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525. Radio BlackOut.

25 Feb



https://i0.wp.com/radioblackout.org/files/2010/02/blo-adesivo-bn.jpg

Un po’ per tutta Torino si trovano affissi manifesti con la dicitura “spegni la censura, accendi BlackOut”, che denunciano come atto censorio da parte delle istituzioni, ed esplicitamente del sindaco Sergio Chiamparino, che è contro tutte le occupazioni, la decisione di non rinnovare il contratto che ha consentito alla radio anarchica di trasmettere per 4 anni dallo stabile di via Antonio Cecchi 21/A per soli 1300 euri l’anno. Entro il 31 03 BlackOut dovrebbe sgombrare.

Le realtà occupate di Torino sono diverse, e diversi sono gli sgomberi, le occupazioni e le rioccupazioni. La casa Fenix di c.so s. Maurizio è stata sgombrata con successo il 20 07 2005, murata e adibita dal Comune a punto informativo; ancóra il 28 11 2010 un gruppo di anarchici ha cercato di far risorgere la Fenix dalle ceneri occupando la palazzina dell’università in p.zza Arbarello; hanno dovuto sgombrare in poche ore, ed è stato un vero peccato, perché la costruzione è veramente magnifica. Il 25 03 2009 lo Squat[1] Velena di c.so Chieri è stato sgombrato, dopo che era stato occupato il 28 02, rioccupato il 17 04 seguente, risgombrato il 20 10 2009. Il 28 01 2010 è stata sgombrata la Boccia, v. Medici 121, che aveva già subìto sgomberi nel passato (era stata rioccupata il 23 02 2008, per esempio), e l’edificio è stato abbattuto l’01 02. Lo squat Lostile di c.so Vercelli è stato sgombrato il 06 12 2009, per cui l’11 12 ancóra c’era guerriglia per le strade, e il 29 01 2010 c’è stata la drammatica occupazione della sede del comitato elettorale per Merbredes Cesso da parte degli sloggiati; il 07 11 gli aderenti della FAI, Federazione Anarchici Italiani, hanno occupato l’ex-scuola infermieri di v. Zandonai, e sùbito dopo sono stati sgombrati.

I centri sociali storici di Torino sono passati in rassegna qui. El Paso Occupato ha una voce su wikipedia; è nato nel 1987. Il Barocchio è stato fondato nel 1992; al 1994 risale la nascita del Gabrio e al 1996 quella dell’Askatasuna. Uno dei più vivaci è l’anarchico Mezcal, sistemato dentro un padiglione dell’ex-manicomio di Collegno (sono stati miei vicini di casa per un sei mesi, tre anni fa), nato, mi pare, nel 2006.

Mercoledì 03 06 2009 l’anarchica Assemblea antirazzista di Torino, che è un’altra cosa dalla radio, è sciolta; non vuol dire che smette di esistere, ma semplicemente che (nel link è detto: non ha nessun tipo di gerarchia, nessun capo o referente o responsabile) detta Assemblea non è un’organizzazione formale, ma una nebulosa di persone che si riconoscono informalmente negli stessi valori e nello stesso impegno. Da allora l’Assemblea torinese, occasionalmente, si riunisce nello stabile di via Cecchi 21/A, dove ha sede Radio Blackout. L’Assemblea antirazzista è responsabile di parecchie iniziative in favore dei migranti nel corso degli ultimi anni.

23 02 2010. Radio Blackout è perquisita dalla Digos su ordine dei pm Andrea Padalino e Manuela Pedrotta (è solo uno dei 23 luoghi colpiti dallo stesso provvedimento) perché nello stesso stabile ha avuto luogo l’Assemblea antirazzista; per 6 ore non può trasmettere. Radio Blackout subisce il sequestro di computer (in numero di 3) e cellulari; nel corso di perquisizioni altrove effettuate sono stati sequestrati anche caschi da moto, mazzette d’acciajo, uova riempite con vernice nera.

Massimo Numa, noto per il suo atteggiamento ostile nei confronti di quelli che chiama anarco-insurrezionalisti, pubblica sulla Stampa questo articolo. Massimo Numa è anche uno di cui su indymedia si racconta che, sotto il falso nome di Mario Ghiso e senza presentare il tesserino di giornalista, il 16 11 2001 si mise in contatto con un’associazione assistenziale in favore dell’eutanasia, sostenendo di avere la mamma moribonda – dando il nome di una persona realmente esistente, la signora Vittoria Ghiso di Savona, peraltro, po’ra disgraziata, rivelatasi viva e vegeta –, denunciando sùbito dopo l’associazione alla polizia con accuse inconsistenti – che intanto costarono ad essa associazione una pesante perquisizione, in cui fu portato via praticamente tutto l’asportabile. Nel 2008 ha pubblicato, con Mario Portanova (già del Diario), Francesco La Licata suo collega alla Stampa e i due giornalisti del Corriere della Sera Guido Olimpio ed Elisabetta Rosaspina, il volumetto celebrativo Sbirri, dedicato agli agenti di Polizia.

