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821. Immortalato 2. [la vendetta]?

16 Mar

Nel frattempo sto prendendo copiosi appunti – magari non TANTO copiosi, ma spero succosi, ricchi di informazione & dirigenti a soda pietà. Dato che in quel cesso di biblioteca di Grosseto (una città che è un cesso, in genere, di per sé; che cosa pensare di una città la cui mappa contempla una via “Riccardo Leoncavallo”? Che cosa di una città che nella sua toponomastica comprende una “piazza Bettino Craxi” [priva di panchine, peraltro. Che siano tutte ancòra a Hammamet?]? Che cosa di una città che come unico ponte sull’Ombrone, che avrebbe bisogno di altri transiti, ha il “ponte Benito Mussolini”?), nonostante quanto spergiurato dal sito circa le 10. postazioni internet, non esiste possibilità di connettersi a terminale, ho dovuto aspettare di trovarmi in questa ridente Orbetello – ridente davvero; è molto bellina. Non scherzo – per riportare quanto da me registrato per il vii.iii: Continua a leggere

544. Pezzo oramai inservibile n° 3: “Chiavi (le)”.

10 Mag

CHIAVI.

Le chiavi sono un aggeggio non privo di implicazioni simboliche. Non mi riferisco ai Sette Sigilli, o la chiave metaforica con cui si chiude un segreto nello scrigno del cuore, né alla chiave di volta di tutta un’epoca, né a quella con cui si chiava, né ad altri usi più o meno fantasiosi od allegorici di rappresentare la chiave. Il suo simbolismo è implicito nel fatto che aprono e, soprattutto, chiudono oggetti dentro un altro oggetto, preposto a contenerli. La chiave di per sé è uno strumento, che etimologicamente si collega a claudo, il cui significato è “chiudo”: strumento per chiudere, aggeggio per serrare. Per sottrarre alla portata di altri; per impedire che altri prenda possesso dell’oggetto, ma anche dell’idea dell’oggetto – che possa mettere gli occhi sull’oggetto e che possa giungere a conclusioni sul possessore; che possa riferire che il possessore è possessore del dato oggetto, dei dati oggetti, a terze persone, che possano mettere in pericolo la proprietà del possessore, o l’oggetto in sé, o concepire invidie ed orchestrare trame crudeli ai danni del possessore stesso. La chiave, chiudendo, sottrae l’oggetto e la sua vista; con la sottrazione dell’oggetto difende la proprietà, con la sottrazione della vista dell’oggetto fa nascere il mistero – ma anche il sospetto, l’illazione, l’iperbole. Difficile immaginare un A che trae conclusioni, mancandogli tutti gli elementi necessarj a disposizione, sulla proprietà di B senza fare stime o superiori o inferiori all’esatto: potrà avvicinarsi ragionevolmente al vero, magari con l’ajuto della fortuna, o per eccesso o per difetto, ma calcolare l’esatto ammontare mai. Tutto questo grazie alla presenza di una chiave, o di più chiavi, che, chiudendo in un luogo non facilmente accessibile la proprietà, fanno sì che essa sia tanto più sicura quanto meno sicura è la sua entità: perché un bene conosciuto è un bene già sottratto, o diminuito.

Ogni chiave implica un accesso e un’esclusione: ogni chiave segnala la presenza di un bene: ad ogni chiave equivale un possesso. La persona normale, integrata, il borghese, essenzialmente un possessore di chiavi. Dal suo mazzo pende il suo benessere, e ad esso è legata ogni sua preoccupazione e dannazione: in esso vedi la sua casa, la sua automobile, la sua autorimessa, il suo ufficio, la sua seconda casa, la casa del parente più stretto bisognoso di assistenza e visite, l’abitazione dell’amante; nel suo mazzo di chiavi tintinnano il suo lavoro, i suoi affetti, anche quelli illeciti, la sua libertà di movimento, la sua vergogna, i suoi segreti, la sua privatezza, la sua fatìca. Ogniqualvolta trae di tasca il metallico mazzo, esso è come una campanella che con la voce sommessa di molti batacchj gli ricorda il dovere, il piacere, l’impegno e il riposo. Quanti più sono i batacchj, tanto più grave è il mazzo; quanto più grave è il mazzo, tanto maggiore è il carico d’impegni e l’alluvie dei piaceri, e tanto più complesso è ognuno di essi, e quante più chiavi vi tintinnano tanto più si allontana il riposo, perché sono, quelle, come squillette fastidiose, svegliarini petulanti che continuano a spronarlo a intraprendere qualche nuovo atto, dopo quello che s’accinge a compiere traendosi il mazzo di tasca: se prende la chiave della macchina, ecco che sùbito vi batte contro argentina la chiave di casa; se trae la chiave di casa, ecco che nel mazzo si distingue il tono querulo della chiave della macchina; se cerca la chiave dell’autorimessa, la chiave dell’ufficio lo chiama al dovere, se è quest’ultima ad essere trascelta, ecco che la voce della passione rintocca sensuale nella chiave che gli schiude il buon ritiro; se è alla chiave di questo che ricorre, la chiave di casa batte i colpi alle ore della sua vergogna; & così via, con la chiave della cassetta di sicurezza, la chiave del capanno in giardino, la chiave della posta, la chiave della cantina. Tutta la sua vita si svolge scandita dai rintocchi di queste campanelle, a cui il suo orecchio non è tanto abituato che non ne senta, magari con la più profonda parte di sé stesso, il differenziato richiamo, a cui lo spirito sovraccarico e stanco risponde con sempre maggiore impazienza.

Come il secolo vuole, tutto si riduce di dimensioni e di peso: quello che vent’anni fa pesava alcuni chili oggi pesa alcuni grammi; quello che pesava etti, oggi pesa decimi di grammo; quello che pesava grammi oggi si può dire puro spirito, o il contrario della Fenice, di cui ciascuno diceva che ci fosse e nessuno sapeva dove, mentre di tante cose che un tempo avevano peso, consistenza, colore, spigoli, angoli, materiale, odore oggi ci si dice che sono proprio qui, ma che ci siano nessuno può sensatamente verificare. Una cosa che tende a non ridursi né di peso, né di forma, né di consistenza è la chiave: vero è che può essere sostituita in tanti casi dal badge, dalle impronte digitali, dalla password: ma il guasto è prossimo all’elettronica come il passo avventato al precipizio, e dunque i possessori delle cospicue fortune non hanno in genere interesse ad affidarsi all’ajuto intangibile di queste fate racchiuse in microchip, che allettano costosamente illecebrose, e poi rischiano di lasciarti fuori e davanti alla porta come un barbone. Tre, quattro, cinque, sei chiavi bastano appena alla diffidenza gelosa del possessore per chiudere i battenti di casa; vuole chiavi che chiudano anche le finestre, e le serrande metalliche alle stesse; vuole chiavi per attivare allarmi, vuole chiavi per le stanze, i solaj, i bagni, le ghiacciaje, l’armadietto dei medicinali; vuole chiavi per chiudere a decupla mandata l’automobile di lusso, vuole chiavi per difendere l’illibatezza del suo giardino dalle orme degli intrusi, dal piscio dei cani e dai reattori degli alieni; vuole chiavi per ognuna delle quattro porte, per il baule, per il cofano; vuole chiavi per i cassetti, per gli armadj, per le ante della dispensa, per le vetrine degli escaparatti; vuole, infine, chiavi per custodire chiavi: sì; poiché, non potendo tirarsi dietro ovunque vada tanto ammasso di ferraglia, è costretto a suddividere le chiavi in base alla funzione e all’uso; distinti l’uso e la funzione, lascia sottochiave le chiavi che gli servono solo in un determinato luogo in una determinata ora della giornata, e dedica il tempo che gli manca ad accedere a quelle chiavi ad usarne altre, aprendo e chiudendo freneticamente armadj e porte, portiere e cassetti, forzieri e casse, in rapida successione, con grande clangore metallico e violento tintinnio; dopodiché passa ad altre chiavi, e ad altre chiusure ed aperture di toppe e serrature.

Il barbone si distingue dall’uomo integrato anche per questo fatto: ché mentre il borghese va sempre in giro carico di chiavi, egli, per quanto si frughi nelle tasche, non potrà mai ritrovarsene in tasca. Non ha casa, quindi non ha la chiave di casa; non ha macchina, quindi non ha la chiave della macchina; non ha compagnia sessuale, se non eventualmente al suo livello, dunque non ha la chiave di nessun pied-à-terre; non ha una cassetta di sicurezza, dunque non ha la chiave corrispondente. Non ha chiavi che aprano scrigni e cassettoni a bamboccj, non ha chiavi che schiudano porte metalliche e vetrinette. Vive spazj aperti, ma le serrature gli sono precluse; ammenoché sia ladro, nel qual caso può solo forzarle. È padrone del suo tempo, ma deve passarne una buona parte a sorvegliare i suoi pochi beni, perché non ha luogo dove inchiavardarli. Ha per sé tutto il mondo, ma non possiede chiavi.

Salvo forse le chiavi degli armadietti delle biblioteche, laddove sia costretto a servirsene per custodire quella parte della sua proprietà che non può capirgli nelle tasche dei calzoni o della giacca, nelle mutande, nei calzini o nei pesanti sacchetti che si trascina dietro in tutti gli angoli della città. In quel caso, addormentandosi su una panchina, gli cadranno di tasca durante il sonno.

543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



542. Pezzo oramai inservibile n° 1: “Panchine (le)”.

10 Mag

PANCHINE.

Si tratta di uno degli oggetti che vengono per primi in mente quando si parla di arredo urbano. Parlare di arredo a proposito di una città fa pensare, effettivamente, alla città non come al luogo in cui si trova una casa, ma come una casa essa stessa. In questa prospettiva, avendo intrapreso l’impegnativa professione, non è difficile figurarsi, grazie ad un breve volo metaforico, il lampione come un abat-jour, un cassonetto come dispensa, il marciapiede come corridojo, la piazza come stanza e la panchina come letto. Dipende, naturalmente, dalla radicalità della scelta – di quella che nel corso del tempo può diventare una scelta; o dalla scelta di viverla nella maniera più confortevole, o spregiudicata, possibile –, specialmente nel caso del cassonetto, che ha molteplici usi di cui si tratta ad vocem.

A differenza del cassonetto, alcuni usi del quale richiedono pelo sullo stomaco e stomaco di ferro, la panchina non è utilizzata in modi molto diversi dal borghese e dal barbone; sennonché quest’ultimo la utilizza anche come giaciglio per la notte, mentre il borghese, eccettuati individui piuttosto giovani e con chiara tendenza allo svaccamento, tende a sedervisi e basta. Altra differenza non insostanziale è l’intensità e la durata dell’uso. Il borghese se ne serve piuttosto parcamente, il barbone, se non ne fa una seconda casa, se ne serve per lassi di tempo che, nel paragone, possono parere addirittura interminabili; specie di notte, quando ci si sdraja sopra, per quanto siano rare le evenienze di sonni tanto prolungati da rendere il fenomeno così visibile ai contribuenti, dal momento che quando i più mattinieri tra questi ultimi escono di casa, i barboni, per la stragrande maggioranza, se ne sono già andati. Fanno chiaramente eccezione i casi di quelli che devono recuperare il sonno di una notte in bianco, cosa che può capitare anche a un barbone, e degli sbevazzoni, che possono rimanere in stato comatoso, anche dopo numerosi tentatìvi di risveglio da parte di cittadini di buon cuore e/o delle autorità, fino al primo pomeriggio; ma perlopiù la notte del barbone non dura più di quattro o cinque ore. Dipende, chiaramente, dalle condizioni specifiche, ossia dall’attrezzatura di cui dispone, ovvero dal possesso, da parte del barbone, di coperte, lenzuola, sacchi a pelo, cartoni – diversa è la consistenza, la morbidezza e la capacità isolante degli scatoloni disfatti e dei cartelloni pubblicitarj delle edicole; è un particolare trascurabile per chi non dorme all’aria aperta in città, ma non per chi, appunto, lo fa –, anche se non bisogna dimenticare la variabile, importantissima, dell’assuefazione. Il neolicenziato, disperato e stanco, preferisce camminare tutta notte, anche se crepa di freddo, percorrendo più volte i 22 chilometri di portici, piuttosto che sdrajarsi su una panchina, per il semplicissimo fatto che non reggerebbe la temperatura, non riuscirebbe a dormire e dovrebbe immediatamente rialzarsi. Il vecchio barbone, il tipo della mascotte di quartiere, che non si serve dei dormitorj perché non vuole, e accetta graziosamente il tè lungo e i biscotti sbriciolati della Boa Urbana Mobile perché non sa che essere gentile con tutti, dopo sei o sette lustri di professione ha un tale callo sul derma che quando gli viene sonno, e tutti i barboni inveterati sono soggetti a colpi di sonno, dove si trova si sdraja e dorme; cosa che può avvenire più volte nel corso di una giornata.

È un fenomeno reso particolare, questo, non dalla pellaccia e dalla sonnolenza persistente, che si spiegano benissimo, quanto dal fatto che il barbone di lungo corso ha la doppia caratteristica di non soffrire particolarmente il freddo, una volta ben bene intabarrato, durante l’inverno (mentre chi non è abituato, anche coperto da uno strato doppio di vestiti, dopo un’ora si metterebbe a tremare, come un naufrago in acque tepide, essendo la temperatura circostante comunque troppo più bassa di quella corporea); e di non soffrire il caldo d’estate, perché in effetti, come può notare chiunque faccia un minimo di attenzione, gira del pari intabarrato anche durante i mesi caldi; e non è uno spettacolo inconsueto un barbone che in una sera d’agosto, verso l’ora di cena, s’infila il colbacco che gli si vedeva in capo anche verso natale. Vivere perennemente in strada, probabilmente, con la continua esposizione alle intemperie e agli sbalzi di temperatura, unitamente con una serie di cattive abitudini che si è, se non costretti, fortemente incoraggiati ad adottare, porta all’ipotermia, ciò che spiegherebbe come mai il freddo è sentito relativamente d’inverno, dal momento che la differenza tra temperatura corporea e temperatura ambientale è minore rispetto a quella normale, mentre nelle sere d’estate il corpo rimane molto più freddo rispetto alla calura circostante. Una specie di parziale letargo, che, insieme con gli acciacchi dell’età, non necessariamente moltiplicati ed aggravati rispetto la media delle persone normali – una vita spartana non ha mai fatto male a nessuno, e i barboni storici difficilmente sono viziosi, altrimenti non sarebbero mai diventati storici – li rende spesso sonnolenti, se non sempre.

Ma sono fisiologie completamente diverse da quelle normali. Chi ha meno esperienza di strada deve in qualche modo dotarsi di mezzi: un sacco a pelo, o una coperta – molto scomoda da trascinarsi dietro, in qualche sacchettone di lavanderia per i più esigenti, o, faute de mieux, in un sacco nero del generico non compostabile – sono indispensabili; in alternativa si può fare anche una casetta di cartoni, ma qui corre l’obbligo di fare una distinzione che, in questa materia, è abbastanza fondamentale. Si tratta di preferenze, se non di due scuole di pensiero; ma c’è chi tende a dormire volentieri in terra e chi invece non lo farebbe mai, e preferisce la panchina, sia che ci si sdraj, sia che sia dei pochi privilegiati che riescono a dormire seduti. Il contatto diretto col terreno durante la notte, per quanto possa costituire, specialmente in spazj presuntamente incontaminati come prati, boschi, &c., un’esperienza mistica, di là dall’aspetto strettamente igienico, non è mai consigliabile: specialmente da queste parti, quasi tutte le notti dell’anno, salvo eccezioni e poche notti estive, sono almeno fresche, e l’esposizione all’umidità notturna senza qualche riparo è un’imprudenza che nel corso del tempo si può pagare cara. Quindi, ci dev’essere sempre uno spessore isolante tra il corpo steso e la madre comune che, con qualche anticipo sulla riscossione del Debito, lo accoglie, per ora temporaneamente: perché detta madre tende ad essere molto possessiva, e a prendere anzitempo con sé quelli che le si dimostrano troppo attaccati. Che sia questo il motivo per cui preferisco la panchina? Sarà scaramanzia? Vero è che chi dorme a terra ha tutta una serie di possibilità che chi dorme su una panchina non ha. In primis, posto che si collochi in qualche angolo abbastanza lontano dalla pazza folla, chi dorme a terra può andare a dormire quando vuole; può costruirsi una casetta di cartoni, o può disporre di molte coperte; non ci sono alternative, per esempio, per chi ha un cane, che in questo modo può tenère il più vicino possibile. Inoltre, e questo non è l’ultimo vantaggio per chi dorme per terra, il barbone che sceglie il selciato come giaciglio – più per strada di così! – ha la possibilità di stendere le gambe come vuole, o di assumere, nei limiti del possibile, la posizione preferita, specialmente, appunto, se predilige dormire supino, o prono e non in posizione fetale. Posizione quest’ultima che è la sola consentita a chi dorme su una panchina, perlopiù, perché non ci s’immagina quanto siano corte, per la gran parte, le panchine, e quanto poche siano quelle che arrivano al metro e novanta regolamentare per un letto – chi ha una statura normale, o addirittura bassa, è in genere molto facilitato, per questo e altri motivi. Quanto al poter stendere le gambe, è una cosa portata all’attenzione del pubblico dai coniugi Collard, che riferiscono a questo fatto principalmente l’alta incidenza di malattie legate alla circolazione sanguigna.

