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757. 82.

18 Dic

82. In un contesto familiare normale – ragionò –, Continua a leggere

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756. 81.

18 Dic

81. Non differentemente da molti altri contenitori, animati e inanimati, anche il parallelepipedo di vetro infrangibile dietro il quale Olu trascorreva la gran parte delle sue giornate aveva una parte visibile e un contenuto nascosto: solo al riparo da occhî indiscreti egli poteva infatti concepire una simile ammucchiata di oggetti personali e di personalissimo uso, quali non era dato probabilmente tenere così nascostamente sciorinati nemmeno in casa; metti che venisse qualcuno in visita, o ci fosse un’irruzione della Polizia, non sarebbe stato pensabile avere appiccicati da tutte le parti tanti bigliettini, non solo con promemoria riguardo spese da fare e rifornimenti, ma anche con numeri telefonici, indirizzi, e frasi sentite dai passanti e segnate per non dimenticarsele: se poi qualcuno gli avesse chiesto, posto che il suo ragionamento – è chiaro – fosse stato quello, se annetteva qualche pericolo oggettivo per sé nel fatto che altri vedesse i suoi generi di conforto, la sua rubrica a feuilletons, i suoi libri, le sue cassette, con ogni probabilità o non avrebbe saputo che cosa rispondere o avrebbe irriflessamente risposto no, che non era proprio per quello che l suo piccolo retrobottega gli pareva la sede più consona, anche se non avrebbe mai saputo spiegare, allora, per cosa: e Lei, Quintiliano, si lasciò a questo punto andare a una serie di considerazioni circa il valore intrinseco della privatezza: come se, e così era stando alle apparenze, il solo fatto di essere al riparo dagli occhî degli altri potesse di per sé implicare un più libero e fiducioso godimento delle cose, un più pieno uso delle stesse, e – perché no? – magari anche una maggior efficienza nel gestirle: ma non capiva come mai questo avvenisse, ossia perché, anche in assenza di qualunque pericolo di subire un furto o incorrere nella più o meno sensibile riprovazione altrui, sia più o meno naturale istinto per un essere umano godere di nascosto, prevalentemente, di quello che possiede: ricordò che anche al chiuso delle case dei padroni, i cani mangiano più volentieri riparati negli angoli, perché l’atavica prudenza rammenta sempre loro che mentre consumano il loro pasto sono più vulnerabili all’attacco del nemico; e probabilmente, anche in quei contesti in cui l’uomo sa di potersi fidare dell’alto livello di civiltà o di reddito della gran parte del proprî simili – Central Park in questo senso non faceva molto testo, ovviamente, perché era un porto di mare – , tendeva in ogni caso a serbare memoria preconscia, se non genetica, dell’eventualità del furto, dell’invidia o dell’esposizione eccessiva ad un attacco di qualche proprio simile: anche quando questo non era da preventivare, la privatezza era comunque ricercata e voluta.

755. 80.

18 Dic

80. Tutte immagini deprimenti e grandiose a cui Le piaceva pensare, forse non prive di qualche fondamento reale o verosimile ma di per sé meri riflessi della conseguita consapevolezza che al mondo nulla è certo e nulla si lascia conoscere con facilità; consapevolezza che tuttavia, come sempre avviene in questi casi, non schiudeva di per sé nessuna possibilità di avviarsi a qualche indagine coronabile da successo – e che aveva una sola, un’unica eccezione, che poi in quel momento era la sola cosa che Le premesse e Le stesse in cuore, vale a dire l’esatta corrispondenza di un corpo spirituel e uno spirito spirituel (in totale, tre quarti di esprit e uno solo di corps) nel Suo amico baracchinista Olu; che, al termine d’un vialetto, sullo sfondo di un ponticello giapponese e una siepe stecchita che levava le branche dalle terminazioni multiple e sottili come fili di ragnatela, ora Le si rendeva visibile, dietro lo scatolone di vetro trasparente infrangibile che conteneva tutta la sua mercanzia, mentre, intento, con aria totalmente assente, o contava il denaro nella cassa o sceglieva un nastro da mettere nel registratore o faceva qualsiasi altra cosa potesse impegnarlo in quel momento: e anche quei semplici gesti al riparo dagli occhî del pubblico, in effetti, Le parve confermare sostanzialmente quello a cui aveva pensato fino a quel momento: una scatola, chiusa al riguardante, era il baracchino di Olu, e in parte occulto era il suo contenuto, perché davanti erano disposti in bell’ordine hot dogs con würstel di majale e di tacchino, panini con presciutto e cheddar, tramezzini tonno panna e funghi, Coca cole, Pepsi cole, orangine, brasilene, acque toniche, barrette di sesamo e miele, schiacciata di albicocche, e duemila altre cose all’incirca – mentre dietro la mercanzia c’era una fila di Penguins consunti, classici soprattutto, il Dictionary of Poetry di Princeton, un manuale di analisi matematica da un anno ormai continuamente abbandonato e ripreso, due stradarî di New York, alcune boccettine dal contenuto non precisato, un piccolo mangianastri a pile con accanto diverse cassette (tra cui si segnalavano il Wohltemperierte Clavier, “Fandango & Other Sonatas of padre Solér”, e alcune novità – di allora – di musicisti che non conosco, gli “Slayer” e i “Judas Priest”, con due titoli recentissimi, South of Heaven e Ram it Down; & altro), il “NYTimes” del giorno, di solito, almeno Newsweek e lo Scientific American, cataloghi di mostre, crema per le mani, un elenco telefonico dell’anno prima, una moca italiana, un barattolo di caffè.

