Archivio | luglio, 2010

585. Epigrafe VII.

31 Lug

BVFFONE TRISTE.

Coi miei lazzi e la maschera sul naso
A far ridere stavo faticando;
Finché mi crepò il cuore in petto, quando
Seppi che avrebber riso in ogni caso.

584. Scheda: A.M. Ferretti – Anna e il mistero dell’Opera (1965).

31 Lug

Annamaria Ferretti, Anna e il mistero dell’Opera. Copertina e 5 illustrazioni a colori f.t. di A. Baita. Edizioni CAPITOL, coll. “Betty” n° 1, Bologna 1965 (rist. 1968). Pp. 161 + Indice.

E’ un  romanzo per ragazzine, giusta il target descritto in quarta (“Collana ‘Betty’: una letteratura serena e formativa per bambine che si affacciano alla vita”), mediocrissimo ma storicamente interessante per la ricezione della figura del cantante d’opera.

Nel teatro dell’opera di una città non precisata ma da identificarsi con Firenze sta per andare in scena la Traviata, nell’allestimento di un giovane brillante regista ungherese, di nome Oscar, con la famosa star Bellinzon, vera primadonna-strega. Anna, la protagonista, liceale che fa praticaccia nella redazione del giornale cittadino, è incaricata di fare la cronaca mondana della serata, ma sin dal primo momento, appena dopo aver conosciuto il giovane e iracondo regista Gian e la sua fidanzata Carolina, che è primo violino, si trova invischiata in una faccenda misteriosa con al centro la Bellinzon. Continua a leggere

583. Capriccio XXI.

31 Lug

D’VN GIOVANE BONCIO,

CHE GLI CHIEDEVA DVE CARTINE PICCOLE.

A me, di quelli ch’hann’uopo di tutto
Di due nulla assottiglj più lo zero,
E col sottrarmi hai d’acquisir pensiero
Ben d’un CASTELLO il nobile costrutto.
Che cos’è povertà? Se del mio lutto
Pallidi palliativi al duolo nero
Spesseggian ricchi a sé baluardo altèro,
Vita tu stringi ov’io tra mano ho il rutto.
Portento più che alchemico, far vanti
Saldo il tenue, grandigia il vile smacco,
Chiave austa carta da avvivar gli Atlanti.
Di fumi ambo facciamo l’aere stracco;
Almo architetto tu ergi aulenti istanti,
Io infecondo ergo in nubi acre tabacco.

582. Epigrafe VI.

31 Lug

File:I promessi sposi - ch3.jpg

Analfabeta.

D’ora in poi, ahi!, potrai me ricordare
Grazie al nome qui inciso, e il natal mio;
Onta a me! Fossi tu dove son io,
Non ti potrei il favore ricambiare.

581. Scheda: L. Dossi – La croce del comando (1954).

31 Lug

Luigi Dossi S.I., La croce del comando. P. Riccardo Friedl S.J. Editrice “Selecta”, Milano genn. 1954. Pp. 199, 2 ill. f.t.

E’ la biografia di un gesuita (in questo prezzario ce n’è traccia) per cui nel 1931 è stata avviata la causa di beatificazione. Come avverte l’autore, l’opera presente è interamente in debito con quella di riferimento compilata da un p. Cassiani. Il lavoro è stato svolto in segno di gratitudine nei confronti del padre biografato, a cui l’autore deve la salute del corpo e la permanenza nella Compagnia.

Nato a Spalato nel 1847 da padre austriaco e morto a Firenze nel 1917, R. Friedl non ha lasciato traccia di sé nel secolo. Di cagionevole salute, dopo una brillante carriera scolastica è indipeta ed effettivamente in predicato per una missione a Mangalore, alla quale però non parteciperà mai, con grande suo dolore.

Scelta la vita comune come proprio martirio, si dà soprattutto all’insegnamento e allo studio delle lingue, nelle quali è versatissimo. Trasferito via via in varie sedi – anche in Francia – è fatto poi provinciale della provincia Veneta e della provincia Torinese, dove nel 1900 subisce un raggiro per parecchie migliaja di lire, reso possibile da un ingegnoso ricorso al doppiofondo di una valigetta.

La sua vita trascorre peraltro senza emergenze degne di nota, specialmente nel culto mariano e nella preghiera, alla quale ricorre con eccezionale intensità avendo il dono cosiddetto dell’aridità, proprio di molti vocati alla santità. Che è come una forma di resistenza, semplicemente, alla fede e al sentir dio da parte dell’anima, che deve in qualche modo ostinatamente indurvisi tramite le pratiche e la preghiera. Durante la preghiera raggiungeva stati di estasi talmente assoluti da non accorgersi dell’andirivieni nella propria stessa camera, né di essere chiamato o toccato.

Durante la guerra, data la sua origine, mentre conclude la carriera e la vita a Firenze, ha qualche fastidio perché sospetto di potenziale antitalianismo, ma la sua posizione è del tutto limpida. Continua a leggere

580. Scheda: Tobino – Gli ultimi giorni di Magliano (1982).

31 Lug

Mario Tobino (1910-1991), Gli ultimi di giorni di Magliano (1982). Ed. Club del Libro su lic. A. Mondadori, Milano 1982. Pp. 155.

