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793. Spoiler: “Splendore” di Margaret Mazzantini (2012).

26 Dic

Margaret Mazzantini, Splendore. Mondadori, Milano nov. 2012. Pp. 309. + ringraziamenti.

Roma. Guido, figlio della bella e sofisticata Georgette, belga, destinata a premorire alcolizzata, e di un uomo insignificante, un medico, vive in un palazzo signorile; Costantino, suo coetaneo, è il figlio dei custodi.

I due s’innamorano l’uno dell’altro, e nel corso degli anni, pur prendendo strade diverse, continueranno, con lunghi intervalli, a ricongiungersi, dando violento sfogo ad una passione mai sopita. Il benestante Guido propone inutilmente all’amico di trasferirsi insieme a Londra; Costantino, dopo il militare (Guido è riformato per varicocele), diventa ristoratore, mentre Guido, iniziato all’arte da uno zio respingente e carismatico, trasferitosi da solo in Inghilterra, intraprende una brillante carriera accademica.

Nella libera Londra ha superficiali rapporti con il mondo gay, ma soprattutto ha rapporti, prolungati, con donne;  stabile la sua relazione con la giapponese Izumi, che ha una figlia da precedente unione, Leni, con cui anche Guido ha un ottimo rapporto (Guido è peraltro sterile, non può avere figlj proprj).

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779. Ganja (cronologia-estratto).

7 Ago

Barry Chevannes / Axel Klein, La ganja e i Caraibi. Cultura, economia, politica. A cura di Franco Corleone / Grazia Zuffa. Traduzione di Maria Impallomeni. Ed. a c. Forum Droghe, Quaderni di Fuoriluogo n° 3, Roma giugno 2009. Pp. 71.

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CCXLV. Tuttalpiù muoio.

11 Apr

CCXLV. Edoardo Albinati / Filippo Timi, Tuttalpiù muoio, Fandango 2006, pp. 454.

Volevo (come ho detto più in basso da qualche parte) dedicare un post a tutte le letture della settimana, tutti i sabati, a partire da sabato scorso. Ma è meglio che non faccia questi programmi, perché c’è quasi sempre qualcosa che me li manda a carte quarantotto. Dato che non ho nient’altro da scrivere, parlo di questo romanzo.

E’ un romanzo biografico: racconta la storia del secondo autore, Filippo Timi (1974), che in precedenza non ha mai pubblicato nessun libro ma ha fatto l’attore. Per chi è interessato, qui e là in rete si trovano parecchie immagini e recensioni a suoi spettacoli, c’è chi lo dice uno dei più valenti e intensi attori italiani oggi,  &c. Edoardo Albinati invece fa lo scrittore, insegna a Rebibbia e tratta storie difficili. Non che questa sia una delle storie difficili di cui Albinati si occupa normalmente: è un’altra cosa.

Tra una ‘prima parte’ dedicata all’infanzia e una ‘seconda parte’ dedicata agli anni adulti non c’è quasi nessun passaggio intermedio (come peraltro càpita spesso nelle autobiografie, le romanzate e le no), cioè non si mostrano i gradi intermedi della formazione; dico che in questo caso lo scarto è molto notevole, perché c’è un taglio netto (a parte un breve gioco analessi/prolessi), anche nel tono del racconto, sorridente all’inizio, più teso nella seconda metà del libro.

Nato in un paesino dell’Umbria da famiglia modestissima, con zie baffute, una sorella chiattonissima e una zia mentecatta (Daniella), ‘Filo’ è nel complesso grasso, omosessuale (almeno in linea di massima), perseguitato da diversi malanni fisici (tra cui una malformazione che lo inchioda lungo tempo a letto), fortemente balbuziente e affetto dalla rara sindrome di Stargard (che riduce progressivamente l’acutezza visiva, è una tara genetica e non è curabile); eppure la ricostruzione dei suoi stralunati anni infantili è solare & umoristica. Non sono tanto i fatti (di per sé piuttosto comuni), quanto certa aneddotica, — a parte i ripetuti congressi sessuali, il lungo e frustrato amore per una ragazzina che, come lui, si dedica alla danza ma molla poco dopo lasciandolo solo; le fighure storiche dovute alla sua disastrosa esperienza di altar boy; il bacio in bocca al professore, &c. — e, soprattutto, il dialogo nell’affatturata favella di quelle zone (nella quale sono scritte anche alcune poesie, che fanno del primo mazzetto di carte del libro qualcosa sul limitare del prosimetro) ad essere particolarmente sinforosi; e soprattutto il fatto che una persona dotata dalla natura di tutto quanto occorre ad essere un caso umano abbia saputo costruirsi una carriera, senza peraltro rompere né con il paesello né con i genitori (comunque di mentalità, si narra, aperta & comprensiva), in modo da poter raccontare, oggi, non una storia ‘difficile’, ma semmai la storia non del tutto convenzionale di un trentenne e di un attore di oggi.

Una seconda parte (variamente anticipata e rimandata in una sorta di ‘zona franca’ centrale da quelle analessi e prolessi di cui sopra) riguarda gli anni adulti; sono nominati, con franchezza di giudizii, colleghi anche piuttosto famosi e altre persone piuttosto importanti. Soprattutto questa seconda parte, in cui spicca, tra altre due o tre cose (oltre alla descrizione dello spettacolo La vita bestia, che passerà anche per Torino, mi pare di ricordare, verso maggio, la descrizione di una fortunosa corsa in bicicletta, della fame, la sfilata per Armani, un altro spettacolo, degli esordii, un tour de force atletico), la descrizione di un amore romanticamente disperato per un cameriere, è molto meno sorridente, ma soprattutto è tutta nel segno di un vistoso egocentrismo — può non dispiacere. Per esempio (cito a braccio, e anche un po’ alla cacchio), Timi si attribuisce l’abitudine di spippettarsi nei cessi dei treni, e poi di ejaculare sulla maniglia. Che è come raggiungere l’intimità con tutti i pipponi (e piscioni, e cagoni) da treno che passano per lo stesso cesso, & s’impiastricciano. (Yuk).

Il romanzo finisce con una sorta di ‘sbobinatura’ dal filmino delle nozze tra ‘Filo’, per l’occasione nuovamente al paesello, con una ragazza ctonia. Ma ‘n era frogio?, si chiede il padre di Filo, ma la madre lo zittisce. Peraltro c’è anche un siparietto che ospita un dialogo con la zia Daniella. Costei, mentecatta, ha passato praticamente la vita a prendersi coccole in testa dalla madre tutte le volte che dava noja; a 36 anni, dato che nessuno era stato sfiorato dal sospetto che anche una mentecatta può aver bisogno di un dentista, s’era trovata con tutti i denti marci e glieli avevano dovuti estrarre. Solo che così era rimasta con la bocca rientrante, come le vecchiette, e per rimediare, invece di una dentiera, le avevano fatto siliconare le labbra, come "la Parietti". Durante questo dialogo Timi viene a scoprire che la mentecattìa della zia Daniella è mera convenzione; come implicitamente riconosce, peraltro, la stessa madre della Daniella, quando viene a chiamarli.

In generale mi è proprio piaciuto, ma forse bisogna fare un po’ di tara, perché il tema dell’afasia e della compensazione scrittoria (di cui qualcun altro ha scritto meglio di me), soprattutto per motivi organici, mi affascina da gran tempo. Comunque non bisogna dimenticare che è stato scritto a quattro mani (o a due, meglio ancora, dato che devono averne impiegata solo una alla volta). Dice Albinati, da qualche parte in rete (non riesco ad essere più preciso, mi rompe ri-cercare…), che non è possibile distinguere quello che ha scritto l’uno e quello che ha scritto l’altro. In generale, mi sembra tutto parecchio unitario, anche se (mi rendo conto che può parere un paradosso) c’è quella discreta spaccatura tra anni d’infanzia e anni adulti — ciò che però avrei riferito semmai al diverso atteggiamento con cui si considera un’epoca ormai rivolta della vita e a quello, ben differente, con cui si guarda a quello che è il presente. Ma se proprio mi va di farmi gli indovinelli, la bonaria aneddotica della prima parte e quella omologa della ‘scena’ conclusiva (il filmino delle nozze) sembrano più verosimilmente dovute alla mano del cinquantenne Albinati che alla mano del trentaduenne Timi. (Ma non è importante).

CCXXXIX. Sono sempre in ritardo…

21 Mar

CCXXXIX. Ennesimo fiero annuncio. Grazie alla gentile donazione di un’anziana coppia (e anche un bel po’ rincoglionita, a quanto pare dai titoli propinati), adesso c’è almeno un dormitorio nella mia vita che può vantare una sorta di biblioteca. Un’accozzaglia di testi esoterici, new age e manuali della buona morte, più un grazioso Almanacco universale delle cose strane e misteriose che mi sono preso per me, e una biografia del figlio bastardo e omosessuale di Carlo Emanuele I (che non sembra il massimo della vita, ma è pur sempre Seicento, e quindi me lo sono preso); in più, biografie di Eva Duarte in Peròn, il Casanova di quel pirla amico di Montanelli, come si chiama?, ah, sì: Gervaso, e altre cacate. Più La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, e Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, tutti e tre ovviamente della Fallaci. Credo ce ne fosse un quarto, venduto anche in prezioso cofanetto dalla Rizzoli quando queste merdate erano una novità, solo che l’anziana coppia dev’essersi rotta i corbelli alla terza puntata. Ovvio che mi sono buttato sui tre orrori, essendo quel tipo di cose che non si richiedono, né in biblioteca né in libreria, ma che è bene càpitino tra mano così, per caso. Quasi imposti. La rabbia e l’orgoglio non era proprio una novità, dal momento che avevo letto il paginone del Corsera che conteneva sostanzialmente lo stesso testo, appena scorciato. Comunque sia, il libro non aggiunge nulla di significativo. Non perché abbia fatto un’analisi comparata, ma perché non contiene niente, in sé, di significativo. Quindi non può avere nulla di più o meno significativo della versione precedente, che comunque nel frattempo avevo abbondantemente dimenticato. Sia ben chiaro che, essendo passato già qualche giorno, mi sono dimenticato anche di questa versione in volume, quindi non posso parlarne. Anzi, no: posso, come di certi sogni, fare qualche sforzo per evocare l’impressione generale che mi ha lasciato. Pena, molta pena. Poi c’è La forza della ragione, che è quasi recente perché è del 2004. E’ un libro di 300 pagine. Tra l’ultimo risguardo e la copertina, l’anziana coppia (come ha fatto per molti degli altri libri donati, ed è una bella abitudine, direi) ha inserito via via svariati ritagli di giornale riguardanti l’autrice e il libro. A parte un agghiacciante servizio fotografico degli anni Sessanta, in cui la Fallaci si fa ritrarre in svariate pose sado-soft ("Te lo do io il Viettenàm") nello splendido cascinale paterno (nel Chianti), e a parte un articolo della Stampa che dimostra come la Fallaci si sia inventata un sacco di puttanate a proposito della popolazione islamica di Carmagnola (ma perché se l’è presa con Carmagnola, proprio?), ci sono anche due robusti articoli di Fiamma Nirenstein, che credevo un donnino tutto sommato intelligente (ma è passata tant’acqua sotto i ponti da quando seguivo l’informazione con passabile regolarità), e che invece ora scopro sì sfumatamente, sì moderatamente, ma pur seriamente fallaciana. Ora, la Nirenstein è ebrea; è specializzata da quant’ha nei reportages e nell’informazione da Israele. Ora, la Fallaci fu, in séguito a La rabbia e l’orgoglio, deferita a qualche tribunale svizzero per razzismo, poi la cosa purtroppo decadde per vizio di forma. Ora, tra i denunciatarii non c’era solo un’organizzazione islamica, ma anche una ebraica (il cui acronimo suona Licra). Ne La forza della ragione la Fallaci piàngola che gli ebrei con lei hanno fatto come quei banchieri che per salvarsi prestavano soldi a Hitler; & ha ribadito che ha fatto la Resistenza, lei e pure suo padre (quello che andò in esilio in cascina, nel Chianti, dove lei si fece fotografare negli anni Sessanta in pose lusinghienti e promettiere). Io sono contento che gli ebrei di quell’associazione si siano costituiti parte civile, o l’abbiano denunciata congiuntamente agli islamici. Anche se i suoi libri fanno più gemere che fremere. Nella Forza della ragione, che la Nirenstein esalta come molto enciclopedico ma al contempo assai analitico, e che ovviamente è un trionfo del delirio e dell’arteriosclerosi, ci si riferisce anche alla Guzzanti, definita "un’oca crudele" — immagine che evoca abbastanza insulsamente un palmipede con la dentiera di dracula, ma tant’è. Le colpe della Guzzanti sarebbero state (1) quella di arrivare indossando un casco da militare, chiaro riferimento sfottitorio ai trascorsi indocinesi della Fallaci; (2) quella di essersi riferita al cancro della Fallaci in termini ridanciani. Mi sono documentato (non tramite i ritagli lasciati dall’anziana coppia, tra quelli non c’era niente che ne parlasse), pare che la Guzzanti sia arrivata al Forum così ben travestita da essere scambiata proprio per la Fallaci. E che, mentre performava, qualcuno le abbia gridato: Ti venisse un cancro!; al che lei ha risposto, di riflesso (irriflessamente): Ce l’ho già! Due prove incontrovertibili di una sconvolgente capacità di immedesimazione. Che poi la Fallaci ne sia rimasta tutt’altro che entusiasta so’ cazzi sua.

