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543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



542. Pezzo oramai inservibile n° 1: “Panchine (le)”.

10 Mag

PANCHINE.

Si tratta di uno degli oggetti che vengono per primi in mente quando si parla di arredo urbano. Parlare di arredo a proposito di una città fa pensare, effettivamente, alla città non come al luogo in cui si trova una casa, ma come una casa essa stessa. In questa prospettiva, avendo intrapreso l’impegnativa professione, non è difficile figurarsi, grazie ad un breve volo metaforico, il lampione come un abat-jour, un cassonetto come dispensa, il marciapiede come corridojo, la piazza come stanza e la panchina come letto. Dipende, naturalmente, dalla radicalità della scelta – di quella che nel corso del tempo può diventare una scelta; o dalla scelta di viverla nella maniera più confortevole, o spregiudicata, possibile –, specialmente nel caso del cassonetto, che ha molteplici usi di cui si tratta ad vocem.

A differenza del cassonetto, alcuni usi del quale richiedono pelo sullo stomaco e stomaco di ferro, la panchina non è utilizzata in modi molto diversi dal borghese e dal barbone; sennonché quest’ultimo la utilizza anche come giaciglio per la notte, mentre il borghese, eccettuati individui piuttosto giovani e con chiara tendenza allo svaccamento, tende a sedervisi e basta. Altra differenza non insostanziale è l’intensità e la durata dell’uso. Il borghese se ne serve piuttosto parcamente, il barbone, se non ne fa una seconda casa, se ne serve per lassi di tempo che, nel paragone, possono parere addirittura interminabili; specie di notte, quando ci si sdraja sopra, per quanto siano rare le evenienze di sonni tanto prolungati da rendere il fenomeno così visibile ai contribuenti, dal momento che quando i più mattinieri tra questi ultimi escono di casa, i barboni, per la stragrande maggioranza, se ne sono già andati. Fanno chiaramente eccezione i casi di quelli che devono recuperare il sonno di una notte in bianco, cosa che può capitare anche a un barbone, e degli sbevazzoni, che possono rimanere in stato comatoso, anche dopo numerosi tentatìvi di risveglio da parte di cittadini di buon cuore e/o delle autorità, fino al primo pomeriggio; ma perlopiù la notte del barbone non dura più di quattro o cinque ore. Dipende, chiaramente, dalle condizioni specifiche, ossia dall’attrezzatura di cui dispone, ovvero dal possesso, da parte del barbone, di coperte, lenzuola, sacchi a pelo, cartoni – diversa è la consistenza, la morbidezza e la capacità isolante degli scatoloni disfatti e dei cartelloni pubblicitarj delle edicole; è un particolare trascurabile per chi non dorme all’aria aperta in città, ma non per chi, appunto, lo fa –, anche se non bisogna dimenticare la variabile, importantissima, dell’assuefazione. Il neolicenziato, disperato e stanco, preferisce camminare tutta notte, anche se crepa di freddo, percorrendo più volte i 22 chilometri di portici, piuttosto che sdrajarsi su una panchina, per il semplicissimo fatto che non reggerebbe la temperatura, non riuscirebbe a dormire e dovrebbe immediatamente rialzarsi. Il vecchio barbone, il tipo della mascotte di quartiere, che non si serve dei dormitorj perché non vuole, e accetta graziosamente il tè lungo e i biscotti sbriciolati della Boa Urbana Mobile perché non sa che essere gentile con tutti, dopo sei o sette lustri di professione ha un tale callo sul derma che quando gli viene sonno, e tutti i barboni inveterati sono soggetti a colpi di sonno, dove si trova si sdraja e dorme; cosa che può avvenire più volte nel corso di una giornata.