È un giornalista soprattutto di cronaca, scrive male e in modo sensazionalistico; è filofascista. Può essere interessante scorrere la lista dei suoi articoli per la Stampa; è significativo che il primo articolo che appare – per rilevanza – sia dedicato a una martire “fascista”. Dei 33 articoli che ha scritto per la Stampa tra il primo dell’anno e il 18 02, ben 12 sono dedicati agli anarco-insurrezionalisti; peraltro, ed è molto interessante, devono essere rubricate a questa voce tutte le corrispondenze dalla Valle di Susa, perché le manifestazioni antiTAV secondo il Numa sono tutte d’ispirazione anarchica.

Nell’articolo sostiene che si ispirano al pensiero-azione di Alfredo Maria Bonanno, 72 anni, attualmente agli arresti in Grecia per rapina. Urza, per esempio, sostiene che non c’è nessun legame. Ma bisogna ringraziare Numa per la segnalazione perché sembra un personaggio tutto da conoscere. È l’autore de La gioia armata, 1977, libro che gli costò 18 mesi di carcere (l’incipit suona: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?…”, vedi il testo integrale qui), come si dice su wikipedia; su anarcopedia c’è un profilo più esaustivo e interessante.

Colpiti da provvedimenti sono in 7 (vedi anche qui):

3 sono gli arrestati:

  1. Fabio Milan, ing., 32 anni
  2. Andrea Ventrella, magazziniere, 36
  3. Luca Ghezzi, 30

3 sono agli arresti domiciliari (i particolari sulle altre condanne oltre agli arresti li trovo qui, in un articolo dedicato ad Andrea Ventrella, e sul Giornale):

  1. Maja Cecur, 33 anni, compagna di Luca Ghezzi,
  2. Paolo Milan, fratello di Fabio, 27, dottorando
  3. Marco Da Ros, pavese residente a Torino, sociologo, 36

1 è stato colpito da divieto di dimora: Massimo Aghemo, 41 anni, di Trofarello, residente a Torino.

Oltre a questi 21 sono gl’indagati, e altri anarchici della provincia di Torino (Carmagnola e Moncalieri), Trento (Rovereto), Cuneo (Vicoforte) e Mantova (Viadana), tra cui Simone Pettenati, 26 anni, ed Erica Giorgi.

Cumulativamente si è proceduto contro una serie di iniziative tipicamente anarcoinsurrezionaliste degli ultimi anni (2005-’10), tra cui notevoli:

giugno 2008. Irruzione al Museo Egizio;

dicembre 2008. Irruzione nel Consolato greco di Torino

marzo 2009. Irruzione nella lavanderia “La nuova” di Torino

marzo 2009. Irruzione al ristorante “Il cambio”

settembre 2009. Irruzione nella sede della Cgil

Il linkato articolo del Giornale, di Simona Lorenzetti, è notevole perché riporta in sunto parti di conversazioni telefoniche intercettate, tratte dall’ordinanza della Gip Emanuela Gai, nella quale si attribuiscono responsabilità precise degli anarchici nelle rivolte all’interno dei CPT, poi CIE (cioè Centro Permanenza Temporanea, poi, più brutalmente, Centro Identificazione ed Espulsione; a Torino è il cosiddetto lager di c.so Brunelleschi); ricorrono i nomi dell’allora detenuto Bikiki, dell’attualmente arrestato Andrea Ventrella e dell’attuale esule Massimo Aghemo:

A scandire questo connubio le intercettazioni telefoniche. In una conversazione del luglio 2009 Andrea Ventrella parla con un tale Bikiki che dice di avere dei numeri di telefono di alcuni extracomunitari arrestati a Sanremo che ora sono al Cie. Quindi Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno». In un’altra intercettazione vengono registrati Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.

L’accusa più pesante è quella di associazione per delinquere, ma i capi d’imputazione sono un’ottantina.

