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544. Pezzo oramai inservibile n° 3: “Chiavi (le)”.

10 Mag

CHIAVI.

Le chiavi sono un aggeggio non privo di implicazioni simboliche. Non mi riferisco ai Sette Sigilli, o la chiave metaforica con cui si chiude un segreto nello scrigno del cuore, né alla chiave di volta di tutta un’epoca, né a quella con cui si chiava, né ad altri usi più o meno fantasiosi od allegorici di rappresentare la chiave. Il suo simbolismo è implicito nel fatto che aprono e, soprattutto, chiudono oggetti dentro un altro oggetto, preposto a contenerli. La chiave di per sé è uno strumento, che etimologicamente si collega a claudo, il cui significato è “chiudo”: strumento per chiudere, aggeggio per serrare. Per sottrarre alla portata di altri; per impedire che altri prenda possesso dell’oggetto, ma anche dell’idea dell’oggetto – che possa mettere gli occhi sull’oggetto e che possa giungere a conclusioni sul possessore; che possa riferire che il possessore è possessore del dato oggetto, dei dati oggetti, a terze persone, che possano mettere in pericolo la proprietà del possessore, o l’oggetto in sé, o concepire invidie ed orchestrare trame crudeli ai danni del possessore stesso. La chiave, chiudendo, sottrae l’oggetto e la sua vista; con la sottrazione dell’oggetto difende la proprietà, con la sottrazione della vista dell’oggetto fa nascere il mistero – ma anche il sospetto, l’illazione, l’iperbole. Difficile immaginare un A che trae conclusioni, mancandogli tutti gli elementi necessarj a disposizione, sulla proprietà di B senza fare stime o superiori o inferiori all’esatto: potrà avvicinarsi ragionevolmente al vero, magari con l’ajuto della fortuna, o per eccesso o per difetto, ma calcolare l’esatto ammontare mai. Tutto questo grazie alla presenza di una chiave, o di più chiavi, che, chiudendo in un luogo non facilmente accessibile la proprietà, fanno sì che essa sia tanto più sicura quanto meno sicura è la sua entità: perché un bene conosciuto è un bene già sottratto, o diminuito.

Ogni chiave implica un accesso e un’esclusione: ogni chiave segnala la presenza di un bene: ad ogni chiave equivale un possesso. La persona normale, integrata, il borghese, essenzialmente un possessore di chiavi. Dal suo mazzo pende il suo benessere, e ad esso è legata ogni sua preoccupazione e dannazione: in esso vedi la sua casa, la sua automobile, la sua autorimessa, il suo ufficio, la sua seconda casa, la casa del parente più stretto bisognoso di assistenza e visite, l’abitazione dell’amante; nel suo mazzo di chiavi tintinnano il suo lavoro, i suoi affetti, anche quelli illeciti, la sua libertà di movimento, la sua vergogna, i suoi segreti, la sua privatezza, la sua fatìca. Ogniqualvolta trae di tasca il metallico mazzo, esso è come una campanella che con la voce sommessa di molti batacchj gli ricorda il dovere, il piacere, l’impegno e il riposo. Quanti più sono i batacchj, tanto più grave è il mazzo; quanto più grave è il mazzo, tanto maggiore è il carico d’impegni e l’alluvie dei piaceri, e tanto più complesso è ognuno di essi, e quante più chiavi vi tintinnano tanto più si allontana il riposo, perché sono, quelle, come squillette fastidiose, svegliarini petulanti che continuano a spronarlo a intraprendere qualche nuovo atto, dopo quello che s’accinge a compiere traendosi il mazzo di tasca: se prende la chiave della macchina, ecco che sùbito vi batte contro argentina la chiave di casa; se trae la chiave di casa, ecco che nel mazzo si distingue il tono querulo della chiave della macchina; se cerca la chiave dell’autorimessa, la chiave dell’ufficio lo chiama al dovere, se è quest’ultima ad essere trascelta, ecco che la voce della passione rintocca sensuale nella chiave che gli schiude il buon ritiro; se è alla chiave di questo che ricorre, la chiave di casa batte i colpi alle ore della sua vergogna; & così via, con la chiave della cassetta di sicurezza, la chiave del capanno in giardino, la chiave della posta, la chiave della cantina. Tutta la sua vita si svolge scandita dai rintocchi di queste campanelle, a cui il suo orecchio non è tanto abituato che non ne senta, magari con la più profonda parte di sé stesso, il differenziato richiamo, a cui lo spirito sovraccarico e stanco risponde con sempre maggiore impazienza.

Come il secolo vuole, tutto si riduce di dimensioni e di peso: quello che vent’anni fa pesava alcuni chili oggi pesa alcuni grammi; quello che pesava etti, oggi pesa decimi di grammo; quello che pesava grammi oggi si può dire puro spirito, o il contrario della Fenice, di cui ciascuno diceva che ci fosse e nessuno sapeva dove, mentre di tante cose che un tempo avevano peso, consistenza, colore, spigoli, angoli, materiale, odore oggi ci si dice che sono proprio qui, ma che ci siano nessuno può sensatamente verificare. Una cosa che tende a non ridursi né di peso, né di forma, né di consistenza è la chiave: vero è che può essere sostituita in tanti casi dal badge, dalle impronte digitali, dalla password: ma il guasto è prossimo all’elettronica come il passo avventato al precipizio, e dunque i possessori delle cospicue fortune non hanno in genere interesse ad affidarsi all’ajuto intangibile di queste fate racchiuse in microchip, che allettano costosamente illecebrose, e poi rischiano di lasciarti fuori e davanti alla porta come un barbone. Tre, quattro, cinque, sei chiavi bastano appena alla diffidenza gelosa del possessore per chiudere i battenti di casa; vuole chiavi che chiudano anche le finestre, e le serrande metalliche alle stesse; vuole chiavi per attivare allarmi, vuole chiavi per le stanze, i solaj, i bagni, le ghiacciaje, l’armadietto dei medicinali; vuole chiavi per chiudere a decupla mandata l’automobile di lusso, vuole chiavi per difendere l’illibatezza del suo giardino dalle orme degli intrusi, dal piscio dei cani e dai reattori degli alieni; vuole chiavi per ognuna delle quattro porte, per il baule, per il cofano; vuole chiavi per i cassetti, per gli armadj, per le ante della dispensa, per le vetrine degli escaparatti; vuole, infine, chiavi per custodire chiavi: sì; poiché, non potendo tirarsi dietro ovunque vada tanto ammasso di ferraglia, è costretto a suddividere le chiavi in base alla funzione e all’uso; distinti l’uso e la funzione, lascia sottochiave le chiavi che gli servono solo in un determinato luogo in una determinata ora della giornata, e dedica il tempo che gli manca ad accedere a quelle chiavi ad usarne altre, aprendo e chiudendo freneticamente armadj e porte, portiere e cassetti, forzieri e casse, in rapida successione, con grande clangore metallico e violento tintinnio; dopodiché passa ad altre chiavi, e ad altre chiusure ed aperture di toppe e serrature.

Il barbone si distingue dall’uomo integrato anche per questo fatto: ché mentre il borghese va sempre in giro carico di chiavi, egli, per quanto si frughi nelle tasche, non potrà mai ritrovarsene in tasca. Non ha casa, quindi non ha la chiave di casa; non ha macchina, quindi non ha la chiave della macchina; non ha compagnia sessuale, se non eventualmente al suo livello, dunque non ha la chiave di nessun pied-à-terre; non ha una cassetta di sicurezza, dunque non ha la chiave corrispondente. Non ha chiavi che aprano scrigni e cassettoni a bamboccj, non ha chiavi che schiudano porte metalliche e vetrinette. Vive spazj aperti, ma le serrature gli sono precluse; ammenoché sia ladro, nel qual caso può solo forzarle. È padrone del suo tempo, ma deve passarne una buona parte a sorvegliare i suoi pochi beni, perché non ha luogo dove inchiavardarli. Ha per sé tutto il mondo, ma non possiede chiavi.

Salvo forse le chiavi degli armadietti delle biblioteche, laddove sia costretto a servirsene per custodire quella parte della sua proprietà che non può capirgli nelle tasche dei calzoni o della giacca, nelle mutande, nei calzini o nei pesanti sacchetti che si trascina dietro in tutti gli angoli della città. In quel caso, addormentandosi su una panchina, gli cadranno di tasca durante il sonno.

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543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



542. Pezzo oramai inservibile n° 1: “Panchine (le)”.

10 Mag

PANCHINE.

Si tratta di uno degli oggetti che vengono per primi in mente quando si parla di arredo urbano. Parlare di arredo a proposito di una città fa pensare, effettivamente, alla città non come al luogo in cui si trova una casa, ma come una casa essa stessa. In questa prospettiva, avendo intrapreso l’impegnativa professione, non è difficile figurarsi, grazie ad un breve volo metaforico, il lampione come un abat-jour, un cassonetto come dispensa, il marciapiede come corridojo, la piazza come stanza e la panchina come letto. Dipende, naturalmente, dalla radicalità della scelta – di quella che nel corso del tempo può diventare una scelta; o dalla scelta di viverla nella maniera più confortevole, o spregiudicata, possibile –, specialmente nel caso del cassonetto, che ha molteplici usi di cui si tratta ad vocem.

A differenza del cassonetto, alcuni usi del quale richiedono pelo sullo stomaco e stomaco di ferro, la panchina non è utilizzata in modi molto diversi dal borghese e dal barbone; sennonché quest’ultimo la utilizza anche come giaciglio per la notte, mentre il borghese, eccettuati individui piuttosto giovani e con chiara tendenza allo svaccamento, tende a sedervisi e basta. Altra differenza non insostanziale è l’intensità e la durata dell’uso. Il borghese se ne serve piuttosto parcamente, il barbone, se non ne fa una seconda casa, se ne serve per lassi di tempo che, nel paragone, possono parere addirittura interminabili; specie di notte, quando ci si sdraja sopra, per quanto siano rare le evenienze di sonni tanto prolungati da rendere il fenomeno così visibile ai contribuenti, dal momento che quando i più mattinieri tra questi ultimi escono di casa, i barboni, per la stragrande maggioranza, se ne sono già andati. Fanno chiaramente eccezione i casi di quelli che devono recuperare il sonno di una notte in bianco, cosa che può capitare anche a un barbone, e degli sbevazzoni, che possono rimanere in stato comatoso, anche dopo numerosi tentatìvi di risveglio da parte di cittadini di buon cuore e/o delle autorità, fino al primo pomeriggio; ma perlopiù la notte del barbone non dura più di quattro o cinque ore. Dipende, chiaramente, dalle condizioni specifiche, ossia dall’attrezzatura di cui dispone, ovvero dal possesso, da parte del barbone, di coperte, lenzuola, sacchi a pelo, cartoni – diversa è la consistenza, la morbidezza e la capacità isolante degli scatoloni disfatti e dei cartelloni pubblicitarj delle edicole; è un particolare trascurabile per chi non dorme all’aria aperta in città, ma non per chi, appunto, lo fa –, anche se non bisogna dimenticare la variabile, importantissima, dell’assuefazione. Il neolicenziato, disperato e stanco, preferisce camminare tutta notte, anche se crepa di freddo, percorrendo più volte i 22 chilometri di portici, piuttosto che sdrajarsi su una panchina, per il semplicissimo fatto che non reggerebbe la temperatura, non riuscirebbe a dormire e dovrebbe immediatamente rialzarsi. Il vecchio barbone, il tipo della mascotte di quartiere, che non si serve dei dormitorj perché non vuole, e accetta graziosamente il tè lungo e i biscotti sbriciolati della Boa Urbana Mobile perché non sa che essere gentile con tutti, dopo sei o sette lustri di professione ha un tale callo sul derma che quando gli viene sonno, e tutti i barboni inveterati sono soggetti a colpi di sonno, dove si trova si sdraja e dorme; cosa che può avvenire più volte nel corso di una giornata.

È un fenomeno reso particolare, questo, non dalla pellaccia e dalla sonnolenza persistente, che si spiegano benissimo, quanto dal fatto che il barbone di lungo corso ha la doppia caratteristica di non soffrire particolarmente il freddo, una volta ben bene intabarrato, durante l’inverno (mentre chi non è abituato, anche coperto da uno strato doppio di vestiti, dopo un’ora si metterebbe a tremare, come un naufrago in acque tepide, essendo la temperatura circostante comunque troppo più bassa di quella corporea); e di non soffrire il caldo d’estate, perché in effetti, come può notare chiunque faccia un minimo di attenzione, gira del pari intabarrato anche durante i mesi caldi; e non è uno spettacolo inconsueto un barbone che in una sera d’agosto, verso l’ora di cena, s’infila il colbacco che gli si vedeva in capo anche verso natale. Vivere perennemente in strada, probabilmente, con la continua esposizione alle intemperie e agli sbalzi di temperatura, unitamente con una serie di cattive abitudini che si è, se non costretti, fortemente incoraggiati ad adottare, porta all’ipotermia, ciò che spiegherebbe come mai il freddo è sentito relativamente d’inverno, dal momento che la differenza tra temperatura corporea e temperatura ambientale è minore rispetto a quella normale, mentre nelle sere d’estate il corpo rimane molto più freddo rispetto alla calura circostante. Una specie di parziale letargo, che, insieme con gli acciacchi dell’età, non necessariamente moltiplicati ed aggravati rispetto la media delle persone normali – una vita spartana non ha mai fatto male a nessuno, e i barboni storici difficilmente sono viziosi, altrimenti non sarebbero mai diventati storici – li rende spesso sonnolenti, se non sempre.