Gli ultimi giorni di MaglianoE’ una sorta di diario, ma senza date e affrontato sostanzialmente in chiave lirica, degli ultimi anni dell’autore da primario dell’Ospedale psichiatrico di Miggiano, Lucca, rinominato “Magliano” in questo come in altri suoi libri. E’ il consuntivo di una carriera ricca di amarezze e soddisfazioni, con un primo incrinarsi nella fiducia dei metodi adottati risalente al 1952, quando gli psicofarmaci, con il Largactil, fecero ingresso negli ospedali psichiatrici. Con’un’abbondante aneddotica, Tobino propugna il suo metodo tradizionale, uello della carità continua, consistente nell’assistenza incessante, nel continuo sostegno e appoggio.

Tobino ha un profondo rispetto per la follia e ne sente tutto il fascino, ma sostiene anche un concetto della malattia mentale che ha che fare essenzialmente più con la neurologia che con l’analisi sociologica. Primo a sostenere che le patologie dell’affettività non esistono (“gli affetti non si ammalano“) rinviene la causa dello squilibrio, che è una realtà per lui inoppugnabile, in un fattore organico, in una menomazione. Continua a leggere

579. Epigrafe V.

31 Lug

Disidratato.

Austo, asciutto, ridotto ad uno stecco
Chiamai, chiamai soccorso, ad ogni costo;
Solo Morte al richiamo mio ha risposto,
Ma, come vedi, a farmi ancor più secco.

578. Scheda: Lucatelli – Come ti erudisco il pupo (1915).

31 Lug

Luigi Lucatelli (1877-1915), Come ti erudisco il pupo. Conferenza paterno-filosofica ad uso dell’infanzia e degli adulti, col riassunto di un decennio di pubbliche proteste nella libera stampa e con l’aggiunta dei ricordi della famiglia e carriera di ORONZO E. MARGINATI (1915). Introduzione di Marcello Marchesi. Illustrazioni di Scarpelli, Finozzi, Guasta. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano febb. 1972. Pp. 215 + Sommario.

[pupo.JPG]E’ il capolavoro assoluto della letteratura italiana dei mezzemaniche, e consiste nella raccolta, scandita in 11 unità, degli articoli che il Lucatelli pubblicò sul giornale umoristico “Il Travaso delle idee” di Roma (e vedi anche qui). Premorto a causa di malattia, fu postumamente omaggiato nel dicembre 1915 dalla redazione del giornale con la pubblicazione in volume del materiale precedentemente fornito al giornale. Il cognome “E. Marginati” non ha diretta valenza sociale – non nella nostra accezione – ma proviene dalla terminologia cancellaresca (“emarginare una pratica”). Continua a leggere

577. Epigrafe IV.

30 Lug


INFANTE

T’invocai, Mamma, inutilmente, e tanto
Che il respiro e le lacrime finii;
Fui condotto quaggiù, quando morii.
Tocca ora a me sentir com’è il tuo pianto.

576. Scheda: Della Croce – Una giacobina piemontese alla Scala (1978).

30 Lug

Vittorio Della Croce (1924), Una giacobina piemontese alla Scala. La primadonna Teresa Belloc. Prefazione di Giorgio Gualerzi. Edizioni Eda, fin. st. Torino 10 10 1978. Pp. 222.

Scritta dal padrone della casa canavesana in cui la stessa artista trascorse gli ultimi anni di vita, è la biografia di Maria Teresa Trombetta (s. Benigno Canavese 02 07 1784 – s. Giorgio Canavese 13 05 1855), poi, per matrimonio, Belloc (prima ancòra, in arte, “Giorgi”, forse per la residenza in s. Giorgio, forse per omaggiare la madre [come ipotizza l’autore], la georgiana Agnese Arutin), una delle cantatrici più in vista dell’età di Rossini (affrontò per la prima volta un ruolo rossiniano nel 1812, nei panni d’Isabella ne L’inganno felice), impegnata nell’interpretazione di opere dei varj minori – Mayr, Bonfichi, Pavesi, Generali, Coccia – attivi al tempo suo, ma anche di Pacini e Mercadante, e persino Mozart (Nozze di Figaro, Flauto magico, Don Giovanni).

Interprete di assoluta affidabilità, bravissima virtuosa ed attrice, fu giacobina (tanto per spiegare il titolo) in senso patrilineare, essendo Carlo Trombetta suo genitore molto attivo come rivoluzionario quando però la primadonna era ancòra assai piccina, ciò che costrinse la famiglia a numerose e faticose peregrinazioni, fino all’approdo in Francia (1799); e in Francia c’era anche quell’Angelo Belloc, altro fuoruscito, che la Teresa avrebbe sposato nel 1802; avendo esordito già nell’anno 1800, appena sedicenne, secondo una consuetudine ancòra per parecchio tempo piuttosto diffusa.