Chi sceglie per sé la panchina, invece, dovrà innanzitutto optare per un’organizzazione assai più spartana. Benché sia fatto apposta per potersi allontanare dallo spazio urbano, che è insieme il più necessario ma anche il più rischioso, specie nottetempo, per il barbone, un sacco a pelo da addiaccio può rivelarsi indispensabile anche a chi dorme in panchina; relativamente più maneggevole di una coperta, specie se molto pesante, svolge un servizio incomparabilmente migliore. Di nuovo, con un sacco a pelo, specie se coperto di cerata, ci si può mettere tranquillamente a terra; ma è vero anche che la temperatura è più bassa (e si deve pur tenère un po’ fuori il naso per respirare), che a terra l’aria non è salubre (polvere), e che è più duro. C’è, è vero, il notevole ridicolo di essere svegliati la mattina alle otto da due vigili che chiedono, severamente preoccupati, se va tutto bene “a parte il freddo”: il ridicolo, perché uno che dorme e su una panchina e chiuso dentro un sacco a pelo da addiaccio come barbone ci fa una ben magra figura – è uno che vuole tutte le comodità, insomma; tantopiù che ben al caldo non ci si accorge più di nulla, e si sprofonda in un sonno beato e lungo, che si protrarrebbe fino ad ore invereconde se non ci fosse qualcuno, normalmente, ad affrettare il risveglio. A proposito: dormire sulle panchine è fare un uso non consentito dell’antidetto arredo urbano, ed è sanzionabile con un’ammenda di 50 euri. In questo come in altri casi, tuttavia, l’esecutivo tende a risolvere la cosa in maniera meno pedissequa rispetto ai dettami del Codice, semplicemente intimando al barbone di alzarsi entro un tot di minuti e limitandosi a verificare che è stato ubbidito; fare un’ammenda sarebbe infatti vagamente persecutorio – se il barbone potesse dormire altrove si suppone che lo farebbe; e le strutture pubbliche destinate all’accoglienza dei senzatetto sono ovviamente insufficienti –; oltreché perfettamente inutile, dal momento che il barbone può solo prendere multe, pagarle no.

Io insisto particolarmente sul sacco a pelo anche per l’eleganza della soluzione – l’eleganza è nella semplicità, perché è elegante la soluzione migliore, e la soluzione migliore è la più diretta; anche se, quando le intemperie mi hanno spinto su una delle panchine sotto i portici di piazza s. Carlo – le panchine sotto i portici sono una finezza che non tutte le città possono vantare – ho avuto modo, aspettando l’abbraccio di Morfeo, di valutare con occhio attento l’organizzazione degli altri giaciglj; e devo ammettere che non manca di poesia, una poesia beninteso asiana, prolissa e strascicata, l’arravugliamento notturno in una grossa tenda chantilly, con tutto quel pizzo che ridonda, come il copriletto di un baldacchino, o la robe riche di una gentildonna del tempo andato a una serata di gala, oltre il bordo della panchina; o la confortevolezza di una trapunta a due piazze e mezzo, avvolta a tubo, per quanto proprio la forma perfettamente cilindrica sia delle meno propizie a conciliare sonni veramente tranquilli – tende a rotolare giù, e anche se lo spessore morbido fa da paracolpi è impossibile non svegliarsi. M’è simpatico l’understatement umoristico di un paille stampigliato a Pippi e Topolini; e non sono insensibile alla raffinatezza di uno scendiletto posto sopra la panchina prima ancòra di mettervi sù le coperte, col fine d’isolare, ammorbidire, riscaldare, a parte la grazia nonchalante, voluttuosamente orientaleggiante, delle nappe che sporgono oltre i braccioli – è un angolo di salotto, un buen retiro all’aperto, che penso dia una profonda gioja anche al passante borghese, che si vede confermato nell’idea che chi dorme su una panchina nutre nei confronti dei proprj simili una fiducia che rasenta l’assoluto. Meno elegante, di sicuro, ma riscaldante è coprirsi di vestiti estratti dai raccoglitori della pubblica assistenza, dai ciglj dei marciapiedi da qualche anima caritatevole che ignora l’esistenza di simili contenitori, o semplicemente se ne trovava troppo lontana al momento di disfarsi del sacco. Di disperazione e sciatta raffazzonatura sa invece la copertura coi giornali (peggio ancòra di riviste gratuite, pieghevoli e volantini): non dico i giornali aperti e disposti sulla seduta delle panchine – se sono in numero sufficiente fanno anche da cuscinetto –, una precauzione igienica che prendono anche le vecchiette al parco; dico il coprirsi coi giornali: è una cosa che ancòra, tristemente, si nota, in qualche caso, fortunatamente sempre più sporadico; non so dire, peraltro, se ancòra sia attestato l’uso dei giornali infilati sotto i vestiti per fare da isolante, una cosa che sa di Secondo dopoguerra. In mancanza d’altro che di una pila di metro, una notte ho fatto anche questo esperimento; forse con alcuni city mi sarebbe andata meglio, ma posso attestare che in quel caso non servì a un bel nulla, frusciavo che sembravo il tavolino di un caffè del centro verso le nove del mattino, ma il freddo era sensibile nondimeno.

Ma il punto fondamentale, appunto, è la panchina in sé, come oggetto, e come luogo, si potrebbe dire, abitabile. Chiunque sa che c’è panchina e panchina: non sono tutte uguali, e anche l’esperienza della seduta, che è parte del bagaglio di ciascuno, puà essere un’autentica sofferenza. Il barbone è tuttavia adattabile, e non è mestieri il dire come panchine che riescono infinitamente scomode al normale cittadino possano essere utilizzate come giaciglio per la notte dal senzacasa. Il quale, tuttavia, ha tutto l’interesse, si suppone comprensibile, a ricercare quanto di meglio offre la piazza (ma anche il vialetto, il parco, la fermata del tram), e non la prima soluzione che trova – ammenoché egli sia talmente stanco da doversi accontentare in ogni caso. Si notano, nello spazio della città, tre tipologie almeno di panchine: la panchina di pietra, quella di legno e quella di metallo. La prima e la seconda sono esemplificate entrambe da quelle che rendono confortevole p.zza Carlo Alberto: dove si hanno quattro panchine di pietra dal lato della Biblioteca Nazionale, e due di legno dal lato del Museo del Risorgimento. Anche se corre l’obbligo di notare che queste ultime costituiscono un caso limite, avendo in effetti la seduta di legno, ma lo schienale di metallo traforato. La seduta è a doghe larghe, è completamente piatta e non meno dura di quelle di pietra; mentre allo schienale, durante i mesi rigidi, è virtualmente impossibile appoggiarsi a causa del freddo che filtra anche attraverso i vestiti più pesanti. L’uso delle panchine di pietra è poi limitato ai mesi estivi, perché, durezza a parte, d’inverno la pietra è gelida. Dal che si desume facilmente come l’uso dell’aggettivo ‘confortevole’ da parte mia sia stato meramente ironico.

Già a questo punto è chiaro un fatto fondamentale: gli Enti locali si fanno carico anche in tal senso, questo dev’essere ammesso, di servire il benessere dei cittadini; ma questo servizio non consiste in una serie di iniziative mosse da un veemente slancio di solidarietà sociale, nell’assolutamente generosa messa a disposizione del cittadino di tutti i fondi destinati a questo genere di servizio; essi pensano invero alla comodità di esso cittadino, ma con giudizio; considerano la sua necessità di riposare i piedi, di tanto in tanto, ma con discernimento; contemplano che egli abbia desiderio e piacere, tempo permettendo, di trattenersi seduto con parenti, conoscenti & amici, ma con misura. Non dev’essere totalmente imputato al sadismo dei Comuni il fatto che esistano panchine virtualmente inservibili, né alla debolezza mentale dei designer incaricati da essi Comuni il fatto che di fronte a certe mostruosità non si sa se ci si debba seder sù, salirci in piedi o scoppiare in lacrime: viviamo in un mondo in cui il divorzio tra intenzione & atto è stato ormai celebrato da millennj, stando all’autorità di tanti scrittori religiosi, poeti e moralisti, dunque non è per nulla sorprendente che anche in questo campo la volontà e la funzione auspicata retrostante a taluni manufatti dell’uomo risulti talvolta nebulosa: nella fattispecie, però, non è sostenibile che il Comune, nel mettere a disposizione della cittadinanza una panchina, segretamente desìderi che nessuno ci si sieda; la questione è più sottile – in realtà implicita che ci si sieda, innanzitutto, e non ci si sdraj; punto secondo che ci si sieda, sì, ma per uno spazio di tempo più contenuto che congruo.

Le panchine di legno, come disegno tradizionale, si distinguono in due tipi, entrambi rispondenti ad esigenze diverse; un tipo, più spartano, è quello della panchina quadrata, di assi, due per la seduta e una per lo schienale: è il tipo più diffuso nei parchi, che, di là dalla tranquillità che offrirebbero nella gran parte dei casi, non sono le sedi più indicate per abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo: nottetempo, in quasi tutte le notti dell’anno, se la temperatura non è proibitiva è comunque il tasso di umidità a rendere preferibili altre soluzioni, se ce ne sono. Gli effetti negatìvi dell’umidità su un corpo sano sono modesti, nel breve termine, ma un’esposizione abituale all’umidità notturna, anche se è seguìta da anni di vita regolata e salubre, è una di quelle cose che si pagano quando meno te l’aspetti, nella vecchiaja. Se poi la panchina di tipo squadrato è presente in zona non molto umida, come un giardinetto cittadino con parecchio selciato, specialmente se la stagione è quella mite o calda, dal punto di vista della comodità è forse preferibile a tutte: il modello rinvenibile in generale a Torino – piazzetta Eritrea, per esempio, o Monte de’ Cappuccini, o corso Valdocco – presenta il leggero svantaggio di una seduta molto stretta, per cui chi avesse disturbi del sonno e tendenza ad agitarsi mentre dorme correrebbe qualche rischio di cascare di sotto; con l’aggravante, per quanto riguarda il Monte de’ Cappuccini, che le panchine più adatte allo scopo che ci siamo proposti di trattare si trovano ben protette sotto le piante sul fianco della collina – definita ‘Monte’, ma è un modesto poggio, da cui si gode un celebre panorama –, dove la pendenza è abbastanza pronunciata: uno rischia di farsi a rotoloni tutti i gradoni ghiajati che costituiscono il primo pezzo della passeggiata, o di prendere la scorciatoja, e volare giù direttamente dal fianco erboso; con l’aggiuntivo inconveniente – di cui, volendo, si potrà parlare a suo tempo e ad vocem – del fatto che la zona tutta, specialmente lo spiazzo che si apre ai piedi del lato a cui facciamo riferimento, è riguardata da un intenso traffico di damazze, collaboratrici familiari filippine e cani di grossa taglia, che depongono i pesi del ventre sia nascondendoli in mezzo all’erba della stessa area pianeggiante, sia schiacciando grossi stronzi sul principio dell’altura che s’erge immediatamente sopra. Chi ha sonni tranquilli, invece, può fruire di queste panchine con una certa fiducia: le panchine di assi sono infatti molto più salutari di quelle di doghe di cui parleremo sùbito appresso, esattamente come una tavola di legno sotto il materasso fa bene alla schiena del borghese, mentre un fartone morbido e affondevole gliela fa urlare di dolore. La schiena del barbone – da ciò si evince – non ha un funzionamento molto differente da quella del contribuente, o dell’evasore economicamente autosufficiente, né ha esigenze diverse: quello che cambia da barbone a borghese è, come in un po’ tutte le cose (salvo talune eccezioni, di cui si dà conto altrove), una maggior resistenza che il primo dimostra nel disagio; nella fattispecie anche grazie al fatto che, dopo solamente qualche mese di notti passate in panchina, il rachide si è totalmente adattato, non solo ad una sdrajata sana come quella offerta dalla panchina di assi, ma a qualunque tipologia di panchina il barbone abbia ritenuto dover privilegiare come proprio giaciglio. Se un assessore abbastanza artista proponesse di dotare una piazza di panchine a forma di galeone, in capo a qualche mese si vedrebbero in giro altrettanti barboni piegati a ferro d’àncora.

La panchina d’assi, si può contestare, in effetti alla lunga appiattisce la schiena, non nel senso che la fa diventare dritta, ma che nel corso del tempo la noce del collo tende a rientrare, e il barbone assume la classica posizione a cervicale. Ma meno apprezzabile ancòra è l’effetto della panchina a doghe piccole, con la seduta comoda: anche questa è una panchina di modello tradizionale, di un tipo diffuso e abbondantemente attestato in tutte le città d’Italia, che si differenzia da quella d’assi come il materasso di piume si differenzia da quello in lattice poggiato su un piano di legno. La panchina a doghe piccole è stata creata per tempi diversi dal presente: una volta che siano tutte distrutte, e a mano a mano effettivamente le doghe saltano, i forcelloni di metallo si piegano di lato, e insomma vanno rompendosi un po’ ovunque, non se ne vedranno più, perché saranno rimpiazzate, dove saranno, da panchine di modello assai diverso. Il modello, dicevo, è sensibilmente d’altri tempi, perché è pensata per essere comoda: le doghe sono disposte in modo che la schiena incontri sùbito l’appoggio – lo schienale è difatti bombato – e il sedere vi poggi sù ergonomicamente. Chi vuole le vada a vedere in c.so Siccardi, dove la seduta sulle doghe rammollite, anche, da un’irrigazione dissennata, che inonda praticamente tutto – cioè viale e panchine – salvo l’erba, sono talmente morbide da affondare leggermente sotto il peso del sedere e di tutto quello che sta sopra il sedere del sedente. Si tratta di comodità che i Comuni riservavano ai cittadini in epoche in cui per strada si girava molto meno, minore era il passaggio di barboni nelle città mediograndi, grandi e grandissime; sopravvissute ai fricchettoni Settanta, le cui avanguardie non si servivano necessariamente degli spazj urbani, e, in questi, non fruiva delle panchine, sono pensate per una cittadinanza che viveva principalmente di lavoro, e il poco tempo libero lo passava volentieri in compagnia di altri. I famosi ammortizzatori sociali ‘naturali’, che tanto piacciono ai discendenti della vecchia Democrazia cristiana, cioè le famiglie, erano ancòra più efficienti in quei tempi di lavoro dipendente e pubblico che nei nostri di professionismo e iniziativa personale. Più spendereccia, la nostra epoca destina altri spazj, chiusi e normati, e soprattutto a pagamento, alla socializzazione: i locali di vario tipo e i centri commerciali. All’epoca non si usava tanto: ci si scendeva in piazza, nei vialetti alberati, nelle passeggiate igieniche, negli itinerarj archeologici e altra roba da Guerra fredda, e si parlava dei cazzi altrui, ma a botontoni, anche per cinque o sei ore di séguito: così arrivava la sera, quando ci si ritirava, si richiamavano urlando i bambini impegnati dalla mattina del giorno prima nella lotta nel fango, si andava a cena (che consisteva in pastasciutta, formaggio, patate, fagioli con le cotiche e poche altre schifezze, anche a Ferragosto), si guardava l’unico canale in televisione, dove c’era normalmente un cruciverbone e poi dei numeri comicissimi in cui distinte signore e compassati personaggj si rompevano piatti in testa o insegnavano a scrivere ai terremotati, e si andava a letto che ancòra non era la mezzanotte, sempreché non ci fosse alcunché da fare, come sintetizzare artigianalmente alcuni secchj lisciva, o strangolare galline. Ecco, era per quei tempi, per quella gente che erano pensate panchine del genere: panchine comode, per offrire a ciane sformate da quindici o venti gravidanze la possibilità di rimanervi appoggiate per tutte le ore necessarie all’esaurimento di tutti i pettegolezzi, coi podici incastrati nella depressione, senza farsi venire le piaghe da decubito, e per permettere anche alle più tanghere tra le fanti di partecipare con ragionevolezza e misura delle dolcezze della vita: basta rivedere quelle panchine per rivivere quelle scene da un mondo scomparso, con quelle cecche mostruose, gonfie di lardo e di vino, svaccate sulle loro panchine gemebonde, con taniche vuote di benzina e scatole di banane come poggiapiedi, parlare a lungo dello stato del loro intestino, o del prossimo mobbing di quartiere. La maggioranza segue ormai tutt’altre trajettorie, il flusso principale delle umane attività conduce l’umanità dei nostri giorni verso altri mari, sicché non stupisce affatto che quelle panchine siano oggi per la gran parte disertate; per quanto la fila di panchine davanti a p.ta Susa e il cerchio formato dalle stesse in p.zza Bodoni riproponga lo stesso modello: ma sono sussulti, rigurgiti di un passato a cui è complesso rinunciare, in una città come Torino, che è sempre vissuta della dolcezza delle vecchie istituzioni e mutuando i segnali rassicuranti del suo décor urbano, dei suoi codici condivisi di comportamento e delle sue ideologie sociali dalla cattiva letteratura.

