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793. Spoiler: “Splendore” di Margaret Mazzantini (2012).

26 Dic

Margaret Mazzantini, Splendore. Mondadori, Milano nov. 2012. Pp. 309. + ringraziamenti.

Roma. Guido, figlio della bella e sofisticata Georgette, belga, destinata a premorire alcolizzata, e di un uomo insignificante, un medico, vive in un palazzo signorile; Costantino, suo coetaneo, è il figlio dei custodi.

I due s’innamorano l’uno dell’altro, e nel corso degli anni, pur prendendo strade diverse, continueranno, con lunghi intervalli, a ricongiungersi, dando violento sfogo ad una passione mai sopita. Il benestante Guido propone inutilmente all’amico di trasferirsi insieme a Londra; Costantino, dopo il militare (Guido è riformato per varicocele), diventa ristoratore, mentre Guido, iniziato all’arte da uno zio respingente e carismatico, trasferitosi da solo in Inghilterra, intraprende una brillante carriera accademica.

Nella libera Londra ha superficiali rapporti con il mondo gay, ma soprattutto ha rapporti, prolungati, con donne;  stabile la sua relazione con la giapponese Izumi, che ha una figlia da precedente unione, Leni, con cui anche Guido ha un ottimo rapporto (Guido è peraltro sterile, non può avere figlj proprj).

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779. Ganja (cronologia-estratto).

7 Ago

Barry Chevannes / Axel Klein, La ganja e i Caraibi. Cultura, economia, politica. A cura di Franco Corleone / Grazia Zuffa. Traduzione di Maria Impallomeni. Ed. a c. Forum Droghe, Quaderni di Fuoriluogo n° 3, Roma giugno 2009. Pp. 71.

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CCXLV. Tuttalpiù muoio.

11 Apr

CCXLV. Edoardo Albinati / Filippo Timi, Tuttalpiù muoio, Fandango 2006, pp. 454.

Volevo (come ho detto più in basso da qualche parte) dedicare un post a tutte le letture della settimana, tutti i sabati, a partire da sabato scorso. Ma è meglio che non faccia questi programmi, perché c’è quasi sempre qualcosa che me li manda a carte quarantotto. Dato che non ho nient’altro da scrivere, parlo di questo romanzo.

E’ un romanzo biografico: racconta la storia del secondo autore, Filippo Timi (1974), che in precedenza non ha mai pubblicato nessun libro ma ha fatto l’attore. Per chi è interessato, qui e là in rete si trovano parecchie immagini e recensioni a suoi spettacoli, c’è chi lo dice uno dei più valenti e intensi attori italiani oggi,  &c. Edoardo Albinati invece fa lo scrittore, insegna a Rebibbia e tratta storie difficili. Non che questa sia una delle storie difficili di cui Albinati si occupa normalmente: è un’altra cosa.

Tra una ‘prima parte’ dedicata all’infanzia e una ‘seconda parte’ dedicata agli anni adulti non c’è quasi nessun passaggio intermedio (come peraltro càpita spesso nelle autobiografie, le romanzate e le no), cioè non si mostrano i gradi intermedi della formazione; dico che in questo caso lo scarto è molto notevole, perché c’è un taglio netto (a parte un breve gioco analessi/prolessi), anche nel tono del racconto, sorridente all’inizio, più teso nella seconda metà del libro.