Ma sono fisiologie completamente diverse da quelle normali. Chi ha meno esperienza di strada deve in qualche modo dotarsi di mezzi: un sacco a pelo, o una coperta – molto scomoda da trascinarsi dietro, in qualche sacchettone di lavanderia per i più esigenti, o, faute de mieux, in un sacco nero del generico non compostabile – sono indispensabili; in alternativa si può fare anche una casetta di cartoni, ma qui corre l’obbligo di fare una distinzione che, in questa materia, è abbastanza fondamentale. Si tratta di preferenze, se non di due scuole di pensiero; ma c’è chi tende a dormire volentieri in terra e chi invece non lo farebbe mai, e preferisce la panchina, sia che ci si sdraj, sia che sia dei pochi privilegiati che riescono a dormire seduti. Il contatto diretto col terreno durante la notte, per quanto possa costituire, specialmente in spazj presuntamente incontaminati come prati, boschi, &c., un’esperienza mistica, di là dall’aspetto strettamente igienico, non è mai consigliabile: specialmente da queste parti, quasi tutte le notti dell’anno, salvo eccezioni e poche notti estive, sono almeno fresche, e l’esposizione all’umidità notturna senza qualche riparo è un’imprudenza che nel corso del tempo si può pagare cara. Quindi, ci dev’essere sempre uno spessore isolante tra il corpo steso e la madre comune che, con qualche anticipo sulla riscossione del Debito, lo accoglie, per ora temporaneamente: perché detta madre tende ad essere molto possessiva, e a prendere anzitempo con sé quelli che le si dimostrano troppo attaccati. Che sia questo il motivo per cui preferisco la panchina? Sarà scaramanzia? Vero è che chi dorme a terra ha tutta una serie di possibilità che chi dorme su una panchina non ha. In primis, posto che si collochi in qualche angolo abbastanza lontano dalla pazza folla, chi dorme a terra può andare a dormire quando vuole; può costruirsi una casetta di cartoni, o può disporre di molte coperte; non ci sono alternative, per esempio, per chi ha un cane, che in questo modo può tenère il più vicino possibile. Inoltre, e questo non è l’ultimo vantaggio per chi dorme per terra, il barbone che sceglie il selciato come giaciglio – più per strada di così! – ha la possibilità di stendere le gambe come vuole, o di assumere, nei limiti del possibile, la posizione preferita, specialmente, appunto, se predilige dormire supino, o prono e non in posizione fetale. Posizione quest’ultima che è la sola consentita a chi dorme su una panchina, perlopiù, perché non ci s’immagina quanto siano corte, per la gran parte, le panchine, e quanto poche siano quelle che arrivano al metro e novanta regolamentare per un letto – chi ha una statura normale, o addirittura bassa, è in genere molto facilitato, per questo e altri motivi. Quanto al poter stendere le gambe, è una cosa portata all’attenzione del pubblico dai coniugi Collard, che riferiscono a questo fatto principalmente l’alta incidenza di malattie legate alla circolazione sanguigna.

Chi sceglie per sé la panchina, invece, dovrà innanzitutto optare per un’organizzazione assai più spartana. Benché sia fatto apposta per potersi allontanare dallo spazio urbano, che è insieme il più necessario ma anche il più rischioso, specie nottetempo, per il barbone, un sacco a pelo da addiaccio può rivelarsi indispensabile anche a chi dorme in panchina; relativamente più maneggevole di una coperta, specie se molto pesante, svolge un servizio incomparabilmente migliore. Di nuovo, con un sacco a pelo, specie se coperto di cerata, ci si può mettere tranquillamente a terra; ma è vero anche che la temperatura è più bassa (e si deve pur tenère un po’ fuori il naso per respirare), che a terra l’aria non è salubre (polvere), e che è più duro. C’è, è vero, il notevole ridicolo di essere svegliati la mattina alle otto da due vigili che chiedono, severamente preoccupati, se va tutto bene “a parte il freddo”: il ridicolo, perché uno che dorme e su una panchina e chiuso dentro un sacco a pelo da addiaccio come barbone ci fa una ben magra figura – è uno che vuole tutte le comodità, insomma; tantopiù che ben al caldo non ci si accorge più di nulla, e si sprofonda in un sonno beato e lungo, che si protrarrebbe fino ad ore invereconde se non ci fosse qualcuno, normalmente, ad affrettare il risveglio. A proposito: dormire sulle panchine è fare un uso non consentito dell’antidetto arredo urbano, ed è sanzionabile con un’ammenda di 50 euri. In questo come in altri casi, tuttavia, l’esecutivo tende a risolvere la cosa in maniera meno pedissequa rispetto ai dettami del Codice, semplicemente intimando al barbone di alzarsi entro un tot di minuti e limitandosi a verificare che è stato ubbidito; fare un’ammenda sarebbe infatti vagamente persecutorio – se il barbone potesse dormire altrove si suppone che lo farebbe; e le strutture pubbliche destinate all’accoglienza dei senzatetto sono ovviamente insufficienti –; oltreché perfettamente inutile, dal momento che il barbone può solo prendere multe, pagarle no.

Io insisto particolarmente sul sacco a pelo anche per l’eleganza della soluzione – l’eleganza è nella semplicità, perché è elegante la soluzione migliore, e la soluzione migliore è la più diretta; anche se, quando le intemperie mi hanno spinto su una delle panchine sotto i portici di piazza s. Carlo – le panchine sotto i portici sono una finezza che non tutte le città possono vantare – ho avuto modo, aspettando l’abbraccio di Morfeo, di valutare con occhio attento l’organizzazione degli altri giaciglj; e devo ammettere che non manca di poesia, una poesia beninteso asiana, prolissa e strascicata, l’arravugliamento notturno in una grossa tenda chantilly, con tutto quel pizzo che ridonda, come il copriletto di un baldacchino, o la robe riche di una gentildonna del tempo andato a una serata di gala, oltre il bordo della panchina; o la confortevolezza di una trapunta a due piazze e mezzo, avvolta a tubo, per quanto proprio la forma perfettamente cilindrica sia delle meno propizie a conciliare sonni veramente tranquilli – tende a rotolare giù, e anche se lo spessore morbido fa da paracolpi è impossibile non svegliarsi. M’è simpatico l’understatement umoristico di un paille stampigliato a Pippi e Topolini; e non sono insensibile alla raffinatezza di uno scendiletto posto sopra la panchina prima ancòra di mettervi sù le coperte, col fine d’isolare, ammorbidire, riscaldare, a parte la grazia nonchalante, voluttuosamente orientaleggiante, delle nappe che sporgono oltre i braccioli – è un angolo di salotto, un buen retiro all’aperto, che penso dia una profonda gioja anche al passante borghese, che si vede confermato nell’idea che chi dorme su una panchina nutre nei confronti dei proprj simili una fiducia che rasenta l’assoluto. Meno elegante, di sicuro, ma riscaldante è coprirsi di vestiti estratti dai raccoglitori della pubblica assistenza, dai ciglj dei marciapiedi da qualche anima caritatevole che ignora l’esistenza di simili contenitori, o semplicemente se ne trovava troppo lontana al momento di disfarsi del sacco. Di disperazione e sciatta raffazzonatura sa invece la copertura coi giornali (peggio ancòra di riviste gratuite, pieghevoli e volantini): non dico i giornali aperti e disposti sulla seduta delle panchine – se sono in numero sufficiente fanno anche da cuscinetto –, una precauzione igienica che prendono anche le vecchiette al parco; dico il coprirsi coi giornali: è una cosa che ancòra, tristemente, si nota, in qualche caso, fortunatamente sempre più sporadico; non so dire, peraltro, se ancòra sia attestato l’uso dei giornali infilati sotto i vestiti per fare da isolante, una cosa che sa di Secondo dopoguerra. In mancanza d’altro che di una pila di metro, una notte ho fatto anche questo esperimento; forse con alcuni city mi sarebbe andata meglio, ma posso attestare che in quel caso non servì a un bel nulla, frusciavo che sembravo il tavolino di un caffè del centro verso le nove del mattino, ma il freddo era sensibile nondimeno.

Ma il punto fondamentale, appunto, è la panchina in sé, come oggetto, e come luogo, si potrebbe dire, abitabile. Chiunque sa che c’è panchina e panchina: non sono tutte uguali, e anche l’esperienza della seduta, che è parte del bagaglio di ciascuno, puà essere un’autentica sofferenza. Il barbone è tuttavia adattabile, e non è mestieri il dire come panchine che riescono infinitamente scomode al normale cittadino possano essere utilizzate come giaciglio per la notte dal senzacasa. Il quale, tuttavia, ha tutto l’interesse, si suppone comprensibile, a ricercare quanto di meglio offre la piazza (ma anche il vialetto, il parco, la fermata del tram), e non la prima soluzione che trova – ammenoché egli sia talmente stanco da doversi accontentare in ogni caso. Si notano, nello spazio della città, tre tipologie almeno di panchine: la panchina di pietra, quella di legno e quella di metallo. La prima e la seconda sono esemplificate entrambe da quelle che rendono confortevole p.zza Carlo Alberto: dove si hanno quattro panchine di pietra dal lato della Biblioteca Nazionale, e due di legno dal lato del Museo del Risorgimento. Anche se corre l’obbligo di notare che queste ultime costituiscono un caso limite, avendo in effetti la seduta di legno, ma lo schienale di metallo traforato. La seduta è a doghe larghe, è completamente piatta e non meno dura di quelle di pietra; mentre allo schienale, durante i mesi rigidi, è virtualmente impossibile appoggiarsi a causa del freddo che filtra anche attraverso i vestiti più pesanti. L’uso delle panchine di pietra è poi limitato ai mesi estivi, perché, durezza a parte, d’inverno la pietra è gelida. Dal che si desume facilmente come l’uso dell’aggettivo ‘confortevole’ da parte mia sia stato meramente ironico.

Già a questo punto è chiaro un fatto fondamentale: gli Enti locali si fanno carico anche in tal senso, questo dev’essere ammesso, di servire il benessere dei cittadini; ma questo servizio non consiste in una serie di iniziative mosse da un veemente slancio di solidarietà sociale, nell’assolutamente generosa messa a disposizione del cittadino di tutti i fondi destinati a questo genere di servizio; essi pensano invero alla comodità di esso cittadino, ma con giudizio; considerano la sua necessità di riposare i piedi, di tanto in tanto, ma con discernimento; contemplano che egli abbia desiderio e piacere, tempo permettendo, di trattenersi seduto con parenti, conoscenti & amici, ma con misura. Non dev’essere totalmente imputato al sadismo dei Comuni il fatto che esistano panchine virtualmente inservibili, né alla debolezza mentale dei designer incaricati da essi Comuni il fatto che di fronte a certe mostruosità non si sa se ci si debba seder sù, salirci in piedi o scoppiare in lacrime: viviamo in un mondo in cui il divorzio tra intenzione & atto è stato ormai celebrato da millennj, stando all’autorità di tanti scrittori religiosi, poeti e moralisti, dunque non è per nulla sorprendente che anche in questo campo la volontà e la funzione auspicata retrostante a taluni manufatti dell’uomo risulti talvolta nebulosa: nella fattispecie, però, non è sostenibile che il Comune, nel mettere a disposizione della cittadinanza una panchina, segretamente desìderi che nessuno ci si sieda; la questione è più sottile – in realtà implicita che ci si sieda, innanzitutto, e non ci si sdraj; punto secondo che ci si sieda, sì, ma per uno spazio di tempo più contenuto che congruo.

Le panchine di legno, come disegno tradizionale, si distinguono in due tipi, entrambi rispondenti ad esigenze diverse; un tipo, più spartano, è quello della panchina quadrata, di assi, due per la seduta e una per lo schienale: è il tipo più diffuso nei parchi, che, di là dalla tranquillità che offrirebbero nella gran parte dei casi, non sono le sedi più indicate per abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo: nottetempo, in quasi tutte le notti dell’anno, se la temperatura non è proibitiva è comunque il tasso di umidità a rendere preferibili altre soluzioni, se ce ne sono. Gli effetti negatìvi dell’umidità su un corpo sano sono modesti, nel breve termine, ma un’esposizione abituale all’umidità notturna, anche se è seguìta da anni di vita regolata e salubre, è una di quelle cose che si pagano quando meno te l’aspetti, nella vecchiaja. Se poi la panchina di tipo squadrato è presente in zona non molto umida, come un giardinetto cittadino con parecchio selciato, specialmente se la stagione è quella mite o calda, dal punto di vista della comodità è forse preferibile a tutte: il modello rinvenibile in generale a Torino – piazzetta Eritrea, per esempio, o Monte de’ Cappuccini, o corso Valdocco – presenta il leggero svantaggio di una seduta molto stretta, per cui chi avesse disturbi del sonno e tendenza ad agitarsi mentre dorme correrebbe qualche rischio di cascare di sotto; con l’aggravante, per quanto riguarda il Monte de’ Cappuccini, che le panchine più adatte allo scopo che ci siamo proposti di trattare si trovano ben protette sotto le piante sul fianco della collina – definita ‘Monte’, ma è un modesto poggio, da cui si gode un celebre panorama –, dove la pendenza è abbastanza pronunciata: uno rischia di farsi a rotoloni tutti i gradoni ghiajati che costituiscono il primo pezzo della passeggiata, o di prendere la scorciatoja, e volare giù direttamente dal fianco erboso; con l’aggiuntivo inconveniente – di cui, volendo, si potrà parlare a suo tempo e ad vocem – del fatto che la zona tutta, specialmente lo spiazzo che si apre ai piedi del lato a cui facciamo riferimento, è riguardata da un intenso traffico di damazze, collaboratrici familiari filippine e cani di grossa taglia, che depongono i pesi del ventre sia nascondendoli in mezzo all’erba della stessa area pianeggiante, sia schiacciando grossi stronzi sul principio dell’altura che s’erge immediatamente sopra. Chi ha sonni tranquilli, invece, può fruire di queste panchine con una certa fiducia: le panchine di assi sono infatti molto più salutari di quelle di doghe di cui parleremo sùbito appresso, esattamente come una tavola di legno sotto il materasso fa bene alla schiena del borghese, mentre un fartone morbido e affondevole gliela fa urlare di dolore. La schiena del barbone – da ciò si evince – non ha un funzionamento molto differente da quella del contribuente, o dell’evasore economicamente autosufficiente, né ha esigenze diverse: quello che cambia da barbone a borghese è, come in un po’ tutte le cose (salvo talune eccezioni, di cui si dà conto altrove), una maggior resistenza che il primo dimostra nel disagio; nella fattispecie anche grazie al fatto che, dopo solamente qualche mese di notti passate in panchina, il rachide si è totalmente adattato, non solo ad una sdrajata sana come quella offerta dalla panchina di assi, ma a qualunque tipologia di panchina il barbone abbia ritenuto dover privilegiare come proprio giaciglio. Se un assessore abbastanza artista proponesse di dotare una piazza di panchine a forma di galeone, in capo a qualche mese si vedrebbero in giro altrettanti barboni piegati a ferro d’àncora.