Eppure nulla può frenare il progresso anche del costume e dei gusti. Anche questo è un segno dei tempi; ed è fatale, come qualunque mutamento dei costumi. Il fenomeno consegue, per parte sua, anch’esso alle stesse cause per cui oggi nessuna ciana oserebbe portarsi dietro tutti quei quintali di peso, tutti quei figlj, e tutti quei pettegolezzi velenosi; oggi i pettegolezzi sono inutili (c’è il satellite), di figlj se ne mettono al mondo al massimo due, e nessuno vuole essere grasso. Le panchine dal disegno moderno che si trovano in p.zza Carlo Alberto avrebbero loro fatto esplodere le natiche, rendendo impossibile lo scambio di pettegolezzi e, quindi, attraverso i figlj e i figlj dei figlj, l’invenzione di un satellite onnisciente.

534. Insalutato ospite.

23 Apr

Avevo letto, o meglio intravisto, la notizia sul city di un pajo di giorni fa; in rete trovo questo articoletto, molto più particolareggiato perché proviene dal sito di un giornale locale. E’ una notizia di banalità assoluta, ma mi ha colpito per avermi ricordato molto da presso il baluardo polemico della povera prossemica, che è poi anche il motivo per cui il blog della stessa, giudicato evidentemente libelous, è stato d’ufficio chiuso. Quando la stessa persona con cui prossemica ce l’aveva tanto mi ronzava intorno, e prima di infilarsi in casa mia per 20 giorni (che mi sono parsi mesi, ricordo tentai anche di sbatterlo fuori tre volte, senza riuscirci), risedeva in un albergo del centro città, dove, sosteneva, stava senza pagare, fingendo di non avere ancòra la carta di credito abilitata, o di dover ricevere denaro dalla ditta. Bello è che non gli ho mai creduto, e sono sempre stato convintissimo che ci fosse qualche deficiente a foraggiarlo, pagandogli il conto, o che conoscesse i padroni dell’albergo, o qualunque altra cosa, ma non che avesse trovato modo di non pagare, per giunta lasciando sempre giù, regolarmente il documento. Ho anche chiesto ad una persona che in albergo praticamente c’è nata, ha detto che non è possibile, e men che meno è possibile riuscirci per anni consecutivi, come sosteneva essere invece riuscito a fare l’amico Fritz. E invece, guarda che cosa ti scopro.

525. Radio BlackOut.

25 Feb



https://i1.wp.com/radioblackout.org/files/2010/02/blo-adesivo-bn.jpg

Un po’ per tutta Torino si trovano affissi manifesti con la dicitura “spegni la censura, accendi BlackOut”, che denunciano come atto censorio da parte delle istituzioni, ed esplicitamente del sindaco Sergio Chiamparino, che è contro tutte le occupazioni, la decisione di non rinnovare il contratto che ha consentito alla radio anarchica di trasmettere per 4 anni dallo stabile di via Antonio Cecchi 21/A per soli 1300 euri l’anno. Entro il 31 03 BlackOut dovrebbe sgombrare.

Le realtà occupate di Torino sono diverse, e diversi sono gli sgomberi, le occupazioni e le rioccupazioni. La casa Fenix di c.so s. Maurizio è stata sgombrata con successo il 20 07 2005, murata e adibita dal Comune a punto informativo; ancóra il 28 11 2010 un gruppo di anarchici ha cercato di far risorgere la Fenix dalle ceneri occupando la palazzina dell’università in p.zza Arbarello; hanno dovuto sgombrare in poche ore, ed è stato un vero peccato, perché la costruzione è veramente magnifica. Il 25 03 2009 lo Squat[1] Velena di c.so Chieri è stato sgombrato, dopo che era stato occupato il 28 02, rioccupato il 17 04 seguente, risgombrato il 20 10 2009. Il 28 01 2010 è stata sgombrata la Boccia, v. Medici 121, che aveva già subìto sgomberi nel passato (era stata rioccupata il 23 02 2008, per esempio), e l’edificio è stato abbattuto l’01 02. Lo squat Lostile di c.so Vercelli è stato sgombrato il 06 12 2009, per cui l’11 12 ancóra c’era guerriglia per le strade, e il 29 01 2010 c’è stata la drammatica occupazione della sede del comitato elettorale per Merbredes Cesso da parte degli sloggiati; il 07 11 gli aderenti della FAI, Federazione Anarchici Italiani, hanno occupato l’ex-scuola infermieri di v. Zandonai, e sùbito dopo sono stati sgombrati.

I centri sociali storici di Torino sono passati in rassegna qui. El Paso Occupato ha una voce su wikipedia; è nato nel 1987. Il Barocchio è stato fondato nel 1992; al 1994 risale la nascita del Gabrio e al 1996 quella dell’Askatasuna. Uno dei più vivaci è l’anarchico Mezcal, sistemato dentro un padiglione dell’ex-manicomio di Collegno (sono stati miei vicini di casa per un sei mesi, tre anni fa), nato, mi pare, nel 2006.

Mercoledì 03 06 2009 l’anarchica Assemblea antirazzista di Torino, che è un’altra cosa dalla radio, è sciolta; non vuol dire che smette di esistere, ma semplicemente che (nel link è detto: non ha nessun tipo di gerarchia, nessun capo o referente o responsabile) detta Assemblea non è un’organizzazione formale, ma una nebulosa di persone che si riconoscono informalmente negli stessi valori e nello stesso impegno. Da allora l’Assemblea torinese, occasionalmente, si riunisce nello stabile di via Cecchi 21/A, dove ha sede Radio Blackout. L’Assemblea antirazzista è responsabile di parecchie iniziative in favore dei migranti nel corso degli ultimi anni.

23 02 2010. Radio Blackout è perquisita dalla Digos su ordine dei pm Andrea Padalino e Manuela Pedrotta (è solo uno dei 23 luoghi colpiti dallo stesso provvedimento) perché nello stesso stabile ha avuto luogo l’Assemblea antirazzista; per 6 ore non può trasmettere. Radio Blackout subisce il sequestro di computer (in numero di 3) e cellulari; nel corso di perquisizioni altrove effettuate sono stati sequestrati anche caschi da moto, mazzette d’acciajo, uova riempite con vernice nera.

Massimo Numa, noto per il suo atteggiamento ostile nei confronti di quelli che chiama anarco-insurrezionalisti, pubblica sulla Stampa questo articolo. Massimo Numa è anche uno di cui su indymedia si racconta che, sotto il falso nome di Mario Ghiso e senza presentare il tesserino di giornalista, il 16 11 2001 si mise in contatto con un’associazione assistenziale in favore dell’eutanasia, sostenendo di avere la mamma moribonda – dando il nome di una persona realmente esistente, la signora Vittoria Ghiso di Savona, peraltro, po’ra disgraziata, rivelatasi viva e vegeta –, denunciando sùbito dopo l’associazione alla polizia con accuse inconsistenti – che intanto costarono ad essa associazione una pesante perquisizione, in cui fu portato via praticamente tutto l’asportabile. Nel 2008 ha pubblicato, con Mario Portanova (già del Diario), Francesco La Licata suo collega alla Stampa e i due giornalisti del Corriere della Sera Guido Olimpio ed Elisabetta Rosaspina, il volumetto celebrativo Sbirri, dedicato agli agenti di Polizia.

È un giornalista soprattutto di cronaca, scrive male e in modo sensazionalistico; è filofascista. Può essere interessante scorrere la lista dei suoi articoli per la Stampa; è significativo che il primo articolo che appare – per rilevanza – sia dedicato a una martire “fascista”. Dei 33 articoli che ha scritto per la Stampa tra il primo dell’anno e il 18 02, ben 12 sono dedicati agli anarco-insurrezionalisti; peraltro, ed è molto interessante, devono essere rubricate a questa voce tutte le corrispondenze dalla Valle di Susa, perché le manifestazioni antiTAV secondo il Numa sono tutte d’ispirazione anarchica.

Nell’articolo sostiene che si ispirano al pensiero-azione di Alfredo Maria Bonanno, 72 anni, attualmente agli arresti in Grecia per rapina. Urza, per esempio, sostiene che non c’è nessun legame. Ma bisogna ringraziare Numa per la segnalazione perché sembra un personaggio tutto da conoscere. È l’autore de La gioia armata, 1977, libro che gli costò 18 mesi di carcere (l’incipit suona: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?…”, vedi il testo integrale qui), come si dice su wikipedia; su anarcopedia c’è un profilo più esaustivo e interessante.

Colpiti da provvedimenti sono in 7 (vedi anche qui):

3 sono gli arrestati:

  1. Fabio Milan, ing., 32 anni
  2. Andrea Ventrella, magazziniere, 36
  3. Luca Ghezzi, 30

3 sono agli arresti domiciliari (i particolari sulle altre condanne oltre agli arresti li trovo qui, in un articolo dedicato ad Andrea Ventrella, e sul Giornale):

  1. Maja Cecur, 33 anni, compagna di Luca Ghezzi,
  2. Paolo Milan, fratello di Fabio, 27, dottorando
  3. Marco Da Ros, pavese residente a Torino, sociologo, 36

1 è stato colpito da divieto di dimora: Massimo Aghemo, 41 anni, di Trofarello, residente a Torino.

Oltre a questi 21 sono gl’indagati, e altri anarchici della provincia di Torino (Carmagnola e Moncalieri), Trento (Rovereto), Cuneo (Vicoforte) e Mantova (Viadana), tra cui Simone Pettenati, 26 anni, ed Erica Giorgi.

Cumulativamente si è proceduto contro una serie di iniziative tipicamente anarcoinsurrezionaliste degli ultimi anni (2005-’10), tra cui notevoli:

giugno 2008. Irruzione al Museo Egizio;

dicembre 2008. Irruzione nel Consolato greco di Torino

marzo 2009. Irruzione nella lavanderia “La nuova” di Torino

marzo 2009. Irruzione al ristorante “Il cambio”

settembre 2009. Irruzione nella sede della Cgil

Il linkato articolo del Giornale, di Simona Lorenzetti, è notevole perché riporta in sunto parti di conversazioni telefoniche intercettate, tratte dall’ordinanza della Gip Emanuela Gai, nella quale si attribuiscono responsabilità precise degli anarchici nelle rivolte all’interno dei CPT, poi CIE (cioè Centro Permanenza Temporanea, poi, più brutalmente, Centro Identificazione ed Espulsione; a Torino è il cosiddetto lager di c.so Brunelleschi); ricorrono i nomi dell’allora detenuto Bikiki, dell’attualmente arrestato Andrea Ventrella e dell’attuale esule Massimo Aghemo:

A scandire questo connubio le intercettazioni telefoniche. In una conversazione del luglio 2009 Andrea Ventrella parla con un tale Bikiki che dice di avere dei numeri di telefono di alcuni extracomunitari arrestati a Sanremo che ora sono al Cie. Quindi Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno». In un’altra intercettazione vengono registrati Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.

L’accusa più pesante è quella di associazione per delinquere, ma i capi d’imputazione sono un’ottantina.

Negli articoli di Numa i nomi di Fabio Milan (il cui esordio sulla Stampa risale al 1995, per aver preso 10 in matematica, informatica e fisica al liceo Scientifico) e Andrea Ventrella ricorrono più di altri. Anche Ventrella esordisce sulla Stampa nel 1995, ma già per scontri tra polizia e anarchici, quando subisce la prima condanna: ha 20 anni. E nell’articolo ricorre anche il nome di Edoardo “Edo” Massari, che morirà inspiegabilmente suicida alle Vallette (28 03 1998) seguìto dopo pochi mesi (11 07) dalla compagna Maria Soledad Rosas ai domiciliari presso una comunità di Bene Vagienna: sono “Sole” e “Baleno”, rimasti da allora sempre nei ricordi degli anarchici torinesi. Nel 2002 Silvano Pelissero, arrestato con loro con le stesse accuse di ecoterrorismo e associazione sovversiva, processato, ebbe stralciata questa seconda accusa, che sarebbe caduta anche per gli altri due. Con l’accusa di associazione sovversiva si prevede l’isolamento; si è detto, all’epoca, che l’isolamento fosse la prima casa del doppio suicidio di Edo & Sole. Attualmente (Stampa di oggi 25 02 2010, riquadro di R[aphael] Zan[otti], un altro buono, dentro l’articolo dell’immancabile Massimo Numa) i tre arrestati, Milan, Ghezzi e Ventrella, sono in isolamento, e sono ritornati alle loro celle valendosi della facoltà di non rispondere. Il loro avvocato, Claudio Novaro, che ancóra non li ha sentiti, ha però chiesto che innanzitutto siano tolti dall’isolamento, che definisce

una condizione che mi stupisce, viene data di rado, e non in questi casi, di solito”.

La risposta del pm Padalino di fare regolare istanza è stata definita dal Novaro

una risposta che non promette nulla di buono”.

L’articolo del Numa si concentra però su Radio Blackout, e questa è una novità interessante. Essa è, secondo il Numa,

considerata dagli inquirenti uno dei centri direzionali del gruppo degli estremisti”.

Chiaramente i redattori della Radio, anarchici, hanno dato il rilievo che ritenevano alle varie iniziative degli anarchici. Tre cose hanno fatto saltare la mosca al naso degl’inquirenti:

  1. Il servizio ‘viaggiare informati’ anarchico, il “Cisti”, che funzionava grazie alla segnalazione tramite sms dei posti di blocco e di concentrazioni di poliziotti.
  2. Le dirette dai varî presidj. A questo proposito, nel maggio 2008 un “redattore di BlackOut” aveva annunciato che “in mattinata un poliziotto aveva sottoposto un immigrato a un pestaggio, poi lo aveva riempito di botte” [?] “e ammanettato” (nell’articolo la frase è tra virgolette). Secondo il Numa niente del genere era accaduto. (È un’ammissione implicita che tutte le altre eventuali segnalazioni di pestaggj e ammanettamenti sono da considerarsi vere?).
  3. L’attacco continuo contro la Croce Rossa”. L’08 09 2009 Ventrella, la Cecur, F. & P. Milan, Luca Abbà (del NoTAV valsusino) e Simone Pettinati (altrove Pettenati, v. supra; ferito negli scontri a Susa) hanno fatto irruzione nella sede della Croce Rossa di Torino: “Volevano costringere i militi” (anche qui il Numa cita) “a un’assemblea sulle atrocità del Cie”.

Di fatto il punto 2 e il punto 3 sono strettamente connessi. La rabbia anarchica contro la Croce Rossa deriva molto semplicemente dal fatto che è questa che si occupa di contenere i senzadocumento all’interno dei CIE. La questione del pestaggio che secondo il Numa e/o chi per esso non è mai avvenuto risale alla fine del maggio 2008, e riguarda il detenuto Said, che aveva tentato di fuggire dal cpt ed era stato riacciuffato. Il Numa si limita a dire che il pestaggio di Said non è mai avvenuto; e tace di quello che è successo qualche ora dopo, e cioè che il maghrebino Fathi Hassan Nejl, 38 anni, còlto da malore, dopo aver inutilmente cercato, direttamente e tramite compagni, di attirare tra le urla l’attenzione degli operatori, era morto – di qualcosa che dapprima fu identificato con una polmonite fulminante, e poi con un’overdose (quasi facesse differenza). Responsabile del centro è il col. Antonio Baldacci, che a caldo avrebbe dichiarato ai giornali che non aveva ritenuto di intervenire perché

sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità”.

La Repubblica ha riportato altre dichiarazioni del colonnello, non così esplicite ma pesantemente ambigue:

Non ci sono state negligenze, non c’è stata alcuna mancanza. Gli ospiti sono clandestini abituati a dire bugie. Mentono sulla data di nascita, sulla nazionalità, sul nome. Per loro è facile non dire la verità. Non vedo allora perché si debba credere a delle storie sui mancati soccorsi. Quelli vogliono solo creare caos”.

Gli anarchici avevano messo a disposizione del pubblico, in rete e tramite manifestini attacchinati un po’ ovunque, l’indirizzo di casa del colonnello, il numero fisso e il cellulare con queste conseguenze.

Uno dei motivi degli arresti di questo 23 02 è stato il blitz durante il quale, il 21 03 2009, alcuni anarchici sommersero di merda il ristorante di lusso “del Cambio”, sito in p.zza Carignano, di fianco all’omonimo teatro, di faccia all’omonimo palazzo. Questa volta il Numa non fu il solo a imbrattare il suo angolo di Stampa sull’accaduto, ci pensò anche altri (come da link); vale la pena di essere citata, per la prosa particolarmente agghiacciante, l’ineffabile Monica Perosino (“Il sole e l’indolenza della prima domenica di primavera. Occhiali scuri, gelati, cani che corrono sui ritagli verdi del centro. Eppure, basta scavare pochi centimetri sotto l’ozio, per trovare tutt’altro…” – scavare pochi centimetri sotto l’ozio? Occhiali scuri e gelati che corrono, per giunta sui ritaglî verdi del centro?! E poi ci si stupisce che la gente lancia i boli di cacca) che ha raccolto qualche impressione post-traumatica.