È un fenomeno reso particolare, questo, non dalla pellaccia e dalla sonnolenza persistente, che si spiegano benissimo, quanto dal fatto che il barbone di lungo corso ha la doppia caratteristica di non soffrire particolarmente il freddo, una volta ben bene intabarrato, durante l’inverno (mentre chi non è abituato, anche coperto da uno strato doppio di vestiti, dopo un’ora si metterebbe a tremare, come un naufrago in acque tepide, essendo la temperatura circostante comunque troppo più bassa di quella corporea); e di non soffrire il caldo d’estate, perché in effetti, come può notare chiunque faccia un minimo di attenzione, gira del pari intabarrato anche durante i mesi caldi; e non è uno spettacolo inconsueto un barbone che in una sera d’agosto, verso l’ora di cena, s’infila il colbacco che gli si vedeva in capo anche verso natale. Vivere perennemente in strada, probabilmente, con la continua esposizione alle intemperie e agli sbalzi di temperatura, unitamente con una serie di cattive abitudini che si è, se non costretti, fortemente incoraggiati ad adottare, porta all’ipotermia, ciò che spiegherebbe come mai il freddo è sentito relativamente d’inverno, dal momento che la differenza tra temperatura corporea e temperatura ambientale è minore rispetto a quella normale, mentre nelle sere d’estate il corpo rimane molto più freddo rispetto alla calura circostante. Una specie di parziale letargo, che, insieme con gli acciacchi dell’età, non necessariamente moltiplicati ed aggravati rispetto la media delle persone normali – una vita spartana non ha mai fatto male a nessuno, e i barboni storici difficilmente sono viziosi, altrimenti non sarebbero mai diventati storici – li rende spesso sonnolenti, se non sempre.

Ma sono fisiologie completamente diverse da quelle normali. Chi ha meno esperienza di strada deve in qualche modo dotarsi di mezzi: un sacco a pelo, o una coperta – molto scomoda da trascinarsi dietro, in qualche sacchettone di lavanderia per i più esigenti, o, faute de mieux, in un sacco nero del generico non compostabile – sono indispensabili; in alternativa si può fare anche una casetta di cartoni, ma qui corre l’obbligo di fare una distinzione che, in questa materia, è abbastanza fondamentale. Si tratta di preferenze, se non di due scuole di pensiero; ma c’è chi tende a dormire volentieri in terra e chi invece non lo farebbe mai, e preferisce la panchina, sia che ci si sdraj, sia che sia dei pochi privilegiati che riescono a dormire seduti. Il contatto diretto col terreno durante la notte, per quanto possa costituire, specialmente in spazj presuntamente incontaminati come prati, boschi, &c., un’esperienza mistica, di là dall’aspetto strettamente igienico, non è mai consigliabile: specialmente da queste parti, quasi tutte le notti dell’anno, salvo eccezioni e poche notti estive, sono almeno fresche, e l’esposizione all’umidità notturna senza qualche riparo è un’imprudenza che nel corso del tempo si può pagare cara. Quindi, ci dev’essere sempre uno spessore isolante tra il corpo steso e la madre comune che, con qualche anticipo sulla riscossione del Debito, lo accoglie, per ora temporaneamente: perché detta madre tende ad essere molto possessiva, e a prendere anzitempo con sé quelli che le si dimostrano troppo attaccati. Che sia questo il motivo per cui preferisco la panchina? Sarà scaramanzia? Vero è che chi dorme a terra ha tutta una serie di possibilità che chi dorme su una panchina non ha. In primis, posto che si collochi in qualche angolo abbastanza lontano dalla pazza folla, chi dorme a terra può andare a dormire quando vuole; può costruirsi una casetta di cartoni, o può disporre di molte coperte; non ci sono alternative, per esempio, per chi ha un cane, che in questo modo può tenère il più vicino possibile. Inoltre, e questo non è l’ultimo vantaggio per chi dorme per terra, il barbone che sceglie il selciato come giaciglio – più per strada di così! – ha la possibilità di stendere le gambe come vuole, o di assumere, nei limiti del possibile, la posizione preferita, specialmente, appunto, se predilige dormire supino, o prono e non in posizione fetale. Posizione quest’ultima che è la sola consentita a chi dorme su una panchina, perlopiù, perché non ci s’immagina quanto siano corte, per la gran parte, le panchine, e quanto poche siano quelle che arrivano al metro e novanta regolamentare per un letto – chi ha una statura normale, o addirittura bassa, è in genere molto facilitato, per questo e altri motivi. Quanto al poter stendere le gambe, è una cosa portata all’attenzione del pubblico dai coniugi Collard, che riferiscono a questo fatto principalmente l’alta incidenza di malattie legate alla circolazione sanguigna.