Nato in un paesino dell’Umbria da famiglia modestissima, con zie baffute, una sorella chiattonissima e una zia mentecatta (Daniella), ‘Filo’ è nel complesso grasso, omosessuale (almeno in linea di massima), perseguitato da diversi malanni fisici (tra cui una malformazione che lo inchioda lungo tempo a letto), fortemente balbuziente e affetto dalla rara sindrome di Stargard (che riduce progressivamente l’acutezza visiva, è una tara genetica e non è curabile); eppure la ricostruzione dei suoi stralunati anni infantili è solare & umoristica. Non sono tanto i fatti (di per sé piuttosto comuni), quanto certa aneddotica, — a parte i ripetuti congressi sessuali, il lungo e frustrato amore per una ragazzina che, come lui, si dedica alla danza ma molla poco dopo lasciandolo solo; le fighure storiche dovute alla sua disastrosa esperienza di altar boy; il bacio in bocca al professore, &c. — e, soprattutto, il dialogo nell’affatturata favella di quelle zone (nella quale sono scritte anche alcune poesie, che fanno del primo mazzetto di carte del libro qualcosa sul limitare del prosimetro) ad essere particolarmente sinforosi; e soprattutto il fatto che una persona dotata dalla natura di tutto quanto occorre ad essere un caso umano abbia saputo costruirsi una carriera, senza peraltro rompere né con il paesello né con i genitori (comunque di mentalità, si narra, aperta & comprensiva), in modo da poter raccontare, oggi, non una storia ‘difficile’, ma semmai la storia non del tutto convenzionale di un trentenne e di un attore di oggi.

Una seconda parte (variamente anticipata e rimandata in una sorta di ‘zona franca’ centrale da quelle analessi e prolessi di cui sopra) riguarda gli anni adulti; sono nominati, con franchezza di giudizii, colleghi anche piuttosto famosi e altre persone piuttosto importanti. Soprattutto questa seconda parte, in cui spicca, tra altre due o tre cose (oltre alla descrizione dello spettacolo La vita bestia, che passerà anche per Torino, mi pare di ricordare, verso maggio, la descrizione di una fortunosa corsa in bicicletta, della fame, la sfilata per Armani, un altro spettacolo, degli esordii, un tour de force atletico), la descrizione di un amore romanticamente disperato per un cameriere, è molto meno sorridente, ma soprattutto è tutta nel segno di un vistoso egocentrismo — può non dispiacere. Per esempio (cito a braccio, e anche un po’ alla cacchio), Timi si attribuisce l’abitudine di spippettarsi nei cessi dei treni, e poi di ejaculare sulla maniglia. Che è come raggiungere l’intimità con tutti i pipponi (e piscioni, e cagoni) da treno che passano per lo stesso cesso, & s’impiastricciano. (Yuk).

Il romanzo finisce con una sorta di ‘sbobinatura’ dal filmino delle nozze tra ‘Filo’, per l’occasione nuovamente al paesello, con una ragazza ctonia. Ma ‘n era frogio?, si chiede il padre di Filo, ma la madre lo zittisce. Peraltro c’è anche un siparietto che ospita un dialogo con la zia Daniella. Costei, mentecatta, ha passato praticamente la vita a prendersi coccole in testa dalla madre tutte le volte che dava noja; a 36 anni, dato che nessuno era stato sfiorato dal sospetto che anche una mentecatta può aver bisogno di un dentista, s’era trovata con tutti i denti marci e glieli avevano dovuti estrarre. Solo che così era rimasta con la bocca rientrante, come le vecchiette, e per rimediare, invece di una dentiera, le avevano fatto siliconare le labbra, come "la Parietti". Durante questo dialogo Timi viene a scoprire che la mentecattìa della zia Daniella è mera convenzione; come implicitamente riconosce, peraltro, la stessa madre della Daniella, quando viene a chiamarli.

In generale mi è proprio piaciuto, ma forse bisogna fare un po’ di tara, perché il tema dell’afasia e della compensazione scrittoria (di cui qualcun altro ha scritto meglio di me), soprattutto per motivi organici, mi affascina da gran tempo. Comunque non bisogna dimenticare che è stato scritto a quattro mani (o a due, meglio ancora, dato che devono averne impiegata solo una alla volta). Dice Albinati, da qualche parte in rete (non riesco ad essere più preciso, mi rompe ri-cercare…), che non è possibile distinguere quello che ha scritto l’uno e quello che ha scritto l’altro. In generale, mi sembra tutto parecchio unitario, anche se (mi rendo conto che può parere un paradosso) c’è quella discreta spaccatura tra anni d’infanzia e anni adulti — ciò che però avrei riferito semmai al diverso atteggiamento con cui si considera un’epoca ormai rivolta della vita e a quello, ben differente, con cui si guarda a quello che è il presente. Ma se proprio mi va di farmi gli indovinelli, la bonaria aneddotica della prima parte e quella omologa della ‘scena’ conclusiva (il filmino delle nozze) sembrano più verosimilmente dovute alla mano del cinquantenne Albinati che alla mano del trentaduenne Timi. (Ma non è importante).