Comunque c’è da essere contenti che questa spazzatura, nel giro di non troppo tempo, sia diventata finalmente così obsoleta. Credo di essere l’ultimo lettore dei libelli della Fallaci sulla faccia della terra.

CCXXXVII.

16 Mar

CCXXXVII. Io non credo che Andrea G. Pinketts sia un deficiente, beninteso. Prima di tutto non ne so abbastanza, punto secondo — non c’è un punto secondo, credo che gli farei un torto e basta. Mi baso, per il mazzetto di confuse impressioni che mi impediscono di essere sgarbato, su quel poco che ho letto di Sangue di yogurt ieri pomeriggio in biblioteca. Nel passato mi ero spesso detto che avrei voluto provarmi a leggere qualcosa di suo. Su blurbi e profilini biografici si dice che trattasi di un autore noir, genere che non frequento. Per questo, se il volume non fosse stato esposto sullo scaffale della biblioteca, mi sarei per chissà la quantesima volta di provarmi a fare un’idea. Ho letto parte del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, e ha quel titolo perché racconta di alcune modelle testimonial di uno yogurt misteriosamente uccise. Nel libro, come antagonista, figura anche un tenore ricchione, dal nome Floriano La Bo, che è quasi lo stesso che Flaviano Labò. Non so perché Pinketts ce l’abbia tanto con Flaviano Labò, se pure ce l’ha, ma non è la prima volta, di questi giorni, che incontro un libro che spiattella quasi paro paro il nome di una persona in un modo che la persona stessa potrebbe considerare poco grazioso, e mi riferisco a Il mondo sotterraneo di Athanasius Kircher, di Anton Haakman. Che, pure, non c’entra con Pinketts-

No, niente, l’aspetto interessante del racconto di Pinketts, che è stato scritto su commissione per una rivista (uscì a puntate, infatti), è che doveva essere un racconto di sesso e violenza sfrenati, cosa che in un certo senso è. Solo che Pinketts ha voluto esagerare, a bella posta (lo dice lui, n. b.), per evitare ogni elemento di morbosità. Ne è uscita una cosa che mi ricorda i raccontini polizieschi che scrivevo su un’investigatrice privata, di nome Adelaida Firstinlife, una cretina pazzesca, coadiuvata da una linda segretaria di nome Elvira Tennyson (ecco, si vede che è una specie di gran contagio letterario, perché in prima istanza — ricordo — doveva chiamarsi Barbara Allason, poi però ho cambiato, perché mi sembrava irriverente). Il primo caso riguardava un serialchìller in una casa di puttane: era tutto un equivoco, dovuto al fatto che la palestrata portinaia (che Adelaida Firstinlife scambiava per un uomo) parlava di ‘artiste’. In effetti le donne uccise, si scopriva immediatamente dopo, avevano strani nomi d’arte, come Sarah Bernhardt, Adelaide Ristori, Eleonora Duse (la prima ad essere uccisa), &c., ma non solo, erano tutte somigliantissime ai loro modelli, anzi, erano loro. Non credo proprio che la Ristori o la Bernhardt fossero delle puttane, ignoro proprio che cosa volessi dire, probabilmente assolutamente niente. Il secondo o terzo caso riguardava un’anziana delinquente, che faceva inghiottire un’imponente quantità di capsule di droga ai suoi numerosi figli. Per recuperarle, ovviamente, li purgava. Purtroppo per lei, era scoperta per via di un’imbarazzante montagna di merda impossibile da nascondere.

(Alle volte non so proprio che cazzo scrivo a fare).

CCXXVI. Vomito continuo.

26 Feb

CCXXVI. Avevo letto parecchie cose di Moresco, tempo fa, e avevo fatto anche le mie brave schedine di lettura, compitine, e i miei commentini. Sono contento tutte le volte che riesco a contravvenire a quello che il gusto mi comanda, a frustrare le mie reali tendenze e, quasi trasportato fuori di me stesso, riesco a sottopormi a stupidi tour de force come questo. La lettura dei libri di Moresco, dico. Un giorno copierò tutte le schedine, e i commentini, e ne farò un post lungo, largo e polposo, e lo infliggerò a tutti gl’incauti passanti. Adesso, per un ritorno di fiamma del mio intrinseco masochismo, ho dato uno sguardo (sono alla Mondadori, e mi rompo i coglioni) a una compilazione di scritti vari, pomposamente intitolata Scritti di viaggio, di sogno e di combattimento — no, non è un in-folio con vita, morte e miracoli, è solo un libretto di 215 pagine (Fanucci, Roma 2005) che raccoglie alcuni articoli precedentemente pubblicati da varie parti (riviste e rete). Ho letto per intero solo il pezzo d’apertura, Viaggio a Mosca, con descrizioni vagamente espressionistiche della sontuosa metropolitana coi grandi lampadarii (pare una chiesa gotica inghiottita dalle profondità della terra, o roba del genere), della tromba delle scale dell’albergo (un’istantanea di prostitute orientali sfarzosamente abbigliate che scendono dando il braccio a ricchi vecchi e grassi), alla rete antisuicidio murata sotto la finestra dell’albergo, con l’esposizione di tutto il trovarobato di musini dagli occhi a mandorla, vecchiette occhialute che chiedono piangenti l’elemosina sotto gl’immensi portoni delle chiese, freddo e pioverugiola. Rende l’idea, quanto meno; e questo sforzo di rendere l’idea sarebbe di per sé lodevole se l’idea fosse originale. Dal momento che è l’idea di una Russia sfatta e monumentale del tutto canonica, qualche parola di meno avrebbe fatto piacere. Poi mi sono arenato su una Lettera da Leuca, che è/era su Nazione Indiana ma che io in rete non ho letto perché su Nazione Indiana non vado mai. E’ una lettera di poetica di prolissità imbarazzante, che per la verità comincia abbastanza bene, come di consueto scagliando strali intinti nel veleno e nella sugna contro la venalità degli editori, e spezzando numerose lance dalle punte intinte nel curaro e dalle aste spalmate di maionese in favore di una letteratura che, come dire?, osi di più. Poi, a un certo punto, si è arenato (lui) su Simenon che non è, checché ne dicano Céline e la sora Cecioni e tutti li mortacci loro, un grande scrittore; a questo punto, chi l’ha tenuto più, a Moresco? In capo a tre pagine, c’erano solo la parola cazzo e una selva di punti esclamativi. A tal punto mi sono detto excrucior e ho interrotto, temo per l’eternità, e sono salito all’ultimo piano per connettermi, e scrivere tutto ciò sul blog.

CCXVIII. E’ brutto quando una vittima cerca di passare da carnefice.

20 Feb

CCXVIII. L’unico prerequisito universale per scrivere un libro è avere chiara coscienza di sé, e coscienza della propria condizione. Non ci si scopre mai impunemente in pubblico, e chi lo fa deve essere preparato. Ora, ieri pomeriggio ho letto alla Fnac stralci di un libretto che non finirò mai di leggere, della Castelvecchi, che può fungere anche, volendo, da manualetto: Flavio Mazzini (pseud.), Quanti padri di famiglia. Vita e peripezie di un prostituto intelligente. A parte la prima parte del titolo, che sa di scandalismo ballatoriale di sessant’anni fa lontano un miglio, mi ha sùbito messo in sospetto (e mi ha fatto anche, già, un po’ pena) il fatto che il presente prostituto si definisse pure intelligente. Il fatto che si definisca intelligente, in soldoni, non la dice corta sull’autore, che infatti è un emerito cretino. Si tratta di un uomo di trent’anni, che ha deciso di servirsi di uno pseudonimo per non imbarazzare la famiglia e tutte quelle persone che conosce e con cui non ama parlare di sesso [!], che si definisce molto ben dotato quanto a membro virile, e per il resto un ragazzo normale, semplice, proprio carino, non molto muscoloso, anzi snello e non villoso, un bel ragazzo, non ‘sto granché — insomma, non ho capìto bene: qualcosa di mezzo tra la carta da parati a fiorami gialli e il cesso a pedali. Ma delle sue dimensioni non ci frega. Fattostà che costui è uno che fino a poco tempo fa è vissuto sulle spalle di un amante, mentre si dedicava a gratificanti cacatine — teatro, cinema e che so io, ma non deve aver lasciato gran traccia di sé se, abbandonato dal compagno, è finito col culo a terra. Giusto il tempo di farsi un’idea sufficientemente sinforosa del semplice, e pur sempre semplicemente squallido, atto di andare a dar via il culo (sostanzialmente, l’ha fatto "per scrivere un libro" — c’è chi crede che si possano affrontare le catastrofi facendo finta che si tratti di un film, poniamo [a me è stato persino proposto di fare il giro di tutti i dormitorii di tutta Italia e poi scriverci un libro, diciamo — ma che cazzo succederà nei dormitori?!], ma la realtà è ben diversa), il nostro eroe s’è rifatto una vita. O ha distrutto il poco che gliene restava intero, non s’è capìto. Le descrizioni porno (che fanno spesso una tristezza infinita, debordante, date le qualità dei clienti) non valgono, per sordidezza, le paginette dedicate alle vendette trasversali (robine come insulti via ciat — CHE POVERACCIOOOOOOOOOOOOO) contro i clienti insolventi e i tirapacchi. C’è chi fa il prostituto per scelta, come il signor porno, basta darci uno sguardo per rendersi conto della differenza tra chi fa scelte enigmatiche e chi tiene la vita coi denti. Non so perché Castelvecchi l’abbia pubblicato.

CCIX. Brokeback Mountain.

14 Feb

CCIX. Premetto, non si tratta del film, che verosimilmente mai vedrò, ma dello smilzo libretto di tal Annie Proulx da cui esso film è nato, da me letto domenica alla Fnac (sett. "gay/lesbian"). Presentato (il film, tramite le cui pubblicità sono venuto a conoscenza dell’esistenza del libro) come un "western gay", pare non sia tale (come dice una recensione italiana, che chi vuole potrà andarsi a ripescare, io ho perso il link). Il libro, certamente, non è una storia "western gay", ma più che altro una vicenda, come taglio e impostazione molto reminiscente, mutatis mutandis, della misura perfetta del vecchio Ethan Frome (una settantina di pagine, non di più), ambientata nell’America rurale, tra gli anni ’60 e i primi ’80. La storia, che a livello trama è pressoché inesistente, racconta di due giovani verso i vent’anni, Ennis e Jack, che si conoscono presso la montagna del titolo (molto evocativo, di per sé, tanto da far pensare a una prima ispirazione comico-boccacciana, ma il risultato finale non è quello) per un lavoretto da pastori. A fine giornata, uno ospita l’altro nella propria tenda, e qui ci dànno di martello senz’alcun preavviso. Si reincontrano quattro anni dopo, e riprendono la loro veemente, appassionata relazione. Parallelamente, hanno moglie e figli, sono due uomini perfettamente normali che svolgono vite squallidamente normali. Sono occasionalmente notati da un datore di lavoro voyeur e dalla moglie di uno, che alla lunga prende spunto per separarsi. Uno dei due muore, a un dato punto, e l’altro rimane solo. Fine della storia. Sfogliando il catalogo di quella famigerata mostra di brutte, bruttissime fotografie del pessimo Mapplethorpe (salvo una, quella in cui lui, in panni rigorosamente leatherman, si fa l’autoritratto con la frusta nel culo — non per la ‘posa’, per le luci, o il raffinato bianco e nero, ma perché in quella foto è, lui, straordinariamente bello), mi sono chiesto il perché di tanta ostinazione nel voler trovare paternità e filiazioni ‘alte’ a una produzione fotografica del tutto pornografica, magari non esclusivamente (ma è da vedere), magari raffinatamente, ma pur sempre pornografica (e il dialogo a distanza con i Grandi del passato, soprattutto per la sua estrinsechezza, non fa altro che avvalorare questa tesi, essendo il Kitsch un peggiorativo, non un rimedio alla volgarità). Allo stesso modo, questo librino brutto e miserello non sembra essere stato scritto per affermare un’idea sfumata, viva, ‘normale’ dell’amore tra maschi (come forse il film fa, non posso né escluderlo né sostenerlo), ma una semplice, slombata fantasia masturbatoria ripresa a freddo: ed è, e la cosa è vagamente inspiegabile, molto più inverosimile di una visione da sodoma-e-gomorra con efebi bendati che suonano l’arpa.

(Tutto ciò solo per far capire, in fondo, che domeniche di merda riesco a passare).

CCV.

