fa a provare un gusto personale, interessante, semmai, solo organicamente a quella che può essere la sua estetica, se scrive, o la sua etica?

Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive non credo siano due parti indipendenti, almeno per me come uno scrive vale tanto (a volte di più) di quello che uno scrive.

Vogliamo considerare, seriamente, la prosa di questa cultrice dello stile? Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive è agrammaticale: si dirà, semmai, “riguardo quello che uno scrive e a come scrive”, che pure non è bello, infatti la frase dovrebbe essere girata diversamente. Che brutto quel “due parti indipendenti”: due parti di che, per favore? E quella comparazione, su che regole ostrogote sarebbe fondata? “come uno scrive vale tanto di quello che uno scrive”? Tu hai diffidato più delle scuole elementari che dei cattivi critici, credi a me. Molto meglio i cattivi critici, se sanno tenere la penna in mano, piuttosto che la tua brutta ignoranza.

Dopo che ho fatto notare a GS che non sono un critico e che continuavo a ritenere poco coerente che si permettesse di fare le pulci a me pur non avendo dato quei riscontri testuali che tanto le sono cari, mi sono permesso anche di dubitare, sempre supponendo che GS avesse intenzione di essere coerente con quello che dice (ma abbiamo anche visto che spesso se lo dimentica), che fosse, lei, in grado di fare di meglio rispetto a quello che ha prodotto in questi pochi commenti, indegnamente scritti, su NI. Quello che mi ha risposto è stato:

GiorgiaSanto: […] leggi quello che vuoi leggere tu nei commenti altrui (non ho mai scritto che potevo fare qualcosa di meglio) tanto per fare polemica, trucco che usi spesso.

Procedere in questo modo è disonesto, perché, di nuovo, non ci sono prove di quello che dice – e dato che quello che dice dovrà pur dipendere da qualcosa che ho scritto, non capisco la difficoltà a produrre i luoghi esatti del testo. A parte  questo, è verissimo che no ha mai detto di essere in grado di fare di meglio; ma, se crede alle sue stesse parole, è tenuta a fare di meglio. Nel qual caso, dato che tutto è opinabile, dati i presupposti io potrei anche no riconoscerglielo, &c. &c., ad nauseam.

Ancòra un salto. Avrei dovuto pubblicare, per permettermi di criticare – ma la critica è inerente alla lettura; che cos’avrei dovuto fare, pubblicare un libro prima ancòra di aprire il primo libro della mia vita? – , ma pubblicare cosa?

GiorgiaSanto: Per pubblicazione non intendevo certo un testo di critica, per carità,

come mai non intendeva “certo”? e perché “per carità”? Non si capisce se non sia mai stata sfiorata dall’idea che io non avessi capìto esattamente per che cosa avrei dovuto far gemere i torchj, o se ritiene un’opera di critica troppo al disopra delle mie possibilità, o se non regge l’idea di un’opera di critica  o che altro.

intendo qualcosa, romanzo, racconto, quello che vuoi. Tu poi divertiti pure a rigirare le parole e a travisare quanto ti pare (sul fatto che scrivo da cani non me ne puo’ fregare di meno, tanto più che mi aspettavo questo banale attacco).

Ma che è, il supermercato? Romanzo, racconto, critica, quello che voglio? Quello che voglio io? A parte il fatto che non concepisco molto un autore che ne critica altri – per questo autori e critici sono due cose diverse, è inconcepibile un romanziere che fa critica: sanno anche i sassi che si distruggerebbe.

Quanto al presunto attacco, sarebbe pure stato banale quando ne avessi fatto una questione di stile. Io ne  ho fatto una questione di grammatica, e di sintassi. L’”attacco” , così, diventa già molto meno banale.

Ma la chicca, quella vera, è questa stranissima, sibillinissima frase:

non hai messo solo testi di critica ai lavori altrui, altrimenti già da un pezzo non seguirei questo e il tuo blog.

Ciò che vuol dire: non hai fatto solo critica (o quello che intende costei per critica), ma anche altre cose, che sono il motivo per cui sono venuta sul tuo blog e su Nazione Indiana. Biondillo, Pinto, Forlani, andatevi a nascondere. Lei è venuta solo per me. Per me; capite?

Seguono perle sparse:

GiorgiaSanto: A Giuditta: Per criticare lo si deve avere fatto, dando dimostrazione di avere piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa, altrimenti sono parole al vento.

Ma questo è totalmente falso. Ho già detto che tutti “fanno critica”, e mentre leggono, e mentre esperiscono. E la dimostrazione che questo possa farsi, e sia in effetti fatto, anche senz’alcun metodo né rigore, sta proprio nelle parole fin qui spese da GiorgiaSanto. O almeno spero che con quella “piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa” intendesse in genere un atteggiamento, un approccio rigoroso, discreto, consapevole. Ma non posso evitare di notare che il suo modo di esprimersi è improprio e detestabile, e nuovamente pseudoaccademico (vedi quell’ingenua e stupida distinzione tra ‘teoria’ e ‘pratica’, ‘parte istituzionale’ e ‘parte monografica’ – ma l’Italia è un paese in cui molta gente comincia a léggere libri solo dopo aver preso una laurea inutile, e non ha in genere esperienza della scrittura prima dei trent’anni. GiorgiaSanto è espressione a suo modo perfetta di questa tendenza, che di per sé è assolutamente stravagante ed è solo uno degli aspetti della nostra inciviltà). Inoltre non riesco a capire che cosa non vada nelle ‘parole al vento’. Sono una realtà anche quelle, mi sembra, e ognuno si sceglie le parole che vuole. Altri affidano le proprie parole al vento, altri alla legge di gravità. Personalmente, sto coi primi.

GiorgiaSanto: Io non possa fare nulla di meglio? (A proposito delle critiche basate su pochissimi dati). Puo’ essere. Ho l’impressione che sia un mantra che devi ripeterti spesso per convincerti.

Nemmeno per sogno: ne sono già convinto e straconvinto. Sembrava piuttosto che fosse GiorgiaSanto ad avere difficoltà a cacciarselo in testa. Per questo mi sono permesso d’insistere. E insisto di nuovo: se per criticare si deve quantomeno dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni, se non avere pubblicato, e questa è la convinzione di GiorgiaSanto, perché GiorgiaSanto non applica lei per prima quello che vorrebbe altri applicassero? Io ancóra non ho trovato, nelle sue affermazioni, nulla di particolarmente centrato sul testo postato.

GiorgiaSanto: “Trovo sciocco, il tuo commento, GiorgiaSanto, tanto sciocco da indurmi a ritenere, a differenza di quello che pensi di me, che tu non possa fare affatto di meglio.” la frase contiene sì la tua affermazione riguardo al mio “non poter fare di meglio”, ma anche l’idea che, secondo te, io penso di poter fare di meglio, cosa che non ho detto. Vedi come prendi solo i pezzi che ti fanno comodo.

E qui ci rifacciamo. A me non importa affatto che non abbia dichiarato di essere in grado di compiere analisi puntuali; m’interessa che sia la prima a dare dimostrazione di esserne in grado, nel momento in cui stabilisce che così si deve fare.

GiorgiaSanto: A Giuditta Infatti non ho sentito alcun giudizio in quello che mi hai scritto, giusto una divergenza di opinioni. Riguardo alla questione che si “critica” ogni cosa ogni giorno, concordo, ma sono appunto critiche che finiscono per non essere altro che parole al vento, secondo me. Personalmente lascio la questione perchè ho portato già abbastanza fuori tema.

Dunque quello che GiorgiaSanto ha detto finora sono solo ed esclusivamente parole al vento? E questo che cosa dovrebbe dimostrare, se non che si sente – evidentemente – al disopra delle regole cui lei stessa vorrebbe che gli altri si adeguassero? Adeguarsi per prima a queste regole converrebbe innanzitutto a lei, infatti: sennò l’unica conclusione che si può trarre dalle sue parole è che si tratti – è lei stessa che lo dice – di parole al vento, cioè dette alla stracazzo, cose senz’alcuna importanza. Io credo, a prescindere da quello che lei ritiene dovrebbe essere, che sia veramente così: anche se non esiste parola detta al vento da cui non possa trarsi qualche insegnamento utile: dipende da chi la raccoglie e la sa léggere. Aggiungo un’altra cosa: GiorgiaSanto ha messo in dubbio la mia preparazione (?) di critico (?), sottintendendo che non avrei le capacità né teoriche né pratiche per fare una critica come si deve. Parallelamente, però, sottintende di non essere capace di scrivere cose più intelligenti di quelle che ha finora scritto quassù. Corre l’obbligo di far notare che questo sottintende, a sua volta, che ella non possiede quella teora e quella pratica a cui fumosamente fa riferimento; ora mi chiedo: nel caso in cui X, non dico Ramanzini, desse prova di possedere, qualunque cosa esse siano, questa teoria e questa pratica, siamo sicuri che, non possedendole, GiorgiaSanto sarebbe in grado di rendersene conto? La domanda è retorica, e la risposta è negativa; ovviamente.

Fa notare, molto giustamente, la Castaldi:

natàlia castaldi: Mah! tutto questo discorso sulla legittimazione nell’esprimere un parere critico mi pare assai infantile. qualunque lettore esprime un parere critico, magari non scritto, ma lo esprime nel momento stesso in cui legge un testo e lo consiglia o lo ripone nello scaffale dei *soldi mal spesi* […].

Che è esattamente quello che ho sostenuto a mia volta, più sopra. GiorgiaSanto, a sua volta, pur non avendo il discernimento necessario ad accorgersene, ha dato a sua volta prova, senza dimostrare che il sottoscritto abbia mai fatto altrettanto, giudizî corrivi. E lo ha pure ammesso; ma, appunto, non capisce ella stessa quello che pensa e quello che scrive, dunque, molto semplicemente, non se n’è resa conto. Ha però lasciato intendere, e questo non può essere negato perché è nei fatti, che non si sente affatto in obbligo di dar prova di rigore nelle sue analisi: lei, lo ha ribadito, non ha mai sostenuto di poter far meglio di quello che fa. Io, invece, sarei tenuto a dar prova di cose che ella stessa manco sa che cosa siano. Ecco perché mi dilungo tanto nell’esporre il mio punto di vista sulle affermazioni fatte: perché non è la prima volta che m’imbatto in queste surciliose affermazioni, in cui si stabilisce che il mio livello culturale, o qualunque cosa attenga al mio strumentario tecnico-analitico, dunque tutto quello che rimane sostanzialmente esterno alla mia scrittura e a quello che vorrei comunicare – che stavolta non è arrivato, a causa di questa stolta polemica, a nessuno – è insufficiente – rispetto a che cosa, rispetto a chi, secondo quali standard, ai fini di quale complessa operazione mi rimane sostanzialmente ignoto. Periodicamente si alza una voce, che rimane perlopiù, fortunatamente, abbastanza isolata, che torna sul fatto: io sarei un prepotente, che si esprime con secchezza su gente che si è duramente sudata la sua posizione, e che senza averne i numeri vorrebbe infangare il nome di tizio e di cajo. Non sarebbe la prima volta che un figuro del genere si esprime in questo modo, in rete e fuori; ma sarei disposto a riconoscere che ci sono ragioni per esprimere questa valutazione se solo queste voci non venissero fuori, sempre, dalle stesse parti; rifacendosi a pregresse conoscenze, sottintendendo frequentazioni sempre dello stesso tipo, perpetuando – fino a quando non lo so (ma per me non è un problema, affatto) – gli stessi vecchî pregiudizj; ed esprimendo sempre un identico grado (abissale) d’ignoranza, e anche di violenza – di tanto in tanto, insieme con queste voci, riaffiora quest’ombra, risibile più che spaventevole, della dinamica padrone / schiavo – ‘Io posso dire di te quello che voglio / tu puoi dire di X solo cose dimostrate, ponderate, di scientificità indiscutibile, dopo aver studiato il tutto a memoria in ginocchio sui ceci, o quantomeno appeso per i piedi a testa in giù’. Dato che non c’è nessun motivo per cui debba farlo, io continuerò a destinare le mie analisi puntuali & approfondite ai classici e alle opere che ritengo valgano la pena. E le GiorgeSanto se ne possono andare tranquillamente a fare in culo.

Ma non è finita. Se GiorgiaSanto pareva solo pregiudizievole, ottusa, ignorante, petulante e scema, c’era già in arrivo qualcosa di peggio – o che minacciava di fare di peggio:

flaviadelbono: Ma non vi rendete conto che vi conoscete solo tra voi, vi criticate, accreditate e screditate solo tra voi, vi azzuffate solo tra voi, vi elogiate e insultate solo tra voi, ve le cantate, ve le suonate, vi applaudite e vi fischiate da soli e nessuno, dico NESSUNO al di fuori di quel cerchio alla testa che siete sa chi siete?

Chiedo scusa e mi dispiaccio per il cerchio alla testa (infatti avrei sperato più che altro in un cancro all’ipofisi: prima di morire, almeno, diventi più bella), ma appunto perché ci conosciamo tra noi, ce la soniamo, ce la cantiamo & ce la donzelliamo, tu, per dirla chiara, chi sei? Ti conosce qualcuno? C’è un motivo per cui dovremmo tenere conto delle tue strida, specialmente considerando il fatto che ci piace tanto rimanercene sulle nostre? (Che cosa vuol dire: “vi (…) accreditate (…) solo tra voi”?). Ma il meglio di sé, questa povera imbecille, l’avrebbe dato più oltre; e rimando al suo secondo, e fortunatamente ultimo, intervento per tentare di fare il punto anche con lei.

GiorgiaSanto: A quanto pare nessuno è degno di darti un giudizio (soprattutto se non è positivo, ma arrivi a schifare perfino quelli positivi), mentre tu sei degno di dare tutti i giudizi negativi del mondo

No, per nulla. Ma anche se fosse mi chiedo anzi che cosa te ne importi di quello che di negativo o di positivo possa dire io a proposito di altri, o che cosa io stesso pensi dei miei giudizî, dal momento che hai già stabilito che sono un incompetente e che dico parole gettate al vento. O supponi che le mie parole contino qualcosa, nel qual caso ha senso che tu le contesti, oppure stabilisci, come hai fatto, che non contano nulla; nel qual caso trovo veramente insulso insistere. O per te è tanto importante cambiare la mia opinione su quello che io stesso scrivo, o su quello che scrivono altri?

e magari ritieni che nel tuo discorso la pars destruens sia una pars construens o che almeno ci sia una pars construens.

Puro delirio: come fa una pars destruens ad essere una pars construens? Qui o la pietosa smania della GiorgiaSanto di far pompa di quel po’ di latino l’ha portata ad esprimere in modo bislacco e assurdo un concetto che doveva essere altrimenti espresso, o il concetto era talmente assente che ha pensato bene di nasconderlo sotto un luogo comune da prima liceo. (Anche Nietzsche era tutto pars destruens: qualcuno lo considera un coglione, per questo?).

Tutti gli autori non sanno scrivere, tutti quelli che ti dicono qualcosa sono dei mentecatti, tu ti sei già posto tutte le domande dell’universo.

Lascio perdere le prime due affermazioni perché fanno pena, e solo pena. Quanto alla terza, è già più interessante. In effetti arrivi a riconoscere, pur senza averne una coscienza piena, che mi sono posto diverse domande, e mi sono dato diverse risposte. Ma questo è del tutto normale per una persona che ha trascorso in solitudine quasi assoluta la gran parte della vita, e ha dovuto fare i conti con l’assenza di qualunque supporto o appoggio, materiale o psicologico, e non solo in questi ultimi anni. Effettivamente non è merito mio, è una scontata conseguenza delle mie condizioni esistenziali. Va da sé che chi è perfettamente integrato in qualche contesto non ha nessuna necessità di analizzare così a fondo quello in cui deve credere, e probabilmente, almeno in linea di massima, sarà meno buon loico. GiorgiaSanto è pessima loica, per esempio, probabilmente è una dipendente statale, o una negoziante – o, ciò che forse è peggio, potrebbe essere benissimo. Ma la sua notazione circa il porsi tutte le domande dell’universo, non è commovente, nel suo rilevare, in maniera così ingenua e sciocchina, che semplicemente si è accorta di non riuscire a destabilizzarmi? Né io ho raccolto la sfida, anche perché non sono cose per me, non m’interessano. Se analizzo quello con cui GiorgiaSanto ha mandato in vacca la discussione che doveva esserci – bastavano due, tre, cinque commenti centrati, non cento di puttanate, illazioni e insulti – è perché è mio dovere capire. Io faccio analisi sempre molto approfondite – questo mi rallenta come lettore e mi leva, ormai, piacere ed abbandono, dunque non è sempre un bene. Ma quando produco una paginetta da blog ho sempre, in mano, pagine su pagine di appunti, note, citazioni. Non vale la pena di fare post-monstre su un blog, al più caricherei un file.

Quando fai il finto modesto (infilando qualche frase del tipo “he comunque scrivo di merda”) raggiungi il massimo. A quanto pare solo Anfiosso puo’ criticare Anfiosso, gli altri si beccano uno dei tuoi mantra.

GiorgiaSanto: Poi ogni tanto spunta la scherana che molla un mezzo insulto o una mezza allusione pensando di fare la parte del genio di turno (vero Alcor?)

Perché GiorgiaSanto dà della scherana ad alcor? E come mai le attribuisce insulti, dal momento che è civilissima? Ecco, alcor è una che non è un Ramanzini qualunque: alcor ha pubblicato, molto. Come mai GiorgiaSanto non la rispetta? Perché la insulta – lei sì – dandole della scherana e attribuendole una maldicenza che non si è mai permessa? – Non che le mancherebbero i motivi, o che abbia alcunché da temere dall’ira di una GiorgiaSanto. Ma queste villanie non saranno dovute al fatto che la stessa Giorgia, temendo il franco vaffanculo che mai le avrei negato qualora si fosse spinta un po’ più in là, ha preferito ripiegare su alcor, approfittando della sua compostezza? E, se non si è peritata dal fare questo, non significa, forse, che non gliene importa un bel niente, né delle competenze né dei libri stampati, dal momento che il rispetto a me negato – e da me NON richiesto, lungi da me – è stato negato nondimeno anche ad alcor?

Alla civile risposta della quale la GiorgiaSanto non ha trovato di meglio che rispondere con un’altra insolenza, veicolata da un’altra pietosa citazioncina da avviamento industriale:

alcor: @ GiorgiaSanto il mezzo insulto o la mezza allusione, e per di più geniale, sarebbe che ti ho definito una donna d’ordine? take it easy […].

GiorgiaSanto: Alcor alludevo all’insieme dei tuoi interventi, non solo a quelli rivolti a me, non credo di essere il centro dell’universo a differenza del Duca tuo. Buon inseguimento.

Verrebbe da chiedere: L’insieme degl’interventi fatti sotto questo post o quelli fatti in generale, da quando bazzica NI? In realtà non c’è risposta: GiorgiaSanto ha aggressivamente fatto riferimento ad alcor, e poi ha negato di averlo fatto nei termini in cui l’ha fatto. La risposta è anche stavolta logicamente carente: come dire che ammettere di aver avuto da ridire in particolare sulle risposte che alcor ha dato a lei implicherebbe automaticamente di considerarsi al centro dell’universo. I movimenti, viscidi e vigliacchi, della GiorgiaSanto sono interessanti da seguire: rispondendo a me, getta fango in direzione di alcor; quando questa gliene chiede conto, nega di averlo fatto, e intanto schizza mota nella mia direzione. È un agire da malintenzionati. Il suo scopo è stato solamente quello di esprimere un’antipatia epidermica, del tutto ingiustificata, nei confronti di chi scrive meglio di lei. Il suo atteggiamento è lo stesso di quelli che un tempo facevano telefonate anonime, prendendo di mira un vicino di casa in apparenza più felice.

Alcor: I miei interventi qui faranno in tutto 10 righe. E visto che il tuo nick non l’ho mai visto prima devo supporre che tu mi legga in silenzio da lungo tempo. Ti pare che valga la pena? Soprattutto se provi tutta questa ostilità? Salta i miei commenti. Il salto del commento è uno sport praticato e anche consigliabile:-)

GiorgiaSanto: Va bene, facciamo così, tanto per rendere reciproco l’esercizio fisico, io salto i tuoi commenti e tu salti i miei (l’esercizio parte da ora). :-) PS: Non provo alcuna ostilità.

Infatti, non si può parlare nemmeno di ostilità, perché GiorgiaSanto non può permettersi sentimenti così forti, né in positivo né in negativo. Potesse, esploderebbe di odio e di amore, il problema è che è un meschino contenitore per meschinissimi sentimenti. Scommetto che non serba rancore – in realtà non ha la fibra per poterselo consentire. L’unico suo punto di forza è ammollare qualche menna dichiarazione di fastidio, insofferenza, insoddisfazione, e vedere l’effetto che fa, sicura che nessuno le farà le pulci perché, e questo lo sa, è troppo poca cosa, e troppo sfigata, per poter essere presa di mira: nessuno usa un cannone per ammazzare una zanzara. La stessa zanzara che, come diceva ‘qualcuno’ e lei si è compiaciuta di ricordare, un critico ‘sanguinario’ e ‘livoroso’ ricorderebbe. In realtà lei ci sperava: per avere il poco coraggio di venirsene fuori con le sue rivelazioni dell’ultim’ora doveva necessariamente servirsi di una rappresentazione distorta, nanizzata, ridotta di una realtà ingrata e soverchiante. Anch’io, come critico ‘sanguinario’, potevo in fondo essere visto come una macchietta (uno ‘divertente’), come una non inoffensiva ma schiacciabilissima zanzara. Peccato che zanzare qui non ce ne siano: siamo tutti uomini e donne, purtroppo e per fortuna, e tutte le opinioni, tutti i giudizî, tutti i racconti, tutti i versi, tutti i ricordi, tutto quanto sia comunicato merita di essere raccolto, merita di essere vagliato con attenzione. Non ci dev’essere nulla, ripeto, al disotto dell’attenzione di chicchessia. Di tutto non ci si può occupare, ma sicuramente è possibile farlo con le affermazioni che ci riguardano direttamente; è il minimo, mi sembra. Il metro, con buona pace di tutte le GiorgieSanto del mondo, è uno, per tutti.

Segue un lungo intervento – rispetto agli altri – in cui la GiorgiaSanto ribadisce, del tutto inutilmente, punto per punto, tutto quello che già è stato detto, e si aggiunge, credo in malafede, altra confusione:

GiorgiaSanto: “Posso capire, questo sì, di aver scritto cose che non tutti si aspettavano di léggere. Posso capirlo, ma non posso dispiacermene.” Riguardo alle tue opinioni sulla Russo e su Moresco?

Con questo GiorgiaSanto dimostra di essere cattiva lettrice: infatti non potevo riferirmi a quello. La stessa GS ha fatto presente che ci sono cose mie ‘fatte meglio’, ed è arrivata persino a dire che viene a leggermi sia sul blog mio personale che su NI per via di altre cose, che evidentemente le pajono più meritevoli. In questo caso mi riferivo, ovviamente, al pezzo postato, del quale la GS non ha saputo dire assolutamente nulla, se non che le pareva male scritto – approfittando per dire che mi ero permesso di stroncare la Russo e il Moresco, mentre – altre interpretazioni non dànno senso – di fatto non potevo permettermelo, dato quello che avevo scritto in quest’occasione. Mi sono limitato a dire che quello che avevo scritto in quest’occasione era ed è esattamente quello che penso, esposto con la massima chiarezza a me possibile, e che non lo ritenevo né ritengo ‘inferiore’ ad altre cose; sempre tenendo conto del fatto che non è sempre domenica, che esiste anche il lato B e che non tutte le ciambelle escono col buco. Sfido chiunque a léggere altrimenti le parole di GS, la sicurezza della cui sanità mentale dipende, a questo punto, solo da quest’interpretazione; non potendo essere, qualunque altra, altro che puro delirio. Io, in realtà, ho dato letture severe, o ‘livorose’, per servirmi dei suoi scorretti termini, anche di altri autori, oltre a Moresco e alla Russo; ma dato che la Russo è nominata nel testo, posso supporre che Moresco le prema, come autore, più di altri per motivi assolutamente suoi; e che abbia ricordato la stroncatura fatta alla Russo perché, stupidamente, ritiene contraddizione da parte mia corrispondere amabilmente con un’autrice già stroncata in altra occasione. Non ho la sfera magica, e sono ben lontano, sotto sotto, dal condividere l’opinione distorta che la GS nutre in merito: se la conosco è perché è errore di molti ritenere che lo scritto e la persona siano la stessa cosa. Già nel pezzo ho preso posizione in merito; solo che GS si rifiuta di capirlo, crede che continui a pensarla come lei, e che sia caduto in una palese incoerenza. Beh, si sbaglia. E la sua contrarietà, e il suo andare sùbito OT, è il risultato della sorda avversione che prova di fronte ad un pensiero più complesso del suo (io sono quello che si è già dato tutte le risposte – ha fatto tutto lei! -, si ricordi).

Devo dirti che, per parte mia, è proprio l’opposto, tu scrivi come mi aspetto, come scrivi sempre, vai all’attacco, ribalti le parole degli altri e le giri come ti pare e piace.

No, le interpreto (e non ho ‘ribaltato’ proprio nulla). Quanto a quell’osceno “scrivi come mi aspetto”, sorvolo, perché è l’unica cosa su cui mi sono pronunciato specificatamente al momento: è la spia di un pregiudizio; resa oscena proprio dalla sprovveduta, nauseante ingenuità con cui è spiattellata, senza nessun pudore. Non vado all’attacco dello ‘scrivi come una merda’; vado all’attacco del ‘ti ho colto, mascherina!’, dell’atteggiamento imbecille del lurker che rimane nell’ombra a raccogliere le bucce degli altri, riservandosi di balzar fuori alla prima occasione a svergognare il pirla che pensava di farla franca. Io non sono un mistificatore, e GiorgiaSanto è quello che si definisce classicamente una povera sfigata. Chi scrive o si dichiara in altro modo in pubblico, è vero, talora non ha fatto i conti né con il proprio pensiero né con il contesto davanti a cui si propone. Ma non è il mio caso: io le mie domande – è vero – me le sono poste, e mi sono anche dato qualche risposta. Sono consapevole di che cosa voglia dire scrivere in pubblico – per questo pubblico – e se è vero che mi esprimo apoditticamente, questo vale solo per quello di cui sono certo, mentre mi esprimo in forma dubitativa su quello di cui non sono sicuro. È tanto difficile da accettare? GiorgiaSanto non aveva, alla fin dei conti, nessun asso nella manica. Semplicemente non aveva capìto niente.

La medesima cosa per come reagisci a chi ti dice qualcosa, salti alla gola, ti metti subito a dire “scrivi da cani”, parli di atteggiamento disgustoso, mancanza di intelligenza, insomma vai subito sul personale, ad un appunto in merito a quello che hai scritto rispondi mischiando risposte appropriate con insulti alla persona e alle sue capacità.

Questo è totalmente falso: semmai è GS che ha aggredito me, sorvolando sul pezzo, dicendo solo che era scritto male, e passando al personale. Mi limito al primo intervento, che è quello che fa testo in questo senso; non è personale, forse, dire: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. […] I critici sanguinari […] dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”? Ed è patetica la precisazione immediatamente seguente: “Non è una cosa personale contro Ramanzini”, perché contano non le dichiarazioni, ma i fatti. Bisogna saper distinguere personale da non personale, quantomeno. GS non è in grado di farlo. Sorvolo sul fatto che salto alla gola, che è una metafora e come tale può essere tranquillamente buttata nel cesso; ma ribadisco con forza che GS scrive veramente da cani, altra metafora, ma utile a rappresentare la realtà. GS non scrive grammaticalmente, e già s’è visto; che cos’avrei dovuto dire, che scrive da gatti? L’atteggiamento, poi, È disgustoso, perché è censorio. GS non è entrata nello specifico di nulla per quanto riguarda il mio post – segno che non l’ha capìto – e ha sparato due fesserie circa regole in cui credono solo lei e la sua degna camerata diobonino. Ha tentato di tacitarmi non prendendosela con quello che scrivo, ma col fatto che scrivo, con un tentativo di svergognamento, che è poi una forma di ricatto, e io dovrei riconoscerle anche nobiltà di comportamento, copia di argomentazioni, onestà, pudore, ritegno? Ribadisco: GiorgiaSanto è genuinamente disgustosa, lei proprio, e non solo quello che scrive; ripeto: il suo modo di procedere è ripugnante; torno a dire: fa schifo proprio, il suo modo di pensare e come lo esprime. Ciò detto, spero che sia del tutto chiaro quanto ribrezzo provi nei confronti suoi e di chiunque, incapace di opporre argomenti a chi nemmeno lo ha interpellato, e consapevole di non averceli, cerca vigliaccamente di fare lo sgambetto. Io insulterei la persona e le sue capacità? L’ho detto che questo subconscio a cielo aperto, come diceva il compianto Tasca, fa solo dell’autobiografia: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini”. Et de hoc – I hope – satis.

E non me ne frega nulla di chi mi dice “devi imparare a capire come scrive, devi superare certi aspetti del suo modo di rispondere”, resta di base che le tue risposte (l’ultima no) tendono per i miei gusti a puntare sull’insulto totalmente gratuito, sì, gratuito, la cosa che rinfacci a volte agli altri, a me ad esempio. A quelli che dicono così io rispondo che vi sbagliate, accettare certe cose significa lasciarsi dire tutto e il contrario di tutto.

Se io dicessi tutto e il contrario di tutto, e altri si bevessero quello che dico, sarebbe sicuramente così – cioè sarebbe vero che accettano di sentirsi dire tutto e il contrario di tutto. Ma io non dico tutto e il contrario di tutto, e Giuditta Russo non ha affatto esortato a sorvolare sulle contraddizioni. Ha detto di tralasciare – e io non sono affatto d’accordo, e l’ho già detto – i termini, i toni brutali in cui certe cose sono dette, per andare ‘al fondo’. Ripeto: è un invito alla lettura che trovo del tutto discutibile, ma è altra cosa rispetto a quello che GS dice qui. Di fatto c’è un cortocircuito, tutto dovuto alla GiorgiaSanto: la quale, guidata a rompere la minchia su NI solamente dal proprio personalissimo ‘fastidio’, non sa bene se prendersela con i miei toni o con quelle che ritiene essere le mie contraddizioni; prima tra tutte il fatto di corrispondere con Giuditta Russo dopo che ho stroncato il suo libro. Implicita, nella sua controreplica, l’accusa di passività alla Russo. Ramanzini, pare dirle, ti bistratta e ti maltratta, e tu, cretina, ti fai fare in questo modo? Faccio memoria – sicuramente GS si sarà documentata, a suo tempo, e avrà preso copiosi appunti – che io non sono andato in cerca della Russo, ma il contrario; che solo dato il suo atteggiamento conciliante e gentile, avendo pensato al nuovo thread dei dialoghi, o interviste, le ho proposto un’intervista, o quello che sarà, a proposito della sua vicenda umana, oltre il libro, che di quella vicenda parla, e che rimane un libro brutto – pazienza, la Russo, che ha molte competenze e non pochi meriti, stava movendo allora solo i primi passi nel fatato mondo della scrittura, ed era ancóra ben di qua dalla letteratura, dato quello che è il suo libro. A quelli che mi venivano a léggere ho detto quello che pensavo, come ho fatto per qualunque altro libro da me valutato, e cioè che la vicenda umana della Russo, che al momento era sotto i riflettori ed era proposta come una specie di curiosità, era una vicenda di mancanza, di fallimento, di deprivazione; e che lo stesso stile del libro non rifletteva nessuna presa di coscienza particolare da parte della Russo, ma anzi sembrava più adatto a qualche divetta della televisione o del cinema, o a qualunque personaggio di successo decida di raccontare la sua storia – mentre qui il successo non c’entrava, c’entrava qualcosa di piuttosto squallido e vagamente tragico, questo sì. Sono tutte cose che chiaramente ribadisco, e con la massima tranquillità; e che aveva senso, per me, dire nella fattispecie perché pensavo, parallelamente, a quello che a me era stato proposto di scrivere, e al tipo di aspettative che avevo notato nelle persone con cui ne avevo parlato; qualcuno aveva pensato ad un’avventura, altri a qualcosa di romantico, estremo e spregiudicato – addirittura diamante è riuscito a léggere in quest’ultima cosa l’Io sono un uomo malato, io sono un uomo malvagio dostoevskiano. La mia è una storia di fallimento, a livelli assoluti – per la Russo le cose sono diverse, non meglio non peggio ma diverse; ed ecco che mi trovo a ripetere le esatte parole che avevo detto allora! Ero stato esplicito ed ero stato chiaro; e la Russo ha, in effetti, capìto che cosa dicevo, e che lo dicevo a ragion veduta. Tutto qui: ridurre il tutto a una “stroncatura” è in sé inaccettabile, non è questo il punto.

