Archivio | 17:23

602. Scheda: Frugoni, “Ricordi e incontri” (1974).

18 Ago

Cesare Frugoni (1881-1978), Ricordi e incontri, A. Mondadori Editore, Milano marzo 1974. Pp. 218 + Ìndice.

Il volume contiene tre prolusioni (sull’etica e la deontologia mediche, in memoria del suo maestro Pietro Grocco e in memoria del condiscepolo Eugenio Morelli) e diversi aneddoti, riguardanti prevalentemente personalità di spicco che il professore ebbe in cura, senza comporre una vera e propria autobiografia. Il professore, un’autentica celebrità al tempo suo, mosse i primi passi in un àmbito scientifico – com’egli stesso fa presente nelle ultime pagine di consuntivo – ancóra di qua dalle inevitabili specializzazioni dei decennî a venire, e anche, in mancanza di più raffinate tecnologie, su un approccio semejologico, fatto di capacità di osservazione, pratica e sensibilità. Ne conseguiva una sorta di figura di super-medico generico, dalla cultura scientifica enorme e in grado di tenere presente in contemporanea tutte le complessità del quadro clinico di un paziente – nei casi migliori, ovviamente, come senza dubbio quello del professore. Laureatosi con Pietro Grosso a Firenze nel 1905, vinse il concorso di primario medico presso l’Arcispedale di s. Maria Nuova nella stessa città nel 1912; lasciò Firenze nel 1921, avendo nel frattempo partecipato come medico militare alla Prima guerra mondiale. Tra il 1922 e il ‘27 fu professore di Patologia clinica a Firenze; tra il ‘27 e il ‘31 docente di Clinica medica a Padova; quindi docente di Clinica medica a Roma fino al 1951, anno del suo pensionamento per raggiunti limiti d’età. Continuò però ad esercitare fino al 1971, ritirandosi dalla professione a 90 anni. Continua a leggere

601. Capriccio XXIII.

18 Ago

Di uno straccione, che gridava NO TAV!!! dai gradini del monumento in p.zza Carignano.

Ma che gridi NO TAV!!!, lurco straccione,
Che hai la voce impastata dalla Crest?
Sei la comparsa, tu, d’un film dell’West
Che raschj e struscj sillabe, fattone?
Che non fosse l’ennesimo cannone,
E il boncio accanto à la Querelle-de-Brest,
Beleresti: ¡Que viva Fininvèst!,
Scemo di guerra; & va a magna’ er sapone.
La Val di Susa, poi – che te ne frega?
Ché avrei ben riso, oh comiziante mulo,
Se avesse urlato anche NO TAV!!! la Lega:
Non ti ci voglion manco per bajulo,
Stronzo!, lassù. E se pure ti s’impiega
A urlar NO TAV!!!, è a traforarti il culo.

600. A quattro mani (meno due): “Duccio è un gran porco”.

18 Ago

DUCCIO È UN GRAN PORCO.

Duccio è un gran porco (come già detto). Quello che soprattutto gli piace è salire sugli autobus, ma non durante l’ora di punta; semmai verso sera, quelle linee che fanno la spola tra centro e prima cintura, e al crepuscolo portano gli studenti del Politecnico dalle loro stamberghe a qualche locale non troppo pretensioso del centro, & viceversa. Gli studenti del Politecnico non sono come quelli di Lettere e di Lingue, sono per metà almeno meridionali, hanno grandi occhî italici che rammentano le sculture romane della decadenza, volti perfettamente triangolari o quasi eccessivamente dolci, un atteggiamento pratico e preoccupato – le loro facoltà sono durissime, e non devono perdere tempo –, hanno parlate soavi e cantilenanti, leggermente ronzanti, velocissime. Hanno le facce stanche, spesso, e spesso piuttosto fiduciose. Si pèrdono, le mattine, in certi complessi grigiastri, monumentali, che si elevano dietro cancellate che sono come fauci aperte, che hanno inghiottito molte generazioni. Quest’ultima frase è perfettamente vera, tant’è ch’è una stronzata majuscola: nessuno che scrive dovrebbe permettersi di lasciar cadere di penna ovvietà del genere. Ma è quello che Duccio pensa. Continua a leggere