Negli articoli di Numa i nomi di Fabio Milan (il cui esordio sulla Stampa risale al 1995, per aver preso 10 in matematica, informatica e fisica al liceo Scientifico) e Andrea Ventrella ricorrono più di altri. Anche Ventrella esordisce sulla Stampa nel 1995, ma già per scontri tra polizia e anarchici, quando subisce la prima condanna: ha 20 anni. E nell’articolo ricorre anche il nome di Edoardo “Edo” Massari, che morirà inspiegabilmente suicida alle Vallette (28 03 1998) seguìto dopo pochi mesi (11 07) dalla compagna Maria Soledad Rosas ai domiciliari presso una comunità di Bene Vagienna: sono “Sole” e “Baleno”, rimasti da allora sempre nei ricordi degli anarchici torinesi. Nel 2002 Silvano Pelissero, arrestato con loro con le stesse accuse di ecoterrorismo e associazione sovversiva, processato, ebbe stralciata questa seconda accusa, che sarebbe caduta anche per gli altri due. Con l’accusa di associazione sovversiva si prevede l’isolamento; si è detto, all’epoca, che l’isolamento fosse la prima casa del doppio suicidio di Edo & Sole. Attualmente (Stampa di oggi 25 02 2010, riquadro di R[aphael] Zan[otti], un altro buono, dentro l’articolo dell’immancabile Massimo Numa) i tre arrestati, Milan, Ghezzi e Ventrella, sono in isolamento, e sono ritornati alle loro celle valendosi della facoltà di non rispondere. Il loro avvocato, Claudio Novaro, che ancóra non li ha sentiti, ha però chiesto che innanzitutto siano tolti dall’isolamento, che definisce

una condizione che mi stupisce, viene data di rado, e non in questi casi, di solito”.

La risposta del pm Padalino di fare regolare istanza è stata definita dal Novaro

una risposta che non promette nulla di buono”.

L’articolo del Numa si concentra però su Radio Blackout, e questa è una novità interessante. Essa è, secondo il Numa,

considerata dagli inquirenti uno dei centri direzionali del gruppo degli estremisti”.

Chiaramente i redattori della Radio, anarchici, hanno dato il rilievo che ritenevano alle varie iniziative degli anarchici. Tre cose hanno fatto saltare la mosca al naso degl’inquirenti:

  1. Il servizio ‘viaggiare informati’ anarchico, il “Cisti”, che funzionava grazie alla segnalazione tramite sms dei posti di blocco e di concentrazioni di poliziotti.
  2. Le dirette dai varî presidj. A questo proposito, nel maggio 2008 un “redattore di BlackOut” aveva annunciato che “in mattinata un poliziotto aveva sottoposto un immigrato a un pestaggio, poi lo aveva riempito di botte” [?] “e ammanettato” (nell’articolo la frase è tra virgolette). Secondo il Numa niente del genere era accaduto. (È un’ammissione implicita che tutte le altre eventuali segnalazioni di pestaggj e ammanettamenti sono da considerarsi vere?).
  3. L’attacco continuo contro la Croce Rossa”. L’08 09 2009 Ventrella, la Cecur, F. & P. Milan, Luca Abbà (del NoTAV valsusino) e Simone Pettinati (altrove Pettenati, v. supra; ferito negli scontri a Susa) hanno fatto irruzione nella sede della Croce Rossa di Torino: “Volevano costringere i militi” (anche qui il Numa cita) “a un’assemblea sulle atrocità del Cie”.

Di fatto il punto 2 e il punto 3 sono strettamente connessi. La rabbia anarchica contro la Croce Rossa deriva molto semplicemente dal fatto che è questa che si occupa di contenere i senzadocumento all’interno dei CIE. La questione del pestaggio che secondo il Numa e/o chi per esso non è mai avvenuto risale alla fine del maggio 2008, e riguarda il detenuto Said, che aveva tentato di fuggire dal cpt ed era stato riacciuffato. Il Numa si limita a dire che il pestaggio di Said non è mai avvenuto; e tace di quello che è successo qualche ora dopo, e cioè che il maghrebino Fathi Hassan Nejl, 38 anni, còlto da malore, dopo aver inutilmente cercato, direttamente e tramite compagni, di attirare tra le urla l’attenzione degli operatori, era morto – di qualcosa che dapprima fu identificato con una polmonite fulminante, e poi con un’overdose (quasi facesse differenza). Responsabile del centro è il col. Antonio Baldacci, che a caldo avrebbe dichiarato ai giornali che non aveva ritenuto di intervenire perché

sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità”.

La Repubblica ha riportato altre dichiarazioni del colonnello, non così esplicite ma pesantemente ambigue:

Non ci sono state negligenze, non c’è stata alcuna mancanza. Gli ospiti sono clandestini abituati a dire bugie. Mentono sulla data di nascita, sulla nazionalità, sul nome. Per loro è facile non dire la verità. Non vedo allora perché si debba credere a delle storie sui mancati soccorsi. Quelli vogliono solo creare caos”.