L’articolo che il Numa dedica a Fabio Milan segnalato alla procura per danneggiamento identifica l’ingegnere come “leader carismatico dell’ala dura del piccolo gruppo anarchico”, che è una contraddizione in termini, trattandosi – appunto – di anarchici, per giunta se si tratta di un gruppo di anarchici che ha scelto la non-organizzazione pur di non avere capi (v. supra circa lo scioglimento); segue un livido curriculum del brillante professore supplente del Politecnico, comprese alcune pubblicazioni che recano la sua firma. Incredulità e invidia nera. Raccoglie, il Numa, anche una dichiarazione che sembra da morto:

La prof. Michela Meo, che fu la sua «advisor» al Poli, lo ricorda con un certo affetto: «Uno studente dalle grandi capacità, estremamente bravo e preparato. Un’ottima persona, con cui si parlava volentieri. Ma, fatto strano, l’abbiamo perso di vista. Da tempo non sappiamo più nulla di lui. Avevamo saputo dopo, un gossip, che frequentava gli anarchici».

In quell’occasione, il Numa cerca anche di ottenere una dichiarazione dal preside, che giustamente dice di non essere interessato alle idee politiche di F. Milan; dalla risposta si capisce che il Numa non ha chiesto un’opinione sulle eventuali responsabilità penali dello stesso, ma proprio sulle idee politiche – quasi un docente non fosse libero di avere le idee politiche che vuole; quasi che le gerarchie accademiche fossero tenute a saperne alcunché e, magari, ad agire di conseguenza. A F. Milan dovrebbe essere anche attribuita la responsabilità dell’organizzazione dei tornei di calcetto contro gli alpini a P.ta Pila, del lancio delle biglie gialle dentro il CIE con dentro messaggj di solidarietà, delle incursioni nella lavanderia di via Santhià che lava i panni del CIE, delle incursioni della cooperativa che avrebbe cominciato a lavare i panni del CIE dopo che la prefata lavanderia avrebbe smesso di farlo.

I 15 anarchici che nel febbrajo 2008 bloccano i bus diretti a Varese per una manifestazione nazionale della Lega sono definiti responsabili di un’azione criminale.

I due nomi, di Fabio Milan e Andrea Ventrella, sono identificati dal Numa come “guide” degli “estremisti” nell’articolo di jeri 24 02 di riepilogo degli ultimi fatti.

&cetera. Non ci sarebbe motivo di dare rilievo agli articoli del Numa se, scrivendo lo stesso sulla Stampa, non fosse il principale interfaccia tra anarco-insurrezionalisti e opinione pubblica, locale e nazionale.

Qui l’articolo dedicato alle scritte contro Luigi Calabresi sulle mura delle sedi della Stampa e del Partito Democratico, altra incriminazione per Fabio Milan, oltreché per il fratello Paolo. Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso (1972) da anarchici per vendicare la defenestrazione di Pinelli (1969), Mario Calabresi, autore di un volume apologetico nei confronti della figura del padre (Spingendo la notte un po’ più in là, Milano 2007), è l’attuale direttore della Stampa, e dunque anche di Massimo Numa. [Recentemente sul sito letterario Nazione Indiana qualcuno si scandalizzava per l’ospitalità data ai delirj fascisti del povero scemo di guerra Piero Buscaroli sulle pagine culturali dello stesso giornale (“Tuttolibri” 06 02 2010), uno dei diversi segni d’involuzione politica – e non solo – del giornale da qualche tempo in qua].

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[1] “Iuno era fuor di sé di essersi lasciata cogliere in trappola così scioccamnte e senza nessuna resistenza presagedo che ora passerebbe dei brutti momenti per il prossimo avvenire, fino a quando non riuscirebbe di fuggire. | Poiché il colono era uno dei cosiddetti squatter (vale a dire colono senza averne il diritto, che si stabiliscono in qualche contrada deserta e coltivano terra, che loro non appartiene) e che sono arcicontenti di procurarsi operai a buon mercato in un modo o nell’altro, lecito o illecito. | La negra gli veniva proprio a proposito…”. Ennio Foscari, La reietta. Grandioso romanzo storico, cap. CCCXXI, [1900 ca.], n.t., III vol., pp. 2310-2311. L’azione si svolge negli anni ’90 del XIX secolo negli USA.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

515. Varie.

26 Gen

Ho cominciato da pochissimo a frequentare il Cottolengo, familiarmente Cutu, per via che ogni tanto, almeno, dovrò pur lavarmi. E dato che dànno la possibilità di cambiarsi i vestiti e di lavarsi, e dato che da altre parti sarebbe possibile o solo lavarsi o solo avere i vestiti, non mi è parsa una cattiva idea ricorrere alla gloriosa istituzione per i miei sporchi fini.

Sennonché li capisco sempre meno. Quattro settimane fa ho scoperto per puro caso che si poteva fare la doccia il mercoledì mattina, e ne ho fruito. Tre settimane fa ho scoperto che la doccia si poteva fare anche il giovedì, e ne ho fruito. Due settimane fa ho scoperto che il mercoledì non si può fare la doccia, è solo per gli stranieri, e avevano già fatto entrare due persone e fratel Claudio aveva già avuto tre crisi isteriche (?) sicché era il caso di tornare il pomeriggio, munito di biglietto datomi dal fratello di turno; ma attenzione: perché il mercoledì la doccia è solo per gli stranieri, per gl’italiani è il martedì e il giovedì.

Chiaro: sicché sono tornato nel pomeriggio, ho fatto una doccia, e il volontario maghrebino che m’ha servito — ci sono molti volontarj maghrebini che affiancano i varj fratelli cottolenghini nel servizio, corre voce (anzi: corrono molte voci, e belle insistenti) che siano cooptati in base ai bucchini che fanno ai fratelli, come criterio unico — ha insistito affinché prendessi due capi di ogni articolo, due mutande, due magliette, due camicie, che poi non sapevo dove cacchio mettere e sono rimasto carico come un animale da basto — ma almeno ero pulito. ù

Poi, questa settimana, che poi è oggi, puntualmente alle 9.00 (ho persino corso un po’) mi sono presentato al portone del Cutu per fare la doccia — è o no martedì? Ma ho trovato fratel Naldo, che alla mia domanda se fosse possibile fare la doccia ha detto Oggi credo di no, e comunque è andato a chiedere a fratel Stefano, che aveva un’aria molto scocciata, come — credo — sempre (l’avrò visto tre volte in vita mia, ma anche a distanza di anni ha sempre la stessa aria molto scocciata), e gli ha risposto controvoglia che la doccia si fa il mercoledì e il giovedì.

Che mi stiano prendendo per il culo? O vogliono un bucchino (dubito; sono convinto che prediligono un tipo più ruspante)? Tengo le dita incrociate per domani, per un domani con doccia, e senza bucchino.

***

Ho visto conoscenti, giorni fa, una lei e un lui. La lei mi ha detto se sapevo qualcosa della nuova iniziativa di cui un gruppo di volontarj era stato incaricato dal Comune. Mi ha spiegato che tre sue amiche, che non sono Operatrici sociosanitarie ma hanno seguìto un corso per mero interesse personale, le avevano detto che i volontarj sarebbero venuti a giorni per farsi un giro tra i barboni svaccati nelle varie parti della città, con lo scopo di tentarne un censimento e migliorare il servizio. Le ho chiesto: “E’ a questa cosa che ti riferisci?”, e ho prodotto una busta, arancione, contenente un foglio su cui è stampato:

Buon giorno,
alcuni volontari di Torino stanno cercando di capire meglio le esigenze
dei cittadini senza dimora.
Servirebbe anche il Suo aiuto per migliorare i servizi della Nostra città.
Domani sera (19 gennaio) per le vie della città, questi volontari
cercheranno di raccogliere anche la Sua testimonianza. Tutte le
informazioni saranno riservate.
Per ringraziarLa della mezz’oretta che passeremo insieme le offriamo
un buono che Lei può spendere dove preferisce tra supermercati,
ristoranti, bar e negozi.
NON BUTTI VIA QUESTA BUSTA FINO A DOMANI SERA.
CI VEDIAMO IN QUESTA VIA, DOMANI 19 GENNAIO, VERSO LE ORE
20.00.
A domani, il Suo aiuto è fondamentale!

Mi era stato lasciato durante la notte scorsa, quella tra il 18 e il 19, accanto al giaciglio, insieme ad un’arancia sistemata dentro un platoncino di cartone, un piccolo yogurt da bere, una merendina Kinder, un panino (secco) in una bustina di plastica trasparente, e una dozzina d’ovetti di cioccolata pure in bustina trasparente, pinzata alla busta. (Che avevo aperto più che altro nella speranza di trovarci dei soldi, speranza legittima, dato che la colazione lasciava tanto a desiderare). L’ho mostrata a questa lei, che ha detto doversi trattare per forza di qualcosa del genere, se non della stessissima cosa. Lei era dubbiosa circa la bontà dell’operazione; lui era sicurissimo che fosse un’invadenza e un modo per estendere e rafforzare il controllo. Io, che non imparerò mai, ho solamente detto che ci sono molti vecchietti andati di testa che probabilmente potrebbero essere assistiti molto meglio, come per esempio il narcolettico, quel vecchietto che in mezza giornata va da p.zza s. Carlo a p.zza Carlo Felice, dove stende la mano e si addormenta, così, a mano tesa, ché tanto chi vuole sa dove lasciare la moneta; e ho detto anche che un censimento sarebbe grosso modo necessario, perché è dal 14 marzo 2000, quando fu la fondazione Zancan che se ne incaricò, che non s’è più fatta la conta generale dei barboni; e questo è sicuramente indispensabile ad approntare un servizio. Per quanto gli enti locali ormai da decennj stanzjno sempre meno soldi, e sa di controsenso che non ci sia posto per tutti nei dormitorj, e poi si vadano a cercare gli straccioni col rampino collo scopo di “migliorare il servizio”.

Poi, per la verità, poco dopo le 20.00 io mi trovavo proprio nel posto in cui i volontarj m’avevano trovato, ma stavo passando per andare, con la coppia prefata, in un locale di S. Salvario; e li abbiamo visti, i volontarj, tutti con giacche arancioni fluorescenti — facevano pandàn col colore della busta — e molti colla spilla della Croce rossa, andare e venire. A me il buono faceva gola, ma, intimorito dalla mezzoretta di intervista prospettata, e troppo infreddolito per volermi trattenere all’aperto, ho preferito andare con loro a bere un cognac e a mangiare un piatto di patate al forno, peraltro molli e bisunte. Proseguendo lungo i portici di destra di p.zza s. Carlo, ho visto due gruppetti di tre-quattro volontarj arancione che conversavano con l’uno e con l’altro degli abitanti fissi della piazza. Che dormono sulle panchine, perché Torino è una delle poche città che vantano panchine al coperto, sotto i portici — le quali, ovviamente, sono occupate quasi tutte dai barboni durante le ore notturne fino alle prime ore del mattino.

Trascorsa la serata, dopo la mezzanotte sono tornato col sacco alla mia postazione, e ho dormito tranquillo. Non c’era ombra di passanti — il martedì notte non è come il sabato –, né di volontarj in divisa.

Ho trascorso la sera del 20 insieme con un amico, che accompagno a casa verso le 22.00, e al quale tengo compagnia fino alle 24.30, dopodiché esco, prendo l’autobus, e torno nella solita zona. Stavolta, recandomi da lui, ero un po’ preoccupato, perché solitamente nascondo il sacco in certe paratie che hanno messo in galleria s. Federico, che coprono le impalcature — ci sono lavori in corso, ristrutturazione; ho sempre fatto in modo che il sacco s’incastrasse tra i tubi, in cima, in modo che, al momento debito, bastasse allungare la mano per recuperarlo. Un’altra volta, non conoscendo ancòra quell’opzione, avevo buttato dentro il sacco, ed era stato molto complicato recuperarlo anche perché ero reduce da un brutto colpo della strega. Poi, però, avevo scoperto che quella che sembrava un’asse ben inchiodata fungeva in realtà da porticina, che si poteva tranquillamente aprire, bastava aprirla come un’anta e i chiodi si sfilavano senza problemi dalle loro sedi; poi si richiudeva, facendo una leggera pressione, e tutto tornava come prima. (Finché non avevano notato – lì è comunque pieno di videosorveglianza – quest’andirivieni, e avevano trovato modo di chiudere ermeticamente la porticina con due manici di scopa e quattro buchi attraverso cui far passare dei piccoli fascj di fil di ferro, assicurati da una parte alla porticina, e dall’altra all’impalcatura all’interno. Donde il mio espediente di incastrare il sacco tra i tubi in alto, l’unica alternativa al trascinarsi esso sacco tutta sera dietro).

Beh, la sera del 20 avevo per l’appunto un piccolo problema da risolvere: giunto all’1.00 e rotte in galleria, mi sono ricordato che qualche ora prima, mettendo il sacco al posto solito, m’era sfuggito di mano, ed era caduto con un gran tonfo su un ripiano sottostante. L’unica cosa che, qualche ora più tardi, potevo fare era appunto scalare la paretina di compensato – che è sempre un bel po’ più alta di me, e io non ho gran forza di braccia, per quanto sotto altri profili abbia invero un fisico della madonna -, calarmi, o lasciarmi cadere, all’interno; recuperare il sacco; buttarlo oltre la paretina; e seguirlo (magari un po’ meno alla bersagliera, ma si fa quel che si può). Mi sono issato, con sforzo che comprenderà chi mi conosce di fisico, mi sono lasciato cadere all’interno (un casino), ho recuperato il sacco e l’ho buttato fuori; fin qui tutto bene. E’ stato quando ho fatto per uscire che la paretina, evidentemente già provata dal mio peso all’andata, ha ceduto, spaccandosi a metà. Non ricordo più dove mi sono appigliato, ma l’atterraggio è stato morbido: ero pieno di polvere, credo, di gesso o quel che di similare con cui hanno tinteggiato le paratie per renderle più gradevoli all’occhio, ma indiscutibilmente intero e inescalfito.

Il bello è venuto dopo, quando ho pensato bene, per una volta tanto, di andare in p.zza s. Carlo a dormire – era parecchio che non ci andavo, il freddo era intenso, ma se la relativa maggior esposizione alla bisa della piazza era uno svantaggio, vi s’opponeva il vantaggio di trascorrere le ore notturne sollevato da terra. Sicché ho attraversato la galleria, e sono andato in piazza. Non m’è occorso altro, dato che gli occhj sono i nostri postiglioni, che guardare davanti a me, oltre il passaggio pedonale, per vedere il deserto. Non c’era S, non c’era C, non c’era nemmeno S1, che di tanto in tanto si fa vedere, né X che mi saluta dicendo “Ciao, papà” (è sulla cinquantina, ad occhio e croce; le fregnacce che dice). C’era, è vero, il vecchietto che dorme sempre davanti alla s. Paolo; ma questo si doveva esclusivamente al fatto che la s. Paolo c’era ancòra, completa d’ingresso e di zerbinone.

Quello che mancava erano le panchine. Le avevano portate via tutte, e fino ad oggi non ce le hanno rimesse.

***

Quest’anno il fisico — che è della madonna, come ho detto, per alcuni versi (basta saperlo prendere) — non m’ha sorriso. Da ottobre ho fatto due influenze di fila, con quella terrificante infezione batterica che m’ha fatto pensare a una tbc (era solo broncopolmonite, che gioja); ho avuto un colpo di frusta che m’ha mandato in giro una settimana come il gobbo di Notre-Dame; ho avuto una specie d’indigestione che m’ha fatto recere (quella è stata divertente: perché mi sono svegliato alle 4.10 in punto, ora a cui non mi sveglio mai, con la netta sensazione che avrei vomitato; mi sono liberato dal sacco – due cerniere – giusto in tempo per dar di stomaco deversando tutto il liquame apiè della panchina: sennonché il secondo conato è stato così entusiastico e sorprendente che sono caduto nel vomito sottostante, con tutto il sacco), e forse era un’influenza intestinale o qualcosa del genere, perché poi ho avuto giorni e giorni di raffreddore e tosse; jeri mattina mi sono svegliato con i piedi congelati.

412. Mauriziano.

2 Nov

Sono stato poco fa al pronto soccorso del Mauriziano. E’ andata esattamente come mi aspettavo. Il dialogo, tra me e un’infermiera colla faccia invariantemente da stronza e le mèches invariantemente verdi, si è svolto nel modo che segue:

INFERMIERA. Lei che cos’ha?

IO. Ho la febbre da dieci giorni, dopo essere stato a contatto prolungato con una persona con la tbc. Peraltro, a marzo risultavo positivo alla tubercolina.

INFERMIERA. E perché è venuto qui?

