Tag Archives: questioni tecniche

536. Ratings.

27 Apr

Ho appena inserito i ratings, ossia la possibilità di votare i singoli post, che ovviamente sono liberi, a differenza dei commenti che di tanto in tanto sono moralmente obbligato a cancellare, tagliare e pesantemente manipolare (una delle mie attività preferite).

Non per altro, ma ho appena scoperto questa simpatica funzione, che non so se tutti troveranno fruibile – io per esempio non voto mai -, e poi le stelline mi piaceno, quindi, dopo aver fatto giusto per vedere che cosa succedeva, decido di lasciarceli.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

354. Pausa forzata.

25 Set

Interrompo la copiatura – veramente l’ho già interrotta jeri – perché al momento è un’inutile perdita di tempo, e rimando il tutto a dopo l’arrivo del cavo. Sono a buon punto, per ora & se non perdo il ritmo, mi preoccupa un poco la copiatura, e soprattutto la postatura – wordpress è molto lento a caricare, è il suo unico difetto. Pazienza.

Nel frattempo non ho avuto nemmeno molto modo di leggermi intorno (ho visto solo che alcor è in pausa, anche lei, dopo aver parecchio scritto di Pizzuto e di Mari – articoli e video tutti molto commentati, e in modo interessante, specialmente per me che di due autori del genere, posto sia ancòra in grado di pronunciarmi su alcunché, non saprei mai e poi mai che cosa dire; e, inspiegabilmente, sono anche passato dal blog di tash, per avere la brutta sorpresa di tutti quei pesci morti).

Mi dispiace, particolarmente, quest’incidente: non solo è un momento altamente inopportuno, ma fa anche specie che si sia guastato un pezzo – l’accumulatore – che di solito non ci si aspetta si rompa. Me l’hanno detto anche all’assistenza, non è proprio cosa di tutti i giorni. Peraltro il cavo dell’AspireOne è di tipo particolare, ha un amperaggio di molto inferiore (1,58) a quello di qualsiasi altro, e non è possibile acquistare pur validi tarocchi, perché non esistono: bisogna prendere l’originale, che cost’assai. & anche questa ce l’ho in quel posto.

Ma ce la farò, lo sento.

277. Per chi ha ricevuto mail vuote da me.

4 Ago

Mi sono accorto adesso che tutto quello che ho scritto per mail a quelle cinque o sei persone non è arrivato –  i mess. non sono stati recapitati, e anch’io ho nella posta inviata solo mail vuote. Ignoro alla perfezione che cosa stia succedendo, ma non disperiamo. Sulle prime pensavo fosse un virus, adesso non saprei.

Mi dispiace!

253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

240. Dalla porta e dalla finestra.

31 Mar

Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2009-03-31

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medea fu imene il mio dolor avrò gioia 1 … da imen. (Peraltro, la versione metrica dello Zangarini, inspiegabilmente, è dei primi del ‘900 – fu approntata, credo, per la prima del secolo (quello scorso) con la Mazzoleni, Ester, 1909). Più statistiche
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2009-03-29

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2009-03-28

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2009-03-27

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2009-03-26

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2009-03-25

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237. Che ci fa, qui, QUESTA?!

9 Mar

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/appello_con.html

L’assistenza a tempo determinato per gli immigrati comunitari. Il Servizio Adulti in Difficoltà (S.A.D.) del Comune di Torino a fine maggio ha fatto pervenire alle case di ospitalità notturna una circolare contenente le nuove disposizioni in materia di accoglienza riguardo agli stranieri comunitari, operative, in forma sperimentale, a partire dal 1° giugno 2008.
Gli ospiti, la cui nazionalità è inclusa in un elenco comprendente gli stati membri e quelli equiparati, sono tenuti alla compilazione di un atto sostitutivo di notorietà in cui dichiarano di avvalersi del servizio, per la prima volta dopo la data di entrata in vigore e garantendosi l’accesso al sistema delle liste di attesa per un periodo massimo di 3 mesi. Tale limite verrà notificato dagli operatori in turno apponendo una data di scadenza su tale documento, redatto in duplice copia, una in lingua italiana da inviare al S.A.D., l’altra in lingua rumena da consegnare all’interessato.
Non sono state fornite al momento traduzioni in altre lingue.
Il ridotto periodo di ospitalità è prorogabile o revocabile a discrezione dell’ufficio competente in base alla singola analisi dei casi; studio già parzialmente redatto e dal quale emerge una lista di poco più di una decina di soggetti recanti problematiche sanitarie degne di nota e che pertanto al termine del periodo individuato di tre mesi potranno essere accolti nei soli posti di emergenza riservati alle persone in stato di grave disagio.
Tale elenco è ovviamente passibile di defezioni ed incrementi del numero di soggetti inseriti.
Gli altri comunitari richiedenti ospitalità verranno inseriti in una ulteriore lista a disposizione delle case e del S.A.D.
Le motivazioni cui si fa riferimento per chiarire il ricorso alle nuove norme fa cenno al progressivo aumento delle richieste di ospitalità giunte da persone provenienti, in particolare, dall’Est Europeo, nonché all’esigenza di tutelare soggetti in condizione di estrema marginalità a scapito di altri in possesso di discrete abilità personali.
Gli operatori vengono inoltre invitati a sviluppare forme comunicative idonee al recepimento delle direttive unite a strategie anche di controllo al fine di prevenire chi utilizza le limitate risorse a disposizione per assecondare i propri progetti di vita personale e familiare a scapito dei più fragili.

Come operatori, dopo attento dibattito, ci sentiamo in dovere di muovere una serie di critiche alla circolare in oggetto sottolineando la distanza che ci separa da logiche che riteniamo nemiche dell’etica professionale del lavoro sociale.

(…).

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/adesioni_appello.html

Hanno finora aderito all’appello

Singoli Operatori Enti / Agenzie

Franco Cantù – Torino
Lorenzo Camoletto – Torino
Maria Teresa Ninni – Torino
Tiziana Ciliberto – Torino
Raffaella Rizzello – Torino
Giuseppe Forlano – Torino
Mauro Maggi – Torino
Nicola Pelusi – Torino
Sabrina Sanfilippo – Torino
Lucia Portis – Torino
Susanna Ronconi – Torino
Massimo Carocci – Torino
Nanni Pepino – Torino
Ugo Zamburru – Torino
Tonino Ponzano – Alessandria
Alice Rossi – Torino
Angelo Pulini – Torino
Daniele Di Gioia – Torino
Hatimy Abdelouahed – Torino
Marco De Giorgi – Torino
Maurizio Poletto – Valle di Susa
Enrica Recanati – Torino
Luciana Monte – Rivoli (TO)
Mauro Milesi – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Luigi Arcieri – Torino
Andrea Fallarini – Torino
Gene Apicella – Torino
Mohammed Tallaoui – Torino
Paola Conterio – Torino
Angelo Giglio – Torino
Giulia Suriani – Torino
Alessandra Gallo – Torino
Massimo De Paolis – Torino
Carla Mereu – Chieri (TO)
Rocco Mercuri – Torino

Anna Chiarloni

– Torino

Terry Silvestrini – Torino
Sabrina Anzillotti – Orbassano (TO)
Fabio Tedeschi – Torino
Paolo Bianchini – Torino
Davide Sprocatti – Torino
Andrea Guazzotto – Torino
Maria Grazia Barbero – Ivrea
Egidio Costanza – Cuorgnè
Roberto Bellantone – Torino
Tatjana Mianulli – Torino
Marco Spada – Torino
Paola Bertotto – Rivoli (TO)
Daniele Previati – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Ombretta Turello – Alessandria
Manuela Cencetti – Torino
Chicca Scarfò – Torino
Epaminondas Thomos – Torino
Giovanna Murru – Torino
Roberto Piscitelo – Torino
Younis Kutaiba – Torino
Raffaella Sorressa – Torino
Mauro Calò – Torino
Federico Carruccio – Torino
Eliana Enne – Torino
Cristina Salomoni – Torino
Anna Liberatore – Torino
Veronica Paolella – Torino
Federica Sanna – Lanzo (TO)
Claudio Rolfo – Torino
Francesco Vacchiano – Torino
Silvia Pescivolo – Torino
Carla Gottardi – Torino
Cristiana Cavagna – Torino
Francesca Morgano – Torino
*******
Associazione Nazionale Forum Droghe
Circolo Caffè Basaglia – Torino
Associazione Isola di Arran – Torino
Associazione Nico 93 Solidarietà AIDS – Alessandria
CSOA Gabrio – Torino
CUB Sanità e Assistenza – Torino
A.I.Z.O. rom e sinti – sede nazionale di Torino

236. Giallo.

7 Mar

Mi domandò:

– Quando è sceso, lei era a piedi scalzi. Come mai? Non usa pantofole?

– Le uso; ma quando mi sono alzato per andare a prendere la pasticca di sonnifero, poiché la stanza è tutta ricoperta di una grande moquette grigia, non le indossai.

– Ma nel bagno ci sono le piastrelle.

Scossi le spalle.

– A dire il vero non ci ho pensato.

 

Steve Cockrane, Fantasmi in casa Sheldon [titolo originale dell’opera: Goots at Sheldon Lodge, versione italiana a cura di Pino BELLI], collana “Narratori americani del brivido” n° 267, Edizioni Antonino Cantarella, Roma 1980. Pp. 68-69

233. Un momento.

28 Feb

Volevo rispondere a una mail, ma da questa postazione non si riescono più ad aprire i messaggj, e dovrò ritentare più tardi da un’altra parte.

Stanotte ho sognato un coccodrillo gonfiabile che si aggirava ad altezza d’uomo per i marciapiedi di una città sconosciuta, andando a sbattere contro le persone, molestandole e appiccicandosi col muso. Finché non ha incontrato un uomo gonfiabile, e sono scoppiati tutti e due.

221. Chi è? Chi è?

27 Nov

Chi è quella deficiente che ha cercato Alessandro Cazzi ottanta volte prima delle 8.00 di stamane (facendo lievitare vertiginosamente il numero delle visite, ciò che avrebbe pure potuto farmi un po’ piacere, posto appunto che non si fosse venuti a cercare proprio quello)?