Gli anarchici avevano messo a disposizione del pubblico, in rete e tramite manifestini attacchinati un po’ ovunque, l’indirizzo di casa del colonnello, il numero fisso e il cellulare con queste conseguenze.

Uno dei motivi degli arresti di questo 23 02 è stato il blitz durante il quale, il 21 03 2009, alcuni anarchici sommersero di merda il ristorante di lusso “del Cambio”, sito in p.zza Carignano, di fianco all’omonimo teatro, di faccia all’omonimo palazzo. Questa volta il Numa non fu il solo a imbrattare il suo angolo di Stampa sull’accaduto, ci pensò anche altri (come da link); vale la pena di essere citata, per la prosa particolarmente agghiacciante, l’ineffabile Monica Perosino (“Il sole e l’indolenza della prima domenica di primavera. Occhiali scuri, gelati, cani che corrono sui ritagli verdi del centro. Eppure, basta scavare pochi centimetri sotto l’ozio, per trovare tutt’altro…” – scavare pochi centimetri sotto l’ozio? Occhiali scuri e gelati che corrono, per giunta sui ritaglî verdi del centro?! E poi ci si stupisce che la gente lancia i boli di cacca) che ha raccolto qualche impressione post-traumatica.

L’articolo che il Numa dedica a Fabio Milan segnalato alla procura per danneggiamento identifica l’ingegnere come “leader carismatico dell’ala dura del piccolo gruppo anarchico”, che è una contraddizione in termini, trattandosi – appunto – di anarchici, per giunta se si tratta di un gruppo di anarchici che ha scelto la non-organizzazione pur di non avere capi (v. supra circa lo scioglimento); segue un livido curriculum del brillante professore supplente del Politecnico, comprese alcune pubblicazioni che recano la sua firma. Incredulità e invidia nera. Raccoglie, il Numa, anche una dichiarazione che sembra da morto:

La prof. Michela Meo, che fu la sua «advisor» al Poli, lo ricorda con un certo affetto: «Uno studente dalle grandi capacità, estremamente bravo e preparato. Un’ottima persona, con cui si parlava volentieri. Ma, fatto strano, l’abbiamo perso di vista. Da tempo non sappiamo più nulla di lui. Avevamo saputo dopo, un gossip, che frequentava gli anarchici».

In quell’occasione, il Numa cerca anche di ottenere una dichiarazione dal preside, che giustamente dice di non essere interessato alle idee politiche di F. Milan; dalla risposta si capisce che il Numa non ha chiesto un’opinione sulle eventuali responsabilità penali dello stesso, ma proprio sulle idee politiche – quasi un docente non fosse libero di avere le idee politiche che vuole; quasi che le gerarchie accademiche fossero tenute a saperne alcunché e, magari, ad agire di conseguenza. A F. Milan dovrebbe essere anche attribuita la responsabilità dell’organizzazione dei tornei di calcetto contro gli alpini a P.ta Pila, del lancio delle biglie gialle dentro il CIE con dentro messaggj di solidarietà, delle incursioni nella lavanderia di via Santhià che lava i panni del CIE, delle incursioni della cooperativa che avrebbe cominciato a lavare i panni del CIE dopo che la prefata lavanderia avrebbe smesso di farlo.

I 15 anarchici che nel febbrajo 2008 bloccano i bus diretti a Varese per una manifestazione nazionale della Lega sono definiti responsabili di un’azione criminale.

I due nomi, di Fabio Milan e Andrea Ventrella, sono identificati dal Numa come “guide” degli “estremisti” nell’articolo di jeri 24 02 di riepilogo degli ultimi fatti.

&cetera. Non ci sarebbe motivo di dare rilievo agli articoli del Numa se, scrivendo lo stesso sulla Stampa, non fosse il principale interfaccia tra anarco-insurrezionalisti e opinione pubblica, locale e nazionale.

Qui l’articolo dedicato alle scritte contro Luigi Calabresi sulle mura delle sedi della Stampa e del Partito Democratico, altra incriminazione per Fabio Milan, oltreché per il fratello Paolo. Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso (1972) da anarchici per vendicare la defenestrazione di Pinelli (1969), Mario Calabresi, autore di un volume apologetico nei confronti della figura del padre (Spingendo la notte un po’ più in là, Milano 2007), è l’attuale direttore della Stampa, e dunque anche di Massimo Numa. [Recentemente sul sito letterario Nazione Indiana qualcuno si scandalizzava per l’ospitalità data ai delirj fascisti del povero scemo di guerra Piero Buscaroli sulle pagine culturali dello stesso giornale (“Tuttolibri” 06 02 2010), uno dei diversi segni d’involuzione politica – e non solo – del giornale da qualche tempo in qua].