Tutto il quadro del giacobinismo piemontese 1793-1800 è ricostruito con molta precisione alle pp. 57-65. Eventualmente si può accogliere come ulteriore segno del giacobinismo della primadonna, che in verità a me pare dovesse essere generalmente di complessione piuttosto linfatica e bonacciona, nelle cattive e svogliate esecuzioni – stando alle critiche; ed altrimenti la Teresa di critiche cattive non n’ebbe mai – di due cantate controrivoluzionarie al Regio di Torino nel 1801. Ma esse critiche negative sono da considerarsi nel quadro di esecuzioni complessivamente, e non solo per responsabilità della Teresa, cattive; essendo assai verosimile che le cantate fossero talmente scadenti da rendere penoso per gl’interpreti l’eseguirle, come anche per il pubblico, emunctis auribus, ascoltarle; come spesso avviene con le opere celebrative. Continua a leggere

575. Epigrafe III.

30 Lug

SORDO.
Sì, sono morto. Oh sciocco, e tu credesti,
Poiché chi mi chiamava io non udivo,
Oggi di ritrovarmi ancòra vivo?
Muta è la morte, e chiama a sé coi gesti.

574. Scheda: Zingarelli – “Prontuario della lingua selvaggia” (1979).

30 Lug

Italo Zingarelli (1891-1979), Prontuario della lingua selvaggia, Coll. “Il timone” n° 89, Pan Editrice, Milano aprile 1979. Pp. 151.

Scrittore, giornalista, figlio di Nicola Z., con questo breve testo completato da un dizionario semischerzoso, dà conto, quasi sempre sdegnato, dell’ingrato arricchimento di neologismi, per contro dell’appiattimento, della lingua nell’Italia postsessantottina e presettantasettina, ideologicamente tentata dalla sovversione da una parte e dall’altra ormai società dei consumi.

I primi capitoli sono nostalgicamente punteggiati dai niomi altisonanti di puristi ottocenteschi (Rigutini, Fornaciari…), la cui lezione è data comunque come disperata archeologia quando si tratti di vocaboli della scienza e della tecnica, che non possono non essere di nuovo conio (e fin qui ci arrivavo anch’io).

Il cap. III, più interessante, contiene notazioni sui gerghi giovanili, da cui emergono voci ora sorprendentemente familiari, ed ora tornate come nuove: (pp. 30 ss.) matusa, maturimba, antenato, fossile, cavernicolo; papà è “il grigio“, la mamma “la grigia“; seguono: ganzo (superl. ganzerrimo), svaporato (rimbambito), raperonzolo (ometto scialbo), pedalino (individuo senza personalità), fumato (agg.), bonazzo, fico, provolone, sbracoso (caciarone), zucato (attillato), leccone (adulatore), donatore (di effusioni; provolone), schizzato, arrancatore (emarginato speranzoso), spugna (propalatore di segreti altrui), secchione/a, guardone (indiscreto), profugo; filarino è riferito all’attore del filare; seguono: “allontanarsi a passi lenti ma decisi” (che ricorda i “passi lunghi e ben distesi” della mia giovanezza), “va alla Mecca” (affa), “è andato in bianco“, “ha fatto buco“, “non aggravare“, “attàccati“; seguono i begli aggettivi ragana, scorfano, squallida, rigoletta, imbranato, grifano; la locuzione “ci sforma” (ci fa una brutta figura); le definizioni crucco, imbucato (alle feste, che entra di sfroso), caverna (casa), tana (locale da ballo), lanigero (capellone); la locuzione, tutta cortese sollecitudine, “vieni dalla mutua o sei spastico?“; gli epiteti epitomati in def, cret, scem; &c. &c. (prima e principale fonte per la cultura gergale di Zingarelli erano le figlie).

Il cap. IV è dedicato al politichese, specialmente quello comunista. A pp. 47-48 si riporta la conclusione di Annie Kriegel al convegno organizzato in Francia nel maggio ’68 sulla terminologia politica, per conto del “Centro di Ricerca di lessicologia politica”. I comunisti vi erano detti possessori di una lingua tutta a sé stante; e v. anche il Manuale dell’agitatore bolscevico, pp. 320, stampato in URSS e contenente definizioni specificissime della terminologia politica corrente (p. 49). Tra le perle: “Costituzionalizzare una forza a vocazione dittatoriale“, “flessibilizzare gli atteggiamenti congelati e… non vanificare i tentativi“, e i verbi ottimare, declericalizzare, istituzionalizzare, sdemanizzare, focalizzare, cognomizzare, aggettivare, demistificare, &c. Ma si riportano anche contorsioni linguistiche democristiane e di altre compagini.

Il cap. V riguarda pochissimi esempj di saputo e goffo descrittivismo architettonico-urbanistico.

Il cap. VI è dedicato a “Il linguaggio dei giornalisti“, e prende di mira i tic, gli strafalcioni, gl’inutili prestiti stranieri.

Il VII riguarda il divario generazionale riflesso dagli usi linguistici, anche con un brutto dialoghetto che mostra IZ padre conservatore. Si riferisce anche un dialogo di spiaggia tra due ragazze ‘di oggi’, molto più gustoso, che è veramente quanto di più surreale:

[a.] “La verità è che non vuoi venire con noi perché Barbara ti ha preso il ragazzo. L’hai perduto il mozzafiato [sic]”.

[b.] “Col chicco (o col cavolo). A me i ragazzi non me li prende nessuno. Abboccati, tu che ha[i] uno stortignaccolo!”