La panchina d’assi, si può contestare, in effetti alla lunga appiattisce la schiena, non nel senso che la fa diventare dritta, ma che nel corso del tempo la noce del collo tende a rientrare, e il barbone assume la classica posizione a cervicale. Ma meno apprezzabile ancòra è l’effetto della panchina a doghe piccole, con la seduta comoda: anche questa è una panchina di modello tradizionale, di un tipo diffuso e abbondantemente attestato in tutte le città d’Italia, che si differenzia da quella d’assi come il materasso di piume si differenzia da quello in lattice poggiato su un piano di legno. La panchina a doghe piccole è stata creata per tempi diversi dal presente: una volta che siano tutte distrutte, e a mano a mano effettivamente le doghe saltano, i forcelloni di metallo si piegano di lato, e insomma vanno rompendosi un po’ ovunque, non se ne vedranno più, perché saranno rimpiazzate, dove saranno, da panchine di modello assai diverso. Il modello, dicevo, è sensibilmente d’altri tempi, perché è pensata per essere comoda: le doghe sono disposte in modo che la schiena incontri sùbito l’appoggio – lo schienale è difatti bombato – e il sedere vi poggi sù ergonomicamente. Chi vuole le vada a vedere in c.so Siccardi, dove la seduta sulle doghe rammollite, anche, da un’irrigazione dissennata, che inonda praticamente tutto – cioè viale e panchine – salvo l’erba, sono talmente morbide da affondare leggermente sotto il peso del sedere e di tutto quello che sta sopra il sedere del sedente. Si tratta di comodità che i Comuni riservavano ai cittadini in epoche in cui per strada si girava molto meno, minore era il passaggio di barboni nelle città mediograndi, grandi e grandissime; sopravvissute ai fricchettoni Settanta, le cui avanguardie non si servivano necessariamente degli spazj urbani, e, in questi, non fruiva delle panchine, sono pensate per una cittadinanza che viveva principalmente di lavoro, e il poco tempo libero lo passava volentieri in compagnia di altri. I famosi ammortizzatori sociali ‘naturali’, che tanto piacciono ai discendenti della vecchia Democrazia cristiana, cioè le famiglie, erano ancòra più efficienti in quei tempi di lavoro dipendente e pubblico che nei nostri di professionismo e iniziativa personale. Più spendereccia, la nostra epoca destina altri spazj, chiusi e normati, e soprattutto a pagamento, alla socializzazione: i locali di vario tipo e i centri commerciali. All’epoca non si usava tanto: ci si scendeva in piazza, nei vialetti alberati, nelle passeggiate igieniche, negli itinerarj archeologici e altra roba da Guerra fredda, e si parlava dei cazzi altrui, ma a botontoni, anche per cinque o sei ore di séguito: così arrivava la sera, quando ci si ritirava, si richiamavano urlando i bambini impegnati dalla mattina del giorno prima nella lotta nel fango, si andava a cena (che consisteva in pastasciutta, formaggio, patate, fagioli con le cotiche e poche altre schifezze, anche a Ferragosto), si guardava l’unico canale in televisione, dove c’era normalmente un cruciverbone e poi dei numeri comicissimi in cui distinte signore e compassati personaggj si rompevano piatti in testa o insegnavano a scrivere ai terremotati, e si andava a letto che ancòra non era la mezzanotte, sempreché non ci fosse alcunché da fare, come sintetizzare artigianalmente alcuni secchj lisciva, o strangolare galline. Ecco, era per quei tempi, per quella gente che erano pensate panchine del genere: panchine comode, per offrire a ciane sformate da quindici o venti gravidanze la possibilità di rimanervi appoggiate per tutte le ore necessarie all’esaurimento di tutti i pettegolezzi, coi podici incastrati nella depressione, senza farsi venire le piaghe da decubito, e per permettere anche alle più tanghere tra le fanti di partecipare con ragionevolezza e misura delle dolcezze della vita: basta rivedere quelle panchine per rivivere quelle scene da un mondo scomparso, con quelle cecche mostruose, gonfie di lardo e di vino, svaccate sulle loro panchine gemebonde, con taniche vuote di benzina e scatole di banane come poggiapiedi, parlare a lungo dello stato del loro intestino, o del prossimo mobbing di quartiere. La maggioranza segue ormai tutt’altre trajettorie, il flusso principale delle umane attività conduce l’umanità dei nostri giorni verso altri mari, sicché non stupisce affatto che quelle panchine siano oggi per la gran parte disertate; per quanto la fila di panchine davanti a p.ta Susa e il cerchio formato dalle stesse in p.zza Bodoni riproponga lo stesso modello: ma sono sussulti, rigurgiti di un passato a cui è complesso rinunciare, in una città come Torino, che è sempre vissuta della dolcezza delle vecchie istituzioni e mutuando i segnali rassicuranti del suo décor urbano, dei suoi codici condivisi di comportamento e delle sue ideologie sociali dalla cattiva letteratura.

Eppure nulla può frenare il progresso anche del costume e dei gusti. Anche questo è un segno dei tempi; ed è fatale, come qualunque mutamento dei costumi. Il fenomeno consegue, per parte sua, anch’esso alle stesse cause per cui oggi nessuna ciana oserebbe portarsi dietro tutti quei quintali di peso, tutti quei figlj, e tutti quei pettegolezzi velenosi; oggi i pettegolezzi sono inutili (c’è il satellite), di figlj se ne mettono al mondo al massimo due, e nessuno vuole essere grasso. Le panchine dal disegno moderno che si trovano in p.zza Carlo Alberto avrebbero loro fatto esplodere le natiche, rendendo impossibile lo scambio di pettegolezzi e, quindi, attraverso i figlj e i figlj dei figlj, l’invenzione di un satellite onnisciente.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

360. …

7 Ott

Non occorre essere ermetici per essere incomunicabili. Questa è l’unica sostanziale novità della mia scrittura, che dunque non ha nulla di particolarmente nuovo, se non l’intento che retrostà – e che non si vede.

E, sì, forse ho ecceduto nella critica a Moresco – gli scrittori sono molto suscettibili, al punto che suscepiscono anche quando non sono chiamati direttamente in causa. Il recensore rompicoglioni tende ad essere rompicoglioni un po’ con tutti; e io non faccio, come recensore, quando mi ricordo di léggere qualcosa e di scriverci sù qualche riga, nessuna eccezione.

Giustamente Palasciano – che sta diventando, stando al trend di questi ultimi giorni, la mia Carmenta – mi ha fatto presente, dalla parte di là, dopo la mia notazione che Moresco non gli si addice affatto, come scrittore, che non lo conosco abbastanza – Palasciano, non Moresco – come scrittore per poter dire una cosa del genere. A parte il fatto che mi ha fatto tornare in mente il suo Prove per un romanzo storico, uno spillatino con l’Ipersonetto, una cosa postzanzottiana, e un volumetto, dalla copertina verde, di poesie, su cui avevo cominciato a scrivere una lunga cosa, che poi è abortita a causa del penultimo guasto del computer, la sua notazione mi ha colpito proprio per la sua esattezza.

Non solo non conosco quasi niente di Palasciano, ma anche l’ultimo di Moresco me lo sono risparmiato (parte perché la prima versione mi era già nota, e non m’interessa), e chissà quanti altri autori e autrici mi sfuggono, e mi sfuggiranno; e di nessuno me ne potrà importare di meno. In questi giorni, nello specifico, sincopizzo al massimo grado, a rischio di farmi eremita, nella lettura dei contemporanei, in ogni caso, limitandomi a passare lo sguardo sulle serendipità e sui donatìvi, che non ignoro più per amore della scoperta casuale e simpatia nei confronti dei donatori che per autentico interesse. Chi si dedica a letture e scritture, normalmente, considera sempre aperto il proprio cammino di lettore, di scrittore – sono rari quelli che si dànno scadenze, e normalmente sono vecchj, e desiderosi di finire.

Io mi ritrovo esattamente nella stessa situazione: vecchio, cioè, e desideroso di finire. Non m’interessa, in alcun modo, allargare la visuale oltre i confini, più o meno angusti, più o meno ampj, di quello che per me è lo scibile, o lo scito, e nemmeno il tormento e l’eccitazione della perfettibilità, o la crudeltà dell’enigma che non vuol lasciarsi sciogliere, mi tengono letterariamente vivo. Dal punto di vista lettorio-scrittorio sono come in terapia intensiva: metafora che regge fino a un certo punto, perché quel sinistro reparto normalmente serve a tenere in vita chi rischia di morire da un momento all’altro; io, invece, rischio di rimanere sempre in vita, letterariamente; rischio di avere sempre la tentazione di tornare a cercare un volume, o aspettarlo magari anni, rischio di rigirarmi in mente un emistichio o un verso cercando senza fretta l’occasione da infilarvelo; rischio di rimpiangere, al punto di averne voglia, di non avere scritto di tutto, e di più, il romanzo in più volumi, la sagra scenica, il grande canzoniere, la storia dell’asola dalla protostoria al tramonto dei calzoni. Si tratta, per me, di spremere fuori quanta più vita è possibile, facendo in modo che non me ne rimanga più, nemmeno un pochetto.

E’ chiaro che voglia restringermi a quelle cose che ritengo più d’altre importanti, e che tenda ad escluderne altre, anche se per altri versi, pur che mi raggiungano, fisicamente, mi capitino materialmente tra mano, non escluda di fatto nulla. Ma i rapporti di rete sono resi falsi dalla distanza, dalla tirannia del mezzo, dall’omologazione dello stile, dalla noja che si finisce col provare, necessariamente, girando sempre per soliti blog, senza peraltro trovare alternative valide – o non poterlo più fare; mi manca totalmente quella vecchia disponibilità a conoscere, che mi spingeva a léggere *tutto* quello che un blogger aveva scritto, da capo a fondo.

Ovviamente la mia stanchezza non è ‘di rete’: riguarda tutta la scrittura, a cui guardo, attualmente, come a quella cosa che mi ha impedito di vivere, quando per me vivere era già difficile. E’ stato il peso che mi ha schiantato la noce del collo, così la vedo: come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo spuntone che ha fatto saltare l’ultimo puntello.

Essendo questo lo spirito, è del tutto normale che io sia insofferente nei confronti delle scritture false e pretenziose, delle scimmie travestite da scrittori, e in genere di tutti quelli che ritengono che la scrittura sia una cosa importante, nobilitante, in grado di mettere un gradino al disopra degli altri Leggendo contemporanei, ormai, scopro solo magagne, e, per giunta, magagne molto simili alle mie; con l’aggravante che non c’è nemmeno quella consapevolezza – sono presuntuoso? -, o almeno quell’insofferenza, che mi accompagna e che mi avvelena l’esistenza – posto di esistenza si possa parlare.

Il fatto che io provi disgusto, ovviamente, non implica affatto che io debba manifestarlo ad ogni piè sospinto; su questo sono d’accordo. Quanto al fatto che possa o non possa permettermelo, mi spiace, ma nonostante gli sforzi, a tratti persino intensi, di normalizzare il mio caso, me ne infischio: non sono integrato né integrabile, e questo non perché mi credo superiore a tutti, ma per il semplice fatto che sono troppo esaurito perché possa fregarmene niente di stare in mezzo a voi. Condizione imprescindibile, per altri versi, dal momento che è compresa nel mezzo di cui mi sto servendo, che ho scelto per nessun motivo in particolare e che ri-scelgo, adesso, per concludere la mia vicenda scrittoria. Con l’unico rimpianto di non averla potuta, saputa rendere indispensabile, e di averne scoperto troppo per tempo la totale, assoluta, inutilità.

A domani.

284. Commenti.

9 Set

Eccomi qui, in ritardo come al solito.

Come avevo annunciato, intendevo riprendere daccapo tutta la questione di jeri, che è andata a finire come sa chi è venuto a léggere su Nazione Indiana il post che Domenico Pinto mi aveva chiesto di ripubblicare dopo che l’avevo messo qui sul blog. Dopo lo scivolone iniziale di Dario Borso, che è veramente tutt’altro discorso, è comparsa una tal GiorgiaSanto, non so se questo nick equivalga al suo nome, la quale, rimanendo tutto il giorno attaccata alla rete, non ha fatto altro che defecare, ostinatamente, presuntuosamente, astiosamente, una serie di affermazioni negative a proposito del sottoscritto; ed è stata coadiuvata, un pajo di volte, da una (ancòra più livida) flaviadebono, che ha aggiunto accuse le più assurde; finché, dopo una risposta dall’administrator stesso definita ‘aspra’, la mia, le due avrebbero ribaltato addosso al sottoscritto e a NI contumelie parecchio sordide, motivo per cui è stata loro chiusa la porta in faccia. Lo stile della GiorgiaSanto, dell’altra non parliamone, non fa nemmeno lontanamente sospettare che possa essere ‘del ramo’. Ha parlato, in termini del tutto astratti di pubblicazione, essere nel gioco, mettersi in discussione e non so che cos’altro, ma al fondo è evidente che non è nulla di nulla – potrebbe essere, oh tempora, tutt’al più una professoressa delle medie, date le citazioni leggiucchiate all’ultimo dall’Ape latina e certi pietosi riferimenti danteschi – alcor, poveretta, che l’ignara mentecatta ignora chi sia, e quanto e che cosa abbia, lei sì, pubblicato, s’è sentita dire “tu segui il duca tuo”, laddove il duca sarei io, oltreché della ’scherana’. Ne sono spiacente per alcor, meritevole di altro trattamento.