220. Articolo duecentoventi.

22 Nov

Non è che abbia molto senso scrivere un post in cui si dice che non si ha voglia di scrivere — anche perché non è proprio vero: scrivo in continuazione, se è per quello, ma è la voglia di scrivere qualcosa di sinforoso, di concinnato & ben costrutto quella che mi manca; ma tant’è (il tant’è si collega a quello che c’è prima dello hyphen; vale a dire, nel caso in cui non fosse chiaro, magari proprio per niente, che lo so, che no, non ha proprio nessun senso scrivere un post in cui si dice che non si scriverà niente di che; ma è proprio quello che sto facendo, sicché suppongo che un tant’è ci stia bene, sicché ce lo metto — cioè, l’ho messo).

Al momento, in realtà, mi sto occupando di tutt’altro — non di tutt’altro che scrivere, mi sto occupando di altro, non sto scrivendo cose che possano finire in rete perché sono troppo lunghe e non sono complete. E anche se avessi pezzi brevi & in sé conclusi non avrei nessuna voglia di mettermi qui come un pirla a copiarli — cosa che ho fatto spesso nel passato, ma l’intenzione era appunto, se non quella di condividere alcunché con chicchessia, quella di ripassare sul testo, correggerlo, migliorarlo. Be’, si dà il caso che al momento non mi senta di scrivere cose belle, e non mi senta capace di migliorare alcunché. Sono, insomma, in una fase di vomito continuo; ma anche di chiusura rispetto al mondo, non mi sento comunicativo. Cioè, non sono mai stato comunicativo; il fatto è che non ho nessuna voglia di far finta di essere comunicativo. Prima di tutto non mi riuscirebbe (posto che mai mi sia riuscito, ma in questo caso, nel caso di questo preciso pomeriggio di sabato, meno che mai). Punto secondo — non c’è un secondo. Sono alla frutta. Avrò il diritto, no?

Non sono né angustiato né mi sembra di star facendo una di quelle imbarazzantissime confessioni da blog che mai e poi mai si farebbero con qualcuno incontrato per la strada — se qualcuno di voi m’incontra per la strada, se ha proprio tanta voglia di rompersi i minchioni, può anche fermarmi e chiedermi di ripetergli tutto questo da capo a fondo. Magari non con le esatte parole, ma gli ripeterei il concetto esattamente per com’è esposto qui, nella sua succhiosa essenza. Stato soporoso, meschino, squallido, che suppongo essudi dalle mie affermazioni, per scritto e in voce, per qualunque siasi formulazione io voglia optare. Sono spompato, mi rassembro a uno stronzo molle: questa è una formulazione più densa e altrettanto veritiera, dal punto di vista euristico esattamente equipollente. E’ questo uno dei rari casi in cui forma e contenuto, volendo, possono anche essere distinti, ma comunque è inutile, perché anche distinti sono esattamente sovrapponibili.

Oggi, però, è una bella giornata.

217. Ah…

12 Nov

… e vaffanculo a Mario Bianco, naturalmente.

201. E’ quello che mi chiedo anch’io.

23 Set

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile?

Roberto Saviano, Lettera alla mia terra, 22/09/08

196. Il Corvo.

7 Ago

L’altro giorno leggiucchiavo alcuni albi (4, del ’94, l’ed. italiana) de Il Corvo, il fumetto (1988-’89) di James O’Barr da cui poi i quattro film dark-fantasy (1994, 1996, 2000, 2005). Una cosa straconsolatoria: uno zombie, Eric Draven, si vendica di una banda di tossici che ha fatto fuori, a freddo e per puro divertimento, lui e la moglie Shelly, in pieno idillio neomatrimoniale. Una cosa borghese, insomma, nella quale la fonte del compiacimento è nel “valido” pretesto fornito al vendicatore per l’adozione di pratiche sadistiche e di uno spiccato travestitismo: molto Tom of Finland le scene, abbastanza frequenti, di bettole e osterie da bassifondi, con molti culi scolpiti inguainati nel cuojo, stivali, anfibj, scialo di bistri e rossetti. Noto anche una nota fortemente regressiva nella concezione dei volti, tutti con occhj grandissimi, come ce li hanno i cuccioli e i bambini. L’aspetto regressivo specifico, centrale, è quello della reversibilità — prima di tutto nella scelta della figura dello zombie, che poi è una sorta di joker e vampiro “asciutto”, un ritornante, che simbolicamente serve a lenire l’amarezza dell’essere “morti dentro” tramite la prospettiva del tutto fantastica di un’acquisita onnipotenza. Il Corvo ninna le coscienze — con le sue straccionissime atmosfere dark anche quelle dei più spostati — con la favola che sia sempre possibile riparare il torto, anche il più estremo, con la possibilità di ricorso al soprannaturale per rimediare il dolore della perdita, o la perdita tout court. Tutto questo è arcinoto.

Se, tuttavia, la funzione simbolica di queste scritture e storie è ingenua e fallosa, il vantaggio che hanno su rappresentazioni più mature, o semplicemente ciniche, rinunciatarie, sfiduciate, superficiali in ogni altro senso, è proprio nel loro sorgere da un più serrato, immediato confronto col dolore, nella più positiva speranza di una forma di salvezza — cioè in un bruciante, immediato ma coerente, durevole, bruto desiderio della stessa –, nonché nella consapevolezza profonda di averne pieno diritto. Il modello remoto è quel miracolo che ha titolo Il conte di Montecristo, l’unica novità del genere e il vero capolavoro, dove effettivamente è rappresentata, con un’ironia che i più remoti e inconsapevoli discendenti di Dumas père non hanno poi mai avuto, una cristologia antifrastica, che nel nome della giustizia per gli oppressi scivola facilmente e come automaticamente in un giustizialismo abbondantemente pagano, rivoluzionario. Rodolfo di Gérolstein era ancòra intermediario, e quindi garante di un ordine costituito talora disfunzionante (lui era lì a mettere una toppa, diciamo, di tanto in tanto); Edmond Dantès è assolutamente autogestito, e la sua carriera di vendicatore coincide con il suo percorso di miglioramento di sé — commutativamente, il miglioramento di sé è un riscatto sociale, ossia una vendetta. Non tutto quello che stava nei presupposti illustri del grande filone è pervenuto ad epoche più recenti.

Ma non è nel progetto ultimo di queste scritture che dev’essere cercato il loro valore — perché se hanno attrattive, allora hanno valore –, quanto nell’inesausta sete di giustizia, nella vigorosa consapevolezza del diritto alla vita e alla felicità. Se dunque il presupposto è increscioso e miserevole, e la conclusione, o pseudo-soluzione, è miserevole due volte, è il durante, il suo dipanarsi configurandosi come ostinata, non vinta reticenza alla dissoluzione degli astj e dei rancori nell’obbligatoria quiete, metodica e punteggiata di segnali rassicuranti, a cui sono finalizzate le leggi della convivenza, che si propongono insieme come inibitorie ma anche come lenitive, che dev’essere scovato il pregio di questa narrativa. In fondo, in qualunque narrazione il presupposto e la finalità sono secondarie rispetto allo svolgimento. In questo caso la “parte centrale”, nei due sensi, comunque sia inquadrata, consiste nella rappresentazione del rancore e della brama di liberazione; in forme ipertrofiche, iperespressive e violente rancore e brama di liberazione diventano mera pornografia: e la pornografia, si sa, è istruttiva. Diventano concepibili, acquisiscono una liceità. In questo è la loro funzione; e il loro forte richiamo, nonostante il tratto squallido, il cattivo gusto, l’implausibilità — proprio grazie all’incresciosa, volgarissima scopertura delle intenzioni sottese (e neanche tanto sott-).

194. Lezioni di satira.

10 Lug

No Cav Day. Sabina Guzzanti #1parte
 
 

 

 

 

 

No Cav Day. Sabina Guzzanti #2parte

Quando Sabina Guzzanti fu trombata, nel ’03, lei col suo Raiot, ricordo che si ripeterono le solite snervanti discussioni su che cosa sia la satira, se essa sia lecita, e in quale forma. Nessuno si rifece, men che meno, ovviamente, quelli che erano stati berteggiati dalla stessa Guzzanti, ai classici; nessuno si diede la pena e la briga di scovare il senso della satira — qualcuno forse ne scovò la definizione sul Devoto-Oli, ma la definizione e il senso sono due cose diverse, e per capire il senso la definizione non basta e non serve.

L’ultima volta che la Guzzanti, col suo fare timido, il suo eloquio insieme puntuale e disordinato, comunicativo e tongue-tied, ha colpito è stato al No Cav Day di Roma, dell’8 luglio appena scorso. Il bersaglio era innanzitutto la prostituta ministra Mara Carfagna (a cui si devono peraltro recenti, fetenti dichiarazioni in materia di diritti gay), che si sarebbe sentita insultata dai franchi riferimenti a quello che lei stessa, la ministra scrofa, ha detto in materia di ciucciamento di cazzi durante una telefonata. La stessa ministra bocchinara ha stabilito di sporgere denuncia contro la Guzzanti. Persino Paolo Guzzanti, padre di Sabina e forzista, è stato circondato dalla disapprovazione dei suoi, mentre la ciucciona ministra riceveva penosi attestati di solidarietà da molte donne che non hanno mai capìto un cazzo, né a destra né a sinistra.

Il blog della Guzzanti è stato oscurato, pare da jeri, e io non riesco ad entrarci.

Sembra pacifico (lo ha detto anche Guzzanti il padre, intervista sulla Stampa di oggi) che ciò si debba a un provvedimento volto a placare l’animo esacerbato dalla ministra bagasciona. Quasi non posso crederci. Spero che alla prossima pompa la Carfagna si strozzi.

Dicevo, comunque, i classici. A me la definizione che più piace, anche perché è la più chiara e netta che abbia mai incontrato, oltreché di fonte autorevole (classica, appunto), è quella che segue:

[Sulla satira in generale].

Dicono che la satira deve mordere i vizi e non le persone: e questo a me pare falso. Che cosa sono i vizi senza l’uomo? Non altro che un’astrazione, la quale può esser cosa da moralista, non da artista. La Satira attacca il vizio nella persona, nel particolare che è un’eccezione ed un’opposizione al generale; il generale non è da Satira, perché non è vizio. La Satira antica, rappresentativa fra i Greci e discorsiva fra i Romani, fu sempre personale, e però fu artistica, diversa da quella moderna che pare piuttosto un sermone o una predica. Aristofane, Luciano, Orazio, Giovenale non istanno su i generali, quindi non declamano, ma feriscono l’uomo tristo senza riguardi: e Dante non teme dire i nomi dei re, dei papi e di tutti i malvagi grandi e piccoli che egli giudica e condanna. Le Satire di acqua e latte non fanno risentire nessuno, non giovano all’umanità, non sono opere d’arte quantunque siano rifiorite di eleganze

Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana dettate nell’Università di Napoli [1866-’72], Sedicesima edizione stereotipa. Cav. Antonio Morano Editore, Napoli 1894; p. 343.