CCXXXIX. Sono sempre in ritardo…

21 Mar

CCXXXIX. Ennesimo fiero annuncio. Grazie alla gentile donazione di un’anziana coppia (e anche un bel po’ rincoglionita, a quanto pare dai titoli propinati), adesso c’è almeno un dormitorio nella mia vita che può vantare una sorta di biblioteca. Un’accozzaglia di testi esoterici, new age e manuali della buona morte, più un grazioso Almanacco universale delle cose strane e misteriose che mi sono preso per me, e una biografia del figlio bastardo e omosessuale di Carlo Emanuele I (che non sembra il massimo della vita, ma è pur sempre Seicento, e quindi me lo sono preso); in più, biografie di Eva Duarte in Peròn, il Casanova di quel pirla amico di Montanelli, come si chiama?, ah, sì: Gervaso, e altre cacate. Più La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, e Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, tutti e tre ovviamente della Fallaci. Credo ce ne fosse un quarto, venduto anche in prezioso cofanetto dalla Rizzoli quando queste merdate erano una novità, solo che l’anziana coppia dev’essersi rotta i corbelli alla terza puntata. Ovvio che mi sono buttato sui tre orrori, essendo quel tipo di cose che non si richiedono, né in biblioteca né in libreria, ma che è bene càpitino tra mano così, per caso. Quasi imposti. La rabbia e l’orgoglio non era proprio una novità, dal momento che avevo letto il paginone del Corsera che conteneva sostanzialmente lo stesso testo, appena scorciato. Comunque sia, il libro non aggiunge nulla di significativo. Non perché abbia fatto un’analisi comparata, ma perché non contiene niente, in sé, di significativo. Quindi non può avere nulla di più o meno significativo della versione precedente, che comunque nel frattempo avevo abbondantemente dimenticato. Sia ben chiaro che, essendo passato già qualche giorno, mi sono dimenticato anche di questa versione in volume, quindi non posso parlarne. Anzi, no: posso, come di certi sogni, fare qualche sforzo per evocare l’impressione generale che mi ha lasciato. Pena, molta pena. Poi c’è La forza della ragione, che è quasi recente perché è del 2004. E’ un libro di 300 pagine. Tra l’ultimo risguardo e la copertina, l’anziana coppia (come ha fatto per molti degli altri libri donati, ed è una bella abitudine, direi) ha inserito via via svariati ritagli di giornale riguardanti l’autrice e il libro. A parte un agghiacciante servizio fotografico degli anni Sessanta, in cui la Fallaci si fa ritrarre in svariate pose sado-soft ("Te lo do io il Viettenàm") nello splendido cascinale paterno (nel Chianti), e a parte un articolo della Stampa che dimostra come la Fallaci si sia inventata un sacco di puttanate a proposito della popolazione islamica di Carmagnola (ma perché se l’è presa con Carmagnola, proprio?), ci sono anche due robusti articoli di Fiamma Nirenstein, che credevo un donnino tutto sommato intelligente (ma è passata tant’acqua sotto i ponti da quando seguivo l’informazione con passabile regolarità), e che invece ora scopro sì sfumatamente, sì moderatamente, ma pur seriamente fallaciana. Ora, la Nirenstein è ebrea; è specializzata da quant’ha nei reportages e nell’informazione da Israele. Ora, la Fallaci fu, in séguito a La rabbia e l’orgoglio, deferita a qualche tribunale svizzero per razzismo, poi la cosa purtroppo decadde per vizio di forma. Ora, tra i denunciatarii non c’era solo un’organizzazione islamica, ma anche una ebraica (il cui acronimo suona Licra). Ne La forza della ragione la Fallaci piàngola che gli ebrei con lei hanno fatto come quei banchieri che per salvarsi prestavano soldi a Hitler; & ha ribadito che ha fatto la Resistenza, lei e pure suo padre (quello che andò in esilio in cascina, nel Chianti, dove lei si fece fotografare negli anni Sessanta in pose lusinghienti e promettiere). Io sono contento che gli ebrei di quell’associazione si siano costituiti parte civile, o l’abbiano denunciata congiuntamente agli islamici. Anche se i suoi libri fanno più gemere che fremere. Nella Forza della ragione, che la Nirenstein esalta come molto enciclopedico ma al contempo assai analitico, e che ovviamente è un trionfo del delirio e dell’arteriosclerosi, ci si riferisce anche alla Guzzanti, definita "un’oca crudele" — immagine che evoca abbastanza insulsamente un palmipede con la dentiera di dracula, ma tant’è. Le colpe della Guzzanti sarebbero state (1) quella di arrivare indossando un casco da militare, chiaro riferimento sfottitorio ai trascorsi indocinesi della Fallaci; (2) quella di essersi riferita al cancro della Fallaci in termini ridanciani. Mi sono documentato (non tramite i ritagli lasciati dall’anziana coppia, tra quelli non c’era niente che ne parlasse), pare che la Guzzanti sia arrivata al Forum così ben travestita da essere scambiata proprio per la Fallaci. E che, mentre performava, qualcuno le abbia gridato: Ti venisse un cancro!; al che lei ha risposto, di riflesso (irriflessamente): Ce l’ho già! Due prove incontrovertibili di una sconvolgente capacità di immedesimazione. Che poi la Fallaci ne sia rimasta tutt’altro che entusiasta so’ cazzi sua.