Un trattamento pessimo meriterebbe invece questa Santo, va da sé. Ma andiamo con ordine.

Dario Borso, col quale mi sbrigo sùbito, non essendo della partita delle Santo e delle Diobono, è stato il primo a commentare, sotto il nome “Dario Boffo”, dicendo una cosa in sé lecita, ma almeno a me non molto chiara:

“Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda” – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo.

Lecitissimo dire che scrivo di merda, ci mancherebbe, anzi: me lo sono detto praticamente da solo va da sé che la cosa non mi preoccupa minimamente. Quello che non capisco è come mai proprio questa frase sia più di merda delle altre – mi ha spiegato poi, Dario Borso, che era solo questa frase in particolare a non convincerlo, diciamo – insomma, a parergli una merda. Io non so in che cosa tutte le altre (frasi, del testo) sarebbero migliori. E’ la parola ‘ambage’ che crea difficoltà?

Ma con Dario Borso la cosa è praticamente finita qui.

Alle 10.42 è apparsa per la prima volta questa GiorgiaSanto, che nessuno ha mai sentito nominare, su NazioneIndiana, la quale dimostra di aver letto alcune cose dal mio blog:

Mi ricordo della recensione a Giuditta Russo. Ramanzini c’era andato piuttosto pesante (o leggero, a seconda delle opinioni personali). La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini. I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi. Non è una cosa personale contro Ramanzini, provo in generale un fastidio verso questo genere di critici “vergini”. Forse sarò andata OT ma il resto dello scritto non mi ha suscitato particolare interesse -en passant, Rarmanzini ha scritto di meglio e meglio, almeno sul blog-

Tutto questo, in apparenza, è perfettamente innocente: l’idea che la SantoGiorgia si è fatta di me certamente non è positiva (ma a me non me frega niente), e quello che sostiene in materia di quello che, però molto stupidamente, chiama ‘critici vergini’ poteva anche starci – ma NON su un blog collettivo, dove la gran parte delle persone di cui si mettono in pubblico cose non ha quasi mai o mai pubblicato su carta un bel niente! Mi stupisco, anzi, che la Santo non sia stata messa al corrente del posto in cui si trovava. Che le chiedesse: Che ci fai, qui, se: 1. quello che ha scritto Ramanzini non t’interessa; 2. se i critici vergini, come goffamente li definisci tu, non ti piacciono? A parte quel mettere le cose in termini di “fastidio” personale, naturalmente: un commento non è un brano autobiografico, si suppone dovrebbe aggiungere qualcosa alla discussione – l’autobiografismo, poi, sarebbe da evitare a maggior ragione inquantoché io non conosco questa GiorgiaSanto, e nemmeno sua madre e sua sorella; inquantoché il suo autobiografismo, se proprio non poteva farne a meno, non si accompagna ad uno stile proprio indimenticabile (su NI si cercherebbe di scrivere, si suppone); inquantoché, insomma & in definitiva, a noi dei fastidj della SantoGiorgia non ce ne potrebbe fottere di meno. Quanto al merito di quello che d’imperdonabile avrebbe fatto Ramanzini c’è quella che lei definisce una ‘critica’ a Moresco, che poi non è una critica, ma una semplice scheda di lettura, anzi di non-lettura, dal momento che il libro, come peraltro ho detto, non mi sono sentito proprio di terminarlo. Mio diritto non terminarlo; mio diritto dirlo, nei termini che ritengo opportuni. Non mi risulta che l’autrice dei Canti del caos sia poi la SantoGiorgia; avrei capìto che se fossi stato un critico, innanzitutto, e anche un bel po’ autorevole, di fronte ad una lettura del genere Moresco si sarebbe un bel po’ incazzato. Ma Moresco non ha mai letto Ramanzini, Ramanzini non ha mai finito di léggere Moresco, e soprattutto quella di Ramanzini non è una critica. E’ il post su un blog. A proposito di verginità, sarebbe anzi molto carino che la GiorgiaSanto, magari con la Diobonino, se n’andasse a farsi, di tanto in tanto, un giro in rete; per blog, magari; a vedere quante migliaja, e decine di migliaja di persone, senza pubblicazioni alle spalle, senza carriere sfolgoranti in corso, magari senza nemmeno la laurea o un miserando diploma, tutti i giorni ribaltano in rete megatoni di pareri su questo o quel film, e su questo o quel libro, e su questa o quella mostra. Se il problema di GiorgiaSanto è quello di non aver capìto che la rete è libera, e che la libertà consiste nell’esprimersi come si ritiene giusto & opportuno, il problema è solo suo. Quello che proprio non si può accettare è l’equazione implicita nelle parole: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa”. Parole sibilline, che più avanti la GiorgiaSanto spiegherà meglio: aver pubblicato, dice che intendeva, essersi messo in gioco. Ma quello che non va non è nemmeno che la SantoGiorgia mi voglia pubblicato a tutti i costi, quanto proprio che ritenga che io me ne sia stato nascosto all’ombra, fino a questo momento, a tirare pomodori marcj addosso al povero Moresco, esposto sul suo piedestallo, a chiedersi donde venisse quella roba rossa. GiorgiaSanto è su questa cosa in particolare che ha inciampato; e inciampando sulla soglia, ha fatto a rotoloni tutto il corridojo. Bello è che non se n’è accorta.

Quanto alla notazione che “I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”. Di grazia, in che cosa dovrebbero dar prova di sé i critici sanguinarj, se non nelle critiche che fanno – essendo la critica il loro mestiere? Ed esclusi da che, di grazia? Dalla creazione della schifezza che hanno stroncato? Dai proventi, che il più delle volte sono una cosa miseranda, quando pure ci sono? Dalla fama, che comunque non hanno cercato, sennò avrebbero fatto gli artisti, e non i critici – magari diventando, poi, più famosi di moltissimi artisti. Stando ai tuoi standard patologici, perché questo emerge da quello che scrivi, tanto per fare due esempj, né Pauline Kael né Marcel Reich-Ranicki sarebbero dovuti esistere. Mi chiedo perché mai, dal momento che a milioni di persone, per il tempo di due o tre generazioni, qualcosa devono avere pur significato. Il critico ha il suo talento – il suo, un talento di tipo tutt’affatto particolare. La critica è necessaria all’opera letteraria: la critica scritta e quella, non scritta, che ciascun lettore esercita mentre legge. La letteratura non è la catena di montaggio. Il critico non è A che dice a B: Hai saldato male quei pezzi, e dev’essere messo alla prova, e poi non riesce a dimostrare di essere più bravo lui a saldare, e quindi tutti lo aspettano in spogliatojo con la pistola ad aria compressa – io critico non sono, e ho l’accortezza di dirlo, anzi: di ripeterlo; ma lo dico, anzi: lo ripeto, proprio perché so che cos’è un critico; GiorgiaSanto no. GiorgiaSanto non è del ‘gioco’, GiorgiaSanto non sa un cazzo. GiorgiaSanto accusa me di prendere altri a colpi di cretino e di non aver mai dimostrato di non essere imbecille; beh, sta facendo dell’autobiografia. Nil sub sole novum.

La cosa veramente imbecille ed offensiva è il postulare in partenza che Ramanzini avrebbe dovuto dimostrare qualcosa prima di “gettare palate di merda” addosso agli altri. La mia opinione su Moresco, che non è né ‘dura’ né ‘molle’, né ‘aspra’ né ‘dolce’, ma è soltanto la mia opinione, espressa con sincerità e senza, assolutamente, quegli insulti gratuiti che soli avrebbero giustificato, da parte tua, il ricorso all’immagine delle palate di merda – ma (a proposito) come ti permetti, oh cretina? – è un’opinione, e in quanto tale può essere espressa, e deve essere lasciata esprimere. Qualunque obiezione fatta all’espressione di un parere, in questi termini, dal “non dovrebbe perché non ne ha i numeri” all’oscuramento senza preavviso, ha un solo nome – si chiama fascismo. Altrimenti mi chiedo a chi sarebbe mai venuto in mente di venire ad obiettare circa la liceità dell’espressione di un parere. Arriva, ’sto catorcio di donna (se donna si può chiamare), e dopo mesi dice: Ah, t’ho colto sul fatto: tu hai parlato male di Moresco, ergo adesso parlo male di te. Mesi fa, se fosse una donna decente, e non una topa di fogna, avrebbe dovuto dar di piglio, e controbattere a quello che avevo detto; dire: non hai dimostrato questo, non hai visto giusto quello. Oppure: è una critica che non condivido, corriva, superficiale, presuntuosa. Ma che si venga a mettere in discussione la possibilità stessa di esprimersi liberamente in un luogo libero, questo vuol dire essere peggio di quello che esce dal culo di Alfano.

Il critico è il critico; lo scrittore è lo scrittore; il lettore è il lettore – GiorgiaSanto è un’idiota, ma questo è inutile dirlo.

Che la deficiente GiorgiaSanto sia competente come le unghie dei miei alluci è abbondantemente dimostrato dal brevissimo scambio, una vera tragedia in due battute, tra alcor e lei:

alcor: Critico “vergine”?

GiorgiaSanto:  Devo farti un disegnino?

No! Devi andare a morire ammazzata!! O anche alcor, adesso, è di quelli che dovrebbero dimostrarti qualcosa? Che ne sai chi è alcor, tu? Tu, che vai in giro a fare le pulci al curriculum degli altri per blog e fora, che cosa sai di quello che alcor ha fatto o non ha fatto? Dato che vuoi dimostrazioni e che devi essere coerente con quello che ti sembra moralmente giusto, tanto per esemplificare, che cos’hai fatto TU, per esempio?

Ma alcor ha spirito, e non è il caso che mi arrabbj per conto suo. Infatti ha risposto:

alcor:  Sarebbe gradito, sì, tanto per capire.

GiorgiaSanto: Va bene, in mancanza della lavagna o del foglio di carta vedrò di fare un disegnino a parole: Un critico che non ha pubblicato (ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili) è un critico vergine, secondo me, uno che perde più tempo a tagliuzzare le cose altrui piuttosto che decidersi a fare qualcosa di compiuto e ad impegnarsi a farlo pubblicare. Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti-. Criticare i lavori altrui (ottimi o pessimi che siano) senza avere mai fornito qualcosa di fatto e finito (e pubblicato, insisto) è cosa che trovo fastidiosa.

Ma sentila! “E’ cosa che trovo fastidiosa”. Di nuovo con i tuoi fastidj, le tue paturnie, il tuo flusso ciclico perenne! Povera cara: ha il morbino. Mavaffanculo, va.

Tanta delicatezza contrasta nella maniera più stravagante con l’ingenuità dell’assunto: Ramanzini non ha pubblicato; e io provo fastidio. E andartene a grattarti la rogna da un’altra parte no? Non so come altrimenti dirlo; dato che già l’ho detto passo a fare le pulci a quello che in altri casi si chiamerebbe stile, e nel tuo è italiacano: “ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili”: si può sapere dove hai maturato questo stile da sassate, a parte i convegni di Forza Italia? In che latrina? “Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti”. Ma qui a frammenti ci sono solo i nidi di mosche che hai al posto del cervello. Il blog non equivale a vera pubblicazione, e questo è un dato; è uno scrivere a frammenti, e questo è vero; intanto, però, ti sono girate le ovaje, hai provato fastidio, e la rabbia te la sei tenuta dentro per qualche mesetto, per poi venire su Nazione Indiana a schizzare bile a destra e a manca, o sbaglio? Con tutti i blog che ci sono, dove magari sono dieci anni che si dice corna di Moresco, è il mio che t’è rimasto impresso – non il saggio di 250 pagine di Pinco Pinchetta sugli elementi procedurali e le ancillari nell’Avventuroso Ciciliano. Sono questi “frammenti” che ti sono rimasti nel cranio per mesi. Potrebbe non essere tutta colpa mia, ci hai pensato?

Ma qui la Giuditta Russo è voluta intervenire in mia difesa:

Giuditta Russo: Salve a tutti. L’argomento non è la scrittura, tantomeno l’opinione più che legittima che David Ramanzini espresse ai tempi sulla qualità del mio libro. L’argomento è la differenza tra sfiducia e diffidenza. Sono certa di non dover prendere le difese di David Ramanzini, perchè sa farlo benissimo da solo, ma sarei grata a tutti se si potesse evitare di strumentalizzare i toni che talvolta David Ramanzini utilizza (che possono piacere o meno) e porre uno sguardo più attento a ciò che scrive al di là di come lo scrive.

E qui ovviamente non sono affatto d’accordo. I toni sono perfettamente adeguati, mi pare, a quello che scrivo. Non so come si potrebbe andare di là dai toni senza andare di là dal testo, e farsene un’idea per forza di cose sbagliata.