11 Feb

CCV. Sul Guinness dei Primati del 1998, tra le altre mostruosità letterarie (il Manas poema kirghiso, il più lungo poema del mondo coi suoi 600.000 versi [in realtà l’antologiuzza pubblicata poi da Mondadori riportava un elenco dei vari ‘ornamenti’ di bardi kirghisi, e la somma di versi dovrebbe essere ancora maggiore, tipo 800.000], il Promethée dialogue entre les vivants et les morts del p. Brien, cui già accennai, il poema ‘individuale’ più lungo del mondo, coi suoi 500.000 versi, il romanzo importante più lungo della storia umana Les hommes de bonne volonté di Farigoule/Jules Romains, &c.) si trovava una notiziola riguardante un’impresa tutt’affatto particolare: il dott. Esulino Sella aveva pubblicato una raccolta di 1918 anagrammi, tutti fatti sul proprio nome, e ognuno illustrato da un ex-libris a cura ora di questo ora di quell’altro artista. Non ricordavo da chi era stato pubblicato, e non ho mai sperato di trovare da qualche parte questo libro singolare. Scopro, poc’anzi, che è stato pubblicato da Fògola, che è un libraio-editore molto raffinato da cui passo sempre volentieri, normalmente senza comprare assolutamente nulla (va da sé), in piazza Carlo Felice, sullo spicchio a destra, dando le spalle alla staz. di Porta Nuova e la faccia a via Roma. Stampato quando ancora c’era la lira, mi sarebbe costato 59.000 vecchi testoni. Oggi sarebbero ventotto euri almeno; ma essendo la copia leggermente fallata (è un po’ sbucciata al dorso) costava solo sei euri. E io, che non resisto davanti a queste cagate, non ho retto, e l’ho preso.

Questo signore esordisce, come anagrammaturgo, nel 1932; da allora, per oltre sessantacinque anni, mentre si dedicava ad altre cose, economia, politica, scrittura &c., di tanto in tanto si dedicava a sibilloni durante seratazze più o meno alcoliche con gli amici (alcuni dei quali illustri), e, appunto, a confezionare altri anagrammi — l’unica cosa che lo riguardi di cui me ne importi, di fatto, qualcosa. Nel libro, che è stato impresso nel nov. 1998, si dichiara che intenzione dell’autore (che è anche prefatore) è di arrivare a 2016, sia come numero di anagrammi che come anno. Il nome non è semplicissimo da anagrammare, specialmente 1918 o 2000 o 2016 volte; sicché si spiega anche la scelta (felicissima) di accompagnare alle frasine un disegno; se si pensa che sono anagrammi, giochi parolegati, e che il disegno è un modo spiritoso per arrivare a un significato, possono anche far sorridere, alcuni. Bellissimo (riprodotto anche sul Guinness) il dittico anagrammatico "salì sul leone / e l’è sull’asino", corredato da due magnifici disegni. In altri casi sono accozzaglie di monosillabi di cui poco si riesce a capire d’abord, anche coll’aiuto del disegno. La schiavitù dell’artificio lo costringe talora a servirsi di strane preposizioni articolate, come "lissù", o "sullì", o il det. "el" e altre ineleganze. Ogni sezione è introdotta da alcuni mazzetti di versi bruttini che fungono da introduzione. Il titolo complessivo non si capisce. Nella prefazione, Giorgio Calcagno dice che l’oco è sempre meglio dell’oca perché il "passo dell’ –" è stata una cosa sinistra. Ma non c’è un gioco vero e proprio, c’è solo una tavola in cui sono riportati, secondo la classica disposizione a laberinto, alcuni anagrammi. Affari suoi.

Di là da tutto (la cosa più importante di questo libro sono gli anagrammi, e ovviamente anche le figure, alcune delle quali molto belle, a cui si accompagnano), l’aspetto più difettoso del libro è nell’introduzione e nell’organizzazione generale. C’è stata, si vede, la tentazione più che l’intenzione di dare a tutto un’unità organica, ma è mancata l’idea forte. Eppure, senza quella non c’è anagramma che tenga: si fa una fatica bestiale per ottenere qualche risultato agro e stentato, a cui si dedica tutt’al più un sorriso e poi si chiude il libro.

Ah, la sfida è aperta. Lo dice l’autore: che avverte, appunto, che al momento di stampare sta andando avanti, &c. La sfida a me non interessa niente, ma come esercizio può essere interessante. Mi sono messo a farne alcuni, qualche decina m’è venuta, ma uno solo, finora, mi sembra essere venuto decente: DI NVMI RADIANZA. Bello, neh? Ci metterò sessantacinque anni anch’io? E chi mi fa campare fino al 2070? Sarebbe un’idea, per contestualizzare i singoli anagrammi, inserirli in fondo a strofe acrostiche col mio nome-e-cognome: 14 lettere, per più di 2500 anagrammi (tanto per essere sicuro) — cioè più di 2500 strofe di 14 versi. Mi sa che mi seccherò molto, molto prima. Ma intanto è un progetto, che può aiutare a tirare a campare per altri due o tre pomeriggi, poi mi sa che me ne trovo un altro.

Beppe Fenoglio.

11 Feb

CCIV. L’ho letto in Beppe Fenoglio, Una questione privata. I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi 2005. Di Fenoglio, in precedenza, avevo letto solo Il partigiano Johnny e La paga del sabato. Peraltro maturando una mia idea di questo autore, che farei benissimo, non solo per ragioni di esaustività (che non mi riguardano, mica sono un critico), a leggere per intero.

Il partigiano Milton, badogliano, dinoccolato e introverso ("un brutto", lo definisce Fenoglio, come definisce in altra sede anche il Milton storico e sé stesso), stappa pochi minuti alla sua consegna per fare una visita alla casa in cui ha conosciuto e frequentato la donna di cui è innamorato, Fulvia, con la quale aveva un rapporto platonico, si direbbe, elevatissimo, quasi cavalleresco. Dalla governante, l’unia nella casa deserta a non essere stata sfollata a Torino, viene a sapere che Fulvia, in assenza di lui, riceveva strane visite da un di lui amico, Giorgio, biondo, bello e di gentile aspetto, lui pure introverso, attualmente anche lui partigiano, in una divisione in cui anche Milton ha in passato militato. Dice la governante che Giorgio soleva trattenersi lungamente con Fulvia, ma durante quelle visite i due giovani non dicevano nulla — e lei origliava invano per sapere che cosa succedesse. Poi, Giorgio aveva cominciato a darle appuntamento fuori; i due avevano preso l’abitudine di allontanarsi insieme, sempre in perfetto silenzio. Oppresso dal dubbio, Milton si mette sulle tracce di Giorio, recandosi presso la di lui divisione e attendendone il ritorno. Dopo una lunga attesa, si viene a sapere che Giorgio proprio quella sera, a causa della nebbia fitta, non è riuscito a evitare di incappare nei fascisti; malmenato e legato prima di poter uccidersi, è stato visto condur via su un carro. Nessuna delle divisioni partigiane presso le quali Milton si reca ha a disposizione un prigioniero da scambiare. Milton, grazie alla soffiata di una vecchia i cui figli sono parte in Russia e parte sui monti, riesce a sapere di un fascista che si reca spesso da solo a convegni galanti con una donnina di facilissimi costumi; è un lombardo, Alarico, uomo grande e grosso, che terrorizzato cerca di scappare: Milton è costretto a piantargli due pallottole nella schiena. Non solo Milton non riesce a trovare uno scambio, ma l’uccisione di Alarico costa la vita a due giovanissimi ostaggi partigiani in mano fascista, il quattordicenne Riccio e il quindicenne Bellini, due semplici staffette che ormai sono diventate un po’ come mascotte del campo. Il racconto si conclude in modo aperto: Giorgio è verosimilmente già stato ucciso, e Fulvia è lontana come sempre, sfollata nell’irraggiungibile Torino; circondato dai Fascisti, Milton riesce a trarsi in salvo trascinandosi come può nella fanga. Raggiunto un centro abitato, smette la fuga, nell’impulso di essere tra anime vive, vedere facce, sentire voci. Nel parossismo della fuga, a un passo dalla morte, il suo pensiero è ossessivamente rivolto a Fulvia; è il pensiero di lei che lo insegue, che lo assedia, che lo uccide.

L’avventura partigiana, per essere possibile, fu per molti giovani, prima che necessità politica e storica, questione di esaltazione: molto di ultroneo, e in particolare di romanzesco (si pensi ai nomi di battaglia), con tutto quanto di involutivo e specioso questo può implicare, è stato alla base di questa scelta, necessariamente eroica, idealistica, cavalleresca. Questa è la prima, e più generale, "questione privata", alla base del resistenzialismo. Da qui in poi le differenze: altro è chiamarsi "Spartaco" e altro chiamarsi "Sandokan". In Fenoglio, prima personalmente che letterariamente, questa esaltazione ha un’origine nobile, storicamente e letterariamente, nell’età di Milton, della repubblica di Cromuele lord protettore e dei roundheads. Come il partigiano Johnny, Milton non è coi "rossi", ma non perché sia anticomunista, quanto, piuttosto, "pre-comunista", e ideologicamente precedente tutti gli orientamenti recenziori (lessi Il partigiano Johnny appoggiato a un tavolo sul quale, a sinistra, c’era il Cromwell di Hugo, e a sinistra le Tragiques di Aubigné). Con questa sua, peculiarissima e profonda, elezione e adesione, Fenoglio recupera alla Resistenza uno spessore e una compiutezza politici, storici, umanistici, etici, estetici ingentissimi, forse impossibili da ritrovare, con quella ricchezza, in qualunque altro scrittore di quell’estrazione — vedi Pavese, Cassola, la Viganò e quant’altri. Esiste anche, almeno in Fenoglio (o in Fenoglio più consapevolmente che in altri), un’estetica della Resistenza: se opporsi al fascismo fu anche, gobettianamente, una questione di buon gusto, questo buon gusto non esclude affatto valori come il ricorso alle armi, il fuoruscitismo, la sfida, la bella morte, il sacrificio personale; semmai, stando su questa linea, il fascismo fu cattivo perché NON rappresentò altro che un’adesione di superficie, furbesca e viziata, a questi valori, e al fondo rimaneva vigliaccheria, miseria, bestialità. Fenoglio recupera il vero valore di una retorica e di un codice puri, non adulterati, ripescandoli dalle soglie della modernità: la sua scrittura rende possibile un’unità di spessore ‘ideologico’ e di severa bellezza non astraibili; tanto da poter permettersi di raccontare una storia come questa, con due nobili contendenti, una donna sostanzialmente al disopra di ogni sospetto ma ancora al di qua della scelta; di sfondo, o comprimari, i partigiani eroici e i fascisti vigliacchi come Alarico, o, se umani, dotati di un’inutile pietà, come il comandante che manda a morte i due ragazzi. Lo stile è conseguente; non solo ore rotundo, ma, come si sarebbe detto in illo tempore, grave senza orpelli, bilanciato alla perfezione tra epica e cronaca; avendo la "questione privata" e la questione civile i medesimi quarti di nobiltà, e potendo confluire, con solo apparenti lacerazioni, senza sostanziale soluzione di continuità l’una nell’altra — lettura indubbiamente troppo ‘araldica’ nell’inefficace metaforismo.

CCIII. Umberto Eco e

11 Feb

CCIII. Ho intravisto quest’ultimo libro, appunto "A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico", Bompiani 2006, alla Mondadori. Si tratta di conferenze, interventi vari, bustinediminerva &c. Tra l’altro materiale preassunto, c’è un pezzo, l’unico che ho fatto in tempo a leggere per intero, circa la privatezza. Prima di tutto, non posso non compiacermi del fatto di aver usato la parola privatezza per anni, in luogo di privacy, credendo di fare una stramberia e ritrovandomi invece purista inconsapevole, quando i raffinati da me intrasentiti finora arrivavano tutt’al più a distinguere tra la pràivasi degli americani e la prìvasi degl’inglesi. Ciò detto, questo pezzo riguarda anche le pagine personali in rete. Ora, parlando con Misery, ormai parecchio fa, ho saputo che qualche sociologo, di cui rigorosamente NON ho presente il nome, ha fatto una distinzione abbastanza suggestiva tra il pubblico che invade il privato (problema dell’altroieri) e privato che invade il pubblico (problema attuale: per esempio, almeno potenzialmente, i blog). Non mi sarebbe venuto in mente se non avessi sentito che al saggino di Eco manca proprio un filo di chiarezza in questo senso. Circa le pagine personali, Eco cita l’esempio di quel tale che ha esposto la fotografia del suo colon (scattata ovviamente durante un’endoscopia), sbilanciandosi anche sulle motivazioni psicologiche plausibilmente sottese: un vuoto, ovviamente, di affetti e di attenzione da parte altrui, &c. Io, invece, mi chiedo come diavolo sia possibile maturare un’opinione su un gesto del genere. Probabilmente non c’è nessun vuoto e nessun malessere. A titolo di esempio, Eco ha mostrato compiacenza nei confronti della cultura "bassa" (giungendo a conclusioni che sono ormai moneta corrente tra gl’infarinati di cultura); ma comincio a sospettare che gli sia sfuggito che i consumatori di intrattenimento non crede affatto che Topolino è all’altezza della serie del guanto di Klinger piuttosto che della Sistina: se ne frega e dell’uno e dell’altra e dell’altra ancora. E ritiene che il proprio colon sia al centro dell’universo — che è comunque una convinzione di per sé difficile da scuotere.

CLXVIII. A margine de

24 Dic

Si tratta di un testo che sto leggendo con attenzione; e su cui conto di tornare più estesamente quanto prima, come abbia organizzato minimamente le idee su carta. Nel frattempo, segnalo l’edizione di cui mi servo, l’unica moderna (ovviamente): Scipione Errico, Le Guerre di Parnaso, a cura di Gino Rizzo, Argo ed., coll. "Biblioteca barocca" n° 3, Lecce 2004, pp. 107. Avvertenza: mi sono scritto addosso. Suppongo ci si capirà poco, ma tant’è.