Avevo il numero 245, e l’avvertimento della stessa stronza che ci sarebbe stato “un po’ da aspettare”. Ho buttato il numero 245 e sono venuto qui ad aspettare che apra dal medico. Mi faccio fare l’impegnativa e mi faccio mandare direttamente dallo specialista. Tutte le volte che mi sono avvicinato a un pronto soccorso è andata alla stessa, merdosa maniera. Potessero morire tutti, dove sono.

La persona che dovrebbe avermela attaccata ha dovuto aspettare 6 mesi che centrassero la diagnosi giusta; finché non ha avuto la pleura distrutta non hanno cominciato la chemioterapia. E adesso che è a casa con la febbre, ancòra non abbozzano che ha avuto una ricaduta o una recidiva. Lui stesso mi ha raccontato di una OS di 26 anni che, due o tre anni fa, è morta di consunzione senza che i medici avessero mosso un dito. Si parla del 2006-2007, non del 1850 (anzi, magari allora l’avrebbero curata meglio – che è tutto dire).

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

356. Porca paletta.

30 Set

Non che dia la testa al muro, intendiamoci: non me ne frega niente, ma sta di fatto che tutti quei miei foglietti, piccoli e pasticciati, finché rimangono così mi dànno noja. La cosa più importante, per me, era farli, ma mi scoccia lo stesso, perché il fatto di poter mettere tutto qua sopra, nel tempo, è diventata una specie di garanzia – tralasciando le cose più importanti & redditizie che dovrei intanto fare con la macchinetta.

Comunque sia, alla peggio mi sarei sentito dire da alcor che inciampa, o da qualche sconosciuto che tutto quello che scrivo, comprese queste cosucce, sono messe lì nel tentativo occulto di convincerlo di qualcosa.

Riprenderò appena sarò in grado di ricollegarmi alla corrente. Tante cose, tutte insieme, unitamente a tutto quello che m’è successo in precedenza – e non sono stati tutti incidenti, e anche questo ha la sua marcia importanza – m’indurrebbero a dirmi, novo Giobbe: Tutte a me, diocane. E invece mi rendo conto che sarebbe inutile, io non quievi, non dissimulavi, e nessun diocane mi ascolta, o sta lì a farsi dare la responsabilità per la mia dabbenaggine. Con tutti i problemi che dànno gli AspireOne, sono riuscito ad averne uno che non càpita praticamente mai – la rottura dell’accumulatore.

Avrei probabilmente fatto meglio a scrivere qualcosa di pianta, o a copiare, per quanto potevo, il già fatto; ma, come captain Gale tra i bloggeurs più disertati della rete, non potevo correre il rischio (che non c’era: ma sarebbe stato un tentativo, ovviamente, di evitarlo; e sarebbe stata hybris, allora sì apriti cielo) di perdere anche questa ennesima riprova.

Come state?

Io mi sono accorto, jeri, di star mangiando poco. Di tanto in tanto mi succede, ho dei cali energetici paurosi. Quello di jeri è stato il peggiore, sbandavo e sudavo freddo (siete almeno un po’ impietositi?). Mentre aspettavo di far orario per andare a mendicare un frusto di pane alla porta di qualche chiesa intestata a san Ciula, o san Porco, mi sono distratto scrivendo quanto segue sul diario (un moleskine nero, assolutamente incongruente con la mia condizione, ma conto molto sul fatto che qui non si vede, ammenoché non ci metta una foto):

Mercoledì, 29 settembre 2009. […] 17.30, […]. Mi sono fatto un giro, sono andato all’IG. Ho controrisposto a quel Galbiati che sostiene le posizioni di quello Halper, peraltro m’è venuta una fame tremenda, devo precipitarmi da soeur Tirolèse, ma comincio a correre solo tra un’oretta, o un attimo di meno. Un buco allo stomaco indicibile, oggi mi sono entusiasmato

[sic!!]

e questo mi brucia energie e cervello. Probabilmente non posso dfare di più, non lo so, che mangiare più abbondantemente, ma come faccio? Quello mi dànno. E’ una situazione drammatica, dovrei garantirmi almeno un euro di pane al giorno, come riempitivo. Se chiudo gli occhj vedo tavole imbandite, scorgo bu-fè, spio carrelli  sovraccarichi di leccòrnie e bendiddii: mi si parano incontro leccarde di gnocchi alla romana, vassoj mi verdure ripiene, e scutelle di pasteasciutte coi broccoli, le amandole, & l’aglietto, che tanto mi piacciono: mi attraggono lo sguardo famelico pani bianchi dalle morbide interiora e dal cròstolo abbrustiato, che mi convolvono di nebbioline candide quando li sparo, ché ne sussulta via la farina. M’incanto ad ammirare piatti di portata gravati da piramidi di polpette dall’interno di bianche patate; fagiolate intense in sughi bruni, e pomidoro succhiosotti a fette contornati di tropee affettate e riccioli d’aglio striturato, con vezzi verdi di basilico, e zucchine trifolate, che vedo chissà perché affogate nella panna, e ravioli in vapore, e rolate di pastasfoglia, cogli spinacj, & l’uvetta. M’occhieggiano per il dipoi le mezzelune fritte e panciutelle con l’interno di marmellate acidule, e ciambelle marmorizzate in cui il cacao si sente appena; le peschenoci dal profumo penetrante, e le albicocche redolenti e pastose, dall’aroma rotondo dalla nota acutissima. Per ora avanzo la mano su’ risi di chicco grasso e glutinoso, dove ogni grano è isolato dai sughi dall’aroma erboso delle verdure stir-fried, in pezzi piccoli, i peperoni versicolori, il pomodoro a tocchetti, un poco rondelline di sedano, le carote in granelli, e, chissà se ci va, l’aneto a tempestare il tutto con le minuscole dita. Poco, come si vede, di dolci, e niente di formaggio, anche se è solo deficienza dell’immaginazione se non pervengo a figurarmi i castelmagni che si destrutturano in granuli nel miele, i gorgonzoli sfatti, e le paste lattee, piene di sale & di sapori, dei formaggj di monte dalla facies compatta, che ingrigisce appena a mano a mano che ci s’accosta con lo sguardo alla crosta. Mentre, se la moira assiste, dovrò tentare di riempirmi un angolo di stomaco con un frusto di pane gommoso come la pancia della monaca, quella bashtarda, e dentrovi due scagliette di pecorino mezzo saponificato, o la fontina al lattice degli ajuti CE, o qualche po’ di grana dalla pasta fastidiosa, dalla consistenza rimponente, dagli armonici corrosìvi, dagli spessori occlusìvi, dagli effetti lesìvi. E poi, se sarò buono, la frittata di carciofi, specie di sughero abbrugiato sparso & infilzato di filacce dure, sterpaglie ingrate, bagnato nella majonese lardosa, gelatinosa, che sa di muffa; o i peperoni in lacerti puzzolenti di fogna, che intridono e fanno cadere a pezzi imbibiti il pane – tipo “carota” – che tenta vanamente di tenerli insieme, e, proditorio, nasconderli quel tanto che basti alla vista; o le zucchine dall’alito pestilenziale, dalla consistenza di smegma caseificato, con note di ammoniaca e afrori di Po in piena, quando i tronchi e le sterpaglie si bloccano sui rinforzi del ponte Vittorio Emanuele, e rimangono a putrefare al sole malato.

Il mantra ha funzionato: di lì a poco, poi, mi hanno dato due panini con la frittata, ma senza majonese, ed era buona, & saporita; e due panini con le melanzane, buone & fresche; e, da dentro uno scatolo, ho pescato tre pezze di pane con le patate, morbidi, che ho mangiato la sera.

263. E mo?

12 Giu

Non ho mai avuto un passaporto, prima.

Sono stato in p.zza Cesare Augusto, in Questura, Ufficio Passaporti; c’era anche, volendo, una fila della madonna, ma non era cosa che – ancòra – mi riguardasse, poiché sul modulo che il poliziotto mi ha dato da compilare c’è scritto che devo presentare:

  • Il modulo stesso, compilato in (quasi) ogni sua parte
  • Fototessera 2 di dimensioni, &c., sfondo chiaro, &c., distanza dagli occhj, naso, palpebre & sopracciglia &c. mm. tot &c. &c.
  • Fotocopia del Documento d’identità
  • Marca concessioni governative euri 40, 29
  • Versamento su cc postale di euri 44, 66 per costo libretto da 32 pagine (quelli da 48 o quello che  sono li hanno esauriti, arriveranno a fine giugno – ma me ne fregasse qualcosa).

A parte il fatto che versamento e acquisto della marca erano impensabili prima della chiusura (ore 13.00), e che domani ovviamente tutto è chiuso, per cui tornerò con comodo lunedì, la cosa meno sopportabile è che dal momento della presentazione della domanda si deve cominciare a fare una sola cosa: aspettare.

Tutto è relativo, ovviamente, a partire dal concetto di poco e di molto. Nel mio caso la bellezza (bellezza?) di venticinque giorni, esatti, è una cifra di giorni canonica, prestabilita, una specie di temporizzazione della consegna del passaporto, pochi non sembrano. Specialmente perché lunedì, che è il 15, non pensavo di passare per uno squallido ufficio passaporti a consegnare moduli e bollettini e marche concessioni governative. Pensavo di mettermi in cammino.

Quando il passaporto sarà a disposizione, e io sono convinto, intimamente, nella fibra, che mi sia nientemeno che indispensabile – non voglio assolutamente partire senza, poni il caso mi venga voglia di deviare verso Oriente, o di andarmene affanculo da qualche parte in Africa; nel caso, partendo senza, dovrei fare una cosa orribile, ossia tornare, e presentare richiesta; dopodiché non sarebbe una cosa che risolvi una botta e via, sarebbero sempre, appunto, venticinque giorni -, sarà luglio.

Non mi sembra umano.

Ho tre giorni per pensarci. Sono 85 euri di spesa; & 25 giorni di attesa. Devo decidere.

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

256. 15 giugno.

4 Giu

Mi mancano esattamente (giovedì 4 giugno [1], venerdì 5 giugno [2], sabato 6 giugno [3], domenica 7 giugno [4], lunedì 8 giugno [5], martedì 9 giugno [6], mercoledì 10 giugno [7], giovedì 11 giugno [8], venerdì 12 giugno [9], sabato 13 giugno [10], domenica 14 giugno [11]) 12 giorni, e non mi sento né particolarmente angosciato né individuatamente embeauté: la prendo come una cosa fatale, benché la data, quella appunto del 15 giugno, non sia fatale affatto, in sé, dal momento che una scelta del tutto convenzionale: nel senso che non esiste un giorno per me preferibile a un altro, e che il 15 giugno è semplicemente il giorno che spezza l’anno in due parti grosso modo uguali, diciamo pure la metà dell’anno. Tanto per darmi un limite (non eccettuando una sfumatura scaramantica, o magari semplicemente metaforica: spezzo in due l’anno come auspico di spezzare un ordine di cose che mi fa violenza; creo una fessura temporale nella quale infilarmi, come Annibale sulle Alpi, come un topo in un pezzo di groviera, e fuggire, ovvero continuare a vivere), cosa che non faccio, peraltro, da ormai cinque anni almeno; un’abitudine, ormai, anzi un vizio, quello di non darmi scadenze, che comincio proprio da questa data a tentare di eliminare dalla mia vita. Posto che di vita si possa parlare. Per me, detta più esplicitamente, la vita non è una condizione, è un traguardo, che si trova oltre il confine del 15 giugno.

Sono facilitato dall’assenza totale di rimpianti. Nel bagaglio ho alcuni rimorsi, non molti, ma molto grossi, che mi porto dietro dalla precedente residenza. Mi scortano i risentimenti, a cui voglio bene perché sono armati di picca, e mi pungolano senza pietà ad imboccare la via d’uscita. Tra le cose che non porto con me, ovviamente, c’è l’assuefazione a un certa piega assunta dalle circostanze; altrimenti non me ne andrei. Ma non riesco ad eliminare dal carico una punta di orrore, quello che mi suscita l’assuefazione altrui per la piega che le circostanze hanno assunto per me. Ma io sono il solito egoista: non trattandosi di loro, è chiaro che non possono avere i miei stessi sentimenti a riguardo. Per loro è tutto scontato, tutto normale, poiché è successo. Solo io continuo a sperare di raggiungere una condizione tale per cui sia, anche per un istante solo, come se nulla di tutto questo fosse successo. Me ne vado a cercare una triaca, un rimedio.  

Conosco pochissime persone, la città non è la mia e non mi piace, m’è antipatica anche la gente, vivono fuori dal mondo – la capiranno e, convenendogli, ovviamente cambieranno.

Non m’importa nulla delle evoluzioni retoriche in cui potrebbe impegnarsi qualcuno per spiegare, nella maniera più negativa e inutilmente crudele, la mia partenza; come non m’importa di quello che altri che crede di sapere, e di aver capìto, può dire di me in questo momento. Io mi fido del 50% di quello che vedo e dello 0% di quello che sento dire; il punto di vista di chi non la pensa allo stesso modo a questo riguardo non può interessarmi. Non m’importa il ricordo che lascio; sarò costretto ad impegnare la mente per tutt’altro, da adesso in poi, anzi: dal 15 giugno in poi, non chiedo di meglio che di dimenticare. All’essere dimenticato (che, ad abundantiam, non guasterebbe affatto) preferisco di gran lunga il non essere più raggiunto, né raggiungibile.

Non tutto il male viene per nuocere: poniamo il caso che fossi venuto qui in séguito a scelte di vita del tutto sennate, legate a un lavoro, e avessi affetti, amici, parenti, consorti: essendo costretto a partire, il 15 giugno, adesso sarei tristissimo. Ogni angolo di strada mi racconterebbe una storia, avrei a mente cento nomi e cognomi, e mille situazioni vissute insieme con altri, e insomma molte cose da lasciare; un lavoro, alcune amicizie, una casa, un quartiere, in generale una città. Sarei colpito da sentimenti negatìvi, dovendomene andare, dal senso malinconico di dissipazione di un pezzo di vita al sentimento amaro e iperbolico della mia propria personale ingratitudine nei confronti di un luogo che mi ha dato qualcosa d’importante, alla preoccupazione per il futuro, alla destabilizzazione all’idea di un nuovo inserimento, al senso angosciante degli anni che fuggono.

Invece non provo niente di tutto questo, perché qui non ho costruito nulla (e che cos’avrei dovuto fare?), ci ho fatto il barbone, ho un rapporto inevitabilmente e canonicamente cattivo con privati ed istituzioni, e quasi tutto quello che aveva valore per me, consistente infine in foglj imbrattati, che non so nemmeno più che cosa tentassero di raccontare, è sparito. Qui non lascio nulla.

E’ una coscienza anche pericolosa; dipende dalle aspettative, chiaramente, perché se uno è abituato, nonostante tutto, a pensare che nella vita debba esserci per forza qualcosa, non avendo avuto nulla da una parte è facile, fin troppo, convincersi automaticamente che da un’altra si troverà tutto, o almeno una buona parte di quello che si ritiene necessario a dire: Ho vissuto, o Sto vivendo, o almeno Ci sto provando. Ma per quanto attiene al futuro, sarà mia cura non spingermi troppo oltre con la fantasia, senza colorirlo di tinte troppo brillanti, o troppo oscure. Un dato oggettivo c’è: che me ne vado, e che qui lascio solo il resto di niente. Pensarci, fino a qualche tempo fa, mi avrebbe probabilmente immalinconito; facilmente  mi sarei chiesto: Come faccio ad andarmene, se non sono riuscito a costruire nulla, qui? E anche: Che senso ha cercare altrove quello che nemmeno qui sono riuscito a trovare? Tutto questo nei termini vanamente universali degli interrogatìvi morali. Ma non mi pongo domande retoriche di questo tipo perché adesso finalmente so, ho la piena consapevolezza, che, comunque andrà a finire, se me ne vado mi salvo. Qui spazio per me non ce n’era: provarci e non riuscire sarebbe stata troppa umiliazione; provarci e riuscire sarebbe stato immorale. Qui non doveva nascere nulla. Questo posto esiste perché io lo sfugga.

Adesso che lo so sto più tranquillo. Il bagaglio non è leggerissimo, nonostante tutto; ricordi squallidi, strani giri che non capisco, il sentirmi sempre sotto malevola osservazione, il non poter muovere un passo senza vedermi assediato dalla curiosità, dalla violenza altrui, la chiarissima consapevolezza della mia totale mancanza di energie, del defluire del loro residuo da me come il soffio vitale da un cadavere, le conseguenti scarse speranze oggettive; tutto questo non pesa poco.

Essermi almeno liberato dall’angoscia, da quell’angoscia, è un bel sollievo.