Saltiamo qualche passaggio, che non serve adesso, e passiamo direttamente alla risposta di GiorgiaSanto alla Russo. Nella quale scopriamo finalmente che non solo la GiorgiaSanto ha un’idea molto approssimativa di che cosa sia un critico e che cosa debba essere la rete, ma è anche una bugiarda:

GiorgiaSanto: Il mio commento, OT come ho scritto io stessa, non era sulla opinione di Ramanzini riguardo al tuo libro,

e questo, come sappiamo bene, è falsissimo, perché la prima questione che GS ha affrontato è stata proprio quella delle mie letture negative di Moresco e della Russo.

nè sulla scrittura (ho solo annotato che, rispetto ad altri suoi post, questo non era scritto molto bene),

come, prego? Ho capìto bene? Hai solo annotato che questo post non era scritto molto bene?

ma sulla questione di certa critica. Se devo stare in tema dirò allora che provo in generale Sfiducia e Diffidenza per un critico che sfascia (o esalta) senza avere dato prove concrete ed estese.

Se si tratta di un critico, naturalmente, ti do ragione. Se si tratta di un lettore, come fa a provare un gusto personale, interessante, semmai, solo organicamente a quella che può essere la sua estetica, se scrive, o la sua etica?

Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive non credo siano due parti indipendenti, almeno per me come uno scrive vale tanto (a volte di più) di quello che uno scrive.

Vogliamo considerare, seriamente, la prosa di questa cultrice dello stile? Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive è agrammaticale: si dirà, semmai, “riguardo quello che uno scrive e a come scrive”, che pure non è bello, infatti la frase dovrebbe essere girata diversamente. Che brutto quel “due parti indipendenti”: due parti di che, per favore? E quella comparazione, su che regole ostrogote sarebbe fondata? “come uno scrive vale tanto di quello che uno scrive”? Tu hai diffidato più delle scuole elementari che dei cattivi critici, credi a me. Molto meglio i cattivi critici, se sanno tenere la penna in mano, piuttosto che la tua brutta ignoranza.

Dopo che ho fatto notare a GS che non sono un critico e che continuavo a ritenere poco coerente che si permettesse di fare le pulci a me pur non avendo dato quei riscontri testuali che tanto le sono cari, mi sono permesso anche di dubitare, sempre supponendo che GS avesse intenzione di essere coerente con quello che dice (ma abbiamo anche visto che spesso se lo dimentica), che fosse, lei, in grado di fare di meglio rispetto a quello che ha prodotto in questi pochi commenti, indegnamente scritti, su NI. Quello che mi ha risposto è stato:

GiorgiaSanto: […] leggi quello che vuoi leggere tu nei commenti altrui (non ho mai scritto che potevo fare qualcosa di meglio) tanto per fare polemica, trucco che usi spesso.

Procedere in questo modo è disonesto, perché, di nuovo, non ci sono prove di quello che dice – e dato che quello che dice dovrà pur dipendere da qualcosa che ho scritto, non capisco la difficoltà a produrre i luoghi esatti del testo. A parte  questo, è verissimo che no ha mai detto di essere in grado di fare di meglio; ma, se crede alle sue stesse parole, è tenuta a fare di meglio. Nel qual caso, dato che tutto è opinabile, dati i presupposti io potrei anche no riconoscerglielo, &c. &c., ad nauseam.

Ancòra un salto. Avrei dovuto pubblicare, per permettermi di criticare – ma la critica è inerente alla lettura; che cos’avrei dovuto fare, pubblicare un libro prima ancòra di aprire il primo libro della mia vita? – , ma pubblicare cosa?

GiorgiaSanto: Per pubblicazione non intendevo certo un testo di critica, per carità,

come mai non intendeva “certo”? e perché “per carità”? Non si capisce se non sia mai stata sfiorata dall’idea che io non avessi capìto esattamente per che cosa avrei dovuto far gemere i torchj, o se ritiene un’opera di critica troppo al disopra delle mie possibilità, o se non regge l’idea di un’opera di critica  o che altro.

intendo qualcosa, romanzo, racconto, quello che vuoi. Tu poi divertiti pure a rigirare le parole e a travisare quanto ti pare (sul fatto che scrivo da cani non me ne puo’ fregare di meno, tanto più che mi aspettavo questo banale attacco).

Ma che è, il supermercato? Romanzo, racconto, critica, quello che voglio? Quello che voglio io? A parte il fatto che non concepisco molto un autore che ne critica altri – per questo autori e critici sono due cose diverse, è inconcepibile un romanziere che fa critica: sanno anche i sassi che si distruggerebbe.

Quanto al presunto attacco, sarebbe pure stato banale quando ne avessi fatto una questione di stile. Io ne  ho fatto una questione di grammatica, e di sintassi. L’”attacco” , così, diventa già molto meno banale.

Ma la chicca, quella vera, è questa stranissima, sibillinissima frase:

non hai messo solo testi di critica ai lavori altrui, altrimenti già da un pezzo non seguirei questo e il tuo blog.

Ciò che vuol dire: non hai fatto solo critica (o quello che intende costei per critica), ma anche altre cose, che sono il motivo per cui sono venuta sul tuo blog e su Nazione Indiana. Biondillo, Pinto, Forlani, andatevi a nascondere. Lei è venuta solo per me. Per me; capite?

Seguono perle sparse:

GiorgiaSanto: A Giuditta: Per criticare lo si deve avere fatto, dando dimostrazione di avere piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa, altrimenti sono parole al vento.

Ma questo è totalmente falso. Ho già detto che tutti “fanno critica”, e mentre leggono, e mentre esperiscono. E la dimostrazione che questo possa farsi, e sia in effetti fatto, anche senz’alcun metodo né rigore, sta proprio nelle parole fin qui spese da GiorgiaSanto. O almeno spero che con quella “piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa” intendesse in genere un atteggiamento, un approccio rigoroso, discreto, consapevole. Ma non posso evitare di notare che il suo modo di esprimersi è improprio e detestabile, e nuovamente pseudoaccademico (vedi quell’ingenua e stupida distinzione tra ‘teoria’ e ‘pratica’, ‘parte istituzionale’ e ‘parte monografica’ – ma l’Italia è un paese in cui molta gente comincia a léggere libri solo dopo aver preso una laurea inutile, e non ha in genere esperienza della scrittura prima dei trent’anni. GiorgiaSanto è espressione a suo modo perfetta di questa tendenza, che di per sé è assolutamente stravagante ed è solo uno degli aspetti della nostra inciviltà). Inoltre non riesco a capire che cosa non vada nelle ‘parole al vento’. Sono una realtà anche quelle, mi sembra, e ognuno si sceglie le parole che vuole. Altri affidano le proprie parole al vento, altri alla legge di gravità. Personalmente, sto coi primi.

GiorgiaSanto: Io non possa fare nulla di meglio? (A proposito delle critiche basate su pochissimi dati). Puo’ essere. Ho l’impressione che sia un mantra che devi ripeterti spesso per convincerti.

Nemmeno per sogno: ne sono già convinto e straconvinto. Sembrava piuttosto che fosse GiorgiaSanto ad avere difficoltà a cacciarselo in testa. Per questo mi sono permesso d’insistere. E insisto di nuovo: se per criticare si deve quantomeno dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni, se non avere pubblicato, e questa è la convinzione di GiorgiaSanto, perché GiorgiaSanto non applica lei per prima quello che vorrebbe altri applicassero? Io ancóra non ho trovato, nelle sue affermazioni, nulla di particolarmente centrato sul testo postato.

GiorgiaSanto: “Trovo sciocco, il tuo commento, GiorgiaSanto, tanto sciocco da indurmi a ritenere, a differenza di quello che pensi di me, che tu non possa fare affatto di meglio.” la frase contiene sì la tua affermazione riguardo al mio “non poter fare di meglio”, ma anche l’idea che, secondo te, io penso di poter fare di meglio, cosa che non ho detto. Vedi come prendi solo i pezzi che ti fanno comodo.

E qui ci rifacciamo. A me non importa affatto che non abbia dichiarato di essere in grado di compiere analisi puntuali; m’interessa che sia la prima a dare dimostrazione di esserne in grado, nel momento in cui stabilisce che così si deve fare.

GiorgiaSanto: A Giuditta Infatti non ho sentito alcun giudizio in quello che mi hai scritto, giusto una divergenza di opinioni. Riguardo alla questione che si “critica” ogni cosa ogni giorno, concordo, ma sono appunto critiche che finiscono per non essere altro che parole al vento, secondo me. Personalmente lascio la questione perchè ho portato già abbastanza fuori tema.

Dunque quello che GiorgiaSanto ha detto finora sono solo ed esclusivamente parole al vento? E questo che cosa dovrebbe dimostrare, se non che si sente – evidentemente – al disopra delle regole cui lei stessa vorrebbe che gli altri si adeguassero? Adeguarsi per prima a queste regole converrebbe innanzitutto a lei, infatti: sennò l’unica conclusione che si può trarre dalle sue parole è che si tratti – è lei stessa che lo dice – di parole al vento, cioè dette alla stracazzo, cose senz’alcuna importanza. Io credo, a prescindere da quello che lei ritiene dovrebbe essere, che sia veramente così: anche se non esiste parola detta al vento da cui non possa trarsi qualche insegnamento utile: dipende da chi la raccoglie e la sa léggere. Aggiungo un’altra cosa: GiorgiaSanto ha messo in dubbio la mia preparazione (?) di critico (?), sottintendendo che non avrei le capacità né teoriche né pratiche per fare una critica come si deve. Parallelamente, però, sottintende di non essere capace di scrivere cose più intelligenti di quelle che ha finora scritto quassù. Corre l’obbligo di far notare che questo sottintende, a sua volta, che ella non possiede quella teora e quella pratica a cui fumosamente fa riferimento; ora mi chiedo: nel caso in cui X, non dico Ramanzini, desse prova di possedere, qualunque cosa esse siano, questa teoria e questa pratica, siamo sicuri che, non possedendole, GiorgiaSanto sarebbe in grado di rendersene conto? La domanda è retorica, e la risposta è negativa; ovviamente.

Fa notare, molto giustamente, la Castaldi:

natàlia castaldi: Mah! tutto questo discorso sulla legittimazione nell’esprimere un parere critico mi pare assai infantile. qualunque lettore esprime un parere critico, magari non scritto, ma lo esprime nel momento stesso in cui legge un testo e lo consiglia o lo ripone nello scaffale dei *soldi mal spesi* […].

Che è esattamente quello che ho sostenuto a mia volta, più sopra. GiorgiaSanto, a sua volta, pur non avendo il discernimento necessario ad accorgersene, ha dato a sua volta prova, senza dimostrare che il sottoscritto abbia mai fatto altrettanto, giudizî corrivi. E lo ha pure ammesso; ma, appunto, non capisce ella stessa quello che pensa e quello che scrive, dunque, molto semplicemente, non se n’è resa conto. Ha però lasciato intendere, e questo non può essere negato perché è nei fatti, che non si sente affatto in obbligo di dar prova di rigore nelle sue analisi: lei, lo ha ribadito, non ha mai sostenuto di poter far meglio di quello che fa. Io, invece, sarei tenuto a dar prova di cose che ella stessa manco sa che cosa siano. Ecco perché mi dilungo tanto nell’esporre il mio punto di vista sulle affermazioni fatte: perché non è la prima volta che m’imbatto in queste surciliose affermazioni, in cui si stabilisce che il mio livello culturale, o qualunque cosa attenga al mio strumentario tecnico-analitico, dunque tutto quello che rimane sostanzialmente esterno alla mia scrittura e a quello che vorrei comunicare – che stavolta non è arrivato, a causa di questa stolta polemica, a nessuno – è insufficiente – rispetto a che cosa, rispetto a chi, secondo quali standard, ai fini di quale complessa operazione mi rimane sostanzialmente ignoto. Periodicamente si alza una voce, che rimane perlopiù, fortunatamente, abbastanza isolata, che torna sul fatto: io sarei un prepotente, che si esprime con secchezza su gente che si è duramente sudata la sua posizione, e che senza averne i numeri vorrebbe infangare il nome di tizio e di cajo. Non sarebbe la prima volta che un figuro del genere si esprime in questo modo, in rete e fuori; ma sarei disposto a riconoscere che ci sono ragioni per esprimere questa valutazione se solo queste voci non venissero fuori, sempre, dalle stesse parti; rifacendosi a pregresse conoscenze, sottintendendo frequentazioni sempre dello stesso tipo, perpetuando – fino a quando non lo so (ma per me non è un problema, affatto) – gli stessi vecchî pregiudizj; ed esprimendo sempre un identico grado (abissale) d’ignoranza, e anche di violenza – di tanto in tanto, insieme con queste voci, riaffiora quest’ombra, risibile più che spaventevole, della dinamica padrone / schiavo – ‘Io posso dire di te quello che voglio / tu puoi dire di X solo cose dimostrate, ponderate, di scientificità indiscutibile, dopo aver studiato il tutto a memoria in ginocchio sui ceci, o quantomeno appeso per i piedi a testa in giù’. Dato che non c’è nessun motivo per cui debba farlo, io continuerò a destinare le mie analisi puntuali & approfondite ai classici e alle opere che ritengo valgano la pena. E le GiorgeSanto se ne possono andare tranquillamente a fare in culo.

Ma non è finita. Se GiorgiaSanto pareva solo pregiudizievole, ottusa, ignorante, petulante e scema, c’era già in arrivo qualcosa di peggio – o che minacciava di fare di peggio:

flaviadelbono: Ma non vi rendete conto che vi conoscete solo tra voi, vi criticate, accreditate e screditate solo tra voi, vi azzuffate solo tra voi, vi elogiate e insultate solo tra voi, ve le cantate, ve le suonate, vi applaudite e vi fischiate da soli e nessuno, dico NESSUNO al di fuori di quel cerchio alla testa che siete sa chi siete?