[Mi piace anche aggiungere quello che si dice a proposito di “Quinto Settano”, cioè mons. Ludovico Sergardi, 1660-1726, che non riguarda il presente discorso direttamente ma serve ad approfondirlo:

Le migliori satire di questo tempo [sta parlando del Seicento] sono quelle di Q: Settano, ossia di monsignor Lodovico Sergardi sanese, scritte in latino, e da lui stesso voltate in italiano […]. [Contro] Gian Vincenzo Gravina … il poeta avventa le ingiurie più sanguinose, e gliele dice in bella lingua e bei versi; e ne dice anche al Guidi, e agli altri eunuchi poeti d’Arcadia. Avete un bel dire che Settano non doveva pigliarsela con un uomo come il Gravina […] Settano si fa leggere, Settano è un artista […]. L’artista non è uomo da sermone, non gli potete dire il non si può, perché egli può ogni cosa. Dopo di aver letto quelle Satire io ho detto tra me: Hoc more vivitur Romae. Monsignor Sergardi vi ritrae dal vivo quel mondo di abati che si ciurmavano fra loro, e cercavano di ciurmare anche i posteri. Noi ci scandalezziamo di quelle satire perché siamo ancora vigliacchi, ed abbiamo paura di chi dice il vero (Pp. 346-347)].

191. bem bero e bera sono tre cretini?

4 Lug

Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2008-07-04

Riassumere: 7 Giorni 30 Giorni Trimestre Anno Dall’inizio

Oggi

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187. New Post.

26 Giu

So che è passato un sacconaccio di tempo dall’ultima volta che ho scritto qualcosa, ma non è che non mi sia impegnato. Anzi,per fare le cose in maniera un po’ insolita ho pensato bene di preparare il nuovo post a parte, e poi postarlo. Solo che così, prima di postarlo, ho pensato bene di rileggerlo. A quel punto ho pensato bene di correggerlo. A quel punto ho pensato bene di ampliarlo. Mi è venuto un po’ lunghetto. Quando è finito lo posto, chiaramente, solo che sono in alto mare e non so quanto ci metterò.

Nel frattempo posterò una cazzata una tantum, in modo da far vedere che ci sono e che ho ancòra qualcosa da dire, invece di andar sempre a far cancan nei blog degli altri. (Non è vero niente, va da sé, ma, se davvero mi fosse rimasto ancòra qualcosa da fare, avrei fatto veramente qualcosa, mica avrei aperto un blog).

184. j

29 Mag

Qui pensieri oziosi, che nel frattempo ho linkato benché non me l’abbia mai esplicitamente ottriato, mi riprende per via del mio vizio di terminare i plurali dei sostantivi e degli aggettivi (ma anche dei verbi il cui tema esca in i-) in -io con una j. La questione è stata affrontata sul blog di alcor, ma io non credo che, dato che lì di norma si discutono cose di maggior momento, interessi a tutti: non voglio intrudere, non voglio invadere; ergo mi ritiro qui, in buon ordine, e in buon ordine, e con la solita, asfissiante prolissità, affronto la questione.

Faccio presente che utilizzo la j o i lunga, scrivendo a mano, solo per rappresentare la i intervocalica, quella, cioè, che trovandosi tra due vocali fa le veci di una consonante, e di fatto è: guajo, noja, appajo, macellajo, trojajo. Mentre per rappresentare l’uscita con doppia i, -ii, dei sostantivi e degli aggettivi in -io dove tuttavia la -i- non è tonica (nel qual caso scrivo per esteso -ii, come p. es. zii, pii, spicinii, tramestii, &c.), mi riferisco sempre a quando scrivo a mano o con un piccì, uso il circonflesso. Questo perché non mi piace utilizzare lo stesso segno per due fenomeni differenti: dato che il segno deve servirmi a rappresentare con la massima esattezza un fenomeno specifico, e non più fenomeni disparati.

Solo che, servendomi delle postazioni pubbliche per scrivere sul blog, non posso ricorrere a nessun circonflesso, essendo i comandi diversi da quelli a cui sono abituato e non essendo contemplate funzioni che invece sul mio piccì avevo. Sicché, anche per non aver voglia di andare a vedere esattamente come si fa, per sveltezza ricorro alla -j anche per designare la doppia i d’uscita nei plurali dei sostantivi e degli aggettivi in -io: macellaj, prestinaj, vecchj, straccj, presagj, e, ciò che pensieri oziosi mi ha rimproverato, figlj. Non tutte le parole che escono in -io, mi fa presente, possono uscire in -j. Ad occhio e croce potrei anche non essere in disaccordo (c’è ancòra qualcuno che aspetta la mia caduta?), solo che mi si dovrebbe dimostrarlo, in primis; secundum, precisare la norma che regola il fenomeno, e, a rischio di apparire intollerante e suscettibile, ciò che — mi dispiace — non sono, mi corre l’obbligo di far notare che pensieri oziosi non ha fatto nulla del genere. Mi ha detto che figlj è sbagliato, e che — come si legge nel suo commento — “basta leggere la letteratura italiana”. Riportando due esempj (appunto), uno dell’Alfieri e l’altro del Manzoni, da cui si evince quello che già sapevo: cioè che, almeno di norma, “figlj” non si trova: si trova solo “figli”. Per esempio, quasi nessuno, scommetto, ha scritto mai “vecchj”, o “ginocchj”, od “occhj”, o “maschj”: eppure io lo faccio!

Pensieri oziosi dice che dovrei studiare le forme grammaticali desuete. Lo studio, nella sua opinione, dovrebbe consistere (non so esattamente, suppongo che lei studj così) nell’andare a raccogliere quello che le autorità hanno lasciato, senza nulla domandarsi dei principj da cui muovono, o quello che hanno semplicemente assorbito da una prassi dell’epoca senza entrare nel merito e nello specifico.

Non discuto il principio di autorità. Le autorità (dico le auctoritates) ci sono, e hanno peso e momento, ed è necessario richiamarsi ad esse quando sussistono dubbj. Solo che le autorità fanno autorità sulla base di fatti precisi, incontestabili & oggettivi. Investigare se, e se sì quante volte, l’Alfieri il Manzoni il Leopardi hanno usato la j e in che funzione significa compulsare le loro opere per una questione decisamente secondaria. Non mi risulta, e sfido però chiunque a dimostrarmi il contrario, che la questione della j sia stata centrale nella poetica di questi scrittori.

Sicché non ho forse torto io quando dico che in tutti questi scrittori la j, reminiscenza di un’educazione ancora radicata nella tarda stagione settecentesca, si trova, molto semplicemente, perché era nell’uso — magari per andar via via tralasciandola a mano a mano che appariva, altrettanto semplicemente, inutile. La j non appartiene all’alfabeto italiano, s’è cominciata ad usare per influenza soprattutto della Spagna; qui, impiegata per rappresentare un suono diverso, ha tirato a campare per un secolo abbondante, dopodiché ha cominciato a sparire — ha anche trovato severi oppositori, in taluni puristi; ma l’ultimo autore ad impiegarla, ma solo in funzione intervocalica, è Pirandello. L’uso culto dei nostri (?) giorni prevede l’utilizzo della i circonflessata.

L’Alfieri, il Manzoni, il Leopardi, il Foscolo e chi per essi possono fare autorità in questo specifico e delimitatissimo senso solo se si dimostra che utilizzarono la j in modo rigoroso. Be’, quello che io ho trovato sfogliando qualche edizione critica e qualche concordanza non è affatto confortante in questo senso; come dimostrano più e più luoghi, neanche uno scrittore scultoreo, come l’Alfieri, particolarmente motivato a rilevare graficamente la singola parola nel suo aspetto fonetico, utilizza la j — e doppia e intervocalica — in modo regolare, benché ci si avvicini parecchio. Meno rigoroso ancòra sembra il Manzoni. (Il Leopardi, poi, mi fa un regaluccio facendomi trovare, bell’e impacchettato, un figlj sano sano, ma si sa che tra vecchj gobbonaccj ci s’intende sempre). Quello che sospetto è che fosse invalso servirsi dell’uscita in -j solo in determinate circostanze, senza chiedersi, in fondo, se lo stesso criterio potesse essere applicato ad una quantità di altri casi. Ma anche questo sarebbe tutto da dimostrare, chiaramente.

*********************************************

Finisco il discorso, come dicevo sotto nei commenti.

Purtroppo mi dovevo portare dietro il Grandgent, un manualetto Hoepli d’Introduzione al latino volgare, vecchissimo ma molto bello; né quello di Cesare Battisti (Bari 1949) né quello del Vaananen, che fa autorità in questi giorni (Bologna 1982, 2003…), mi sembrano altrettanto belli e consultabili. Di fatto, a p. 125 si diceva quello che alla breve riferisce anche Battisti come “normale riduzione di -ii ad -i [lungo]”, con cfr. a Bonnet 334, che non ho in mano. Benissimo ha fatto Mario Bianco a ricordare i fili delle pute — io ricordavo filii, ma non ha importanza, la riduzione è un fenomeno ovvio. Noi stessi, parlando, non diciamo stadii, studii, &c. Quello che premeva rilevare è che in àmbito di espressione dotta, vale a dire dove la lingua, scritta, è utilizzata in prospettiva e con consapevolezza storica (una condizione sempre in divenire, è ovvio, anzi conativa, auspicata), sono moneta corrente gli atteggiamenti conservativi, e anche i ripescaggj.

Secondo quanto riporta il Grandgent, l’oscillazione nella riduzione è propria già del latino volgare: ministerii diventa ministeri, consilii diventa consili, &c., però i grammatici (forse Appiano? Ma domani riporterò il par.) continuarono per parecchio a raccomandare una grafia classica dei nomi, Claudii in luogo di Claudi, &c.; la stessa conservazione, però senza interposta autorità di grammatico, si nota in altri nomi, per cui Parisiis porta a Parigi (proprio perché la pronuncia della doppia i porta a una sorta di torsione, per cui si tende a pronunciare qualcosa che assomiglia vagamente a un Paris[w]is), Dionysii a Dionigi, &c.