253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

237. Che ci fa, qui, QUESTA?!

9 Mar

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/appello_con.html

L’assistenza a tempo determinato per gli immigrati comunitari. Il Servizio Adulti in Difficoltà (S.A.D.) del Comune di Torino a fine maggio ha fatto pervenire alle case di ospitalità notturna una circolare contenente le nuove disposizioni in materia di accoglienza riguardo agli stranieri comunitari, operative, in forma sperimentale, a partire dal 1° giugno 2008.
Gli ospiti, la cui nazionalità è inclusa in un elenco comprendente gli stati membri e quelli equiparati, sono tenuti alla compilazione di un atto sostitutivo di notorietà in cui dichiarano di avvalersi del servizio, per la prima volta dopo la data di entrata in vigore e garantendosi l’accesso al sistema delle liste di attesa per un periodo massimo di 3 mesi. Tale limite verrà notificato dagli operatori in turno apponendo una data di scadenza su tale documento, redatto in duplice copia, una in lingua italiana da inviare al S.A.D., l’altra in lingua rumena da consegnare all’interessato.
Non sono state fornite al momento traduzioni in altre lingue.
Il ridotto periodo di ospitalità è prorogabile o revocabile a discrezione dell’ufficio competente in base alla singola analisi dei casi; studio già parzialmente redatto e dal quale emerge una lista di poco più di una decina di soggetti recanti problematiche sanitarie degne di nota e che pertanto al termine del periodo individuato di tre mesi potranno essere accolti nei soli posti di emergenza riservati alle persone in stato di grave disagio.
Tale elenco è ovviamente passibile di defezioni ed incrementi del numero di soggetti inseriti.
Gli altri comunitari richiedenti ospitalità verranno inseriti in una ulteriore lista a disposizione delle case e del S.A.D.
Le motivazioni cui si fa riferimento per chiarire il ricorso alle nuove norme fa cenno al progressivo aumento delle richieste di ospitalità giunte da persone provenienti, in particolare, dall’Est Europeo, nonché all’esigenza di tutelare soggetti in condizione di estrema marginalità a scapito di altri in possesso di discrete abilità personali.
Gli operatori vengono inoltre invitati a sviluppare forme comunicative idonee al recepimento delle direttive unite a strategie anche di controllo al fine di prevenire chi utilizza le limitate risorse a disposizione per assecondare i propri progetti di vita personale e familiare a scapito dei più fragili.

Come operatori, dopo attento dibattito, ci sentiamo in dovere di muovere una serie di critiche alla circolare in oggetto sottolineando la distanza che ci separa da logiche che riteniamo nemiche dell’etica professionale del lavoro sociale.

(…).

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/adesioni_appello.html

Hanno finora aderito all’appello

Singoli Operatori Enti / Agenzie

Franco Cantù – Torino
Lorenzo Camoletto – Torino
Maria Teresa Ninni – Torino
Tiziana Ciliberto – Torino
Raffaella Rizzello – Torino
Giuseppe Forlano – Torino
Mauro Maggi – Torino
Nicola Pelusi – Torino
Sabrina Sanfilippo – Torino
Lucia Portis – Torino
Susanna Ronconi – Torino
Massimo Carocci – Torino
Nanni Pepino – Torino
Ugo Zamburru – Torino
Tonino Ponzano – Alessandria
Alice Rossi – Torino
Angelo Pulini – Torino
Daniele Di Gioia – Torino
Hatimy Abdelouahed – Torino
Marco De Giorgi – Torino
Maurizio Poletto – Valle di Susa
Enrica Recanati – Torino
Luciana Monte – Rivoli (TO)
Mauro Milesi – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Luigi Arcieri – Torino
Andrea Fallarini – Torino
Gene Apicella – Torino
Mohammed Tallaoui – Torino
Paola Conterio – Torino
Angelo Giglio – Torino
Giulia Suriani – Torino
Alessandra Gallo – Torino
Massimo De Paolis – Torino
Carla Mereu – Chieri (TO)
Rocco Mercuri – Torino

Anna Chiarloni

– Torino

Terry Silvestrini – Torino
Sabrina Anzillotti – Orbassano (TO)
Fabio Tedeschi – Torino
Paolo Bianchini – Torino
Davide Sprocatti – Torino
Andrea Guazzotto – Torino
Maria Grazia Barbero – Ivrea
Egidio Costanza – Cuorgnè
Roberto Bellantone – Torino
Tatjana Mianulli – Torino
Marco Spada – Torino
Paola Bertotto – Rivoli (TO)
Daniele Previati – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Ombretta Turello – Alessandria
Manuela Cencetti – Torino
Chicca Scarfò – Torino
Epaminondas Thomos – Torino
Giovanna Murru – Torino
Roberto Piscitelo – Torino
Younis Kutaiba – Torino
Raffaella Sorressa – Torino
Mauro Calò – Torino
Federico Carruccio – Torino
Eliana Enne – Torino
Cristina Salomoni – Torino
Anna Liberatore – Torino
Veronica Paolella – Torino
Federica Sanna – Lanzo (TO)
Claudio Rolfo – Torino
Francesco Vacchiano – Torino
Silvia Pescivolo – Torino
Carla Gottardi – Torino
Cristiana Cavagna – Torino
Francesca Morgano – Torino
*******
Associazione Nazionale Forum Droghe
Circolo Caffè Basaglia – Torino
Associazione Isola di Arran – Torino
Associazione Nico 93 Solidarietà AIDS – Alessandria
CSOA Gabrio – Torino
CUB Sanità e Assistenza – Torino
A.I.Z.O. rom e sinti – sede nazionale di Torino

231. Memento.

7 Feb

Ultimamente posto solo versi, perché mi portano via poco tempo, o quasi nulla, ma giusto per aggiungere qualcosa al blog — per fare cosa gradita non posso dire, perché sarebbe presunzione, e poi, beh, mi conosco. Mi dispiace, un po’, ma sto scrivendo altra cosa, che diventa sempre più complicata da fare, di là dal suo ampliarsi, anche e soprattutto a causa di una sempre più accentuata incompatibilità ambientale, che forse dipende in misura non indiretta proprio da quest’ultimo sforzo compositivo. Coi seguenti l’autore, che non aveva pace e di quando in quando avrebbe voluto dare la testa o al muro o sulla faccia di qualcuno, rammentava (“memento”, appunto) a sé stesso qualche forse utile, forse inutile principio – dipende, è chiaro, dalla capacità dell’autore di tener presenti, dopo essersene reso conto, taluni principj; tra i quali principj, anche, qualcosa di a sé nuovo e causa di stupore, perché l’autore  lamenta effettivamente, tuttora, significative lacune, e la consuetudine con gente stronza è sempre di per sé abbastanza istruttiva (benché solo per preparare all’incontro con altra gente stronza).  

Rendersi conto che a non tutti è dato
Lo stesso, e che non son pochi ventanni
Per sapere che, in sé, dolore e affanni
Mai la mediocrità hanno sollevato.
   Rendersi conto che il vigliacco agguato
E’ questione d’ogni angolo, e gl’inganni
Non scampa la mitezza; e molti danni
Subìti il tempo non ha mai curato.
   Rendersi conto che soltanto i panni
Si cambiano, ma è sempre uguale il fato,
Specie per quelli che scordato l’hanno.
   Rendersi conto che, scorrendo, gli anni
Certo molti imprevisti han comportato;
Ma il tuo passato non cancelleranno.

230. “Turin” (da Benn).

7 Feb

“Vado, le scarpe rotte, per la via”,
Ha scritto il grande genio universale
Nell’ultima missiva — stette male,
Lo portarono a Jena — psichiatria.
    “Libri per me non riesco a comperarne,
Sicché li leggo nelle librerie;
Appunti — esco a comprarmi un po’ di carne: —
Così, a Torino, le giornate mie”.
    Lor Fetenzie la pancia piena rasa
A Pau, Bayreuth, Epsom s’ingolfavano.
Abbracciò due ronzini che passavano,
Finché lo trasse il suo affittuario a casa.

Con qualche licenza, da Gottfried Benn, Poesie statiche 1935-1946.

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

221. Chi è? Chi è?

27 Nov

Chi è quella deficiente che ha cercato Alessandro Cazzi ottanta volte prima delle 8.00 di stamane (facendo lievitare vertiginosamente il numero delle visite, ciò che avrebbe pure potuto farmi un po’ piacere, posto appunto che non si fosse venuti a cercare proprio quello)?

220. Articolo duecentoventi.

22 Nov

Non è che abbia molto senso scrivere un post in cui si dice che non si ha voglia di scrivere — anche perché non è proprio vero: scrivo in continuazione, se è per quello, ma è la voglia di scrivere qualcosa di sinforoso, di concinnato & ben costrutto quella che mi manca; ma tant’è (il tant’è si collega a quello che c’è prima dello hyphen; vale a dire, nel caso in cui non fosse chiaro, magari proprio per niente, che lo so, che no, non ha proprio nessun senso scrivere un post in cui si dice che non si scriverà niente di che; ma è proprio quello che sto facendo, sicché suppongo che un tant’è ci stia bene, sicché ce lo metto — cioè, l’ho messo).

Al momento, in realtà, mi sto occupando di tutt’altro — non di tutt’altro che scrivere, mi sto occupando di altro, non sto scrivendo cose che possano finire in rete perché sono troppo lunghe e non sono complete. E anche se avessi pezzi brevi & in sé conclusi non avrei nessuna voglia di mettermi qui come un pirla a copiarli — cosa che ho fatto spesso nel passato, ma l’intenzione era appunto, se non quella di condividere alcunché con chicchessia, quella di ripassare sul testo, correggerlo, migliorarlo. Be’, si dà il caso che al momento non mi senta di scrivere cose belle, e non mi senta capace di migliorare alcunché. Sono, insomma, in una fase di vomito continuo; ma anche di chiusura rispetto al mondo, non mi sento comunicativo. Cioè, non sono mai stato comunicativo; il fatto è che non ho nessuna voglia di far finta di essere comunicativo. Prima di tutto non mi riuscirebbe (posto che mai mi sia riuscito, ma in questo caso, nel caso di questo preciso pomeriggio di sabato, meno che mai). Punto secondo — non c’è un secondo. Sono alla frutta. Avrò il diritto, no?

Non sono né angustiato né mi sembra di star facendo una di quelle imbarazzantissime confessioni da blog che mai e poi mai si farebbero con qualcuno incontrato per la strada — se qualcuno di voi m’incontra per la strada, se ha proprio tanta voglia di rompersi i minchioni, può anche fermarmi e chiedermi di ripetergli tutto questo da capo a fondo. Magari non con le esatte parole, ma gli ripeterei il concetto esattamente per com’è esposto qui, nella sua succhiosa essenza. Stato soporoso, meschino, squallido, che suppongo essudi dalle mie affermazioni, per scritto e in voce, per qualunque siasi formulazione io voglia optare. Sono spompato, mi rassembro a uno stronzo molle: questa è una formulazione più densa e altrettanto veritiera, dal punto di vista euristico esattamente equipollente. E’ questo uno dei rari casi in cui forma e contenuto, volendo, possono anche essere distinti, ma comunque è inutile, perché anche distinti sono esattamente sovrapponibili.

Oggi, però, è una bella giornata.

217. Ah…

12 Nov

… e vaffanculo a Mario Bianco, naturalmente.

208. 20 ottobre.

20 Ott

Il titolo del post non tragga in inganno: si tratta molto semplicemente della data di oggi. Giorno per me sempre funesto, insieme con quello dell’8 marzo (la festa della donna non c’entra assolutamente nulla, ovviamente), ma non è di questo che voglio parlare — non è il caso, non qui.

Ecco, jeri parlavo della gente di merda, lumeggiando appena alcuni degli scambj — ma proprio così, incidentalmente, per dare un’idea — di pettegolezzi e vaccate che per un pajo di mesi, ormai, si sono succeduti. Io, non sapendo che cosa fare di meglio la sera, mi sono rassegnato a sedere spesso in pizzo a qualche panchina, alternando gli sbadiglj con la odd sentence lasciata cadere di tanto in tanto, mentre subivo chilometri di blatere ed esplosioni astiose.

Dovevo ben immaginarmelo che, come barbone, non dovevo fidarmi delle compagnie che avrei trovato. Non si tratta di innocui spostàti, no, si tratta di pazzi completi, furiosi e unbounded. L’inizio della fine dei miei rapporti con essi è stato quando l’Imbecille è riuscito a reinfilarsi in casa della Vacca raccontandole che, se c’era stato qualche dissapore tra lei e lui era tutta colpa mia (quale sarà il mio aggettivo sostantivato? Povero Pirla?), che mi sono adoperato in ogni modo affinché finisse in mezzo alla strada, insieme a me. Probabilmente per mie gelosie, per il fatto che loro hanno una casa e io no, e poi si sa che quelli come me odiano le donne.

Qualcosa mi dice che mi sono sottratto appena in tempo (o quasi). Infatti oggi sono andato come di consueto al M.te de’ Cappuccini, dove quando ne ho bisogno posso chiedere qualche vestito. Stavolta il frate me li ha negàti, con una scusa qualunque, cioè inventando una frase che avrei detto tempo prima e che l’avrebbe lasciato offeso. Mi pareva evidente che parlasse a suocera perché nuora intendesse. In effetti, l’Imbecille e il Subnormale, fino alla settimana scorsa, sono voluti salire con me a prendere i panini dal frate. Sabato non sono andato. Loro evidentemente sì. E m’è tornato in mente qualcosa di vago che avevo sentito a proposito di Racchia, una cosa che al momento non avevo capìto, circa il fatto che avrebbe chiamato i Vigili e/o l’Asl per fare un’ispezione nella casa della Vacca, che in due case minuscole, in condizioni igieniche pietose, ha qualcosa come ventisette gatti (posto non ne siano morti altri nel frattempo), nessuno dei quali vaccinato e con l’Aids felino. Non avevo capìto allora, capisco adesso. [Dopo la segnalazione, naturalmente, le due hanno continuato a strusciarsi insieme. La Vacca probabilmente deve aver detto qualcosa di compromettente ai genitori della Racchia, che sono due casi umani, e la cosa poi è andata avanti di ripicca in ripicca, questa è una troja, quella è una bocchinara e ci siamo riconciliate e tesoro sei la migliore amika]. Quanto al M.te de’ Cappuccini, mi limiterò a non andarci più. Un pasto al giorno, comunque, mi è di norma sufficiente. 

Possono passare anche a s. Antonio, volendo, ma non credo che riusciranno a farmi negare il pasto: lì extra non ne chiedo e non ne dànno.

Non farò, per ora, nulla: lo prendo, temporaneamente, come parte integrante del mio quotidiano martirio. Sono stato un idiota a permettere che si arrivasse a questo livello di confidenza, la colpa in fondo non è d’altri che mia. Non farò nulla anche per ragioni concrete, materiali: a parte il blog, che mi concede al più mezz’ora di nugae al giorno, sto tentando di finire qualcosa, e, con quel qualcosa, di risolvere un po’ la situazione. Peraltro, non è nemmeno un momento dei più brutti. Intendo sfruttare intensivamente la vena, finché produce, in modo da andarmene il prima possibile da questa città. Non è questo il momento per pensare a queste cose.

Potrebbero succedere cose più gravi? Non lo so. Tutti abbiamo qualcosa da perdere, anche quelli, come me, che sembrano non avere nulla. Impossibile prevedere dove potranno arrivare le passioni distorte, risentimenti e gelosie, di un gruppo di malati di mente che si eccitano a vicenda, e perlopiù a vicenda si aggrediscono, salvo che non ci sia qualche malcapitato di passaggio. Non nego di non aver previsto nulla del genere: la mia è stata un’idiozia, come già detto, e della più sesquipedale specie. Dovevo evitarli, e purtroppo, data la mia fiacca abitudinarietà — sono un barbone molto metodico, in un certo senso, la mia è una vita esteriormente assai monotona –, sono quasi sempre raggiungibile. Alla peggio riparerò in qualche altra biblioteca — m’è tutto assai scomodo, ma pazienza. E poi me ne andrò.

E’ bello il commento del marinajo  sotto il post “Gente di merda” che precede questo. Ma non prevede, nei rapporti umani, la rilevanza di un fattore: e cioè l’ìmportanza di quello che siamo noi  che veniamo in contatto con le persone. Persone che non si permetterebbero mai uno sgarbo a chicchessia, di fronte a una presunta debolezza, non appena presumono di avere una misura, piccola o grande, di vantaggio su qualcuno, scoprono una malvagità senza pari. E questo, trovo, è molto interessante e istruttivo, & meritevole di approfondimento.

Riprenderò questo argomento solo e se ci saranno ulteriori sviluppi (specie sgradevoli, ma non necessariamente per me).

204. La vendetta del broker fantasma.

8 Ott

Negli Usa un broker
perde tutto: si uccide
e stermina la famiglia.

LEGGO, mercoledì 8 ottobre 2008.

203. Recessione.

7 Ott

Non ho trovato, alla fine, i componimenti — saranno andati perduti come un po’ tutti i miei scritti, via via, tra dimenticanze in armadietti occupàti ad oltranza, sottrazioni indebite, distrazioni mie. Intanto mi dedico ad un’ode, uno di quei componimenti a cui mi applico con quella deliberatezza che Shelley definiva l’unica cosa impossibile al mondo, quella che vorrebbe legarti a tavolino a scrivere una poesia. Non è possibile — ma è vero anche che non ho un tavolino, e questo forse cambia i termini della questione. Non tutto il male (compresa la mancanza di un tavolino propriamente inteso) vien per nuocere.