Comunque c’è da essere contenti che questa spazzatura, nel giro di non troppo tempo, sia diventata finalmente così obsoleta. Credo di essere l’ultimo lettore dei libelli della Fallaci sulla faccia della terra.

CCXXXVII.

16 Mar

CCXXXVII. Io non credo che Andrea G. Pinketts sia un deficiente, beninteso. Prima di tutto non ne so abbastanza, punto secondo — non c’è un punto secondo, credo che gli farei un torto e basta. Mi baso, per il mazzetto di confuse impressioni che mi impediscono di essere sgarbato, su quel poco che ho letto di Sangue di yogurt ieri pomeriggio in biblioteca. Nel passato mi ero spesso detto che avrei voluto provarmi a leggere qualcosa di suo. Su blurbi e profilini biografici si dice che trattasi di un autore noir, genere che non frequento. Per questo, se il volume non fosse stato esposto sullo scaffale della biblioteca, mi sarei per chissà la quantesima volta di provarmi a fare un’idea. Ho letto parte del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, e ha quel titolo perché racconta di alcune modelle testimonial di uno yogurt misteriosamente uccise. Nel libro, come antagonista, figura anche un tenore ricchione, dal nome Floriano La Bo, che è quasi lo stesso che Flaviano Labò. Non so perché Pinketts ce l’abbia tanto con Flaviano Labò, se pure ce l’ha, ma non è la prima volta, di questi giorni, che incontro un libro che spiattella quasi paro paro il nome di una persona in un modo che la persona stessa potrebbe considerare poco grazioso, e mi riferisco a Il mondo sotterraneo di Athanasius Kircher, di Anton Haakman. Che, pure, non c’entra con Pinketts-