E comunque dài retta a me: non devi superare proprio un bel nulla. Quando ti dico affanculo, qualunque cosa ti dica la Giuditta, tu vacci e basta

Rileggi quello che ho scritto e vedrai 1) Io mi sono permessa di dire che il tuo modo di criticare (nel senso etimologico, non nel senso dispregiativo) il lavoro altrui è pieno di livore e pesante,

Come fa a non essere in senso dispregiativo, dato che è “pieno di livore e pesante”? (C’era bisogno di altre dimostrazioni della confusione mentale della GiorgiaSanto, peraltro?).

riguardo alla pubblicazione non intendo, come sembri avere capito tu e altri, una consacrazione, il libro dell’anno, l’attestato di “uomo del millennio”, intendo che è facile smontare gli altri quando non ci si mette mai in gioco sul serio con un libro pubblicato.

Ma questo è falso. A parte il fatto che la gran parte della gente considera la pubblicazione esattamente come fa GS, e cioè come una garanzia di qualità, mentre emunctae naris la verità è ben altra – ed è il motivo per cui alcor, del cui punto di vista professionale ci si deve fidare obbligatoriamente, dice che la pubblicazione “non basta”; e poi, se è solo per ‘mettersi in gioco’, è la pubblicazione su web che espone maggiormente. Un libro, un bollettino, uno deve andarseli a procurare in libreria, o in biblioteca, e far pervenire la propria eventuale opinione all’autore è macchinoso; la pubblicazione su web permette al primo cretino che passa – com’è appunto il caso, perfettamente dimostrativo, della GS – di sparare sentenze del tutto disorganiche, insistendo pure, senza muoversi nemmeno da casa. L’autore webbico è il meno garantito dalle aggressioni delle GiorgeSanto.

Non ti piace (vi piace) come idea? E cosa vuoi che me ne importi? Resta la mia idea 2) Mi sono permessa di notare che il testo non era scritto molto bene, tu dici che fila e scorre, io dico che sembra una scrittura affetta da singhiozzi e rigurgiti, vedi un po’ tu. Sono libera di dire che non mi piace o mi si deve saltare alla gola ogni due secondi?

Affiora qui piuttosto evidente l’isterismo della GS. Non è affatto illecito dire che il testo è scritto male, ma non è scritto né meglio né peggio di altre cose mie: l’ho riletto e non mi pare più intralciato di altre cose che ho postato. Che altro dovrei fare? Inoltre, nonostante la GS se la tiri da grande stilista – e non se lo può permettere, perché, come già detto, scrive di cesso – non è stato certo il mio stile ad essere messo sotto processo, ma la liceità del mio presunto far ‘critica’. Quanto alla definizione dello stile del pezzo, potrebbe essere riferito a qualunque cosa io abbia mai scritto, in chiave negativa; dunque la GS avrebbe dovuto, molto semplicemente, evitare di leggermi. O ammettere sinceramente che quello che scrivo in genere non le piace – invece di sostenere che in genere le piace, ma che ho scritto anche cose meno buone; di fatto, il riferimento, piuttosto fantomatico, a cose mie che varrebbero di più serve solo a giustificare la presenza dei suoi commenti sotto il mio post. Perché sa che in realtà sono ingiustificati, che la mia scrittura non le piace, non le è comprensibile e non le interessa, e che è intervenuta solo ora perché è rimasta contrariata dal fatto che la Giuditta è nominata da me con simpatia dopo che l’ho “stroncata” in altra occasione. In realtà è venuta solo per dire che ‘non è giusto’ che io scriva, che non mi attengo alle regole feudal-mafiose che suppone dovrebbero reggere la repubblica delle lettere. La mia scrittura outsider le sfugge; non sa un cazzo di scrittura e all’interno del ‘gioco’, come lo chiama, non conta verosimilmente niente, ma il suo esprit de géometrie ne è stato turbato, il suo squallido autoritarismo ne è stato scosso. È arrivata persino a pensare che io le stia sfuggendo, o che stia sfuggendo alla legge, all’ordine costituito, alle responsabilità, alle leggi in cui illusamente crede; e non capisce, o non vuol capire, che scrivo perché ci sono obbligato, e della repubblica letteraria non faccio parte perché non ci sono mai entrato, e non ci sono mai entrato perché non esiste.

3) E chi mai ti ha chiesto perchè la intervisti?

Ce n’era bisogno? C’era bisogno che mi chiedesse, la GS, perché ci vado d’accordo, o perché mi scrivo con lei? Era necessario avere da lei, come da chiunque sragioni come lei, l’ammissione – che niente le avrebbe comunque strappato, vigliacca com’è – che l’unica cosa che le dà fastidio è che non capisce rapporti umani un po’ più complessi di quello che riesce ad entrare nel suo limitato cervellino – senza contraddizione o ambivalenze, semmai, che, quelle, piacciono eccome alle servette di quello stampo.

4) C’era già tutto nei primi commenti, quei commenti che hai rigirato come ti pareva.

Nei primi commenti s’è visto che cosa c’era: personalismi, accuse fumose e idiozia allo stato puro.

5) Non dico nulla del testo della Russo…. allora non hai ancora capito, io non me la prendo con il tuo “parere” sulla Russo, è tuo, punto, dico solo che da parte tuo vedo più la tendenza a smontare l’altrui che a fornire qualcosa di fatto e finito.

E non è la stessa cosa? (A parte il fatto che anche se fosse? Quaulcuno ti ha mai promesso qualcos’altro?).

6) Su alcor non dico nulla perchè ci siamo ripromesse di ignorarci vicendevolmente e a questo punto forse è meglio che faccia lo stesso con te, almeno per la parte che mi compete.

“per la parte che mi compete” non dà senso. Altrimenti per che parte, chiedo scusa?

Ma qui la nojosa e stolida GS ha lasciato il campo ad un’altra voce; quella di flaviadabbene, che è un’autentica belva; il suo primo intervento, inviperitissimo, è già un capolavoro di astio e insofferenza; ma godiamo di questo suo secondo intervento, che è una stria di mestruo e di veleno:

Flaviadelbono: Già, che ti importa, intanto sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire, oh sì, sembri davvero tanto, tanto arrabbiato, che paura!

Questo testo da messaggeria per cuori solitarj, o da cesso di stazione ferroviaria, vi sembra cosa da lasciar correre, vero? Eppure lasciar correre è sempre un errore, quando si tratta di comunicazione. Molti messaggj sono veicoli di pensieri e ideologie che il mittente stesso, talora, nemmeno immagina: e le idées reçues non sono mai da trascurare, perché sono le più condivise, e non solo le più incontrollate. Se l’espressione, di becero furore, è ributtante, il concetto che nasconde è ancóra peggio. Chiaramente il testo è entassé, scritto alla cacchio, e interamente cortocircuitato. Bisogna aver la pazienza di estrarre, dalla melma, il solido dei singoli concetti, come stronzi fossili che, ripuliti, dànno conto piuttosto esatto dell’êra geologica a cui sono rimasti fermi molti (dico molti) dei nostri simili.

“Già, che ti importa” è reazione, normalmente, ad un atteggiamento di strafottente indifferenza; mentre la diobono, per quanto riguarda il resto del messaggio, altro non fa poi che ribadire quanto io sia influenzabile dal giudizio altrui. Ho già detto del dovere che bisogna farsi di una lettura attenta e puntuale di quante più cose scritte, da qualunque parte vengano e qualunque sia la loro qualità, si riescano ad affrontare. È in fondo normale che, nella sua esasperazione, la diobono abbia giocato la carta disperata della mia presunta passività di fronte all’espressione altrui. È un atteggiamento, il suo, e non solo il suo, del tutto malsano, perché inferisce la possibilità impossibile di un vuoto pneumatico, una specie di eroico nulla, nel quale l’espressione letteraria ad alto livello dovrebbe aver luogo, mentre chiunque non abbia il cranio ridotto a quella specie di bidone dell’immondizia che la diobono si ritrova, sa alla perfezione che una condizione del genere non è solo di per sé impensabile, ma nemmeno auspicabile. Altrimenti non darebbe senso l’urticante insofferenza che la minchiona riserva al mio presunto raccogliere tutte le provocazioni. Va da sé che le è almeno evidente che non è affatto, il mio, un raccogliere provocazioni, altrimenti non sarebbe così imbufalita. Ne consegue che l’imbufalimento è solo il suo; anche se lo attribuisce a me, un escamotage a cui – bisogna riconoscerlo – non aveva molte alternative, per quanto abbia ribadito più e più volte che da parte mia non c’era irritazione, ma volontà di ribadire fortemente certi fatti, specialmente circa le approssimazioni dell’altra sorda interlocutrice. Ora qualcuno mi dica, dopo aver detto e ripetuto che è mio dovere raccogliere tutto quanto è scritto ed entra nel mio raggio d’azione, almeno limitatamente a quello su cui posso mettere le mani, che effetto può fare questo invelenito, rancoroso riferimento al mio raccogliere tutte le provocazioni? Ho detto che tutto mi deve interessare, non che mi bevo tutto come oro colato. Ho riservato ai commenti della GiorgiaSanto tutta l’attenzione, e ne ho estratto insegnamenti; questo non vuole affatto dire che io debba alla GiorgiaSanto, che è solo un po’ meno spregevole della diobonino, alcunché: lei, come la sua camerata, non è in grado di insegnarmi proprio una sega quadra. Mi sono spiegato, perché è mio dovere chiarire, ma non vuol dire affatto che io abbia scritto ad uso della GiorgiaSanto o di qualche altra demente di passaggio; anzi, è vero il contrario, e solo il contrario. Il chiarimento è utile solo a me e a chi è in grado di capirmi. Non che siamo, essenzialisticamente, meglio della GiorgiaSanto (lo stesso non riesco a dire della flaviasticazzi, perdonate, ma ho anch’io i miei limiti), vuol dire che ho dedicato a questo tipo di cosa una parte del mio tempo più consistente di quella che la GS, e quelle come lei, o all’incirca, hanno ritenuto di dedicarle del proprio. Non è un titolo di merito: è solamente la ragione per cui, nel caso in cui sia letto da chi certe domande non se le è poste e a certe risposte non è arrivato, molto probabilmente il messaggio non sarà chiaro, risulterà incomprensibile. Se poi la persona che non è all’altezza di giudicare vorrà giudicare ugualmente, spinta da antipatia, livore, paura dell’ignoto, senso d’inferiorità, invidia – tutto può darsi a questo mondo – chiaramente avrà la risposta che si merita. Ma la risposta non è mai un vaffanculo, sic simpliciterque; al vaffanculo sento il bisogno di associare anche qualche riflessione, che è utile – certo! – a definirmi; con ciò confermandomi nelle mie convinzioni, laddove siano giuste, o consentendo ad altri di fare altrettanto con le proprie, ma anche consentendomi di metterle in discussione, quando siano fondate su presupposti ingannevoli, e di disfarmene, anche, perché no? Ma questa è la scrittura. Tutto passa attraverso il sé, inevitabilmente. La letteratura ha esattamente questa funzione, che è anche autodefinitoria, per quanto riguarda lo scrittore, o scrivente, o colui che scrive. Mi sembra inutile offendersene, mi pare, anche perché non credo esistano, se non in casi-limite di scritture che nessuno frequenta – e io stesso ne frequento alcune –, altre vere e proprie forme di scrittura.

Toccante, e lo dico senz’alcun sarcasmo, è poi l’odio di sé che traspare dalle parole della poveretta – si sono molto offese, mi hanno riferito, per il mio ‘poverette’: “sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire”. Il punto a cui si arriva, qui, è il fatto che non sono all’altezza dell’idea di scrittore che si è fatta – per fortuna, aggiungo; ma va da sé –, ma è ancóra più interessante come crede di poterci arrivare. Come fa a sostenere la mia indegnità? Con la pochezza della sua persona, e con la nullità di quello che ha da dire. Non ha altro mezzo, per dire che sono uno stronzo, se non facendosi passare come una stronza ancóra peggio. Nella sua furia incancrenita, deplorevolmente le sfugge che, mettendo così le cose (e ha ragione a farlo, in sé, perché è la verità: è proprio una povera stronza, e dice veramente due cacate in croce – proprio di quelle che, ahi!, “non meritano risposta”, ed è una cosa che a caldo mi sono lasciato sfuggir detta persino io; ma sono contrito, & crescerò), si mette in una posizione che automaticamente le toglie qualunque credibilità. È un atteggiamento che rivela un’indole indiscutibilmente perversa; la diobonino è certamente una di quelle donne cattive che tutti i giorni ci si strusciano addosso negli autobus e vagheggiano di dannarci l’anima, lasciandoci vuoti come baccelli sul ciglio di qualche fossato. Vorrebbe sfidarci, e se non riesce a farci uscire dai gangheri tenta di provocare la nostra furia per riflesso condizionato, dicendo “ah che paura”. Beh, non ha funzionato. E mo?

Il fine di tutto questo, però, come per la GiorgiaSanto, è tacitarmi. Chiudermi la bocca, spezzarmi i ditini con cui digito. Nemmeno questo è riuscito. E mo?

se credessi davvero in ciò che scrivi ti limiteresti a scriverlo e a darlo in pasto agli altri, invece passi un mucchio di tempo a tentare di convincere.

La frase si chiude con una menzogna palese, della quale non si può dire nient’altro se non che è una menzogna. È più interessante, perché è ideologica, la prima parte: si inferisce uno scrittore che, credendo in quello che scrive, lo dà “in pasto” – vedi l’immagine oscena della quale si serve, la piccola scrofetta – ad un pubblico famelico. Beh, si dà il caso che nel mio caso sia perfettamente indifferente che io creda o non creda nella mia scrittura; credo, sì, nella scrittura in genere, ma non credo nella scrittura di nessuno. E mo? E non esiste un pubblico famelico di scrittura, né della mia né di quella di altri, dunque non c’è proprio motivo di parlare di pasti, siano pranzi o cene. E mo? Della menzogna, quella caccola verdastra, filante, ancóra calda, appiccicata in fondo, si deve rilevare, semmai, solo il suo sconcio ribadire una scrittura fondata sul trogloditico rapporto padrone/schiavo, al quale questa menade crede perfettamente organica la mia scrittura. Se dedico qualche tempo alle questioni di poetica – non tralasciando il fatto che è questo il genere di pezzi per cui Domenico Pinto ha manifestato predilezione, ed è una cosa che può rendere perplesso anche me; ma non è questa l’altezza a cui affrontare l’argomento, sarebbe sordido confondere la mia perplessità con il prodotto delle ghiandole velenifere di quest’anfesibena in calore – ciò, nella distorta mente di questa piccola disadattata, è tentativo “di convincere”. Io chiaramente di lei me ne fotto, e me ne fotto anche di essere letto o no – è proprio quello che riassumevo con la parola ‘sfiducia’ – ma la piccola bestia velenosa non accetta l’apparente contraddizione, dev’essere necessariamente un’incoerenza da parte mia – non accetta, in realtà, di essere esclusa dal gioco. Non può concepire che il fetore delle sue loffe assassine non possa raggiungermi. La sua mente si rifiuta di accogliere un’idea semplice come la totale inanità della sua opinione, della mia imperturbabilità di fronte alle sue esternazioni di cavernicola deforme e distruttiva. Questo suo non è nemmeno scrivere: sono convulsioni.

Tutto questo tuo saltellare da un punto all’altro del web ingaggiando risse con tutti quelli che ti capitano a tiro, tutto questo urlare cazzo in maiuscolo credendo di impressionare qualcuno, tutto ciò che scrivi, sonetti, recensioni, critiche, invettive, anatemi, dileggiamenti, vaneggiamenti, tutto ha un unico scopo: indurre altri, un altro qualunque, a guardare nella tua direzione.

Siamo passati ad un’altra tattica, che è poi la stessa impiegata dalle numerose cittadine nigeriane, rumene ed albanesi, con quelle parrucche torreggianti e le pellicce sdrucite, in c.so Massimo, per chi ha nozione sia pur minima della Torino by night: avete presente quando una di quelle signorine ti fissa in muso, con gli occhî a palla, con un’intensità prossima a quella occorrente a farti uscire telepaticamente il piloro dalle narici? Ecco, dopo aver battuto un po’ di grancassa, la diobonino sta tentando di ipnotizzarmi. I suoi occhî sono fissi. Io frequento cinque blog in croce, e anche su NI vengo poco? Nossignori: … Tu – saltelli – da un punto – all’altro – del – web… Saranno cinque o sei anni che non ingaggio risse se non sul mio blog, grazie a qualche operatore offeso che invece di dirmi le cose papalmente s’improvvisa critico letterario e me le manda a dire? Neanche per sogno, d’ora in poi penserai solo quello che ti dirò io: … Tu – ingaggj – risse – con tutti quelli – che – ti càpitano – a – tiro… Ammollo, scrivendo, le stesse parole sconce che dico anche quando chiedo di passarmi il sale, quando pure mi siedo a desco? Ma nemmeno per sogno! Guarda il pendolino: … Tu – dici – cazzo – perché – vuoi – farmi – paura… Dico, chiaramente, che scrivo per un patto parzialmente tradito con un’indole mai diventata vera vocazione, con una vocazione mai diventata vero mestiere, e non tanto perché abbia da dire qualcosa a qualcuno? … Tu – scrivi – esclusivamente – per me – solo per me – ripeti, orsù: solo per me [e io: Orsù… solo per me…] – solo per me – ripetilo – o ti faccio – una macumba – che ti si seccano – i cojoni – solo per mesolo per me – cinquanta l’amore …

E se non funzionasse?

Scrivi rumore. Dovresti consigliare a te stesso modestia, discernimento, discrezione e un po’ di silenzio, ma è fin troppo prevedibile, già già, prevedibile, come tratteresti l’incauto consigliere.

Cioè? Manderei a fare in culo me stesso?

(Da notare che di ogni scrittore ti venga citato affermi di aver letto non più di tre pagine che, ovviamente, ti hanno dissuaso dal continuare: trucchetto ingenuo per non ritrovarti a parlare di scrittori di cui ignori l’esistenza.)

Dire che non ho letto un autore è un trucchetto per non dire che non ho letto un autore? E – chiedo scusa – se veramente non avessi mai letto un libro che uno? Se finora avessi solamente dato giudizj di quinta mano, o del tutto improvvisati? Ripeto la domanda fatta a proposito della GiorgiaSanto: in definitiva, quand’anche fosse? Che cosa vi aspettavate? E con che diritto ve l’aspettavate? Chi v’ha mai promesso niente? Chi vi conosce? Chi siete, voi? Chi mai vi s’è filate?

Flannery O’ Connor è un autore?

Peccato, in fondo, che si sia ritirata così presto. Era interessante (a parte l’alito tremendo).

Purtroppo è tornata quella bolsa ciscranna della GiorgiaSanto, che ha fatto una specie di resumè-ninnananna di tutto il nulla prodotto prima, con un effetto in dissolvenza, sul finale, come una delle teste impagliate del vecchio Ruysch:

GiorgiaSanto: A Giuditta Russo Io stessa avevo riconosciuto di essere OT. Riguardo al testo mi sono già espressa un paio di volte, in merito al come e non al cosa (per il cosa ho già detto che non l’ho trovato di mio interesse).

Zzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Non è stata una lettura affetta da pregiudizio, ma se si vuole pensare (con un pregiudizio) che ne fosse affetta non ci posso fare nulla.

Lettura affetta da pregiudizio? Ma possibile che ci sia sempre qualcosa di affetto, in quello che scrive ‘st’imbranata? Avrà mica addosso qualcosa di contagioso? (meningite, magari?). Non si possono avere pregiudizj, oh scema, nei confronti di chi non si è mai inteso né conosciuto. Se c’è qualcuno che può avere pregiudizj, qui, quella sei tu. È chiaro, no?

Mi premeva solo di sottolineare, a seguito di certi toni non certo molto gentili e moderati (per quanto ignorati dal moderatore oculus dei), il modus operandi dell’autore, modus operandi evidente per chi legge la fitta serie di botta e risposta. In merito al fatto che non “avrei colto” le profondità abissali del pensiero contenuto in questo brano non ho nulla da dire, ognuno coglie quello che vuole cogliere o crede di voler cogliere, oppure vede nuovo e profondo o antico e profondo, o non profondo, non mi pare ci sia l’unità di misura delle profondità testuali, dipende fino a quanto ci si è spinti, per alcuni certi abissi sono pozzanghere e viceversa, dunque, personalmente, ci andrei piano con i “non hai colto”.

Io infatti non ho detto che non hai colto. Ho detto che non hai capìto un cazzo, che è diverso.

E queste ultime tue parole lo rendono ancóra più chiaro – ma non era affatto necessario. Nuovo e profondo, antico e profondo, non profondo, abissi e pozzanghere: ma che cazzo dici?

Ho già commentato quanto mi andava di commentare, commentate voi il testo ora (non posso dire che l’abbiate fatto molto neppure voi). Best regards.

GiorgiaSanto, di tutto cuore: ma va a quel paese. Tu, e tutti quelli di cui sei la fotocopia. E tutti quelli che non ve lo dicono, of course. Possa ‘sta patafiacca dare a questo fine un contributo determinante.

Ho concluso.

282. Sfiducia.

5 Set

Prima o dopo, checché ne dica il volgo, terrò fede a tutti i numerosi obblighi che mi sono dato, primo tra tutti l’intervistone a Giuditta Russo; purtroppo il progetto è rimasto finora allo stadio di progetto proprio perché le Confessioni di un avvocato senza laurea sono ormai irreperibili in tutte le librerie che conosco, e non è stato facile trovare chi mi spedisse il libro – questo avviene quando si procede con una scarpa e una ciabatta, come si conviene a uno straccione: le cose o non si trovano o non ce le si può permettere, sic simpliciterque. Sfumata, evidentemente, la possibilità di farmi arrivare il libro da una parte, mi arriverà ora dall’altra, vale a dire dalla stessa Giuditta Russo, che ha avuto la finezza di spedirmelo, proprio col fine di esso intervistone.

Nel frattempo, via mail, il dialogo, o dialogone, è già in qualche maniera cominciato, in modo informale e privato – e destinato a rimanere tale: privato ed informale, appunto. In esso dialogone io e GR abbiamo parlato del più e del meno, del per e del diviso; se vi accenno anche pubblicamente non è per mandare in vacca ogni doverosa riservatezza, ma perché è stato sollevato, più da me, mi sembra, che da lei, un punto che non riguarda solo quello che io effettivamente penso, e che lei pensa sia poco o credibile o fondato, ma anche il mio rapporto e con la scrittura e con altre persone tramite essa. Tranquilli: non intendo assolutamente adesso mettermi ad interrogarmi sul motivo per cui scrivo, rivolto a quale tipo d’interlocutore, e perché – sono tutte cose, queste, che mi sono perfettamente note, e che i miei 5 lettori abituali immaginano già per loro conto, sennò non tornerebbero. Lo vedo dal mio stesso caso: ci sono cinque o sei blog che ho letto per intero, e che conosco, e di cui seguo gli sviluppi quotidianamente; io immagino di sapere esattamente per quale motivo alcor o il marinajo o lo sgargabonzi o azu scrìvano, dal momento che io stesso trovo tanto fruttuoso leggerli; e suppongo che per quelli che càpitano qui spesso sia la stessa cosa. Ce ne saranno poi altri, magari, che vengono qui tutti i giorni perché da una vita si arrovellano su dove io intenda andare a parare, e ancóra non lo capiscono: ma quelli fanno categoria a sé, e non sono riguardati da questo discorso.

La questione, appunto, è un’altra. E quando, da rebstein, una persona che conosco anche de visu, anzi soprattutto in via diretta e non telematica, ha lasciato scritto (affermazione per me interessante proprio perché perplettente) di dispiacersi di non leggermi più di frequente, allora ho cominciato a chiedermi se anche con le persone che mi leggono ritenendo sia tutto già capìto non ci sia qualche sostanziale incomprensione.

L’affermazione mia alla quale Giuditta Russo fatìca a credere è una mia – banale, come saprebbe chiunque sia in una situazione simile alla mia – frasuccia, lasciata cadere pressoché incidentalmente, sulla mia sostanziale sfiducia nei confronti della gente. È vero, io della gente non mi fido. Ma più nel senso che non mi affido che nel senso che diffido. Non vivo nel sospetto delle persone che mi circondano, la stragrande maggioranza delle quali ignora alla perfezione che cosa io scriva, che scriva, e perché, né se ne interesseranno mai. Convivo in maniera perlopiù pacifica, salvo occasionali esplosioni d’ira omicida, che non fanno testo, con le persone che conosco, e con le quali mi ritrovo a stare gomito a gomito. Non litigo spesso e non cerco di avere più informazioni, sulle persone, di quelle che le persone stesse ritengono di dovermi dare. Prendo, ovviamente, tutto con beneficio d’inventario, senza dubitare di nulla e senza giurare su nulla, tra il credo quia intelligam e il chissenefrega – in effetti molta dell’informazione che mi raggiunge, essendo mero aubiografismo, è sovrabbondante rispetto alla mia necessità di sapere, che è un impulso, in me, scarsissimamente vitale, specialmente quando si tratta di cazzi altrui. A meno di non trovarmi di fronte a cose eclatanti, va da sé, ciò che in ogni caso rileva della qualità malata del mio gusto, come quella di tanti altri.

Ciò detto, fa notare Giuditta Russo non inutilmente, se non ti fidi di nessuno, al punto di – come tu stesso dici (io riassumo, mica ha detto veramente così) – non trovarti mai nelle condizioni di dover verificare l’affidabilità di chicchessia, come mai tieni un blog? Perché comunichi? Come mai t’interessi di persone?

La domanda è tutt’altro che banale, chiaramente, anche se la risposta ce l’ho già, anzi ne ho una serie nutrita: 1. è pressoché impossibile compiere un atto che non abbia ricadute sul contesto, l’uomo essendo animale politico; dunque, perché non compiere atti che, dati gli istituti a cui si riferiscono, sono fatti proprio apposta per ricadere sul contesto? Chissà che qualcosa non ricada, vantaggiosamente anche su me; 2. io ho cominciato a scrivere un milione di anni fa, e adesso che sono vecchione è tardissimo per smettere. È in qualche modo fatale che chi scrive voglia farsi léggere, anche se in fondo non gliene frega assolutamente niente, ma così, per esprit de géometrie; 3. la rete, nello specifico, mi permette di superare d’un sol salto tutti gli ostacoli che mi proverrebbero, e di fatto, nella quotidianità mi provengono, dall’odore che emano, dalla spalla più bassa dell’altra, dalla gamba di legno, dall’occhio di vetro e dalla psoriasi; qui sopra, invece, convincervi tutti che sono bellissimo, biondo, ricciolino e leggermente bisessuale è stato un gioco da ragazzi; 4. e così via.

Tutte risposte a dir poco di una validità sconcertante; ma che non soddisfano in pieno alla questione, dato che non eliminano la contraddizione.

Di fatto bisogna intendersi sulla mancanza di fiducia. La gente è normalmente molto diffidente: sono bidoni le vecchie che temono per il portafoglio con la pensione dentro e i rapinatori abituali che sobbalzano al primo ulular di sirene. Dunque (punto primo) io non faccio eccezione. Ci sono persone, poi, che dubitano degli altri preventivamente; se sono ambiziose, si disporranno a pensare il peggio del peggio dei loro simili in modo da avere tutte le scuse pronte per quando faranno loro tanto male, tutto necessario alla scalata al successo, come indurli al suicidio o avvelenargli il cane. Altri ancóra diffidano perché sono stati allevati da vecchie zie e da cugini paranoidi; altri ancóra hanno mille altri motivi per diffidare. Ma tutti questi casi, assai dissimili tra loro, sono accomunati dal fatto che questa diffidenza, che è solo una parte, non necessaria e non sufficiente, del concetto di ‘mancanza di fiducia’ nei confronti degli altri, è preventiva rispetto all’esperienza. E può darsi che tutte le forme di sfiducia siano preventive, nel senso che non basta dire: A me manca la fiducia nella fondamentale bontà dell’uomo perché A, B e C mi hanno ciulato, e adesso non voglio che ricapiti anche con D, E ed F. Rimane pur sempre il fatto, infatti, che la diffidenza nei confronti di D, E ed F sarà necessariamente preventiva, benché sia preceduta da una sensata esperienza. Infatti, A, B, e C sono altro da D, E, ed F; e qualunque disposizione d’animo il soggetto diffidente ritenga di avere senza aver saggiato, prima, con mano, se è veramente giustificato, è per definizione un pregiudizio, una prevenzione. Si può obiettare con successo che è comprensibile che uno che è stato ciulato tante volte metta in atto qualche strategia difensiva per proteggersi dall’eventualità che anche D, E ed F vogliano venirgli nel boffetto. Lo capisco, ma se D, E ed F non avessero assolutamente nessuna intenzione, nonché di penetrarlo, nemmeno di toccarglielo?

Si vede dai termini paradossali e sarcastici in cui ho messo la questione come io non sia affatto diffidente nei confronti delle persone, e quanto poco ritenga dovere della mia felicità ai miei pregiudizj – infatti, come non sono particolarmente felice, così non ho prevenzioni di sorta.