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[1] “Iuno era fuor di sé di essersi lasciata cogliere in trappola così scioccamnte e senza nessuna resistenza presagedo che ora passerebbe dei brutti momenti per il prossimo avvenire, fino a quando non riuscirebbe di fuggire. | Poiché il colono era uno dei cosiddetti squatter (vale a dire colono senza averne il diritto, che si stabiliscono in qualche contrada deserta e coltivano terra, che loro non appartiene) e che sono arcicontenti di procurarsi operai a buon mercato in un modo o nell’altro, lecito o illecito. | La negra gli veniva proprio a proposito…”. Ennio Foscari, La reietta. Grandioso romanzo storico, cap. CCCXXI, [1900 ca.], n.t., III vol., pp. 2310-2311. L’azione si svolge negli anni ’90 del XIX secolo negli USA.

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267. Che cosa mi resta di Torino.

17 Giu

Come mai i panettieri a Torino fanno gli stessi orarj che in qualunque altra città del mondo fanno solo i giojellieri? Sono tanto ricchi, o è un altro modo per distinguersi?

Mi stavo appunto chiedendo che effetto mi farà abbandonare il Quadrilatero Romano, Porta Palazzo, San Salvario, Borgata Paradiso, Corso Francia, Porta Susa, Porta Nuova, Porta Chivuoitù, il Balùn, l’InformaGiovani (perché io sono un giovane; fino all’anno prossimo, poi dopo invecchio, comunque la tessera, nel frattempo, ce l’ho ancòra, tiè e aritiè), via Foligno, la Civica, la Geisser, la Primo Levi, la Nazionale; e tutte le cose che non ho visto, ossia la metà superiore del Museo Egizio, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca del Museo del Risorgimento, il Mao, il Miao, il Muuu, Torino Sotterranea, l’interno delle Vallette, Villa Cristina, Villa Turina, la Casa di Accoglienza Notturna Umberto I di Via Ormea, il settore femminile del Sermig, il dormitorio del Cutu; e ancòra, tutti i locali in cui non sono andato, il Trocadero, il Club 84, il Miliardèr, la Cantinetta, quella pizzeria dove fanno le pizze panna & asparagi; e poi le persone che non rivedrò, il caro GH, che trascinerà ancòra anni la gamba di legno senza la mia compagnia (ammenoché non faccia cancrena sùbito, nel qual caso sopravvivrà solo un pajo di giorni alla mia partenza); KJ, che mi ha ciulato il telefonino, e che ho prontamente perdonato perché era rotto; Gina C., che voleva cotto e formaggio, e non frittata (ma stròzzati, cretina); Antonio Titi, che mi deve ancòra quaranta euri (inutile che io insista perché è ancòra in galera); Grazia Tota, a cui devo ancòra quella famosa sediata in testa – potrei mai partire senz’avergliela data?; Giuseppe L., che non ricordo abbia mai aperto bocca in mia presenza, ma ha una fisionomia simpatica, e forse lo ricorderò con piacere. Ma, delle cose che ho visto, delle persone che ho frequentato, della vita di merda che ho menato, qui, finora, questo soprattutto mi chiedo: che cosa amerò di più ricordare? Tra S. Antonio, per esempio, e il Cutu non ho dubbj, perché a S.A. si mangia come in una passabile osteria, mentre dopo mangiato al Cutu mi girava sempre la testa finché non andavo di corpo, e comunque era sempre diarrea. Ma che cosa rimpiangerò di più, tra la mia panchina in piazza s. Carlo e la mia panchina in c.so Siccardi? Dove una volta la settimana mi sveglio innaffiato dalle pompe, che sono orientate male, e invece di sparare in mezzo all’erba ribaltano ettolitri d’acqua in mezzo al camminamento. Forse più p.zza s. Carlo, direi, a questo punto (ma lì di solito mi svegliano i vigili, anche quello non è piacevole).

Eh, insomma, che città, Torino. Chissà se avrei potuto viverla diversamente; chissà se avendoci un lavoro del cazzo, compagnia sessuale e un giro di amici parassiti l’avrei apprezzata maggiormente. O se, dovendola lasciare, avrei come adesso l’impressione che non me ne resterà nulla, nulla.

(Ho mostrato a un’amica in visita la facciata del duomo di san Giovanni, il monumento più antico della città, dicendo: “… Che, come vedi, è orrendo”, e lei ha ribadito, concordando: “Bleah”. Però, all’interno della stessa, modestissima, costruzione c’è la cosa più bella della città: il ritratto scultoreo di una dama della duchessa Jolanda – ma non l’ho già detto, da qualche parte, anni fa? -, dunque quattrocentesca, dal lunghissimo strascico).