754. 79.

18 Dic

79. Una tesi non ha bisogno di starsene nascosta tra le tenebre in cui la coscienza non riesce a spingersi se non quando il pensiero, che è un anfibio tra le tenebre e la luce, vuole nascondere alla coscienza stessa che quello che si va concependo in mezzo a quelle ombre non è una possibile, eventuale forzatura della realtà dei fatti, ma semplicemente una constatazione, una presa d’atto; mentre è vero il contrario: poiché una tesi nasce sotto forma di tentazione a credere, anche quando l’evidenza potrebbe rivelarne tutta la fallacia, in una certa idea; dopodiché il pensiero, prima di lasciar emergere in piena luce la tesi, passa qualche tempo a consultare la memoria, teoricamente vagliando non selettivamente il materiale, di fatto andando a trascegliere tutto quanto può corroborare la tesi stessa, dunque, di fatto, escludendo a priori tutto quanto potrebbe invalidarla; a quel punto la tesi può uscire allo scoperto e mostrarsi nella piena luce, corteggiata da prove senza smentita: ecco, in questo caso la Sua tesi era che tutti gli uomini sono come scatole chiuse, come contenitori che servono, occultando, a fuorviare il riguardante circa il proprio contenuto, dando le viste di contenere una cosa per un’altra, o una cosa che è il contrario di quella che di fatto contengono, o di non contenere nulla quando contengono molto, o di contenere un po’ di tutto quando contengono una cosa sola; o di contenere qualcosa di incomparabilmente più ricco o incomparabilmente più povero di quello che in realtà c’è; dovunque si giri lo sguardo, Si dicev’Ella, insomma, ogni fisionomia, ogni volto, ogni apparenza mente; con lo scopo, evidentissimo, o di proteggere quello che secondo i cristiani è il nascosto talento, a chiunque voglia eventualmente distruggerlo, o saggiarlo, o servirsene o farne chissà che altro uso perverso o sconvolgente: così il reale delle anime si camuffa colla maschera dei volti, pensava, e così il mondo, che a detta dei pragmatici che odiano il chiuso confortevole e artificiale dello studiolo e fanno di tutti i libri e di tanti monumenti degl’ingegni solitarj un fascio d’inanità, è solo una galleria di simulacri, una recita che nasconde una morale talvolta di segno inverso rispetto al rappresentato, talora di segno solamente diverso, una giostra di cavallini e carrozzine che stanno fermi mentre si muovono e mentre si muovono stanno fermi, un’esposizione di statue di cera a cui inutilmente si chiederebbe una parola di risposta, un segno di vita; una stele di geroglifici che ad ogni riga, ad ogni parola richiedono una chiave interpretativa diversa, un’apparenza vana e perfida, uno stagno di acque morte brulicante di vivissimi batterî; una morte galvanizzata e con la maschera mortuaria sopra il teschio inespressivamente ghignante; & cetera.

753. 78.