La mia mancanza di fiducia, in effetti, è di tutt’altro tipo: io non guardo in cagnesco le persone (con i ceffi che girano non converrebbe nemmeno), sempre sul chivalà nel caso succedesse qualche rovescio. Non faccio gli occhî a fessura di fronte a una gentilezza, e non abbajo automaticamente che solo i giotti a mensa e le puttane in letto più dell’usato sogliono accarezzarsi. Non penso che chi sta meglio di me (seh, gli piacerebbe) mi stia levando qualcosa, e che ci sia sempre qualcosa, dietro, che non va. Non metto le mani in culo alla gente, in cerca di spiccioli, tabacco, e biglietti del tram, autoconvincendomi che tanto il padrone del culo farebbe lo stesso con me alla prima occasione. In realtà, per me, la vita non ha misteri – voglio dire che non mi sono mai trovato di fronte alla necessità d’indagare su chicchessia per saperne quello che mi occorreva saperne, né mi è mai, mi sembra, convenuto credere alle mie stesse illazioni come fossero oro colato. Non sono un dietrologo, essenzialmente perché credo che dietro non ci sia assolutamente nulla, o almeno il mondo – sta a vedere che magari è proprio così – mi parla sempre a muso aperto.

La questione, per essere espliciti, è che le relazioni che intrattengo con le persone, poche, che conosco, male, sono sempre o quasi sempre basate sullo scambio di qualche banalità, o di monetine, o di qualche cartina. Sono relazioni semplicissime e del tutto chiare: normalmente l’interlocutore, di qualunque estrazione esso sia, è del tutto esplicito. Talora mi confessa apertamente di star tentando di ottenere da me un numero doppio di cartine di quelle che io stesso ho chiesto ad esso interlocutore due mesi avanti, se la questione verte sulle cartine. Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda, che la mia formazione è come minimo ricicciata e che ignoro il latino. Se si discute di questioni meteorologiche, può capitare che sia anche accusato della sparizione di ombrelli, o di giacche a vento. E anch’io tendo ad essere esplicito allo stesso modo, perché la mia condizione è questa: ogni sfumatura è bandita, dal mio mondo, tutte le relazioni sono sanamente e cordialmente aperte, ognuno parla col cuore sul labbro. Quando ottengo il sospirato posto in un dormitorio, e il compagno di stanza defeca sul pavimento, dico Che puzza. Se mi dànno da léggere una poesia dico tranquillamente Io di ‘sta roba non capisco un cazzo. Se in autobus qualcuno mi chiede il biglietto io gli rispondo Non ce l’ho. Tutte affermazioni che traducono in termini chiari un concetto chiarissimo. E, dato che è una condizione faticosa e dura, è ovvio che prevalgano sentimenti distruttìvi ed atteggiamenti demolitorî. Come si dovrebbe, poi, mettere alla prova la fiducia di qualcuno? Attraverso un progetto comune: io mi sbilancio, supponendo/sperando che lo stesso voglia fare tu. Se l’altro lo fa, o è lui che finisce ciulato, o il progetto prende il via, si sviluppa, e da cosa nasce cosa – la fiducia, innanzitutto. Se l’altro non lo fa, tu o hai pensato bene di sbilanciarti solo per finta, o finisci trombato, il progetto abortisce, non decolla, donde la sfiducia, magari riferibile anche ad altri, a tutti, o magari solo a quelli che hanno lo stesso colore di capelli o lo stesso accento cuneese. Ma che progetti veri vuoi avere, quando sei circondato da persone mentecatte e fossilizzate che stanno peggio ancóra di te? A meno di non puntare su qualche persona normale fortunosamente raccattata all’angolo della strada qualche sabato sera, in occasione di una formidabile sbronza; ma quale persona normale, passata la piomba, si fiderebbe di un barbone?

Ecco come la vita, anche in questo caso, invade gli spazî artefatti ed asettici della rete, sotto forma di sfiducia, spesso molto profonda. Ma non una diffidenza, perché, in realtà, non c’è nessunissimo motivo per diffidare. C’è solo motivo di non aver fiducia, che è un altro discorso.

Ed è liberatorio, molto. Questa radicale, e del tutto conseguente, mancanza di fiducia è in realtà una forza, non una penalizzazione. Non è un atteggiamento distorto, come appunto la diffidenza, e non è pregiudiziale. Consiste, anzi, nella non-pregiudizialità per eccellenza: si è liberi anche dal pregiudizio della fiducia. Mancano sia la fiducia sia il suo contrario. A questo punto, che cosa non si può fare? Ci si può prostituire, tanto non è detto che ti portino in qualche angolo oscuro del Valentino, a massacrarti a bottigliate. Si può fare qualche modesto furtarello, ogni tanto, tanto non è detto che finisci in galera, e anche se ci finisci non è detto che te la passerai tanto male. Si può finire in galera, appunto. Ci si può dedicare al gioco delle tre carte, si guadagna, e poi la finanza mica passa sempre. Si può fare la statua vivente, non tutti i ragazzini sono dotati di zolfanelli e taniche di benzina. Si può dormire a Porta Nuova, tanto Casa Pound durante la settimana non organizza spedizioni, basta prestare un po’ di attenzione – senza che questo implichi prevenzione, ci mancherebbe – nelle notti di venerdì e sabato.

E si può anche aprire un blog. Qualcuno potrebbe anche venire a léggere.

280. Di nuovo Kipling.

3 Set

1. Premessa indispensabile. Questo pezzo, di cui mi sono ricordato dopo, doveva venire prima di quello già postato, ma è comunque, o prima o dopo, perfettamente complementare. Riguarda sempre la questione dell’etica applicata all’arte – come pratica, e l’idea di postare questo IV capitolo della citata Light that failed di Kipling m’era venuta all’altezza del post precedente quello a cui il mio post precedente si riferisce. È complicato a dirsi, ma è così.

2. Un’idea di The Light that failed. Questo romanzo, The Light that failed, è del 1891. Ha una vicenda editoriale abbastanza particolare, dal momento che fu stampato una prima volta in rivista, sul Lippincott’s Monthly Magazine, nel gennajo di quell’anno, con un lieto fine; e poi in volume, entro la fine dell’anno, con un finale tragico (il lieto o tragico fine dipendeva dalla posizione assunta dal personaggio di Maisie nell’uno e nell’altro caso). In entrambi i casi fu un successo inferiore agli standard di Kipling, più che per motivi di finale per via del tema: è un romanzo di poetica, in effetti zeppo di cose da meditare per chi dipinga, scriva o faccia musica, ma meno interessante per il vasto pubblico. La schietta nettezza dei giudizî, il senno senza ovvietà, la mancanza totale di intellettualismo, l’approccio sommamente pratico, l’eloquenza, ne fanno una sorta di manuale (romanzato) d’etica per artisti, con importanti riflessioni sul rapporto col pubblico. Dovrebbe essere letto, anche per capirne in pieno questo spezzone, per intero.

Il romanzo parte dall’idillio infantile di Dick e Maisie, sottoposti alle cure, spesso violente, di una ms. Jennett particolarmente dura e autoritaria, per poi seguire la storia di Dick militare durante la campagna nel Sudan di Gordon Pascià (conclusa nel 1885); qui le doti di Dick come disegnatore sono notate da Torpenhow, che fa corrispondenze di guerra, e gli propone di procurargli immagini da accompagnare ai testi. Tornati in Inghilterra, i due vivono insieme. Qui Dick rifiuta di cedere la proprietà intellettuale dei suoi 150 disegni alla corporazione per cui ha lavorato dal fronte, e si mette ad esporre per conto suo. Ha studiato per 2 anni con un leggendario maestro francese, Kami, che è una figura indirettamente presente come rappresentativa, simbolica, di un certo modo nuovo, post-pompier, di concepire l’arte in quel torno d’anni. Benché sia molto dotato, Dick, per uscire dalla miseria, compiace il pubblico delle riviste illustrate, facendosi pagare profumatamente per immagini del tutto convenzionali; il tema, unico, è quello della guerra e dei militari. Nel tempo stesso, guadagna consensi presso il pubblico di falsi pensatori che scambia la sua per arte povera, fauve, soprattutto per quanto riguarda l’uso del colore, che sembra particolarmente fantasioso quando di fatto ripropone calligraficamente le tinte di paesaggi equatoriali a cui il medio pubblico inglese non è certo abituato. Torpenhow e Nilghai, altro ex-corrispondente della spedizione, cercano di dargli qualche rude indicazione deontologica. Dick reincontra Maisie, della quale in un certo senso si reinnamora, e alla quale dà molti consiglî. Maisie non è altrettanto dotata quanto lui, ma è molto ambiziosa, e a sua volta studia con Kami, del quale si scopre che è attualmente allieva (nel fatto, prima ignorato da Dick, che Kami si divida tra Francia ed Inghilterra sembra potersi léggere una polemica contro l’omologazione delle scuole ad un modello unico). Il loro idillio procede faticosamente – Maisie è peraltro coinvolta in una relazione lesbica, allusa con sufficiente chiarezza – finché Maisie riceve la proposta di una “Malinconia” da esporre al Salone. Lasciando i soliti temi militari, mentre Maisie va a raggiungere il maestro, e a compiere l’opera, a Vitry-sur-Marne, Dick si dedica a sua volta ad una “Malinconia”, prendendo a modello una mezza deficiente raccattata per strada; proprio a quest’altezza cominciano a manifestarsi i primi problemi alla vista, dovuti ad una sciabolata al capo, in guerra, che ha danneggiato il nervo ottico, e devono portarlo rapidamente alla cecità. In lotta contro il tempo, Dick compie il suo capolavoro – che poi è distrutto dalla modella, una ripicca per averla egli allontanata da Torpenhow, del quale s’era invaghita; il mattino dopo Dick si ritrova cieco, impossibilitato, fortunatamente, a vedere la sua “Malinconia” distrutta. Torpenhow lo accudisce; quando però decide di tornare in guerra, si prende l’iniziativa di andare a prendere Maisie a Vitry e condurla da Dick. Maisie si scopre debole di fronte alla disgrazia, o meglio tien fede a quello che ha sempre detto, cioè che la pittura per lei è la cosa più importante. Dick, cieco com’è, non ha alternative che partire per la guerra con gli ex-commilitoni; una pallottola pietosa lo leva dal mondo.

3. Un’idea di Kipling, scrittore indipendente, nei rapporti con la letteratura e la politica del suo tempo. Rudyard Kipling nacque a Bombay il 30 dicembre 1865 e morì nel Sussex il 18 gennajo 1936: di una generazione più giovane, per esempio, del molto problematico e torturato Thomas Hardy (1840-1928), è coetaneo dunque di D’Annunzio (1863-1938) e Pirandello (1867-1936): bastano queste coordinate biografiche per farlo inquadrare in àmbito decadente. Dato che la storia può più dei singoli, qualunque intenzione essi abbiano di opporre resistenza all’irresistibile attrazione del tutto, anche Kipling, di là dalla cinica apoditticità e la marca apologica della sua narrativa, è uno scrittore dannatamente complesso e sfumato, e dev’essere letto con attenzione. Il prof. Charles Cantalupo, Pennsylvania State University, Schuylkill Campus, estensore di una lunga voce dedicatagli nel Concise Dictionary of British Literary Biography, vol. V: Late Victorian and Edwardian Writers 1890-1914, Bruccoli Clark Layman, Gale Research Inc., Detroit-London 1991, ad v., esordisce infatti con queste parole: “The years 1890-1932, during which Joseph Rudyard Kipling was having his books published in London and New York, coincided with the development of modernism and its establishment as the dominant literary style of the twentieth century. Kipling’s immense body of writing – 5 novels, roughly 250 short stories, more than 800 pages of verse, and many nonfiction pieces – seems to have little obvious relationship to modernism. Yet his books were extremely popular; 15 million volumes of his collected stories alone were sold. Kipling’s work, particularly his poetry, has received far less scholarly and critical attention than the efforts of major modernist writers, and he has not had as great an influence as writers such as William Butler Yeats, T.S. Eliot, Ezra Pound, or Wallace Stevens on generations of successive writers. Kipling’s inability to inspire the most intense kinds of critical interest and literary imitation seems due equally to his literary style and his subject matter”, &c.: “Gli anni 1890-1932, duranti i quali i libri di JRK erano pubblicati a Londra e New York, coincisero con lo sviluppo del modernismo e la sua affermazione come stile dominante del ventesimo secolo. L’opera di K, quantitativamente immensa – 5 romanzi, grosso modo 250 racconti, più di 800 pagine di versi e molti pezzi non narratìvi – sembra avere pochi rapporti palesi col modernismo. Tuttavia i suoi libri ebbero enorme smercio: solo dei suoi volumi di racconti furono venduti 15 milioni di copie. L’opera di K, in particolar modo la produzione poetica, ha ricevuto un’attenzione di gran lunga inferiore da parte di studiosi e critici rispetto alle fatìche dei più importanti poeti modernisti, ed egli non ha esercitato un’influenza paragonabile a quella di William Butler Yeats, T.S. Eliot, Ezra Pound o Wallace Stevens sulle successive generazioni di scrittori. La scarsa ispirazione fornita da K al più intenso esercizio critico o all’imitazione letteraria sembra dovuta in pari misura al suo stile letterario e alla qualità dei suoi argomenti”. Naturalmente, avendo esordito in questi termini, il professore tende poi a ribaltare questa falsa estraneità di K allo spirito del suo tempo: e fa benissimo. Ma rimane il fatto che per molti aspetti K rimane come fuori dall’ampio contesto in cui si muove, e che porta avanti, perlopiù, un discorso solamente suo. Si spiegherebbe in questo modo la sua fedeltà a schemi narrativi del tutto elementari – l’apologo, la favola – che convivono, stranamente armonizzando, con il cinico, spietato realismo di moltissima sua narrativa breve: la semplicità degli schemi, la rozza linearità dell’assunto, la presenza di una ‘funzione’ precisa, dànno ordine ad una materia spesso cocente, crudele, consentendo di svolgerla in modo proporzionato e limpido, ma, insieme, anche di spiegarsi ad un pubblico nel cui contesto la differenza tra scrittore e lettore andava a mano a mano erodendosi, lasciando spazio crescente ad una specie di anfibio, il letterato – e tutti gli autori citati a titolo di esempio dal professore sono scrittori-lettori, artisti-ragionatori, poeti assai discutibili, a tratti detestabili – Yeats, Eliot, Pound, Stevens sono letterati le cui ambizioni possono, nel caso estremo di Pound, portare al connubio allucinato con le derive della politica mondiale, se è per quello, ma nascono sempre nella solitudine dello studiolo, nel contatto ossessivo col libro, dalla conversazione con un côté professionalmente orientato in quel senso. Non per caso, proprio Eliot, come critico-poeta, è il responsabile di quella sorta di Kipling-renaissance che è conseguita ad una serie di lucidi saggî dedicati specialmente al Kipling poeta, e l’editore di un’antologia famosa, A Choice of Kipling’s Verse, del 1941.

Nel caso di Kipling le cose vanno ben diversamente. Non che le sue origini siano umili: ma i 24 primi anni della sua vita si svolgono in India, salvo nel decennio 1871-1882, in un contesto che solo a distanza si potrebbe considerare privilegiato. Specialmente la conversazione, sulla quale lo scrittore modula la sua prosa, non è allenata in qualche àmbito universitario, o salon, o in qualunque situazione privata ne perpetui le atmosfere: esordisce, ventunenne, pubblicando i pezzi scritti dai 17 anni in poi per la Civil and Military Gazette, con pezzi maturi e violenti, in cui forte è l’attenzione alle parlate particolari, ai gerghi, alle mescolanze; per quanto sia consapevolmente già poeta e scrittore, si tratta di linguaggî che sente parlare, e che parla, non perché ne è andato in cerca col fine di scrivere raccontini d’ambiente, ma innanzitutto perché sono quello che si parla nel contesto in cui si trova, e come tali si riversano fatalmente nella sua scrittura. La sua famiglia non è incospicua, e conta alcuni artisti figuratìvi e personaggî importanti: il padre, pittore in proprio, è conservatore del museo di Lahore; una sorella della madre sposa il pittore Edward Burne-Jones, e un’altra sarà madre del politico Stanley Baldwin (The Cambridge Guide to Literature in English, Edited by Ian Ousby, foreword by Margaret Atwood, Cambridge University Press, Hamlyn Publishing Group Limited, London 1989, ad v.). Kipling è anche disegnatore – grandissimo – specialmente grazie alle frequentazioni, con lo zio Burne-Jones, e con William Morris; i Kipling sono domestici con Swinburne, Browning, Christina e Dante Gabriel Rossetti, e Ford Madox Brown; le frequentazioni intellettuali, che sono determinanti anche per la scelta delle scuole da frequentare e in genere per la formazione di K, non impediscono che gli otto anni trascorsi da K in casa dei parenti, continuamente rievocati in opere successive, siano sinistramente simili ad un inferno tipicamente sottoproletario; e che i contesti indiani in cui è immerso nei suoi esordî d’artista siano parti d’un mondo arduo e sfasciato, in cui la vita è difficile e l’umanità e la natura rivaleggiano in violenza. Kipling è probabilmente il primo scrittore inglese importante a fare i conti che due generazioni e mezzo prima già gli americani avevano dovuto fare – vedi Melville – col narrabile, e in termini di verosimile e in termini di tradizione del decoro; tradizione, quest’ultima, che è come un ombrello che copre anche il problema estetico. Molte cose possono essere non tanto poco canoniche in sé, ma soprattutto possono essere la morte della bellezza. Il letterato vive un sogno irrealizzabile, ma ininterrotto, di bellezza, che poi è la composizione di molto materiale ultroneo: il sordido, l’alienato, l’insensato, quando ne va in cerca, sono sempre poetabili perché visti come dall’interno di una sfera di cristallo. Kipling, come non-letterato, è un poeta continuamente impegnato nello sforzo di tenere la sua poesia al disopra degli scarichi neri dell’esistenza, pur senza mai perderla di vista. In Kipling non esiste quell’altro concetto di sé, che sicuramente detestava cordialmente nei colleghi, che si associa normalmente, anche in assenza di risultati palpabili, allo scrittore secondo la tipologia più nota; Kipling è solo uno dei tanti, o tale è stato in molte occasioni. Ha conosciuto non solo e non necessariamente iperboliche fatìche o situazioni di pericolo e romanticismo ed avventura: ha sentito, quando è stato il caso, di esser nulla e meno di nulla, il peso e la nausea dell’umiliazione, l’impotenza viscida di chi è fisicamente non all’altezza, e ha provato per converso tutta una serie di esaltazioni volgari, come il piacere del successo ottenuto d’un botto ancóra giovanissimo, e tante altre cose, altrettanto volgari e non tutte poetiche, che tutti gli uomini volgari di questo mondo hanno provato, provano e proveranno. Scrivendo, si rende conto che tutte queste cose non ‘fanno’ scrittura se non per chi non le ha mai conosciute fino in fondo, e regge tutta la sua ragion d’essere scrittoria sul proprio acume di lettore e sulla vastità della propria erudizione; Kipling, di là dai tempi, che potevano essere maturi anche prima, non avrebbe mai concepito uno Sweeney: solo un letterato come Eliot, per cui Sweeney è una rarità, avrebbe potuto considerarlo materiale poetico, e infatti è sordido come che, e chissà che occhî lucidi aveva Eliot nel mettere la parola punto, e com’era rosso in faccia, e con che soddisfazione si fregava le grasse manocce. Sweeney, per Kipling, è invece solo uno dei tanti, e sa di non essere affatto diverso da lui, quando le circostanze lo impongano: mancandogli il senso di superiorità rispetto all’uomo mediocre, anche nei suoi aspetti più urtanti, non ha nemmeno stimolo a scriverne – non in quel modo. Se, dunque, la carriera del letterato consiste essenzialmente nel tener fermi, tra le tempeste della vita, i capisaldi di una condizione esistenziale da prescelti, difesa a suon di citazioni e di autoedificazione personale (ma la funzione, appunto, è sempre più difensiva che costruttiva), il poeta Kipling, questa gingkofita degli scrittori, vede nella scrittura una funzione diversa e più fondante: ben lontano dal prendersi libertà col reale e coi proprî simili, consapevole di quello che vale un uomo solo nel mondo (cioè niente), fa della scrittura un esercizio di lucidità, uno strumento che deve servire a conseguire una visione formalmente esatta del reale: la funzione della sua scrittura è in una specie di fortificazione. Questo lo conduce all’apologo, alla fiaba, alla favola, come strutture narrative elettive per la ricerca della forma buona: cose da bambini che effettivamente ai bambini finiscono spesso in mano, ahiloro, perché non so che cosa possano capirne. La prima volta che le Just so stories mi furono messe in mano, feci due cose, che non ho mai fatto con nessun altro libro illustrato: apprezzai infinitamente le arcane figure di mano dello stesso autore; e misi via, con una saggezza che fatìco ancóra a riconoscermi, il libro, ripromettendomi di rileggerlo a distanza di qualche tempo – un tempo che, allora, non poteva non essere pressoché infinito. Feci benissimo, perché nonostante sia un libro scritto espressamente per bambini – il solo dei suoi – a un bambino non dice più di qualunque altro suo scritto. (Nello stesso anno lessi Il muro del letterato Sartre, quel libro concepito sulla scorta del livido Céline, che contiene tante cose ciniche, claustrofobiche e crudeli, proprio da adulti – e che capii proprio alla perfezione, e mi piacque molto). L’altra conseguenza dell’essere Kipling così immerso nella vita è l’impossibilità matematica, per lui, di essere quel vessillifero dell’impero britannico che s’è voluto farne. Il canto dei soldati per il primo Giubileo della regina Vittoria (1887) è francamente irriverente – la regina vi è detta, in cockney, la Vedova di Windsor, quella che ha i milioni, e ci lascia qui in cencî; il premiato “Recessional”, per il secondo Giubileo (1897) è critico. Nel 1899 rifiutò il cavalierato offertogli dal primo ministro, un conservatore. Si pronunciò a più riprese in toni acri ed allarmistici a proposito della politica. Orwell, le cui idee in politica sono abbastanza ripugnanti per loro conto, gli rimprovera di non essersi pronunciato per la liberazione degl’Indiani, mi par di capire: ma io temo che il contesto in cui Kipling era nato fosse di tipo composito, una di quelle ‘patrie ideali’ che sono un ponte gettato tra due civiltà; se le due civiltà effettivamente do meet succederebbe esattamente quello che succederebbe se si separassero, ossia il ponte crollerebbe. Kipling non si pronuncia in senso gandhiano perché Gandhi non è del suo tempo, né per gl’Inglesi né per gl’Indiani. Questo non basta a farne un vessillifero: i suoi soldati inglesi, spesso cialtroni, cenciosi, stracchi, facilmente corruttibili, di cuore non buono e non cattivo, ladruncoli e privi di fede investono di una luce marcatamente, come dire?, meridionale, da popolo decaduto, il mito ferreo, ammirevole, iniquo ed austero dell’impero: e, certo, non sono adatti a nessun peana. Kipling, come manca del distacco del letterato, così manca anche del suo triste privilegio – quello di potersi fare voce di tutta una civiltà, o l’appulcratore delle sue magagne. I soldati che marciarono nel Transvaal effettivamente cantarono le rime di Kipling; ma non si tratta di pindariche piene di luce, speranza & gloria, quanto ciniche gnàgnere, dalla musicalità peraltro stupendamente arguta, in cui si dà una misura spietatamente esatta di quello che effettivamente quei soldati stavano facendo – i soldati che marciavano cantando Kipling non erano soldati, ma uomini. Solo un letterato particolarmente cretino può credere di cambiare la storia del mondo coi proprî versi, o che veramente la propaganda possa far mutare d’avviso le persone: semmai può chiarirla, fortificarla, sostenerla con ragioni, e incoraggiarla; Kipling avrebbe potuto fare questo, ma, anche perché non era un letterato, ma soprattutto perché non amava, genuinamente, i meccanismi di sopraffazione e l’uso della forza, non l’ha fatto. Il famoso ‘fardello dell’uomo bianco’ appartiene al titolo di un componimento spedito a Theodore Roosevelt, dopo la sconfitta della Spagna; l’esito per sé favorevole del conflitto avendo portato agli USA parecchî dominî, Kipling scrisse all’allora presidente incoraggiandolo, dopo aver trasformato il suo nel paese più influente del mondo, ad un trattamento umano e responsabile dei popoli sottoposti. Dato che l’incomprensione doveva necessariamente accompagnare Kipling fino alla tomba, si dice che Roosevelt abbia commentato: “Rather poor poetry” – Roosevelt aveva in effetti fatto l’università, ed aveva affettazioni culturalistiche – “but good sense from the expansionistic viewpoint”. Che è un invertire i termini della questione: Kipling, prendendo atto dell’ineluttabile, ossia che la Spagna aveva perso e che gli USA perseguivano una politica espansionista, gli aveva scritto esortandolo a farsi carico di garantire lo sviluppo civile e morale di quanto era sottoposto agli USA, che effettivamente, e incontrovertibilmente, hanno influenza su tutto il mondo soltanto grazie alla superiorità della propria civiltà. Nelle parole di Roosevelt, che probabilmente vedeva le cose in maniera meno fatale, e aveva ben più presenti del poeta lontano le fatìche improbe della conquista e le incerte sorti dei conflitti, quello che secondo Kipling doveva costituire una sorta di risarcimento alla sopraffazione, o un tentativo di trovare una funzione positiva alla gigantesca violenza, diventa il motivo per cui la violenza stessa è commessa. Con Roosevelt, e non certo con Kipling, nemmeno negl’intenti – e d’intenti solo si può parlare, trattandosi di poesia – nasce il mito ipocrita dell’educazione americana del mondo. Ma attenzione: Kipling, che non amava le relazioni con l’autorità, s’era preso la briga di scrivere al presidente degli USA rivolgendogli un’esortazione, a mo’ di lettera. Nessuno si prende la briga di esortare a qualcosa se è proprio così sicuro che l’oggetto dell’esortazione sarà un fatto concreto; men che meno se esso oggetto è già un fatto. Né appetiti da poeta-cortigiano o fame di prebende, che rifiutava anche quando gli erano offerte, possono spiegare quello che, di per sé, è tanto chiaro.

4. Il cap. IV di The light that failed. Tutto il romanzo illustra la morale artistica di Kipling, ma centrale in questo senso, per il dibattito che vi si svolge, è il capitolo IV.

Troviamo Dick che, dopo anni di fame e “mezza fame”, si compiace del successo raggiunto. Ma come l’ha raggiunto? Appena tornato in Inghilterra s’è rifiutato di svendersi al giornale per il quale ha illustrato le corrispondenze; epperò, adesso, senza accorgersene, ha cominciato a prostituirsi ai giornali per i quali, dietro lauti compensi, crea copertine e illustrazioni. Si è accorto che il pubblico è fatto in un certo modo e non in altro, e disegna artefatte schifezze, edulcorando il vero e rinunciando alla ricerca. Torpenhow, come anche l’altro amico, il Nilghai, non dicono affatto, a Dick, che sta prostituendo il suo genio, che l’artista deve portare avanti la fiaccola della sua arte raffinata e incomprensibile in mezzo alle tempeste, che deve morire da martire mentre dà l’ultima pennellata ad una composizione sovranamente concettuale; non gli dicono che deve rinchiudersi nel suo mondo, parlando un linguaggio a sé, se pure è, comprensibile, negandosi all’abbraccio letale col mercato.

Gli dicono, molto semplicemente, che sta lavorando male. Che il pubblico per cui produce tavole è il suo datore di lavoro. Il quale può non essersi ancóra reso conto della fuffa che gli si sta rifilando – almeno per quanto riguarda la fetta di pubblico più superficiale, ignorante o sprovveduta – ma che egli, Dick, sta compiendo un atto immorale. E aggiungono anche altre cose, che val la pena considerare.

È un brano istruttivo perché Kipling, che in questo romanzo è autobiografo – egli è sia Torpenhow sia Dick, diciamo – parla chiaro e fa parlar chiaro i suoi personaggî. Come scriva è noto: inizia in medias res, procede dritto fino alla fine, e, arrivato al dunque, ti “sbatte la porta in faccia” (come notava Tomasi di Lampedusa); nel durante alterna momenti più discorsivi, laddove sia necessario fare chiarezza (e questo cap. IV è un esempio), ad altri, desultorî, a scatti e trabalzi, dove ti lascia appena il tempo, tra uno scossone e l’altro, di raccogliere le informazioni necessarie da portarti dietro nel prosieguo del racconto. Kipling è un uomo che ha avuto vita dura, ed è uno scrittore brutale, che il lettore medio italiano inquadra come autore avventuroso (idiozia), o, con moralismo d’accatto, come l’esaltatore della tirannide coloniale inglese (idiozia tripla). In realtà è uno dei più grandi scrittori di sempre, e tra tutti i grandi scrittori, Dostoevskij compreso, ha le maniere meno forbite che si possano immaginare: è nemico della circonvoluzione, aspro, secco, reciso, prepotente, apodittico, sbrigativo, sarcastico, tagliente. Virginia Woolf, per esempio, lo odiava con tutte le forze dell’anima sua: un tipo di lettore come lei di fronte a questa scrittura si sente immancabilmente messo spalle al muro e preso metodicamente a ceffoni.

Kipling propone un’idea di lavoro culturale, per dirla così, che per svariate ragioni possiamo considerare del tutto aliena dal nostro; parte per motivi inerenti alla visione personale di Kipling, che ovviamente non ha nessun corrispettivo nelle nostre lettere, e non potrebbe esservi idealmente collocato in nessun modo; parte per ragioni inerenti alla scrittura secondo un concetto – per dirla nel solito scorretto modo – ‘anglosassone’, ovverossia grosso modo ‘pratico’, funzionalistico, e, soprattutto, etico – nel senso in primis dell’etica professionale. Nessuno pretende di far propria in blocco questa sua etica, o renderla buona per tutte le stagioni; ma credo che questa durezza possa essere salutare. Insomma, io propenderei per prenderla come una specie di medicina, o meglio un piano terapeutico d’urto; non una dieta, ma la cura adatta per una dieta particolarmente pesante, squilbrata e malsana.

Traggo la lunga citazione da: Rudyard Kipling, La luce che si spense. Romanzo. Traduzione integrale dall’inglese di Mario Benzi. A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni – Milano 1932; pp. 68-89. La forma italiana può sonare un po’ forzata, penso per via del non sempre riuscito tentativo del traduttore di rendere la forma scattante e scabra dell’originale. Non è sempre all’altezza dello stile di Kipling, e qualche espressione o giro sintattico è duro, se non ostico, e induce talora alla retroversione, facendo rimpiangere la mancanza, non ci fosse la rete, del testo originale.

5. Intellectio del cap. IV di The Light that failed.

CAPITOLO IV.

Il lupacchiotto s’acquattò nel grano

quando i fumi della cena erano ancora bigi;

sapeva dove la cerva faceva la caccia al cerbiattolino,

ma confidava nella sua forza per farne preda.

Ma la luna dissipò le spire del fumo,

e il lupacchiotto abbandonò l’agguato nei pressi del villaggio,

per ululare contro la luna sorgente.

    NEL SEONCE.

Dialogo tra Torpenhow e Dick. I due si sono conosciuti sotto le armi, in Sudan, durante la campagna di Gordon Pascià (1884) – era questi un generale, Charles George Gordon, dal 1874 al servizio del chedivè d’Egitto, incaricato di sottomettere il Sudan agitato dalla rivolta del Mahdi; assediato in Khartum, finì decapitato (1885) prima dell’arrivo dei soccorsi inglesi. Qui Torpenhow era incaricato come corrispondente di un giornale; notata la bravura di Dick nel fare schizzi, gli aveva proposto di procurargli immagini da accompagnare agli articoli. I due avevano collaborato fino al congedo. Ora che si trovano in Inghilterra vivono insieme. Dick ha rifiutato di svendersi al giornale per il quale lavorava, e tornato energicamente in possesso dei suoi 150 disegni, ha cominciato ad esporre indipendentemente, collaborando anche con numerosi periodici. Le sue tavole ritraggono esclusivamente soldati e situazioni di guerra, e hanno un grande successo. Finalmente libero dalla fame si gode il trionfo, producendo tavole andanti, dall’aspetto improvvisaticcio, come piacciono al suo pubblico.