261. Manifestazione – 10/06/2009, p.zza s. Carlo, Torino.

9 Giu

Manifesto Notte Bianca Invisibili

Domani, mercoledì 10 giugno 2009, ci sarà un’importante manifestazione in p.zza s. Carlo, Torino.

Principalmente si tratta di un’iniziativa legata alla chiusura del dormitorio comunale di s.da Castello di Mirafiori (uno dei cinque, adesso quattro, dormitorj comunali), e a quella di v. Carrera (e scendiamo a tre) per ristrutturazione & ampliamento: scelte che, soprattutto compiute in contemporanea, hanno sbattuto in mezzo alla strada parecchj senzatetto di Torino, allungando a dismisura le liste d’attesa dei superstiti dormitorj. Ma di questo ho già parlato la volta scorsa.

Quello che interessa rilevare, di questa iniziativa, è il fatto che essa nasce dallo sciopero degli operatori del settore – io non ho avuto nessun ruolo, nell’iniziativa, né ne avrò in quelle a venire perché me ne vado (mi sono limitato a fare qualche aggiunta al testo che mi è stato sottoposto jersera, anzi stanotte, e che dovrebbe essere letto, si spera, durante la manifestazione), dunque non sono tenuto a dire altro che quello che ritengo vero, senza accostumarmi ad alcuna linea, senza preselezionare risposte prudenti o altro.

Nulla di che: ma gli operatori che teoricamente dovrebbero finire senza lavoro o addirittura in mezzo alla strada stando alle informazioni iperboliche, allarmistiche – in una parola: strumentali, se non false – date in merito, NON finiranno affatto in mezzo alla strada, NON perderanno il lavoro (saranno indirizzati verso altri servizj; nessuna cooperativa sociale si occupa solo di dormitorj, e non tutti gli operatori sono lì solo a distribuire lenzuola e rasoj nelle strutture comunali), insomma NON riceveranno, da queste chiusure, danni minimamente paragonabili a quelli dei senzatetto – e fortuna che siamo in estate.

Che siano scocciati di perdere pezzi qua e là, e di dover provvedere a riorganizzazioni, che ci possa essere anche danno economico, o che la cosa debba considerarsi immorale in sé e per sé, anche a prescindere – posto si possa prescindere, e non si può – dalle conseguenze fattive e concrete, o che sia da avversare in ogni caso il comportamento di un Comune che agisce senza prima aver, nonché consultato, anche solo avvisato per tempo le parti in causa, permettendo almeno di correre ai ripari, o proponendosi di concertare soluzioni alternative, su tutto questo non ci piove. Il comportamento del Comune (dell’assessore) è stato scorretto, e la Parella, intesa come cooperativa, avrà senz’altro avuto danni.

Ma un’iniziativa che cerchi di attirare l’attenzione dei cittadini su una realtà del genere non può rimanere incentrata sul fatto che gli operatori di s.da Castello adesso andranno a fare un mestiere molto simile da qualche altra parte. Si suppone che la problematica, che è certo complessa e complicata (fino a che punto io non so, il mio punto di vista non è certo quello degli operatori del settore), debba essere affrontata a partire dai suoi aspetti salienti, non da quelli secondarj.

Una manifestazione del genere, indetta dagli operatori, può avere un solo scopo: quello di difendere il servizio, ossia di fare pressione, di creare visibilità, insomma di fare kasino affinché le istituzioni si rendano conto della gravità delle iniziative che si sono prese.

Sembra la cosa più scontata del mondo, e invece, purtroppo, sembra che tra gli operatori del settore le questioni fondamentali siano altre. Non ho capìto molto bene quali, anche perché se nessuno me le dice, non posso certo sognarmele: mi limito a dire, in partenza, col rischio di sembrare avventato, che di qualunque cosa si tratti non mi convincerà. Non è materialmente possibile: in primo luogo vengono i senzatetto, che, come dice la parola stessa, non hanno casa e, con quest’ultima decisione, rimarranno privi di tetto per un tempo ancòra superiore a quello che era prima, dal momento che le strutture erano già insufficienti e non bastavano a coprire la domanda per periodi di tempo sufficientemente lunghi.  Le esigenze di quelli che tirano uno stipendio (miserabile), e hanno un lavoro (orrido), e hanno una casa (topaja) in cui ritirarsi quando non lavorano o non vanno in vacanza, non essendo le esigenze di persone della cui sopravvivenza e delle cui esigenze basilari si starebbe trattando, passano d’ufficio in secondo piano.