[a.] “E allora perché non vuoi più stare con Barbara che l’anno scorso era la tua migliore amica?”

[b.] “Perché è una cornuta

[a.] “Sei una burina

[b.] “E tu una becca, e datti una regolata” (pp. 90-91).

L’VIII si occupa dell’abusato prefisso mini-.

Il IX si occupa del linguaggio della pubblicità. Nel ’79 “pubblicizzato” poteva ancòra dare molto fastidio, ed è interessante a quale forma verbae IZ faccia risalire il participio: “… un prodotto per fare strada va fortemente pubblicizzato (participio passato spremuto dall’inesistente verbo pubblicitare [sic])”, p. 107.

A p. 118 un ricordo di Nicola Z.:

Un giorno a Milano mio padre Nicola il quale s’era sacrificato nello studiare vita e opere di Dante rincasò furibondo perché in tram aveva letto un avviso di un’acqua purgativa che sotto un’immagine classica della donna amata dall’Alighieri faceva spiccare il verso del II canto dell’Inferno: “I’ son Beatrice che ti faccio andare“. Gli spiegai, per calmarlo strappandogli un sorriso, che chi avesse bevuto con successo quell’acqua avrebbe potuto riprendere la recitazione col verso immediatamente successivo: “Vegno del loco ove tornar disìo…“. Servì a poco (…)”.

Si cita, alla stessa pagina, la voce “Pubblicità” dell’Enciclopedia sovietica 1941:

un mezzo per ingannare la gente affibbiandole roba spesso inutile e di dubbio valore.

Conclude il volumetto un piccolo lessico di voci nuove o semantizzate dall’uso, più varie definizioni scherzose. Negli anni ’60-’70 furono diverse le compilazioni similari, dei varj Gabrielli Satta Pestelli, che tenevano anche rubriche sui giornali e rispondevao a quesiti di lettori. Si tratta di un genere d’insegnamento dilettevole della grammatica e della proprietà di linguagguio che avrebbe avuto una reviviscenza con Cesare Marchi negli anni Ottanta, per poi scomparire definitivamente. IZ non ha, dei citati, il talento giocoso, e nemmeno la purità di lingua; più che lungo studio e grande amore, traspare dal suo modo di porgere rigorismo e un senso d’indispettito disorientamento. Semmai questo libretto, uscito in una data così avanzata, anche della vita dell’autore, può servire a far capire come mai, con l’impossessamento definitivo della lingua da parte della comunità, non più cosciente di aver bisogno d’insegnamenti, queste cose non si siano più potute fare (anche per il ruolo, piaccia o non piaccia, formativo svolto non affatto da questo genere di compilazioni ma da altri media, come i deprecati giornali, la radio e, più di tutto, la televisione). [25 05 2010].

573. Epigrafe II.

30 Lug

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VBRIACONE LONGEVISSIMO.

Scusa, se tanto a scender qui ci ho messo;
Ma mi presi una sbronza tanto dura,
Che, tratto innanzi alla mia sepoltura,
A lungo non potei centrar l’ingresso.

572. Scheda: Algren – “L’uomo dal braccio d’oro” (1949).

30 Lug

Nelson Algren (1909-1981), L’uomo dal braccio d’oro [“The man with the golden arm”, 1949], traduzione di Giorgio Monicelli, A. Mondadori, Milano 1970 [1954(1)]. Pp. 451 + Catalogo.

Il romanzo, ambientato nei bassifondi di Chicago, e in particolare all’interno della comunità sottoproletaria polacca ha protagonista Frankie “Machine” (adattamento del cognome polacco Majcinek), l’uomo dal braccio d’oro del titolo, detto anche il Mazziere perché croupier in una bisca clandestina. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, decorato del Purple Heart, sotto le armi diventa morfinomane; nonostante ttto il suo valore, e nonostante i suoi sogni di diventare musicista, la sua vita rimane condizionata dalla droga. Vive in un universo asfittico, quello del suo palazzo, abitato da un custode con un figlio deficiente, convinto di riuscire a far crescere fiori di carta nelle crepe dei gradini della scala, sua moglie Sophie, l’amica della moglie Violet, sposata dapprima ad un uomo lavoratore ma passivo, a cui impone la presenza di un amante, il patetico ladruncolo (di cani soprattutto) Sparrow Saltskin, ebreo, detto il Passero, che la donna deve a sua volta scacciare quando il vecchio e stolido marito muore, lasciandoli privi di mezzi. La situazione di Frankie il Mazziere è resa economicamente difficile e psicologicamente insopportabile dall’invalidità della moglie, sopravvenuta a distanza di tempo da un incidente d’auto avvenuto con lo stesso Frankie al volante, ubriaco. Il progredire della malattia, che ha condotto Sophie su una sedia a rotelle, è stato contrastato anche con l’ausilio di santoni e scalzacani, ma di fatto la donna, che col tempo diventa anche alcolizzata, deve il tutto a qualche irrisolto problema psichico, che non saranno mai veramente affrontati se non quando sarà troppo tardi, sul finale, con il ricovero della donna in manicomio.