Il Migliorini (Firenze 1960) dice che queste oscillazioni continuano per tutto il tempo in cui la j, sia in funzione intervocalica che alla finale per compendio di ii, fu impiegata:

“Nell’alfabeto tradizionale è incerto l’uso di j, sia all’iniziale e all’interno della parola per esprimere l’i semiconsonantico, sia alla finale, come compendio di ii: forse quelli che l’adoperano, specialmente alla finale, predominano di poco sugli altri. Il Leopardi, che negli scritti giovanili adoperava j, più tardi l’abbandona risolutamente (nelle istruzioni al Brighenti, lettera 5 dic. 1823, per la stampa delle canzoni prescrive: “Non si usino j lunghi né minuscoli né maiuscoli, in nessun luogo né dell’italiano né de’ passi latini”); tuttavia quando l’editore Stella gli domanda un articolo “per bandire… dalle buone scritture quel barbaro j”, risponde che egli condanna “quella lettera come inutile, ma che veramente non le manca l’autorità e l’antichità” (lettera 9 febbr. 1827). | Il Manzoni oscillò molto nell’uso dell’j, e nelle stampe giovanili troviamo il segno, mentre in quelle più tarde esso non appare più; ma nei manoscritti autografi esso persiste anche in anni assai tardi. Avversi alla j si dichiarano il Puoti, il Gioberti, il Carena, favorevoli il Peyron e il Lambruschini.”. B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1960, pp. 622-623.

[Il Puoti, il più grande dei puristi, il maestro del De Sanctis e del Settembrini, non voleva la j perché in latino e nell’italiano aureo non esisteva. In più perché era arrivato a noi dalla Spagna, e lui ce l’aveva coi Borboni].

Il più antico degli scrittori considerati è l’Alfieri, il quale, come autore settecentesco, è ovviamente il più continuativo e rigoroso nell’uso dell’j. Se ne serve sia come segno intervocalico sia come compendio di -ii; non avendo concordanze dell’Alfieri qui, ho considerato quello che trovavo nel Saul, dove come j intervocalico trovo catervatim “gioja”, un “muoja”, &c.; per quanto riguarda lo j-compendio trovo i seguenti esempj:

… i molli / Tappeti assirj, ispidi dumi al fianco… (nota il cultismo, per cui “assir-i-o” è preferito ad “assiro”)

più che i proprj tuoi figli. Ah! padre, lascia…

del genitor gli involontarj errori

le angosce, i dubbj, il palpitar mio lungo

Dove gli spregj, e l’insultar, che al giusto

infra i domestich’ozj? Il pro’ Saulle

cui da Dio tenne, — ad annullar degli empj, / che in falsi tempj — han simulacri rei

sacerdoti crudeli, empj, assetati

il vuoto seggio: infra i levitichi ozj

… e tuttavia, proprio in fine (ed è un verso stupendo e pieno di abbandono):

la luna cade, e gli ultimi suoi raggi.

Il Manzoni, di cui non ho trovato edd. critiche del capolavoro a scaffale, noto che oscillava non solo nel senso in cui oscillò il Leopardi, ossia perché utilizzava la j negli anni giovanili e poi l’andò via via abbandonando, ma perché talvolta si ricorda di usarla, e talvolta no. Nelle Concordanze degli Inni sacri di A. Manzoni per cura dell’Acc. della Crusca, Firenze 1967, trovo poche parole (5) con uscita -ii, segnalate contraddittoriamente: cerchj, pallj, presagi, tripudj, varii.

(Un attimo).

************************************

(Concludo).

Mi limito a dire che le concordanze cruscanti sono condotte sulla stampa 1815 del Manzoni, e il criterio di trascrizione è del tutto conservativo (sono anche fotoriprodotte alcune pagine, un j almeno, ricordo, vi s’incontra).

Per quanto riguarda il Leopardi, che come si vede dal secondo stralcio di lettera, 9 febbr. 1827, riteneva che non mancasse alla j né autorità né antichità, mentre a rigor di termini le mancano entrambe, essendo nell’uso solo dalla seconda metà del ‘500 (solo come compendio di -ii, non come intervocalica; il Trissino proponeva la j in nesso con l, a sostituzione di gl, quindi per scrivere consiljo, filjo, &c.), quindi dall’alba della decadenza, ed essendo prodotto sostanzialmente d’importazione per cui poi s’è trovato un uso ctonio.

Traggo alcuni piccoli riscontri dalle opere puerili e giovanili del Leopardi dalle concordanze per cura di Gius. Savoca e Nunziata Saccà, Concordanza dei versi puerili e delle poesie varie di Giacomo Leopardi. Concordanze, lista di frequenza, indici, Olschki, Firenze MMVII:

DUBBIO: ampie pareti appese i dubbj eventi; le sanguinose pugne, e i dubbij eventi; ricuopra un doppio velo i dubbi miei, &c.

FIGLIO: o Marte, vieni tu, se a’ figli tuoi; dei vincitori i figli; i figlj ed i penati; &c.

EMPIO, CONSIGLIO: dannò apporto con gli empj suo[‘] consiglj; fuggir gli empi ribelli, e sotto a’ colpi.

Gli esempj con le j sono rilevati nelle opere più antiche; procedendo, le j tendono a scomparire, magari con qualche piccola oscillazione, per essere totalmente e consapevolmente (come si vede dagli esempj tratti dal Migliorini) escluse dai Canti. Quello che mi preme notare è che il Leopardi dimostra una notevole coerenza, nel presunto errore, affibbiando un’uscita in -ii (compendiabile in -j) anche a consiglj, che è del tutto analogo a figlj.

In sintesi, credo di poter dire che si tendeva, e non sempre e tutt’altro che rigorosamente, a rilevare l’uscita -ii con -j o con -ij, o con i circonflessato non in tutti i casi che a rigoril’avrebbero richiesto, ma preferibilmente nel caso di parole attinenti a registri alti: dato che fuori dalla Toscana, o da un certo numero di città della Toscana, l’uscita in -ii non si pronuncia, è decoroso ed elegante rilevare l’uscita -ii di presagj (quando pure se ne ricordano, e il Manzoni no), empj, tempj (plur. di tempio), e per analogia anche esempj, &c., ma di fronte a varii, per esempio, la grafia è varii, non c’è j; né ci si fa scrupolo di lasciare i vecchj, i maschj &c. privi della loro artistica appendice: per il semplice fatto che parlando quasi certamente né l’Alfieri né il Manzoni né il Leopardi la pronunciavano; laddove si tratta di Claudj, di Fabj, di Furj Camilli, e di presagj, di sacrificj, di tripudj, pensavano al latino, e non alla pronuncia toscana, e mettevano la doppia -i compendiata con un -j o per esteso, -ii.

L’unico che si sia preoccupato, e se ha fatto marcia indietro non è stato per questo o per quel caso, ma per l’uso in sé e in generale della -j intervocalica e d’-ii in compendio, di verificare se questa grafia fosse applicabile anche ad altri casi morfologicamente del tutto analoghi, cioè ad interrogarsi sul principio e non ad assumere passivamente un uso, è stato il Leopardi. Il quale, s’è visto, ha anche scritto figlj e consiglj. Le grammatiche storiche dicono che parole in -cio e -gio con i atona hanno l’uscita, teoricamente, in -ii; quelle in -glio no, perché la -i-, lì, sta solo a indicare che si deve pronunciare consiljo, filjo, e non consighlo, fighlo e altro. Io ci credo anche, però in latino l’uscita era pur sempre -ilius, o -ilium. Poi, naturalmente, ci sono casi, come dire?, accessorj (mi sa che ci torno sù, mi sa), per esempio versi sdruccioli in cui parole teoricamente non sdrucciole sono lette sdrucciolamente: anche fì-gli-o, consì-gli-o, &c. (Sulla relativa correttezza di questo procedimento ricordo una paginetta della Frusta letteraria). In questo caso la lettura figlj, cioè fì-gli-i, non parrebbe così stravagante.

******************

[Giunta di ven. 6. giugno 2014.: ho corretto, rileggendo velocemente, qualche refuso. Volevo avvertire che nel frattempo, con sempre maggior coerenza a partire da una mia versione italiana della <i>Summa</i> di Antonio da Tempo (opera di qualche anno fa), mi sono deciso a scrivere regolarmente <i>esempli</i> – analogamente al caso di ampio/ampli, tempio/templi, &c. . In questa paginetta ricorrono parecchj “esempj”, di cui m’è pertanto forza scusarmi].

181. Blogroll.

12 Mag

Sono finalmente riuscito a mettere in chiaro il blogroll — non saprò mai se fosse disfunzione di wordpress o mia deficienza, anche se nutro i soliti immancabili pesantissimi sospetti a mio carico. A questo proposito, qualcuno dei linkati potrebbe rimanere un filo perplesso vedendosi compreso tra i blog segnalati, e ne avrebbe tutte le ragioni del mondo: il fatto è che non leggo molti blog, all’infuori dei cinque-sei soliti, e però mi andava di allungare la lista: sicché ho semplicemente incluso tutti quelli che sono passati da qui, anche quelli con cui ho litigato, dai quali mi sono fatto delinkare e/o mi sono mandato sonoramente a questo e quel paese.

Dedico un post a questa corbelleria integrale per il semplice fatto che a quest’ora antelucana per me è più facile connettermi che connettere.

170. Nick ancestrale.

24 Dic

E’ una cosa che ho trovato sul blog del marinajo. Ignoro chi sia il prof. Pinetti, ma il responso mi pare assolutamente calzante:

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dic

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d’accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

168. Hotmail.

22 Dic

Oggi è l’ultimo giorno utile per spedire qualche mail, dopodiché il diluvio.

Purtroppo, però, quando tento di accedere, mi si dice che è impossibile accedere “da questo sito” perché non è dei tre siti da cui si può accedere.

Forse c’è un guasto, forse è colpa del tecnico [?] pirla che hanno qui alla Nazionale.

Spero solo che prima o dopo la mia casella di posta sia accessibile, e che nulla sia perduto.

Riprovo più tardi.

160. L’assassino di www.marcomancassola.com

3 Dic

E’ questo signore qui (è turco).