Chi sceglie per sé la panchina, invece, dovrà innanzitutto optare per un’organizzazione assai più spartana. Benché sia fatto apposta per potersi allontanare dallo spazio urbano, che è insieme il più necessario ma anche il più rischioso, specie nottetempo, per il barbone, un sacco a pelo da addiaccio può rivelarsi indispensabile anche a chi dorme in panchina; relativamente più maneggevole di una coperta, specie se molto pesante, svolge un servizio incomparabilmente migliore. Di nuovo, con un sacco a pelo, specie se coperto di cerata, ci si può mettere tranquillamente a terra; ma è vero anche che la temperatura è più bassa (e si deve pur tenère un po’ fuori il naso per respirare), che a terra l’aria non è salubre (polvere), e che è più duro. C’è, è vero, il notevole ridicolo di essere svegliati la mattina alle otto da due vigili che chiedono, severamente preoccupati, se va tutto bene “a parte il freddo”: il ridicolo, perché uno che dorme e su una panchina e chiuso dentro un sacco a pelo da addiaccio come barbone ci fa una ben magra figura – è uno che vuole tutte le comodità, insomma; tantopiù che ben al caldo non ci si accorge più di nulla, e si sprofonda in un sonno beato e lungo, che si protrarrebbe fino ad ore invereconde se non ci fosse qualcuno, normalmente, ad affrettare il risveglio. A proposito: dormire sulle panchine è fare un uso non consentito dell’antidetto arredo urbano, ed è sanzionabile con un’ammenda di 50 euri. In questo come in altri casi, tuttavia, l’esecutivo tende a risolvere la cosa in maniera meno pedissequa rispetto ai dettami del Codice, semplicemente intimando al barbone di alzarsi entro un tot di minuti e limitandosi a verificare che è stato ubbidito; fare un’ammenda sarebbe infatti vagamente persecutorio – se il barbone potesse dormire altrove si suppone che lo farebbe; e le strutture pubbliche destinate all’accoglienza dei senzatetto sono ovviamente insufficienti –; oltreché perfettamente inutile, dal momento che il barbone può solo prendere multe, pagarle no.

Io insisto particolarmente sul sacco a pelo anche per l’eleganza della soluzione – l’eleganza è nella semplicità, perché è elegante la soluzione migliore, e la soluzione migliore è la più diretta; anche se, quando le intemperie mi hanno spinto su una delle panchine sotto i portici di piazza s. Carlo – le panchine sotto i portici sono una finezza che non tutte le città possono vantare – ho avuto modo, aspettando l’abbraccio di Morfeo, di valutare con occhio attento l’organizzazione degli altri giaciglj; e devo ammettere che non manca di poesia, una poesia beninteso asiana, prolissa e strascicata, l’arravugliamento notturno in una grossa tenda chantilly, con tutto quel pizzo che ridonda, come il copriletto di un baldacchino, o la robe riche di una gentildonna del tempo andato a una serata di gala, oltre il bordo della panchina; o la confortevolezza di una trapunta a due piazze e mezzo, avvolta a tubo, per quanto proprio la forma perfettamente cilindrica sia delle meno propizie a conciliare sonni veramente tranquilli – tende a rotolare giù, e anche se lo spessore morbido fa da paracolpi è impossibile non svegliarsi. M’è simpatico l’understatement umoristico di un paille stampigliato a Pippi e Topolini; e non sono insensibile alla raffinatezza di uno scendiletto posto sopra la panchina prima ancòra di mettervi sù le coperte, col fine d’isolare, ammorbidire, riscaldare, a parte la grazia nonchalante, voluttuosamente orientaleggiante, delle nappe che sporgono oltre i braccioli – è un angolo di salotto, un buen retiro all’aperto, che penso dia una profonda gioja anche al passante borghese, che si vede confermato nell’idea che chi dorme su una panchina nutre nei confronti dei proprj simili una fiducia che rasenta l’assoluto. Meno elegante, di sicuro, ma riscaldante è coprirsi di vestiti estratti dai raccoglitori della pubblica assistenza, dai ciglj dei marciapiedi da qualche anima caritatevole che ignora l’esistenza di simili contenitori, o semplicemente se ne trovava troppo lontana al momento di disfarsi del sacco. Di disperazione e sciatta raffazzonatura sa invece la copertura coi giornali (peggio ancòra di riviste gratuite, pieghevoli e volantini): non dico i giornali aperti e disposti sulla seduta delle panchine – se sono in numero sufficiente fanno anche da cuscinetto –, una precauzione igienica che prendono anche le vecchiette al parco; dico il coprirsi coi giornali: è una cosa che ancòra, tristemente, si nota, in qualche caso, fortunatamente sempre più sporadico; non so dire, peraltro, se ancòra sia attestato l’uso dei giornali infilati sotto i vestiti per fare da isolante, una cosa che sa di Secondo dopoguerra. In mancanza d’altro che di una pila di metro, una notte ho fatto anche questo esperimento; forse con alcuni city mi sarebbe andata meglio, ma posso attestare che in quel caso non servì a un bel nulla, frusciavo che sembravo il tavolino di un caffè del centro verso le nove del mattino, ma il freddo era sensibile nondimeno.

