Tag Archives: versi

571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

569. Epigrafe.

23 Lug

Per la tomba d’un celebre scrittore.

DISADATTATO, TIMIDO, INATTVALE,
SCHIVAI LA VITA, E IN CARTE SON VISSUTO;
SE SI PERDE QVEL SOLO CHE S’È AVUTO,
CON RAGIONE MI DICONO IMMORTALE.

548. Gashlycrumb Tinies 8.

26 Mag

 

Y sta per YORICK, che si prese un colpo in testa.

Curiosità appagare è una virtù
Se più t’innalza quanto più va a fondo;
E il tuo voler sapere o è stolto, o è immondo:
Ché (il cuore ad avvilire) hai gli occhj in sù.

 

Oh ad elevarti il Coppo viene giù:
Par dire: “Hai domandato? E io rispondo;
E, mentre il vero a te più non nascondo,
Rivelo a me che cosa cerchi tu”.

 

Gli occhj abbassi; ma è tardi, te n’avverto:
Ché (parrà strano) il Vero mai si vide
Trovar passaggio dentro un cranio aperto;

 

Mentre al virtuoso Coppo ora sorride,
Ch’è adesso fatto onninamente certo
Che, se va in testa a un ebete, l’uccide.

547. Gashlycrumb Tinies 7.

26 Mag



X sta per XERXES, divorato dai topi.

Al saper ch’hai omonimo un monarca,
A decollate Ziggure e Piramidi,
Ròso il tuo piede da imbestiate Clamidi
Tenero a te prepone dura Parca.

 

Senza un padre a ridar capo coll’Arca,
Spedando Sfingi, agli appiedati Abramidi;
Senz’aspo schiavo che il colmo t’inamidi
Di crespi regj alla letale barca.

 

Prima d’ergersi, a fondo ecco i tuoi casi;
Ma, piccino, persino in te – che farci? –
Più piccole entità davan coi nasi.

 

Gran morale potresti ora cavarci:
Più in alto è il sommo, e più contan le basi.
Né testa o piede hai più per arrivarci! 

487. Sera estiva (nella veste grafica di Francesco Marotta).

17 Nov

Così dovrebbe essere molto più leggibile rispetto a prima. Francesco, che è stato così gentile da fare una seconda versione, completa di tutte le 45 stanze, ha pensato bene di isolare ogni strofa, e dedicare a ciascuna una pagina. Forse la soluzione migliore, per un dettato così assordante. Chi non avesse ancòra patito questa tortura secondo me farebbe bene ad alleviarne i tormenti andandovi incontro direttamente dal link sottostante, senza passare dal letto di Procuste di quello che ho postato io; fruendo, tra tanti strazj, dei lenimenti della grafica comoda, e della ricercata immagine di copertina.

Grazie ancòra a Francesco Marotta.

David_Ramanzini_-_Via_Stradella._Sera_estiva.

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

238. Passeggio.

25 Mar

    
 Non fan per me quelle sagome dritte
Che sempre passano agli stessi orarj,
Ben ravviate, e coi vestiti cari,
Stirate e vacue, come in un Magritte.
     Composte a un modo, sia che stiano zitte,
Sia nei ridenti e vuoti conversari,
Non amo genti che a numeri pari
Passano, non felici, e non afflitte;
     Senza che in anni abbia mai posto mente
Che di quel di cui vivono, escludendo
Che non ne so, non me ne frega niente.
     Non rinvenire, in tanta massa, è orrendo
Nulla di non omologo, & saliente;
Salvo in chi è perso, o in chi si sta perdendo.

230. “Turin” (da Benn).

7 Feb

“Vado, le scarpe rotte, per la via”,
Ha scritto il grande genio universale
Nell’ultima missiva — stette male,
Lo portarono a Jena — psichiatria.
    “Libri per me non riesco a comperarne,
Sicché li leggo nelle librerie;
Appunti — esco a comprarmi un po’ di carne: —
Così, a Torino, le giornate mie”.
    Lor Fetenzie la pancia piena rasa
A Pau, Bayreuth, Epsom s’ingolfavano.
Abbracciò due ronzini che passavano,
Finché lo trasse il suo affittuario a casa.

Con qualche licenza, da Gottfried Benn, Poesie statiche 1935-1946.

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

228. Unruhe.

28 Gen

   Invano pensi che dai contrappesi
Che le ore per tuo tramite misurano,
Tratti i chiodi che sempre ti torturano,
Di libertà godrai gl’istanti attesi.
   Se mai ti vedrai sciolto dagli arresi
Ferri che tempo al tempo qui assicurano
(Ché le cose che durano non durano),
Peso morto cadrai  coi morti pesi.
   Pari a te mi sembr’io, triste Inquietudine,
Che oscillando, agitandomi, un mai sorto
Mattino aspetto tra martello e incudine:
   Così aspetto, né requie ho, né conforto
(Ma immoto!), libertà: beatitudine
Che godere potrò solo da morto.

225. Sonetto.

9 Gen

Una bagascia
istituisce
un paragone
tra la propria funzione
e quella
dell’orologio.
   Ambo battiamo; però proferita
E’ da te l’ora; a me «Ora!» si dice,
E sovente più volte, ah me infelice!,
Prima che intera un’ora sia finita.
   Mentr’è in ciò la mia sorte alla tua unita:
Nel ripartire il tempo; e nell’altrice
Mano ostinata d’ambedue motrice
Finché resti la macchina sdrucita.
   Da un solo ufficio la vicenda alterna
Delle di lei durate è regolata,
Che la consuma dalla parte interna.
   E poi che resta tanto scardassata
Che buon tempo non più un po’ vi si scerna,
Come oramai inservibile, è gettata.