In compenso ogni tanto mi accorgo che le cose intorno a me cambiano, magari tramite uno di quei giornali gratuiti. Ho ristretto la lettura dei giornali gratuiti, su una rosa di tre testate, ad una sola, perché ho notato che la stragrande maggioranza delle notizie che riportano sono di nessun momento, cose da tabloid, mentre le poche notizie rilevanti sono riportate con uno stile sovente così balordo da non riuscire nemmeno ad informare: a chiusura di giornale ne so meno di prima, con in più la frustrazione di non poter sapere esattamente che cosa sta succedendo nel mondo. Dovrei frequentare di più l’emeroteca della biblioteca in cui mi reco spesso, e in realtà nessuno mi vieterebbe di andare lì a leggermi la Stampa o Repubblica, solo che l’elevata affluenza di truzzi e di tamarri modello pre-Gescal da cui la sala è interessata mi hanno indotto, col tempo, assai stupidamente, a concepirla come zona proibita o pressocché.

Sicché nel frattempo mi limito a City, non perché sia più bello degli altri, ma perché nell’ultima pagina ha due sudoku, che sono divenuti parte delle mie non molte abitudini ossessive quotidiane. Di norma, prima faccio i sudoku, che mi riescono da quando, dopo la pausa estiva, sono diventati spesso scandalosamente facili, poi leggo il giornale. Oggi il titolone riguardava la crisi economica, vale a dire il crollo delle borse di tutto il mondo — era accompagnato dalla faccia angosciata di un operatore con gli occhiali, la mano sulla bocca, gli occhj appallàti. Po’ro cocco, mi spiace tanto per lui. A dir vero, mi spiace assai più di quello che ho saputo da un’amica quando la crisi, giorni fa, si preannunciava, e cioè l’andata a monte di certi investimenti (cosicché ho scoperto l’esistenza di banche d’investimento, distinte dalle banche di credito o come altrimenti si chiamano — non sapevo di questa distinzione, e comunque è un’informazione che mi vale solo accademicamente, in primis perché non ho soldi da investire, secundum perché non acquisirei mai le competenze necessarie ad investire senza gettare i soldi, tertium perché le banche d’investimento stanno sparendo).

Intanto, intorno a me, la gente costruisce artigianalmente la propria vita, a prezzo, sì, di sacrificj e imminchiature, ma anche di una grande, meticolosa attenzione. Un’attenzione che io non presto, perché mi manca tutto: mi sono rimaste maglie larghissime, da cui tonni e balenotteri si divincolano guizzando e sollevando schizzi, dove gli altri setacciano tritàti finissimi con scrimitosissimi buratti. Mi rendo conto di che cosa voglia dire essere diventati veramente rozzi, non so se mi spiego: non intendere più, proprio io che sono sempre stato facilone e assolutamente schematico nelle relazioni umane, e quindi predispostissimo al barbonaggio, certe nuances, mancare totalmente di capacità categorizzante, non avere certe forme di riguardo, aver bandito dai proprj orizzonti qualunque idea di futuro — niente programmare, niente decidere per l’indomani, il ritrovarsi a dirsi, tutt’al più, di tanto in tanto Ah, sì, ho dimenticato la tale o talaltra cosa in questo o quell’altro posto, e decidere con calma anche eccessiva, mentre penso ad altro, se recuperarla o no — tanto nulla di quello che ho vale qualcosa.

In compenso ho altri segni per rendermi conto del cambiamento. Ho cominciato a sospettare della crisi, per esempio, quando non mi è stato più possibile, in pur lunghe peregrinazioni notturne, trovare in terra non inapprezzabili segnali del passaggio di miei simili con più prestanza di me, pezzi da cinque, da dieci euri solitamente accartocciàti o piegàti a metà (una volta, appallottolàti, due pezzi da cinquanta in via Po!), pacchetti di sigarette semintonsi e talora interi, buste di tabacco mezze piene con le cartine appiccicate o infilate dentro, &c. Durante l’estate è difficile fare simili ritrovamenti, perché ci sono meno tasche in cui frugare e tra cui confondersi; la gente beve meno alcolici e assume meno droghe leggère. A metà settembre avevo ricominciato a trovare un cinque, poi un dieci, poi un altro dieci, un pacchetto di Diana blu morbide chiuso e implasticato. Poi, negli ultimi giorni, più niente. Poteva darsi benissimo un momento meno fortunato, ma per qualche mia confusa idea post-marxista tendo a non credere tanto nella fortuna. Possibile, nemmeno più una sigaretta dimenticata in qualche pacchetto (si apre con le punte dei piedi, c’è chi lo fa con maggior eleganza rispetto a me, con una, senza schiacciare, tieni il pacchetto, con l’altra schiaccj leggermente sulla chiusura; nei casi più fortunati basta un piccolo calcio, ti accorgi sùbito del peso maggiore rispetto al solito, certe sensibilità si acuiscono come ai ciechi), pezzini da cinque centesimi o da uno, lo strano e comunque non per me interessante scialo di certe cibarie (focacce, prodotti di pasticceria) lasciate su muretti e davanzali? E, in parallelo, il crescente numero di gratta-e-parca non buttàti interi, ma rabbiosamente strappàti in tanti pezzi piccoli, molte buste con l’intestazione di banche Intesa sperdute in strade secondarie, spesso a brani anch’esse (e t’immagini la gente esasperata che scende in strada, con la busta, e fa passeggiate nervose, di prima serata, per stare sola e non subire l’oppressione degli appartamenti sempre troppo piccoli, dei parenti sempre troppo poco comprensivi, l’angoscia dei soldi sempre troppo pochi, dà uno sguardo alla comunicazione, e poi, contenta di non dover conservare gli ennesimi foglj, strappa e butta all’aria, sotto i cordoli dei marciapiedi).

Su una scala sufficientemente sensibile sarebbe possibile, ovviamente, porre molta gente comune, in questo momento, su un gradino molto più vicino al mio di quanto fosse pensabile magari soltanto qualche mese fa. Eppure nulla come questo presunto avvicinamento mi rende altrettanto patentemente manifesto l’abisso, inveduto ma ben aperto, che si è spalancato ormai anni fa tra me e quella molta (altra) gente.

199. Per Vincenzo Appuzza.

29 Ago

Stamane (mi trovo alla Nazionale), connessomi, apro, dopo la posta, la board del blog e mi ritrovo con due messaggj di spam in attesa dentro il cestino di akismet. Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio62 su wordpress e blogvillage), con i risultati di due ricerche con google e una serie di marcj insulti al sottoscritto.

Il quale gli avrebbe dato dello “homeless”, scopro con stupore: cosa mai avvenuta.

Semmai “straccione”, ma “homeless” mai e poi mai.

I due sconcj messaggj contenevano le espressioni “vaffanculo”, “stronzo” e “figlio di puttana”. Reso edotto il pezzente schifoso che me li ha mandati che se si tratta di andare a fare in culo ci vado, e quanto mi pare, indipendentemente dai suoi inviti; che, stando all’odore, dei due lo stronzo non credo proprio di essere io; che mia madre fu una persona onesta, a differenza di quello sfasciume pustoloso e ignorante che ha dato i natali al suddetto pezzentone, mi pregio di informarlo che:

1. I suoi messaggj a questo blog sono filtrati, e da lunga pezza, ragion per cui è del tutto inutile che scriva di nuovo, men che meno insulti, che può provarsi a rivolgermi personalmente in qualunque momento, senza ricorrere al vigliacco tramite della Rete;

2. Che è del tutto inutile che si atteggj a màrtire, e che presuma di inchiodare gli altri alle proprie (peraltro inesistenti) responsabilità quando non si pèrita dal ricorrere a mezzi patentemente illeciti per sfogare le sue rabbie insulse — correndo peraltro il rischio di una bella denuncia alla polizia postale.

3. Che qualunque altro attentato alla mia pace, tramite Rete e no, sarà riferito qui sopra, coralmente, in modo che chiunque passi sappia di che pasta è fatto Vincenzo Appuzza. Salvo, appunto, rivolgermi alla Polizia.

Consiglio di dedicare meno tempo a cercare lambiccate mendicate scuse per il fallimento di una vita, e un bel po’ di più all’igiene personale.

Fine della comunicazione.

*************************************************

Pare incredibile, ma il relitto umano (e gran figlio di una troja) s’è permesso di mandare ancòra queste due perle:

  • enzo | vincenzo.appuzza@alice.it | enzuccio69.wordpress.coms | IP: 158.102.162.9Suggerimento: Risparmia tempo premendo Invio sulla tastiera, anziché fare clic su “Cerca”
    se non hai un cazzo da pettinare ficcati un dito uin culo magari poi lecchi,vedi di che merda sei fatto.

    Risultati di ricerca199. Per Vincenzo Appuzza. « anfiosso29 ago 2008 … Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio69 su …
    anfiosso.wordpress.com/2008/08/29/199-per-vincenzo-appuzza/ – 3 ore fa – Pagine simili

    Non è spam — Ago 29, 1:49 PM — [ Visualizza Articolo ]

  • enzo | vincenzo.appuzza@alice.it | vincenzo.appuzza@alice.it | IP: 158.102.162.9199. Per Vincenzo Appuzza. « anfiosso29 ago 2008 … Vado a vedere di che cosa si tratta, ed ecco che mi vedo apparire due sgrammaticate fetenzie, autore Vincenzo Appuzza (enzuccio62 su …
    anfiosso.wordpress.com/2008/08/29/199-per-vincenzo-appuzza/ – 3 ore fa – Pagine simili

    rivai a vanculo, se non hai un cazzo da pettinare ,ficcati due ndita in culo ,e ,poi leccati le dita, nessuno ti autorizza a menzionare il mio nome

    Non è spam — Ago 29, 1:45 PM — [ Visualizza Articolo ]

  • Questo mentre avvertivo i responsabili della biblioteca di quale uso si stesse facendo dei terminali messi a disposizione del pubblico.
  • Mi sa che non sono stato chiaro.

196. Il Corvo.

7 Ago

L’altro giorno leggiucchiavo alcuni albi (4, del ’94, l’ed. italiana) de Il Corvo, il fumetto (1988-’89) di James O’Barr da cui poi i quattro film dark-fantasy (1994, 1996, 2000, 2005). Una cosa straconsolatoria: uno zombie, Eric Draven, si vendica di una banda di tossici che ha fatto fuori, a freddo e per puro divertimento, lui e la moglie Shelly, in pieno idillio neomatrimoniale. Una cosa borghese, insomma, nella quale la fonte del compiacimento è nel “valido” pretesto fornito al vendicatore per l’adozione di pratiche sadistiche e di uno spiccato travestitismo: molto Tom of Finland le scene, abbastanza frequenti, di bettole e osterie da bassifondi, con molti culi scolpiti inguainati nel cuojo, stivali, anfibj, scialo di bistri e rossetti. Noto anche una nota fortemente regressiva nella concezione dei volti, tutti con occhj grandissimi, come ce li hanno i cuccioli e i bambini. L’aspetto regressivo specifico, centrale, è quello della reversibilità — prima di tutto nella scelta della figura dello zombie, che poi è una sorta di joker e vampiro “asciutto”, un ritornante, che simbolicamente serve a lenire l’amarezza dell’essere “morti dentro” tramite la prospettiva del tutto fantastica di un’acquisita onnipotenza. Il Corvo ninna le coscienze — con le sue straccionissime atmosfere dark anche quelle dei più spostati — con la favola che sia sempre possibile riparare il torto, anche il più estremo, con la possibilità di ricorso al soprannaturale per rimediare il dolore della perdita, o la perdita tout court. Tutto questo è arcinoto.

Se, tuttavia, la funzione simbolica di queste scritture e storie è ingenua e fallosa, il vantaggio che hanno su rappresentazioni più mature, o semplicemente ciniche, rinunciatarie, sfiduciate, superficiali in ogni altro senso, è proprio nel loro sorgere da un più serrato, immediato confronto col dolore, nella più positiva speranza di una forma di salvezza — cioè in un bruciante, immediato ma coerente, durevole, bruto desiderio della stessa –, nonché nella consapevolezza profonda di averne pieno diritto. Il modello remoto è quel miracolo che ha titolo Il conte di Montecristo, l’unica novità del genere e il vero capolavoro, dove effettivamente è rappresentata, con un’ironia che i più remoti e inconsapevoli discendenti di Dumas père non hanno poi mai avuto, una cristologia antifrastica, che nel nome della giustizia per gli oppressi scivola facilmente e come automaticamente in un giustizialismo abbondantemente pagano, rivoluzionario. Rodolfo di Gérolstein era ancòra intermediario, e quindi garante di un ordine costituito talora disfunzionante (lui era lì a mettere una toppa, diciamo, di tanto in tanto); Edmond Dantès è assolutamente autogestito, e la sua carriera di vendicatore coincide con il suo percorso di miglioramento di sé — commutativamente, il miglioramento di sé è un riscatto sociale, ossia una vendetta. Non tutto quello che stava nei presupposti illustri del grande filone è pervenuto ad epoche più recenti.

Ma non è nel progetto ultimo di queste scritture che dev’essere cercato il loro valore — perché se hanno attrattive, allora hanno valore –, quanto nell’inesausta sete di giustizia, nella vigorosa consapevolezza del diritto alla vita e alla felicità. Se dunque il presupposto è increscioso e miserevole, e la conclusione, o pseudo-soluzione, è miserevole due volte, è il durante, il suo dipanarsi configurandosi come ostinata, non vinta reticenza alla dissoluzione degli astj e dei rancori nell’obbligatoria quiete, metodica e punteggiata di segnali rassicuranti, a cui sono finalizzate le leggi della convivenza, che si propongono insieme come inibitorie ma anche come lenitive, che dev’essere scovato il pregio di questa narrativa. In fondo, in qualunque narrazione il presupposto e la finalità sono secondarie rispetto allo svolgimento. In questo caso la “parte centrale”, nei due sensi, comunque sia inquadrata, consiste nella rappresentazione del rancore e della brama di liberazione; in forme ipertrofiche, iperespressive e violente rancore e brama di liberazione diventano mera pornografia: e la pornografia, si sa, è istruttiva. Diventano concepibili, acquisiscono una liceità. In questo è la loro funzione; e il loro forte richiamo, nonostante il tratto squallido, il cattivo gusto, l’implausibilità — proprio grazie all’incresciosa, volgarissima scopertura delle intenzioni sottese (e neanche tanto sott-).

193. Dattiloscopia.

8 Lug

Questa cosa di alcor è bella, utile e comportevole.

Nel frattempo ho sentito, sempre a proposito dei bambini rom (che ovviamente non sono gli unici e i soli ad essere schedati in questo modo, ma è ovvio che per loro si senta più rincrescimento), che a Napoli e a Torino è già stato fatto.

191. bem bero e bera sono tre cretini?

4 Lug

Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2008-07-04

Riassumere: 7 Giorni 30 Giorni Trimestre Anno Dall’inizio

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189. “Vite perdute per strada” di Fabrizio Filosa.

28 Giu

Quando urza me l’ha visto in mano ha pensato seriamente a una provocazione. Quando gli ho detto che l’idea era lungi da me, e l’ho convinto, m’è parso preoccuparsi; mi ha chiesto che cosa non stia andando, in particolare, nelle mie condizioni attuali, se i servizj sociali funzionino ancòra a dovere, quanti pasti mi siano garantiti al giorno, se mi trovi in una situazione di disagio particolarmente acuto. Nulla di tutto questo: io leggo volentieri libri sul barbonaggio, specialmente quelli di ordine crassamente idio-biografico, perché vi si trovano spunti interessanti, per la vita, per la scrittura, insomma stimoli all’immaginazione. C’è un grande bisogno di immaginazione. Mentre venivo qui, un signore dalla brutta e antipatica faccia da tipico gianduja subalpino, frutto di trentadue generazioni di incesti selvaggj, un abisso di torva idiozia di cupa demenza sotto la fragile maschera imposta dal benessere , mi fissava con sguardo diabolico, con sorriso sardonico, reggendo la copia fresca della Stampa aperta davanti a sé. Eh, lo so, ne ridono tutti così, la gente istruita. Fino a un anno fa avrei provato il desiderio di cacargli in gola. Adesso, oramai, lo compatisco, perché so che trascina una vita di merda — il patrimonio genetico e le false convinzioni ne hanno fatto un morto che cammina — lui e tutti quelli che gli assomigliano, intendiamoci, che (intendiamoci, però) io non disprezzo, cioè non disprezzo più. L’autor del Leviatano dice che ride, sorride, degli altri, deride gli altri chi è sicuro del proprio destino. Io non sono sicuro di nulla, quindi non sorrido, non rido, non irrido, non derido. Compatisco, senza più compassio, sempre sperando — beninteso — che nessuno dei diretti interessati se ne accorga.

Il libro di Fabrizio Filosa, pp. 171, pref. di Oreste del Buono, Muzzio, Padova 1993 è molto bello, ha scelto con cura le storie che compongono il libro, raccolte dalla viva voce di 13 barboni, uomini e donne, di Milano, di Roma e di Torino.