Ma il punto fondamentale, appunto, è la panchina in sé, come oggetto, e come luogo, si potrebbe dire, abitabile. Chiunque sa che c’è panchina e panchina: non sono tutte uguali, e anche l’esperienza della seduta, che è parte del bagaglio di ciascuno, puà essere un’autentica sofferenza. Il barbone è tuttavia adattabile, e non è mestieri il dire come panchine che riescono infinitamente scomode al normale cittadino possano essere utilizzate come giaciglio per la notte dal senzacasa. Il quale, tuttavia, ha tutto l’interesse, si suppone comprensibile, a ricercare quanto di meglio offre la piazza (ma anche il vialetto, il parco, la fermata del tram), e non la prima soluzione che trova – ammenoché egli sia talmente stanco da doversi accontentare in ogni caso. Si notano, nello spazio della città, tre tipologie almeno di panchine: la panchina di pietra, quella di legno e quella di metallo. La prima e la seconda sono esemplificate entrambe da quelle che rendono confortevole p.zza Carlo Alberto: dove si hanno quattro panchine di pietra dal lato della Biblioteca Nazionale, e due di legno dal lato del Museo del Risorgimento. Anche se corre l’obbligo di notare che queste ultime costituiscono un caso limite, avendo in effetti la seduta di legno, ma lo schienale di metallo traforato. La seduta è a doghe larghe, è completamente piatta e non meno dura di quelle di pietra; mentre allo schienale, durante i mesi rigidi, è virtualmente impossibile appoggiarsi a causa del freddo che filtra anche attraverso i vestiti più pesanti. L’uso delle panchine di pietra è poi limitato ai mesi estivi, perché, durezza a parte, d’inverno la pietra è gelida. Dal che si desume facilmente come l’uso dell’aggettivo ‘confortevole’ da parte mia sia stato meramente ironico.

Già a questo punto è chiaro un fatto fondamentale: gli Enti locali si fanno carico anche in tal senso, questo dev’essere ammesso, di servire il benessere dei cittadini; ma questo servizio non consiste in una serie di iniziative mosse da un veemente slancio di solidarietà sociale, nell’assolutamente generosa messa a disposizione del cittadino di tutti i fondi destinati a questo genere di servizio; essi pensano invero alla comodità di esso cittadino, ma con giudizio; considerano la sua necessità di riposare i piedi, di tanto in tanto, ma con discernimento; contemplano che egli abbia desiderio e piacere, tempo permettendo, di trattenersi seduto con parenti, conoscenti & amici, ma con misura. Non dev’essere totalmente imputato al sadismo dei Comuni il fatto che esistano panchine virtualmente inservibili, né alla debolezza mentale dei designer incaricati da essi Comuni il fatto che di fronte a certe mostruosità non si sa se ci si debba seder sù, salirci in piedi o scoppiare in lacrime: viviamo in un mondo in cui il divorzio tra intenzione & atto è stato ormai celebrato da millennj, stando all’autorità di tanti scrittori religiosi, poeti e moralisti, dunque non è per nulla sorprendente che anche in questo campo la volontà e la funzione auspicata retrostante a taluni manufatti dell’uomo risulti talvolta nebulosa: nella fattispecie, però, non è sostenibile che il Comune, nel mettere a disposizione della cittadinanza una panchina, segretamente desìderi che nessuno ci si sieda; la questione è più sottile – in realtà implicita che ci si sieda, innanzitutto, e non ci si sdraj; punto secondo che ci si sieda, sì, ma per uno spazio di tempo più contenuto che congruo.