142. Revisione.

28 Set

Ho fatto una revisione. Mi hanno messo in mano un testo tutto sgarrato, di centotrenta cartelle circa, non ci si capiva pressoché niente. Allora l’ho tagliuzzato, ho preso un pezzo qui e l’ho messo lì, e così via, finché tutti i pezzi erano sistemati secondo una specie di ordine, parte logico, parte cronologico, parte tematico. Quando c’era un buco tra i pezzi ho inventato una stronzata, e ce l’ho appiccicata dentro. Ho corretto i secoli, l’autrice conta i secoli dopo cristo come quelli prima di cristo, però al contrario, sicché l’ottocento diventava il settecento, il novecento ottocento, e così via. Ci ho messo un mese, quando ho cominciato era molto commovente, perché accarezzavo in segreto il pensiero di trasformare la cosa più sbilenca che avessi mai letto in un capolavoro — ma mi è passata quasi sùbito, questo devo dirlo. Poi ho dato la revisione all’autrice, che l’ha riletto, e ha detto che adesso si vede la struttura, è un bene, ma preferisce i buchi alle cazzate, e ha levato le cazzate, così adesso è dignitoso, anche se è tutto sforacchiato. Riconsiderandolo così com’è adesso, tutto sommato era meglio prima. Perché era una cosa miseranda, ma era così confusa che si capiva sì e no. Adesso è abbastanza chiara da capire che è proprio immondezza. “Ci lavoro da tanti anni”, mi ha confessato l’autrice con gravità. E’ un testo che ha avuto l’onore di essere respinto da commissioni, rifiutato da editori, contestato da professori. Non è mai piaciuto a nessuno, e a ragione, ma è proprio questo che impone rispetto.

Voltandomi indietro, mi rendo conto che per tutto questo mese non ho fatto nient’altro. Solo questa revisione.

Mi sento tanto coglione.

129. «Sei là? credea che te ne fossi andato… Hah-ha! Quanta poesia…»

21 Giu

(Citazione d’obbligo, dai Pagliacci di colui di cui il Sommo Water disse: “morì soffocato dall’adipe melodico”. Consiglio una Clara Petrella [Del Monaco, Protti, Erede dir.] d’annata, Decca 1952).

Non solo non riesco a metterlo negl’indesiderati. Non solo non ho il diritto di fare a meno dei suoi appelli per salvare piccole stronzette rapite dal babau di turno. Adesso mi tocca sorbirlo anche nella versione che segue:

 ____________________________________________

 

Da:  Cristiano Sias <info@cristianosias.it>
Inviato:  mercoledì 20 giugno 2007 15.53.22
A:  <“Undisclosed-Recipient:, “@smtp.welcomeitalia.it>
Oggetto:  News occasionale: segnalazione opportunità – guadagnare seriamente su Internet?
 
Messaggio precedente | Messaggio successivo | Elimina | Posta in arrivo
 

Ciao a tutti,

 

a parte fatti gravi o segnalazioni di bufale su Internet,  molto raramente faccio anche questo tipo di segnalazioni, anzi in questo caso è proprio la prima volta. Diversamente dalle solite assillanti Ptr (i famosi siti di guadagni su internet), sembrerebbe stavolta un’opportunità seria, quindi valida per noi pigri internauti, per guadagnare qualcosa sul serio e senza fatica.

Chi infatti non naviga almeno 5 ore al mese?

Insomma, la sto provando e mi sembra valida. Per questo motivo voglio rendervi partecipi.

Si tratta di  una nuova società, nota a livello mondiale. Si chiama “Agloco”. Dopo mesi di anticipazioni sta entrando in funzione in questi giorni. Le iscrizioni sono già aperte!
E’ noto che fra tutte le opportunità che ci sono nel web, i primi sono sempre coloro che guadagnano piu di tutti.  Perciò chi fosse interessato deve sbrigarsi.

Spiego brevemente e in modo semplice di che si tratta:E’ una piccola toolbar, tipo quella di Google per intenderci.
Ecco, bisogna avere questa toolbar aperta sul pc, per almeno un ora fino ad un massimo di 5 ore al mese mentre navigate su internet, poi la si può tranquillamente chiudere. Se la si tiene aperta di più verranno conteggiati i guadagni di 5 ore e basta.
Il software è ancora in fase di testing, ma sul sito è visibile, è piccola e assolutamente priva di spyware.
I guadagni sono alti in rapporto all’utilizzo, se la si tiene accesa per 5 ore al mese, si guadagna dai 5 ai 15$!
Ovvio che potete girare questa opportunità a tutti quelli che conoscete, parenti ed amici, cosi come io sto facendo con voi. Non state pagando nulla per avere questa occasione, quindi potete girarla anche ad altri, sempre gratuitamente.

 

 

E qui arriva probabilmente il bello:Intanto vi prendete i vostri guadagni mensili senza fare nessun tipo di sforzo e investimento. Potete dirlo ad amici e conoscenti, potete trasmetterlo tramite internet magari costruendo un semplice sito web (se avete bisogno di un web master potete contattarmi :-)). Il sito mette anche a disposizione la possibilità di crearsi un blog gratuito che  potrete pubblicizzare, ecc.
Per la riscossione vengono usati: un conto paypal (se non lo conoscete chiedete info a me), bonifico bancario, carta di credito, assegno.

 

Una volta che vi siete iscritti, chi mi ha informato di questa iniziativa mi ha anche detto che potrò chiedere a lui come poter ottenere elevati guadagni, sempre crescenti nel tempo.   Naturalmente spero di potervi supportare nello stesso modo.La toolbar è stata attivata proprio in questi giorni e la provo da ieri. Confermo che si tratta di una società seria che già operava con questo sistema, poi si è fermata per fare cambiamenti del software ed ora riparte. Su internet non esistono feedback negativi al riguardo.

 

Insomma, non la consiglierei se non fosse davvero interessante.

Molti usano l’eurobarre(info eurobarre), che non è incompatibile con Agloco. Si possono far crescere i propri guadagni mensili unendo le due soluzioni.
Preciso che Agloco non gira pubblicità, non contiene worm, non indaga sul vostro pc, ma è solo una toolbar.
Quindi è ancora più conveniente di eurobarre, perché dovete tenerla accesa solo 5 ore al mese per almeno 5$!
L’iscrizione naturalmente, come detto, è gratuita!

 

Ricordate di scaricare la toolbar subito dopo l’iscrizione . Agloco l’ha resa disponibile dal 4/6 in versione 1.0, ma prima ho voluto testarla per voi. Proprio da ieri la Viewbar 1.03 è ora disponibile e Agloco ha  precisato meglio il suo programma:

  1. rendere stabile la viewbar

  2. rendere stabile il sito www.agloco.com

  3. mettere a punto il sistema di rotazione delle pubblicità

  4. incrementare gli incassi della società

Al momento in cui vi scrivo, a 2 settimane dall’uscita della barra, i primi due punti sono stati risolti. Ora stanno lavorando al terzo punto. Infine dovranno lavorare al 4°, sicuramente quello che ci interessa di più.
Agloco ha precisato che gli iscritti guadagneranno dal bilancio positivo della comunità. Questo per dare un assetto stabile e di lungo termine alla società. Agloco sta sostenendo delle spese, non appena gli incassi copriranno queste spese e saranno superiori allora noi riceveremo dei soldi. Mi sembra il minimo, dato che non ci viene chiesto nulla. Aspettare è un ottimo prezzo da pagare. Per cui per i primi 2 (?) mesi sarà improbabile che ci siano dei pagamenti. Comunque possiamo accumulare già le ore che, al momento del primo pagamento, ci saranno ricompensate.

 

Quindi al primo pagamento saranno pagate le ore accumulate fino a quel momento.

 

Investimento GRATIS insomma, perché il web offre anche opportunità serie!
Come dico sempre:
“Provare non COSTA NULLA”. No?

 

Vi riporto le informazioni così come me le hanno inviate:

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Per iscriversi bisogna seguire queste semplici istruzioni

 

1) cliccare sul link sottostante 

http://www.agloco.com/r/BBDM4455

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” Confirm New Password”: ripetere la vostra nuova password
Andate avanti e l’iscrizione è terminata!Ora sieteUn Membro Di Agloco

Il vostro unico compito è quello di dirlo agli amici e conoscenti che usano internet, semplicemente per dare anche a loro questa opportunità, cosi come noi abbiamo fatto con voi.
Per Assistenza contattatemi.
Grazie per l’attenzione.

Team Agloco Italia


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Un’ultima cosa:

 

Una volta iscritti entrate nel vostro account, inserendo i vostri dati alla pagina https://www.agloco.com/c/portal/login . Come potete notare si tratta di un sito “securizzato” https.
In basso, sotto la tabella con i vostri dati su ore e numero di referrals, troverete il pulsante “Download Viewbar“. Cliccateci per poter scaricare la viewbar ed installarla. Al prompt cliccate su “esegui” e seguite le istruzioni*. Il pacchetto del download è di 2,17 Mb e la viewbar installata occupa poco più di 6 Mb. Naturalmente è compatibile sia per Int. Explorer sia per Firefox.Una volta installata la Viewbar, rimane ben poco da dire. Per guadagnare iniziate ad accumulare da subito le ore (per adesso max 5 ore al mese) lasciando attiva la viewbar mentre navigate ed eseguendo le ricerche dal campo che appare sulla destra della viewbar. Un consiglio per le ricerche: cercando qualcosa con la viewbar di agloco i risultati probabilmente saranno siti inglesi, allora andate sulle preferenze di google e impostate la lingua italiana, così d’ora in avanti i risultati delle vostre ricerche con la viewbar in google saranno in italiano.

 

 

Stavolta vi ho inviato una mail  un po’ lunga, diversa dalle solite, ma credo che siano stati 5 minuti spesi bene.

 

Un caro saluto a tutti

 

Cristiano Sias

ps: se non volete ricevere più e-mail dalla mia rubrica rispondetemi con oggetto “CANCELLAMI”

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Ma non si occupava di poesia?

Ma sarà legale una roba del genere?