Leggo:

"E perché è proprio del vino il far con ogni libertà manifestare gli occulti affetti del cuore, che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi, non solo i dozzinali, ma ancor i più principali poeti, dal furor di Bacco sospinti, or dello stivale, or della chitarra, or dell’archibugio, or della scrimia, or della salsiccia cantando, spiegavano i lor mal celati desiri", l. III ("… Bacco è fatto signor di Parnaso…"), p. 77.

La nota dice: "una degradata pluritematicità della lirica secentesca, ironicamente evocata ed attribuita ad avvinazzati poeti […]". E’ una notazione preziosa; proprio perché si recupera, della poesia berniesca, proprio l’aspetto insieme liberatorio e autocensorio d’un "parlare in cifra" (il mellone, la zucca, la fava…) apparentemente capriccioso, a nonsense, burchiellesco, di fatto licenzioso e ‘proibito’. Il dio cantato dal mariniano Nonno, ma anche l’enfant terrible di Euripide, ha il potere di far sorgere dalle profondità dell’animo desideri di cui è d’uopo dire che sono proibiti, inconfessati; e inconfessati perché inconfessabili, per l’appunto poibiti, da non esprimere perché da non provare. Come la sodomia, principalissimo desiderio proibito, che non ossessionò, per l’appunto, solo figure marginali, i ‘dozzinali’, ma anche, tra ‘i più principali’, lo stesso Marino, qui ritratto come guerriero feroce e volpino, il primo tra i poeti della sua età, il re del secolo. Ponendosi, solo tra i moderni (oggidiani) sulla scorta di Dioniso versus Apollo (e non solo e non necessariamente sulla scorta del sovraccarico Nonno di Panopoli, di cui il Marino non possiede né la potenza visionaria né la replezione), il Marino non fu quel "genio prepotente" che tutti sopravanzò, ma un grande sprigionatore di forze occulte, cioè un singolarissimo tipo di battistrada; non un genio volenteroso e stralunato, elfico, come un Puskin all’atto della rifondazione di tutta una letteratura finora fatto "privato", dilettantesco, salottiero, e remoto; o un ‘facchino di Pindo’, telamone sudoroso e ringhiante, distillatore (ma all’ingrosso!) di poison, come un Southey, fatto apposta per essere spremuto e gettato via (lui vivo — vicenda tristissima, amarissima) dai genii della generazione immediatamente successiva, Byron Shelley Keats; ma come figura, appunto, di stregone-evocatore, impossibilitato ad essere, per la natura stessa delle forze sprigionate e in parziale misura maneggiate, totalmente stregone bianco come totalmente stregone nero; un mago dell’allusivo e dell’illusione, in grado di parare dinnanzi a sé, come uno schermo olografico, un’immagine struggente, febbrile, seducente non si sa se di sé o della poesia. Questo spiega l’infinita schiera di seguaci ed ammiratori, e insieme l’assenza di veri amici. L’amico intrinseco, che si firma svisceratamente suo, non vuole intrinsechezza nessuna, in realtà; si compiace d’ombre, di larve — di lemuri, dallo sguardo sfuggente, fascinatore e immancabilmente sinistro. L’Achillini si mostra addirittura sazio delle sue manierone bizzarre, commosse e confusionarie — tanto questo scafatissimo avvocato sapeva l’arte di figurare scapatissimo pasticcione alle prese con le sue metaforone, o traslatoni! — quando, con strana effusione, sorvabondante dolcezza, intona la cantilena d’invito in villa all’intrinseco Marino; altrettanto sbrigativo, addirittura indispettito, volutamente sarcastico, risponde alla risentitissima, tonante missiva del Marino reduce dall’attentato del Murtola (I febbraio 1609); tanto sbrigativo, superficiale, e di nuovo infastidito (si percepisce) risponderà al Preti quando gli annuncerà disperatamente della morte dell’intrinseco stesso. Il Marino che, mai stato tanto offeso in vita sua, mai tanto sicuro delle sue ragioni, presenta il conto ai contemporanei; il Marino che paga il suo debito alla terra — questo è inammissibile, essendo incompossibile con l’idoleggiato oggetto di quell’intrinsechezza — che poi è, come dicevo, tutta quanta estrinsechezza, semmai, come si conviene al predicatore dell’estenuazione amorosa, al cantore degli amori di pesci, al descrittore d’interni d’astrattissima eleganza, all’auscultatore delle voci più inconsuete e tenui, sfuggenti, incorporee o disincarnate. E’ l’incorporeo, il musicale, lo sfuggente — e l’oscuro, il lùbrico, l’acqueo, il sinistro della sua personalità panica, riflessa sorprendentemente in quel suo volto di fauno cortigiano, angoloso, lemùreo, alieno, — MA con licenza de’ superiori, e all’ombra dei gigli d’oro, &c., che affascinarono potentemente l’Europa coeva.

Le Guerre di Parnaso sono, appunto, un esempio di letteratura di Parnaso. Cioè si tratta grosso modo di un romanzo, per la precisione in quattro libri, che dovevano costituire la prima parte di un romanzo più ampio (ma la seconda parte, continuamente annunciata, non fu mai scritta, forse per più gravi cure dell’autore, forse per raggiunti limiti d’età per quanto riguardava certi motivi ed eventi della cultura, ormai non più contemporanea ma sistemata a sua volta all’interno di una storia letteraria che deve pur sistematizzare, smussare, spegnere — forse per ambo i motivi). Gli spunti critici non sono proposti come indagine, ma come trama; esiste anche un’ambientazione, ovviamente, e su sfondi talora descritti si muovono autori di ogni età, sorpresi in quotidiano commercio, quasi fossero tutti contemporanei. Ora, queste Guerre si svolgono quasi interamente sullo sfondo cupo e allucinato di una perpetua notte profonda, e sono guerre vere (giusta il meccanismo di letteralizzazione, reificazione, del dato metaforico — per cui la disputa si trasforma in duello — ma non era vera la pistola che il Murtola scaricò addosso al Marino, a suo tempo? Non erano vere le spade con cui il Davila trafisse lo Stigliani, con cui lo Stigliani azzoppò il Davila?), intramezzate di litigiose ambasciate e sacrifici cruenti; il riposo del guerriero è uno scatenato ribollire orgiastico di "occulti affetti del cuore" (ma non è il cuore di zucchero dei confettieri arcadi), di quelli "che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi". Questa violenta trivialità parentirsa non travolge solo "i più dozzinali", cioè i più sprovveduti, e quindi meno spiritualmente educati e raffinati / rifiniti / raffrenati; ma anche "i più principali", tra cui principalissimo è il Marino, di cui è occultamente citato, in pole-position, il capitolo "dello stivale", pseudoberniesco (ma che più pseudo- non si poteva), riportato per noi contemporanei primamente da Borzelli 1898, ma verosimilmente noto in soverchiante copia di copie manoscritte prima di giungere ad arricchire dei più inebrianti, potenti tossici il cumulo di "escrementi d’ostrica" (che pure, rammenta l’editore secentista, sono perle) di qualche mazzetto d’extravaganti.

Ed è poi, quel capitolo "dello stivale", il più precoce e bello e liricamente intenso, illustre e preciso esempio di descrizione di erotismo (?) feticista che si sia mai dato; segno (non incontroverso) di come si possano diversamente identificare i fastidii espressi a Lorenzo Scoto 1615 per i molti non-cavalieri tuttavia stivalati incontrati in Francia — come dire: benissimo il corpo virile dai muscoli guizzanti fasciati / esaltati &c. &c. &c. da cuoio, pelle &c., ma uno che faccia risonare i tacchi dei grossi stivali, e non sia mai montato nemmeno in vespa aut scooter, che cos’altro è, se non un truzzo? — o più precisamente un tamarro; o (peggio ancora) un semplice ricchione? Ma quel capitolo è da leggere, con grande attenzione; è una specie di manuale.

"Benché alcuni di essi senza tanti simboli e figure, con semplici e proprie parole cantarono ciò che mal potevano tenere nascoso nel petto". La letteratura, col Marino (poiché il Marino fonda la modernità — come lo faccia è tutt’un altro pajo di maniche), rinasce come veicolo di pulsioni. — Con le pulsioni nasce il contraposito delle passioni, il pendolo inarrestabile dell’atrazione e della ripulsa, del trasporto e della nausea. E’ quello che ci fa uomini, a dispetto delle tentazioni quietiste, dal molinismo all’ "India" nirvanica. Céladon si vantò, di fronte al druido di turno, di aver raggiunto la perfetta pace: "Ho smesso di provare sentimenti", gli disse grosso modo il pastore galante. "Hai smesso di essere uomo", gli rispose all’incirca quel saggio.

Di qui, anche (in queste Guerre), la sceneggiata dello Zinani, alias Gabriel Zinani da Reggio nell’Emilia, che nello stesso 1623 dell’Adone e della Secchia parigina e della Babilonia distrutta dello stesso Errico, stampò un’Eracleide poema sacro-eroico per cui ebbe a sostenere le sue brave guerre contro il Bracciolini della Croce racquistata per ragioni di priorità (come anche, sempre col Bracciolini — l’altro faticatore tra le muse insieme all’Errico, per intenderci — lo stesso Tassoni); lo Zinani pornografico esplanatore / dichiaratore, ma proprio come simbolo, segnacolo vivente, del grande tabù / malattia del secolo. Il contraposito, lui, lo porta in faccia, metà dipinta di bianco, metà di nero; autore di un poema ed heroico e religioso che lo poneva insieme sulla linea del Tasso e in contrapposizione al maestro, aveva corredato i versi con una raffica di giudizi sull’opera, sotto pseudonimi, che alternandosi esaltavano la presente fatica al disopra del Gierusalemme, o la deprimevano tra gli esiti mediocri. Tutta opera di questo dozzinale (forse; chi l’ha più letto?) dolorante, spaccato in due tronconi. "Il tuo volto, in due diviso / m’innamora, e orror mi fa". La folla plaude e sghignazza al vedere questo Giano "al contrario" che ora commenda e ora tassa la propria Eracleide, la propria poesia, il proprio sé; ma alla fine è il suo stesso termine di paragone, anch’esso e a sua volta diviso tra il controverso Tasso e l’ufficiale mestierante Bracciolini, a finire la pagliacciata maledetta zeffonando il poeta, sdoppiato o diviso che fosse, con interiora marce e puzzolenti, tra i fischii e il lancio d’immondezze. Infatti, come ricorda il Maragoni prefacendo astrusamente la Sferza e il Tempio, le due operine più meccaniche dell’ingegner Marino, l’approccio splàncnico si adatta malissimo al Re del secolo, il più principale proprio perché il miglior accozzatore di segni, l’arma evocatrice dell’impartecipe (o del partecipe lucidissimo — ecco perché stregone, ecco perché oscuro, sinistro, forse malvagio); ma — l’Errico, che lo sa benissimo, ce lo fa capire con questa splendida giustapposizione — per i più dozzinali come questo Zinani da Reggio Emilia, tale divisione più splàncnica di così non poteva essere. Un professore del liceo teorizzava che Lucia Mondella e la Monaca di Monza reggevano poco, come personaggi, perché procedevano da due momenti di un personaggio solo, l’Abbesse de Castro di Stendhal. Questa divisione in due di un personaggio solo è segno di scarsa, fredda ispirazione. L’Errico non è giunto, purtroppo, a identificare Dioniso e il Marino; sarebbe stato un bel colpo, narrativamente — ma soprattutto criticamente. Dioniso sconvolge, ma non è mai ubriaco.

Comunque sia, l’Errico ha capìto bene la funzione del Marino in quel tempo di fondazione. E l’ha capìta, questo scrittore tutto sommato eccezionale, non solo perché ha visto e conosciuto i più principali e i più dozzinali confusi nel calderone indiscriminato della contemporaneità, ma perché ha occupato, in quel contesto, una posizione piuttosto unica, quella anfibia del più dozzinale tra i principali e del più principale tra i dozzinali: ingegnere e fabbro anche lui, anche lui ambizioso ragionatore in poesia, ma pure scrittore sempre scosso dall’emozione, sempre partecipe. Dunque non un incantatore a freddo, non un principio informatore, ma il miglior recettore del marinismo "ortodosso", ben distinto dal "rancido pastone" etc. etc. da diversi decenni, ormai. Dove l’arte mariniana è per lui quel purissimo distillato, immune da calce, che possa preservargli dai guasti l’intestino.