Le panchine di legno, come disegno tradizionale, si distinguono in due tipi, entrambi rispondenti ad esigenze diverse; un tipo, più spartano, è quello della panchina quadrata, di assi, due per la seduta e una per lo schienale: è il tipo più diffuso nei parchi, che, di là dalla tranquillità che offrirebbero nella gran parte dei casi, non sono le sedi più indicate per abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo: nottetempo, in quasi tutte le notti dell’anno, se la temperatura non è proibitiva è comunque il tasso di umidità a rendere preferibili altre soluzioni, se ce ne sono. Gli effetti negatìvi dell’umidità su un corpo sano sono modesti, nel breve termine, ma un’esposizione abituale all’umidità notturna, anche se è seguìta da anni di vita regolata e salubre, è una di quelle cose che si pagano quando meno te l’aspetti, nella vecchiaja. Se poi la panchina di tipo squadrato è presente in zona non molto umida, come un giardinetto cittadino con parecchio selciato, specialmente se la stagione è quella mite o calda, dal punto di vista della comodità è forse preferibile a tutte: il modello rinvenibile in generale a Torino – piazzetta Eritrea, per esempio, o Monte de’ Cappuccini, o corso Valdocco – presenta il leggero svantaggio di una seduta molto stretta, per cui chi avesse disturbi del sonno e tendenza ad agitarsi mentre dorme correrebbe qualche rischio di cascare di sotto; con l’aggravante, per quanto riguarda il Monte de’ Cappuccini, che le panchine più adatte allo scopo che ci siamo proposti di trattare si trovano ben protette sotto le piante sul fianco della collina – definita ‘Monte’, ma è un modesto poggio, da cui si gode un celebre panorama –, dove la pendenza è abbastanza pronunciata: uno rischia di farsi a rotoloni tutti i gradoni ghiajati che costituiscono il primo pezzo della passeggiata, o di prendere la scorciatoja, e volare giù direttamente dal fianco erboso; con l’aggiuntivo inconveniente – di cui, volendo, si potrà parlare a suo tempo e ad vocem – del fatto che la zona tutta, specialmente lo spiazzo che si apre ai piedi del lato a cui facciamo riferimento, è riguardata da un intenso traffico di damazze, collaboratrici familiari filippine e cani di grossa taglia, che depongono i pesi del ventre sia nascondendoli in mezzo all’erba della stessa area pianeggiante, sia schiacciando grossi stronzi sul principio dell’altura che s’erge immediatamente sopra. Chi ha sonni tranquilli, invece, può fruire di queste panchine con una certa fiducia: le panchine di assi sono infatti molto più salutari di quelle di doghe di cui parleremo sùbito appresso, esattamente come una tavola di legno sotto il materasso fa bene alla schiena del borghese, mentre un fartone morbido e affondevole gliela fa urlare di dolore. La schiena del barbone – da ciò si evince – non ha un funzionamento molto differente da quella del contribuente, o dell’evasore economicamente autosufficiente, né ha esigenze diverse: quello che cambia da barbone a borghese è, come in un po’ tutte le cose (salvo talune eccezioni, di cui si dà conto altrove), una maggior resistenza che il primo dimostra nel disagio; nella fattispecie anche grazie al fatto che, dopo solamente qualche mese di notti passate in panchina, il rachide si è totalmente adattato, non solo ad una sdrajata sana come quella offerta dalla panchina di assi, ma a qualunque tipologia di panchina il barbone abbia ritenuto dover privilegiare come proprio giaciglio. Se un assessore abbastanza artista proponesse di dotare una piazza di panchine a forma di galeone, in capo a qualche mese si vedrebbero in giro altrettanti barboni piegati a ferro d’àncora.