123. Perché mi trovo ancora qui.

18 Mag

Oggi, dato che magari domani faccio il bravo e torno di nuovo a imbambolarmi davanti alla pagina bianca, faccio due posts due. Il fatto è che dovrei trovarmi in quella casa, a quest’ora, a tentare di scrivere, almeno in teoria. Poi, in pratica, jersera è successa una cosa: ossia il telefonino di una ragazza è stato preso e messo al piano di sopra, nella stanza di un altro. L’altro ha preso il telefonino e l’ha riportato all’una. Poi, l’una e l’altro mi hanno chiesto se per caso fossi stato io a portare il telefonino dell’una nella camera dell’altro. Ho detto sia all’altro che all’una che no, non ero stato io. Ma mi sono fatto spiegare altre due o tre volte la storia, ed è esattamente come l’ho riportata. Un furto non è. E’ uno scherzo. L’ho anche detto: Qualcuno è in vena di scherzi. Posso solo sperare che la vena gli si prosciughi. (Insieme con tutte le altre vene che ha in dotazione, ovviamente). Ma se non è tanto una questione circolatoria, cioè se invece che essere in vena di scherzi fosse di natura scherzosa, io che cosa dovrei aspettarmi? Che oggi, o domani, o dopodomani risucceda una cosa del genere? Dato che ho più di un motivo per sospettare (ultimo tra questi motivi il fatto che sono l’ultimo arrivato, quindi non mi si conosce — è l’ultimo dei motivi, ho detto) che qualunque cosa di poco chiaro o poco legale succeda nel futuro, chi ci andrà di mezzo sarà il sottoscritto, io che cosa dovrei fare? Per una volta ho dato retta al sesto senso, e ho deciso di trascorrere parte della giornata fuori. Ma mi rendo conto che è tutt’altro che una soluzione. In quella casa ci sono in tutto sette persone: quattro maschj (1 studente d’agraria, 1 ingegnere, 1 che fa pesistica e 1 straccione, cioè me) + due femmine (1 studente di scienze forestali [? si dirà così] e 1 francese); + un altro maschio, che è francese e dorme con le due donne.  Il francese mi guarda sempre storto e mi sta sul cazzo, quindi sospetto di lui. Anche se è quasi sicuro che non fosse in casa quando è avvenuto il trasferimento.

Non mi sento tanto appaurato, e nemmeno amareggiato — in realtà me ne fotto. Solo, vorrei avere più margine per prendere le mie precauzioni. Insomma, non si sa mai che cosa potrebbe succedere. Ci stavo pensando: non è così automatico passare qualche anno in strada, o in strutture per sociopatici (che, ricordiamo, nascono proprio per gli avanzi di galera, originariamente), e poi passare direttamente alla convivenza con della squallida gioventù borghese. Non so come prendere la cosa.

Peraltro non credo di poter passare tutta la giornata fuori, devo tornare prima perché devo fare almeno una lavatrice (sono rimasto senza calzini & mutande, dovrò pur cambiarmi). Ma ci ho tanta avversione.

115. L’Hoggidì secondo Tommaso Stigliani.

24 Apr

[…]

Troppo è casuale la piega dell’opinion popolare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S’assomiglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi, ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili e communi. Questi sì fatti pericoli se fussero stati ben considerati da coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il numero de’ versificatori italiani, come il veggiamo essere. Che per mia fé non è città d’Italia da cento anni in qua, non terra, non castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti, che tutto il dì scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali, e le stampano. Onde i libri son moltiplicati sì smisuratamente e sì fuor d’ogni termine, che solo a far catalogo de’ nomi non basterebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama de’ Lombardi non giunge in Toscana, e quella de’ Toscani non si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro delle proprie muraglie la nominanza de’ suoi poetucoli vani.

E lo stesso ch’avviene in Regno alla città madre, avviene alle città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sardigna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale, e che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti sono tanto incogniti che, non che l’uno non conosca l’altro, ma appena ciascuno conosce sé medesimo. A tal che tutto lo scrivere poetico d’Italia altro non viene ad essere ch’uno ampio abisso d’oblivione, ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che ‘l mondo s’è talmente stufo, talmente sazio, e talmente svogliato, che né meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta spesso lodar da chi ha giudicio, perché “stomaco turbato aborrisce il zucchero” e “cane scottato teme l’acqua fredda […]. Poiché quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete, non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe la testa nella pietra.

Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla? …

Tommaso Stigliani, Lettera al Signor Rodrigo **** “Esorta l’amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del Marinismo” [Di Matera, 4 marzo 1636]. Da: Giovan Battista Marino, Epistolario seguìto da lettere di altri scrittori del Seicento, vol. I, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini. Laterza, Bari 1912. Pp. 341-347.

108. Il cursus honorum di Giulio Mozzi.

17 Apr

E poi dicono che gli scrittori veri si offendono se rimangono appiedati dai bloggeurs più scalcagnati. Loro (gli scrittori veri), col loro cursus honorum.

Ma dove minchia ha fatto le elementari, Giulio Mozzi?

Scrive te lo dò io, coll’accento sulla o!

89. Che cos’è un romanzo.

2 Apr

Non so rispondere. Sicuramente so indicare dove ho trovato la definizione più bella, nel più ampio contesto della lezione che il legale Lessagne diede al giovane (ventiduenne, per la precisione) Dumas père:

Alexandre Dumas, Mes mémoires. Chapitre LXXIX.(1) 

[…]