599. A quattro mani (“Sposi novelli”).

18 Ago

Mi collego al concorso, del resto assai informale, che Remo Bassini ha indetto già qualche tempo fa, e al quale io e Irene abbiamo partecipato con un racconto, che, noto con piacere, ha fatto incazzare ben due cretine due. 😀

Per la verità all’Irene avevo mandato tre incipit, e non uno solo, buttati giù di fretta;

  • uno, il terzo (Duccio è un gran porco), che è leggermente osceno, non l’ha  toccato, e in fondo la capisco;
  • il secondo (Novelli sposi), che in apparenza era il più gestibile, è quello che avrebbe licenziato più volentieri;
  • il primo, che è quello che secondo me è venuto meglio, è il succitato. Approfittando biecamente del fatto che tanto l’Irene è partita sùbito dopo per una seconda tranche di vacanze, l’ho spedito al posto di quell’altro. Continua a leggere

598. Capriccio XXII.

18 Ago

PALAZZO CARIGNANO.

Quanto (io penso, se in voi gli occhî ora alzo)

V’odierei, archi nove, e dieci stili,

Quanto v’avrei, ventidue vetri, a vili,

Corinzî riccî, ed ornamenti a ʃbalzo;

Io v’odierei, che mille notti scalzo

M’avete accolto, immoti e non gentili,

Massiccî, grevi, e i membri miei sottili

V’inghiottiste senz’inquietezza, o un balzo;

Quanto vorrei di plastico e di bombe

Imbottirvi interstizî, oh soglie amare,

Voi vacue inanità, voi ree, voi tombe,

Voi scure, uggioʃe anche nell’ore chiare,

Voi in complesso agra mole che m’incombe –

Non fosse che ho ben altro a cui pensare!

597. Scheda. Cazzullo: “Verità della parola” (1992).

18 Ago

Anna Cazzullo (-), La verità della parola. Ricerca sui fondamenti filosofici della metafora in Aristotele e nei contemporanei. Edizioni Universitarie Jaca Book, Milano ott. 19922 [1987]. Pp. 232 + Catalogo.

Dev’essere detto che il volume per la gran parte riassume il concetto di metafora in Aristotele (Topica, Metafisica IV, Elenchi sofistici, Poetica, Retorica), in gran prevalenza, pur in funzione della rivalutazione filosofica che si spera essa possa avere alla luce dei più recenti sviluppi della filosofia, specialmente in séguito a suggerimenti di Ricoeur e Aubenque. Infatti il principio informatore di tutta la ricerca consiste nell’affermazione aristotelica secondo cui nell’argomentazione filosofica non può essere usata la metafora inquantoché espressione lontana da quella consueta o “vera”. Da questo punto di vista Aristotele, che per primo si pone il problema di una descrizione scientifica della realtà, ereditava una tradizione – Eraclito, Parmenide, Platone soprattutto – che lo vincolava teoricamente ad una condanna dell’espressione retoricamente ricercata. Platone aveva espulso dalla Repubblica sofisti, retori, poeti ed eristi (il sillogismo eristico, secondo la definizione che ne darà Aristotele, è quello che si basa apparentemente sul senso comune ma arriva a conclusioni non vere), inquantoché, per quanto riguarda la loro arte, essa è basata sull’apparenza simile, sullo ὁμοίος. In un cosmo dominato dalle idee, in cui il mondo sublunare è una pallida eco della perfezione iperurania, una stentata imitazione, la μίμησις, operata dai poeti soprattutto, e dagli artisti in generale, è una cosa perfettamente inutile, nociva. Platone ha anche dedicato un dialogo al Sofista (ugualmente ha scritto un Gorgia, &c.), in cui ha stabilito le differenze tra il ricercatore della verità filosofo e chi si serve delle parole per manipolare un pubblico, facendo apparire le cose come non sono. Continua a leggere