CXLIII. Collard-Gambiez III

12 Nov

CXLIII. Ecco la terza tranche, che m’è venuta fuori irresistibilmente (dipende dall’argomento, non certo dal libro, che anzi è decisamente noioso e anche piuttosto inutile). Parto da un brano del libro, che copio assai spregiudicatamente (la pagherò sicuramente, per questo):

Inoltre, nella distinzione tra povero buono e povero cattivo si ripropone l’insidia di una specie di perniciosa commistione tra peccato, sofferenza e malattia, nella quale le due ultime sono la conseguenza del primo. La religione, così, si è forgiata un Dio potente che ricompensa sulla terra il comportamento dell’uomo sulla base delle sue colpe e dei suoi meriti: "Che cosa ho fatto a Dio per meritare tutto questo?" si sente dire spesso. E’ questo un grido che lega la disgrazia alla colpa e che comporta l’idea di un castigo inflitto da un giustiziere sovrano. Questo modo di vedere le cose ci rinvia all’episodio evangelico del nato cieco, nel quale i discepoli domandano a Gesù: " ‘Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?’. Risponde Gesù: ‘Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché così si manifestassero in lui le opere di Dio’ " [Nota: Vangelo secondo Giovanni, 9, 1-3]. E cioè la vita e la luce, vittoriosa, di ogni morte e di ogni tenebra.

Ecco perché la ricerca delle cause del male e della miseria in una presunta colpa passata di qualcuno (o anche di se stessi) è da bandire definitivamente dal nostro animo. Quando è possibile, invece, può essere salutare aiutare il povero a prendere coscienza della parte di responsabilità sulla quale può avere ancora presa per nascere di nuovo. [Nota: Qui parliamo dei senzacasa, ma è vero anche per chi sta scontando una pena in prigione e, d’altronde, per tutti noi].

Pp. 288-289.

E’ una pagina non molto chiara, in cui effettivamente si fa un po’ di confusione, e insieme si tralascia qualcosa di fondamentale. Può aiutare mettere la frase: "La religione, così, &c." prima della frase sul povero buono e il povero cattivo. Si dice, dunque, che ci si è formati un’idea di un dio contabile, che paga tutti secondo il dovuto, ora e qui, in questa vita. Non direi che è così. In realtà qui si presuppone — e si fa male, perché conveniva dirlo — la logica borghese ed efficientista secondo cui tutti, se facciamo il nostro dovere e ci adeguiamo a determinati meccanismi, otteniamo quello che vogliamo. Di qui la confusione tra successo e merito, e la riprovazione nei confronti della povertà — pur con la riserva che possano esistere dei "poveri buoni", persone che hanno subìto ingiustizie gravi e non si sono potute difendere, o sono state schiacciate da disgrazie. Questa visione delle cose può effettivamente informare di sé anche la sfera religiosa, ma è sostanzialmente indipendente da essa; anzi, identificando il luogo della giustizia con il mondo, tende a fare a meno dell’idea di un aldilà, e si associa meglio con l’ateismo che con la fede. Poi, ovviamente, c’è la parabola in cui il Cristo pronuncia la sua massima, spiegata da parole altrettanto vacue. Ora, il discorso, lo sappiamo tutti se non altro per formazione diffusa, è poi sempre quello; il Cristo indica sempre la cosa migliore nella peggiore (è la sua specialità): come le streghe del Macbeth egli è convinto che fair is foul, sicché il dolore è gioia, il bello è malvagio, il povero è ricco, il ricco è povero, lo stolto è un savio, il piccolo è grande e via di questo passo. Tante cose che, prese nel debito modo, possono apparire vere; ma — appunto — prese nel debito modo, sotto certi aspetti, non così in assoluto; e vere, sì, ma (e questo è fondamentale) solo finché qualcuno non lo dice. Il Cristo (o chi per lui) l’ha detto, e ha scassato tutto. I Collard-Gambiez non sono così cretini da sostenere che la condizione del clochard sia bella e vantaggiosa, per quanto talora ci arrivino assai vicini, specialmente quando (come si è ribadito nel corso del libro) si dànno casi di solidarietà toccante, da parte di persone generose o tra poveri; il gesto, ovviamente semplice, di dare qualcosa (cibo, vestiti, tabacco, vino, soldi, qualunque cosa) è certamente confortante per chi riceve — sia pure con tutte le riserve opposte dall’orgoglio e dal dover tirare avanti così, che non sono certo riserve da poco –, ma il fatto è che solo un povero di spirito a livelli patologici può reggere l’idea di una vita dominata dalla preoccupazione per il proprio stomaco e le proprie più miserande esigenze, col solo bene di un raggio di cristiana carità di tanto in tanto. E’ oggettivamente una vita di merda. Ed è tale, oggettivamente, perché tiranneggiata dal difficile soddisfacimento dei più elementari impulsi. I quali possono servire a ‘dimenticare’ le ragioni, spesso non esattamente materiali, per le quali si è finiti sul fondo della fogna; ma anche quando, ed è la più parte dei casi, non c’è tanta consapevolezza o voglia di ricordare, quelle ragioni permangono, e il resto non dev’essere considerato diversamente da una mera conseguenza.

Vedo, personalmente, con disgusto e orrore ogni forma di cancellazione della memoria. Non voglio fare paralleli (col nazismo, per esempio, che è un derivato del cattolicesimo), anche perché nella fattispecie rischiano solo di essere una distrazione. Mi limito a notare che qui il clochard è raffigurato, idealmente, come una persona priva di storia, qualcosa di bidimensionale, una sorta di sacco sdrucito e perennemente vuoto in cui gettare occasionalmente qualche atto di carità. Vien da chiedersi come mai i Collard-Gambiez abbiano passato tanta parte del loro tempo ad ascoltare storie: era solo un lenitivo per chi, allora, trovava una spalla su cui piangere? Si direbbe di sì. Un atteggiamento che i due hanno sempre, incrollabilmente, avuto per ben dieci anni della loro vita. Di uno schematismo, o di una sordità se si preferisce, che ha qualcosa di vagamente disumano. Tutta la percezione della persona è schiacciata sulla non-persona a cui è ridotta attualmente. Non c’è profondità. Non c’è spessore.

E’ giocoforza concludere che c’è, alla base, quella volontà, ovvia da parte di "missionari", di mantenere intatte quelle condizioni di disagio, com’è definito, in cui trovano l’elettivo campo d’azione. Anche se non è loro richiesto, non solo non indicano vie d’uscita, ma indicano semmai una serie di modi (tra cui quello esemplificato in questo brano) per conservare quelle condizioni tanto favorevoli al dispiego quotidiano di gesti caritatevoli. Non è tutta malafede: è il principio che è sbagliato. Su quest’affermazione potrebbero essere dette molte cose, ma una flaccida disamina sarebbe, qui, il peggio del peggio. La cosa fondamentale da dire è questa: il barbone non vive una condizione di "disagio"; vive una condizione di ingiustizia. Tutto quanto ha che fare con la memoria, anche — perché no? — quella degli atti compiuti, delle omissioni, degli atti subìti. Eliminare la memoria, degradare regolarmente al rango di menzogna o di "drammatizzazione" il racconto del cosiddetto disagiato, senza tentare mai di ragionare sulle sue parole per trarne qualcosa di più reale, significa rendere impossibile l’eliminazione, a qualunque livello, delle cause d’ingiustizia. Significa rendere impossibile la giustizia. I lenimenti, le consolazioni, le romanelle, le pappine, le smorfie, i vezzi, gli attucci sono certamente quanto di meglio, per quella sorta di Barbone Perfetto identificato in Yvon di Amiens, p. 300:

E’ l’immagine del povero per eccellenza: completamente sprovvisto di tutto, handicappato mentale, incapace di orientarsi, di chiedere l’elemosina e quindi di nutrirsi;

ma è UN CASO, e tutti gli altri, le cui "eccentricità" sono conseguenza diretta di un’emarginazione insopportabile? Per loro gli aiutini dati col contagocce, o il poco che riescono a procurarsi di persona, possono occorrere solo a mantenersi in vita — o aldiquà della vita, secondo i punti di vista.

Tutto il libro, in fondo, sembra un lungo e tedioso (perché ingiustificato) aggirarsi in un mondo abitato da creature disumane. Non che m’interessi molto notare questo fatto in questo libro in particolare: lo noto perché, dati i presupposti ideologici (i più condivisi), non sarebbe potuto essere diversamente. Comportamenti meccanicamente riproposti, a mo’ di gag, portraits en profil cartoonistici, sembra che da ciascuna delle singole frasi del libro sia stata occhiutamente sceverata ogni passibilità di approfondimento minimo. Nessuna traccia, nessun cenno che possa gettare un raggio di luce, per quanto incerta, su quello che può esserci stato a fondo. E questo perché manca la consapevolezza dell’umanità delle persone di cui si parla. La quale è, ovviamente, costantemente ribadita, ma in totale assenza di intima convinzione; ne consegue che non può mai essere nemmeno mostrata, resa tangibile. Non sto dicendo che quello che sta scritto nel libro non corrisponda a quello che i Collard-Gambiez hanno effettivamente visto e sentito; è chiaro, nessun libro contiene tutto, è sempre il risultato di una scelta. Ma non è possibile che, tra tante confidenze raccolte e storie pazientemente ascoltate, non ci sia una sola frase che rimandi a qualcosa di ulteriore, a un vissuto che possa essere in qualche modo, alla meno peggio, enucleato, o appena intuito, e comunque ricondotto su un piano d’indagine. La mancanza di qualunque contenuto utile a fare un po’ d’analisi, con approccio ovviamente idiografico e non generalizzante, dipende in misura direttissima dall’atteggiamento mentale con il quale la coppia si è accostata a questa parte d’umanità.

Si dà il caso che tutti noi adeguiamo i nostri atteggiamenti agli interlocutori, ricorrendo a diversi stili comunicativi (e a tutta quella parte del nostro intimo in cui ciascuno stile pesca) a seconda che Tizio o Caio ci stiano parlando e sollecitino da noi questa o quella risposta. Il barbone, ossia quella-persona-in-condizioni-di-dover-sempre-chiedere-per-ottenere-qualcosa-da-qualcuno, conosce meglio di chiunque altro la stretta correlazione tra il modo di chiedere e l’ottenimento dell’oggetto desiderato. Dovendo, appunto, sempre chiedere per ottenere, il barbone è indotto a sostenere una recita continua, nella quale deve dimostrarsi in grado di far presenti le proprie afflizioni e, nel tempo stesso, non tediare, ma anzi intrattenere, se possibile, e compiacere l’interlocutore. Tutti, con ogni probabilità, recitiamo; anzi, a dar retta alla vulgata, pare che si riesca a dire qualche verità su sé o in generale solo mentre si sta recitando una parte. Lo stesso ricorso alle ‘maniere forti’ della minaccia, dell’imporre distanze minori alle minime di sicurezza igienica, gli atteggiamenti di sfida, si appellano in primo luogo alla pietà dell’interlocutore occasionale, e ci riescono grazie all’esagerazione, che attiene al grottesco, e si richiama, latamente, al senso dell’umorismo. E’ praticamente impossibile subire una partaccia realmente offensiva da parte di un barbone. Una sua reazione di disappunto potrà schifare, sdegnare l’interlocutore che non molla la monetina, ma è impensabile che possa realmente ferirlo, per quanto non ci sia nessuna ragione per ritenere che al barbone, come a qualunque uomo con la sua dose di frustrazioni, manchi la capacità di farlo. Tutto questo è scontato.

Forse tutti sosteniamo una recita, ma possiamo anche staccare. La gran parte delle persone, cioè, può, a un certo punto, permettersi il lusso di sentirsi stanca. La mancanza di manifestazioni di stanchezza, quel ‘chiudere’ le serrande, arrivati a un certo punto di saturazione, è uno dei caratteri distintivi più proprii del barbone. Essa stanchezza, effettivamente, può, nella vita normale, essere affettata, "recitata" a sua volta; ma è, di nuovo, una specialità di chi può permettersela. L’unica stanchezza che ha il diritto di fare la sua apparizione sul volto di un barbone è quella, che non si gabba ma si mostra spontaneamente, che prelude alla morte. Se diversi motivi, legati eminentemente a fattori retorico-persuasivi, non rendono indesiderabile mostrare a tempo e luogo segni di stanchezza, non è mancato chi, tra le persone normali, anzi, addirittura tra i VIP, ha colto questa caratteristica e ne ha parlato in senso ammirativo: come quel dignitario di Filippo II, che si pregiò di assumere i barboni, o i saltimbanchi, o la gente che campa di espedienti, a proprio modello esattamente in questo senso. Non mostrare mai stanchezza; non sottrarsi mai al confronto con il prossimo (ne va della vita): sono imperativi che valgono, nella maniera identica, per chi sta molto in alto e per chi sta molto in basso.

Ma ci sono inevitabilmente circostanze, che si producono soprattutto in àmbito selettamente barbonesco, che hanno il potere di schiudere agli sguardi i sotterranei, grovigliosi e inquietanti e oscuri, dell’anima dei barboni. Con questo è possibile capire ciò che, probabilmente, è troppo insostenibile da accettare, per persone normali e operatori del settore: che i barboni sono persone perfettamente normali. Almeno in grandissima parte. Abbiamo visto in che stato fosse Yvon (sicuramente un malato abbandonato, ed è UN’ALTRA COSA rispetto a un barbone in senso proprio); è detto dai Collard-Gambiez il clochard per eccellenza, perché reca in sé, esasperati, tutti i segni distintivi del barbone comune; tra cui deve dunque annoverarsi un certo grado, maggiore o minore, di menomazione mentale. Bene, questa è un’invenzione. Non dico che i barboni si comportino normalmente, no; non possono farlo, essendo la loro vita troppo dolorosa, perlopiù, per consentire comportamenti normali; tralasciando la solitudine, che rende sempre un po’ originali. Ma di suonati, nel complesso, ce ne sono pochi, quasi nessuno.