In una comunità in cui piano della legalità e piano della delinquenza sono continuamente osculanti, se pure si possono distinguere, chi rappresenta l’ordine è Bednar, poliziotto burnout pieno di scontrosa pietà e sconsolata amarezza, custode della memoria collettiva al punto da essere soprannominato Grande Archivio. Il quale Bednar entra in azione, lentamente ma inesorabilmente, contro Frankie parecchio tempo dopo che questi ha ucciso Nifty-Louie, l’uomo dal profumo “di talco violetto” (di violetta?), il suo spacciatore, l’uomo che ha costantemente in mano la sua vita. L’omicidio s’è consumato nella bisca in cui Nifty-Louie veniva a giocare regolarmente, e dove Frankie distribuisce le carte, sotto gli occhj del Passero e in presenza del cieco profittatore Piggy-O, i soli due testimoni. Ma il Passero, amico di Frankie, non può tradire; né ha interesse a farlo Piggy-O, che a tentoni ha sottratto al cadavere tutto quanto di valore aveva addosso, mostrandosi sùbito dopo per i soliti locali inspiegabilmente ben fornito di denaro. Nel frattempo Frankie, sempre più in rotta con Sophie ma impossibilitato a lasciarla, tesse una delicata relazone platonica con un’altra casigliana, la prostituta e ballerina di bettola Molly.

La situazione per Frankie si fa rischiosa quando, pressato dal bisogno di soldi, partecipa col Passero ad un furto di ferri da stiro in un grande magazzino. La sorveglianza intercetta Frankie, mentre il Passero riesce a sottrarsi, e fugge. Frankie, per quanto siano amici, non ha nessuna stima del Passero, ma si sente in obbligo morale di scontare la pena da solo, secondo un codice d’onore da cui non può derogare. Oltre al compagno di cella, che ha passato l’intera vita in carcere e non saprebbe che cosa fare una volta uscito, lo impressiona la superficiale conoscenza con un giovane pluriomicida, che s’avvelena col cianuro prima d’essere inviato alla sedia elettrica.

Uscito di carcere (nel frattempo è stata Violet a prendersi cura di Sophie), Frankie, volente o nolente, renderà la pariglia al Passero. Che è cooptato da Piggy-O messosi in affari per portare una dose di morfina ad un cliente. Solo una volta giunta all’appartamento indicato il Passero scopre che il cliente è Frankie, distrutto dall’astinenza; ma è anche una trappola del mlvagio cieco per far cogliere in flagranza il Passero dalla polizia, e rovinare il Mazziere. Frankie sa perfettamente che adesso Grande Archivio farà pressione sul Passero, finora non denunciabile, per strappargli una testimonianza che incastri il Mazziere come omicida di Nifty-Louie. La macchina della polizia si muove lentamente; Frankie riesce a ritrovare Molly, che nel frattempo ha cominciato ad esercitare in un altro locale, e la donna lo ajuta, trasferendosi con lui in un appartamento dal quale Frankie esce solamente di notte e travestito. Alla fine, fatalmente, è scoperto.

Durante la fuga è colpito da una pallottola ad un tallone, ed è costretto a rifugiarsi in una stamberga di poco prezzo. Qui tenta inutilmente di frenare l’emorragia, e sviene dal dissanguamento. Risvegliatosi dal deliquio, ha la visione di sé stesso in divisa da soldato che gli lascia una corda sul letto. Mentre il tenutario della stamberga, sopraggiunto e visto il sangue, corre a chiamare la polizia, Frankie usa le energie residue per impiccarsi al lampadario. Concludono la sua storia i documenti della polizia relatìvi al rinvenimento del cadavere.

Documento, anche, di primissima mano sulla vita dei bassifondi metropolitani – Algren visse costantemente in contesti sottoproletarj, e non scrisse d’altro -, e descrizione tempestiva della tossicomania contemporanea prima del boom di decennj più vicini a noi (si viene a sapere peraltro che già negli anni Quaranta era in uso quello che oggi si chiama “cavallo“, in ingl. horse, ossia una miscela di eroina e cocaina), è reso del tutto speciale proprio dall’affettuosa pietà dello sguardo dell’autore: in nessun caso quest’umanità è considerata con voyeurismo borghese, e la sua vita non è proposta, secondo i  moduli leggermente decadenti proprj della letteratura da bassifondi, noir o sensazionalistica, come “esperienza estrema”. Ne consegue che quello che in altri autori è crudezza effettistica, qui ha una sua colorita naturalezza, una sua fatalità: il sottoproletariato non interessa ad Algren per le sue emergenze violente, ma nel fluire tutto sommato routinier, e disperato come quello dell’umanità a tutti i livelli, della sua quotidianità. E’ dunque un mondo autosufficiente e complesso, con una sua memoria storica, dove tutti gli uomini e tutte le donne si portano dietro una loro consapevolezza, un loro dolore, una loro speranza: oltre al protagonista con tutti i suoi sogni distrutti, così anche Bednar con i suoi sensi di colpa per l’infelicità causata, Molly con la sua sensibilità, Sophie con le sue frustrazioni e nevrosi degenerate in follia, il succube marito di Violet con la sua inutile orgogliosa rivolta non sono, col loro dialogo puntuto e witty, i loro monologhi interiori, i loro gesti vigliacchi o generosi, nemmeno per una volta estranei a chi legge, ed è questo che ne fa un romanzo sotto ogni punto di vista di genere piuttosto raro, se non proprio unico [25 05 2010].