-Ebbene, ti piace il sapore del successo? – domandò Torpenhow tre mesi dopo, tornando dalla campagna.

-Molto, – rispose Dick, leccandosi le labbra davanti al caminetto dello studio. – Ne voglio di più, molto di più. Gli anni magri sono passati, e questi grassi mi piacciono.

-Bada, caro vecchio, che da quella parte non si fa nulla di buono.

Su quel “da quella parte”, come su molte altre espressioni a venire, ci sarebbe da ridire; leggi qualcosa come: ‘Per quella strada non si arriva a niente di buono’, & sim. Nota soprattutto il gesto caricaturale (“leccandosi le labbra”), che vorrebbe suggerire un certo grado d’insincerità, e non solo l’understatement che si suppone norma tra due vecchî commilitoni. Alla nuova condizione di prosperità si associa insoddisfazione, che si traduce in nevrotica smania di avere “di più, molto di più”.

Torpenhow stava sprofondato in una poltrona con un piccolo fox-terrier addormentato sulle ginocchia, mentre Dick preparava una tela. Un palchetto, un fondale e un cavalletto erano i soli oggetti stabili di quell’ambiente, sparso di una baraonda di tanti altri oggetti eterogenei, che cominciava con borracce coperte di feltro, cinturoni, cartuccere reggimentali, e finiva con un mucchio d’uniformi di seconda mano e una rastrelliera d’armi svariate. Orme fresche di fango sul palchetto rivelavano che un modello militare era partito da poco. Il sole annacquato dell’autunno londinese svaniva, e le ombre s’andavano addensando negli angoli.

Non ci sono notazioni inutili, nemmeno quando s’indugia in descrizioni. Non è da tacere che Dick, mentre Torpenhow sta seduto col cagnolino Binkie, che ha una sua funzione, à la Smiles, nel rilevare la manliness perfetta dei due intellettuali (il gentleman sarà umano con le donne, i bambini, gli animali…), prepara una tela, ma non per dipingere sùbito. Cosa che il lettore di questo solo capitolo quarto non può sapere, i pittori inglesi smettono presto di dipingere per via della luce, soffocata e grigia, che si attenua nel corso dei pomeriggî. In questa descrizione, in cui sono accozzati diversi militaria, ed è rivelata la presenza, fino a poco prima, di un modello in carne ed ossa, sottendono una critica alla ‘copia del vero’ che, oltre ad essere quanto di più distante dalle concezioni figurative di Kipling, è anche la cifra di certo pompier, ciò che fa effetto in Kipling, la cui infanzia è stata dominata da frequentazioni con preraffaelliti, il cui irrealismo virtuosistico procede da un’esasperazione tecnico-calligrafica del fotografismo proprio di quest’età. È evidente l’associazione, in chiave negativa, di copia del vero ed esaltazione calligrafica impliciti sì nel pompier, ma ribaditi dalla produzione di paraphernalia specifici; con l’ironia di quelle ‘orme fresche di fango’ che non si sa se attribuire alla rozzezza del modello, alla consonanza con il tema militare delle tavole di Dick o ad una volontà di Kipling di mostrare un dietro le quinte molto prosaico al tono eroico e compiacente della pittura dello stesso.

-Sì, mi piace il potere, – disse Dick deliberatamente – e mi piace l’allegria, mi piace il baccano, e soprattutto mi piace il denaro. Mi sento quasi d’amare la gente che fa tutto quel baccano e mi riempie le tasche. Quasi. È una banda tanto strana… stupefacentemente strana!

-Però, a ogni modo, sono stati piuttosto buoni con te. La tua mostra deve averti reso parecchio. Hai visto quel giornale che la chiamava La Mostra delle Opere Selvagge?

-Che importa? Sai perché ho venduto tutto, fino all’ultimo pezzettino di tela? Perché m’hanno preso per un artista improvvisato. Sicuro! Se avessi rappresentato le mie cose su pezze di lana, o se le avessi grattate su ossi di cammello, avrei incassato molto di più. È come ho detto: gente strana, molto strana. Non precisamente limitata, no, non sarebbe la parola giusta. L’altro giorno ne ho trovato uno che non poteva ammettere che l’ombra sulla sabbia bianca fosse blu, oltremarino, come realmente è. Ho saputo poi che quell’individuo non è mai andato più lontano della spiaggia di Brighton, ma l’arte la conosceva lo stesso dall’ “a” alla zeta, maledetto lui! M’ha fatto anche un sermoncino, raccomandandomi d’andare a scuola e d’imparare un po’ di tecnica. Chissà che cosa gli avrebbe risposto il vecchio Kami!

Dick è recepito come ‘artista selvaggio’ – fauve, in francese, e Dick, che è stato in Francia, non può non saperlo. Come categoria critica, com’è noto, fauve designa specificatamente la scelta, ‘selvaggia’, ossia visionaria, dei colori. Il fauve propriamente inteso è degli anni in cui nasce il romanzo, ed è il motivo per cui poche righe più sotto Dick ricorda quel cliente “che non poteva ammettere che l’ombra sulla sabbia bianca fosse blu, oltremarino, come realmente è. Ho saputo poi che quell’individuo non è mai andato più lontano della spiaggia di Brighton”: Dick basa il suo successo su un equivoco, favorito dall’ignoranza che la quasi totalità della sua clientela ha di altri paesaggî a parte quello tipico del paese nativo. Una scelta cromatica del tutto scontata per un paesaggio sudanese diventa, per il compratore inglese che in Sudan non c’è mai stato, una levata d’ingegno – il fatto che quell’ombra non sia azzurra in natura, per lui, è un aspetto positivo. Dick in realtà non è in grado di innalzarsi all’ideale, come si diceva allora: solamente la realtà che dipinge è nota in sé a pochi, e quello che ne risulta, a livello della sua pittura, sembra merito suo, o almeno una sua peculiarità curiosa. E Dick rincara, a proposito del fruitore: “ma l’arte la conosceva lo stesso dall’ “a” alla zeta, maledetto lui!” – il fruitore-tipo è effettivamente avvertito e di buon gusto, che cade vittima di un semplice tranello: la rappresentazione di qualcosa che crede non esista è attribuita tutta alla creatività dello sregolato artista, che di fatto è un oleografico senza fantasia che fotografa col pennello e, nel contempo alterando e censurando il reale nei suoi aspetti meno desiderati, vedi sotto, vellica il gusto, che per converso è pessimo, di un largo pubblico di acquirenti di periodici. È una posizione, ambigua, la sua, che Kipling fissa con stupefacente nettezza. L’antitesi perfetta costituita dalla maniera di Dick, stante l’esatta definizione, ancóra à la manière della de Gournay secondo cui è figura che “rileva la differenza tra due oggetti per altro uguali”, consiste nell’essere una maniera unica che soddisfa due pubblici diversi, ognuno dei quali ignorante a suo modo. La sua posizione antietica consiste nel consapevole sfruttamento economico di questa situazione. Quanto a Kami, è un’ombra ricorrente nel romanzo. Vale la pena di dire che nei primi capitoli, dedicati all’infanzia selvaggia di Dick e Maisie, e poi alla vita militare del primo, non si fa menzione né del talento pittorico dei due, che pure finiscono entrambi col dedicarsi all’arte, né al fatto che entrambi, come si vedrà, hanno studiato con questo Kami, tipo del ‘prestigioso’ maestro.

-Quando sei stato con Kami, uomo d’inizi straordinari?

-Ho studiato due anni con lui, a Parigi. M’ha insegnato il magnetismo personale. Non diceva mai altro che Continuez, mes enfants, e non se ne poteva cavar altro. Aveva un tocco divino, e sapeva qualcosa dei colori. Se li sognava, i suoi colori. Scommetto che non ha mai visto nulla nei suoi colori reali. Sviluppava tutti i colori, e faceva bene.

-Ricordi i nostri panorami del Sudan?

Dick si rigirò di scatto.

-No, per carità! mi dài la voglia di tornarci subito. Dio, che colori! Opale e terra d’ombra, e ambra, e lapislazzuli, e rosso mattone, e zolfo… zolfo come la cresta del cacatù sull’ocra, con una roccia nera come un negro, che si drizza nel bel mezzo, e di dietro un festone decorativo di cammelli, contro un purissimo cielo di pallida turchese.

Kami non è più che una macchietta, per quanto riguarda l’insegnamento: la valutazione che Kipling invita a darne è abbastanza chiara. In un’epoca in cui forte era l’osculazione tra arte e occultismo, tra madame Blavatsky e Stanislao de Guaita, Aleister Crowley (ancóra in erba, ma non si dimentichi che era anche pittore, come moltissimi esoteristi) e il Sâr Péladan, la ricerca di quiddità misteriose nell’arte, come naturale reazione all’erosione di parte dell’antico impero da parte della fotografia ormai universalmente diffusa, doveva essere ossessiva. Ma era anche un luogo comune, uno specchietto per le allodole, né poteva essere altrimenti data l’impossibilità di discernere, in qualunque caso, tra suggestione profonda e mistificazione in tale campo, e l’insegnamento del maestro che aveva “un tocco divino” e “sapeva qualcosa dei colori” (understatement), vale a dire che li “sviluppava”, li alterava, li faceva altro da quello che sono in natura, scade a mantra efficientista: “continuez, mes enfants”, di paternalismo (appunto) vagamente industriale. Sembra di poter azzardare che la preparazione fornita da Kami, fatta essenzialmente di lavoro continuo, ostinato – di copiatura? – fosse tecnicamente ineccepibile; ma c’è più d’un sospetto che di contro ad una ricerca cromatica piuttosto ardita faccia riscontro un bovino conservatorismo quanto al disegno (sul quale Dick insisterà, significativamente, dando qualche utile dritta a Maisie nei capitoli seguenti). In effetti la vera discriminante, nel transito dall’arte ‘cartesiana’ ed accademica a quella contemporanea è nel passaggio da figurativo a concettuale, e nulla nella preparazione fornita dal misterioso e magnetico maestro fa supporre in alcunché la dissoluzione delle forme, benché la sua attenzione, pare persino un po’ morbosa, alla luce e al colore trascenda la mera indicazione di scuola, il ‘bagaglio tecnico’, e abbia già pretese estetizzanti. Di questo passo, potremo tranquillamente accusarlo di limitarsi ad alterare speciosamente gli equilibrî cromatici classici di una maniera che rimane di per sé del tutto pompière. Irrompe quindi, di nuovo a costituire antitesi, grazie alle parole di Torpenhow, il ricordo del Sudan – la terra aliena in cui i colori sono “già alterati”. Quasi che il Sudan costituisse, bella e pronta, la tavolozza composta secondo i dettami di Kami, senza che l’artefice debba fare sforzi per immaginarsi equilibrî cromatici diversi.

Camminò agitato su e giù.

-Eppure, sai bene che, se vuoi dare a quegl’individui le cose come Dio le ha fatte, ridotte alla loro comprensione coi mezzi che Dio ha dati a te…

-Sei molto modesto. Ma continua pure.

-Un qualunque pagano che non sia mai stato nemmeno in Algeria, ti dirà anzitutto che la tua nozione non è affatto originale, eppoi che quel che tu chiami arte non è affatto arte.

-Vedo che hai sentito i discorsi che fanno nelle botteghe di balocchi.

-Eh, per forza. M’hai lasciato solo, e dovevo pur far qualcosa per passar quelle sere che non finiscono mai! Non si può sempre lavorare.

Non so come si possa considerare ‘facile’ Kipling, di fronte ad uscite del genere. Siamo, come si vede, in pieno Novecento, sia per la tematica, di bruciante attualità in quel torno d’anni, se non più ancóra negli anni seguenti, sia per il dettato, che è tutto a balzi, tutto cicatrizzato. Dick dà innanzitutto un’idea ‘onesta’ di pittura: come, in altri termini, si colma il gap tra vero e verosimile, così il pittore coscienzioso media tra realtà naturale e “quegl’individui”, riducendo le cose come sono a cose che essi individui possono capire. Ma qui salta fuori il vero problema: l’aspetto mistificatorio dell’operazione di Dick non consiste nel non applicare questa sorta di regoletta, poiché essa porta a risultati fallimentari: infatti chiunque, anche il “pagàno” che non è mai “stato nemmeno in Algeria” – il tipo dell’acquirente che apprezza l’ombra oltremare perché la crede non la realtà fotografica, ma una trovata dell’artista – ti dirà che il tuo concetto (così credo si possa rendere quello che il Benzi rende con “nozione”) non è per nulla originale, e che non stai facendo arte. Questo avviene quando l’artista cerca di essere comprensibile, si pone come mediatore tra il soggetto del quadro e il fruitore; ciò che, appunto, Dick si guarda bene dal fare. Ma siamo lontani dal vetro smerigliato posto da Gombrich davanti all’orrenda Anadiomene del Bonnencontre col fine di renderla più interessante: quella di Dick è una mistificazione di tipo particolare: non consiste nel mentire, ma nel non dire. È ovvia, anche, la decisività assunta, nella fruizione, dal rapporto che il pittore intrattiene direttamente col fruitore (-acquirente), quindi del prevalere fatto extrapittorico, extrartistico, sulla stessa opera; semplicemente Dick fa credere di essere una specie di “fauve”, mentre è un calligrafico – per quanto riguarda, strettamente, il suo pubblico côlto. In questo consiste la sua immoralità: nel scegliere una posizione ambigua, tra due sedie, di compromesso: secondo Torpenhow in questo modo non lavora per il pubblico, ma per sé stesso (per le proprie tasche).

-Ma si può andare in una bettola qualunque e pigliarsi una bella sbornia, che non fa male a nessuno.

-Hai ragione. Sarebbe stato meglio. Ma avevo già fatto conoscenze. Si dicevano artisti, e c’erano alcuni di questi che sapevano disegnare… soltanto, non volevano. M’hanno invitato al tè… tè alle cinque del pomeriggio! Parlavano d’arte e degli stati dell’anima, come se la loro anima c’entrasse. Non ho mai sentito parlar tanto d’arte e visto meno dell’arte come in questi ultimi sei mesi. Ricordi Cassavetti, quello che lavorava per un sindacato del Continente, seguendo una colonna nel deserto? Pareva un albero di Natale, quando si metteva in marcia in pieno assetto, con le borracce, il cinturone, la tracolla, la rivoltella, la cassetta per scrivere, le lanterne e Dio sa quant’altre cose. Passava il tempo a trastullarsi con tutte quelle cosucce, e mostrava a tutti come funzionava ciascuna. Eppoi, non ha mai fatto altro che copiare i rapporti di Nilghai.

Dick riferisce, telegraficamente, come abbia cominciato a frequentare l’élite intellettuale cittadina: gli elementi ci sono tutti: le sue nuove conoscenze sono coltivate, e anche istruite accademicamente, ossia tecnicamente, ma hanno fatto i primi passi verso il concettuale – che si colloca storicamente almeno da tre lustri più tardi, ma è preparato da una lunga vicenda di dissoluzione, ch’è propria degli anni del romanzo, del disegno tradizionale –, un salto che Dick non compirà ovviamente mai; la tournure del laconico: “c’erano alcuni di questi che sapevano disegnare… soltanto, non volevano” sottolinea la sostanziale incomprensione di Dick, di fatto spaesato fra tradizione e novazione, nei confronti dell’ultimo grido dell’arte. Ma non c’è solo la sua incomprensione; c’è oggettivo isterilimento: l’ambiguo “Non ho mai sentito parlar tanto d’arte e visto meno dell’arte come in questi ultimi sei mesi” si riferisce sicuramente più alla qualità che alla quantità, ma più ancóra alla “sostanza”, alle “fonti dell’ingegno”; come il corrispondente Cassavetti, nel Sudan, che s’era dotato d’uno strumentario poderoso, e poi copiazzava quello che, senza tanta ciarpa, scriveva un altro corrispondente, questa élite vive di erudizione iconografica, di fatto rimescolando materiali altrui. Kipling è ben lontano dal condensare in Dick i difetti di una generazione di artisti; in Dick rappresenta più che altro il transito da uno stato dell’arte all’altro, un periodo di crisi e, per il momento, di disorientamento. In effetti i rovelli di Dick sono certamente autentici, come quelli dei suoi amici avanguardisti; egli è davvero spaesato. Quello che rende immorale, non deontologica la sua posizione nei confronti dell’arte non è l’incapacità di prendere posizione netta, perché questa indecisione, propria dei decadentismi, è nell’aria, tutti la condividono; e men che meno è ipotizzabile che abbia escogitato freddamente l’imbroglio al pubblico; il peccato originale consiste nell’essersi adagiato in una posizione comodamente doppia, la quale gli si è presentata da sé, fatalmente, e che lui ha avuto – questo sì – il torto di accettare in pieno. Inutile, o quasi, rilevare come la tesi dell’estraneità di Kipling alle tematiche base del decadentismo non può reggere; la differenza tra il suo punto di vista e quello di altri decadenti è semplicemente quella che intercorre tra la posizione di Victor Hugo e quella di Baudelaire di fronte all’abisso: dove quest’ultimo se ne spaventa, e si ripiega su sé, mentre il primo vi guarda in fondo, e regge stoicamente la vista. Vale la pena solamente di notare che quello che Renzi riferisce come “Nilghai”, tout court, è, nel testo consultabile in ampia porzione pdf qui: http://books.google.it/books?id=l42BcrH52oMC&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false, o meglio in html qui: http://classiclit.about.com/library/bl-etexts/rkipling/bl-rkip-light-1.htm &c. [ma qui: http://www.gutenberg.org/files/2876/2876-h/2876-h.htm per il testo integrale], regolarmente “the Nilghai”, dunque è un soprannome, e non un nome. Il nilghai, o nilgai, o nilgau è un’antilope indiana dalle corna corte (secondo il wiktionary, http://en.wiktionary.org/wiki/nilghai), di cui leggo in Alessandro Ghigi / Pasquale Pasquini, La vita degli animali. Vol. II: Mammiferi delle terre continentali. Avifauna paleartica. Terza edizione aggiornata e accresciuta, UTET, Torino 1974, pp. 470-473, che ha nome scientifico Boselaphus tragocamelus, genere a sé dei quattro che si classificano tra le antilopi indiane; il soprannome può essere stato dato per ironia, dal momento che il Nilghai è grasso, come è detto, mentre questa antilope “inseguita fugge molto celermente” (473).

-Simpatico quel Nilghai! È in città, più grasso che mai. Dovrebbe venir qui stasera. Capisco benissimo quel che vuoi dire. Avresti dovuto stare alla larga da quelle modisterie maschili. Ci hai preso quel che meriti, e spero che ti scombussolerà per un pezzo.

La modisteria, in senso specifico, è un laboratorio-negozio in cui si confezionano e vendono cappelli rigorosamente da donna. Il militare, maschio, Dick, non poteva respirare liberamente nell’atmosfera effeminata dell’élite dei figuratìvi di moda. Segue un’esemplificazione concreta del modo di procedere di Dick nei confronti della parte meno nobile del suo pubblico pagante, del suo ‘datore di lavoro’: innanzitutto, appunto, una figuratività maschia, quindi ‘dal vero’, in contrapposizione con l’erudizione, di fatto una forma di parassitismo (“Eppoi, non ha mai fatto altro che copiare…”), dell’arte effeminata, che Dick ha respinto con nettezza. Sembrerebbe una scelta in direzione dell’autonomia, dicendola così; di fatto, avendo che fare con un pubblico che vuol essere confermato e gratificato nelle sue false convinzioni, è caduto in una schiavitù peggiore, che lo induce alla deformazione del progetto originario a vantaggio del prodotto vendibile; Dick non è esattamente sulla linea d’onda del fruitore medio (ben lontano dalla pretenziosità del suo acquirente da esposizione), ma è disposto a distruggere la sua opera per rimpiazzarla con qualcosa di molto prossimo a quello che il fruitore ignorante ha già in mente. Va da sé che la sua posizione, in questo caso, è ancóra più immorale. Nel caso del fruitore avvertito si trattava di nascondere il fotografico-calligrafico (“se vuoi dare a quegl’individui le cose come Dio le ha fatte, ridotte alla loro comprensione coi mezzi che Dio ha dati a te… […] un qualunque pagano che non sia mai stato nemmeno in Algeria, ti dirà anzitutto che la tua nozione non è affatto originale, eppoi che quel che tu chiami arte non è affatto arte”), prestandosi all’illusione dell’artista autonomo, spiazzando in apparenza per assecondare di fatto; nel caso del fruitore bue si tratta dell’esatto contrario: “ Da’ loro quel che sanno, e una volta che l’hai dato, torna a darlo” – dove quel “torna a darlo” è eloquente della condizione dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità, cioè della sua riduzione ad oggetto in serie:

-No, non mi scombussola affatto. Soltanto, m’ha insegnato che cosa è realmente arte, la sacrosanta.

-Se hai imparato questo, non hai sprecato il tempo. Sentiamo che cos’è l’arte.

-Da’ loro quel che sanno, e una volta che l’hai dato, torna a darlo.

Tirò avanti una tela che stava appoggiata a una parete, col dipinto nascosto.

-Ecco un campione d’arte vera. Servirà per facsimile ad un settimanale. L’ho intitolato “L’ultima Cartuccia”. L’ho cavato da quel piccolo acquerello che ho fatto fuori d’El Maghrib. Il mio modello, un magnifico fantaccino, l’ho tirato qua con una bicchierata. L’ho ubriacato, riubriacato, straubriacato, fino a farne un diavolaccio rosso, scarmigliato, stralunato, con l’elmo sulla nuca, un torrente di sangue che gli sgrondava giù per una gamba da un taglio all’anca, e la vera morte negli occhi. Non era più bello, no, ma tutto soldato da capo a piedi, e molto uomo.

-Sempre modesto!

Dick rise.

-Beh, ora parlo soltanto con te. L’ho dipinto meglio che ho potuto, tenendo conto degli effetti dell’olio. E il direttore artistico di quel relitto di rivista m’ha detto che non poteva piacere ai suoi abbonati. È una figura troppo brutale, rozza, violenta, m’ha detto, quando si sa che l’uomo è naturalmente gentile e costumato, anche nel suo ultimo sforzo per non morire ammazzato. Mi son ripreso l’ “Ultima Cartuccia”, e guarda il risultato. Gli ho messo una bella giacca rossa nuova fiammante, senza una macchia, senza una grinza. Questo è arte. Gli ho lucidato ben bene le scarpe… guarda che bel lustro sul puntale. Questo è arte. Ho pulito il fucile… i fucili sono sempre puliti in servizio, perché così vuol l’arte. L’elmo gliel’ho fregato col gesso… al servizio fregavo sempre col gesso il mio, cosa indispensabile all’arte. Poi l’ho sbarbato ben bene, gli ho lavato le mani e dato un’aria di pacificone. Risultato: una bella insegna per sarto militare. E il prezzo, grazie a Dio, è il doppio di quello che mi è stato pagato per lo schizzo, che pure era un prezzo conveniente.

-E vuoi spacciare questa roba per tua?

Qui si solleva, con succintezza molto kiplinghiana, uno dei problemi sostanziali: quello della paternità dell’opera d’arte, e la crisi d’identità – non come fatto psicologico, come fatto concreto – dell’artista di fronte all’opera. A chi appartiene un’opera se essa corrisponde a criterî che l’artista non ha fissato, o contribuito a fissare, e, soprattutto, non condivide sostanzialmente? La diplopia sviluppata da Dick è in apparenza abile operazione di smercio, di fatto riflette la frantumazione dell’unità identitaria di fronte al pubblico e all’opera. I due temi della riproducibilità dell’arte – di cui il pittore sul tipo di Dick, consapevolmente o no, deve necessariamente soffrire, in quanto insieme espositore di opere irripetibili e illustratore per ebdomadarî del genere del ‘pictorial’ – e della paternità dell’opera sono chiaramente interrelati, ma se il loro legame fosse così fatale, tolta la possibilità della scelta immorale come di quella morale, Dick sarebbe assolto. E invece no, perché la sua scelta è quella di sfruttare, alienandola da sé, la situazione. L’aspetto filosoficamente più rilevante è proprio la nolontà, che di fatto è incapacità, da parte di Dick di farsi carico della situazione. Ne rimane difuori, e rimane difuori dalla sua stessa pittura, che può essere, pertanto, tranquillamente deformata, cancellata, rifatta; e anche distrutta, in un gesto di rabbia, da Torpenhow, come si vede nelle righe che seguono:

-Perché no? L’ho fatta io. Solo io l’ho fatta, nell’interesse dell’arte sacrosanta e della Rivista Dickenson.

Torpenhow fumò in silenzio per un buon momento, e infine pronunciò il verdetto concepito nelle nuvole rotolanti:

-Caro Dick, se tu fossi nient’altro che un ammasso di stupida vanità, non ci farei caso. Ti lascerei andar al diavolo insieme con la tua pittura. Ma se penso a quel che tu sei per me e vedo che alla vanità aggiungi la stizza da due penny e mezzo d’una ragazzina di dieci anni, devo per forza far qualcosa. Ecco!

La tela fremette, trapassata da un piede solidamente calzato di Torpenhow, e il cagnolo saltò giù, pensando che ci fossero i topi.

-Se hai parolacce da dire, dille pure. Non ne hai? Allora continuerò. Sei un idiota! Non c’è mai stato uomo nato di donna tanto forte da poter prendersi libertà col suo pubblico, neanche se fosse tutto quel che dici tu, che poi non è vero.

-Ma se non ci capiscon nulla! E che possono mai capire creature nate e cresciute in questa luce? – e accennò la nebbia per ingialliva il lucernario. – Se vogliono vernici per mobili, non c’è ragione perché non le abbiano, fin tanto che son disposti a pagare. Eppoi, non son altro che uomini e donne, mentre, a sentir te, si direbbe che sian numi.

Lo sgravio di responsabilità è evidente: di qua dalla sostanziale indifferenza di Dick di fronte alla distruzione del quadro – non ancóra riproducibile, e dunque perduto una volta per tutte (molto più avanti nel romanzo ci sarà un’altra distruzione di un’opera di Dick, distruzione alla quale reagirà in modo ovviamente diverso) – l’aspetto più interessante è proprio l’alienazione: le motivazioni per l’esecuzione di un’opera indegna di sé sono molteplici, una delle quali pseudoelitista (propria dell’artista ‘popolare’, di fatto pieno di disprezzo nei confronti della mandra di buoi a cui propina cose scadenti), e una addrittura neopositivista: il fruitore inglese non capisce nulla di arte perché ha negli occhî la luce smorta del suo paesaggio familiare. L’ambiente in realtà è il responsabile degli equilibrî distorti; l’immoralità non c’è, perché è il sistema a funzionare in un certo modo. (Di qui è inferibile anche la negazione del capolavoro come possibilità, volendo).

-Suona bene quel che dici, ma non ha nulla a che fare col caso in questione. Quelle persone costituiscono, che tu lo voglia o no, il pubblico per il quale devi lavorare. Sono i tuoi padroni. Non t’illudere, Dickie, non sei forte abbastanza per scherzar con loro o… con te stesso, cosa tanto più grave. Inoltre… passa qua, Binkie! è stato quell’impiastro rosso che t’ha svegliato… Dicevo, dunque, che se non stai più che attento, cadrai nella dannazione del libretto di chèques. Il denaro facile t’ubriacherà del tutto, ché ora sei già mezzo brillo. E per quel denaro e la tua maledetta vanità, ti vuoi mettere a lavorar male? Credimi che di brutti lavori ne farai abbastanza senza saperlo. E credi anche questo, Dickie: com’è vero che ti voglio bene e so che tu ne vuoi a me, non ti permetterò mai e poi mai di tagliarti il naso e rovinarti la faccia per il denaro che circola in Inghilterra. Ho detto. Ora puoi bestemmiare.

-Non ci tengo. Ho cercato d’arrabbiarmi, ma sei talmente ragionevole! Pazienza, lascerò strillare la Dickenson.

-Ma perché diavolo mai vuoi lavorare per settimanali? Non capisci che così ti dissangui pian pianino?

Quel che segue riporta al tema del denaro; che di fatto, ormai lo abbiamo capìto, è solamente un alibi:

Dick si toccò le tasche.

-Procurano tante sterline, molto comode.

Torpenhow lo fissò con manifesto disgusto.

-Ed io che credevo di parlare con un uomo! Ma se non sei che un bambino!

Dick si rigirò prontamente.

-No, ora sbagli tu. Non hai nessun’idea di quel che sia la certezza d’un incasso, per un uomo che ha sempre avuto bisogno di quattrini. Nulla potrà mai compensarmi di certi piaceri che mi son dovuto godere. Per esempio, su quel portamaiali cinese, dove s’aveva pane e prosciutto a tutti i pasti, perché Ho-Wang non ci voleva dar altro, e tutto, anche il pane, sapeva di maiale, maiale cinese! Per il denaro che mi piglio adesso, ho sgobbato e sudato e patito la fame mese per mese, per anni e anni. Ed ora che posso pigliarne, voglio pigliarne più che posso, finché dura la cuccagna. Lascia che paghino. Tanto, non ci capiscon nulla.

-Che altro si degna di desiderare, Sua Maestà? Non puoi certo fumare più di quanto già fumi, non vuoi bere e mangi di tutto, e basta guardarti per capire che ti vesti al buio. L’altro giorno, quando t’ho proposto di comprarti un bel cavallo, non hai voluto, perché un cavallo può sciancarsi, e preferisci prendere una vettura pubblica. E non sei nemmeno stupido al punto da credere che la vita sia fatta di teatri e di tutte le cose vive che si possono comprare in città. E allora, che ne vuoi fare di tutto quel denaro?

-Perché è qui, e Dio ne benedica il cuore d’oro! È sempre qui, davanti agli occhi. La Provvidenza mi manda noci finché ho i denti per schiacciarle. Non ho ancora trovato la noce che mi piacerebbe schiacciare, ma intanto mi tengo aguzzati i denti. Forse un giorno faremo insieme un giretto per il mondo. Eh, che ne diresti?

-Senza bisogno di lavorare, senza dover render conti a nessuno né competere con nessuno? Saresti abbrutito dopo la prima settimana. E io non ci tengo a godere alle spese di un’anima d’uomo. Dick, è inutile discutere, tu sei matto.

-Non vedo perché. Il capitano di quel portamaiali cinese s’è fatto un onore enorme salvando venticinquemila maialini molto malconci dal mal di mare, la volta che demmo di prua in una giunca del trasporto di legna. Ora, se prendiamo quei maialini come paragone…

-All’inferno i tuoi paragoni! Ogni volta che cerco di correggerti l’anima, mi tiri fuori un fatterello insignificante dal tuo passato tenebroso, molto tenebroso. Che c’entrano i maialini cinesi col pubblico britannico? Quel che fa onore in alto mare non fa onore qui, mentre il rispetto di sé val sempre lo stesso in tutto il mondo. E a proposito, se Nilghai venisse stasera, mi permetti di mostrargli i tuoi lavori?