[In corso di copiatura. Continua]

CXLII. Sempre su

11 Nov

CXLII. C’è la questione della frustrazione (lo sto leggendo a spizzichi e bocconi, tra altre letture a mezzo interrotte, a quarti d’ora, tra una babelle di carte dissipate & confuse dovendo anche scegliere alcunché da mettere, se tutto va bene, sul prossimo Scarp de’ Tenis, e devo fare alla svelta, e ovviamente sono mezzo rintronato). Sono a p. 236, e ce n’è ancora un po’. Ma non è un romanzo, si tratta di un salmigondi di aneddoti, cioè un diario; e io tengo un po’ di diario di lettura. Non mi sembra illecito.

Dicevo, la frustrazione. Tralasciando (per ora — ma gli autori, ovviamente, la tralasciano, perché non ricade sotto la loro esperienza diretta) la frustrazione del vissuto precedente all’inizio della vita da barboni, esiste la frustrazione da esperienza barbonesca, la frustrazione dello hic et nunc. La quale, di norma, è manifestata platealmente, con volgarità rumorosa.

"E’ la povertà dei poveri, che li rende schiavi dei loro impulsi e restii ad accettare le frustrazioni. Ma, allo stesso tempo, è anche un’affermazione di dignità che tradisce il loro rifiuto ad essere maltrattati e infantilizzati, come spesso invece avviene" (pp. 142-143).

Molte affermazioni del libro sono tutte così, in sé mi suonano giuste, ma ma di fatto c’è tutte le volte un gap tra l’aneddoto — com’è inevitabile; e l’aneddoto è sempre uno e uno solo, ciò che non garantisce sufficiente rigore all’analisi, che non è né micrologica né idiografica, ma oleografico-francescana. Non ho niente contro il poverello d’Assisi, ma ho da ridire su questo modo, pesantemente ideologico, di procedere nella lettura della realtà, e soprattutto contro la fretta (normalizzatrice) di dare un suggello sentenzioso a qualunque evento di rilievo annotato — e le conclusioni a cui si perviene. Molti casi narrati ‘li conoscevo già’ per averli sperimenti o per sentito dire. Non è una grand’esperienza, mi pare di averlo già detto: dormire all’aperto; prendere freddo; non potersi riparare, occasionalmente, da qualche parte; avere fame; non potersi cambiare i vestiti; &c.; tutto questo non costituisce un enorme bagaglio di esperienza. Semmai è la negazione di quello che chiamiamo esperienza. Questo consente o consentirebbe una maggior sensibilità nei confronti dei piccoli eventi, e il tempo e l’agio di risentire le più riposte risonanze di gesti trascurabili, di eventi circoscritti.

In un certo senso (ecco che m’allargo) tutto questo ha da fare con la scrittura, anche con quella dei signori Collard-Gambiez, ma soprattutto latamente; anche della mia, per esempio. Compito della scrittura dovrebbe, appunto, essere quello di rallentare i tempi, normalmente veloci, della vita, dilatando il tempo e rendendolo più prezioso, più importante. La scrittura deve questa possibilità a quel complesso di norme, sempre più o meno ben applicate ma mai ignorate, se non altro perché assorbite per formazione diffusa o per imitazione, che costituiscono nel loro complesso la retorica. (Barilli, in un suo saggio in merito, parte proprio da questa nozione; l’aspetto retorico, per quanto possiamo essere suscettibili ad ogni sconfinamento, non è mai assente; e la scrittura si riserva sempre il diritto di applicare alla realtà che affronta procedimenti inflativi, amplificatorii). E’ il motivo per cui la scrittura è cercata da chi la cerca; ed è, anche, il motivo per cui è rifiutata da chi la rifiuta, e cerca di riempire non già con risonanze artifiziate il vuoto sordo che si crea fatalmente, nella nostra percezione stanca, intorno alle cose, ma semmai con altre cose.

Esiste, dunque, una fetta d’umanità che la scrittura è destinata a non raggiungere. Per questa fetta di umanità, essa resterà sempre un’attività di tolla, e un buono scrittore un bon joueur de quilles. Cioè un signor nessuno. Questa fetta non è ‘una metà’ dell’umanità; è la schiacciante maggioranza. Chissà, anche per questo, che non abbia perfettamente ragione — ma qui, appunto, sto amplificando retoricamente; giacché sono sicurissimo che abbia, al contrario, perfettamente torto. Eppure c’è qualcosa da imparare (anzi, molto) per chi scrive o legge, in quello che pensa questa barbara fettona di umanità.

Quando ho letto queste righe sulla frustrazione, non ho pensato tanto al fatto che anche la gente ‘normale’ tende ad esplodere con una certa facilità di fronte a ingiustizie o mere difficoltà; ho pensato a quale meccanismo consentisse (la domanda da me a me rivolta era volutamente ingenua) a questi due pii francesi di non provarne. Non la diversa estrazione. Non il fatto che potevano mollare quella vita da un momento all’altro. A ben guardare, nemmeno il fatto di aver scelto quella vita, a differenza degli altri (e anche su questo ci sarebbe da discutere). Semmai, grazie al fatto che si trovavano ad applicare una formula spiazzante e tutto sommato benefica (la consolazione di un gesto grazioso, una spalla su cui piangere, un segno di rispetto affettuoso, &c.) in un contesto in cui non c’è nient’altro che sordidezza, o quasi. Si tratta di due pellegrini, con una propria missione da compiere: un filo o un arco teso da seguire fino in fondo. L’aspetto meno esaltante della missione non è tanto il suo potenziale deformante (è l’applicazione di una volontà in un contesto di totale scucitura di qualunque volontà, con conseguente effetto pacificatore, catalizzante), quanto il fatto che poggia su convinzioni radicate e preassunte. Non è tanto il fatto che il contesto d’immersione sia deformato ad interessare; quanto il fatto che sono l’osservazione, il racconto da parte dei protagonisti della missione ad essere profondamente inquinati. La quieta esaltazione che traspare dal loro racconto deriva non dalla fede (credo che nessuno abbia la ‘fede’ quale essa è rappresentata di norma), ma dallo sperimentare ogni giorno con successo la bontà di una formula; quella implicata, appunto, dall’idea stessa di ‘missione’; quella missione che ti permette di vivere gli eventi come immerso in una boccia di cristallo.

Non si nota nessuna rassomiglianza con una certa idea, in fondo proprio ‘sacerdotale’, o nelle speranze perfettamente equilibrata tra frastagliatura e travaglio esistenziali da una parte e sacerdozio dall’altra, che sta alla base di quello che la scrittura, più che essere, dovrebbe essere? Quello che mi chiedo è se sia poi vero che, almeno dal punto di vista di noi che scriviamo, la scrittura e lo scrittore dovrebbero essere fatti così. E’ davvero tanto auspicabile, una scrittura fatta così? Lo scrittore, a quel punto — non ci vuole molto ad arrivarci — ha solo due possibilità: o farsi osservatore e spiare tutto dall’oblò della sua navicella; o tenere in caldo il ricordo del primo amore per chi potrebbe, occasionalmente, averne nostalgia. La trovo una prospettiva soffocante. Creazione di mondi (tanto per spararla la più grossa che sia possibile) zero. I creatori di mondi — frughiamo tra i memorabilia, e non ci vorrà molto a verificarlo — non sono mai stati ‘sacerdoti’ della scrittura. Per essere un buon creatore di mondi ci vogliono tante cose, tra cui esperienza attiva del mondo, un saper fare, e la capacità di trascendere la realtà, cioè il proprio mondo. Quello che proprio NON occorre è una turris eburnea. Quella che condanna la scrittura alla marginalità, e l’artefice all’impotenza.

Si finisce col non penetrare profondamente in nulla. Esattamente come i signori Collard-Gambiez, che si preoccupano della Gestalt del barbone per tenere in piedi una differenza tra ‘clochard’ e ‘borghese’ che, di fatto, non esiste, per poter poi tirar fuori dal cappello il coniglio meraviglioso dell’ "in realtà, siamo tutti uguali!!". In realtà, non ne hanno mai saputo abbastanza da poter dire né che ci sono differenze né che non ce ne sono (posto che questa prospettiva sia realmente interessante, e anche questo è tutto da discutere, come mille altre cose — ma non lo farò, non qui). E dire che, alla fin fine, l’errore di fondo è lì, tutto da vedere: i Collard-Gambiez condividono in maniera altamente superficiale la condizione dei clochard, sottoponendosi agli stessi disagi fisici; ma non condividono, perché loro non interessa, l’aspetto più determinante per la definizione del disagio, cioè l’aspetto psicologico (calma, non intendo rubare il mestiere a nessuno, tutt’altro) di quella condizione. Un aspetto che implica un’idea di storia personale, innanzitutto.

Condividerne le pene fisiche e parlare con loro non implica una maggior empatia di quella del turista col leone durante un safari fotografico. E sì che il clochard non è una bestia rara, come suol dirsi. Un evento non può spiegarsi, se deve spiegarsi, che tramite i motivi che l’hanno determinato. E’ una frase ovvia; ma il principio che riflette non sembra altrettanto ovvio.

Inoltre, il barbone è di rado o mai innocente, nella situazione che lo coinvolge fino a quel punto. A titolo di esempio, molti Ebrei, durante le persecuzioni, furono gettati in condizioni, oltreché pericolose, miserande, dall’oggi al domani — esattamente come molti disagiati sostengono essere avvenuto a loro. Eppure gli Ebrei, quantomeno, scappavano, o tentavano di farlo; e ci sono biblioteche intere di libri che mostrano e dimostrano come abbiano reagito positivamente. Le loro condizioni erano di tanto palese ingiustizia da non consentire nessuna accettazione dell’atroce punizione che si abbatteva su di loro. Altro, è vero, è il singolo di fronte a tutta una società, o ad un contesto, che pertinacemente lo spinge ai margini, lo criminalizza, lo induce ad abbandonare tutto; in quel caso l’impossibilità di resistere all’irresistibile spinta e attrazione del tutto si traduce in abbandono, resa, cedimento. Non può andare diversamente; e, in fondo, nemmeno deve. Eppure casi di persone ‘diverse’ buttate ai margini sono a loro volta marginali, nel complesso di questo mondo. Cioè a dire, sono casi rari, ce ne sono pochissimi.

In realtà, quello che li accomuna un po’ tutti è che alla base di questa "scelta" ce ne sta un’altra, stavolta senza virgolette: quella di lasciarsi andare, di regredire. Sicuramente, col tempo, subentra una volontà di annullamento che dovrebbe prevenire il trauma dell’annullamento da parte del mondo esterno; ma il più delle volte, lasciarsi andare è semplicemente il modo più diretto e infallibile, per andarsene, per scivolar via, per sottrarsi. Un po’ la stessa cosa e un po’ ben altro è quello che interviene a chi ha subìto continue ingiustizie; storie maledette, lunghissime, di persecuzioni tacite e ostinate da parte di contesti arretrati, costituiti da un’umanità diffidente pronta a stroncare sul nascere qualunque manifestazione dell’essere da cui potrebbe o dovrebbe rimanere esclusa. E’ una nozione anche della storiografia, ora che mi viene in mente; con questa, Gennaro Incarnato (storico-polemista che amo e disamo, a seconda di quel che dice, ma questa è un’altra storia) ha sostanzialmente spiegato il ’99 — tutta un’altra storia, ma serve a dire, senza ricorrere alle categorie psico-sociologiche del mobbing &c. (ripeto, non voglio usurpare nessun posto, né [peggio] contrabbandare nozioni male assimilate), che il fenomeno è sicuramente difficile da spiegare, ma non impossibile da isolare, descrivere. E può persino essere foriero di conseguenze enormi: è lì, grande e visibile.

Però, appunto, il meccanismo è identico: prima di finire in strada, ci sono molti passaggi in sequenza, tutti caratterizzati dalla perdita di oggetti, relazioni, anche memoria. Non necessariamente c’è qualcosa di sordido: è vero che non sono ‘innocenti’, come ho detto; ma non intendevo dire che hanno qualche colpa, in questo, nei confronti della società della quale vivacchiano ai margini. In altri sensi avranno le loro brave colpe, dipende chiaramente da caso a caso; tra quelli che ho conosciuto io, molti hanno fatto la galera per i loro bravi furti, per il loro bravo spaccio, per le loro brave piccole e grandi malefatte.

Ci si trova in presenza di una ‘scelta’ relativa compiuta in un momento di estrema prostrazione: che sia o no percepita, è chiaro. E si tratta di una ferita che non potrà mai più essere sanata, se per motivi individuali e intrinseci a chi fa questa fine, o piuttosto per diffidenza del contesto è impossibile dire.

Un libro del genere, come tipologia, non dev’essere nuovissimo. Sono, sicuramente, molti i pii uomini e le pie donne che hanno deciso di buttarsi in mezzo alla strada; e qualcuno avrà anche scritto. In questo caso (il libro è del ’98, ricordo) sarebbe stato necessario, forse, uno sforzo in più; anche i preti, mi dico io, saranno stanchi di frasucce melense e parolette unte. Esistono (come io credo di intuire) delle cause abbastanza condivise, alla base di questa condizione? I barboni diventano barboni per cause simili?