571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

570. Capriccio XIX.

23 Lug

D’VN VECCHIO CHE PARLAVA DA SOLO NEGL’INTERVALLI DELLA LETTURA D’VN LIBRO DI 1368 PAGINE.

Vecchio, perché d’un’intellectio assorta
Diporti i quarti d’ora, come suole
Semmai quello cui mancano parole,
Cui voce altrui, compagna, non conforta?
Tante, invece, la mano tua ne porta,
Che si direbbe non lasciar la mole
D’esse spazio a dell’altre. Ma – e mi duole –
So perché a tratti hai tu lettera morta
Quel fluente di vita chiacchiericcio:
Proprio perché la morte alto in te parla
Nel volto crespo, al labbro cenericcio,
E di te è parte, e tu non vuoi gabbarla,
Le vive carte hai solo tuo capriccio,
Distratto, e intermittente, a non turbarla.

569. Epigrafe.

23 Lug

Per la tomba d’un celebre scrittore.

DISADATTATO, TIMIDO, INATTVALE,
SCHIVAI LA VITA, E IN CARTE SON VISSUTO;
SE SI PERDE QVEL SOLO CHE S’È AVUTO,
CON RAGIONE MI DICONO IMMORTALE.

568. Barzelletta molto adatta a tutto l’arco alpino.

21 Lug

L’assai compianto Gino Bramieri introducendo uno dei suoi bestsellers, del tipo Gino Bramieri vi racconta 35.000 barzellette, analizzava non senza finezza la classica sindrome del barzellettiere impreparato: richiesto a gajo convito di allietare gli animi con qualche storiella egli rimane normalmente basito, salivazione azzerata, due trote marce sotto le ascelle, il cervello a duemila che macina dati alla vana ricerca delle sicuramente non meno di cinquemila barzellette che si sono memorizzate nel corso degli anni – macché, niente, non esce nemmeno una freddurina, nemmeno un apologo da educande, per non parlare di quelle belle barzellette corpose, cacca-culo-pipì, che sono le sole veramente digestive e valide. Continua a leggere

567. La ricerca (anche da fermo) del desiderio.

20 Lug

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Salmacis_%26_Hermaphroditos_4.jpeg

Salmace & Ermafrodito, stampa del 1581.

Il cavalier Marino scriveva da Ravenna a Bernardo Castello, nel 1606 (non posso giurare che la data sia esattissima, perché copiazzo dall’antica edizione Laterza del 1911, Borzelli & Nicolini curr.):

[…] Un personaggio principale, a cui non posso mancare, ha raccolto in molti anni da molti e diversi maestri, e particolarmente da’ più famosi che oggidì vivano, un buon numero di disegni quasi nella medesima forma che son quelli che si veggono nelle stampe di Pierino del Vago, e n’ha messo insieme un libro il qual tiene per suo trastullo. Egli ha notizia del sommo valore di V.S.; onde disidera qualche fantasietta di sua mano, tirata o di penna o di lapis o di chiaro oscuro, rimettendosi in quanto alla invenzione in tutto e per tutto all’arbitrio del suo capriccio […] Continua a leggere

566. Perché la gente non pensa quello che pensa (quando pensa; se pensa)?

16 Lug

Il mondo sarebbe meglio di quello che è se tutti pensassero esattamente quello che pensano, e non altro? Ossia, se pensassero solo metà di quello che pensano, lasciando l’altra metà, quella finta, definitivamente da banda? Ho parlato con un amico che ha, a latere delle sue più serie occupazioni, attività fricchettone, frequenta squat e occupatori abusivi di case. Credevo, in buona fede, che tutto questo si motivasse col fatto che, svolgendo simili attività, riesce ad aggiungere alla propria vita qualcosa che gli piace: anche rifacendomi all’atmosfera rilassata e piacevole di qualche cena anarchica, pensavo che l’avanguardia della militanza politica attualmente si fosse spostata, secondo me assai saggiamente, su un piano di stile di vita. Cercare di affermare un ideale politico, di là dalla pericolosità, che anzi può essere stimolo o sfida, o semplicemente non spaventare il militante convinto, che sa di dover sostenere battaglie, è anche contraddittorio; per un anarchico non parliamone, ma anche per un comunista, che dovrebbe sapere esattamente come sia giusto vivere, e non dovrebbe pretendere che la società cambj per permettergli di esistere come uomo universale. Io, effettivamente, credevo che le cose fossero evolute fino a questo punto: fino ad uno stile di vita. Per questo avevo dato a quelle attività un significato più bello di quello che è – ma lo dico ora: anche se magari il difetto è solo d’inquadramento ideologico-retorico-espressivo [escludendo la possibilità che certe cose mi siano state dette col deliberato intento della menzogna], cioè se l’amico in questione semplicemente non sa spiegare esattamente quello che di fatto pensa e fa, rimane sempre quello che pensa e fa, come dato oggettivo, insieme a tutti quelli che pensano e fanno quello che pensa e fa lui – in quei determinati contesti, per quel tot di ore alla settimana, quando condivide determinate iniziative. Sta di fatto che la spiegazione del perché si dedicasse a quello che faceva m’è stata data in termini molto anni Settanta, di ricaduta sulla società, di acquisizioni importanti a pro dei derelitti, dare voce ai senza voce, informare sulle aberrazioni del sistema, sulla violenza del potere. Tutte argomentazioni che solo in parte coprono il significato ragionevole delle azioni che compie come anarchico. C’è, è vero, la tendenza a dare significati eccessivi a quello che si fa, in base alla legge che vuole che da ciascun nostro atto ne discendano infiniti altri, che possono essere profondamente positivi se l’impulso che diamo è positivo, o assolutamente negatìvi se esso impulso è malvagio. Ma è un mettersi sul piedestallo, in specie perché esistono persone che influiscono profondamente sul proprio ambiente, e su altri: esiste un potere, ed esiste la possibilità, di alcuni, di determinare e condizionare eventi per un numero molto alto di altre persone. Di là da questo, è l’evidente jato – perché è questo che m’interessa – tra azione e intenzione manifestata che mi vien da notare. Continua a leggere