18 Dic

78. In questo senso Le pareva che effettivamente un uomo potesse essere paragonato ad una cassetta di legno o di metallo, ad uno scrigno ricoperto di cuojo e dai rinforzi d’acciajo, ad un baule dalla chiusura ermetica, o ad una cassa dalle liste larghe, attraverso le cui imperfette commessure era visibile un contenuto o dozzinale giusta l’esterno oppure inopinatamente valente e prezioso; ma soprattutto era simile ad un contenitore che nulla tradisse del proprio contenuto, e perché di materiale rigido, e ben chiuso, o perché, addirittura, menzognero riguardo il proprio interno, come una cassa con sopravi ALTO e FRAGILE, stampigliata con una dicitura con la quale si attribuisse un contenuto di cristalli, vetri e coccî mentre poi conteneva animali vivi o putrelle o trucioli, o perché aveva già svolto il proprio servizio per quanto riguardava la merce che dichiarava o perché all’ultimo momento se n’era trovato un differente impiego: se anzi riandava con la memoria a tutte le persone a Lei note, se proprio doveva trovarne una il cui aspetto fisico corrispondesse – in specie il volto, come appunto l’aspetto esteriore di una cassa, o la prima mezza pagina di un libro, o un presagio di pioggia verso l’alba – basandosi su quello che poteva sapere dell’anima, dello spirito, dell’intelletto di quelle persone, non ce n’era forse nemmeno una (o nemmeno una, sicuramente, Le riuscì di richiamare alla mente in quel preciso momento) in cui il fenomenico corrispondesse pienamente a quello che stava più sotto: conosceva vecchî dall’aspetto talmente incallito da far pensare che non avessero più nemmeno battito cardiaco eppure dotati di una sensibilità ultrafine, e adolescenti di aspetto delicato e gentile dalle chiare inclinazioni sadiche; uomini dall’aspetto rozzo e brutale e dall’animo mite e gentile, e donne dall’aspetto raffinato dalla parlata, dai modi, dai pensieri volgari; per quanto interrogasse la Sua memoria non Le era dato trovare nemmeno un caso in cui l’aspetto fisico, la complessione, il volto denunciassero un contenuto spirituale esattamente corrispondente: e, se non era inverosimile che una tesi a Lei da Lei stesso sottaciuta forzasse la dimostrazione o la falsificazione in una direzione piuttosto che in un’altra, era quantomeno assai verosimile che in tutta la Sua vita avesse conosciuto pochissime persone la cui intenzionalità e la cui personalità fossero stampate a chiare lettere nel volto, nei gesti, nei comportamenti: era da credere che, se pure c’erano, fossero pochissime, e non potevano far testo nella materia che stava tra Sé dibattendo.

752. 77.

18 Dic

77. Tolta questa particolare, per quanto abbastanza cruciale, possibilità di coincidenza simbolica tra una scatola e un uomo inteso come contenitore, in special modo in senso morale, rimanevano comunque incidenze interessanti, o che tali Le parevano: Olu era, come qualunque uomo, un contenitore della propria storia, in un certo senso, come anche Lei, Quintiliano, o chiunque tra i Suoi familiari, i Suoi insegnanti, i Suoi compagni di scuola o di squadra e, insomma, come qualunque Suo simile: posto di precisare, però, che quel contenitore era animato, flessibile, umido, in grado di emettere suoni e fluidi, trasformabile e deperibile – trasformabile anche dal proprio stesso contenuto, a differenza di un contenitore inanimato che non fosse costituito da materiale flessibile e permeabile – come un sacchetto di carta, per esempio, ma al momento non Le interessava, come termine di paragone, poniamo, un sacco o una borsa; perché la questione essendo Può un uomo essere paragonato a un contenitore e al suo contenuto?, era molto difficile non trovare più suggestivo e ricco di conseguenze il paragone che vedesse da una parte l’uomo e dall’altra uno scrigno, un contenitore rigido, atto a contenere e nascondere insieme; poiché, così almeno Le pareva in quel momento, il fenomenico di un uomo era sì anche forgiato dal suo contenuto, ma di esso era anche cattivo ambasciatore, anzi, più cattivo ambasciatore che buono, o enigmatico o menzognero o fuorviante, o quantomeno reticente sul proprio contenuto, non mancandoLe molti esempî, Olu a parte, di uomini e donne dotati di fisionomie dal fascino misterioso che indiscutibilmente non erano all’altezza, sia dal punto di vista spirituale sia dal punto di vista della storia personale, del loro assetto più superficiale, vistoso ed esteriore; e, per converso, di uomini e donne d’aspetto del tutto dozzinale, insignificante e per nulla attraente, che nascondevano passati e contenuti e sapienze i più straordinarî: come il prof. Hirsch, che Le aveva dato alcune lezioni private di latino, e nonostante fosse fuggito fortunosamente da Auschwitz, avesse attraversato il Sud della Francia trascinando una gamba spezzata, fosse dotato di uno spirito eccezionalmente acuto e di una cultura ineffabilmente ampia e profonda, e in più appartenesse al Popolo eletto, mostrava la fisionomia sgraziata e priva di qualunque fascino di un attempato parroco di campagna; al contrario, Roger Olsen, con cui giocava a hockey un giovedì sì e uno no, era alto, già a quattordici anni, un metro e ottanta, aveva un volto da lemure dominato da due occhî di diverso, e ciascuno particolarissimo, colore (uno viola e l’altro di un verde-oro praticamente giallo), la testa sormontata da un gonfio casco arcangelico di liscî capelli biondobianchi sparsi di fila di rame, e un fisico adorno in pari misura di muscoli e di grazia, un semidio, o un dio, dal sorriso solenne ed enigmatico, dalla voce armoniosa, olimpica e distante, molto richiesto e sbavato dietro da numerose ragazze sceme e da qualche gay dei più ritardati – eppure ignorante come una capra, pessimo giocatore, prosaico, senza carattere, un imbecille perfetto.