*****

[[Un altro difetto del libro, ma questo è un difetto relativo, dato che nessuno — credo — potrebbe pretendere alcunché in merito (anche se sarebbe bello), è che non indica soluzioni alternative. Colette Collard, per la verità, ha fondato comunità, &c.; ma non si tratta di esperienze particolarmente originali. La società produce scarti, e ogni tanto cerca un contenitore per buttarceli: tutto qui.

Già messe così, le cose sembrano abbastanza chiare, mi sembra. Come si può concepire una società che, in fondo unitamente, riesce a distruggere ogni possibilità (prima di tutto mentale) di autosufficienza, e dall’altra spinge perché gli stessi individui diventino autosufficienti? E’ possibile pensare a una società del genere, che contenga in sé una contraddizione così sesquipedale? Perché creare degli emarginati, se poi si tratta di far fatica per reintegrarli? Questo contraddice ad ogni economia. Presa dall’altro punto di vista, la questione presenta un’altra contraddizione, questa volta a vantaggio — chiaramente — del contesto. Tralasciando quello che c’è a monte e concentrandosi su quello che c’è a valle, che giustizia ci sarebbe in una società che garantisse come aiuto quello che per altri è compenso, o guadagno? Come potrebbe logicamente permettersi di dare la stessa, o quasi la stessa, cosa a chi si è lasciato volentieri cadere e a chi ha sempre fatto attenzione a non sdrucciolare? Dove non sussistessero sclerotiche ragioni moralistiche (‘il lavoro, una casa, i figli sono un merito’), ci sarebbero sempre quelle logiche. Non è la nostra (?) morale che ci induce a ritenere che "il mondo" possa andare avanti solo grazie ai nostri sforzi costanti. Che i beni, i congiunti, la vita debbano essere conservati con la fatica è un dato di fatto, è nell’ordine delle cose.

E allora perché mi trovo qui? Per mangiare merda & stop?]]

CXLI. Sto leggendo.

9 Nov

CXLI. Sto leggendo un libro, tanto per cambiare, che s’intitola Clochard, ed è scritto a due mani da due francesi, Colette e Michel Collard-Gambiez. Questi due signori sono l’uno un ex-frate e l’altra un’infermiera molto religiosa, che nel 1992 hanno avuto una strana iniziativa: quella di perdere tutto e di finire in mezzo alla strada, immergendosi nel mondo dei "clochard" (come è spiegato in una nota, da cloche, "campana", con riferimento al mendicante che sta seduto a elemosinare sotto il campanile. Il fatto che da cloche i francesi siano riusciti a trarre una sola parola che racchiude un quadro mentre per dire "campanile" devono ricorrere a una perifrasi dovrebbe dirla lunga circa l’importanza, nel colpo d’occhio offerto da una strada francese, di un personaggio che non può essere definito con leggerezza "barbone" rispetto a una parte preponderante del corpo architettonico di un tempio. Ma corre l’obbligo di dire, sulla scorta di un chiaro avvertimento compreso nella narrazione, che questa riflessione può andar bene per la tradizione, cioè per il passato, o per il folklore, cioè l’aspetto deformato ed oleografico del passato; non per la realtà di fatto. Che, da quello che ne ho letto fin d’ora, rappresenta qualcosa di un po’ più duro rispetto alla media torinese. Inutile, quindi, che mi soffermi (lo dico sin d’ora) su ogni frase per dar sulla voce ora al sig. ora alla sig.ra Collard-Gambiez forte della mia strepitosa e profondamente pregnante esperienza. Dev’essere anche detto che i due volenterosi e pii signori si sono gettati in mezzo alla strada in un momento estremamente delicato, quando per esempio l’Esercito della salvezza, per motivi che non sono precisati ma che sono legati certamente alle solite questioni di amministrazione pubblica, aveva appena ricominciato la propria attività di distribuzione di pasti caldi per le vie, dopo una parentesi piuttosto lunga. I dormitori di Parigi, poi, non hanno sempre registrato il ‘tutto esaurito’ (espressione del libro), a differenza dei pochi e limitati dormitori di una città minore come Torino, segno che là prevale un concetto del barbonaggio legato alla vera e propria vita di strada, a differenza di quello che può avvenire qui, dove quelli che non vogliono entrare nei dormitori non sono più di quelli che, invece, si mettono in coda già dalle tre-quattro del pomeriggio per entrare. Nei dormitori di Parigi, da quello che si narra nel libro, durante l’emergenza freddo fanno dormire anche per terra; nei container disposti dal Comune qui a Torino non è possibile. Di qui situazioni (là) al limite dell’umano, che qui avvengono lo stesso — ma fuori dai dormitori, e non dentro.

Attualmente sono a pag. 100 e non posso (e nemmeno voglio) dare qualche valutazione preventiva che farebbe pietà agli edotti e sarebbe inutile agli ignoranti.

Mi limito a notare che si tratta di una di quelle cose che mai e poi mai, se non fossi in questa situazione, sarei andato a cercare. Primo, non avrei mai letto qualcosa sulla vita di strada, non perché abbia qualcosa contro, ma perché proprio non m’interessa — non m’interessa nemmeno adesso, se è per quello. Eppure è una lettura che non posso, in un certo senso, non fare; proprio perché è l’esperienza che ho fatto, e sto facendo, ad avermi messo a contatto abbastanza stretto con una situazione del genere, tramite il racconto, o la conoscenza, delle persone che fanno effettivamente quella vita; mi occorreva qualcosa che rappresentasse l’atmosfera in cui sono immerso, per poterci — e non è poco — capire qualcosa. 

Più avanti, a libro finito, ci tornerò sopra certamente. Il libro, infatti, non si distacca molto da quello che chiunque si aspetterebbe di conoscere dal libro di due religiosi laici, o laici religiosi, come questi due signori; la cui scelta continua a sembrarmi vagamente inutile (se non, forse, a chi vive/ha vissuto la stessa cosa, ma non certo per scelta), ma rispettabile. Vale come testimonianza, e soprattutto a rappresentare un modo cattolico di reagire a certe realtà, e di sentirle proprie.

Vi si affronta, tra l’altro, l’oblio nel quale il clochard si lascia doucement ("dolcemente", rende il traduttore, ed è molto più neutralmente "pian piano", "gradualmente") scivolare. Non c’è dolcezza, in quell’oblio. Come, anche — credo –, nel fatto in realtà sorprendente che molti di costoro (se ho capìto qualcosa di me, degli altri) fanno, tutt’al contrario, una fatica enorme proprio a dimenticare. Vi si parla di oblio e di solitudine; cioè, nel complesso, di una situazione di alienazione, di dissipazione e perdita di sé. Questa prospettiva non può non piacere a due signori di estrazione cattolica impegnati socialmente, dato lo spirito decisamente avventuroso che si accompagna, come al tempo degl’indipetae, mutatis mutandis, a scelte così drastiche, così francescane, così cavalleresche. Esiste anche l’altra faccia della medaglia; il non poter dimenticare, e l’impossibilità di perdersi — cioè di fare una delle cose che è necessario fare almeno una volta nella vita. Esiste il rimanere prigionieri dei propri traumi, ma anche della propria esistenza. Il libro, non differentemente da qualunque altra scrittura edificante in materia, isola la figura del clochard, e tenta di conferirle (purtroppo riuscendoci, grazie all’esperienza di tanti secoli di errori e storture) l’autosufficienza dell’emblema. Quando invece è proprio l’immersione nella violenza della vita, l’essere superati dagli eventi, eventi dovuti a fattori umani, a creare queste figure — che poi, magari, hanno il massimo interesse a riconoscersi nell’immagine creata ad arte da altri…

(Continua).

CXXXIX. Epigrafia italiana moderna.

8 Nov

CXXXIX. Adolfo Padovan, Epigrafia italiana moderna [Hoepli, Milano 1913], rist. anastatica Cisalpino-Goliardica, Milano 1981. Pp. 270.

"Iscrizioni onorarie e storiche. Iscrizioni sepolcrali di uomini e donne di adolescenti e di bambini. Iscrizioni bibliografiche e dedicatorie". Il volumetto, essendo un manuale Hoepli, propone esempii da seguire: "PREFAZIONE… Per comporre una buona epigrafe ci vuole della cultura, della breviloquenza e del buon gusto". Il terzo requisito ovviamente risente dell’epoca; ma è vero anche che non abbiamo un gusto ‘contemporaneo’ da contrapporre a quello ‘vecchio’ o ‘antico’ in materia di epigrafi sepolcrali. Non stupisce il grande numero di epigrafi dettate dal massimo artista della parola ottocentesco, oggi non più letto da nessuno, Pietro Giordani (ben 132, se ho contato bene); le sue cose più durature, sempreché riescano ad avere un presente prima che un futuro, devono essere tuttavia cercate da altre parti. Altri autori: Carrado Corradino, G. Bovio, Pietro Contrucci (20), P. E. Bensa, Giosue Carducci, Carlo Leoni (22), avv. Polledro, Felice Cavallotti, Guido Mazzoni, Matteo Ricci, Giuseppe Giacosa, Giuseppe Manni (40), Perez/Bargoni, Adolfo Padovan, Luigi Frati, Gabriele D’Annunzio, Gaetano Negri, Odoardo Vallo, Ferdinando Martini, Mario Rapisardi, Raffaele Villari, Francesco Domenico Guerrazzi, Giovanni Bertacchi, Giovanni Pascoli, Domenico Gnoli, Francesco Pellegrini, march. Serra, Giacomo Leopardi:

RAFFAELLO D’URBINO
PRINCIPE DE’ PITTORI
E MIRACOLO D’INGEGNO
INVENTORE DI BELLEZZE INEFFABILI
FELICE PER LA GLORIA IN CHE VISSE
PIU’ FELICE PER L’AMORE FORTUNATO IN CHE ARSE
FELICISSIMO PER LA MORTE OTTENUTA
NEL FIORE DEGLI ANNI
NICCOLO’ PUCCINI QUESTI LAURI QUESTI FIORI
SOSPIRANDO PER LA MEMORIA DI TANTA FELICITA’

(Niccolò Puccini era un ricco toscano, la cui villa, poi distrutta dai bombardamenti, aveva un giardino ornato di statue di personaggi illustri, per cui commissionò epigrafi ai più famosi scrittori dell’epoca sua)

Ervey, Heine, Seneca, Schiller, Foscolo, Dante, Boursault, Euripide, Orazio, I. Rossi, Callinio, Shakespeare, Petrarca, Sofocle, Young, Luigi Muzzi, Pio Squadrani, Ferdinando Malvica, Gerolamo Weiss, Giuseppe Silvestri, Prospero Viani, Giovan Battista Niccolini, can. Federico Balsimelli, Antonio Piazza, Giuliano Petrucci, Antonio Viglioli, A. Petracchi, Giovanni Silvestri, Augusto Conti, Carlo Dossi, Manuzzi, Cesare Balbo, Sem Benelli, R. Camerlingo, Eugenio Camerini, Giovanni Marradi, Cesare Cantù, Sirio Caperle, A. Cappelletti, F. Di Pietro, Antonio Fogazzaro, Antonietta Giacomelli, G. B. Giorgini, Arturo Graf, E. Lattes, Paolo Mantegazza, Jessie W. Mario, Maria Montessori, A. Morpurgo, Ulisse Poggi, F. Porta, Giuseppe Regaldi, Gerolamo Rovetta, Matilde Serao, A. Ruesch, L. A. Vassallo (Gandolin), Pasquale Villari, Annie Vivanti, B. Zumbini, Luigi Tonini, Francesco D’Ovidio, Luigi Rasi.

CXXXVIII. Il rapimento di Ortensia.

8 Nov

CXXXVIII. Jacques Roubaud, Il rapimento di Ortensia [1987]. Trad. Stefano Benni, Feltrinelli, Milano 19881. Pp. 229.

Opera di un matematico (1932), intensamente impegnato nelle attività dell’Oulipo, traduttore di Carroll, sorta di epigono di Queneau, il romanzo poggia su una trama giallo-rosa del tutto pretestuosa. Balbastre, il cane del signor Sinouls, inventore del LIPUTTIL, Linguaggio Per finirla Una volta per Tutte con Tutti I Linguaggi, è stato ucciso da una persona da cui si è lasciato fiduciosamente avvicinare. La protagonista del romanzo, Ortensia, è una beltà fulva, amica del signor Sinouls, sposata infelicemente con un uomo opprimente e geloso, madre di una ragazzina di nome Carlotta. Ella ama un principe straniero, dell’immaginaria Poldevia, che ha, tra le altre cose, girato uno spot pubblicitario in cui compariva anche Balbastre. In realtà i principi Poldevi sono sei, tutti uguali salvo che per un tatuaggio sulla natica sinistra a forma di "sacra lumaca", vale a dire un grafico a spirale che differisce, da natica a natica, da principe a principe, solo per piccoli particolari. I principi sono in lotta tra loro per la supremazia; l’assassino di Balbastre è uno di loro (ma i principi hanno lo stesso nome, solo anagrammato diversamente, e il colpevole si confonde spesso quando deve nominarsi). Ha ucciso il cane forse per far ricadere la colpa sul fratello fortunato amante di Ortensia (detto Morgan, peraltro); ma soprattutto, sembra, per potersi impossessare indisturbato del programma LIPUTTIL. Il rapimento di cui nel titolo è un congresso che l’assassino cerca di avere con Ortensia, approfittando della propria somiglianza con "Morgan", ma la donna scopre l’inganno ravvisando le differenze tra la lumaca sacra dell’amante e quella dell’impostore quando questi si denuda; e si libera mollandogli un calcio nei testicoli. Il racconto (se di racconto si può parlare) coinvolge anche il gatto Aexandre Vladimirovitch, Laurie amica di Ortensia, le vicende (‘gossip’) legate alla rivalità tra i due gruppi musicali Delòn Delòn e Hi Hi [tra i varii tour de force dell’autore cinquantatré-cinquantacinquenne c’è anche un petit poème en prose dedicato alle emozioni da concerto rock], che in qualche modo si confondono con le vicende dei sei principi rivali. Sulla vicenda indaga l’ispettore Blognard.