– Ecoutez, mon cher enfant, ajouta Lassagne avec cette douceur admirable qu’il avait dans les yeux et dans la voix, et surtout avec cette bienveillance presque paternelle que je trouve encore en lui au bout de vingt-cinq ans, lorsque, par hasard, je le rencontre, et que, par bonheur, je l’embrasse – écoutez, vous voulez faire de la littérature ?
– Oh ! oui ! m’écriai-je.
– Pas si haut ! dit-il en riant ; vous savez bien que je vous ai dit de ne point parler de cela si haut… ici du moins. Eh bien, pour la littérature que vous comptez faire, ne prenez pas modèle sur la littérature de l’Empire ; c’est un conseil que je vous donne.
– Mais sur laquelle, alors ?
– Eh ! mon Dieu, je serais bien embarrassé de vous le dire ; certainement, nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent – Lamartine et Hugo sont des poètes ; je les mets donc à part ; ils n’ont pas fait de théâtre, et je ne sais pas s’ils en feront, quoique, s’ils en font jamais, je doute qu’ils réussissent…
– Pourquoi cela ?
– Parce que l’un est trop rêveur, et l’autre trop penseur. Ni l’un ni l’autre ne vit dans le monde réel, et le théâtre, voyez-vous, mon cher, c’est l’humanité. – Je disais donc que nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent ; mais souvenez-vous bien de ce que je vous dis : ce sont purement et simplement des hommes de transition, des anneaux qui soudent la chaîne du passé à la chaîne de l’avenir, des ponts qui conduisent de ce qui a été à ce qui sera.
– Qu’est-ce qui sera… ?
– Ah ! mon cher ami, vous m’en demandez là plus que je ne puis vous en dire. Le public lui-même n’a pas de direction arrêtée. Il sait déjà ce qu’il ne veut plus, mais il ne sait pas encore ce qu’il veut.
– En poésie, en drame ou en roman ?
– En drame et en roman… là, il y a tout à faire ; en poésie, Lamartine et Hugo répondent assez bien aux exigences du moment ; ne cherchons pas autre chose.
– Mais Casimir Delavigne ?
– Ah ! c’est différent : Casimir Delavigne est le poète des bourgeois ; il faut lui laisser sa clientèle, et ne pas lui faire concurrence.
– Alors en comédie, tragédie, drame, qui faut-il imiter ?
– D’abord, il ne faut jamais imiter ; il faut étudier ; l’homme qui suit un guide est obligé de marcher derrière. Voulez-vous marcher derrière ?
– Non.
– Alors, étudiez. Ne faites ni comédie, ni tragédie, ni drame ; prenez les passions, les événements, les caractères ; fondez tout cela au moule de votre imagination, et faites des statues d’airain de Corinthe.
– Qu’est-ce que c’est que cela, l’airain de Corinthe ?
– Vous ne savez pas ?
– Je ne sais rien.
– Vous êtes bien heureux !
– Pourquoi cela ?
– Parce que vous apprendrez tout par vous-même, alors ; parce que vous ne subirez d’autre niveau que celui de votre propre intelligence, d’autre règle que celle de votre propre éducation. – L’airain de Corinthe ?… avez-vous entendu dire que Mummius eût un jour brûlé Corinthe ?
– Oui ; je crois avoir traduit cela un jour quelque part, dans le De Viris.
– Vous avez dû voir, alors, qu’à l’ardeur de l’incendie, l’or, l’argent et l’airain avaient fondu, et coulaient à ruisseaux par les rues. Or, le mélange de ces trois métaux, les plus précieux de tous, fit un seul métal. Ce métal, on l’appela l’airain de Corinthe. Eh bien, celui qui fera, dans son génie, pour la comédie, la tragédie et le drame, ce que, sans le savoir, dans son ignorance, dans sa brutalité, dans sa barbarie, Mummius a fait pour l’or, l’argent et le bronze ; celui qui fondra à la flamme de l’inspiration, et qui fondra dans un seul moule Eschyle, Shakespeare et Molière, celui-là, mon cher ami, aura trouvé un airain aussi précieux que l’airain de Corinthe.
Je réfléchis un instant à ce que me disait Lassagne.
– C’est très beau, ce que vous me dites là, monsieur, répondis-je ; et, comme c’est beau, ce doit être vrai.
– Connaissez-vous Eschyle ?
– Non.
– Connaissez-vous Shakespeare ?
– Non.
– Connaissez-vous Molière ?
– A peine.
– Eh bien, lisez tout ce qu’ont écrit ces trois hommes ; quand vous les aurez lus, relisez-les ; quand vous les aurez relus, apprenez-les par coeur.
– Et alors ?
– Oh ! alors… vous passerez d’eux à ceux qui procèdent d’eux ; d’Eschyle à Sophocle, de Sophocle à Euripide, d’Euripide à Sénèque de Sénèque à Racine, de Racine à Voltaire, et de Voltaire à Chénier. Voilà pour la tragédie. Ainsi, vous assisterez à cette transformation d’une race d’aigles qui finit par des perroquets.
– Et de Shakespeare à qui passerai-je ?
– De Shakespeare à Schiller.
– Et de Schiller ?
– A personne.
– Mais Ducis ?
– Oh ! ne confondons pas Schiller avec Ducis : Schiller s’inspire, Ducis imite ; Schiller reste original, Ducis devient copiste, et mauvais copiste.
– Quant à Molière, maintenant ?
– Quant à Molière, si vous voulez étudier quelque chose qui en vaille la peine, au lieu de descendre, vous remonterez.
– De Molière à qui ?
– De Molière à Térence, de Térence à Plaute, de Plaute à Aristophane.
– Mais Corneille, vous l’oubliez, ce me semble ?
– Je ne l’oublie pas, je le mets à part.
– Pourquoi cela ?
– Parce que ce n’est ni un ancien Grec ni un vieux Romain.
– Qu’est-ce que c’est donc, que Corneille ?
– C’est un Cordouan, comme Lucain ; vous verrez, quand vous comparerez, que son vers a de grandes ressemblances avec celui de la Pharsale.
– Voudriez-vous me laisser écrire tout ce que vous me dites là ?
– Pour quoi faire ?
– Pour en faire la règle de mes études.
– C’est inutile, puisque vous m’avez là.
– Mais peut-être ne vous aurai-je pas toujours.
– Si vous ne m’avez pas, vous en aurez un autre.
– Cet autre ne sera peut-être pas aussi savant que vous ?
Lassagne haussa les épaules.
– Mon cher enfant, me dit-il, je ne sais que ce que tout le monde sait ; je ne vous dis que ce que le premier venu vous dira.
– Alors, je suis bien ignorant ! murmurai-je en laissant tomber ma tête dans mes mains.
– Le fait est que vous avez beaucoup à apprendre ; mais vous êtes jeune, vous apprendrez.
– Et en roman, dites-moi, qu’y a-t-il à faire ?
– Tout, comme au théâtre.
– Je croyais cependant que nous avions d’excellents romans.
– Qu’avez-vous lu en romans ?
– Ceux de Lesage, de madame Cottin et de Pigault-Lebrun.
– Quel effet vous ont-ils produit ?
– Les romans de Lesage m’ont amusé ; ceux de madame Cottin m’ont fait pleurer ; ceux de Pigault-Lebrun m’ont fait rire.
– Alors, vous n’avez lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper ?
– Je n’ai lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper.
– Eh bien, lisez-les.
– Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
– De l’airain de Corinthe, toujours ; seulement, il faudra tâcher d’y mettre un petit ingrédient qu’ils n’ont ni l’un ni l’autre.
– Lequel ?
– La passion… Goethe vous donnera la poésie ; Walter Scott l’étude des caractères ; Cooper la mystérieuse grandeur des prairies, des forêts et des océans ; mais, la passion, vous la chercherez inutilement chez eux.
– Ainsi, l’homme qui sera poète comme Goethe, qui sera observateur comme Walter Scott, descriptif comme Cooper, et passionné avec cela ?…
– Eh bien, cet homme-là sera à peu près complet.
– Quels sont les trois premiers ouvrages que je dois lire de ces trois maîtres ?
Wilhelm Meister, de Goethe ; Ivanhoé, de Walter Scott ; L’Espion, de Cooper.
– J’ai déjà lu, cette nuit, Jean Sbogar.
– Oh ! c’est autre chose.
– Qu’est-ce que c’est ?
– C’est le roman de genre. Mais ce n’est pas cela qu’attend la France.
– Et qu’attend-elle ?
– Elle attend le roman historique.
– Mais l’histoire de France est si ennuyeuse !
Lassagne leva la tête et me regarda.
– Hein ? fit-il.
– L’histoire de France est si ennuyeuse ! répétai-je.
– Comment savez-vous cela ?
Je rougis.
– On me l’a dit.
– Pauvre garçon ! on vous a dit !… Lisez d’abord, et ensuite vous aurez une opinion.
– Que faut-il lire ?
– Ah ! dame ! c’est tout un monde : Joinville, Froissart, Monstrelet, Chatelain, Juvénal des Ursins, Montluc, Saulx-Tavannes, l’Estoile, le cardinal de Retz, Saint-Simon, Villars, madame de La Fayette, Richelieu… Que sais-je, moi ?
– Et combien cela fait-il de volumes ?
– Deux ou trois cents, peut-être.
– Et vous les avez lus ?
– Certainement.
– Et il faut que je les lise ?
– Si vous voulez faire du roman, il faut non seulement que vous les lisiez, mais encore que vous les sachiez par coeur.
– Je vous déclare que vous m’épouvantez ! Mais j’en ai pour deux ou trois ans avant d’oser écrire un mot !
– Oh ! pour plus que cela, ou vous écrirez sans savoir.
– Mon Dieu ! mon Dieu ! que j’ai perdu de temps !…
– Il faut le rattraper.
– Vous m’aiderez, n’est-ce pas ?
– Et le bureau ?
– Oh ! je lirai la nuit, j’étudierai la nuit ; au bureau, je travaillerai, et, de temps en temps, nous causerons un peu…
– Oui, comme aujourd’hui ; seulement, nous avons causé beaucoup.
– Encore un mot. Vous m’avez dit ce qu’il fallait étudier comme théâtre ?
– Oui.
– Comme roman ?
– Oui.
– Comme histoire ?
– Oui.
– Eh bien, maintenant, en poésie, que dois-je étudier ?
– D’abord, qu’avez-vous lu ?
– Voltaire, Parny, Bertin, Demoustier, Legouvé, Colardeau.
– Bon ! oubliez tout cela.
– Vraiment ?
– Lisez, dans l’Antiquité, Homère ; chez les Romains, Virgile ; au Moyen Age, Dante. C’est de la moelle de lion que je vous donne là.
– Et chez les modernes ?
– Ronsard, Mathurin Régnier, Milton, Goethe, Uhland, Byron, Lamartine, Victor Hugo, et surtout un petit volume qui va paraître, publié par Latouche.
– Et que vous nommez ?
– André Chénier.
– Je l’ai lu…
– Vous avez lu Marie-Joseph… Ne confondons pas Marie-Joseph avec André.
– Mais, pour lire les auteurs étrangers, je ne sais ni le grec, ni l’anglais, ni l’allemand.
– Parbleu ! la belle affaire, vous apprendrez ces langues-là.
– Comment ?
– Je n’en sais rien. Mais retenez ceci : on apprend toujours ce que l’on veut apprendre…

(1) Copincollato da qui: http://dumaspere.com/pages/biblio/chapitre.php?lid=m3&cid=79

Per chi avesse difficoltà, un mio aborto di traduzione:

— Ascoltate, figliolo mio, — soggiunse Lassagne con la meravigliosa dolcezza che aveva negli occhi e nella voce, e soprattutto con quella benevolenza quasi paterna che ancora trovo in lui in capo a venticinqu’anni, quando mi càpita di reincontrarlo e, con gioja, l’abbraccio — ascoltate, volete fare della letteratura?

— Oh sì! — esclamai.

— Abbassate la voce! — mi disse ridendo. — Sapete bene che vi ho detto di non parlare ad alta voce di queste cose… Non qui, almeno. Ebbene, per quanto riguarda la letteratura che contate di fare, non prendete a modello la letteratura dell’Impero; è un consiglio che vi do.

— Ma su quale, allora?

— Eh, dio mio, per me è un bel grattacapo riuscire a dirvelo. Certo i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot hanno talento — Lamartine e Hugo sono poeti, quindi li metto da banda; non hanno fatto teatro, ancora, e non so se ne faranno, benché, se mai ne faranno, dubito che riescano a qualcosa…

— E perché?

— Perché l’uno è troppo sognatore, e l’altro troppo pensatore. Né l’uno né l’altro vive nel mondo reale, e il teatro, vedete, caro, è l’umanità. — Dicevo dunque che i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, hanno talento; ma ricordatevi bene di quello che vi dico: sono solo ed unicamente uomini di transizione, anelli che saldano la catena del passato alla catena dell’avvenire, ponti che conducono da quello che è stato a quello che sarà.

— E chi sarà…?

— Ah, caro amico, mi domandate più di quello che possa dirvi. Lo stesso pubblico non ha un orientamento prefissato. Sa già quello che non vuole più, ma non sa ancora quello che vuole adesso.

— Nella poesia, nel dramma o nel romanzo?

— Nel dramma e nel romanzo…. Lì c’è ancora tutto da fare; in poesia, Lamartine e Hugo soddisfano abbastanza bene alle esigenze del momento; non cerchiamo altro.

— Ma Casimir Delavigne?

— Ah, è un’altra cosa: Casimir Delavigne è il poeta dei borghesi; bisogna lasciargli la sua clientela e non fargli concorrenza.

— Ma allora chi bisogna imitare per la commedia, la tragedia, il dramma?

— Innanzitutto non si deve imitare mai: bisogna studiare; l’uomo che segue una guida è obbligato a marciare in retroguardia. Volete stare in retroguardia?

— No.

— Allora studiate. Non fate né commedia, né tragedia, né dramma; prendete le passioni, gli avvenimenti, i caratteri; fondete tutto questo nel crogiolo della vostra immaginazione, e fate delle statue in brnzo di Corinto.

— E che cos’è il bronzo di Corinto?

— Non lo sapete?

— Non so niente, io.

— Felice voi!

— E perché?

— Perché così dovrete imparare tutto per vostro conto; perché non subirete nessun altro inquadramento che quello della vostra propria intelligenza, nessun’altra regola che quella della vostra propria educazione. — Il bronzo di Corinto? Avete mai sentito raccontare che Mummio un giorno avrebbe bruciato Corinto?

— Sì; credo di aver tradotto questa cosa un giorno da qualche parte, nel De viris.

— Dovreste aver visto, allora che, divampando l’incendio, l’oro, l’argento e il bronzo si erano fusi, e colavano a ruscelli in mezzo alle vie. Ora, la mescolanza di questi tre metalli, il più prezioso di tutti, divenne un solo metallo. Questo metallo fu chiamato bronzo di Corinto. Ebbene, colui che con il suo genio riuscirà a fare nella commedia, nella tragedia e nel dramma quello che inconsapevolmente, nella sua ignoranza, nella sua brutalità, nella sua barbarie Mummio fece dell’oro, dell’argento e del bronzo; ebbene, colui che fonderà alla fiamma dell’ispirazione, e che fonderà in un solo crogiuolo, Eschilo, Shakespeare e Molière, colui, mio caro amico, avrà trovato un bronzo altrettanto prezioso del bronzo di Corinto.

Riflettei un istante su quello che Lassagne mi diceva.

— E’ molto bello quello che mi avete appena detto, signore — risposi; — e, dato che è bello, dev’essere anche vero.

— Conoscete Eschilo?

— No.

— Conoscete Shakespeare?

— No.

— Conoscete Molière?

— Poco.

— Ebbene, leggete tutto quello che hanno scritto questi tre uomini; quando li avrete riletti, imparateli a memoria.