Per questo, tale “sciopero degli operatori”, che è sacrosanto, non può avere nessuna motivazione ad essere al difuori della difesa di un servizio che è indispensabile per persone che non sono materialmente, fisicamente, mentalmente, legalmente in grado di provvedere da sé alle proprie più elementari e fondamentali esigenze. Dico tutto questo perché la proposta di inserire, tra gli interventi di questi a buon diritto scioperanti operatori, anche la voce dei senzatetto, che a rigori dovrebbe essere la *prima* ad essere ascoltata, e non un’opzione, o un riempimento eventuale, o una subsecività, o un’escrescenza appendicale, ha incontrato resistenze da parte di operatori – finora, dichiaratamente, due, che vissuti finora di pane e complessi d’inferiorità non sopportano finanche l’idea di essere associati ad un’iniziativa in cui “anche” i barboni possano dire la loro. La matrice donde questa contrarietà ha tratto i natali è molteplice: un motivo risiede sicuramente nell’aspetto mentale dei due che si sono detti contrarj, che non è poco, e anche in quello di tutti coloro che hanno detto “s-sì”, o “ni”, o “ma fate che kazzo vi pare”, ma di fatto non ne sono contenti. Sicuramente ci sono anche milioni di altre motivazioni, questioni di schieramenti, liti di cui non si sa nulla, ripicche, antichi rancori, questioni d’alta politica, vendette trasversali, fuitine, faide & vendette: ma io continuo a fregarmene.

Gli unici la cui voce è, se è il caso, il caso di sentire è proprio quella dei barboni.

L’incontro è domani sera,

mercoledì

10 giugno 2009

in

P.zza San Carlo,

Torino

ore 18.30

E’ previsto un rinfrescone. A seguire, concerto (hip hop – non so chi canti, e anche se me l’avessero detto me lo sarei dimenticato, ché non m’intendo).

Qui di séguito copincollo il discorso che Salvatore dovrebbe riuscire a pronunciare domani sera in questa occasione:

PRESENTAZIONE E PROPOSTE PER IL
DISCORSO NELLA MANIFESTAZIONE DELLO SCIOPERO DEGLI OPERATORI IN DATA 10/06/09 IN P.ZZA S. CARLO A TORINO.

Facciamo parte del collettivo di “stanchidiattendere”; tra le nostre intenzioni c’è quella di fondare un’associazione attenta al rispetto dei diritti dei cittadini più deboli, quella dei fruitori della cosiddetta “bassa soglia”, composta non solo dalle persone che vivono per strada e usufruiscono dei tanto discussi dormitori torinesi, ma anche da persone dipendenti da sostanze e immigrati, regolari e no. Tutte  persone che, molto spesso, per un motivo o per l’altro, subiscono ingiustizie e soprusi e non hanno nessuna voce in capitolo per cercare di migliorare le cose. La nostra è un’iniziativa che vede coinvolti in prima persona gli stessi utenti dei servizi, nata in seguito alla decisione del Comune di Torino di chiudere il dormitorio di Str. Castello di Mirafiori, decisione che noi non condividiamo e che consideriamo dannosa sotto ogni punto di vista.

Chiediamo con forza che venga disposto anzitempo, da parte del Comune, un preciso piano di potenziamento delle risorse di bassa soglia, senza che nel frattempo alcun posto venga a mancare.

La realtà attuale di questa città è molto più triste di come viene descritta. Le istituzioni locali vogliono attuare tagli mirati solo e sempre in un’unica direzione, come chiudere dormitori, revocare, sospendere o rifiutarsi di erogare i peraltro esigui aiuti economici, anche dopo che le domande in questo senso sono state accolte (è una cosa che accade spesso), e senza che la condizione delle persone sia nel frattempo mutata. Siamo fermamente convinti che la situazione attuale, che tentano di farci vedere come l’unica possibile, derivi dalla somma di differenti problematiche che si aggiungono alle molte già esistenti. Talvolta trattate con superficialità e che si protraggono da anni, come confermato dai tagli da una parte e dagli sprechi dall’altra.

La crisi non deve pagarla ulteriormente chi già si trova in difficoltà e la vive ormai da troppo tempo. Le Olimpiadi non devono essere pagate dai cittadini: se le paghi chi le ha volute ed imposte.
Che cosa sono i dormitori, per la gran parte? Strutture fatiscenti e malsane popolate e assediate da insetti e ratti, insufficienti e carenti, nelle quali è possibile contrarre molteplici malattie.

Vanno abbattute certamente, ristrutturate in altri casi, ma non è possibile far pagare a noi pure la loro incuria.