Trattandosi di un romanzo sperimentale, e a suo modo di un antiromanzo, non si può dire che il caso su cui l’isp. Blognard indaga abbia una soluzione a senso unico; ciò che non vuol dire che possa andare in più sensi, né che sia propriamente polisensa, e nemmeno implica che debba necessariamente essere tout court sensata. E’ un gioco, non troppo stressante (ma credo più per impotenza che per abilità tecnica dell’autore), più serrato di quelli di Queneau — non parliamo nemmeno di Perec, per cui tante strettoie (strettoie vere, non questi quattro calembour) servivano a segnalare l’ingresso alla poesia — ma in sé non sufficientemente ingegnoso. Il congegno narrativo è un esploso, una fragile fabbrica crollata sotto l’inorpellatura opaca di un durchkomponiert ininterrotto d’invenzioni verbali e giochetti logici in media non proprio felicissimi. La ricerca della leggerezza porta, curiosamente, a una specie di ricerca della superficialità, che si scopre soprattutto in certe irresistibili scelte tramatiche e tematiche. Alle pp. 61-63 la sostanziale spiegazione del fallimento; e le tre pagg. più belle di tutto l’altrimenti dimenticabilissimo libro.

CV. Rilettura.

28 Ott

CV. Sto rileggendo, avidamente, La montagna incantata (di Thomas Mann, 2 voll. "David" Dall’Oglio, trad. Beatrice Giachetti-Sorteni, una vecchia traduzione, diversa da quella ben nota di Ervino Pocar, per cui Johann Castorp è Giovanni Castorp, Joachim Ziemssen è spiacevolmente Gioachino Ziemssen, &c., Milano ott. 1965). Non so che cosa mi spinga a rileggere un romanzo che, me lo sta dimostrando per la seconda volta in vita mia, fa ammalare. Già il viaggio di Castorp verso Davos mi ha fatto sputare metà polmone destro, figuriamoci il prosieguo. Ma è una rilettura che mi occorre. Mi occorre doppiamente, per vedermi davanti che cosa succede a un uomo che entra da ospite in un luogo dal quale poi non riesce a scappare. Mann, però, non comunica l’angoscia del racconto di Buzzati sull’uomo leone, che entrò in lebbrosario e quando fu per uscire scoprì che il suo desiderio di guarire e andarsene era svanito come cimbe sul mare, un’espressione che ricorderò, credo, finché campo, se campo (così com’è, ovviamente, senza curarmi di sapere, al momento in cui la ‘ripeto’, se fosse proprio quella, nel testo originale), e pertanto tornò dentro.

XXXV. Scheda: buddismo per principianti.

25 Ago

XXXV. FELICITA’ IN QUESTO MONDO. Un percorso alla scoperta del Buddismo e della Soka Gakkai. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Roma luglio 2001. Pp. 96.

Si tratta di un testo diviso in 22 brevi capitoli, propedeutico e divulgativo, sul buddismo. Benissimo scritto, espone con molta semplicità e chiarezza i principii imprescindibili dell’organizzazione e del pensiero buddisti. La Soka Gakkai è un’organizzazione laica, antagonista (per un lungo periodo, in Giappone) del clero buddista tradizionalista, fondata tra il 1928 e il 1930 da Tennesaboro Makiguchi e Josei Toda, coordinata dal ’60 da Daisaku Ikeda,  che ne ha fatto un’organizzazione internazionale nel 1975; parte dell’ONU dal 1981, scomunicata dal clero nel 1991, in Italia è presente come movimento dalla metà dei Settanta, come organizzazione dal 1998, e dal 20 novembre 2000 è ufficializzata da un decreto del Presidente della repubblica.

E’ ispirata al pensiero del teorico giapponese Nichiren Daishonin, fiorito dalla metà del sec. XIII dell’E.V. Il buddismo nasce come dottrina morale, cioè come una filosofia; ma è, per noi, una religione, che tuttavia non è incentrata sull’Ente superiore immaginario bensì sull’uomo — in particolare sulle sofferenze dell’uomo. E’ una religione perché ha un culto, e si prega.

La preghiera consiste quasi esattamente nel titolo del famoso Sutra del Loto nella prestigiosa traduzione in caratteri cinesi del 406 dell’E.V., scelto da Nichiren Daishonin come la formula piu’ adatta all’ufficio di preghiera; la formula è "Nam [sanscrito] myoho renge kyo". Ripetuta piu’ e piu’ volte, tutti i giorni, ha un effetto rivitalizzante. Il suo significato è "entrare in armonia con la Legge dell’Universo attraverso il suono", con una serie pressoché infinita, a quel che pare, di implicazioni.

Ci sono 10 condizioni in cui può trovarsi l’animo umano:

1. Inferno.

I tre veleni:

2. Avidità.

3. Animalità.

4. Collera.

Quindi altri due, dei più comuni:

5. Tranquillità.

6. Estasi.

Quindi i meno comuni:

7. Studio.

8. Illuminazione parziale.

9. Bodhisattva ["saggezza + coraggio"]

10. Buddità, che li supera e trascende tutti e nove.

Nella vita, ognuna di queste condizioni, denominata "mondo", non si presenta sola, ma può assumere una sfumatura diversa a seconda della compresenza di un altro stato o "mondo": ne conseguono 100 mondi, a loro volta ciascuno caratterizzato da 10 fattori, per un totale di 1000 mondi; che ascendono a 3000 allorquando li si consideri immersi nei tre ambienti dell’individuo, dei viventi in generale, delle creature insensate; questi 3000 mondi sono le 3000 condizioni in cui siamo immersi in ogni singolo momento della vita.

Il buddismo è poi fondato sul concetto di Karma (= "azione"), o destino, che non conduce al servo arbitrio, ma consiste in una tendenza generale che può essere mutata tramite l’esercizio costante. Ora, il buddismo è essenzialmente una filosofia morale e una scuola spirituale; quelli che insegna, latamente, si potrebbero interpretare come "esercizi spirituali". La natura seccamente razionalista di questa spiritualità è riflessa nel rigido schema (che può ricordare le ‘griglie’ sensistiche, in ambito tutt’affatto profano), tramite il quale si definiscono le funzioni della complessa macchina del sentire umano, con il notevole inferimento della compresenza costante di tutti i sentiri nel sentire del momento.

Il buddismo incentra tutta la sua teoria sul dolore umano, e indirizza tutta la sua azione al superamento di esso dolore, tramite la trasformazione di ogni condizione negativa in qualcosa di positivo, fino alla suprema illuminazione, la buddità.

Quello che caratterizza questa religiosità rispetto ad altre è il rifiuto dell’alienazione ascetica e il rifiuto del rifiuto delle pulsioni negative dell’animo umano. Una condizione irenica che tendiamo a considerare affatto orientale, mentre ha tentato a ripetizione anche l’occidente, e il cristianesimo — fino al molinismo della prima età moderna, base annosa su cui si sono sostanzialmente poggiate tutte le altre teorie passivizzanti e antiemotive, di qualunque provenienza, dei pochi secoli seguenti. Alla base di tutto il percorso — anzi, anima e scansione di tutto il percorso, è la recitazione del titolo del Sutra del Loto.

Gli estensori del libretto si preoccupano di prevenire le perplessità e le contestazioni circa apparenti schematismi e semplificazioni (il libretto si immagina stilato da un esperto che ricorda le prime riunioni della Soka Gakkai a cui ha partecipato, mettendosi dal punto di vista del neofito). In realtà, tanta semplicità procederebbe da una lunghissima elaborazione; quei semplici principi, quelle semplici ritualità non sono un’approssimazione, ma un distillato.

XVII. Michele Mari.

6 Lug

XVII. Ho già detto che ho incontrato il nome di quest’autore diverse volte, qua e là. Da ultimo (cioè ieri) me lo sono ritrovato davanti mentre leggevo le prime pagine delle Lezioni di enigmistica (Einaudi 2001) di Stefano Bartezzaghi, precisamente qui: "I veri appassionati" [si parla di puzzle] "preferiscono i puzzle più difficili, ma nessuno vorrebbe che il fabbricante mescolasse in diverse scatole tessere provenienti da diversi puzzle (fatta eccezione per il protagonista di Certi verdini, un racconto di Michele Mari)".

Il pezzo a cui allude Bartezzaghi è poi questo (si parla sempre di puzzle): "… e se già in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all’espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila, &c." (Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori 1997); ed è un pezzo in cui già si vede quella cosa che notavo leggiucchiando qua e là in rete dei pezzettini sparsi, proprio da questa raccolta, frasi e paragrafi; la stessa cosa che mi ha fatto pensare che Mari scrivesse malissimo — cosa non del tutto vera, mi affretto a dire. Ma si noti come suoni male quell’ ‘in concomitanza della penuria’, quanto sia inutilmente contorto e artefatto, e quanto sappia di circolare ministeriale; che pesantezza noiosa quel ‘ricorrere all’espediente’, che ineleganza quell’inversione  dell’ ‘idebntici’, per non fare confusione poi, con la specificazione ‘da seimila’.

Ho già detto, qui sotto da qualche parte, che Mari ha prefato benissimo (e curato in modo un po’ dubbio) il volumone dedicato ai Manieristi e irregolari del ‘500, Ed. Poligrafico dello Stato 2000 (se ben ricordo); dalla prefazione sorgeva chiara l’idea fondamentale dell’estetica dell’ ‘ingorgo’.  Che questa cura non sia stata un compito svolto per dovere di filologo (notavo anche che come curatore Mari non sembra attentissimo, tra l’altro) lo dimostrano certe parole sue in Tu, sanguinosa infanzia cit., a p. 105: "il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo!", che saranno semiserie finché si vuole, ma che si accordano benissimo con l’estetica dell’accumulo che è la cifra tanto del libro (o ‘dell’ingorgo’, come dice prefacendo i Manieristi lo stesso A.) quanto, a loro tempo, dei Manieristi. A me i manieristi interessavano, fino a un certo punto, per avere un’idea dell’origine del catalogismo barocco. Ecco, per esempio: un libro barocco, una volta fatto a pezzi, diventa più bello; noto che il manierista Mari non ha nessun fascino, citato a frasucce, sembra un dilettante sovreccitato e presuntuoso — non ha più fascino una delle innumerevoli tessere dei Sette catalogi di Ortensio Lando, ovviamente. E’ nel complesso della materia accumulata, nell’ingorgo, per l’appunto, che questa scrittura trova il suo significato.

Il risvolto di copertina dice: "Esiste un limite della sensibilità, oltrepassato il quale comincia una terra di trasalimenti continui, una geografia d’incubi, una regione dove ogni minima offesa, il più lieve incidente, la più trascurabile delle omissioni ingigantiscono aprendo ferite che segnano per sempre". Ovviamente quella zona di cui si parla è l’infanzia di cui nel titolo. Il bello è che di tutto questo (il risvolto va avanti su questo tono per parecchie righe) nel libro non c’è traccia.

Di recente mi hanno fatto leggere un libro che non mi ha estasiato, ma che ho trovato una ‘soluzione elegante’, per quanto riguarda l’autobiografia infantile, e cioè l’Infanzia berlinese intorno al millenovecento di Benjamin. E’ una soluzione elegante, appunto: non la soluzione giusta. Benjamin ha indicato un modo di descriversi in un certo senso annullandosi negli oggetti, e soprattutto nei particolari architettonici, nelle prospettive delle strade, in determinati luoghi fisici. E’ stato un modo per salvare il deperibile nel non transeunte, e va benissimo; ma è una soluzione, appunto, un po’ troppo facile. Non più difficile è stato il modo impiegato da Mari, che non parla di offese o trasalimenti se non in materia di possesso: il suo mondo, cioè il mondo tutto materiale in cui si descrive, è letteralmente intasato di oggetti, e i suoi racconti sono i suoi ‘Undici catalogi’. Vale la pena di osservare che la materia catalogabile a cui fa riferimento è già di per sé collezione e catalogo, nella gran parte dei casi; ma su questo torno più avanti.

Non che sia ‘arido’, per carità: anzi, ne I giornalini, il primo, sembra ben vivo mentre freme all’idea orripilante di dover passare i suoi Cocco Bill a ‘Filippuccio’, suo figlio. Ma è interessante come è vivo: "Io sono  Cocco Bill, capisci?… Cocco Bill sono! Il capitano Haddock sono! Poldo! Gancio! Brainiac!" (p. 14).

 

(Continua).