La panchina d’assi, si può contestare, in effetti alla lunga appiattisce la schiena, non nel senso che la fa diventare dritta, ma che nel corso del tempo la noce del collo tende a rientrare, e il barbone assume la classica posizione a cervicale. Ma meno apprezzabile ancòra è l’effetto della panchina a doghe piccole, con la seduta comoda: anche questa è una panchina di modello tradizionale, di un tipo diffuso e abbondantemente attestato in tutte le città d’Italia, che si differenzia da quella d’assi come il materasso di piume si differenzia da quello in lattice poggiato su un piano di legno. La panchina a doghe piccole è stata creata per tempi diversi dal presente: una volta che siano tutte distrutte, e a mano a mano effettivamente le doghe saltano, i forcelloni di metallo si piegano di lato, e insomma vanno rompendosi un po’ ovunque, non se ne vedranno più, perché saranno rimpiazzate, dove saranno, da panchine di modello assai diverso. Il modello, dicevo, è sensibilmente d’altri tempi, perché è pensata per essere comoda: le doghe sono disposte in modo che la schiena incontri sùbito l’appoggio – lo schienale è difatti bombato – e il sedere vi poggi sù ergonomicamente. Chi vuole le vada a vedere in c.so Siccardi, dove la seduta sulle doghe rammollite, anche, da un’irrigazione dissennata, che inonda praticamente tutto – cioè viale e panchine – salvo l’erba, sono talmente morbide da affondare leggermente sotto il peso del sedere e di tutto quello che sta sopra il sedere del sedente. Si tratta di comodità che i Comuni riservavano ai cittadini in epoche in cui per strada si girava molto meno, minore era il passaggio di barboni nelle città mediograndi, grandi e grandissime; sopravvissute ai fricchettoni Settanta, le cui avanguardie non si servivano necessariamente degli spazj urbani, e, in questi, non fruiva delle panchine, sono pensate per una cittadinanza che viveva principalmente di lavoro, e il poco tempo libero lo passava volentieri in compagnia di altri. I famosi ammortizzatori sociali ‘naturali’, che tanto piacciono ai discendenti della vecchia Democrazia cristiana, cioè le famiglie, erano ancòra più efficienti in quei tempi di lavoro dipendente e pubblico che nei nostri di professionismo e iniziativa personale. Più spendereccia, la nostra epoca destina altri spazj, chiusi e normati, e soprattutto a pagamento, alla socializzazione: i locali di vario tipo e i centri commerciali. All’epoca non si usava tanto: ci si scendeva in piazza, nei vialetti alberati, nelle passeggiate igieniche, negli itinerarj archeologici e altra roba da Guerra fredda, e si parlava dei cazzi altrui, ma a botontoni, anche per cinque o sei ore di séguito: così arrivava la sera, quando ci si ritirava, si richiamavano urlando i bambini impegnati dalla mattina del giorno prima nella lotta nel fango, si andava a cena (che consisteva in pastasciutta, formaggio, patate, fagioli con le cotiche e poche altre schifezze, anche a Ferragosto), si guardava l’unico canale in televisione, dove c’era normalmente un cruciverbone e poi dei numeri comicissimi in cui distinte signore e compassati personaggj si rompevano piatti in testa o insegnavano a scrivere ai terremotati, e si andava a letto che ancòra non era la mezzanotte, sempreché non ci fosse alcunché da fare, come sintetizzare artigianalmente alcuni secchj lisciva, o strangolare galline. Ecco, era per quei tempi, per quella gente che erano pensate panchine del genere: panchine comode, per offrire a ciane sformate da quindici o venti gravidanze la possibilità di rimanervi appoggiate per tutte le ore necessarie all’esaurimento di tutti i pettegolezzi, coi podici incastrati nella depressione, senza farsi venire le piaghe da decubito, e per permettere anche alle più tanghere tra le fanti di partecipare con ragionevolezza e misura delle dolcezze della vita: basta rivedere quelle panchine per rivivere quelle scene da un mondo scomparso, con quelle cecche mostruose, gonfie di lardo e di vino, svaccate sulle loro panchine gemebonde, con taniche vuote di benzina e scatole di banane come poggiapiedi, parlare a lungo dello stato del loro intestino, o del prossimo mobbing di quartiere. La maggioranza segue ormai tutt’altre trajettorie, il flusso principale delle umane attività conduce l’umanità dei nostri giorni verso altri mari, sicché non stupisce affatto che quelle panchine siano oggi per la gran parte disertate; per quanto la fila di panchine davanti a p.ta Susa e il cerchio formato dalle stesse in p.zza Bodoni riproponga lo stesso modello: ma sono sussulti, rigurgiti di un passato a cui è complesso rinunciare, in una città come Torino, che è sempre vissuta della dolcezza delle vecchie istituzioni e mutuando i segnali rassicuranti del suo décor urbano, dei suoi codici condivisi di comportamento e delle sue ideologie sociali dalla cattiva letteratura.