— E poi?

— Oh! poi… Passerete da quelli a coloro che li hanno seguiti; da Eschilo a Sofocle, da Sofocle ad Euripide, da Euripide a Seneca, da Seneca a Racine, da Racine a Voltaire, e da Voltaire a Chénier. Questo per quanto riguarda la tragedia. Così assisterete alla trasformazione di una razza d’aquile che degenera in una razza di pappagalli.

— E da Shakespeare a chi passerò?

— Da Shakespeare a Schiller.

— E da Schiller?

— A nessuno.

— Ma Ducis?

— Ah, non confondiamo Schiller con Ducis. Schiller s’ispira, Ducis imita (…).

Può bastare. Soprattutto mi premeva mettere in rilievo, di queste pagine bellissime, l’idea dell’airain de Corinthe. E’ vero, Lassagne parlava del teatro. Ma le sue indicazioni sono identiche quando passa al romanzo (la parte sul teatro è importante perché spiega esattamente come si chiami, e perché si chiami così, la lega meravigliosa).

(…)

— E nel romanzo, ditemi, che cosa si deve fare?

— Tutto, come nel teatro.

— ma io credevo che avessimo romanzi eccellenti.

— Che romanzi avete letto?

— Quelli di Lesage, di madame Cottin e di Pigault-Lebrun.

— Che impressioni vi hanno lasciato=

— I romanzi di Lesage mi hanno divertito; quelli di madame Cottin m’hanno fatto piangere; quelli di Pigault-Lebrun mi hanno fatto ridere.

— Allora non avete letto né Goethe, né Walter Scott, né Cooper?

(…)

&c. 

Ma è tutto qui:

— Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
— De l’airain de Corinthe, toujours …

Dell’unica scuola di scrittura creativa che ho mai seguìto, questa è la prima classe.

La seconda domani.

84. Sposto il resto un po’ più in giù.

28 Mar

Ho ancora tre minuti: anche se avessi qualcosa da dire non avrei il tempo materiale per dirlo. Da dire ci sarebbe sempre, volendo: nel senso che il cervello non smette mai di pensare. Quello che ogni tanto smette, si vede, è la voglia di starlo ad ascoltare. Non si dovrebbe mai dire, dunque: Ho la testa vuota. Ma: Vorrei (tanto) avere la testa vuota.

Questo post 84 (comunque sia ho sproloquiato più che a sufficienza in giro per la rete, oggi) invece serve solo a mandare giù l’ultimo post — mi sembra che quando i post rimangono per troppo tempo ‘l’ultimo post’ mettano la muffa e comincino a puzzare leggermente. Fisime di bloggeur e basta, insomma.

Buona serata a tutti.

80. Udir critico mostro, oh meraviglia (e 3).

20 Mar

Mi pare che nel frattempo vi siate portati bene assai, ed è per questo che, come promesso, raccolgo da ecletticae un’altra perla, e ve la dono, da incastonarvi in quel servizio.

************** 

Sapevate che Saviano è veramente strabico? Sapevate che Saviano si rifà a Dante, pure lui?! Sapevate che Saviano ci vuole infettare? Sapevate che Gomorra procede par exempla, letteralmente?

Sapevate che Primo Levi si rifà a Le mie prigioni? Sapevate che il Pellico fu prigioniero allo Spielperg?

Sapevate che al mondo c’è chi si può porre interrogativi pregnanti come quello che segue, ossia (con licenza copincollando): “Alcune parti del romanzo erano apparse su “Nazione indiana” e sarebbe interessante sapere se quegli articoli sono poi stati recuperati per scrivere il libro oppure se Saviano, mentre stava scrivendo “Gomorra”, andava pubblicando alcune parti del romanzo sul web, ossia se questa è una scrittura nata per il web o il web è stata la prima vetrina del romanzo“?

Lo sapevate che il web richiede una scrittura liquida (ma sicuramente non è nella scrittura da web della Ravetta che Bart ha trovato ispirazione, a giudicare dalla consistenza)? Che la scrittura deve alzare il tono per colpire e scandalizzare l’internauta che è sommerso dalla massa del materiale del web?

Lo sapevate che la colpa dei mortammazzati a pistolettate in piena Napoli non è d”o Sistema, ma TUTTA VOSTRA?! Bastardi!!!

SAPEVATELO

SU RAVETTESCIONAL CIANNEL!

70. Iquindici

26 Feb

Era, coll’articolo staccato, il titolo di una famigeratissima enciclopedia per l’infanzia.

Ma io mi riferisco a un forum sul quale si trova, evidentemente, il link al presente, umile blog. Ero curioso di sapere in che contesto si facesse il nome dell’anfiosso.

Il link è nella bacheca, dove si vede da dove gente ha linkato per leggere queste pagine, ed è questo: http://www.iquindici.org/forum_viewtopic.php?3.33294.255. Ma per leggere il forum bisogna registrarsi. Io, stranamente, non ci riesco. Qualcuno riesce ad entrarci?

52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.

40. Caro diario.

18 Gen

A quel che vedo dell’immortale Perceforest non gliene frega niente a nessuno. Meglio così: mi risparmierò la puntualissima e finissima versione degl’interi sei volumi (che tra l’altro sono solo una parte della stampa moderna del frammento superstite dell’opera). Ma la Rete è misteriosa, riserba sorprese. Per esempio l’artifiziale, che ha al momento (come fa spesso) svacantato il suo blog, mi ha linkato.

Ho passato una notte un po’ diversa delle altre, nel senso che ho avuto compagnia. Sono andato a rifugiarmi nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, dove, a seconda del sorvegliante, si può o non si può far finta di dormire su una sedia. In mia compagnia c’erano V., che conosco da non molto tempo, e passa lì le serate in attesa di andare a dormire in macchina (dorme in macchina da un pajo d’anni); quindi un altro, il cui nome non ricordo mai, che era stato espulso da un dormitorio per un mese perché accusato da un’operatrice di aver ciulato un telefonino (e la cosa non si potrebbe fare, cioè teoricamente se l’operatore non vede nulla non può sospendere, ma in pratica fanno quello che vogliono). Poi c’era una donna, abbastanza giovane e piuttosto voluminosa, malata psichiatrica, sistemata da qualche anno in una casa-alloggio con altre donne con simili problemi. Sono in cinque, e per essere lasciate a vivere da sole (sia pure in parte guidate e seguìte), vuol dire che sono tranquille. Chiaramente, nulla esclude che le cose possano peggiorare. Infatti, poverina, era venuta a passare la notte lì dentro — il suo alloggio era a un tiro di schioppo — perché impaurita da una compagna, che ultimamente è agitata. L’agitata, a quanto hanno detto gli educatori, dovrebbe essere ricoverata quanto prima, ma non si decidono mai — se si tratta di Villa Cristina devono aspettare per forza, perché c’è sempre una fila della madonna, sembra una meta molto ambìta dai pazzi. La cosa che sembra incredibile è che anche in queste case-alloggio per malati psichiatrici, esattamente come quelle per gli adulti in difficoltà, gli operatori vengono solo durante la giornata, dalle 9.00 in poi: durante la notte i pazzi sono lasciati a sé stessi. E se qualcuno peggiora, ha un tracollo, comincia a creare disagio — come, poniamo, in questo caso –, o addirittura a costituire pericolo, chi assicura che gli alloggiati siano in grado di far fronte all’emergenza? Che io abbia visto, i malati psichiatrici solitamente sono così fragili. Poi, ovviamente, ci sono di quegli scrittori che sono affascinati dalla vita vera, e scrivono cose molto evocative, che hanno il sapore — appunto della vita vera — perché piene di tutti quei dettagli, visivi auditivi odorologici, che io per pigrizia e praticamente più che totale mancanza d’interesse tendo a rimuovere immediatamente. Insomma, a me della vita vera, in estrema sintesi in ultimaque analisi, non me ne frega niente. Sì, ricordo che la cicciona parlava con questa pronuncia pesantissimamente pedemontana, che mi fa così ridere, dicono è vuéro, suòno stuàto a cuàsacogliòane. Ma non è che mi metto a descriverla. Come volete che fosse fatto, pognamo, V. che dorme in macchina, l’espulso di cui non ricordo mai il nome, la grassona — l’epilettico, il subnormale, l’altra matta a cui sono andato a prendere le sigherette, e altri? Questo tipo di descrittivismo si chiama bozzettismo, un tempo era persino una parolaccia. Per esempio, per tutto il periodo in cui Gadda era considerato importante, ma non il faro che sembra adesso, era tacciato anche lui di bozzettismo. Quando il bozzettismo medesimo ha smesso di essere una parolaccia ed è scomparso, come etichetta critica o para-critica, Gadda è parso autore terribile, incircoscrivibile, sesquipedale, tutt’oro macinato e perle strutte. In Rete, in ispecie nei blog, il bozzettismo va molto. E’ anche una questione logica: il blog deve essere aggiornato spesso, e si ha un tempo limitato per escogitare ogni pezzo. Anche perché si campa di tutt’altro, la scrittura del blog è tutto grasso, o sugna, che cola. Ma non critico questa facilità, anzi, utinam io l’avessi tale. Dev’essere bellissimo, credo, trovare sempre fonti d’ispirazione. La vita è la cornucopia del bozzettista. Io, purtroppo, non ci sono buono.

Ma ultimamente non sento più nemmeno quella pallida volontà di farmi registratore sia pure di quelle poche cose di cui posso essere involontario testimone. Anche quando non lo penso, mi gira in testa sempre lo stesso pensiero: il prossimo 14 di marzo, ossia tra 55 giorni, mi aspetta un ulteriore compleanno, nella fattispecie il trentesimoterzo (è già più che qualcuno, e comincio a sentirmi un po’ nauseato). Che riesca o non riesca a mettermi in sesto & sistemarmi, comincio a sentire la necessità di dedicarmi con un minimo di profondità a qualcosa. Mi spiego meglio: mi corre l’obbligo (altro che sentire la necessità) di trovare un campo d’azione abbastanza delimitato. La mia vita è un sistema troppo aperto. Non è vero che non consumi energie, per esempio. Ma il fatto è che si perdono tutte nell’infinito. Ma ho posto in scorrettissimi termini la questione: parlare di limiti può dare un’impressione distorta di quello che intendo (ma questa è una pagina di Diario, dunque non è affatto necessario che io mi spieghi. Che minchia volete?).