-Ma certo! Che idea! Ora mi domanderai se puoi bussare al mio uscio.

E Dick se n’andò, per consigliarsi con se stesso nella nebbia londinese, già in via d’addensarsi.

Ecco, credo che l’insegnamento più prezioso – perché Kipling dev’essere preso, è buona norma nell’accostarsi ad un autore, per quello che si propone, ossia come un dispensatore di consiglî e una guida morale – consista proprio in questo: nella consapevolezza estrema che l’artista deve avere nell’affrontare il suo pubblico. La saggezza kiplinghiana consiste nell’inferire un autore debole e un pubblico forte (“Non t’illudere, Dickie, non sei forte abbastanza per scherzar con loro”), che è una prospettiva non solita, almeno a queste latitudini, almeno nel dibattito sull’arte a cui siamo abituati. Per esempio, mi sovviene – a caso, chissà quant’altri esempî non mi vengono in mente al momento, e si dovrebbero fare – che in Kavalier e Clay, romanzo così così dell’autore americano Michael Chabon (2000), riemerge proprio questo principio, nel corso di una conversazione tra i due protagonisti, che vogliono lanciarsi come fumettari: l’idea dell’autore come una pecora in mezzo ai lupi, forzando un po’ i toni, è ben anglosassone, schematizzando al limite della prostituzione concettuale, dato che prosorge inevitabilmente da un concetto altamente individualistico dell’essere umano, visto inevitabilmente non solo come eroe carlyliano (non è sempre domenica), ma anche nella sua coessenziale solitudine di fronte al mondo; concetto col quale probabilmente, dato che son tutte cose che ci vengono da là, i nostrali fumettari ed autori di genere faranno probabilmente i conti, ma non lo scrittore a tutto tondo, lo scrittore – per esempio – di sé, o il poeta. Ci sono due visioni diametralmente opposte e inconciliabili: una è quella dello scrittore come comunicatore – lo scrittore che non è mai solo, perché parla ‘a tutti’, col coeur in man; l’altra è quella dello scrittore che deve comunicare, necessariamente, e non necessariamente è inteso. Si tratta di vedere se si tratti di due civiltà letterarie diverse, o semplicemente di un’avanguardia e di una retroguardia, di un centro e di una provincia. Sta di fatto che anche alle nostre latitudini ci sono casi eclatanti di scrittori (Morselli è il segnacolo) che non sono pubblicati, e meriterebbero, e di scrittori che sono pubblicati e non vendono, e meriterebbero. L’aspetto critico – forse, dico forse, non tutto ma molto si riduce a questo semplice, e anche un po’ volgare, fatto – è contestuale, o è nella testa di scrive, dipinge, fa musica, si esibisce? Per esempio, è possibile scrivere senza chiedersi a chi ci si sta rivolgendo? Si può obiettare che altro è la scrittura romanzesca, e altro, innanzitutto, quella poetica: il Novecento, almeno il nostro, è dominato dall’ermetismo, che è tendenziale chiusura nei confronti del fruitore, è un sostanziale non voler essere capìti, un “chiudersi”, con lettura un po’ bisticciata. Ma anche nel caso-limite della poesia quello che mi chiedo è: è inferibile una scrittura che si nega così totalmente alla fruizione, o non sarà, piuttosto, una scrittura che vuol essere letta in un certo modo, passando per determinati filtri? Basta un secondo di riflessione per rendersi conto come l’ermetico non si nega mai alla comunicazione, solo la regola in modo tale che la fruizione ne risulta certamente più ardua, ma non certo impossibile, e non certamente come cosa superflua rispetto al dato poetico. Sono ovvietà, assolute, ma rimane da chiedersi come mai, se tutto è così ovvio, ad un certo livello continui a trionfare una scrittura così ombelicale, in fondo destituita di presupposti. La gente che si scrive addosso sta seguendo un’intima vocazione o non, piuttosto, ha visto una progressiva distorsione del proprio progetto originario, fino a ridursi a quello? Se ne evince, inevitabilmente, che anche la scrittura, come qualunque attività umana, subisca potente l’attrazione del tutto e la sua resistenza, e che richieda qualcosa di sinistramente simile alla forza, all’energia, per essere sostenuta. La forza, l’energia sono, in termini fisici, lavoro: se non ho un punto d’appoggio, se non ho un vettore, il lavoro non può essere. Posso avere, tutt’al più, una fonte che continua a disperdere energia nello spazio vuoto, finché non si esaurisce, e ne rimane priva affatto. Il solo fatto fisico porge materia di riflessione. Ma è a questo punto, quando cioè si entra nel merito della funzione della scrittura, che scattano meccanismi in fondo non del tutto spiegabili, se non con l’assunzione supina di certi schemi, ultronei, che a ben guardare non hanno ragione di essere messi in azione in questo caso. Kipling, attraverso Torpenhow, come anche attraverso Dick, parla di ‘lavoro’, ma il lavoro non necessariamente è il fulcro di un rapporto mercenario: e lo si vede, specialmente, nell’assunzione, molto chiara ed esplicita, del denaro come alibi da parte di Dick. In effetti la sua produzione frutta denaro; ma il fatto che frutti denaro non implica direttamente che la sua produzione sia lavoro. Il lavoro, in questo caso, dev’essere un’altra cosa; non si tarda, credo, a dedurre, anche in base a quello che s’è visto prima, che esso consiste nel finalizzare la propria opera a comunicare la data cosa a un dato pubblico, e nel mettere in atto adeguate strategie – suona malissimo, lo so – perché quello che si dice arrivi effettivamente a destinazione. L’artista può arricchire grazie alla sua opera, se proprio dobbiamo dilungarci sull’aspetto pecuniario, per motivi complessi, non tutti necessariamente inerenti all’opera; se quello di Dick è il caso-tipo, ma è certamente un caso possibile, è l’equivoco che lo ha arricchito, o quantomeno gli ha permesso di mantenersi al disopra del decoroso; ma è proprio questo sfuggire della possibilità del guadagno ad un’equazione che ponga in esatta e certa relazione il lavoro in sé, o la produzione, e il vile guadagno basta da solo a far saltare qualunque equivalenza possibile. Ne consegue che si può lavorare anche quando si scrive una lettera, o nel postare qualcosa su un blog – in questa accezione, all’interno di questa logica, sicuramente.

Mezz’ora dopo la sua uscita, Nilghai s’affannò su per le sette branche. Era il decano, oltre che il più voluminoso dei corrispondenti di guerra, con un’esperienza che risaliva fino alla nascita del fucile ad ago. Eccettuato solo il suo alleato Keneu, l’Aquila della Guerra, nessuno lo poteva superare in quel ramo speciale, e quando si metteva a discorrere, cominciava sempre con l’annuncio d’una guerra nei Balcani nella prossima primavera. Torpenhow l’accolse con un’allegra risata.

-Lascia stare i pasticci dei Balcani, e parliamo di Dick. Hai sentito che successone?

-Già, è stato chiamato alla notorietà, mi pare. Spero che lo terrai nei limiti d’una saggia umiltà. Ha bisogno d’essere soppresso di quando in quando.

Quanto al fucile ad ago, che desterà la curiosità di tutti, leggo in Letterio Musciarelli, Dizionario delle armi, Mondadori, Oscar Manuali, Milano dic. 1978, ad vocem: “Fucile a retrocarica che si giova, per sparare, del meccanismo di accensione della carica detto ‘ad ago’. Il primo fucile apparso di questo tipo è il Dreyse (v.) che venne adottato nel 1848 dall’esercito prussiano”; per “soppresso” non s’intende “liquidato”, ma “tenuto a bada”.

-E come! Comincia a prendersi qualche libertà con quel che crede essere la sua reputazione.

-Di già! Per Giove, che fegato! Io non ne so nulla della sua reputazione, ma so che finirà male, se fa così.

-Gliel’ho detto, ma non credo d’averlo convinto.

-Eh già, una volta che prendono l’aire, non dànno più retta a nessuno. Che disastro è quello laggiù?

-Un esemplare d’una sua birbonata.

Raccolti i brandelli della tela sfondata, Torpenhow mostrò la figura “lisciata” a Nilghai, che guardò e fischiò.

-Una cromo, una cromolitoleomargarinoporcheria! Che diavolo l’ha pigliato per far una roba simile? Però, guarda un po’ come ha dato in pieno nel gusto di quel pubblico che pensa con le scarpe e legge coi gomiti! C’è un’insolenza a sangue freddo, che quasi compensa tutto. Ma non deve continuare così. Devono averlo incensato un po’ troppo, non ti pare? Sai bene che quella gente non ha nessun senso di misura. Son capaci di chiamarlo un secondo Detaille e un Meisonner di terza mano, per poco che duri la sua voga. È un regime troppo ventoso per un pulledrino.

La doppia l di “pulledrino” è intenzionale, grafia antiquata. Dei due pittori leggo in Dictionnaire des Peintres, Sculpteurs, Dessinateurs et Graveurs &c., nouvelle édition entièrement refondue, révue et corrigée sous la direction des héritiers de E. Bénézit, avec 32 reproductions hors-texte en héliogravure, Librairie Gründ, Paris 1955 & 1956, ad vv., che Detaille (Paris 05/10/1848-ivi 23/12/1912) “est un des peintres les plus populaires de l’école française du XIXe siècle… à 17 ans, il entra comme élève dans l’atelier de Meissonier… d’une valeur contestable, mais très sincère. Ses tableaux sont empruntés à des scènes de la vie militaire qu’il a su rendre avec des grandes qualités d’intensité et d’expression… Peintre quasi officiel de l’armée française…”; quanto a Jean-Louis-Ernest Meissonier (Lyon 05/02/1815-Paris 31/01/1891), appunto suo maestro, “il… fit quelque temps de l’illustration tout en donnant aux Salons annuels des tableaux visiblement inspirés par le désir d’imiter les Hollandais… En 1859, Meissonier suivit la campagne d’Italie dans l’État-Major. Ce fut alors qu’il conçut l’idée de peindre l’épopée napoléonienne… Ses tableaux de genre sont des petits chefs-d’oeuvre de travail minutieux, mais il leur manque le sentiment. On pourrait adresser le même grief à ses tableaux militaires, larges compositions factices. Toutesfois, il faut lui reconnaître un métier prestigieux, une habileté supérieure et un souci du détail, souvent même excessif (…)”. Il paragone è dunque con due pompier.

-Non credo che Dick ne risenta molto. Non lo posso credere. Sarebbe come dar del leone a un lupacchiotto e pretendere che preferisca quel complimento a una bella tibia polposa. Dick ha l’anima nella banca. Lavora per guadagnare.

-Già, ha rinunciato al lavoro di guerra e non si rende conto che gli obblighi del servizio sono gli stessi, che solo il padrone è cambiato.

-E come potrebbe, se crede d’essere il padrone di se stesso?

-Ma davvero? Potrei disingannarlo per il suo bene, s’è vero che c’è virtù nella stampa. Ha bisogno d’una buona frustata.

-E dagliela, allora, e con scienza. Gliela darei io, se non gli volessi troppo bene.

-Io non ho scrupoli. Una volta, al Cairo, ha avuto l’audacia di mettersi tra me e una donna. L’avevo dimenticato, ma ora me ne ricorderò.

-Te l’ha presa?

-Sentirai quando avrò finito con lui. Ma a che pro? Lasciamolo stare, e vedrai che rincaserà da sé, se ha qualcosa in sé… mogio mogio e con la coda tra le gambe. C’è molto più in una settimana di vita che non in un settimanale vivace. Ma gli darò addosso lo stesso. Poderosamente, nel Cataclisma.

-Auguri! Ma bada che ci vuole almeno una stanga per arrivare alla sensibilità di Dick. Deve aver avuto l’anima fulminata prima che noi lo conoscessimo. È molto diffidente e assolutamente fuor di legge.

-Temperamento. È lo stesso coi cavalli. Certi mettono giudizio con la frusta, altri scalciano, e altri, dopo una buona frustata, vanno a passeggio con le mani in tasca.

-Giusto come ha fatto Dick adesso. Aspetta che torni. Puoi cominciar qui. Intanto, ti mostrerò qualcosa di quel che ha fatto qui ultimamente. Tutta roba inferiore.

Dal dialogo tra Torpenhow e il Nilghai che architettano una salutare doccia fredda sulle pagine del nominato Cataclisma il capitolo procede secondo logica, per quanto riguarda le idee di fondo, con l’ultima parte dominata dall’incontro tra Dick e Maisie, che è un fatto squisitamente narrativo che ha conseguenze ancóra ulteriori. Inutile, però, tagliare qui. Da notare, poi, qua e là, alcuni particolari, come lo scorcio descrittivo della folla da parte di Dick. Tenendo presenti le pagine di Benjamin su quello che Hoffmann e Baudelaire &c. hanno detto della folla, stupisce, per l’esattezza, il ‘manzonismo’ della folla vista con gli occhî pompierizzati di Dick: questa folla si differenzia, ma non in individui, quanto in gruppi, che agiscono all’unisono, proprio come i milanesi mostrati nelle loro reazioni alle richieste di elemosina durante la peste; è una visione falsa, fredda, del tutto “ottocentesca” nel senso deteriore e pseudoromantico, che l’immaginazione decadente di Dick anima di paste acide e risentite; il movimento rigidamente coreografico è scaduto nella mascherata grottesca e allarmante, l’oleografico nell’espressionistico.

Dick aveva cercato acqua corrente d’istinto, per confortare il suo stato d’animo. Appoggiato al parapetto dell’Embankment, guardava il Tamigi fluire sotto le arcate del ponte di Westminster. Aveva cominciato a pensare ai consigli di Torpenhow, ma, come al solito, s’era lasciato distrarre dalle facce dei passanti. Alcuni avevano la morte scritta in faccia, e Dick si meravigliava che potessero ridere; altri erano sgualciti e scarniti soltanto dal lavoro; altri, per lo più tozzi e mal fatti, erano accesi d’amore, ma c’era sempre da fare qualcosa di bello con ognuna di quelle facce. I poveri poteano lasciarlo studiare, e i ricchi, poi, pagare i prodotti dei suoi studi, alimentando la sua fama e ingrossando il suo conto corrente. Se lo meritava. Aveva sofferto. Nulla di più giusto che ora si valesse dei mali altrui.

Una ventata dissipò la nebbia un momentino, e il sole ricomparve, tondo biscottino rosso sopra l’acqua. Dick lo guardò, finché non udì lo scroscio dell’acqua scemare in un dolce mormorio, come quello d’una risacca morta a bassa marea. Una ragazza incalzata da un innamorato, gridò senza vergogna: “Ma va via, bestia!” e un rimbalzo della ventata che aveva squarciato la nebbia mandò in faccia a Dick la nera fumata d’un vaporino sotto il parapetto. Accecato, egli si rigirò e si trovò a faccia a faccia con Maisie.

Non c’era dubbio. Gli anni avevano fatto una donna della bimba, ma non alterato gli occhi grigio-scuro né le sottili labbra scarlatte né il piglio fermo della bocca e del mento; e perché tutto fosse come una volta, ella indossava un vestitino grigio strettamente attillato.

Dacché l’anima umana è limitata e nient’affatto capace di comandarsi, Dick avanzò con un sonoro “hello!” proprio come uno scolaretto, e Maisie rispose: “Oh, sei tu, Dick?”. Poi, in barba alla sua volontà e prima che la sua mente appena uscita da considerazioni finanziarie potesse dettare ai nervi, ogni arteria del corpo di Dick batté furiosamente e il palato gli s’inaridì di botto. La nebbia si richiuse, e il viso di Maisie gli apparve perlaceo. Senza dir parola, egli le si mise al fianco e così andarono lungo l’Embankment, mantenendo il passo precisamente come nelle loro gite pomeridiane alla riva fangosa. Infine Dick domandò, in tono alquanto rude:

-Come sta Amomma?

Precisazione indispensabile: Amomma è la capretta compagna di giochi di Dick e Maisie bambini. Il riferimento che segue alle cartucce è dovuto ad un’avventurosa gara di tiro organizzata tra i due (cap. I) con una pistola e munizioni di fortuna; in un attimo di distrazione, la capra aveva mangiato le cartucce, e i due bambini, al ritorno dalla spiaggia, l’avevano tenuta a distanza per timore che potesse esplodere da un momento all’altro.

-È morta, Dick. Non per le cartucce, ma per aver mangiato troppo. Era sempre tanto ingorda. Non ti par buffo?

-Sì. No. Intendi Amomma?

-Sì, cioè no, intendo questo caso. Di dove vieni?

-Di laggiù, – e accennò a levante, nella foschia. – E tu?

-Oh, io sto nel Nord, nel nero Nord, dall’altra parte del Parco. Ho molto da fare.

-Che fai?

-Dipingo molto. Non faccio altro che dipingere.

-Davvero? Ma che cosa è successo? Non avevi trecento sterline all’anno?

-Le ho ancora, ma dipingo lo stesso.

-Sei sola, allora?

-No, con un’amica. Non camminare così in fretta, Dick. Sei fuori passo.

-Te ne sei accorta anche tu?

-Ma certo. Sei sempre fuori passo.

-Verissimo. Scusa. Sicché, hai continuato col disegno?

-Ma naturalmente. Te l’avevo ben detto. Prima da Slade, poi dal Merton di St. John’s Wood, un grosso studio, al quale poi ho dato il pepe… cioè, voglio dire che sono passata alla Nazionale. E ora lavoro con Kami.

Al quale… ho dato il pepe”: l’or. ha “I pepper-potted” in costr. ass., il cui significato sull’Oxford come su altri dizionarî velocemente compulsati manca perché il pepper-pot vi è indicato solo come sostantivo (“pepiera”), anche in locuzioni allusive nelle quali è comunque preferito pepper-box; ‘dare il pepe’ traduce letteralmente (il Tommaseo-Bellini non riporta nulla del genere), dando scarso senso. Dal contesto è possibile dedurre un “mandare a quel paese”, “tagliare i ponti”.

-Ma Kami non è a Parigi?

-No, insegna a Vitry-sur-Marne. Lavoro con lui d’estate, e passo l’inverno qui. Ho casa, capirai.

-Vendi molto?

-Di quando in quando. Non spesso. Ecco il mio ‘bus. Se non lo prendo, perdo mezz’ora. Addio, Dick.

-Addio, Maisie. Non mi vuoi dire dove stai di casa? Devo rivederti. Forse potrei aiutarti. Anch’io… dipingo un pochino.

-Sarò al Parco domani, se non c’è luce per lavorare. Vado sempre giù fino all’Arco di Marmo, poi indietro. È la mia escursione. E naturalmente, anch’io voglio rivederti.

Salì sull’omnibus e la nebbia la ingoiò.

-Beh… io… sono… maledetto!

E così esclamando, Diick si mosse per rincasare. Torpenhow e Nilghai lo trovarono che, seduto sui gradini che mettevano al suo studio, ripeteva quella stessa esclamazione con impressionante gravità.

-Lo sarai ben peggio quando avrò finito con te, – gli disse Nilghai, sollevando la sua mole dietro le spalle di Torpenhow e agitando un rotolo di manoscritti ancora umidicci. – È un rapporto sul tuo stato mentale, Dick.

Hello! Nilghai! Già tornato? Come vanno i Balcani e tutti i piccoli balcanici? Hai una parte della faccia fuori campo, come al solito.

Ovvero: sei talmente grasso che il mio sguardo si posa sul tuo volto, e non lo circoscrive.

-Non ci badare. Sono incaricato di schiacciarti con la stampa.

Cioè: È con la stampa che sono incaricato di schiacciarti (e non col mio peso).

Torpenhow non vuole, per una falsa delicatezza. Ho guardato nel tuo pentolone. Roba semplicemente atroce.

-Ah sì? davvero? Se ti figuri di poter farla a me, sbagli di grosso. Puoi soltanto descrivere, e per rigirarti sulla carta, ti ci vuole più spazio che a un vapore da carico della P. & O. Continua pure, ma fa presto, ché voglio andare a letto.

-Uhm! uhm! uhm! La prima parte tratta soltanto dei tuoi quadri. Ecco la perorazione: Un lavoro fatto senza convinzione, una capacità sprecata in cose triviali, una fatica compiuta con leggerezza e il deliberato proposito d’ottenere il facile plauso d’un pubblico trascinato da una voga…

-È l’ “Ultima Cartuccia”, seconda edizione. Continua.

-… voga, non meritano altro che oblio, un oblio preceduto da tolleranza e sepolto con disprezzo. Ed Heldar non ha ancora dimostrato d’essere fuor del pericolo di subire tal sorte.

-Bau! bau! bau! – abbaiò Dick, profanamente. – Brutta fine, in vilissimo gergo giornalistico, ma perfettamente vera. Però – e saltato su, ghermì il manoscritto – tu, vecchio gladiatore debosciato, ammaccato, e tagliuzzato, ti fai mandare a tutte le guerre del mondo per saziare la cieca, brutale, bestiale sete di sangue del pubblico britannico. Ora che non ci sono più arene, ci vogliono corrispondenti di guerra. E tu sei un grosso gladiatore, ch’esce da una botola per raccontare quel che ha visto. Tu sei precisamente allo stesso livello d’un vescovo energico, d’un’attrice affabile, d’un ciclone disastroso e… sì, del mio proprio me. E tu mi vuoi far la ramanzina? Nilghai, se ne valesse la pena, manderei la tua caricatura a quattro giornali.

Nilghai si grattò il capo. Aveva dimenticato che Dick era anche un caricaturista.

-Ma siccome non ne vale la pena, faremo a pezzi codesta roba, – e, lacerato il manoscritto, ne gettò i pezzettini nella tenebrosa tromba della scala. – Va a casa, Nilghai. Torna al tuo lettuccio solitario, e lasciami in pace. Non ci sono più per nessuno fino a domani.

-Ma se non sono ancora le sette! – interloquì Torpenhow, sorpreso.

Dick arretrò verso l’uscio del suo studio.

-Per conto mio, potrebbero essere anche le due del mattino. Voglio prendere di petto una crisi veramente seria, e stasera non mangio.

L’uscio si richiuse e la chiave diede due mandate.

-Che vuoi fare con un uomo simile? – disse Nilghai.

-Lasciarlo stare! È matto come un cappellaio.

Alle undici, a certi calci contro l’uscio dello studio, una voce di dentro rispose:

-Sei ancora con Nilghai? Allora digli che avrebbe potuto condensare tutta la sua paperata in questo epigramma: “Solo i liberi sono in ceppi, e solo i ceppi fanno liberi”. E digli ch’è un idiota, Torp, e che io sono un altro idiota.

-Bene, bene. Ma ora esci e vieni a mangiare. Tu fumi a stomaco vuoto.

La voce di dentro non rispose più.

279. I complimenti del pubblico.

3 Set

La citazione che segue, da La luce che si spense di Kipling, un romanzo, di scarso o nessun successo, del 1891, è pertinente con l’ultimo argomento affrontato da Remo Bassini, come altri passi sono congruenti con il thread generale, di “poetica”, intesa soprattutto dal punto di vista del rapporto col pubblico, che Bassini sta seguendo ultimamente nei suoi intelligenti post. Si tratta di una serendipità: stavo leggendo il romanzo, che è tutto “di poetica”, quando ho cominciato a léggere quelle cose da Bassini, e a mano a mano che Bassini sollevava problemi Kipling mi dava risposte – alla maniera sua, intendiamoci, molto dura, e anche spietata. Non dico, infatti, che il suo concetto sia adottabile in toto, specie da chi scrive, o si promena tra le muse, subsecivamente; ma bisogna prenderla, credo, come una goccia d’angostura: toglie la melensaggine di tanti commenti perduti e riassesta lo stomaco dalla nausea.

Piccolo presupposto: il dialogo si svolge tra Dick e Maisie, che hanno trascorso l’infanzia da orfanelli presso una signora Jennet anaffettiva, rigida e manesca; poi si sono persi di vista, per ritrovarsi a distanza di dieci anni quasi vicini di casa, ed entrambi pittori, allievi persino dello stesso maestro. Solo che Dick ha successo, mentre Maisie no.  Dick, che si scopre innamorato di Maisie, vuole liberarne la vena, e indurla ad una maggior lucidità di giudizio nell’esecuzione dell’opera. Tra gli altri dialoghi,ma tutto il libro sarebbe da léggere e meditare con attenzione, è centrale quello che i due personaggj hanno nel corso di una visita ai luoghi della loro infanzia.

Si parla di due pittori (Kipling era il figlio d’un conservatore museale ed artista, ed era bravissimo disegnatore in proprio), ma la pittura, si sa, esemplifica in maniera molto più immediata quello che avviene anche nella scrittura, nella musica, e insomma in qualunque altra arte. Così Kipling, parlando di pittori, parla di fatto di scrittura; e della sua – rigida finché si vuole, ma lucida quanto onesta, etica professionale. Credo che anche questo piccolo assaggio possa essere suggestivo.

***********************

… Egli proseguì:

– E da quel che m’hai detto, so che sei su una via falsa, che su quella via non arriverai mai al successo. Non ci si arriva sacrificando gli amici… questo te lo posso garantire. Te stessa devi sacrificare, e vivere sotto ordini e non pensar mai a te stessa né chiedere soddisfazioni dal lavoro, salvo quella che dà la prima nozione.

-Come puoi credere tutto ciò?

-Non si tratta di credere o di non credere. E’ una legge che vuole così, e bisogna prendere o lasciare. Io ho voluto ubbidire, ma non ho potuto, e ora il lavoro mi si è guastato.  In qualunque circostanza, ricordalo bene, i quattro quinti di tutti i lavori sono grami. Ma vale sempre la pena di lavorare per il resto.

-Non ti par bello lavorare anche per i lavori grami?

-Troppo bello. Ma… posso raccontarti qualcosa? Non è una storiella molto bella, ma tu sei tanto maschia, che con te, molte volte, mi par di parlare a un uomo.

-Racconta.

-Una volta, nel Sudan, ho attraversato un terreno dove s’aveva combattuto per tre giorni. C’erano milleduecento morti, che non avevan potuto seppellire.

-Che orrore!

-Avevo cominciato un grande schizzo di due fogli, e mi domandavo che cosa ne avrebbero pensato qui. La vista di quel campo m’ha insegnato molte cose.. Pare va un’orrenda fungaia di tutti i colori, e… non avevo ancora visto uomini tornare alle loro origini così in massa. Ho compreso che gli uomini e le donne non son altro che materiale da lavoro, che quel che dicono e fanno non ha nessunissima importanza. Capisci? A rigor di termini, ascoltarli è come mettere l’orecchio sulla tavolozza per sentir che cosa dicono i colori.

-Questo non è bello, Dick.

-Un momento. Ho detto a rigor di termini. Poiché, purtroppo, a ciascuno tocca essere o un uomo o una donna.

-Grazie della concessione.

-No, non ti riguarda: tu non sei una donna. Ma la gente comune deve comportarsi così. Perciò son così selvaggio, – e lanciò un sasso in mare. – So che quel che dice la gente non mi deve interessare. So che quando ascolto quel che si dice, lavoro male. Eppure… – altra sassata al mare – devo per forza far le fusa, quando mi fregano per il verso del pelo. Anche quando so che sono bugie, quando quello che me le dice l’ha scritto in fronte, mi fa piacere, e quel piacere mi guasta la mano.

-E quando ti senti dire cose sgradevoli?

-Allora, cara, – e ridacchiò – dimentico che sono soltanto il dispensiere di questi doni, e mi vien la voglia di far apprezzare i miei lavori con un grosso bastone. E’ troppo umiliante. Ma credo che, anche se si fosse angeli e si dipingessero gli uomini tutto dal difuori, si perderebbe in tocco quel che s’acquisterebbe in comprensione.

Maisie rise immaginando Dick quale un angelo.

-Sicché, tutte le cose belle ti rovinano la mano.

-E’ una legge, un regolamento pressappoco come quello della signora Jennet. Le cose belle ti rovinano la mano. Mi fa piacere che tu l’abbia capito.

Rudyard Kipling, La luce che si spense [The light that failed, 1891]. Traduzione integrale dall’inglese di Mario Benzi. A. Barion Editore, Sesto s. Giovanni – Milano 1932, pp. 149-152.

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

257. Anche tu sonettiere (in poche mosse)!!

5 Giu

Una cosa che mi ha perplesso è che far scrivere, qui, i bambini in endecasillabi sia gabbato per troppo chiedere. Poi, rileggendo con cura, mi sono reso conto che queste istruzioni di sonetteria in poche mosse partono da un presupposto quantomeno stravagante: ossia dall’applicazione di una struttura metrica in astratto, come se si trattasse dello schemino del meccano, o del libretto della lavastoviglie (faccio per dire, quello sì sarebbe troppo complicato per i frugoletti, a cui comunque non è richiesto utilizzare elettrodomestici).

Vale a dire che, nonostante sia chiaro che la scrittura nasce per imitazione, e che l’applicazione di uno schema metrico è di per sé inutile, dal momento che esso schema può applicarsi solo a partire da esempj poetici preesistenti, dei quali ci si sia chiesti come mai, con quali mezzi espressivi, si arrivi a un determinato effetto, che ai bambini non è stato proposto, poniamo, un mazzetto di sonetti facili – Arcadia, Luigi Sailer, o che so io -, in modo da entrare nello spirito della cosa, ma una semplice struttura da seguire.

Data questa logica, l’endecasillabo sembra troppo difficile; ma l’endecasillabo, o comunque il verso (ci sono anche sonetti cosiddetti maggiori, e minori, uno può farne di ottonarj, di martelliani, e di quel che vuole; ce ne sono di rinterzati, di due specie di versi, brevi & lunghi, &c.), è l’unità fondamentale. I nostri vecchj non avevano nessuna difficoltà a scrivere in endecasillabi, per esempio; l’endecasillabo è anche il verso dell’ottava popolare, e dell’ottavina (quella incatenata, degli improvvisatori). La difficoltà del sonetto è principalmente nella distribuzione della materia, che deve riempire uno spazio non angusto – anche se secondo il Meninni “tiene dell’epigramma”, ma appunto, è un epigramma lungo – senza otturarlo di senso.

Il motivo per cui nessunissimo dei nostri vecchj pensò mai di scrivere un sonetto seguendo una serie di istruzioni passo passo si deve verosimilmente al fatto che la struttura ‘era nell’aria’, avevano tanti sonetti nelle orecchie e sotto gli occhj e non avevano bisogno di una guida del genere.

Ma prima? Prima di Giacomo da Lentini, che scrisse Amore mi fa andare allegramente, il più sciolto e volante di tutti i sonetti mai scritti? Prima, evidentemente, si rifacevano ad altre strutture metriche, quelle da cui il sonetto deriva – la canzone, la ballata di un certo tipo. E le canzoni e le ballate come le scrivevano? Tenendo il conto dei versi su un foglio a parte?