Eppure nulla può frenare il progresso anche del costume e dei gusti. Anche questo è un segno dei tempi; ed è fatale, come qualunque mutamento dei costumi. Il fenomeno consegue, per parte sua, anch’esso alle stesse cause per cui oggi nessuna ciana oserebbe portarsi dietro tutti quei quintali di peso, tutti quei figlj, e tutti quei pettegolezzi velenosi; oggi i pettegolezzi sono inutili (c’è il satellite), di figlj se ne mettono al mondo al massimo due, e nessuno vuole essere grasso. Le panchine dal disegno moderno che si trovano in p.zza Carlo Alberto avrebbero loro fatto esplodere le natiche, rendendo impossibile lo scambio di pettegolezzi e, quindi, attraverso i figlj e i figlj dei figlj, l’invenzione di un satellite onnisciente.

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

254. Stati generali.

29 Mag

Dubito che si sarà notato, perché i link si pèrdono facilmente nelle sottocategorie (sono troppi, e moltissimi messi alla cacchio, come si sarà capìto), ma volevo segnalare con qualche rilievo in più un’iniziativa, nata da una settimana, che unisce diversi senza dimora nel nome di una battaglia che sarà certamente epocale, e coronata da indiscutibile vittoria per i senza dimora stessi.

Dopo la chiusura di s.da Castello, un evento che ha suscitato in me sentimenti ambivalenti di cui ho dato conto in altro post, il numero degli utenti in coda nei dormitorj rimasti aperti a Torino è aumentato a dismisura, e i tempi di attesa, per conseguenza, si sono allungati oltre l’umano.

L’iniziativa a cui faccio riferimento è quella di cui si legge su questo blog, ed è volta a fare pressioni sul Comune di Torino affinché destini più posti a dormire per i senza dimora, o senzatetto, o senza fissa dimora. Se tutto va bene, chi ha deciso di unirsi nel grido di dolore dovrebbe in un futuro si spera non remoto ottenere quello che chiede – e che era già stato promesso: persino io ricordo che mesi fa, non molti, sui giornali locali era apparsa la notizia di un megadormitorio da costruirsi in v. Traves, al posto del container, che è marcio, sozzo e cadente, che attualmente fa concorrenza al mercato del pesce nella produzione di fortori e nell’allevamento di zoccole; dovevano essere 40 posti a dormire in una struttura vera, cioè in muratura, e non di plastica & tolla come quella che c’è adesso (e che è identica a quelle, quasi del pari marce & fetenti, di c.so Tazzoli e della defunta s.da Castello di Mirafiori), salvo che i fondi già destinati a quest’impresa sono stati stornati su altro, e adesso non ci sono più.

Io rido & scherzo, ma voglio anche far memoria, specialmente a chi già sa (per forza; a chi non sa posso solo fornire qualche informazione nuova di pacca, che poi è quello che faccio, in sostanza, parallelamente), che queste strutture non accolgono solamente, né prevalentemente, simpatici perdigiorno e innocui zuzzurelloni, ma anche sordidi avanzi di galera, persone intossicate da sostanze micidiali e persone che vivono come bestie, ravanando nell’interno di cassonetti e discariche abusive. Oltre a questi, per giunta, ci sono persone decentissime, talune anche discretamente e più che discretamente studiate, con esperienze di vita non convenzionali e competenze tutt’altro che scontate, che trascinano un’esistenza miseranda solo perché invalide od ormai escluse dal mercato per raggiunti limiti d’età; sono quei generici ‘adulti in difficoltà’ che avrebbero tutto il diritto di essere assistiti ma che, causa l’avarizia immonda degli enti preposti, che sparagnano il centesimo, quando pure non lo spendono in genuine puttanate, sono costretti a dormire, quando pure ci riescono, in canili puzzolenti, e a trascorrere le ore diurne tra le sale giornali delle biblioteche, alla mercé di dipendenti pubblici fancazzisti e pieni di odio verso il mondo, e presso mense dove sono servite direttamente in muso pasteasciutte scotte immerse in sughi rancidi, secondi affogati negli escrementi e frutta putrefatte. Tutto questo in attesa di una casa popolare che, come adulti in difficoltà generici, sono tenuti ad aspettare, facendo questa vita schifosa, anche per dieci, dodici, quindici anni; ammenoché non si spaccino per dementi (la psichiatria è sostenuta con fondi più generosi), o lo diventino davvero, e non vadano a riparare per qualche mese in strutture infernali come villa Cristina o simili.