No, niente, l’aspetto interessante del racconto di Pinketts, che è stato scritto su commissione per una rivista (uscì a puntate, infatti), è che doveva essere un racconto di sesso e violenza sfrenati, cosa che in un certo senso è. Solo che Pinketts ha voluto esagerare, a bella posta (lo dice lui, n. b.), per evitare ogni elemento di morbosità. Ne è uscita una cosa che mi ricorda i raccontini polizieschi che scrivevo su un’investigatrice privata, di nome Adelaida Firstinlife, una cretina pazzesca, coadiuvata da una linda segretaria di nome Elvira Tennyson (ecco, si vede che è una specie di gran contagio letterario, perché in prima istanza — ricordo — doveva chiamarsi Barbara Allason, poi però ho cambiato, perché mi sembrava irriverente). Il primo caso riguardava un serialchìller in una casa di puttane: era tutto un equivoco, dovuto al fatto che la palestrata portinaia (che Adelaida Firstinlife scambiava per un uomo) parlava di ‘artiste’. In effetti le donne uccise, si scopriva immediatamente dopo, avevano strani nomi d’arte, come Sarah Bernhardt, Adelaide Ristori, Eleonora Duse (la prima ad essere uccisa), &c., ma non solo, erano tutte somigliantissime ai loro modelli, anzi, erano loro. Non credo proprio che la Ristori o la Bernhardt fossero delle puttane, ignoro proprio che cosa volessi dire, probabilmente assolutamente niente. Il secondo o terzo caso riguardava un’anziana delinquente, che faceva inghiottire un’imponente quantità di capsule di droga ai suoi numerosi figli. Per recuperarle, ovviamente, li purgava. Purtroppo per lei, era scoperta per via di un’imbarazzante montagna di merda impossibile da nascondere.

(Alle volte non so proprio che cazzo scrivo a fare).

CCXXVI. Vomito continuo.

26 Feb

CCXXVI. Avevo letto parecchie cose di Moresco, tempo fa, e avevo fatto anche le mie brave schedine di lettura, compitine, e i miei commentini. Sono contento tutte le volte che riesco a contravvenire a quello che il gusto mi comanda, a frustrare le mie reali tendenze e, quasi trasportato fuori di me stesso, riesco a sottopormi a stupidi tour de force come questo. La lettura dei libri di Moresco, dico. Un giorno copierò tutte le schedine, e i commentini, e ne farò un post lungo, largo e polposo, e lo infliggerò a tutti gl’incauti passanti. Adesso, per un ritorno di fiamma del mio intrinseco masochismo, ho dato uno sguardo (sono alla Mondadori, e mi rompo i coglioni) a una compilazione di scritti vari, pomposamente intitolata Scritti di viaggio, di sogno e di combattimento — no, non è un in-folio con vita, morte e miracoli, è solo un libretto di 215 pagine (Fanucci, Roma 2005) che raccoglie alcuni articoli precedentemente pubblicati da varie parti (riviste e rete). Ho letto per intero solo il pezzo d’apertura, Viaggio a Mosca, con descrizioni vagamente espressionistiche della sontuosa metropolitana coi grandi lampadarii (pare una chiesa gotica inghiottita dalle profondità della terra, o roba del genere), della tromba delle scale dell’albergo (un’istantanea di prostitute orientali sfarzosamente abbigliate che scendono dando il braccio a ricchi vecchi e grassi), alla rete antisuicidio murata sotto la finestra dell’albergo, con l’esposizione di tutto il trovarobato di musini dagli occhi a mandorla, vecchiette occhialute che chiedono piangenti l’elemosina sotto gl’immensi portoni delle chiese, freddo e pioverugiola. Rende l’idea, quanto meno; e questo sforzo di rendere l’idea sarebbe di per sé lodevole se l’idea fosse originale. Dal momento che è l’idea di una Russia sfatta e monumentale del tutto canonica, qualche parola di meno avrebbe fatto piacere. Poi mi sono arenato su una Lettera da Leuca, che è/era su Nazione Indiana ma che io in rete non ho letto perché su Nazione Indiana non vado mai. E’ una lettera di poetica di prolissità imbarazzante, che per la verità comincia abbastanza bene, come di consueto scagliando strali intinti nel veleno e nella sugna contro la venalità degli editori, e spezzando numerose lance dalle punte intinte nel curaro e dalle aste spalmate di maionese in favore di una letteratura che, come dire?, osi di più. Poi, a un certo punto, si è arenato (lui) su Simenon che non è, checché ne dicano Céline e la sora Cecioni e tutti li mortacci loro, un grande scrittore; a questo punto, chi l’ha tenuto più, a Moresco? In capo a tre pagine, c’erano solo la parola cazzo e una selva di punti esclamativi. A tal punto mi sono detto excrucior e ho interrotto, temo per l’eternità, e sono salito all’ultimo piano per connettermi, e scrivere tutto ciò sul blog.