Il fatto è che li cantavano. Il Petrarca e il Boccaccio, durante i periodi della loro frequentazione, ponevano in musica e cantavano i prediletti tra i Fragmenta, che sono pensati per la musica e con la musica, e che solo la musica riesce a giustificare – tant’è vero che non ne sono, né possono esserne, troppo indipendenti, dal momento che moltissime persone, la più parte, direi, si annoja anche solo a sentir parlare di sonetti; e che da quando si smise di cantare il sonetto, esso stecchì, e si fece illeggibile e mummificato, pur dando qualche strano e saporito frutto estremo; e che i sonettieri contemporanei fanno evoluzioni e salti mortali per continuare a scriverne, perché senza sfoggiatura, senza artificj, senza studio particolare, non possono essere letti da nessuno.

E’ chiaro che la poesia non può essere asservita alla musica; ma dato che qui si tratta di propedeusi, dato che è più importante aver letto gli eccellenti sonetti del Petrarca e dei migliori petrarchisti, e dei più spirituosi Secentisti, piuttosto che averne scritto uno orripilante e storpio in proprio, col fine di illustrare la struttura metrica del sonetto, dell’ottava, della frottola, della barzelletta, della zagialesca, di quello che si vuole, forse sarebbe meglio proprio partire dalla musica, e dunque affidare proprio agli insegnanti di musica questo genere di guide. (Senza parlare di cose astrusissime, riservate a studenti ovviamente più grandicelli, come la metrica greca e, soprattutto, quella romana: noi non sappiamo esattamente come fosse la loro cantillazione, ma abbiamo l’accentuazione, e un’idea chiara della pronuncia, e notizia degli strumenti con cui si accompagnavano.

Non mi sembra così campato in aria, tutto sommato).

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

241. Moresco e il capolavoro.

8 Apr

Canti del caos

Ho visto in libreria, e “visto” rende l’idea, il volumone Mondadori, 1000 pagg. abbondanti, che sono molte anche considerando la stampa comoda, dei Canti del caos ultima versione, consistente nelle tre parti rivedute e corrette e radunate per la prima volta in volume unico. Antonio Moresco è un autore da cui mi hanno allontanato, più che avvicinarmi, l’ormai storica recensione su Pulp, che un tempo acquistavo regolarmente, dove c’era una lunga intervista, se è per quello molto chiara; e la di lui vicinanza alla scuola Holden, una cosa che non mi sono assolutamente mai spiegato, dato che tanto il fondatore della stessa, Baricco, quanto il concetto di letteratura apparentemente veicolato da quella specie di breviarj di dubbia utilità che sono le HoldenMaps sono quanto di più remoto dall’estetica sovrabbondante e sudaticcia (postpasoliniana, in termini generalissimi) dell’outsider mantovano. Anche se, bisogna dire, un po’ scuola l’ha fatta, dato che uno degl’insegnanti della Holden, Giorgio Vasta, che ricordo presente sul forum (poco) e sulla ciat (molto) del sito sopralinkato, con lo pseudo di  “gon”, ha scritto di recente un libro che, certo, non può competere per mole e disperazione con quelli di Moresco, specie i più ambiziosi, ma coi quali serba una cert’aria di famiglia. Ma l’esperimento di “gon” non merita particolare rispetto; è un libro brutto e inutile, non illeggibile ma da non leggersi (che è diverso), mentre Moresco è un’altra cosa, è forse da leggersi, peccato sia illeggibile. Anni fa mi ci ero messo di buzzo buono, e avevo letto i 3 racconti di  Clandestinità (Bollati Boringhieri, 1993), che coincidono con il suo esordio letterario;  Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997), la prima versione dello zibaldone poi riuscito nel 2008 per Einaudi; Gli esordi (Feltrinelli, 1998), lungo romanzo autobiografico (riguardante la prima parte della sua vita, come dice la parola stessa); che forse è la sua cosa migliore (sempre secondo me);  La santa (testo teatrale, Bollati Boringhieri, 2000), su Teresa di Lisieux, piuttosto inconcludente, Canti del caos (parte I, Feltrinelli, 2001), appunto nella sua prima versione, più alcune cose scritte su lui, da Carla Benedetti in special modo. All’epoca avevo preso josa di appunti, facendo di ogni lettura un puntuale resumè e trascrivendo dal quore impressioni e riflessioni; un fascio di carte che rimase coinvolto in una delle periodiche sparizioni, rifare il quale implicherebbe necessariamente che rileggessi tutto quanto; un’impresa alla quale non mi dedicherei più, per tutto l’oro del mondo. Motivo similare mi ha indotto, appena sfiorato il volume alla Mondadori, ad abbandonarlo appena rilette le prime pagine del capolavoro relativo: anche se potessi permettermi di gettare 25 euri e avessi agio di dedicarmi a lunghissime letture oziose non m’imporrei la fatìca; sarebbe inutile, dopo aver maturato un’impressione non superficiale in illo tempore. Ugualmente, ho riletto le primissime carte della Parte prima, laddove il “Gatto” (tutti i personaggj dei Canti hanno nomi che pajon effettivamente messi alla stracazzo, e questo indispone), l’editore, e il “Matto”, lo scrittore che appenato scrive,  introducono al “Lettore irredento” il capolavoro che si è tentato di fare. Due pensieri mi hanno colpito, e in fondo sat est. In primis, per essere uno scrittore “barocco”, come si è ripetuto alla nausea, e in fondo è anche lecito, o inevitabile, o persin doveroso fare, Moresco manca totalmente e di stile e di materiali adeguati. Il Barocco (quello colla B majuscola, come la Donna di Lola Falana) delirava per eccesso di ragionamento; Moresco è uno che, in epoca – ma che dico “in epoca”? in secoli – di trivellatrici sofisticatissime si ostina a scavare un tunnel con il cucchiaino di una passione ostinata, febbricolosa, in fondo fredda, perché autenticamente disperata, e di un armamentario retorico d’imbarazzante adamiticità – anche eccettuandone le bellurie  [!] da petit rhétoriqueur, quegli omeoteleuti (ricordo, sempre ricorderò, quelle unghie smerdate, tutte profumate), segno che è un barocco che non conosce il Barocco (e dire che secondo Manganelli tutti gli scrittori dovrebbero leggere almeno cento pagine del Bartoli, e non solo gli scrittori barocchi come Moresco). Secundum (ma il problema è altrettanto retorico, in fondo), nelle stesse pagine si esprime fastidio, ribrezzo per quella carriera scrittoria prospettata dagli editori coi piedi per terra e la testa sulle spalle come una produzione a nastro continuo di quelli che lui chiama  “temini”, ovverossia quei componimentini monografici che esauriscono un argomento nelle grandi o anche nelle piccole linee in maniera consequenziale, anzi pedissequa – i post dei blog, vah, quelli in calce ai quali, magari, i visitatori più sprovveduti o sarcastici lasciano di norma un “gran bel post!!!”, che è l’equivalente, mutatis mutandis, di “complimenti per la trasmissione” e altri psittacismi. Senza che però in Moresco si traduca nel tentativo di pervenire meglio al lettore; i suoi testi, quelli più suoi, meglio organati, non sono, in effetti, brevi e brillanti; sono lunghi, però perché prolissi, e non sono brillanti, ma non perché profondi, ma perché piatti. Ha una lingua opaca, sorda, dal ritmo monotono, che – questo sì baroccamente – campa di sé stessa; appiccicandosi a realtà emergenti e basilari, di forte richiamo, come il feto nella pancia della madre, la mignotta, il magnaccia, Ditalina & Pompina, il sangue, il mestruo, il violentatore di donne gravide, le incellophanatrici, le vulve volanti, i cazzi rotanti, dio che si rifiuta di cantare come il resto del creato. Può darsi che Moresco abbia affrontato tematiche molto più sporche e violente e urtanti di molti suoi colleghi scrittori, nelle sue pagine, ma finché avà più importanza il come ciò sia fatto, e non il che cosa, mi spiace, ma, in buona fede, posso solo dire che Moresco è uno scrittore fallito, o buono per i falsi pensatori.

Moresco è uno che a un certo punto s’è messo a scrivere perché non poteva, con ogni verosimiglianza, fare altro; ci si è messo di lena, fino ad ammalarsi, ha sollecitato pareri, ha inviato i suoi parti a destra e a manca, e di fronte ai rifiuti altro non ha fatto che “alzare il tiro”, come lui stesso ha detto in quella remota intervista per Pulp, vale a dire – dato che nel suo caso “alzare il tiro” ha avuto un’accezione del tutto particolare, anche molto scontata, infantile – non è ascito, non è andato a rubbà, non ha toccato i femmene, non ha letto 15.000 libri, non ha fatto esperienze estreme, dal salto dal ponte alla miniera; si è, molto romanticamente, chiuso in casa, e qui, ténaillant la cervelle, a dispetto di Minerva, ha scritto col sangue, col midollo, con la pelle dei denti e il trito delle unghie; gli è venuta la cefalea, il fischio all’orecchio, la sciatica, il ginocchio della lavandaja; ha avuto incubi e visioni orrende: insomma, un crocefisso della letteratura. Il risultato, e questo vale soprattutto per i Canti del caos, ma anche per Gli esordi, è quello che ognuno può vedere, ossia quello che non poteva non essere: un lunghissimo, sforzatissimo esercizio di visualizzazione alla loyolesca, il frutto malato di una mancata volontarietà di gestione, e non solo e non semplicemente stilistica, della materia. Moresco è stimabile per l’impegno profuso, e non dubito che un critico intelligente, magari tra vent’anni (non si può avere tutto e sùbito, ovviamente), saprà trovare tra queste illeggibili pagine un milione di prove del perfetto controllo moreschiano sulla pagina, della varietà del suo stile, della multiformità del suo ingegno, della sua rilevanza storica, ma al momento – vent’anni, appunto, non sono ancòra passati – mi pare solo un lungo, lunghissimo, impressionante nulla. (Ed è proprio approdando a quest’estrema consapevolezza che riesco finalmente a capire come mai la Holden ne abbia fatto una specie di mascotte).

222. Italia de profundis.

3 Dic

Domenica ho dato poi uno sguardo, alla Mondadori, all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore che conosco pochissimo e malissimo (avevo sbirciato dentro il suo Hitler, tempo fa), s’intitola Italia de profundis, e ha qualità abbastanza ovvie per essere il libro di uno che ha intitolato il suo sito ai Miserabili: nelle prime pagine l’autore sembra trasumanare, espandere l’anima fino a “vedere l’Italia”, o “essere l’Italia”, metamorfosi tanto disperatamente voluta da riuscirgli quasi bene prima che compaja il nome fatale (Victor Hugo) a distruggere tutto l’effetto. Non dico che abbia male interpretato Victor Hugo, o che la sua idea di compiuto scrittore, modellata alla vicina o alla lontana su Victor Hugo (!) sia frutto di un’interpretazione discutibile o parziale: di fatto è l’idea di un vittorughismo da vulgata, quello che identifica il genio di Besanzone nell’artefice, industriosissimo, in grado insieme di vagliare un’enorme quantità di materiale erudito e di pescare a fondo nell’inconscio collettivo, e di spersonalizzarsi gloriosamente in nome dell'”espandi l’anima”. All'”espandi l’anima”, però, fa séguito anche “… e nascondi la tua vita”, e bisogna dire che, appena compiuta la sua espansione, l’autore fa tutto fuorché nascondere dettaglj biografici. Anzi, il romanzo è stato praticamente scritto in presa diretta, in un momento in cui Genna sentiva che la materia della sua esperienza, evidentemente, ascendeva e discendeva ad aderire quasi perfettamente al simbolo (c’è anche un’intervista, in rete, in proposito); ciò che implica necessariamente che, a quel punto, parlare di sé equivaleva però a parlare di tutto tranne che di un “me” esistenzialisticamente limitato.

Tutto quello che segue tratta di vicende che, dunque, solo superficialmente si possono riferire a un tal Giuseppe Genna, ma che riguardano l’Italia sub specie Josephi Genna: la morte del padre, rinvenuto dal figlio (previo sfondamento della porta — il telefono taceva da troppi giorni) quando ormai il rigor mortis l’ha raggelato in una specie di grottesca statua col pugno alzato; la prima pera, alla veneranda età di trentotto anni, nei luoghi e non più nei tempi della sua infanzia suburritico-milanese, quella a cui era sfuggito indenne da dipendenze, circostanza nella quale facciamo la conoscenza di un pusher ex-compagno di scuola che non sa come spendere tutti i soldi che ha, prigioniero com’è della sua esistenza e della salute distrutta, e di due lesbiche; l’incontro tramite myspace con un gruppo di trans sue fan, grazie alle quali partecipa ad un orgione paura durante il quale impara a fare i bucchini; e tante altre cose, tra cui, e dev’essere l’apice, la sua “allucinante” permanenza presso un villaggio turistico, esperienza fantozziana quant’altre mai se proprio il vittorughiano Genna ha dichiarato di non aver dovuto studiare molto, se non i volumi della saga del Ragioniere; e questa parte non l’ho letta, ancòra, e sono curioso (come anche dele pagine che riguardano PierGiorgio Welby e di tutte le pagine restanti).

Però, prima di riporre il libro, sono capitato nel mezzo della sbobinatura di una conversazione tra Genna, unico difensore della poesia, e diverse persone non solo poco amanti della poesia, ma addirittura spregiatrici, odiatrici della poesia, con tanto di ragioni ideologiche a sostegno della loro avversione. A un certo punto, e la cosa mi è rimasta ovviamente molto impressa, una donna dice di detestare la poesia perché la trova primitiva: come i musulmani che, in pieno centro a Milano, mettono giù il loro tappetino e si volgono orando verso la Mecca. Affermazione che fa molto effetto all’autore, che debolmente oppone di aver conosciuto un tale, a Torino, che con la poesia ci campa, riuscendo a farsi mantenere da diverse donne. “Perché sono galline”, è la replica della donna; che, a questo proposito, paragona il suo amico a un pescatore che getti l’amo in una vasca di trote — evidentemente Torino ha fama di città in cui i poeti riescono a farsi mantenere dalle galline (“E poi Torino è una città di merda. A Torino piove sempre. Qualcuno di voi è di Torino?”).

A me quello che ho letto non è affatto dispiaciuto. Un suo fan e amico sostiene che Genna sia il primo scrittore italiano vivente, e, per come stanno andando le cose, potrebbe anche avere ragione da vendere, per quanto mi riguarda (solo che è tutto dire, questo è il problema). E’ certo che si fatìca, almeno io fatìco, a chiamare alla mente altri autori di adesso in grado di batterlo, per intensità e profonda fede, nonostante tutta la disperazione che, molto modernamente, traspare dalla sua febbrilità, nel genere iperrealistico-seborroico, date le sue tinte forti, una narratività di largo e lungo respiro, capace di un ritmo costante e molto sostenuto, di lingua copiosa: Genna è un pezzo da novanta, un vistoso nipote degenerato di Pasolini,  fluente e sovrabbondante; ma non caotico, e con un uso disciplinato, umile e intelligente della lingua. E’ uno scrittore; che sia grande o no non m’interessa stabilire, ma sa quel che vuole, o sa di voler volere qualcosa di definito, e quello persegue con tenacia e sincerità. Alla nudità, però, dice, non c’è ancòra arrivato, né pensa arrivarci mai; perché per arrivare alla nudità “bisogna essere dei genj”, ha detto, e lui non è e forse non vuol essere.

Assodato che si tratta di uno che ci sa fare e che è forse necessario leggere, devo ammettere, di là da tutti i limiti di gusto miei nei confronti di una certa scrittura (limiti che dipendono da un’esperienza, la mia, che non comprende il percorso di formazione del letterato, e quindi un rapporto molto diverso, e non necessariamente meno esteriore rispetto agli aspetti sordidi e puzzolenti dell’esistenza: si tratta dell’uso che ci si fa di quest’esperienza) di aver avuto più volte l’impressione, durante le mie spigolature del romanzo, che mi passasse davanti agli occhj l’immagine di un monaco medievale che si fustigasse, e si fermasse solo per sbirciarsi allo specchio i guidaleschi sanguinanti sulla schiena; e poi, tutto felice, ricominciasse. Un monaco, però — si badi bene — che non abbia come scopo la maggior di dio gloria, ma il Guinness dei primati per le piaghe più estese, più profonde e più purulente.

La fede, quando è profonda, è sempre rispettabile; ma essendo un percorso obbligato, escludendo qualunque saporosa deviazione, tende a distruggere in primo luogo qualunque congenialità, intesa come guida — che lo scrittore maturo dovrebbe considerare infallibile –, secundum porta a trasandare moltissime cose: troppe, forse, in determinàti casi.

Come nel caso della conversazione sulla poesia con quella gente così impoetica, tra cui quella donna, nei confronti della quale, pur avendola intravista di fuga tra le pagine di un libro appena leggiucchiato, provo una certa obbligazione: perché la sua definizione della poesia “primitiva” è preziosa e profonda. L’intenzione della donna potrà essere stata negativa, ma non è detto che dovesse essere anche quella di Genna, o di qualunque poeta e/o scrittore, o — perché no? — la mia. La definizione in sé, invece, è calzante, e persin bella. Pensando a quanto Genna sia rimasto di qua sia dai Miserabili sia da un capolavoro come il Secondo tragico, mi riprometto comunque di terminarlo il prima possibile, sicuramente non oltre domenica; dispiacendomi un po’, però, che allo scrittore manchi quella capacità, o quell’esigenza, almeno ogni tanto, di mettere giù il suo tappetino, mentre le macchine trafficano strombazzando per il centro di Milano, inginocchiarsi e volgersi verso la direzione che sente la propria, verso una sua personale mecca.

Qui il sito del libro.

220. Articolo duecentoventi.

22 Nov

Non è che abbia molto senso scrivere un post in cui si dice che non si ha voglia di scrivere — anche perché non è proprio vero: scrivo in continuazione, se è per quello, ma è la voglia di scrivere qualcosa di sinforoso, di concinnato & ben costrutto quella che mi manca; ma tant’è (il tant’è si collega a quello che c’è prima dello hyphen; vale a dire, nel caso in cui non fosse chiaro, magari proprio per niente, che lo so, che no, non ha proprio nessun senso scrivere un post in cui si dice che non si scriverà niente di che; ma è proprio quello che sto facendo, sicché suppongo che un tant’è ci stia bene, sicché ce lo metto — cioè, l’ho messo).

Al momento, in realtà, mi sto occupando di tutt’altro — non di tutt’altro che scrivere, mi sto occupando di altro, non sto scrivendo cose che possano finire in rete perché sono troppo lunghe e non sono complete. E anche se avessi pezzi brevi & in sé conclusi non avrei nessuna voglia di mettermi qui come un pirla a copiarli — cosa che ho fatto spesso nel passato, ma l’intenzione era appunto, se non quella di condividere alcunché con chicchessia, quella di ripassare sul testo, correggerlo, migliorarlo. Be’, si dà il caso che al momento non mi senta di scrivere cose belle, e non mi senta capace di migliorare alcunché. Sono, insomma, in una fase di vomito continuo; ma anche di chiusura rispetto al mondo, non mi sento comunicativo. Cioè, non sono mai stato comunicativo; il fatto è che non ho nessuna voglia di far finta di essere comunicativo. Prima di tutto non mi riuscirebbe (posto che mai mi sia riuscito, ma in questo caso, nel caso di questo preciso pomeriggio di sabato, meno che mai). Punto secondo — non c’è un secondo. Sono alla frutta. Avrò il diritto, no?

Non sono né angustiato né mi sembra di star facendo una di quelle imbarazzantissime confessioni da blog che mai e poi mai si farebbero con qualcuno incontrato per la strada — se qualcuno di voi m’incontra per la strada, se ha proprio tanta voglia di rompersi i minchioni, può anche fermarmi e chiedermi di ripetergli tutto questo da capo a fondo. Magari non con le esatte parole, ma gli ripeterei il concetto esattamente per com’è esposto qui, nella sua succhiosa essenza. Stato soporoso, meschino, squallido, che suppongo essudi dalle mie affermazioni, per scritto e in voce, per qualunque siasi formulazione io voglia optare. Sono spompato, mi rassembro a uno stronzo molle: questa è una formulazione più densa e altrettanto veritiera, dal punto di vista euristico esattamente equipollente. E’ questo uno dei rari casi in cui forma e contenuto, volendo, possono anche essere distinti, ma comunque è inutile, perché anche distinti sono esattamente sovrapponibili.

Oggi, però, è una bella giornata.

211. Vanitas.

25 Ott

Anche questo mio continuo affastellare parole, che magari fosse propriamente un affastellamento, ché anzi è solo ed unicamente e propriamente un allineamento, sicché di un gesto tante & tante volte ripetuto si ha infine solamente un filo continuo, che paragonato ad un edificio, ad una strada, ad un collettore fognario, ad un raccordo anulare, a qualunque oggetto, insomma, d’importanza, come un oceano, o un corpo celeste, o una dimensione parallela, non è nulla, & anzi è meno di nulla quando si consideri che anche il più nutrito volume, anche la più grandiosa opera in più volumi, anche l’opera composta del maggior numero di volumi come quell’enciclopedia commissionata da un imperatore Ming, che volumi ne contava qualcosa come ventiduemilaottocentosettantasette, non è in realtà nulla di sussistente se nessuno la legge, se nessuno la compulsa, se nessuno se ne incuriosisce e non ne rivolge le pagine nella ricerca di qualcosa di dotto, di qualcosa di curioso, di qualcosa di vero, di qualcosa di bello, di qualcosa di giusto, o di qualcosa di illuminante, & moltissime, & anche qualcosa più di moltissime, &, se è per quello, anche più che troppe sono le opere che nessuno legge, che nessuno compulsa, di cui nessuno s’incuriosisce, e, certo, più ancòra di quelle che sussistono, e che sono sopravvissute all’erosione dei secoli sono quelle che sono andate non solo travolte dall’oblio, ma fisicamente distrutte, sicché non se ne conserva memoria, nemmeno a memoria degli eruditi, nemmeno a memoria di quegli eruditi che sono presenti solo nella memoria degli eruditi che sono venuti dopo loro, nemmeno a memoria di quegli eruditi che sono persino sfuggiti alla memoria degli eruditi che sono venuti dopo loro, e che sono a loro volta rimasti travolti dalla dimenticanza, & sono in attesa di qualche erudito, che, nell’attesa di essere a sua volta, a suo tempo, dimenticato dagli eruditi che dopo lui verranno, ne recuperi e ne ripeschi e ne riesumi le scritture, ricordando attraverso esse non solo il dimenticato erudito che le produsse, ma anche gli eruditi che in quelle pagine l’erudito ha ricordato, sicché anche altri eruditi dimenticàti, ricordàti dagli eruditi ricordàti dall’erudito le cui scritture sono così state riesumate, ripescate & recuperate, possono essere ricordàti dagli eruditi che hanno recuperato & ripescato & riesumato le carte del dimenticato erudito, sicché tante memorie erudite, chiusa l’una dentro l’altra come scatole cinesi, possano essere nuovamente porte all’oblio del mondo, per morire nuovamente, & essere riporte all’oblio del mondo, & nuovamente morire, & essere ri-ri-porte all’oblio del mondo, & morire nuovamente, & nuovamente, & nuovamente, & nuovamente, finché tutti i libri eruditi non cadranno a pezzi, e i pezzi non si divideranno in frantumi, e i frantumi non si disferanno in polvere, & la polvere non sarà dispersa in ogn’indove, finché anche i secoli, pieni di tanti eruditi & di tanti ignoranti, di tanta memoria & tanto oblio, giungeranno a propria volta a cadere in pezzi da un decennio per uno, che si frantumeranno in anni, che si sfarineranno in mesi, che si stritureranno in settimane, che si polverizzeranno in giorni, che si atomizzeranno in ore, che si nullificheranno in minuti, che si cancelleranno in secondi.

210. Dove state andando?

23 Ott

Sembra un momento non bello per i blog che frequento più spesso, e che spesso vorrei continuare a frequentare. Giorni fa sono andato a leggermi qualcosa da adlimina, da cui colpevolmente mancavo da un pajo di settimane (il tempo a disposizione è sempre limitato, e se ci sono altre discussioni in corso o sto seguendo qualcos’altro, è giocoforza per me fare delle rinunce), e scopro che ha chiuso. Ma nelle motivazioni che dà dell’insano gesto, dietro la complessità del fraseggio e la consueta opulenza dei riferimenti, mi è stato impossibile non percepire qualche veleno, qualche amarezza, un senso generale di avvilimento che mi ha messo in allarme prima, e poi mi ha fatto riflettere. Poi, con un post-consuntivo sulle prime incomprensibile, ma che di per sé dovrebbe essere anodino come tutti i consuntivi, o un ritmetto niais da vaudeville con cui l’operina dovrebbe concludersi, lo sgargabonzi mi ha dato tutta l’impressione di voler chiudere tutto quanto, e ha anche scritto che prima o dopo, più prima che dopo?, questo avverrà, e, nel caso, aprirà un forum. Infine quello che meno mi aspettavo, e cioè che alcor a sua volta, dopo una serie di post su questioni di lingua, che per la verità rappresentavano una gamma molto varia di posizioni in materia, e dopo un bozzetto ittio-autobiografico di rara bellezza, a sua volta decide di chiudere; stavolta, a differenza degli altri, dichiarando irritazione per le notazioni che evidentemente sarebbero state fatte (ma da chi? da tash?) circa la sua presunta ripetitività, od ossessività, o qualcosa del genere, nel trattare questioni di lingua e di stile — come se girasse sempre intorno alle stesse questioni. Io avevo, chiaramente non richiesto, ma chi è richiesto di qualcosa, quando interviene su un blog?, tagliato la testa al toro dicendo che il problema non è in sé lo stile, ma lo scrittore; e non ero entrato troppo nello specifico di quello che si stava discutendo, anche perché dello stile di uno scrittore posso dire solo semi piace o no, tendo a non dargli un valore oggettivo e a non farne oggetto di osservazione e di studio, e sarei portato, in genere, a preferire basse questioni grammaticali (sempre in vista di quello che posso farmene io); sicché ho spigolato quello che meglio riuscivo a capire, sempre tiranneggiato, anche, da problemi di tempo a disposizione (che può essere anche un vantaggio, come ho già detto altre volte), quindi mi sono perso il momento della discussione; i commenti sono stati chiusi prima del mio arrivo e io non posso in alcun modo ricostruire la storia.

Quello che mi ha reso perplesso e un po’ aggrondato è lo stato d’animo con cui i varj bloggeurs hanno chiuso, adlimina con apparente amarezza, lo sgargabonzi con stracchezza, alcor con irritazione: solo poi mi sono reso conto che non c’è modo di chiudere un blog col canto sulle labbra, che se lo si fa è per forza per stanchezza, o perché non si è ottenuto quello che si voleva, o perché non ci si è trovàti bene, o per una serie di altre ragioni negative, e mi sono sentito anche un po’ un pirla per non averci pensato prima. Più che altro è strano, questo sì, che proprio questi blog, strafrequentati, pieni di commenti interessanti, siano abbandonàti dagli ownerz nei momenti del massimo affollamento. Con gli stessi apparenti sentimenti di frustrazione (sgargabonzi a parte) con cui chiuderebbe, e ha chiuso, chi col suo blog non è riuscito a raggiungere abbastanza persone.

Lo sgargabonzi non mi pare inasprito, ma mi piacerebbe che non parlasse più (poi faccia quel che vuole, per carità) di chiusure. Adlimina ha detto che probabilmente riaprirà, se non tra breve, almeno poi.

Invece alcor ha detto che è irritata e che chiude una volta per tutte (ma è un post da leggere, con quell’aggettivo “periglioso” appiccicato al sostantivo blog che dovrebbe dar da pensare).

L’effetto di questi abbandoni m’è deprimente. Non capisco che fine dovrebbero poi fare queste scritture in rete, salvo i casi in cui si decida (esiste un comando a disposizione per questo, sui blog di tutti i tipi, credo, almeno splinder e wordpress ce l’hanno) di distruggere tutto. Continuano a rimanere come testimonianza di un tempo che si allontana sempre più, sempre meno raggiunti per caso da motori di ricerca e da frequentatori del bel tempo che fu? L’owner che chiude potrebbe decidere di farlo anche per vent’anni, poniamo; trascorsi i quattro lustri, posto che non abbiano chiuso per sempre anche splinder, wordpress, iobloggo, leonardo e chi altro kacchio c’è, potrebbe tirar fuori dal cassetto la pass accuratamente segnata su un foglietto, ormai ingiallitissimo, e riprendere. O potrebbe interrompere tutti i fine di settimana, o chiudere per sempre tutti i fine anno. O fare annuncj falsi di chiusura, per vedere l’effetto che fa. O annunciare, al contrario, continue aperture: tutti i mesi potrebbe inaugurare un blog nuovo, e magari non scriverci un bel nulla. Non so, certi meccanismi della vita reale, come quello di dire “lascio”, per esempio [quel “lascio” così necessario da dire, in certi casi, vedi quello che m’è venuto fatto di fare negli ultimi giorni, & già attediai i miei 3 lettori con quella sordida faccenda due post fa], qui sopra suonano strani. Strani perché, è vero, non tutti i giorni, non a tutte le ore si ha lo stesso entusiasmo di mettersi davanti allo schermo, e “mettersi a scrivere”; ma in realtà un blog non richiede, per sua natura, propriamente prestazioni di tipo letterario.

Se non per lo scrittore che vorrebbe sempre che le sue parole splendessero, e che deve anche fare sforzi per renderlo possbile, e dovunque e comunque scriva vuole e deve essere sempre sé stesso. I due blog che hanno chiuso sono due blog di scrittori (scrittrici, anzi). Se si tratta di scrivere, se scrivere è una condizione, perché non continuare? Ammenoché siamo ancòra tutti romantici, e io non me ne sia accorto, e via via, come tante lucine che si accendono, e tanti blog che si spengono, gli scrittori che mi ritrovo intorno ricevessero, un dopo l’altro, la grazia, e raggiungessero la perfezione del silenzio. E io qui, come un coglione, a pigiare i tasti a ore fisse. E lo stesso Gori, che si vanta di aver letto due libri in vita sua e di essere un cretino di agente di assicurazioni (sto citando dalla zia Mame, non so che cosa faccia di preciso ma c’entra, credo, con l’economia), ha confessato un pajo di volte l’assoluta accuratezza che mette in quello che scrive, può definirsi esattamente un “diarista in rete”? Perché, se la risposta è no, mette in conto, prima o dopo, di chiudere? Chiudere cosa? Posso capire che si continui a scrivere in altra sede, per quanto il blog è un ulteriore versante della scrittura, dopo averlo conquistato, anche se non è una conquista che costi lacrime & sangue & merda, intendiamoci, non sarà autopenalizzante rinunciarci?

Avrei potuto trovare interrogatìvi molto più intelligenti, data la luttuosa circostanza, ne convengo, ma i lutti non avranno mai il potere di rifarmi il cervello, e vi tenete gli interrogatìvi che ho posto, imbecilli (ma spero di no! spero di no!) giusta la matrice che li ha partoriti.

124. […]

27 Mag

Dato che non avevo nessuna intenzione, nemmeno stavolta, di fare i conti con la mia meschinissima esistenza, ntendo come realtà dei fatti, come non come vita interiore, mi ero inventato (tentando di scrivere, ricordo, “un libro”, cioè qualcosa di organico, che pare — così si è concordato — debba parlare di me, che poi è l’unica materia su cui forse posso pronunciarmi in maniera appena appena non indegna) una serie di situazioni narrative — poiché sarà un romanzo — piuttosto per specula. Appena mi sono venute, ancora fortemente improntate all’innominabile realtà di cui erano troppo degne discendenti, avevano un loro ambiguo, tragico fascino. Poi ho pensato di trascriverle; ma a quel punto stavo già elaborandole come letteratura, e come letteratura mi si sono presentate: né c’è stato modo di spremere da loro, nuovamente, quella ambigua, tragica poesia di prima, quando erano ancora fresche di stampo.