Non sembrerebbe di parlare di una città europea del 2009, città dei mondiali di calcio, delle Olimpiadi invernali, della linea ferroviaria TAV e delle metropolitane. E anche a proposito delle Olimpiadi ci sarebbe da ridire sulla ‘pulizia etnica’, o sociale, che è stata fatta in questa occasione, quando i senzatetto e i tossicodipendenti di Torino sono stati manganellati e dislocati come sacchi di patate da una parte all’altra della città. Questo per presunte ragioni di decoro. Ma noi non crediamo in un decoro che prescinde dal rispetto della dignità umana.

Le fioriere che ornano via Po sono certamente uno spettacolo bellissimo, di giorno. Vedere decine di persone che ci dormono accanto, la notte, è invece vergognoso. Persone costrette a dormire per terra ai lati di arredi urbani costati gli stessi soldi necessari alla gestione di almeno uno dei sette dormitori della nostra città.

Noi non vogliamo morire in una stazione o su una panchina.

Siamo esseri umani e non vogliamo più subire le scelte di chi non sa quello che fa, né ripara in qualche maniera a ciò che consegue alle scelte sbagliate. Tutto ciò è evidente, basta guardarsi attorno: non esistono quasi più servizi igienici pubblici, le fontane di acqua potabile (i tori verdi, tanto per intenderci) vanno scomparendo, il traffico cittadino un po’ ovunque è caotico più che mai.

Le code sono fatte di ore ed ore d’attesa anche per un solo pasto al giorno. Ma si rinnovano gli stadi di calcio, certi lavori pubblici sembrano non finire mai, con sprechi di denaro pubblico indicibili: basta prendere un autobus nelle giornate di canicola estiva per capire… dopodiché si specula sui dormitori.

Vogliamo  parlare degli aiuti economici, i cosiddetti sussidi? Sono inadeguati, circa 180 euro al mese dopo aver dovuto dimostrare ciò che è sotto gli occhi di tutti: dopo aver già raccontato la propria intera vita agli operatori è d’obbligo certificarla con le istituzioni. Cosa non sempre utile all’ottenimento di questa esigua cifra, perché il Comune di Torino non destina molti fondi al sociale, e non eroga volentieri i sussidi. Tutto questo dopo essere già stato riconosciuto come un senza casa e un senza lavoro (che chi può ancora svolgere farebbe con immenso piacere), condizione di per sé avvilente, a cui si aggiunge anche l’umiliazione di essere sempre visibile come barbone, e come tale sempre additato.

Perché noi ci siamo. A qualcuno può sembrare che, perdendo casa, lavoro, relazioni, siamo stati esclusi dalla società: ma in realtà ne siamo parte. L’unica differenza tra noi e i cittadini integrati è che questi possono esercitare (e infatti esercitano) i propri diritti; mentre a noi i diritti sono stati negati. Può essere questa la nostra funzione nella società? Dobbiamo necessariamente essere condannati a un non-ritorno? A rimanere sempre al limite della sopravvivenza? È in queste condizioni che volete vederci?

Parliamo poi dei dormitori, di cosa significa frequentarli. Lasciamo pure perdere quando ci arrivi, il senso di smarrimento profondo dei primi tempi. Ben presto il disorientamento è sostituito dall’illusione che, bene o male, un tetto ce l’hai. L’illusione però non dura molto: i non residenti, italiani e no, hanno diritto soltanto a sette notti di permanenza, dopo lunga attesa; i residenti, teoricamente più fortunati, ad un mese. Ma per residenti e non residenti la situazione è identica quando il periodo finisce e arriva il  momento di uscire: bisogna reiscriversi presso un’altra struttura, e ricominciare ad aspettare. La tua vita è scandita dall’attesa, lunga, frustrante, e che riempie prepotentemente il tuo tempo, impedendoti di avere una normale vita sociale, togliendoti la possibilità di cercarti un lavoro, di curare le relazioni affettive e sociali, e rendendo difficile anche provvedere delle più comuni esigenze, come procurarsi un documento o recarsi dal medico. Ti rimangono solo ritagli di tempo per ricordarti che non sei solo un utente, e che devi “risalire”, e devi farlo in fretta! E spesso da solo! Ma ti serve un tetto, che sta alla base di tutto ma che non deve prenderti tutto! La nostra critica non si ferma alla penuria delle risorse, che se fossero adeguate già risolverebbero in parte molte cose, ma va oltre e si concentra anche sul sistema di gestione delle case di ospitalità notturna o meglio denuncia uno stato di cose che genera cronicizzazione e non è, per dirla come gli operatori, tesa a promuovere l’autonomia.

È a questo scopo che, come collettivo, proponiamo di istituire un tavolo di coordinamento composto di utenti, operatori e tecnici delle istituzioni. La volontà di questo collettivo è infatti quella di costituirsi al più presto in associazione, la cui finalità sarà quella di tutelare e farsi garante dei diritti dei senza dimora.