565. Mancata risposta a una domanda non posta.

15 Lug

Esistono da sempre, barboni, spostati, tossici, disoccupati non qualificati, persone insomma che, per dedicarsi a qualcosa di meglio o per non riuscire a dedicarsi a qualcosa, si sono ritrovate fuori (teoricamente) dalla società. In casi come questi, il punto di vista progressista consiste effettivamente nel prendere atto che “questa è una società” che produce scarti, che vivono di scarti; ma mentre il panorama degli spostati è variegato, e quantomeno suggerisce l’idea che ognuno abbia avuto un suo solitario percorso, a condurlo là dove attualmente si trova, l’argomentazione, oltre ad avere la menda di consistere in una presa d’atto, rimane sugli universali, non entra nel merito delle singole specificità, dei particulari. Un taglio più raffinato di riflessione sul realeè consentito dal ricorso ad una specie di via di mezzo tra contingente (transeunte, e dunque trascurabile, preso nel suo complesso, che è stracarico di implicazioni non utili all’indagine, cioè al raggiungimento di un senso, alla risposta alla domanda “Perché?”) e universale, vale a dire il faticoso e paziente rinvenimento di tutte le caratteristiche che si manifestino identiche e immutabili da caso a caso. Se, infatti, il comportamento della società nel complesso degli spostati è chiaro, anche senza necessità di troppo approfondite analisi – ed è chiaro grazie all’intenzione che la persona integrata riconoscere essere perfettamente trasversale, a prescindere da vissuto idee politiche opinioni esperienza, a tutte le persone integrate -, risulta del tutto oscuro che cosa dovrebbe pensare lo spostato della propria situazione, mancandogli la forza intellettuale, oltre alle possibilità oggettive, di svolgere analisi in questo senso: che cosa mi ha portato in questa situazione, e che cosa c’è di invariante dal mio caso al caso di X, Y e H, tra i fattori che hanno condotto ad essa situazione? E’ abbastanza logico che siano persone adatte a fare di essa analisi idiografica la propria missione; solo che non lo fanno. Sarebbe utile? Continua a leggere

564. Questo non è un addio.

13 Lug

Giulietta Simionato, 1910-2010

Giulietta Simionato, 1910-2010

Forse, se questo blog fosse una professione o tentasse di essere omologo nelle prassi a quello che si fa nei giornali, l’owner dovrebbe tenere una specie di archivio pieno di quelli che si chiamano, gergalmente, coccodrilli – per via delle lacrime, versate dopo il fattaccio; anche se in questo caso l’aspetto più sinistro è che le lacrime sono versate prima, assai per tempo, per non ritrovarsi spiazzati e privi di lacrime al momento opportuno, cioè quando il lacrimando, venuto a morte, dev’essere opportunamente asperso del più ipocrita tra i liquidi. Chiaramente, trattandosi di un blog, dovrei costituire detto archivio esclusivamente con entries congeniali, e questo forse mi costringerebbe a seguire passo passo, giornali tra mano, le vicende e le sorti di questo e quest’ultimo. Avrei forse cento, duecento personaggj in età – almeno quelli; ma le morti accidentali, le malattie incurabili, gli assassinj, che si possono portare via il novantasejenne come il tredicenne? – di cui verificare giornalmente l’esistenza in vita.

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563. Quattro versi di Montale.

8 Lug

https://i0.wp.com/www.forumlive.net/tuttiinscena/storiagenova/images/upupamulas1.jpg
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l ’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Sono effettivamente versi che possono essere impiegati per avvertire che si sta attraversando una crisi d’identità; o che essa crisi è una condizione non accidentale e non passeggera; ovvero che la crisi stessa è coessenziale a quell’identità.

Sono tratti (non occorre dirlo, ma melius abundare, anche qualora dia vieppiù l’impressione di essere deficienti) dagli Ossi di seppia (1925), prima raccolta poetica, e forse la migliore, di Eugenio Montale (1896-1981).

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562. Vagine d’acciajo.