CCXVIII. E’ brutto quando una vittima cerca di passare da carnefice.

20 Feb

CCXVIII. L’unico prerequisito universale per scrivere un libro è avere chiara coscienza di sé, e coscienza della propria condizione. Non ci si scopre mai impunemente in pubblico, e chi lo fa deve essere preparato. Ora, ieri pomeriggio ho letto alla Fnac stralci di un libretto che non finirò mai di leggere, della Castelvecchi, che può fungere anche, volendo, da manualetto: Flavio Mazzini (pseud.), Quanti padri di famiglia. Vita e peripezie di un prostituto intelligente. A parte la prima parte del titolo, che sa di scandalismo ballatoriale di sessant’anni fa lontano un miglio, mi ha sùbito messo in sospetto (e mi ha fatto anche, già, un po’ pena) il fatto che il presente prostituto si definisse pure intelligente. Il fatto che si definisca intelligente, in soldoni, non la dice corta sull’autore, che infatti è un emerito cretino. Si tratta di un uomo di trent’anni, che ha deciso di servirsi di uno pseudonimo per non imbarazzare la famiglia e tutte quelle persone che conosce e con cui non ama parlare di sesso [!], che si definisce molto ben dotato quanto a membro virile, e per il resto un ragazzo normale, semplice, proprio carino, non molto muscoloso, anzi snello e non villoso, un bel ragazzo, non ‘sto granché — insomma, non ho capìto bene: qualcosa di mezzo tra la carta da parati a fiorami gialli e il cesso a pedali. Ma delle sue dimensioni non ci frega. Fattostà che costui è uno che fino a poco tempo fa è vissuto sulle spalle di un amante, mentre si dedicava a gratificanti cacatine — teatro, cinema e che so io, ma non deve aver lasciato gran traccia di sé se, abbandonato dal compagno, è finito col culo a terra. Giusto il tempo di farsi un’idea sufficientemente sinforosa del semplice, e pur sempre semplicemente squallido, atto di andare a dar via il culo (sostanzialmente, l’ha fatto "per scrivere un libro" — c’è chi crede che si possano affrontare le catastrofi facendo finta che si tratti di un film, poniamo [a me è stato persino proposto di fare il giro di tutti i dormitorii di tutta Italia e poi scriverci un libro, diciamo — ma che cazzo succederà nei dormitori?!], ma la realtà è ben diversa), il nostro eroe s’è rifatto una vita. O ha distrutto il poco che gliene restava intero, non s’è capìto. Le descrizioni porno (che fanno spesso una tristezza infinita, debordante, date le qualità dei clienti) non valgono, per sordidezza, le paginette dedicate alle vendette trasversali (robine come insulti via ciat — CHE POVERACCIOOOOOOOOOOOOO) contro i clienti insolventi e i tirapacchi. C’è chi fa il prostituto per scelta, come il signor porno, basta darci uno sguardo per rendersi conto della differenza tra chi fa scelte enigmatiche e chi tiene la vita coi denti. Non so perché Castelvecchi l’abbia pubblicato.