Chiedo scusa e mi dispiaccio per il cerchio alla testa (infatti avrei sperato più che altro in un cancro all’ipofisi: prima di morire, almeno, diventi più bella), ma appunto perché ci conosciamo tra noi, ce la soniamo, ce la cantiamo & ce la donzelliamo, tu, per dirla chiara, chi sei? Ti conosce qualcuno? C’è un motivo per cui dovremmo tenere conto delle tue strida, specialmente considerando il fatto che ci piace tanto rimanercene sulle nostre? (Che cosa vuol dire: “vi (…) accreditate (…) solo tra voi”?). Ma il meglio di sé, questa povera imbecille, l’avrebbe dato più oltre; e rimando al suo secondo, e fortunatamente ultimo, intervento per tentare di fare il punto anche con lei.

GiorgiaSanto: A quanto pare nessuno è degno di darti un giudizio (soprattutto se non è positivo, ma arrivi a schifare perfino quelli positivi), mentre tu sei degno di dare tutti i giudizi negativi del mondo

No, per nulla. Ma anche se fosse mi chiedo anzi che cosa te ne importi di quello che di negativo o di positivo possa dire io a proposito di altri, o che cosa io stesso pensi dei miei giudizî, dal momento che hai già stabilito che sono un incompetente e che dico parole gettate al vento. O supponi che le mie parole contino qualcosa, nel qual caso ha senso che tu le contesti, oppure stabilisci, come hai fatto, che non contano nulla; nel qual caso trovo veramente insulso insistere. O per te è tanto importante cambiare la mia opinione su quello che io stesso scrivo, o su quello che scrivono altri?

e magari ritieni che nel tuo discorso la pars destruens sia una pars construens o che almeno ci sia una pars construens.

Puro delirio: come fa una pars destruens ad essere una pars construens? Qui o la pietosa smania della GiorgiaSanto di far pompa di quel po’ di latino l’ha portata ad esprimere in modo bislacco e assurdo un concetto che doveva essere altrimenti espresso, o il concetto era talmente assente che ha pensato bene di nasconderlo sotto un luogo comune da prima liceo. (Anche Nietzsche era tutto pars destruens: qualcuno lo considera un coglione, per questo?).

Tutti gli autori non sanno scrivere, tutti quelli che ti dicono qualcosa sono dei mentecatti, tu ti sei già posto tutte le domande dell’universo.

Lascio perdere le prime due affermazioni perché fanno pena, e solo pena. Quanto alla terza, è già più interessante. In effetti arrivi a riconoscere, pur senza averne una coscienza piena, che mi sono posto diverse domande, e mi sono dato diverse risposte. Ma questo è del tutto normale per una persona che ha trascorso in solitudine quasi assoluta la gran parte della vita, e ha dovuto fare i conti con l’assenza di qualunque supporto o appoggio, materiale o psicologico, e non solo in questi ultimi anni. Effettivamente non è merito mio, è una scontata conseguenza delle mie condizioni esistenziali. Va da sé che chi è perfettamente integrato in qualche contesto non ha nessuna necessità di analizzare così a fondo quello in cui deve credere, e probabilmente, almeno in linea di massima, sarà meno buon loico. GiorgiaSanto è pessima loica, per esempio, probabilmente è una dipendente statale, o una negoziante – o, ciò che forse è peggio, potrebbe essere benissimo. Ma la sua notazione circa il porsi tutte le domande dell’universo, non è commovente, nel suo rilevare, in maniera così ingenua e sciocchina, che semplicemente si è accorta di non riuscire a destabilizzarmi? Né io ho raccolto la sfida, anche perché non sono cose per me, non m’interessano. Se analizzo quello con cui GiorgiaSanto ha mandato in vacca la discussione che doveva esserci – bastavano due, tre, cinque commenti centrati, non cento di puttanate, illazioni e insulti – è perché è mio dovere capire. Io faccio analisi sempre molto approfondite – questo mi rallenta come lettore e mi leva, ormai, piacere ed abbandono, dunque non è sempre un bene. Ma quando produco una paginetta da blog ho sempre, in mano, pagine su pagine di appunti, note, citazioni. Non vale la pena di fare post-monstre su un blog, al più caricherei un file.

Quando fai il finto modesto (infilando qualche frase del tipo “he comunque scrivo di merda”) raggiungi il massimo. A quanto pare solo Anfiosso puo’ criticare Anfiosso, gli altri si beccano uno dei tuoi mantra.

GiorgiaSanto: Poi ogni tanto spunta la scherana che molla un mezzo insulto o una mezza allusione pensando di fare la parte del genio di turno (vero Alcor?)

Perché GiorgiaSanto dà della scherana ad alcor? E come mai le attribuisce insulti, dal momento che è civilissima? Ecco, alcor è una che non è un Ramanzini qualunque: alcor ha pubblicato, molto. Come mai GiorgiaSanto non la rispetta? Perché la insulta – lei sì – dandole della scherana e attribuendole una maldicenza che non si è mai permessa? – Non che le mancherebbero i motivi, o che abbia alcunché da temere dall’ira di una GiorgiaSanto. Ma queste villanie non saranno dovute al fatto che la stessa Giorgia, temendo il franco vaffanculo che mai le avrei negato qualora si fosse spinta un po’ più in là, ha preferito ripiegare su alcor, approfittando della sua compostezza? E, se non si è peritata dal fare questo, non significa, forse, che non gliene importa un bel niente, né delle competenze né dei libri stampati, dal momento che il rispetto a me negato – e da me NON richiesto, lungi da me – è stato negato nondimeno anche ad alcor?

Alla civile risposta della quale la GiorgiaSanto non ha trovato di meglio che rispondere con un’altra insolenza, veicolata da un’altra pietosa citazioncina da avviamento industriale:

alcor: @ GiorgiaSanto il mezzo insulto o la mezza allusione, e per di più geniale, sarebbe che ti ho definito una donna d’ordine? take it easy […].

GiorgiaSanto: Alcor alludevo all’insieme dei tuoi interventi, non solo a quelli rivolti a me, non credo di essere il centro dell’universo a differenza del Duca tuo. Buon inseguimento.

Verrebbe da chiedere: L’insieme degl’interventi fatti sotto questo post o quelli fatti in generale, da quando bazzica NI? In realtà non c’è risposta: GiorgiaSanto ha aggressivamente fatto riferimento ad alcor, e poi ha negato di averlo fatto nei termini in cui l’ha fatto. La risposta è anche stavolta logicamente carente: come dire che ammettere di aver avuto da ridire in particolare sulle risposte che alcor ha dato a lei implicherebbe automaticamente di considerarsi al centro dell’universo. I movimenti, viscidi e vigliacchi, della GiorgiaSanto sono interessanti da seguire: rispondendo a me, getta fango in direzione di alcor; quando questa gliene chiede conto, nega di averlo fatto, e intanto schizza mota nella mia direzione. È un agire da malintenzionati. Il suo scopo è stato solamente quello di esprimere un’antipatia epidermica, del tutto ingiustificata, nei confronti di chi scrive meglio di lei. Il suo atteggiamento è lo stesso di quelli che un tempo facevano telefonate anonime, prendendo di mira un vicino di casa in apparenza più felice.

Alcor: I miei interventi qui faranno in tutto 10 righe. E visto che il tuo nick non l’ho mai visto prima devo supporre che tu mi legga in silenzio da lungo tempo. Ti pare che valga la pena? Soprattutto se provi tutta questa ostilità? Salta i miei commenti. Il salto del commento è uno sport praticato e anche consigliabile:-)

GiorgiaSanto: Va bene, facciamo così, tanto per rendere reciproco l’esercizio fisico, io salto i tuoi commenti e tu salti i miei (l’esercizio parte da ora). :-) PS: Non provo alcuna ostilità.

Infatti, non si può parlare nemmeno di ostilità, perché GiorgiaSanto non può permettersi sentimenti così forti, né in positivo né in negativo. Potesse, esploderebbe di odio e di amore, il problema è che è un meschino contenitore per meschinissimi sentimenti. Scommetto che non serba rancore – in realtà non ha la fibra per poterselo consentire. L’unico suo punto di forza è ammollare qualche menna dichiarazione di fastidio, insofferenza, insoddisfazione, e vedere l’effetto che fa, sicura che nessuno le farà le pulci perché, e questo lo sa, è troppo poca cosa, e troppo sfigata, per poter essere presa di mira: nessuno usa un cannone per ammazzare una zanzara. La stessa zanzara che, come diceva ‘qualcuno’ e lei si è compiaciuta di ricordare, un critico ‘sanguinario’ e ‘livoroso’ ricorderebbe. In realtà lei ci sperava: per avere il poco coraggio di venirsene fuori con le sue rivelazioni dell’ultim’ora doveva necessariamente servirsi di una rappresentazione distorta, nanizzata, ridotta di una realtà ingrata e soverchiante. Anch’io, come critico ‘sanguinario’, potevo in fondo essere visto come una macchietta (uno ‘divertente’), come una non inoffensiva ma schiacciabilissima zanzara. Peccato che zanzare qui non ce ne siano: siamo tutti uomini e donne, purtroppo e per fortuna, e tutte le opinioni, tutti i giudizî, tutti i racconti, tutti i versi, tutti i ricordi, tutto quanto sia comunicato merita di essere raccolto, merita di essere vagliato con attenzione. Non ci dev’essere nulla, ripeto, al disotto dell’attenzione di chicchessia. Di tutto non ci si può occupare, ma sicuramente è possibile farlo con le affermazioni che ci riguardano direttamente; è il minimo, mi sembra. Il metro, con buona pace di tutte le GiorgieSanto del mondo, è uno, per tutti.

Segue un lungo intervento – rispetto agli altri – in cui la GiorgiaSanto ribadisce, del tutto inutilmente, punto per punto, tutto quello che già è stato detto, e si aggiunge, credo in malafede, altra confusione:

GiorgiaSanto: “Posso capire, questo sì, di aver scritto cose che non tutti si aspettavano di léggere. Posso capirlo, ma non posso dispiacermene.” Riguardo alle tue opinioni sulla Russo e su Moresco?

Con questo GiorgiaSanto dimostra di essere cattiva lettrice: infatti non potevo riferirmi a quello. La stessa GS ha fatto presente che ci sono cose mie ‘fatte meglio’, ed è arrivata persino a dire che viene a leggermi sia sul blog mio personale che su NI per via di altre cose, che evidentemente le pajono più meritevoli. In questo caso mi riferivo, ovviamente, al pezzo postato, del quale la GS non ha saputo dire assolutamente nulla, se non che le pareva male scritto – approfittando per dire che mi ero permesso di stroncare la Russo e il Moresco, mentre – altre interpretazioni non dànno senso – di fatto non potevo permettermelo, dato quello che avevo scritto in quest’occasione. Mi sono limitato a dire che quello che avevo scritto in quest’occasione era ed è esattamente quello che penso, esposto con la massima chiarezza a me possibile, e che non lo ritenevo né ritengo ‘inferiore’ ad altre cose; sempre tenendo conto del fatto che non è sempre domenica, che esiste anche il lato B e che non tutte le ciambelle escono col buco. Sfido chiunque a léggere altrimenti le parole di GS, la sicurezza della cui sanità mentale dipende, a questo punto, solo da quest’interpretazione; non potendo essere, qualunque altra, altro che puro delirio. Io, in realtà, ho dato letture severe, o ‘livorose’, per servirmi dei suoi scorretti termini, anche di altri autori, oltre a Moresco e alla Russo; ma dato che la Russo è nominata nel testo, posso supporre che Moresco le prema, come autore, più di altri per motivi assolutamente suoi; e che abbia ricordato la stroncatura fatta alla Russo perché, stupidamente, ritiene contraddizione da parte mia corrispondere amabilmente con un’autrice già stroncata in altra occasione. Non ho la sfera magica, e sono ben lontano, sotto sotto, dal condividere l’opinione distorta che la GS nutre in merito: se la conosco è perché è errore di molti ritenere che lo scritto e la persona siano la stessa cosa. Già nel pezzo ho preso posizione in merito; solo che GS si rifiuta di capirlo, crede che continui a pensarla come lei, e che sia caduto in una palese incoerenza. Beh, si sbaglia. E la sua contrarietà, e il suo andare sùbito OT, è il risultato della sorda avversione che prova di fronte ad un pensiero più complesso del suo (io sono quello che si è già dato tutte le risposte – ha fatto tutto lei! -, si ricordi).

Devo dirti che, per parte mia, è proprio l’opposto, tu scrivi come mi aspetto, come scrivi sempre, vai all’attacco, ribalti le parole degli altri e le giri come ti pare e piace.

No, le interpreto (e non ho ‘ribaltato’ proprio nulla). Quanto a quell’osceno “scrivi come mi aspetto”, sorvolo, perché è l’unica cosa su cui mi sono pronunciato specificatamente al momento: è la spia di un pregiudizio; resa oscena proprio dalla sprovveduta, nauseante ingenuità con cui è spiattellata, senza nessun pudore. Non vado all’attacco dello ‘scrivi come una merda’; vado all’attacco del ‘ti ho colto, mascherina!’, dell’atteggiamento imbecille del lurker che rimane nell’ombra a raccogliere le bucce degli altri, riservandosi di balzar fuori alla prima occasione a svergognare il pirla che pensava di farla franca. Io non sono un mistificatore, e GiorgiaSanto è quello che si definisce classicamente una povera sfigata. Chi scrive o si dichiara in altro modo in pubblico, è vero, talora non ha fatto i conti né con il proprio pensiero né con il contesto davanti a cui si propone. Ma non è il mio caso: io le mie domande – è vero – me le sono poste, e mi sono anche dato qualche risposta. Sono consapevole di che cosa voglia dire scrivere in pubblico – per questo pubblico – e se è vero che mi esprimo apoditticamente, questo vale solo per quello di cui sono certo, mentre mi esprimo in forma dubitativa su quello di cui non sono sicuro. È tanto difficile da accettare? GiorgiaSanto non aveva, alla fin dei conti, nessun asso nella manica. Semplicemente non aveva capìto niente.