A tutti costoro va la mia commossa solidarietà.

Per il 6 giugno, che è giorno, anche, di elezioni (io ci vado; alle scorse arrivai tardi al seggio, quindi ragion di più), sono previsti – come avrà letto chi è stato sul sito linkato – gli Stati generali dei barbùn presso il Droghìn dell’Amedeo di Savoja, c.so Svizzera 164. Per trovare una soluzione decente, che porti – si spera – a risolvere la piaga del barbonaggio (quello che non è una scelta, e non diventa tale nel tempo) tramite un servizio completo, efficiente e soprattutto rapido e indolore.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

248. Boo-hoo.

7 Mag

Questa sera, come annuncia un fogliazzo volante affisso a Foligno, tutti quanti (chi non saprei) dovrebbero farsi trovare, a partire dalle ore 18.00, davanti al dormitorio di strada Castello di Mirafiori, al n.° 172, proprio di fianco alla Bèla Rosìn, è una specie di bidone (anche la Bèla Rosìn, per altri aspetti, ma io mi riferisco al container) dietro un cancello di ferro. Qui, su un blog che non conoscevo e che mi affretto a linkare con voluttà, si spiega anche il perché dovremmo tuttiquanti accorrere. A parte il buffet, pare che il Comune, come si legge chiaramente detto nel pezzo a cui rimanda il link poco sopra, abbia deciso di chiudere esso dormitorio, che finora dava ricetto alle 24 persone canonicamente accolte da una struttura comunale, vale a dire 20 uomini e 4 donne. Più gli operatori. Ed è proprio a questi ultimi che ho pensato.

Dal momento che essi operatori sono alle dipendenze di cooperative che gestiscono strutture di diversa natura, e non solamente dormitorj (i dormitorj del Comune sono appaltati alla coop. Parella [v. Carrera, che ora dovrà essere chiuso a sua volta per ristrutturazione e raddoppiamento (chissà se ne frattempo avevano almeno riparato i cessi, non ci sono più stato), c.so Tazzoli, s.da Castello di Mirafiori (ancòra per poco, appunto], Frassati (v. Foligno), Valdocco (v. Traves, un vero letamajo)], e dal momento che le mansioni a cui possono essere adibiti vanno anche di là dalla distribuzione di lamette da barba e lenzuola nei dormitorj, d’acchito avevo pensato che, come al solito, paraculandosi come tutti i (para)dipendenti (para)pubblici, sarebbero semplicemente sciamati via verso centri crisi, centri d’ascolto, ufficj, pulizie di cessi & puttanate varie – quelle che passano le cooperative di quel tipo lì, insomma.

E invece no!

Pare – vedi quello che dice il blog sullinkato – che quel fascio di Valter e quella pantegana orrenda di Federica, tra gli altri, siano destinati a rimanere con un pugno di mosche in mano – a rimanere senza lavoro, come si dice lì, disoccupati, senza nulla da fare, privi di una fonte di reddito, destituiti di un cespite, orbati di possibilità di sostentamento, di un gettito regolare, insomma di uno stipendio, di un attivo, di entrate, di valsente, di valore di scambio.

Mi piacerebbe molto sapere di più circa la consistenza effettiva di questa prospettiva qui (ma la mia curiosità molto difficilmente sarebbe soddisfatta se andassi al buffè di Castello di Mirafiori, quindi andrò per vie traverse, muovendomi nell’ombra e cercando di ottenere più informazioni di quante effettivamente in poter mio a tutt’adesso).

Ora: è questo un allarme puramente strumentale, uno scatto fàtico diretto ad attrarre l’attenzione dell’eventuale lettore (come, pognamo: “Pronto!”, ovvero: “Al vostro buon cuore”, & similia), ovvero fa capo ad un’effettiva situazione di pericolo? 

Devo aspettarmi di reincontrare quella specie di buttafuori e la camionista, magari con cane a séguito, a S. Antonio, o in qualche dormitorio, in capo a qualche mese? (Se li prendo a sprangate di piombo sul capo, però, rischio una sospensione da 0 a 60 gg., però, invece dei 5 anni che spettano a chi manomette un operatore. E’ vero che volevo andare al mare, nel frattempo, ma poni il caso che me li ritrovi davanti, un giorno o l’altro).