Mi è parso a questo punto chiaro che avevo completamente sbagliato strada. Sicché ho deciso di fare una cosa che non ho mai fatto: racconto, semplicemente, le cose come stanno. Una specie di brogliaccio, di cui farò grazia a tutti gli eventuali malcapitàti (1) lettori, in cui segnerò diligentemente, proprio per filo e per segno, tutti i motivi concreti e incontrovertibili di tutta la mia viscida disperata frustrazione di omino di merda, i più atroci dolori, le più insostenibili umiliazioni, l’avvelenata amarezza, il pazzesco terrore di fronte alla soverchiante infamia dell’esistenza, l’odio gelido provato nei confronti di tante cose, di tanta parte del mio prossimo. Spero anzi di mettermi a piangere, mentre scrivo. Sarebbe la riprova che sto rendendo l’idea. Poi, ovviamente, ci aggiungerò tutti i dolori più “normali”, anche condivisi, o semplicemente più facili da empatizzarci insieme: il tempo che passa, il fatto che non sono più giovane e che ormai non posso più recuperare un cazzo di quello che ho buttato via tanto tempo fa, i miei lutti, le condizioni squallide in cui verso, chessò, ad abundantiam anche la mia calvizie, o le mie diottrie mancanti, &c. . Poi riprendo il dettagliato, barocco schema originario del mio auspicato romanzo, e cerco di buttarci dentro tutto ciò. Potrei morire mentre lo faccio, ma se non succede il risultato, che non credo sarà molto leggibile, sarà almeno per me molto interessante.

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(1) Proprio così. Da non confondersi — cioè — con malcapìtati, ossia “avendoti capìta male”. 😀

112. Idea!

20 Apr

Il problema, come me lo sono posto, è mal posto, anzi malissimo. Non so dire esattamente, cioè per filo e per segno, il perché: ma non può essere che mal posto, per il semplice fatto che, così come me lo pongo, m’impedisce di scrivere.

Forse, allora, prima di cominciare a chiedermi che cos’è per me la scrittura, a che cosa mi serve, perché scrivere, farei bene a guardare la cosa sotto un altro aspetto.

Prima di scappare dalla casa in abbandono in cui stavo prima di finire in mezzo a una strada (e anche più di una), molto prima di tutto questo, avevo raccolto tutte le cose che avevo scritto, e che si trovavano inzeppate dentro le scrivanie (due stipetti per scrivania, per due scrivanie) e nei cassettoni sotto i letti (due cassettoni per letto, per due letti), e poi in altri angoli come le fessure tra i mobili e il muro, oppure appallottolate e arrotolate dietro le file dei libri sugli scaffali in anticamera, e persino dentro un archivio di metallo grigio, in una parte della casa che non mi apparteneva; e in un’altra parte della casa che non mi apparteneva, in un altro armadio, dentro cartellette e faldoni.

Avevo riscoperto un romanzo scritto su una serie di quadernetti a righe, che poi avevo appiccicato l’uno coll’altro, era una cosa piuttosto breve (cinque o sei quaderni, l’ultimo nemmeno finito, e poi scrivevo molto grande), risalente probabilmente all’ ’84/’85; tutti i miei sonetti, circa 3000, e alcuni versi del tutto liberi di quando non sapevo fare versi, risalenti alla terza media (’86, se non vado errato); racconti in cui parlavo della morte di vecchj, scritti su foglj di formato particolare, quadrati, con la rigatura da una parte sola, azzurri e avorio, avanzati dallo schedario, tutto a mano, della prima compilazione del Passerini-Tosi (ricordo che ci si scriveva con estrema scorrevolezza, erano quasi carta oleata, ma stancavano — quelli azzurri — lo sguardo, e alla fine del racconto più lungo su quei foglj azzurri, lasciati per ultimi, avevo il mal di testa).

Ricordo distintamente tre cose scritte durante la mia infanzia.

1. Una cosa probabilmente del 1983, scritta secondo il mio metodo (come mi sarei accorto dopo, cioè, cancellando tutte le espressioni figurate: volevo parole incontrovertibili come cose, e quando mi spinsi, poco dopo quel racconto, fino alle singole parole, non riuscii a capire che sono tutte metafore spente o semispente, e mi ridussi a non poter praticamente più scrivere, se non di sguincio, come dire?, obliquamente), raccontava con grande accuratezza e rigidità di un vecchio che ricorreva a un passaggio segreto nella sua casa. E’ sparito, e lo rimpiango.

2. Una lunga novella pseudostorica, che doveva chiamarsi Il gigante, ma come titolo non mi piaceva: consisteva in una visione apocalittica in cui il gigantesco simulacro di una donna, sarà stata una divinità femminile, camminava sopra tutte le principali città della penisola italica, a partire da Mezzogiorno, devastandole: il romanzo si concentrava su Roma prima, durante e dopo il passaggio della statua ciclopica. Non ho mai capìto che cosa cazzo intendessi significare, con questo, ma mi pareva un’idea assolutamente ardita, e anche per questo lo rimpiango — e se lo rimpiango, c’è il suo bel motivo, cioè che non ho più trovato nemmeno quello.

3. Il racconto Iride. Credo — ma attenzione: potrei sbagliarmi, quindi non sono da prendere del tutto sul serio — trattasse della triste storia di una madre e di una figlia. Lo rimpiango perché era una ruffianata senza precedenti, e infatti, dopo scritto, mi rimase abbastanza impresso da ricordarmi di darlo in giro da leggere ai grandi. Ricordo una conoscente di mia madre, molto commossa, che mi fissava con uno sguardo lucido, dall’intensità così omicida che ne ebbi un tuffo al cuore. I bambini hanno intùito: quella donna poteva darla a bere ai miei, e parere realmente commossa, ma io avevo capìto che in quello sguardo c’era solo un odio feroce. Rimpiango quel racconto perché è stata l’unica cosa che abbia scritto con la voglia di compiacere a qualcuno, probabilmente influenzato dagli scritti di qualche bambino malato incontrati sulla rubrica di Topolino o qualche rivista.

Raccolsi anche abbozzi e frantumi di poemi eroici, tra cui un Eliodoro poema a vanvera, di cui avevo scritto otto o nove cantari (49 ottave ciascuno), e lo schema, una cosa enorme — come tutti gli altri miei poemi heroici doveva contare 5000, 10.000, 100.000 ottave, 250.000, 500.000, 1.000.000 di versi. Poi altri componimenti, lirici, tra cui degli esperimenti di grosse stanze (da 50, 60, 100)  per poema, li avevo fatti direttamente al piccì, un vecchio scassone che stampava ad aghi, e mi piacevano.

Tutto questo l’ho raccolto e poi l’ho dovuto abbandonare. Quindi è perduto, tutto quanto.

Perduto il diario tenuto dal 1993 al 2004. Si divideva in Primo diario (1993-1999), interrotto ai primi mesi del 1999, durante i quali scrissi solo versi (tra cui segnalati alcuni componimenti in ottave); apriva il Diario degli anni di galera il diario successivo (post marzo 1999-luglio 1999), una sorta di parentesi, a cui seguiva il Diario del servizio civile (luglio 1999-maggio 2000), per continuare col Terzo diario, dal maggio 2000 al 2004. Tutto ciò, scritto su quaderni, quadernoni, blocchi con la spirale e foglj volanti, riempiva una portafoglj di tela blu, ma in modo tale che, così riempita, non poteva più chiudersi.

Foglj sparsi e non inventariati, per la gran parte progetti e schemi di cose mai scritte, riempivano sette grossi scatoloni. Non li ho più, tutto è perduto.

Lo rimpiango, cose più e men cattive, non tanto per quello che c’era — di fatto non ho concluso praticamente nulla, e ci mancherebbe: nelle condizioni in cui mi trovavo, a tutto avrei dovuto pensare, fuorché a scrivere (non che mi fosse proibito: era semplicemente illogico, e anche poco etico) — ma per quello che era servito a ‘tenere in caldo’ per tutto quel tempo. Ossia una serie di idee, molto grandi, molto irrealizzabili.

Di queste, l’idea principale era uno smisurato romanzo (smisurato, ripeto, negli auspicj) dal titolo Melisenda Cornaro, un nome che accozza, a quel che vedo, la bella tripolitana e la regina di Cipro in maniera scarsamente accettabile, ma che per me era sufficiente ad evocare mondi. Non era un’amica immaginaria: potevo incontrarla solo quando mi accingevo a scrivere, cioè su quelle pagine che avrei scritto se solo ne fossi stato in grado. Non è nemmeno un’idealizzazione infantile: in effetti cominciò ad accompagnarmi, come personaggio, sin dai primi anni, ma cresceva con me. Non era il mio alterego, perché in effetti tra i personaggj di contorno c’ero anch’io, un po’ diverso, ma ero sempre io. Era, diciamo, un personaggio.

Di esso romanzo inesistente scrissi delle parti che effettivamente non significavano alcunché; ma per la quale in anni recenti, nel momento forse più inopinato, riuscii a stendere una sorta di trama, che mi pareva altamente suggestiva e, trattandosi appunto di anni recenti, forse era. Il mio grosso problema era ed è sociale, ed è insolubile. Per un verso o per l’altro, il più grave motivo d’angoscia quando ero bambino era la fortissima discrasia coll’ambiente, tale per cui ricevevo risposte, dalle cose, dal tempo, dalle persone, non semplicemente al disotto delle mie legittime aspettative, ma soprattutto fuori quadro, errate. Come una freccia che fa sempre centro, ma sul bersaglio sbagliato. Me ne derivò una precocissima coscienza di essere caduto per caso nella vita sbagliata. Questa coscienza, che, fosse o no fondata, si è radicata in me ormai moltissimo tempo fa, diventando parte di me e impedendomi, ormai, di pensarla altrimenti, mi aveva portato a concepire un romanzo-serbatojo in cui potessi mettere, ordinandole e integrandole, tutte le fuggevoli, parziali, ma in totale abbastanza numerose tracce della mia vera vita, quella perduta, in modo da riuscire a viverla, sia pure vicariamente, per specula.

Non scrissi quasi nulla che avesse un respiro sufficiente da poter far parte integrante di un romanzo; raccolsi molti frantumi, molte descrizioni strampalate. Tutto questo era, e mi sembrava, in sé e per sé da buttar via in toto, ma mi serviva perché teneva, come già ho detto, ‘in caldo’ l’idea. Di fatto non sapevo che cosa potesse entrare nel romanzo, per converso mi era chiarissimo tutto quello che doveva esserne escluso. L’intuizione fondamentale c’era, e quel ciarpame, di per sé inservibile, gracile, brutto, era tuttavia sufficiente a permetterle di appoggiarsi da qualche parte. Quello che più mi galvanizzava, del gran progetto, erano ovviamente le sue maestose proporzioni: si sarebbe dovuto comporre di 7 periodi (di tempo, e c’era anche una corrispondenza con 7 zone del mondo), ciascuno scandito in 7 parti, ciascuna a sua volta distinta in 7 unità, ciascuna ripartita in 7 volumi divisi in 7 tomi di 7 libri di 7 capitoli ciascuno: 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 = 823.543 capitoli, ciascuno dei quali di 49 pagine: per un totale di 40.353.607 pagine. Contavo, se pure non potevo vivere come volevo, che una simile quantità di carta mi avrebbe distratto dai miei dolori. Se invece di comporre un romanzo avessi avuto l’uzzolo di — chessò — edificare una città, sarei stato un piccolo asperger perfetto: a quest’ora il plastico sarebbe cosa fatta, e io potrei girare per i villaggj, o lanciare in rete le ricostruzioni grafiche delle viuzze, i sotterranei, i palazzi dei congressi, gli omini in scala, le macchine volanti, gli spaccati delle abitazioni, &c. Purtroppo o per fortuna per me, la scrittura richiede un vigile abbandono, esperienza e una certa felicità, magari non molta ma abbastanza costante; sicché non ne nacque altro che un volume spropositato di calcoli, schemi, schizzi — secondo i quali, vivendo almeno 105 anni (la durata del progetto avrebbe parallelamente contribuito ad allungarmi la vita), ce l’avrei sicuramente fatta, posto che avessi seguìto un apposito programma di preparazione, che consisteva nel cominciare, magari dall’anno seguente (era sempre l’anno seguente), da 105 pagine, a cui aggiungerne 7 al giorno la prima settimana, 14 la seconda, 28 la terza, fino a stabilizzarmi, poniamo, su 546 pagine giornaliere, dopodiché, dall’anno seguente, avrei ricominciato ad aumentare il numero delle pagine; giunti al quarto o quinto anno mi sarei dovuto fare qualcosa come due o tremila pagine al giorno. Ovviamente, pretendevo di fare il grosso in tempi abbastanza rapidi, in modo da assicurarmi il prima possibile grande notorietà e stima nella repubblica letteraria, e in modo, anche, da ben figurare come autor giovane. Giocava peraltro a mio favore il fatto che l’opera dovesse essere distinta in più volumi; per dar fiato alle trombe della fama e farmi correre sulle stampe in ogni angolo dell’universo sarebbe bastato il primo volume. Poi i tempi si sarebbero potuti anche dilatare, magari per dare spazio pure ad altre opere, quasi altrettanto voluminose. La letteratura impone maturità, che piaccia o no: ripeto, si fosse trattato di rifare il Maracanà in scala naturale coi tappi della Cocacola o di impacchettare la Statua della Libertà sicuramente, perseverando, ce l’avrei fatta — o sarei morto nel tentativo, cosa che, conoscendomi, non è assolutamente improbabile. Trattandosi di un romanzo, non potei proprio niente. Di fatto, solo nei momenti di stanchezza ero disposto ad ammettere che le parole conseguono alle cose, e, se le precedono, questo avviene solo nella nostra testa: di fatto, nei momenti di maggior esaltazione, mi nutrivo della falsa consapevolezza che le parole fossero, o potessero essere matrici delle cose, e che un romanzo potesse costruire un mondo.

Ovviamente sono tutte cose verissime: le parole possono porre in esistenza le cose, ma devono farlo a tempo e modo; e, soprattutto, ci riescono solo quando ne è lasciata intatta l’indeterminabile ricchezza di armonici, la capacità evocativa, il capriccio connotativo. Io, invece, piallavo le parole per farne mattoni.

Adesso che tutto, ma proprio tutto è perduto, non ho — come suol dirsi — un’idea che una. Provo una mancanza terribile per quel progetto, mi sembra una stronzata non averci lavorato a fondo. Forse, se solo avessi avuto un po’ di pazienza, come ho risolto alcuni problemi inerenti alla lingua, al romanzo, avrei risolto anche gli altri. Mi sono mancati validi maestri, esempj — e poi non puoi dedicarti a grandi progetti quando il mondo ti forza ad essere una merdaccia. Non è solo una grande aspirazione frustrata, che quindi continua a tornare a ossessionarmi: il fatto è che quel romanzo chiedeva, prepotentemente, di non essere scritto, almeno non ancora.

Specifico: per venirmene, idee me ne vengono, solo che me ne vengono ad un milione o due per volta, e niun cervello umano potrebbe dar sesto alla confusione. Quello che mi occorre, quindi, non è un’altra idea, ma un’idea forte, che riesca, possibilmente, a tenere insieme tutte le altre.

E non la trovo, ovviamente. Forse, semplicemente, non c’è.

E, da ultimo, ero riuscito a creare una trama, uno schema che aveva parti incantevoli, ricordo, e un disegno molto ardito, molto suggestivo. Chiaramente tutto è perduto, e, se lo rimpiango, non pertanto vorrei che mi ricapitasse tra i piedi: non vorrei sentirmi tenuto, solo per questo, a rimettere daccapo tutto in discussione. Mi piacerebbe solo sapere se, di là da tutto quanto c’era di meccanicamente irrealizzabile, ci fosse qualcosa di giusto per me, in quel progetto assurdo. In fondo, è stata la prima e l’ultima volta in vita mia che ho cercato di correre ai ripari.

102. Dissonanze.

13 Apr

A proposito della scarsa convenienza di interessarsi ai libri altrui quando si tratta di scriverne uno in proprio (cosa che faceva, ma soprattutto riferitamente ai contemporanei, notare alcor), proprio all’ora di pranzo ho parlato, fuori dalla biblioteca, con un signore inglese, di gran lunga la persona più colta da me incontrata per dormitorj — devo anche precisare, dato che non ci vuol molto ad essere comparativamente colti rispetto all’ambientino, che trattasi di persona realmente informata e intelligente. Gli ho detto che starei tentando di scrivere qualcosa, relativamente alla ‘condizione’ barbonesca. Dell’idea, ma in forma molto più virtuale, ricordo che avevamo parlato ancora molto tempo fa, quando entrambi ci trovavamo a via Carrera; e ricordo anche che la prospettiva gli pareva piuttosto ridicola. Non sapevo come mai, in particolare: vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava di scarso momento, vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava un falso argomento.

Mi pare di aver capìto che è per via della seconda che ho detto, a quel che è venuto fuori parlandogliene. E, guarda il caso, mi ha consigliato tre letture, ovviamente rigorosamente anglofone:

Jack London, Il popolo degli abissi

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra;

John Steinbeck, Cannery Row.

Tutti titoli notissimi, che ho sentito; tutti libri che, con mia vergogna, non ho letto. Dovrebbe trattarsi di quei romanzi realistico-avventurosi in cui lo scrittore angloamericano, mandarino social-meraviglioso, si mostra un virtuoso dell’arrampicata e della discesa sociale. Tutto questo quando le classi sociali esistevano ancora — laddove, ovviamente, sono esistite. Oggi, in effetti, si assiste a un fenomeno in un certo senso opposto — qualcosa di cui nessuno ha ancora scritto, come mi ha fatto notare: il fatto che le classi sociali non sono più quelle di una volta: adesso la condizione dell’uomo nella società assomiglierebbe — l’immagine è mia, spero di non tradire il pensiero mentre cerco di illustrarlo — ad una specie di ascensore; che, a dispetto del nome, non serve solo a salire, ma talora ti fa anche scendere. I cambiamenti di condizione sono infinitamente più rapidi e casuali. L’odierna souplesse, l’hoggidiana desinvoltura consisterebbe nella capacità di rapido adattamento alle più disparate circostanze, dal regolamento di conti sul retro alla cena della duchessa, dalla prima della Scala alla rapina in posta, &c. Posto che non stia avvenendo quello che già un po’ sospetto, cioè che di tutto questo si stia facendo una specie d’indiscriminato impasto.

Ma anche questo tipo di sollecitazione esterna (sono sicuramente molti altri, anche se magari non così significativi, o così belli, i romanzi che hanno trattato di queste cose — forse Algren ha scritto qualcosa di eventualmente accostabile? Ne La mia vita di Reich-Ranicki ho colto l’accenno, ricordo, ad un racconto di Gorki sui dormitori, sive asili notturni) è a suo modo utile. Io per esempio, con questo ricordo di narratori sociali, mi sono reso pienamente conto che quello che scriverò avrà, anche dove sia perfettamente reale, la stessa aderenza al reale di una foletta infantile, e non sarà assolutamente nulla di socialmente impegnato, o utile. M’impedirebbe di nutrire qualunque velleità in questo senso la mancanza di una forma mentis adatta (sono stato sempre troppo preoccupato a farmi sopraffare dai miei problemi personali perché possa permettermi d’ardere di sacro sdegno per le ingiustizie di classe), e qualunque cultura specifica.

Ma continuo a pensare che avere un’idea (necessariamente parziale, necessariamente tendenziosa) dell’immenso calderone in cui andrà a cadere ogni eventuale venturo “libro” sia abbastanza salutare.

Sbaglierò, sicuramente.

92. Chi diventa famoso chiude i commenti.

3 Apr

Noto che quelli che pubblicano un libro, normalmente quel libro che vale come due libri in uno (il primo e l’ultimo), tende a sviluppare una certa tendenza a considerarsi molto umile. Non so quanto sia sano. Nel senso che, probabilmente (almeno così m’immagino io), appena hanno fatto gemere i torchj e volano in sulle stampe, incontrino i più prosperi successi o mandino le proli del loro ingegno a scopar la polvere nelle librarie, cominciano a pensare: Nonostante io abbia pubblicato un libro, l’unica cosa che m’interessa è aver raggiunto tanti interlocutori, che da adesso in poi potranno entrare in contatto con me, e scrivermi, e parlarmi un po’ di tutto. Poi temono che tutti costoro comincjno a parlare col neo-autore con eccesso di deferenza. In fondo essere pubblicati è una condizione appetita da molti. Dunque è invidiabile. Dunque è verosimile che l’autore sia invidiato. Di questo l’autore dei due-libri-in-uno molto si dispiace.

Non vuole essere sovrastimato. Vuole essere ascoltato, e prendersi i suoi bravi calcinculo, quando e se sia il caso.

La tragedia comincia quando verifica e sperimenta che è davvero così. Nessuno lo tratta con deferenza. Semplicemente molte più persone hanno letto, e finalmente conoscono, qualcosa di abbastanza articolato e rivelatore sul suo conto. Ne consegue che è conosciuto da molte più persone di quelle che lui stesso può mai aspirare a conoscere (e la sola idea gli dà, finalmente, la nausea). Non solo, ma molte di queste persone l’hanno scambiato per una macchina da opinioni, da racconti, da spiritosaggini ingegnose, da poesie, da. E non deve proprio virtuosamente desiderare di essere preso a tavolettate sulle orecchie tutte le volte che è al disotto dei proprj standard, perché è esattamente quello che fanno tutti quelli che passano. Che non sono solo dei rompicoglioni — ma sanno anche, per filo e per segno, il fatto loro e il fatto tuo, neo-autore.

Tutto questo, credo, rappresenta il dilemma del neo-autore che tiene un blog. Mi piacerebbe che qualche neo-autore mi facesse sapere se è proprio questo il problema. Ma li giustificherò e li comprenderò se non vorranno dirmi niente.

Ne ricordo anche altri, ma mi riferisco nella fattispecie a due, che più d’altri sono presenti, cioè pulsatilla, per far sapere alla quale (horresco referens) che ho riso a gola spiegata leggendo i capitoletti “Lingua” e “Gastronomia” (foggiane entrambe) dal suo libretto edito da Castelvecchi ho dovuto ricorrere alla casella di posta elettronica; e a tashtego, su un pajo dei cui ultimi pezzi avrei voluto dire la mia, posto ne valesse la pena (ma ci sono periodi, come questo, in cui proprio non la tengo).

E se lanciassi un nuovo (un altro!) argomento di discussione (tanto, chi mi risponde?) circa La figura sociale dello scrittore. Come dev’essere lo scrittore nei rapporti interpersonali (di Rete e no, ovviamente)?

91. Documentarsi e scrivere.

3 Apr

 Abbiamo appena sfiorato la questione del romanzo, siamo saltati (per mia colpa), di volo, in fretta e in furia, alla questione dello scrivere tout court. In fondo, il romanzo è il genere totale, quindi il genere dei generi. Se si parla di uno qualunque dei generi letterarj esistenti, ecco ci si riferisce, in minima parte, anche al romanzo.

Premetto che non mi piace il De Sanctis — specifico: non lo odio, lo trovo solo più benintenzionato che acuto, e in generale farraginoso e confuso. Ancora meno amo il Manzoni, di cui posso giusto percepire, molto nebulosamente, l’importanza. Però incontro oggi, quasi per caso (mentre cercavo alcune pagine sulla scuola del Puoti, che fu anche una proto-scuola di scrittura creativa — chiunque abbia letto La giovinezza, che è un libro molto bello, ricorderà che il vecchio marchese faceva esercitare i giovanetti a scrivere novelle, possibilmente non in stile romantico), due righe secondo me utili da conoscere e meditare, tratte da Manzoni e il romanticismo. Si tratta del capitolo che tratta de Gl'”Inni sacri” e l'”Adelchi”, vale a dire la parte di gran lunga peggiore dell’opera del Manzoni. Leggere quello che ha da dire il De Sanctis in proposito non ha molto senso, specialmente di fronte a quello che ha dimostrato, in serrate acuminose splendide analisi, nelle sue capitali Lezioni, che purtroppo non godono attualmente di nessunissimo prestigio; concordo col Settembrini quando mi dimostra che gl’Inni sacri sono una fabbrica di zeppe e contorsioni sintattiche e occasionali insensatezze (con quella “pregnante annosa” che sembra una incinta da molti anni, &c.); e che la tesi retrostante l’Adelchi, che è al centro dell’analisi, anche, del De Sanctis, è ripugnante anche più di quella monacofila dei Promessi sposi (con quei versi che quasi nessuno intende: “Te della rea progenie / Degli oppressor discesa, / Cui fu prodezza il numero, / Cui fu ragion l’offesa, / E dritto il sangue, e glori / Il non aver pietà, / Te collocò la provida / Sventura in fra gli oppressi: / Muori compianta e placida; / Scendi a dormir con essi: / Alle incolpate ceneri / Nessuno insulterà”, parlare di cui il solito  Settembrini disse che non è parlare da cristiano, e nemmeno da uomo); e so da me che l’Adelchi è una tragedia di manichini, monocorde, grigiastra e tutto sommato brutta.

Ma il tema era appunto quello della documentazione come preliminare alla composizione. Viene spontaneo pensare che (come Dante, in fondo, non si scosta un millimetro da Tommaso, o da Agostino, ma li “traduce” in immagini) lo scrittore, facendosi forte del senno altrui, riceva criticamente, ma obbedientemente, quello che altri, figuratamente, gli dà in consegna, e ci lavori sopra come sa — inventando, appunto, ma sempre sulla base di un fondamento di verità assodata — che è, poi, semplicemente, lo stato dell’arte: se un domani la scienza capovolgerà le attuali conclusioni, questo dipenderà sempre dai dotti, dagli scienziati, dagli spiecialisti, e non dai poeti, non dai romanzieri. Sembra un atteggiamento passabilmente professionale; oltreché socialmente utile, perché è in linea col delectando et monendo e anche con l’imparare divertendosi, e altri modi insegnativi di usare la letteratura e l’invenzione.

Ecco, se c’è un motivo per cui il Manzoni, secondo me, è un nome, ancora adesso e ancora a questo proposito, da fare, dipende dalla stolta presunzione con cui pensò di trascendere il Tasso in poesia (non ho mai capìto perché proprio il Tasso, e in fondo non importa, ma sia lui che il Porta erano convintissimi che ci fosse riuscito) — non perché ci riuscisse, o perché fosse in sé un’aspirazione nobile, ma perché almeno se la prese con un toro dalle grosse e pericolose corna, e non con — chessò — Alessandro Guidi o Benedetto Menzini; in secondo luogo per il suo modo di ‘documentarsi’, anch’esso improntato alla più sfoggiata presunzione:

Manzoni si gitta negli studi storici, comincia a legger cronache e trova la questione longobarda. Con che tendenze la esamina? Mette in un fascio Machiavelli, Muratori, Romagnosi, gli storici francesi e italiani del tempo (aveva letto Troya, non Savigny), fa la controparte dei loro risultati, giunge a conchiusioni contrarie. Dimostra che i Longobardi, stranieri, erano rimasti stranieri, avevano concultata la gente conquistata, usurpate le terre del papa, il quale aveva diritto di chiamare Carlo non contro gl’Italiani, ma contro gli stranieri.

Ed ammettendo che i Longobardi avessero fatta l’unità d’Italia, non èlecito, per salvare le generazioni a venire, condannare le genti romane a subire le violenze dei Longobardi. Vedete i quale altro ordine di tendenze trovasi il Manzoni negli studi storici. Gittato in mezzo a quelle idee, leggendo cronache, confutando Muratori con critica che si fa perdonare per la bontà, per la moderazione e per lo spirito, gli sorge l’idea di cavare da tutto questo una tragedia storica. Ecco l’origine dell’Adelchi.

“Cento libri per mille anni”: Francesco De Sanctis. Scelta e introduzione di Carlo Muscetta. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995, p. 739.