La medesima cosa per come reagisci a chi ti dice qualcosa, salti alla gola, ti metti subito a dire “scrivi da cani”, parli di atteggiamento disgustoso, mancanza di intelligenza, insomma vai subito sul personale, ad un appunto in merito a quello che hai scritto rispondi mischiando risposte appropriate con insulti alla persona e alle sue capacità.

Questo è totalmente falso: semmai è GS che ha aggredito me, sorvolando sul pezzo, dicendo solo che era scritto male, e passando al personale. Mi limito al primo intervento, che è quello che fa testo in questo senso; non è personale, forse, dire: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. […] I critici sanguinari […] dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”? Ed è patetica la precisazione immediatamente seguente: “Non è una cosa personale contro Ramanzini”, perché contano non le dichiarazioni, ma i fatti. Bisogna saper distinguere personale da non personale, quantomeno. GS non è in grado di farlo. Sorvolo sul fatto che salto alla gola, che è una metafora e come tale può essere tranquillamente buttata nel cesso; ma ribadisco con forza che GS scrive veramente da cani, altra metafora, ma utile a rappresentare la realtà. GS non scrive grammaticalmente, e già s’è visto; che cos’avrei dovuto dire, che scrive da gatti? L’atteggiamento, poi, È disgustoso, perché è censorio. GS non è entrata nello specifico di nulla per quanto riguarda il mio post – segno che non l’ha capìto – e ha sparato due fesserie circa regole in cui credono solo lei e la sua degna camerata diobonino. Ha tentato di tacitarmi non prendendosela con quello che scrivo, ma col fatto che scrivo, con un tentativo di svergognamento, che è poi una forma di ricatto, e io dovrei riconoscerle anche nobiltà di comportamento, copia di argomentazioni, onestà, pudore, ritegno? Ribadisco: GiorgiaSanto è genuinamente disgustosa, lei proprio, e non solo quello che scrive; ripeto: il suo modo di procedere è ripugnante; torno a dire: fa schifo proprio, il suo modo di pensare e come lo esprime. Ciò detto, spero che sia del tutto chiaro quanto ribrezzo provi nei confronti suoi e di chiunque, incapace di opporre argomenti a chi nemmeno lo ha interpellato, e consapevole di non averceli, cerca vigliaccamente di fare lo sgambetto. Io insulterei la persona e le sue capacità? L’ho detto che questo subconscio a cielo aperto, come diceva il compianto Tasca, fa solo dell’autobiografia: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini”. Et de hoc – I hope – satis.

E non me ne frega nulla di chi mi dice “devi imparare a capire come scrive, devi superare certi aspetti del suo modo di rispondere”, resta di base che le tue risposte (l’ultima no) tendono per i miei gusti a puntare sull’insulto totalmente gratuito, sì, gratuito, la cosa che rinfacci a volte agli altri, a me ad esempio. A quelli che dicono così io rispondo che vi sbagliate, accettare certe cose significa lasciarsi dire tutto e il contrario di tutto.

Se io dicessi tutto e il contrario di tutto, e altri si bevessero quello che dico, sarebbe sicuramente così – cioè sarebbe vero che accettano di sentirsi dire tutto e il contrario di tutto. Ma io non dico tutto e il contrario di tutto, e Giuditta Russo non ha affatto esortato a sorvolare sulle contraddizioni. Ha detto di tralasciare – e io non sono affatto d’accordo, e l’ho già detto – i termini, i toni brutali in cui certe cose sono dette, per andare ‘al fondo’. Ripeto: è un invito alla lettura che trovo del tutto discutibile, ma è altra cosa rispetto a quello che GS dice qui. Di fatto c’è un cortocircuito, tutto dovuto alla GiorgiaSanto: la quale, guidata a rompere la minchia su NI solamente dal proprio personalissimo ‘fastidio’, non sa bene se prendersela con i miei toni o con quelle che ritiene essere le mie contraddizioni; prima tra tutte il fatto di corrispondere con Giuditta Russo dopo che ho stroncato il suo libro. Implicita, nella sua controreplica, l’accusa di passività alla Russo. Ramanzini, pare dirle, ti bistratta e ti maltratta, e tu, cretina, ti fai fare in questo modo? Faccio memoria – sicuramente GS si sarà documentata, a suo tempo, e avrà preso copiosi appunti – che io non sono andato in cerca della Russo, ma il contrario; che solo dato il suo atteggiamento conciliante e gentile, avendo pensato al nuovo thread dei dialoghi, o interviste, le ho proposto un’intervista, o quello che sarà, a proposito della sua vicenda umana, oltre il libro, che di quella vicenda parla, e che rimane un libro brutto – pazienza, la Russo, che ha molte competenze e non pochi meriti, stava movendo allora solo i primi passi nel fatato mondo della scrittura, ed era ancóra ben di qua dalla letteratura, dato quello che è il suo libro. A quelli che mi venivano a léggere ho detto quello che pensavo, come ho fatto per qualunque altro libro da me valutato, e cioè che la vicenda umana della Russo, che al momento era sotto i riflettori ed era proposta come una specie di curiosità, era una vicenda di mancanza, di fallimento, di deprivazione; e che lo stesso stile del libro non rifletteva nessuna presa di coscienza particolare da parte della Russo, ma anzi sembrava più adatto a qualche divetta della televisione o del cinema, o a qualunque personaggio di successo decida di raccontare la sua storia – mentre qui il successo non c’entrava, c’entrava qualcosa di piuttosto squallido e vagamente tragico, questo sì. Sono tutte cose che chiaramente ribadisco, e con la massima tranquillità; e che aveva senso, per me, dire nella fattispecie perché pensavo, parallelamente, a quello che a me era stato proposto di scrivere, e al tipo di aspettative che avevo notato nelle persone con cui ne avevo parlato; qualcuno aveva pensato ad un’avventura, altri a qualcosa di romantico, estremo e spregiudicato – addirittura diamante è riuscito a léggere in quest’ultima cosa l’Io sono un uomo malato, io sono un uomo malvagio dostoevskiano. La mia è una storia di fallimento, a livelli assoluti – per la Russo le cose sono diverse, non meglio non peggio ma diverse; ed ecco che mi trovo a ripetere le esatte parole che avevo detto allora! Ero stato esplicito ed ero stato chiaro; e la Russo ha, in effetti, capìto che cosa dicevo, e che lo dicevo a ragion veduta. Tutto qui: ridurre il tutto a una “stroncatura” è in sé inaccettabile, non è questo il punto.

E comunque dài retta a me: non devi superare proprio un bel nulla. Quando ti dico affanculo, qualunque cosa ti dica la Giuditta, tu vacci e basta

Rileggi quello che ho scritto e vedrai 1) Io mi sono permessa di dire che il tuo modo di criticare (nel senso etimologico, non nel senso dispregiativo) il lavoro altrui è pieno di livore e pesante,

Come fa a non essere in senso dispregiativo, dato che è “pieno di livore e pesante”? (C’era bisogno di altre dimostrazioni della confusione mentale della GiorgiaSanto, peraltro?).

riguardo alla pubblicazione non intendo, come sembri avere capito tu e altri, una consacrazione, il libro dell’anno, l’attestato di “uomo del millennio”, intendo che è facile smontare gli altri quando non ci si mette mai in gioco sul serio con un libro pubblicato.

Ma questo è falso. A parte il fatto che la gran parte della gente considera la pubblicazione esattamente come fa GS, e cioè come una garanzia di qualità, mentre emunctae naris la verità è ben altra – ed è il motivo per cui alcor, del cui punto di vista professionale ci si deve fidare obbligatoriamente, dice che la pubblicazione “non basta”; e poi, se è solo per ‘mettersi in gioco’, è la pubblicazione su web che espone maggiormente. Un libro, un bollettino, uno deve andarseli a procurare in libreria, o in biblioteca, e far pervenire la propria eventuale opinione all’autore è macchinoso; la pubblicazione su web permette al primo cretino che passa – com’è appunto il caso, perfettamente dimostrativo, della GS – di sparare sentenze del tutto disorganiche, insistendo pure, senza muoversi nemmeno da casa. L’autore webbico è il meno garantito dalle aggressioni delle GiorgeSanto.

Non ti piace (vi piace) come idea? E cosa vuoi che me ne importi? Resta la mia idea 2) Mi sono permessa di notare che il testo non era scritto molto bene, tu dici che fila e scorre, io dico che sembra una scrittura affetta da singhiozzi e rigurgiti, vedi un po’ tu. Sono libera di dire che non mi piace o mi si deve saltare alla gola ogni due secondi?

Affiora qui piuttosto evidente l’isterismo della GS. Non è affatto illecito dire che il testo è scritto male, ma non è scritto né meglio né peggio di altre cose mie: l’ho riletto e non mi pare più intralciato di altre cose che ho postato. Che altro dovrei fare? Inoltre, nonostante la GS se la tiri da grande stilista – e non se lo può permettere, perché, come già detto, scrive di cesso – non è stato certo il mio stile ad essere messo sotto processo, ma la liceità del mio presunto far ‘critica’. Quanto alla definizione dello stile del pezzo, potrebbe essere riferito a qualunque cosa io abbia mai scritto, in chiave negativa; dunque la GS avrebbe dovuto, molto semplicemente, evitare di leggermi. O ammettere sinceramente che quello che scrivo in genere non le piace – invece di sostenere che in genere le piace, ma che ho scritto anche cose meno buone; di fatto, il riferimento, piuttosto fantomatico, a cose mie che varrebbero di più serve solo a giustificare la presenza dei suoi commenti sotto il mio post. Perché sa che in realtà sono ingiustificati, che la mia scrittura non le piace, non le è comprensibile e non le interessa, e che è intervenuta solo ora perché è rimasta contrariata dal fatto che la Giuditta è nominata da me con simpatia dopo che l’ho “stroncata” in altra occasione. In realtà è venuta solo per dire che ‘non è giusto’ che io scriva, che non mi attengo alle regole feudal-mafiose che suppone dovrebbero reggere la repubblica delle lettere. La mia scrittura outsider le sfugge; non sa un cazzo di scrittura e all’interno del ‘gioco’, come lo chiama, non conta verosimilmente niente, ma il suo esprit de géometrie ne è stato turbato, il suo squallido autoritarismo ne è stato scosso. È arrivata persino a pensare che io le stia sfuggendo, o che stia sfuggendo alla legge, all’ordine costituito, alle responsabilità, alle leggi in cui illusamente crede; e non capisce, o non vuol capire, che scrivo perché ci sono obbligato, e della repubblica letteraria non faccio parte perché non ci sono mai entrato, e non ci sono mai entrato perché non esiste.

3) E chi mai ti ha chiesto perchè la intervisti?

Ce n’era bisogno? C’era bisogno che mi chiedesse, la GS, perché ci vado d’accordo, o perché mi scrivo con lei? Era necessario avere da lei, come da chiunque sragioni come lei, l’ammissione – che niente le avrebbe comunque strappato, vigliacca com’è – che l’unica cosa che le dà fastidio è che non capisce rapporti umani un po’ più complessi di quello che riesce ad entrare nel suo limitato cervellino – senza contraddizione o ambivalenze, semmai, che, quelle, piacciono eccome alle servette di quello stampo.

4) C’era già tutto nei primi commenti, quei commenti che hai rigirato come ti pareva.

Nei primi commenti s’è visto che cosa c’era: personalismi, accuse fumose e idiozia allo stato puro.

5) Non dico nulla del testo della Russo…. allora non hai ancora capito, io non me la prendo con il tuo “parere” sulla Russo, è tuo, punto, dico solo che da parte tuo vedo più la tendenza a smontare l’altrui che a fornire qualcosa di fatto e finito.

E non è la stessa cosa? (A parte il fatto che anche se fosse? Quaulcuno ti ha mai promesso qualcos’altro?).

6) Su alcor non dico nulla perchè ci siamo ripromesse di ignorarci vicendevolmente e a questo punto forse è meglio che faccia lo stesso con te, almeno per la parte che mi compete.

“per la parte che mi compete” non dà senso. Altrimenti per che parte, chiedo scusa?

Ma qui la nojosa e stolida GS ha lasciato il campo ad un’altra voce; quella di flaviadabbene, che è un’autentica belva; il suo primo intervento, inviperitissimo, è già un capolavoro di astio e insofferenza; ma godiamo di questo suo secondo intervento, che è una stria di mestruo e di veleno:

Flaviadelbono: Già, che ti importa, intanto sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire, oh sì, sembri davvero tanto, tanto arrabbiato, che paura!

Questo testo da messaggeria per cuori solitarj, o da cesso di stazione ferroviaria, vi sembra cosa da lasciar correre, vero? Eppure lasciar correre è sempre un errore, quando si tratta di comunicazione. Molti messaggj sono veicoli di pensieri e ideologie che il mittente stesso, talora, nemmeno immagina: e le idées reçues non sono mai da trascurare, perché sono le più condivise, e non solo le più incontrollate. Se l’espressione, di becero furore, è ributtante, il concetto che nasconde è ancóra peggio. Chiaramente il testo è entassé, scritto alla cacchio, e interamente cortocircuitato. Bisogna aver la pazienza di estrarre, dalla melma, il solido dei singoli concetti, come stronzi fossili che, ripuliti, dànno conto piuttosto esatto dell’êra geologica a cui sono rimasti fermi molti (dico molti) dei nostri simili.