751. 76.

18 Dic

76. Lei aveva faticato parecchio a trattenerSi dal fantasticare su un personaggio le cui doti concorrevano in pari misura al mistero che lo circondava ad attrarLa: e nel gioco analogico che aveva cominciato a fare tra Sé e Sé e che ormai aveva irretito tutti i suoi pensieri, concepì l’idea di Olu come quella, a sua volta, di un contenitore, ovvero uno di quei Sileni a cui Socrate era stato equiparato: solo che l’involucro di questo Sileno Le pareva bellissimo, e l’interno oscuro, forse nei due sensi, e perché non manifesto, e perché in qualche modo inquietante e sinistro: anche nel caso di Olu, si disse, l’interesse che provava era dovuto in primo luogo a quello che, riposto nascosto negato rimosso recondito, non vedeva e non sapeva: Olu dai gesti precisi e dal sorriso di lupo sarebbe stato solo bello da vedere, con il suo fisico affusolato, al sua fisionomia nervosa; ma l’attrazione prepotente che esercitava su Lei era dovuta al fatto che quel fisico, con quelle caratteristiche, fasciava racchiudeva escludeva allo sguardo cose sconosciute – e che potevano non essere belle: la segreta speranza di trovare conferma di un passato del tutto confacente alla sua figura gradevole, metafisica, slanciata, una sequela veloce di vicende intricate, avventure che ne esaltassero, tra le tortuosità di un percorso tutto accidentato, tutto sfide, tutto prove concrete, il suo vivacissimo umorismo, la sua puntutissima arguzia, il retrogusto soavemente acidulo dei suoi sfottò, La portavano talora a disperderSi in devanei versicolori, appunto, che tuttavia tentava di dissipare con la ragione: nel caso di Olu non avrebbe mancato di trovare malsano un esercizio paragonabile a quello fino a mo svolto circa la scatoletta nera di nonna Edgarda, e infatti non aveva la minima intenzione di passare dalle illazioni su un oggetto inanimato alle illazioni sul Suo sconosciutissimo miglior amico: la scatoletta, in primis, era un’ambasciatrice neutrale, una latrice insensibile, impassibile, una cosa morta il cui eventuale orribile segreto, una volta scoperto, l’avrebbe lasciata esattamente qual era; Olu, come uomo, poteva avere non solo una storia da occultare, ma anche da difendere, una massa di fatti, di azioni compiute, di intenzioni non mensurabile né gestibile che lo stesso contenitore poteva decidere se rendere manifesti o no – ma pareva assodato che no, almeno per il momento –, e, se sì, in che forma, integra o parziale, sincera o interessata, letterale o viziata: soprattutto, qualunque cosa nascondesse la scatola non avrebbe mai implicato una valutazione morale sulla scatola stessa, se non per transività capricciosa o vezzo animistico; nel caso di Olu, invece, valeva l’esatto contrario.