6 Lug

https://i2.wp.com/giotto.ibs.it/cop/copj13.aspHo appena letto, di Michela Marzano (romana, classe 1970), il saggio filosofico Sii bella e stai zitta, Mondadori 2010, su quest’Italia che offende le donne. Dice di aver preso spunto dallo scandalo delle mignotte a palazzo Grazioli, luglio 2009. Sarà, ma continua a chiamarle escort, non le chiama zoccole nemmeno una volta.

Si potrebbe scrivere anche qualcosa di più costruttivo su una cosa del genere, ma da una parte non mi va, dall’altra ricordo che la Nerina Negrello me lo disse, che tanto a me le donne non interessano, e quindi cui prodest?

Normalmente l’autrice scrive in francese, perché è un cervello in fuga, e i suoi libri, rivolti ad un vasto pubblico eccettuati i saggini per le PUF e cose specialistiche, sono voltati in italiano da traduttori e stampati poi in Italia da Mondadori. In questo caso non poteva parlare di donne italiane allo stesso modo alle donne francesi e alle donne italiane, evidentemente; quindi ha scritto un saggio che sarà voltato in francese da traduttori, e là stampato, ed essendo una traduzione renderà chiaro che essendo rivolto in prima battuta alle donne italiane non ha in sé nessun intento particolarmente sputtanatorio. Continua a leggere

561. Letame.

5 Lug

https://i2.wp.com/www.guadagnocolblog.it/wp-content/uploads/2010/02/tanti-libri.jpg

Un mucchio di libri.

Dopo un annetto di magra, a parte rare eccezioni, ultimamente il Balôn si è rianimato: taccio di quel sabato che trovai l’angolo della spazzatura così ingombro di libri che la spazzatura non ci stava nemmeno, e migliaja di dorsi e copertine e legature aperte erano spaparanzati al sole – molti gli stracciumi, ma molte anche le cose, anche curiose, perfettamente integre.

Non si cercano, ovviamente, le novità, né i volumi di pregio in condizioni ottimali; non se ne troverebbero, innanzitutto, e poi il fascino di queste raccolte consiste proprio nella serendipità, nella scoperta di cose di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza. Continua a leggere

560. Gashlycrumb Tinies 9.

3 Lug


Z sta per ZILLAH, che bevve troppo gin.

Mentre il Tempo ore ingrate a noi distilla,
E stilla a stilla a noi rigonfia un Lete,
Ecco per affogar cure segrete
Più spiritoso distillato, oh ZILLAH.
    Con tutto il gaudio che laggiù scintilla
— D’oblii di risa di stoltezze liete —
Toglie attrattive alle più ambite mete
Il fondo del bicchiere; oh come brilla!
     Bevi, & da’ a bere a Ortensia, e allo stravizzo
Anch’io presenzierò; alla buona sorte!
A noi tre! Ma più a te Viva! indirizzo:
     Ché amica sono. E abbracciami, sù, forte:
Son buona, seppur secco ho aspetto, & vizzo.
Manda giù! E vieni a me; che son LA MORTE!

559. Risveglj.

2 Lug

https://i2.wp.com/abs.italiaabc.it/photobook/poi/208/2_palazzo_carignano.jpg

La facciata settecentesca di Palazzo Carignano, col suo porticato.

E’ bello comunicare con la gente. Per esempio, dopo mesi di comprensibile silenzio, l’omino che fa il custode a palazzo Carignano giorni fa s’è proposto come svegliarino, e quando mi alzo prima delle 8.30 si compiace, e me lo dice, Ah, oggi ti sei svegliato prima, e mi chiede: E adesso che fai? Vai a lavorare? Rispondo sempre di sì, anche se la faticosità delle mie giornate mi rende bolso e rincoglionito, e l’unica risposta che si potrebbe sensatamente chiedere al mio abbrutimento di fronte a una domanda del genere dovrebbe essere Sì, porcoddio, oppure: Mavaffanculo. Ma temo ritorsioni – i custodi sono sempre freschi e riposati, con riflessi scattantissimi, non come i miei, e potrei prendermi un cazzotto in bocca, e trovarmi a rinunciare ai diciotto denti che mi sono rimasti. Continua a leggere

558. Il contribuente.

1 Lug

http://rollingtobacco.files.wordpress.com/2010/03/blue_ridge-e1268868212761.jpg

La busta da 50 gr di Blue Ridge, attualmente - a quel che mi si dice - uscito di produzione.

Troneggiava precedentemente tra tutti gli altri, per pregio e costo, il Golden Virginia; inteso come quel tabacco che, nella versione forte, si presenta con quella busta richiudibile con comoda cerniera a pressione, verde con le scritte gialle. Io faccio riferimento sempre alla versione forte, perché è quella vera: infatti le versioni light, che tra le sigarette confezionate trovano anche la formulazione mild, insomma le meno forti, sono sempre lo stesso tabacco, ma sottoposto a cincischiamenti chimici tali per cui il principio attivo (la nicotina, quel veleno vischioso color miele scuro di cui le foglie del tabacco sono intrise) risulta ridotto. In tutti i casi, salvo quello del Drum giallo, che è il mild dei Drum, ma che risulta da una miscela di tabacchi diversi; laddove l’azzurro e il bianco, che infatti è cattivo, sono le artefatte versioni leggera e leggerissima del blu, che rimane il re dei tabacchi da sigaretta. Continua a leggere