“Già, che ti importa” è reazione, normalmente, ad un atteggiamento di strafottente indifferenza; mentre la diobono, per quanto riguarda il resto del messaggio, altro non fa poi che ribadire quanto io sia influenzabile dal giudizio altrui. Ho già detto del dovere che bisogna farsi di una lettura attenta e puntuale di quante più cose scritte, da qualunque parte vengano e qualunque sia la loro qualità, si riescano ad affrontare. È in fondo normale che, nella sua esasperazione, la diobono abbia giocato la carta disperata della mia presunta passività di fronte all’espressione altrui. È un atteggiamento, il suo, e non solo il suo, del tutto malsano, perché inferisce la possibilità impossibile di un vuoto pneumatico, una specie di eroico nulla, nel quale l’espressione letteraria ad alto livello dovrebbe aver luogo, mentre chiunque non abbia il cranio ridotto a quella specie di bidone dell’immondizia che la diobono si ritrova, sa alla perfezione che una condizione del genere non è solo di per sé impensabile, ma nemmeno auspicabile. Altrimenti non darebbe senso l’urticante insofferenza che la minchiona riserva al mio presunto raccogliere tutte le provocazioni. Va da sé che le è almeno evidente che non è affatto, il mio, un raccogliere provocazioni, altrimenti non sarebbe così imbufalita. Ne consegue che l’imbufalimento è solo il suo; anche se lo attribuisce a me, un escamotage a cui – bisogna riconoscerlo – non aveva molte alternative, per quanto abbia ribadito più e più volte che da parte mia non c’era irritazione, ma volontà di ribadire fortemente certi fatti, specialmente circa le approssimazioni dell’altra sorda interlocutrice. Ora qualcuno mi dica, dopo aver detto e ripetuto che è mio dovere raccogliere tutto quanto è scritto ed entra nel mio raggio d’azione, almeno limitatamente a quello su cui posso mettere le mani, che effetto può fare questo invelenito, rancoroso riferimento al mio raccogliere tutte le provocazioni? Ho detto che tutto mi deve interessare, non che mi bevo tutto come oro colato. Ho riservato ai commenti della GiorgiaSanto tutta l’attenzione, e ne ho estratto insegnamenti; questo non vuole affatto dire che io debba alla GiorgiaSanto, che è solo un po’ meno spregevole della diobonino, alcunché: lei, come la sua camerata, non è in grado di insegnarmi proprio una sega quadra. Mi sono spiegato, perché è mio dovere chiarire, ma non vuol dire affatto che io abbia scritto ad uso della GiorgiaSanto o di qualche altra demente di passaggio; anzi, è vero il contrario, e solo il contrario. Il chiarimento è utile solo a me e a chi è in grado di capirmi. Non che siamo, essenzialisticamente, meglio della GiorgiaSanto (lo stesso non riesco a dire della flaviasticazzi, perdonate, ma ho anch’io i miei limiti), vuol dire che ho dedicato a questo tipo di cosa una parte del mio tempo più consistente di quella che la GS, e quelle come lei, o all’incirca, hanno ritenuto di dedicarle del proprio. Non è un titolo di merito: è solamente la ragione per cui, nel caso in cui sia letto da chi certe domande non se le è poste e a certe risposte non è arrivato, molto probabilmente il messaggio non sarà chiaro, risulterà incomprensibile. Se poi la persona che non è all’altezza di giudicare vorrà giudicare ugualmente, spinta da antipatia, livore, paura dell’ignoto, senso d’inferiorità, invidia – tutto può darsi a questo mondo – chiaramente avrà la risposta che si merita. Ma la risposta non è mai un vaffanculo, sic simpliciterque; al vaffanculo sento il bisogno di associare anche qualche riflessione, che è utile – certo! – a definirmi; con ciò confermandomi nelle mie convinzioni, laddove siano giuste, o consentendo ad altri di fare altrettanto con le proprie, ma anche consentendomi di metterle in discussione, quando siano fondate su presupposti ingannevoli, e di disfarmene, anche, perché no? Ma questa è la scrittura. Tutto passa attraverso il sé, inevitabilmente. La letteratura ha esattamente questa funzione, che è anche autodefinitoria, per quanto riguarda lo scrittore, o scrivente, o colui che scrive. Mi sembra inutile offendersene, mi pare, anche perché non credo esistano, se non in casi-limite di scritture che nessuno frequenta – e io stesso ne frequento alcune –, altre vere e proprie forme di scrittura.

Toccante, e lo dico senz’alcun sarcasmo, è poi l’odio di sé che traspare dalle parole della poveretta – si sono molto offese, mi hanno riferito, per il mio ‘poverette’: “sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire”. Il punto a cui si arriva, qui, è il fatto che non sono all’altezza dell’idea di scrittore che si è fatta – per fortuna, aggiungo; ma va da sé –, ma è ancóra più interessante come crede di poterci arrivare. Come fa a sostenere la mia indegnità? Con la pochezza della sua persona, e con la nullità di quello che ha da dire. Non ha altro mezzo, per dire che sono uno stronzo, se non facendosi passare come una stronza ancóra peggio. Nella sua furia incancrenita, deplorevolmente le sfugge che, mettendo così le cose (e ha ragione a farlo, in sé, perché è la verità: è proprio una povera stronza, e dice veramente due cacate in croce – proprio di quelle che, ahi!, “non meritano risposta”, ed è una cosa che a caldo mi sono lasciato sfuggir detta persino io; ma sono contrito, & crescerò), si mette in una posizione che automaticamente le toglie qualunque credibilità. È un atteggiamento che rivela un’indole indiscutibilmente perversa; la diobonino è certamente una di quelle donne cattive che tutti i giorni ci si strusciano addosso negli autobus e vagheggiano di dannarci l’anima, lasciandoci vuoti come baccelli sul ciglio di qualche fossato. Vorrebbe sfidarci, e se non riesce a farci uscire dai gangheri tenta di provocare la nostra furia per riflesso condizionato, dicendo “ah che paura”. Beh, non ha funzionato. E mo?

Il fine di tutto questo, però, come per la GiorgiaSanto, è tacitarmi. Chiudermi la bocca, spezzarmi i ditini con cui digito. Nemmeno questo è riuscito. E mo?

se credessi davvero in ciò che scrivi ti limiteresti a scriverlo e a darlo in pasto agli altri, invece passi un mucchio di tempo a tentare di convincere.

La frase si chiude con una menzogna palese, della quale non si può dire nient’altro se non che è una menzogna. È più interessante, perché è ideologica, la prima parte: si inferisce uno scrittore che, credendo in quello che scrive, lo dà “in pasto” – vedi l’immagine oscena della quale si serve, la piccola scrofetta – ad un pubblico famelico. Beh, si dà il caso che nel mio caso sia perfettamente indifferente che io creda o non creda nella mia scrittura; credo, sì, nella scrittura in genere, ma non credo nella scrittura di nessuno. E mo? E non esiste un pubblico famelico di scrittura, né della mia né di quella di altri, dunque non c’è proprio motivo di parlare di pasti, siano pranzi o cene. E mo? Della menzogna, quella caccola verdastra, filante, ancóra calda, appiccicata in fondo, si deve rilevare, semmai, solo il suo sconcio ribadire una scrittura fondata sul trogloditico rapporto padrone/schiavo, al quale questa menade crede perfettamente organica la mia scrittura. Se dedico qualche tempo alle questioni di poetica – non tralasciando il fatto che è questo il genere di pezzi per cui Domenico Pinto ha manifestato predilezione, ed è una cosa che può rendere perplesso anche me; ma non è questa l’altezza a cui affrontare l’argomento, sarebbe sordido confondere la mia perplessità con il prodotto delle ghiandole velenifere di quest’anfesibena in calore – ciò, nella distorta mente di questa piccola disadattata, è tentativo “di convincere”. Io chiaramente di lei me ne fotto, e me ne fotto anche di essere letto o no – è proprio quello che riassumevo con la parola ‘sfiducia’ – ma la piccola bestia velenosa non accetta l’apparente contraddizione, dev’essere necessariamente un’incoerenza da parte mia – non accetta, in realtà, di essere esclusa dal gioco. Non può concepire che il fetore delle sue loffe assassine non possa raggiungermi. La sua mente si rifiuta di accogliere un’idea semplice come la totale inanità della sua opinione, della mia imperturbabilità di fronte alle sue esternazioni di cavernicola deforme e distruttiva. Questo suo non è nemmeno scrivere: sono convulsioni.

Tutto questo tuo saltellare da un punto all’altro del web ingaggiando risse con tutti quelli che ti capitano a tiro, tutto questo urlare cazzo in maiuscolo credendo di impressionare qualcuno, tutto ciò che scrivi, sonetti, recensioni, critiche, invettive, anatemi, dileggiamenti, vaneggiamenti, tutto ha un unico scopo: indurre altri, un altro qualunque, a guardare nella tua direzione.

Siamo passati ad un’altra tattica, che è poi la stessa impiegata dalle numerose cittadine nigeriane, rumene ed albanesi, con quelle parrucche torreggianti e le pellicce sdrucite, in c.so Massimo, per chi ha nozione sia pur minima della Torino by night: avete presente quando una di quelle signorine ti fissa in muso, con gli occhî a palla, con un’intensità prossima a quella occorrente a farti uscire telepaticamente il piloro dalle narici? Ecco, dopo aver battuto un po’ di grancassa, la diobonino sta tentando di ipnotizzarmi. I suoi occhî sono fissi. Io frequento cinque blog in croce, e anche su NI vengo poco? Nossignori: … Tu – saltelli – da un punto – all’altro – del – web… Saranno cinque o sei anni che non ingaggio risse se non sul mio blog, grazie a qualche operatore offeso che invece di dirmi le cose papalmente s’improvvisa critico letterario e me le manda a dire? Neanche per sogno, d’ora in poi penserai solo quello che ti dirò io: … Tu – ingaggj – risse – con tutti quelli – che – ti càpitano – a – tiro… Ammollo, scrivendo, le stesse parole sconce che dico anche quando chiedo di passarmi il sale, quando pure mi siedo a desco? Ma nemmeno per sogno! Guarda il pendolino: … Tu – dici – cazzo – perché – vuoi – farmi – paura… Dico, chiaramente, che scrivo per un patto parzialmente tradito con un’indole mai diventata vera vocazione, con una vocazione mai diventata vero mestiere, e non tanto perché abbia da dire qualcosa a qualcuno? … Tu – scrivi – esclusivamente – per me – solo per me – ripeti, orsù: solo per me [e io: Orsù… solo per me…] – solo per me – ripetilo – o ti faccio – una macumba – che ti si seccano – i cojoni – solo per mesolo per me – cinquanta l’amore …

E se non funzionasse?

Scrivi rumore. Dovresti consigliare a te stesso modestia, discernimento, discrezione e un po’ di silenzio, ma è fin troppo prevedibile, già già, prevedibile, come tratteresti l’incauto consigliere.

Cioè? Manderei a fare in culo me stesso?

(Da notare che di ogni scrittore ti venga citato affermi di aver letto non più di tre pagine che, ovviamente, ti hanno dissuaso dal continuare: trucchetto ingenuo per non ritrovarti a parlare di scrittori di cui ignori l’esistenza.)

Dire che non ho letto un autore è un trucchetto per non dire che non ho letto un autore? E – chiedo scusa – se veramente non avessi mai letto un libro che uno? Se finora avessi solamente dato giudizj di quinta mano, o del tutto improvvisati? Ripeto la domanda fatta a proposito della GiorgiaSanto: in definitiva, quand’anche fosse? Che cosa vi aspettavate? E con che diritto ve l’aspettavate? Chi v’ha mai promesso niente? Chi vi conosce? Chi siete, voi? Chi mai vi s’è filate?

Flannery O’ Connor è un autore?

Peccato, in fondo, che si sia ritirata così presto. Era interessante (a parte l’alito tremendo).

Purtroppo è tornata quella bolsa ciscranna della GiorgiaSanto, che ha fatto una specie di resumè-ninnananna di tutto il nulla prodotto prima, con un effetto in dissolvenza, sul finale, come una delle teste impagliate del vecchio Ruysch:

GiorgiaSanto: A Giuditta Russo Io stessa avevo riconosciuto di essere OT. Riguardo al testo mi sono già espressa un paio di volte, in merito al come e non al cosa (per il cosa ho già detto che non l’ho trovato di mio interesse).

Zzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Non è stata una lettura affetta da pregiudizio, ma se si vuole pensare (con un pregiudizio) che ne fosse affetta non ci posso fare nulla.

Lettura affetta da pregiudizio? Ma possibile che ci sia sempre qualcosa di affetto, in quello che scrive ‘st’imbranata? Avrà mica addosso qualcosa di contagioso? (meningite, magari?). Non si possono avere pregiudizj, oh scema, nei confronti di chi non si è mai inteso né conosciuto. Se c’è qualcuno che può avere pregiudizj, qui, quella sei tu. È chiaro, no?

Mi premeva solo di sottolineare, a seguito di certi toni non certo molto gentili e moderati (per quanto ignorati dal moderatore oculus dei), il modus operandi dell’autore, modus operandi evidente per chi legge la fitta serie di botta e risposta. In merito al fatto che non “avrei colto” le profondità abissali del pensiero contenuto in questo brano non ho nulla da dire, ognuno coglie quello che vuole cogliere o crede di voler cogliere, oppure vede nuovo e profondo o antico e profondo, o non profondo, non mi pare ci sia l’unità di misura delle profondità testuali, dipende fino a quanto ci si è spinti, per alcuni certi abissi sono pozzanghere e viceversa, dunque, personalmente, ci andrei piano con i “non hai colto”.

Io infatti non ho detto che non hai colto. Ho detto che non hai capìto un cazzo, che è diverso.

E queste ultime tue parole lo rendono ancóra più chiaro – ma non era affatto necessario. Nuovo e profondo, antico e profondo, non profondo, abissi e pozzanghere: ma che cazzo dici?

Ho già commentato quanto mi andava di commentare, commentate voi il testo ora (non posso dire che l’abbiate fatto molto neppure voi). Best regards.

GiorgiaSanto, di tutto cuore: ma va a quel paese. Tu, e tutti quelli di cui sei la fotocopia. E tutti quelli che non ve lo dicono, of course. Possa ‘sta patafiacca dare a questo fine un contributo determinante.

Ho concluso.