89. Che cos’è un romanzo.

2 Apr

Non so rispondere. Sicuramente so indicare dove ho trovato la definizione più bella, nel più ampio contesto della lezione che il legale Lessagne diede al giovane (ventiduenne, per la precisione) Dumas père:

Alexandre Dumas, Mes mémoires. Chapitre LXXIX.(1) 

[…]

– Ecoutez, mon cher enfant, ajouta Lassagne avec cette douceur admirable qu’il avait dans les yeux et dans la voix, et surtout avec cette bienveillance presque paternelle que je trouve encore en lui au bout de vingt-cinq ans, lorsque, par hasard, je le rencontre, et que, par bonheur, je l’embrasse – écoutez, vous voulez faire de la littérature ?
– Oh ! oui ! m’écriai-je.
– Pas si haut ! dit-il en riant ; vous savez bien que je vous ai dit de ne point parler de cela si haut… ici du moins. Eh bien, pour la littérature que vous comptez faire, ne prenez pas modèle sur la littérature de l’Empire ; c’est un conseil que je vous donne.
– Mais sur laquelle, alors ?
– Eh ! mon Dieu, je serais bien embarrassé de vous le dire ; certainement, nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent – Lamartine et Hugo sont des poètes ; je les mets donc à part ; ils n’ont pas fait de théâtre, et je ne sais pas s’ils en feront, quoique, s’ils en font jamais, je doute qu’ils réussissent…
– Pourquoi cela ?
– Parce que l’un est trop rêveur, et l’autre trop penseur. Ni l’un ni l’autre ne vit dans le monde réel, et le théâtre, voyez-vous, mon cher, c’est l’humanité. – Je disais donc que nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent ; mais souvenez-vous bien de ce que je vous dis : ce sont purement et simplement des hommes de transition, des anneaux qui soudent la chaîne du passé à la chaîne de l’avenir, des ponts qui conduisent de ce qui a été à ce qui sera.
– Qu’est-ce qui sera… ?
– Ah ! mon cher ami, vous m’en demandez là plus que je ne puis vous en dire. Le public lui-même n’a pas de direction arrêtée. Il sait déjà ce qu’il ne veut plus, mais il ne sait pas encore ce qu’il veut.
– En poésie, en drame ou en roman ?
– En drame et en roman… là, il y a tout à faire ; en poésie, Lamartine et Hugo répondent assez bien aux exigences du moment ; ne cherchons pas autre chose.
– Mais Casimir Delavigne ?
– Ah ! c’est différent : Casimir Delavigne est le poète des bourgeois ; il faut lui laisser sa clientèle, et ne pas lui faire concurrence.
– Alors en comédie, tragédie, drame, qui faut-il imiter ?
– D’abord, il ne faut jamais imiter ; il faut étudier ; l’homme qui suit un guide est obligé de marcher derrière. Voulez-vous marcher derrière ?
– Non.
– Alors, étudiez. Ne faites ni comédie, ni tragédie, ni drame ; prenez les passions, les événements, les caractères ; fondez tout cela au moule de votre imagination, et faites des statues d’airain de Corinthe.
– Qu’est-ce que c’est que cela, l’airain de Corinthe ?
– Vous ne savez pas ?
– Je ne sais rien.
– Vous êtes bien heureux !
– Pourquoi cela ?
– Parce que vous apprendrez tout par vous-même, alors ; parce que vous ne subirez d’autre niveau que celui de votre propre intelligence, d’autre règle que celle de votre propre éducation. – L’airain de Corinthe ?… avez-vous entendu dire que Mummius eût un jour brûlé Corinthe ?
– Oui ; je crois avoir traduit cela un jour quelque part, dans le De Viris.
– Vous avez dû voir, alors, qu’à l’ardeur de l’incendie, l’or, l’argent et l’airain avaient fondu, et coulaient à ruisseaux par les rues. Or, le mélange de ces trois métaux, les plus précieux de tous, fit un seul métal. Ce métal, on l’appela l’airain de Corinthe. Eh bien, celui qui fera, dans son génie, pour la comédie, la tragédie et le drame, ce que, sans le savoir, dans son ignorance, dans sa brutalité, dans sa barbarie, Mummius a fait pour l’or, l’argent et le bronze ; celui qui fondra à la flamme de l’inspiration, et qui fondra dans un seul moule Eschyle, Shakespeare et Molière, celui-là, mon cher ami, aura trouvé un airain aussi précieux que l’airain de Corinthe.
Je réfléchis un instant à ce que me disait Lassagne.
– C’est très beau, ce que vous me dites là, monsieur, répondis-je ; et, comme c’est beau, ce doit être vrai.
– Connaissez-vous Eschyle ?
– Non.
– Connaissez-vous Shakespeare ?
– Non.
– Connaissez-vous Molière ?
– A peine.
– Eh bien, lisez tout ce qu’ont écrit ces trois hommes ; quand vous les aurez lus, relisez-les ; quand vous les aurez relus, apprenez-les par coeur.
– Et alors ?
– Oh ! alors… vous passerez d’eux à ceux qui procèdent d’eux ; d’Eschyle à Sophocle, de Sophocle à Euripide, d’Euripide à Sénèque de Sénèque à Racine, de Racine à Voltaire, et de Voltaire à Chénier. Voilà pour la tragédie. Ainsi, vous assisterez à cette transformation d’une race d’aigles qui finit par des perroquets.
– Et de Shakespeare à qui passerai-je ?
– De Shakespeare à Schiller.
– Et de Schiller ?
– A personne.
– Mais Ducis ?
– Oh ! ne confondons pas Schiller avec Ducis : Schiller s’inspire, Ducis imite ; Schiller reste original, Ducis devient copiste, et mauvais copiste.
– Quant à Molière, maintenant ?
– Quant à Molière, si vous voulez étudier quelque chose qui en vaille la peine, au lieu de descendre, vous remonterez.
– De Molière à qui ?
– De Molière à Térence, de Térence à Plaute, de Plaute à Aristophane.
– Mais Corneille, vous l’oubliez, ce me semble ?
– Je ne l’oublie pas, je le mets à part.
– Pourquoi cela ?
– Parce que ce n’est ni un ancien Grec ni un vieux Romain.
– Qu’est-ce que c’est donc, que Corneille ?
– C’est un Cordouan, comme Lucain ; vous verrez, quand vous comparerez, que son vers a de grandes ressemblances avec celui de la Pharsale.
– Voudriez-vous me laisser écrire tout ce que vous me dites là ?
– Pour quoi faire ?
– Pour en faire la règle de mes études.
– C’est inutile, puisque vous m’avez là.
– Mais peut-être ne vous aurai-je pas toujours.
– Si vous ne m’avez pas, vous en aurez un autre.
– Cet autre ne sera peut-être pas aussi savant que vous ?
Lassagne haussa les épaules.
– Mon cher enfant, me dit-il, je ne sais que ce que tout le monde sait ; je ne vous dis que ce que le premier venu vous dira.
– Alors, je suis bien ignorant ! murmurai-je en laissant tomber ma tête dans mes mains.
– Le fait est que vous avez beaucoup à apprendre ; mais vous êtes jeune, vous apprendrez.
– Et en roman, dites-moi, qu’y a-t-il à faire ?
– Tout, comme au théâtre.
– Je croyais cependant que nous avions d’excellents romans.
– Qu’avez-vous lu en romans ?
– Ceux de Lesage, de madame Cottin et de Pigault-Lebrun.
– Quel effet vous ont-ils produit ?
– Les romans de Lesage m’ont amusé ; ceux de madame Cottin m’ont fait pleurer ; ceux de Pigault-Lebrun m’ont fait rire.
– Alors, vous n’avez lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper ?
– Je n’ai lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper.
– Eh bien, lisez-les.
– Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
– De l’airain de Corinthe, toujours ; seulement, il faudra tâcher d’y mettre un petit ingrédient qu’ils n’ont ni l’un ni l’autre.
– Lequel ?
– La passion… Goethe vous donnera la poésie ; Walter Scott l’étude des caractères ; Cooper la mystérieuse grandeur des prairies, des forêts et des océans ; mais, la passion, vous la chercherez inutilement chez eux.
– Ainsi, l’homme qui sera poète comme Goethe, qui sera observateur comme Walter Scott, descriptif comme Cooper, et passionné avec cela ?…
– Eh bien, cet homme-là sera à peu près complet.
– Quels sont les trois premiers ouvrages que je dois lire de ces trois maîtres ?
Wilhelm Meister, de Goethe ; Ivanhoé, de Walter Scott ; L’Espion, de Cooper.
– J’ai déjà lu, cette nuit, Jean Sbogar.
– Oh ! c’est autre chose.
– Qu’est-ce que c’est ?
– C’est le roman de genre. Mais ce n’est pas cela qu’attend la France.
– Et qu’attend-elle ?
– Elle attend le roman historique.
– Mais l’histoire de France est si ennuyeuse !
Lassagne leva la tête et me regarda.
– Hein ? fit-il.
– L’histoire de France est si ennuyeuse ! répétai-je.
– Comment savez-vous cela ?
Je rougis.
– On me l’a dit.
– Pauvre garçon ! on vous a dit !… Lisez d’abord, et ensuite vous aurez une opinion.
– Que faut-il lire ?
– Ah ! dame ! c’est tout un monde : Joinville, Froissart, Monstrelet, Chatelain, Juvénal des Ursins, Montluc, Saulx-Tavannes, l’Estoile, le cardinal de Retz, Saint-Simon, Villars, madame de La Fayette, Richelieu… Que sais-je, moi ?
– Et combien cela fait-il de volumes ?
– Deux ou trois cents, peut-être.
– Et vous les avez lus ?
– Certainement.
– Et il faut que je les lise ?
– Si vous voulez faire du roman, il faut non seulement que vous les lisiez, mais encore que vous les sachiez par coeur.
– Je vous déclare que vous m’épouvantez ! Mais j’en ai pour deux ou trois ans avant d’oser écrire un mot !
– Oh ! pour plus que cela, ou vous écrirez sans savoir.
– Mon Dieu ! mon Dieu ! que j’ai perdu de temps !…
– Il faut le rattraper.
– Vous m’aiderez, n’est-ce pas ?
– Et le bureau ?
– Oh ! je lirai la nuit, j’étudierai la nuit ; au bureau, je travaillerai, et, de temps en temps, nous causerons un peu…
– Oui, comme aujourd’hui ; seulement, nous avons causé beaucoup.
– Encore un mot. Vous m’avez dit ce qu’il fallait étudier comme théâtre ?
– Oui.
– Comme roman ?
– Oui.
– Comme histoire ?
– Oui.
– Eh bien, maintenant, en poésie, que dois-je étudier ?
– D’abord, qu’avez-vous lu ?
– Voltaire, Parny, Bertin, Demoustier, Legouvé, Colardeau.
– Bon ! oubliez tout cela.
– Vraiment ?
– Lisez, dans l’Antiquité, Homère ; chez les Romains, Virgile ; au Moyen Age, Dante. C’est de la moelle de lion que je vous donne là.
– Et chez les modernes ?
– Ronsard, Mathurin Régnier, Milton, Goethe, Uhland, Byron, Lamartine, Victor Hugo, et surtout un petit volume qui va paraître, publié par Latouche.
– Et que vous nommez ?
– André Chénier.
– Je l’ai lu…
– Vous avez lu Marie-Joseph… Ne confondons pas Marie-Joseph avec André.
– Mais, pour lire les auteurs étrangers, je ne sais ni le grec, ni l’anglais, ni l’allemand.
– Parbleu ! la belle affaire, vous apprendrez ces langues-là.
– Comment ?
– Je n’en sais rien. Mais retenez ceci : on apprend toujours ce que l’on veut apprendre…

(1) Copincollato da qui: http://dumaspere.com/pages/biblio/chapitre.php?lid=m3&cid=79

Per chi avesse difficoltà, un mio aborto di traduzione:

— Ascoltate, figliolo mio, — soggiunse Lassagne con la meravigliosa dolcezza che aveva negli occhi e nella voce, e soprattutto con quella benevolenza quasi paterna che ancora trovo in lui in capo a venticinqu’anni, quando mi càpita di reincontrarlo e, con gioja, l’abbraccio — ascoltate, volete fare della letteratura?

— Oh sì! — esclamai.

— Abbassate la voce! — mi disse ridendo. — Sapete bene che vi ho detto di non parlare ad alta voce di queste cose… Non qui, almeno. Ebbene, per quanto riguarda la letteratura che contate di fare, non prendete a modello la letteratura dell’Impero; è un consiglio che vi do.

— Ma su quale, allora?

— Eh, dio mio, per me è un bel grattacapo riuscire a dirvelo. Certo i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot hanno talento — Lamartine e Hugo sono poeti, quindi li metto da banda; non hanno fatto teatro, ancora, e non so se ne faranno, benché, se mai ne faranno, dubito che riescano a qualcosa…

— E perché?

— Perché l’uno è troppo sognatore, e l’altro troppo pensatore. Né l’uno né l’altro vive nel mondo reale, e il teatro, vedete, caro, è l’umanità. — Dicevo dunque che i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, hanno talento; ma ricordatevi bene di quello che vi dico: sono solo ed unicamente uomini di transizione, anelli che saldano la catena del passato alla catena dell’avvenire, ponti che conducono da quello che è stato a quello che sarà.

— E chi sarà…?

— Ah, caro amico, mi domandate più di quello che possa dirvi. Lo stesso pubblico non ha un orientamento prefissato. Sa già quello che non vuole più, ma non sa ancora quello che vuole adesso.

— Nella poesia, nel dramma o nel romanzo?

— Nel dramma e nel romanzo…. Lì c’è ancora tutto da fare; in poesia, Lamartine e Hugo soddisfano abbastanza bene alle esigenze del momento; non cerchiamo altro.

— Ma Casimir Delavigne?

— Ah, è un’altra cosa: Casimir Delavigne è il poeta dei borghesi; bisogna lasciargli la sua clientela e non fargli concorrenza.

— Ma allora chi bisogna imitare per la commedia, la tragedia, il dramma?

— Innanzitutto non si deve imitare mai: bisogna studiare; l’uomo che segue una guida è obbligato a marciare in retroguardia. Volete stare in retroguardia?

— No.

— Allora studiate. Non fate né commedia, né tragedia, né dramma; prendete le passioni, gli avvenimenti, i caratteri; fondete tutto questo nel crogiolo della vostra immaginazione, e fate delle statue in brnzo di Corinto.

— E che cos’è il bronzo di Corinto?

— Non lo sapete?

— Non so niente, io.

— Felice voi!

— E perché?

— Perché così dovrete imparare tutto per vostro conto; perché non subirete nessun altro inquadramento che quello della vostra propria intelligenza, nessun’altra regola che quella della vostra propria educazione. — Il bronzo di Corinto? Avete mai sentito raccontare che Mummio un giorno avrebbe bruciato Corinto?

— Sì; credo di aver tradotto questa cosa un giorno da qualche parte, nel De viris.

— Dovreste aver visto, allora che, divampando l’incendio, l’oro, l’argento e il bronzo si erano fusi, e colavano a ruscelli in mezzo alle vie. Ora, la mescolanza di questi tre metalli, il più prezioso di tutti, divenne un solo metallo. Questo metallo fu chiamato bronzo di Corinto. Ebbene, colui che con il suo genio riuscirà a fare nella commedia, nella tragedia e nel dramma quello che inconsapevolmente, nella sua ignoranza, nella sua brutalità, nella sua barbarie Mummio fece dell’oro, dell’argento e del bronzo; ebbene, colui che fonderà alla fiamma dell’ispirazione, e che fonderà in un solo crogiuolo, Eschilo, Shakespeare e Molière, colui, mio caro amico, avrà trovato un bronzo altrettanto prezioso del bronzo di Corinto.

Riflettei un istante su quello che Lassagne mi diceva.

— E’ molto bello quello che mi avete appena detto, signore — risposi; — e, dato che è bello, dev’essere anche vero.

— Conoscete Eschilo?

— No.

— Conoscete Shakespeare?

— No.

— Conoscete Molière?

— Poco.

— Ebbene, leggete tutto quello che hanno scritto questi tre uomini; quando li avrete riletti, imparateli a memoria.

— E poi?

— Oh! poi… Passerete da quelli a coloro che li hanno seguiti; da Eschilo a Sofocle, da Sofocle ad Euripide, da Euripide a Seneca, da Seneca a Racine, da Racine a Voltaire, e da Voltaire a Chénier. Questo per quanto riguarda la tragedia. Così assisterete alla trasformazione di una razza d’aquile che degenera in una razza di pappagalli.

— E da Shakespeare a chi passerò?

— Da Shakespeare a Schiller.

— E da Schiller?

— A nessuno.

— Ma Ducis?

— Ah, non confondiamo Schiller con Ducis. Schiller s’ispira, Ducis imita (…).

Può bastare. Soprattutto mi premeva mettere in rilievo, di queste pagine bellissime, l’idea dell’airain de Corinthe. E’ vero, Lassagne parlava del teatro. Ma le sue indicazioni sono identiche quando passa al romanzo (la parte sul teatro è importante perché spiega esattamente come si chiami, e perché si chiami così, la lega meravigliosa).

(…)

— E nel romanzo, ditemi, che cosa si deve fare?

— Tutto, come nel teatro.

— ma io credevo che avessimo romanzi eccellenti.

— Che romanzi avete letto?

— Quelli di Lesage, di madame Cottin e di Pigault-Lebrun.

— Che impressioni vi hanno lasciato=

— I romanzi di Lesage mi hanno divertito; quelli di madame Cottin m’hanno fatto piangere; quelli di Pigault-Lebrun mi hanno fatto ridere.

— Allora non avete letto né Goethe, né Walter Scott, né Cooper?

(…)

&c. 

Ma è tutto qui:

— Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
— De l’airain de Corinthe, toujours …

Dell’unica scuola di scrittura creativa che ho mai seguìto, questa è la prima classe.

La seconda domani.

82. Lavori in corso.

23 Mar

Sono poco assiduo, ultimamente: navigo, innanzitutto, un po’ meno; e poi non sto scrivendo, in Rete, alcunché di che. Questo non per mancanza d’ispirazione o che (per quello che ne so, posso sempre essere ispirato, o mai), ma per un fatto molto semplice e molto complesso: e cioè che negli ultimi giorni soprattutto m’è parso di aver trovato la soluzione a un mio problema.

Ossia: sto scrivendo; e io imposto sempre la questione nei termini di un problema da risolvere, anche se quasi mai ne vengo a capo. Solitamente si tratta di trovare la soluzione unica che riesca a soddisfare a due condizioni del tutto inconciliabili. Non so da dove mi venga, ma tutto quello che riguarda la scrittura, per quello che dovrebbe essere come cosa seria, professionale, è a metà strada tra la quadratura del cerchio e un lip service alla mia anima nera. Non solo: la soluzione non dev’essere priva di eleganza; dev’essere semplice; e definitiva, classica, esemplare. Si potrà essere più idioti di così? Mi rispondo da solo: e mi dico no

Stavolta, guarda il caso, mi è parso di riuscirci. E’ come se fossi riuscito ad aprire la porta di una reggia sottomarina, o iperurania. Sperando non sia la splendida reggia del sole dell’arcade Paol’Antonio Rolli. Sperando non sia una vana speranza, perché già l’immagine è forse non in sé infelice, ma — come dire? — esposta ad essere, a divenire tale. Ho avuto appena il tempo di vedermi investito da una lama di luce porporina e sùbito, per la solita congerie di cose inutili nojose fatue squallide che mi circondano, ho dovuto richiudere. Inutile è stato non aver testa né orecchio per nessuno, e per le storie di nessuno. Da una parte ci vivo immerso.

Dall’altra è come vedersi spianare innanzi, per poi salire sù, a perdita d’occhio, lo Scaleo d’Oro. Visione mirabile, profondamente crudele e frustrante. Non so perché, ma non riesco a concepire lo Scaleo d’Oro senza sentire acuto il desiderio, incontentabile, di correrlo tutto, e vedere che cosa c’è in cima. Al punto che se ne scendesse quel pirla di San Pier Damiano non lo farei roteare con le mie reverenti domande, ma con una gragnola di schiaffoni.

Insomma, è questo pallido, vado, aureo-purpureo, madreperlaceo, odioso Ideale vagamente tostiano che comincia a perseguitarmi tutte le volte che sfioro il da farsi sotto forma di Cosa Seria da Scrivere. La mia ignoranza non mi spaventa, affatto. So che, mettendomici di buzzo buono, con ragionevole sforzo potrei arrivare a spacciarmi per un diplomato.

Mi soverchia l’idea di tutto il Sapere con la S majuscola che dovrei conseguire per superare la mia Ignoranza intesa come attributo intrinseco all’Uomo. Alla Fatica che dovrei fare per superare il mio Limite di everyman (che rende, paradossalmente, meno rilevante il fatto stesso che io sono decisamente molto più stronzo dell’everyman in generale, inteso come media). Insomma, l’Assoluto mi tenta; & mi tormenta.

Tutti i mali dell’uomo derivano dall’incapacità di dare la propria vita (immolare? consacrare? mica sarà lo stesso?) ad una causa. [Ho risentito parlare, e qualcosa ho aggiunto alla personale mia striminzita bibliografia in merito, nuovamente di Arno Schmidt, negli ultimi tempi. Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni scriveva a un corrispondente di non preoccuparsi delle sue pessime condizioni di salute; di scrittura si muore, diceva pressappoco].

80. Udir critico mostro, oh meraviglia (e 3).

20 Mar

Mi pare che nel frattempo vi siate portati bene assai, ed è per questo che, come promesso, raccolgo da ecletticae un’altra perla, e ve la dono, da incastonarvi in quel servizio.

************** 

Sapevate che Saviano è veramente strabico? Sapevate che Saviano si rifà a Dante, pure lui?! Sapevate che Saviano ci vuole infettare? Sapevate che Gomorra procede par exempla, letteralmente?

Sapevate che Primo Levi si rifà a Le mie prigioni? Sapevate che il Pellico fu prigioniero allo Spielperg?

Sapevate che al mondo c’è chi si può porre interrogativi pregnanti come quello che segue, ossia (con licenza copincollando): “Alcune parti del romanzo erano apparse su “Nazione indiana” e sarebbe interessante sapere se quegli articoli sono poi stati recuperati per scrivere il libro oppure se Saviano, mentre stava scrivendo “Gomorra”, andava pubblicando alcune parti del romanzo sul web, ossia se questa è una scrittura nata per il web o il web è stata la prima vetrina del romanzo“?

Lo sapevate che il web richiede una scrittura liquida (ma sicuramente non è nella scrittura da web della Ravetta che Bart ha trovato ispirazione, a giudicare dalla consistenza)? Che la scrittura deve alzare il tono per colpire e scandalizzare l’internauta che è sommerso dalla massa del materiale del web?

Lo sapevate che la colpa dei mortammazzati a pistolettate in piena Napoli non è d”o Sistema, ma TUTTA VOSTRA?! Bastardi!!!

SAPEVATELO

SU RAVETTESCIONAL CIANNEL!

79. Ma che meraviglia 2 (la vendetta).

13 Mar

Sto aspettando una mail, non so che fare nel frattempo, se non punirmi per la mia imbecillità con qualcosa di veramente tremendo.

Finalmente ce l’ho fatta.

Oh, come soffro.

Andate qui. Leggete. Rileggete.

E se farete i bravi vi offrirò altri racconti della medesima incomparabile scrittora.

53. Poeta e huomo.

9 Feb

Non ho moltissimo tempo. Mi limito ad esprimere qualche dubbio in merito allo scrivere e all’essere uno scrittore. Diciamo che di recente qualcuno mi ha detto che potrei ambire a fare lo scrittore, un giorno. Non che mi abbia colto impreparato, nel senso che, teoricamente, sarei stato anzi il primo a volerlo, ovviamente tanto tempo fa, quando mi presi la malattia e non riuscii più a guarire — tant’è vero che ho continuato a scrivere con la convinzione che ormai non avrei più potuto pretendere di pubblicare alcunché.

Jeri pomeriggio, alla stazione ferroviaria, ho visto un giapponese, o uno che somigliava a un giapponese, molto bello, tutto nerovestito, con una selva di capelli ricci, accosciato in terra, con la schiena appoggiata alla parete e un laptop appoggiato alle ginocchia, che ammaccava veloce e leggero con le dita nervose sulla tastiera. Poteva essere un poeta, un ingegnere, una spia, un giornalista o un magnifico nullafacente. Poteva esser dietro ad apportare modifiche ad un progetto di piattaforma petrolifera come a schiccherare frasi perugina per una cretina di passaggio. Quello che importava era l’impatto estetico.

Mi sono pensato nella stessa posizione, occupato nello stesso gesto di digitare chissaché su una tastiera. Con questa faccia. Con ‘sta complessione meschina, depressiva. Mavaffanculo.

Ansaldo Cebà, ricordato sui lessici più oltranzisti come buon seguace del Chiabrera e responsabile di una morbosa passione di Sara Copio-Sullam, scrisse un dialogo classicheggiante sui compositori di poemi heroici. In contraddizione con la stragrande maggioranza dei precettisti specializzati, sosteneva che al poeta heroico fossero indispensabili giovane età (sotto i trentacinque), robusta costituzione e abilità nell’esercizio delle armi. C’è chi ne ha riso, o sorriso, ovviamente; ma, a pensarci bene, può uno scrittore che non ha la più pallida idea di come funzioni una pistola descrivere una sparatoria? In termini cebajani, si può essere heroici solo come poeti, e non come huomini? Si può usare la fantasia, ovverossia immaginare: ma chiunque, volendo, può immaginare. Rimane il fatto che raccontare di quello che si è esperito è altro che raccontare di quello che si vagheggia.

Ma soprattutto questi precetti rimandano ad una concezione di poeta né pantofolajo né statale né boemesco — un non-marginale, un uomo che fa cose e si difende. Ad affrontare da un punto di vista, almeno auspicatamente, professionale questo percorso, si finisce facilmente col vezzeggiare i proprj meno giustificabili difetti. Trovi bizzeffe di persone che tacitamente ti incoraggiano a rimanere una merda. — Oh, finalmente, l’ho detto.

Il giorno che volessi veramente scrivere, ossia scrivere per vivere e pubblicare, provvederei a diventare un huomo. Questo è poco ma sicuro.

48. Non posso rimanere senza scrivere niente.

3 Feb

Non per altro, ma in giro nei blog che vado a vedere di solito non c’è niente di nuovo, a parte i miei ultimi commenti, alcuni dei quali persino sgrammaticati. Sono giunto persino a rimettere il naso nell’artifiziale, pensate che livello. Noto che al momento i porco dio vanno diffondendosi. Ma non ci sono altre novità di rilievo. Posto che un porco dio sia una novità, ovviamente. Di rilievo, ovviamente. Ho anche fatto il test proposto da una che si chiama sociopatica, con domande e tre opzioni per domanda: si trattava di decidere, in base al punteggio, se alla fin fine ero adatto per accompagnarmi con l’asfittica tenutaria del blog. Un’idea peregrina, da parte mia: fossi stato un filino più influenzabile avrebbe potuto crearmi serj problemi d’identità. Ma già alla seconda risposta mi sono preso del frocio. Mi sono sùbito riconfortato, e ho ovviamente interrotto.

Scrivere dovrebbe riuscire così, scontato e facile. Invece noto che faccio fatica, sono lento e macchinoso, costruito. Ma ci pensate che, regolarmente, rileggo, e che non resisto mai alla tentazione di spostare qualche parolina, o di aggiungere qualche virgolina? Per poi, magari, pretendere che sia tutto improvvisazione. Sembra accuratezza, magari, in astratto, ma lo squallido risultato è tutto qui da vedere. Sono un poveraccio. Ed è un peccato che la faccia tanto lunga, perché la più parte delle cose che m’escono sono poi corbellerie, quindi lo spreco è doppio. Da una parte perché scrivo anche per gli stronzi, dall’altra perché spreco spudoratamente le possibilità che pure non mi mancano di venire in contatto, per quanto mediatamente, con interlocutori degni — non dico di me.

Oggi mi sento svagato. Sarà che non ho dormito e che non ho mangiato quasi niente, forse. Ma non ho né fame né sonno: mi sento semplicemente rimbecillito. Avevo l’intenzione di segnare, anche quest’anno, la data esatta in cui il primo presagio di primavera ha fatto capolino, cosa che sento per via del naso che pizzica e che percepisco nella particolare sfumatura violacea di un certo momento crepuscolare. Avevo anche quest’anno l’intenzione, dico, di segnarmela, ma anche quest’annome ne sono dimenticato. Saranno due lustri che me ne dimentico, ed è del tutto normale, perché come la primavera manda il primo postiglione in disimpegno con le ruote imbottite, io automaticamente cado in letargo.

E voi come vi sentite? Non vi viene da sbadigliare?

(Dibbì, è suggestiva la tua poèsia, sotto il n° 47. Cercherò di pensare dov’è la contraddizione, nelle subsecività del coma. Jersera mi hanno chiesto di Platone, Aristotele, Hegel, Kant, Engels, Marx, Popper. Ma sai che mi sono accorto che di filosofia non so proprio un tubo? Perché, secondo te?).

43. Mi sa che devo fare qualcosa.

22 Gen

Fatico sempre più a rendere l’idea — non ha nessunissima importanza quale idea, l’importante è rendere. O meglio, l’importante sarebbe rendere quando avessi interlocutori minimamente — non dico all’altezza, che da una parte è limitante, dall’altra non del tutto esatto; dico abbastanza volenterosi, va bene?, ovvero un po’ più presenti &/aut partecipi. Che leggano, intervengano, mi facciano sapere alcunché. “Mi ajùtino un minimo a tenermi in carreggiata” posso dirlo, o sembra troppo patetico (e dire che non me ne frega niente)? L’unica notizia buona della giornata di oggi è che quella merdaccia cubica di dhalgren ha levato il link al presente blog. Per il resto pensavo di andare avanti con una cosa che stavo facendo, ma poi ho interrotto, anche abbastanza volentieri, per digitare un modulo con una richiesta di alloggio per un collega (barbù), e ho lungamente rimuginato una stranissima scena — non è stranissima. Insomma, c’era una di queste ragazze figlie di papà seduta a studiare, cincischiandosi i capelli tinti e facendo le orecchiette ai fogli di quablock cogli appunti massacrati da strisce fluorescenti di evidenziatore, e a un certo punto, del tutto inopinatamente (ma è inutile dirlo, uno non si aspettava che lo facesse nemmeno al cesso) ha sganciato una scorreggia secca come una frustata. La cosa particolare della gente a cui voce dal cul fuggita (e prego chi passa di notarlo, la prossima volta, di qualunque persona si tratti, poiché lo fanno veramente tutti), è che dopo aver impallidito (o essere impalliditi) si mettono la mano davanti alla bocca. Come darsi della faccia da culo, insomma. — Questo riguarda semplicemente il mio mood di ultimamente — sento la necessità di uscire dall’aere ammorbato di questa vita angusta, come ho abbandonato la sala della biblioteca dopo la scorreggia della ragazza — davo le viste di voler allontanarmi dai miasmi causati dalla scorreggia, ma in realtà avevo trovato una scusa per occultare che ho le scarpe che puzzano atrocemente. (E’ un po’ contorto, me ne rendo conto. Ma è la mancanza di interlocuzione, o l’interlocuzione occasionale con gli sfasciacazzi dhalgren, o ermanno, che mi fanno sfiorare la demenza).

Mi annojate, dunque vi annojo. E ben vi sta, perché la colpa è vostra.

6. Scrivere, &c.

6 Nov

6. Mi chiedo quanti anni sono, ormai, che non scrivo un racconto. Ho passato circa vent’anni ad aspettare l’ispirazione. Poi l’ho trovata, e ho scritto per circa due mesi nel 2002, quando ero tranquillo, perlopiù di notte e tutto d’un fiato per non perdere la concentrazione. Marciavo bene, nel senso che scrivevo molto. Poi, per qualche motivo che non ricordo, ho interrotto. E adesso sono tornato punto e a capo, nel senso che non mi ricordo nemmeno più come si faccia. Non ne sono più in grado. Forse tra altri vent’anni sarò in grado di riprovare con successo, posto che tra vent’anni 1. io ci sia ancora, 2. abbia la possibilità di essere tranquillo, 3. abbia la possibilità di scrivere di notte e dormire di giorno. Nel frattempo farei bene, forse, a prepararmi. Alla ricerca di consigli utili, ho trovato questo.

L’ultimo dei 134 messaggi lasciati su www.internetbookshop.it a proposito di Saviano contiene un riferimento all’imbrogliona Giuditta Russo, qui denominata “eroina”, la quale ha fatto per 15 anni l’avvocato senza avere la laurea. Qui si dice che l’ha fatto per amore, ci creda chi vuole. Piuttosto che per amore l’avrebbe fatto per una sorta di surplus di professionismo. E’ vero che anche Benedetto Croce non aveva la laurea e Marcel Reich- Ranicki del pari, e che Giuseppe Verdi fu trombato al Conservatorio. Che Einstein ebbe pessimi rapporti con la matematica e fu dislessico da piccino. E’ vero che lo scrittore è quella cosa per cui la scrittura è un problema molto più grande che per i non-scrittori, per esempio. E’ vero che non avere titoli ti costringe a fare meglio. Ma non sarà che il segreto è proprio quello di fare meglio pur avendoceli, quei titoli? Non sarà che i titoli sono, molto semplicemente, anche parte di un fardello, e non solo una facilitazione? Io non ho titoli, e la cosa sicuramente, penalizzandomi, mi fa prospettare le cose in termini di eccezionali fatiche. Ma è una cosa buona? O non sono, piuttosto, un coglione che si prende a calci in culo coi piedi degli altri? (Io guardo al mio caso. Non aver titoli, nel mio caso, significa avere una preparazione disorganica e lacunosa. Ne sono cosciente. Magari un titolato [posto che sia un cialtrone, e non tutti i titolati possono essere cialtroni] fa strafalcioni perché va avanti senza verificare i suoi contenuti di conoscenza, mentre io, dovendo verificare tutto, ne farei meno, o non ne farei. Ma c’è qualcosa che non mi torna, che non mi spiego. Non avrò fatto una grandissima stronzata?).