219. Al Sonno.

17 Nov

IPNO, tiranno già, ora refrattario
Anarca, & infingardo, che tra reti
Capziose tra il volere mio divario
Ponesti spesso, & storici, & poeti,
Perché mai neghi adesso il necessario
Riposo, o, dove sia, che mai Ti vieti
Indurre in me & oblio, pace, & ristoro,
Io non capisco, io non mi spiego, io ignoro.
***
Vero è che cristallizza a me le notti
In veglie raggelate ispido Arturo,
Che gli occhj a me con ghiaccj non mai rotti
Spalanca Inverno irrigidito & duro,
E so se inane vi s’opponga, & lotti
(E in specie quando esposto all’aere oscuro)
L’intrinseco calore, e trovi immiti
Ceppi di brine, e sbarre in stalattiti.
***
Vero è che l’incombenza irta di Crono
Periunt & imputantur mi deversa
Contro, da quant’intorno a me vi sono
Quadranti, rinfacciando la perversa
Vita a me, che vaneggio, & che sragiono,
In ogni ora additando un’ora persa,
In ogni dì additando un giorno in meno,
E in fondo al tempo vuoto un fosso pieno.
***
Vero è che, nel girarsi, il diffidente
Sguardo, per imprudenza ormai sottile,
Non scorge un volto umano tra assai gente,
Non vede gente amica in clima ostile,
Non ha clima secondo in terra algente,
Non trova salda terra in fogna vile,
Sicché Ti teme, e ai sogni Tuoi non cede,
Perché rinati da quel ch’esso vede.
***
Vero è che, del passato incubo atroce,
La memoria di sangue deturpata
Mi garrota le notti, e con la voce
D’alcuna ombra negletta strambasciata
S’oppone a che abbia pace, e più feroce
Si fa nell’ombra, & torva, e allucinata,
Che me in tant’anni ha perseguìto tanto
Che seccò il sangue al cuore, le urne al pianto.
***
Vero è che la Vergogna inveterata,
Che oggi arrossisce come alla prim’ora,
Contro m’è volta, e con la sua annodata
Sferza mi sferza, & che non mai scolora 
Spiega scoprendo faccia butterata,
Ché è quella lue che la fa rossa ancòra
(Lue che arde però meno della fretta
Ch’io compia in chi la merita vendetta).
***
Vero è ben tutto questo; ma se questo,
Mina della mia fabbrica infiacchita,
Coll’urto suo prevale, atro & funesto,
Sull’anelito a conservar la vita,
Dunque l’estremo limite m’appresto
A valicare; & quest’ombra avvilita
In cui, sono anni, affondo non disdice
A un passo d’altri più non infelice.
***
Ma se è vero che etern’oblio m’accoglie,
Quanto a schiudersi tarda atrocemente!
Dunque Tu scendi, e tocca queste spoglie
Con la virtù che è Tua, pietosamente:
Con la virtù che dal dolore stoglie,
L’ultime volte a queste membra spente
Dà conforto; & insegnami le torte
Vie per cui s’entra al regno della Morte.

205. Da conversazione (a g.).

8 Ott

Poi che mia madre giù dalla finestra
Una per una buttò le mie borse,
Sicché mi trovo del futuro in forse,
Battendo in giro un piatto di minestra,
    Odo che mossa tarda, ora, & maldestra
Dal crollo i grassatori non soccorse,
E chi già allegro speculò & estorse
Farfuglia ora Ave e Pro peccata vestra.
    Se piansi, allora, ora che a pavimento
Giaccion le borse vostre, oh sfruttatori,
Non m’importa che scarso emolumento
    Frutti la borsa a me dei passatori:
Purché vi tocchi un po’ del patimento
Di stare all’aria, e con le borse fuori.

202. Abbastanza bene, grazie.

29 Set

Senz’occhio di riguardo a ciò che sento (1),
O ai numerosi impegni (a cui non crede
Quasi nessuno, in verità), si chiede
Spesso da me qualche componimento.
 
Senza inferire intoppo, o patimento,
Che alla musa dispiace, e che mi lede,
Senza cui solo con baldanza incede
Coi suoi numeri Clio, che odia il tormento.
 
Senza pensar ch’io abbia le risorse
Impegnate in qualch’opera importante,
Immatura tuttora, e ancòra in forse.
 
Senza idea della mia borsa vacante.
Senza sospetto di sventure occorse.
Comunque, sto benino. Grazie tante.
 
—————–
(1) Qui c’era un’ipermetria.
Così impari a improvvisare.
Stronzo.

197. Sera.

9 Ago

Stanno sospese le Stelle in alto,
Fissando, ognuna dal proprio spalto,
Quasi in attesa del grande salto
Che le trarrebbe giù sulla Terra,
O a farla luce, o a farle guerra.
 
Stesa su un fianco, sveglia ma assente,
Metà, o anche meno, del tabescente
Volto ci mostra, ed indifferente
Conta una a una le rughe al Monte
La Luna bassa sull’orizzonte.
 
In tanta attesa soltanto inquieto
S’agita il Vento sul mondo vieto,
Corre, e farfuglia qualche segreto:
Ma chi ha ascoltato il vento che vola
Non ha afferrato mezza parola.
 
La Terra è desta, tutta voltata
Verso la tersa volta stellata:
Mentre si chiede se è preoccupata,
O se soltanto, la vecchia trista,
Stia contemplando la bella vista.
 
E pensa intanto al giorno che spento
Sarà il fulgore del firmamento.
Prendendo sonno, spera che il Vento
Le ispiri un sogno senza memoria
Che le racconti tutt’altra storia.