Perché è anche, o soprattutto, una questione di storie, di — horresco referens, ma la movenza usata in questi casi è questa — “storie di vita”. Giungere alla perfetta sicurezza circa il proprio destino, quello dei proprj familiari, quello della propria categoria è frutto di una violenza incessante; non posso dire che “la rifiuto” perché, per mia costituzione, sono totalmente alieno da questi meccanismi — ma nessuno, ed è sicuramente un’altra delle fortune che mi sono capitate, capisce quale sia il mio merito in questo — e una volta integrato finirei coll’aver sempre la parte peggiore. Comunque sia, nessuno al mondo può sfuggire alla società: ad un titolo o ad altro, tutti siamo integrati nel sistema da cui dipendiamo: una vera e propria “uscita” da esso, quale dovrebbe essere determinata da quello che si chiama emarginazione, è materialmente impossibile e inconcepibile. Fuori dai margini non c’è nulla; il dropout non droppa in nessun “fuori” reale. Cambia, radicalmente e con conseguenze sempre più incalcolabili, il modo di star dentro. E’ vero che ci si esclude da certi giri precostituiti; ma entrare nell’indeterminato, o nel meno determinato, o nel diversamente determinato, non vuol dire “uscire”. Nessuno esce. Si cambia posizione, punto di vista — nulla si cancella, tutto si reinveste in una chiave del tutto diversa. E poi ci sono anche esperienze, non sempre dirette va da sé, diverse. Più il punto di vista diverso. Mi piace riportare uno stralcio del libro; si noti, per chi ha presente l’autore, come il tema, la storia, la fabula, in sé sia sostanzialmente similare a quello che si trova, poniamo, in tutti gli insight borgatari di Siti, per esempio; ma c’è un punto di vista diverso, ovviamente, che non è quello dell’osservatore. Sbaglia chi pensa che la cosiddetta vita di strada, a tutti i livelli e con qualunque intensità vissuta, possa essere “libera”, e pertanto cercata e conseguita a questo scopo. La perdita di tutto prelude al compimento di una cosa che è l’esatto contrario della “libertà” volgarmente intesa, cioè di un destino, che è impossibile rivelarsi finché si rimane irretiti nelle convenzioni e nei rapporti di forza contestuali al nucleo familiare, al lavoro e quant’altro — prendendola dall’altra parte: i rapporti codificati hanno in qualche modo il còmpito di eludere il destino (con molte conseguenze che sono sia positive sia negative, come càpita per qualunque “scelta di vita”; ma è una scelta?). Leggendo storie di questo tipo ci si rende conto di come il tragico non sia affatto morto: ha solo girato l’angolo. Finisce per strada chi ha scoperto il suo destino; chi non può liberarsi del destino finisce in strada?

Sono più gli interrogativi che le risposte, come al solito. Ma mi premeva rilevare questa cosa: una parte degli uomini, delle donne, che vivono “a diverso livello” nella società, è più di altri prigioniero della propria vita. E, comunque vada, certe storie, anche grottesche e/o atroci, sono belle:

La mia sfortuna è cominciata nel 1984, quando sono stata picchiata da un ex-carabiniere: Anzi,per dirla proprio tutta, è stato un tentativo di omicidio in piena regola, una cosa che a ripensarci mi vengono ancora adesso gli incubi e sto male per giorni e giorni. Mi ha bastonata con un oggetto pesante e mi ha provocato una lesione permanente alla testa. Tre ore e mezza di sala operatoria ho dovuto fare. Un tentato omicidio per un motivo banale… e la polizia non gli ha fatto niente.

E’ dopo quella storia, dopo il trauma al cervello, che ho preso a bere forte. Anche prima, per la verità, bevevo un po’, ma non ero alcolizzata. E non avevo bisogno di dimenticare.

Quello lì, quell1ex-carabiniere, è uno di Bolzano. E’ l’incubo della mia vita. Mi perseguitava. Nell’ ’89 mi ha bruciato la casa ed è per questo che sono finita in strada, perché mi ero appena divisa dal mio convivente, era lui che pagava l’affitto. Tempo dopo l’incendio del mio appartamento sono riuscita a rintracciare il fratello del criminale e gli ho detto: “Guarda che il tuo bel fratello mi ha fatto questo e questo e questo.” Sa cosa m’ha risposto? “A me se lo ammazzi mi fai solo un piacere. A mia madre la fai rinascere”. Son cose, queste, da cui non ci si riprende più.

Questo biondo qui era uno che aveva conosciuto un certo giro e una certa vita quando faceva il carabiniere e deve aver pensato che gli conveniva di più infilarcisi dentro. Quando ha lasciato la Benemerita si è infatti subito messo a fare il balordo, il piccolo malavitoso. E allora sono cominciati i guai perché ha coinvolto il mio convivente. Quei due insieme facevano un sacco di porcherie: si travestivano da donne e si prostituivano, rapinavano, rubavano portafogli, orologi, quel che capitava. Lo facevano per guadagnare con tutto comodo, perché non avevano voglia di andare a lavorare.

Io lo sapevo fin dall’inizio della nostra storia che lui pendeva un po’ da quella parte lì. Ma non mi sembrava una cosa tanto grave, stavamo bene insieme, la situazione era accettabile. Finché una sera tardi, mentre rientravo, me lo sono trovato sul marciapiede a 500 metri da casa vestito da troia. Madonna, cosa non è successo quella sera! Io non pensavo che il vizietto si fosse spinto fino a quel punto perché in casa non vedevo parrucche, non vedevo vestiti da donna, ma solo degli abiti variopinti, pantaloni alla Celentano, di due colori, che erano di moda. Allora è venuto alla scoperto tutto il movimento e io lì ad assistere.

(…)

Poi piano piano l’ho accettato, l’ho dovuto accettare.

(…)

Pp. 141-142

187. New Post.

26 Giu

So che è passato un sacconaccio di tempo dall’ultima volta che ho scritto qualcosa, ma non è che non mi sia impegnato. Anzi,per fare le cose in maniera un po’ insolita ho pensato bene di preparare il nuovo post a parte, e poi postarlo. Solo che così, prima di postarlo, ho pensato bene di rileggerlo. A quel punto ho pensato bene di correggerlo. A quel punto ho pensato bene di ampliarlo. Mi è venuto un po’ lunghetto. Quando è finito lo posto, chiaramente, solo che sono in alto mare e non so quanto ci metterò.

Nel frattempo posterò una cazzata una tantum, in modo da far vedere che ci sono e che ho ancòra qualcosa da dire, invece di andar sempre a far cancan nei blog degli altri. (Non è vero niente, va da sé, ma, se davvero mi fosse rimasto ancòra qualcosa da fare, avrei fatto veramente qualcosa, mica avrei aperto un blog).

178. Qualcosa.

6 Mag

Il 12 aprile, in coda ai commenti del mio ultimo (penultimo, questo compreso) articolo, o post, avevo minacciato che sarei tornato a scrivere qualcosa nel giro di un pajo di settimane. Ma oggi è il 6 maggio, già, e tra 6 giorni le due settimane spergiurate minacciano di diventare quattro. Sono in ritardo, dunque. Dovrei emendarmi, sento che dovrei farlo, ma devo riprendere un po’ di dimestichezza con il mezzo (primo), con la tastiera (secondo; questa è una qwerty, quella che uso a prescindere dalla rete è una qzerty, che sembra una cacherella di mosca, ma tutto è relativo — una mosca non ci mette molto a scivolare su una cacherella di mosca, sia detto a titolo di esempio; e quando non uso la tastiera qzerty, cioè per la gran parte del tempo, scrivo a mano), con l’idea di scrivere in pubblico (ossia per gli altri; attualmente, infatti, mi scrivo molto addosso, in compenso con grafia caina, in modo da scoraggiare preventivamente ogni mia eventuale malaugurata fregola di rileggermi). Poi c’è il fatto che sono in un momento di bitchy moods, e che mi sento ridicolo a tenere un blog mentre tanti bambini muojono di fame e in giro avvengono tante aggressioni alle quali, con il sordido pretesto delle mie passeggiate tra le Muse, non posso essere spettatore. Ma avevo promesso che sarei tornato a scrivere qualcosa, e infatti ecco:

QUALCOSA.

Per il resto, le novità non sono molte. La prima è che tenterò di scrivere QUALCOSA anche domani, posto che qualcosa non me lo impedisca. La seconda è che ho appreso che i semi di ipomea violacea, sive morning glory sive tripudio mattutino sono allucinogeni (per assumerli si deve striturarli e buttarli giù con acqua, la proporzione non la so). La terza che ho imparato come si fa una diffida (perfettamente inutile, ma non è questo il punto) presso un commissariato di polizia di zona. La quarta è che ho letto il contagio di Walter Siti, l’ho trovato st-hup-hen-dho. La quinta è che ho cominciato a leggere (300 pagine su 910) Grotesque di Natsuo Kirino, e mi pare meriti molto, e comunque scorre. La sesta è che non sento più gli odori, buoni o cattivi, ma non è una questione sensoriale, quanto psicologica. La settima è che ha piovuto, qualche volta, nelle ultime tre settimane (ciò che ha causato il rinvio dell’annuale festa di Beltan, e questa è la nona novità, e comunque per me sarebbe stata la prima in assoluto — vualà la decima). L’undecima è che ho scoperto che se non mi controllo scrivo cose, parlo della prosa, molto simili al pornosoft per piccoli gay dei film di Bruce LaBruce e dei rosa per adolescenti invertiti che si vedono sull’apposito bancone della Fnac (ed è stato uno shock: duodecima). Terzadecima, quartadecima, quintadecima. Sestadecima, ho molto apprezzato le due puntate sulla gioventù tedesca di Dario Borso, salvo che non ho apprezzato (settimadecima) il fatto che si sia già interrotta. Ottavadecima, nonadecima, vigesima, vigesimaprima. Mi sono rotto.

QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA

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QUALCOSA QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA QUALCOSA

QUALCOSA

 

177. Per Irina Marina (e le altre).

11 Feb

Stamattina, aprendo l’antispam, dove molto spesso vanno a finire alcuni messaggj non meritevoli di censura, talora persino messaggj del sottoscritto, ho trovato un avviso piuttosto lungo di “Irina Marina” (che sia uno pseudonimo è abbastanza chiaro, ma lo ha anche specificato) riguardante una persona, cioè Alessandro Cazzi, di cui ogni tanto qualcuno viene a cercare qui notizie.

Benché nel messaggio in sé non ci sia nulla di greve o di offensivo, non ho avuto esitazioni a lasciarlo lì dov’era finito: questo per un pajo di motivi, molto semplici e, credo, molto logici.

Questa, innanzitutto, non è la sede per segnalazioni del genere; è il mio blog, non il vostro. Il messaggio conteneva inoltre accuse, non circostanziate ma a modo loro molto mirate e pesanti. Credo che Irina Marina, dato che è un essere ragionante, debba fare un minimo di esercizio di reminiscenza, descrivere con esattezza quello che concretamente le è successo e sottoporre il papiro che ne conseguirà alle autorità competenti. Posto ci sia qualcosa da fare seguendo quel percorso.

(Se proprio non c’è nulla da fare, ricordi che esistono coltelli, pugnali, squarcine, pistole, mitragliette, mazzette da cinque, boccette di vetriolo, killer professionisti, picchiatori altrettanto professionisti, hacker, vasche di acido &c.).

175. Varie.

19 Gen

Io su Nazione Indiana non vado quasi mai, perché ci sono troppi post, spesso troppo prolissi, nella quasi totalità dei casi — nonostante siano tutti, a vario titolo, del ramo a livello professionale — troppo corrivi, pretestuosi e scadenti. Anche quando trattano di cose d’importanza & momento, come per esempio la monnezza a Napoli. Sono sempre più sfiduciato nei confronti dell’intellettualità che si esprime in Rete. Non ho capìto, innanzitutto, per quale motivo debba rappresentare necessariamente la parte infima della categoria. Inoltre io, come scrittore barbone, già vittima di un considerevole razzismo, come posso giustificare la mia scelta di vita (come scrittore, il barbone venne da sé), dato un contesto così deprimente? Poniamo il caso che qualcuno che sia del ramo (barbonico) e che mi conosce venga un giorno a sapere come trascorro i miei tempi di connessione, io che figura ci farei?

***

Attualmente mi sono reinfilato in un dormitorio (la sospensione, per quanto lunga, è decaduta), ovviamente evitando via Carrera e strada Castello di Mirafiori, dove mi farebbero senz’altro menare di nuovo da qualche avanzo di galera. Ho incontrato, sere fa, la responsabile di passaggio. Pareva lieta di vedermi, e mi ha baciato su ambo le guance. Mi ha detto che sono libero di andare dove mi pare! Tanto, ha detto, ci sono state tante sostituzioni, gli operatori non sono più quelli di prima. In quasi tutti i casi, ha detto. A una veloce indagine, tuttavia, è saltato fuori che Valter e Federica sono ancora a strada Castello; Andrea è invariantemente a Carrera. Federico l’ho incontrato io alle Ghiacciaje. Insomma, non è cambiato un cazzo. In compenso non sono riuscito a estorcere a nessuno l’informazione fondamentale: che fine ha fatto la Scarpellino? Ho chiesto alla referente se adesso è passata agli ufficj, come mi era stato detto, ma mi ha risposto: “Non lo so”. Segno che dovrò fare due pacchetti con la merda, uno per via Carrera, e uno per via Bellardi. Posto che non sia proprio uscita dalla Parella.

***

Gli scrittori hanno il difetto, perlopiù, di non essere sufficientemente tempestivi. Volgendomi indietro, mi pento delle molte cose che avrei dovuto scrivere (sotto forma di post, diario, graffito da vespasiano) e che invece ho lasciato scivolare via.

172. Fasto satrapico.

28 Dic

Per far fuori Benazir Bhutto ci sono voluti, ad un calcolo approssimativo, ca. 160 morti e 630 feriti, che dovrebbero essere, in totale, circa la metà degli elefanti carichi d’oro di Aurang Zeb. L’Oriente dà ancora, talvolta, qualche sussulto di favoloso.

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dic

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d’accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

163. Luttazzi.

10 Dic

E’ quello che sogno spesso anch’io.

E dire che a me non hanno cancellato niente.

162. Lui SI’ che aveva ragione! (A Tash).

6 Dic

Finalmente l’ho trovato:

er manno Dice:
16 Febbraio 2007 alle   modifica

Difficile far capire alla poltiglia sociale contemporanea, schifosamente di destra, soprattutto appartenete a quella brutalità egoistica nordica che è così cresciuta negli ultimi due decenni e che si nutre – come dimostrano i commenti qui sopra – di pura merda, che ciascuno di noi ha diritto di vivere come gli pare e che una “società” che produce costituzionalmente un enorme surplus deve poter garantire una dignitosa esistenza a tutti, che lavorino o no, che paghino le tasse o no.

157. … sigh … sob …

1 Dic

… Sono pentito … non sarei MAI stato tanto duro con tash … se solo avessi saputo che gli era capitato tutto questo … [e SOLO A LUI!! (Be’, poraccio)].

147. E mo?

7 Nov

Fino a jeri ero a Napoli; poi sono tornato sù. Adesso mi trovo a Torino. Di nuovo.

E mo?

146. Sono a Sabaudia.

29 Ott

Non piove.

Però è umido.

145. Sono a Firenze.

24 Ott

Però piove.

144. No.

18 Ott

E no.

143. Cose che non sopporto.

2 Ott

Non ho il tempo materiale, né la disposizione d’animo, per essere men che autobiografico nonché impressionistico. Per motivi su cui sorvolo, che sono sempre inerenti a quello che qualcun altro ha scritto, mi sento come se da stamattina non avessi fatto altro che inghiottire manciate di polvere e sabbia. C’è una cosa che non sopporto più, quanto alla scrittura: la mancanza di generosità sia in lungo che in largo che in profondo, l’incapacità di mettersi nei panni di almeno uno dei proprj lettori e l’aggettivazione alla minchia di cane. Aggiungivi: le frasi fatte, il buon tempo antico, le saghe familiari, le seghe generazionali, genitori & figli & paesi lontani; l’India, l’Africa, l’Asia, il nonno pirata, la zia bucaniera, il cugino contrabbandiere, i bauli polverosi, le carte ingiallite lasciate da nonne diabetiche a nipoti anemiche e tutti li mortacci loro; poi: la crisi della coscienza, la frammentazione dell’io, la nevrosi dell’uomo contemporaneo, le mille luci della Grande Città; poi: l’elaborazione del lutto; poi: le doppie spaziature; poi: gli spregiudicati romanzi rosa sulle lesbiche, frutto di un aggiornamento letterario che arriva grosso modo al 1929 tutt’al più; poi: i sospirosi romanzi di ambiente coloniale, zeppi di vecchie stronze e di figlie di mezz’età e di nondetti e di ninnoli ereditati, ciocche di capelli, bigonce di billets doux, barili di lacrime e autobotti di rimpianto.

142. Revisione.

28 Set

Ho fatto una revisione. Mi hanno messo in mano un testo tutto sgarrato, di centotrenta cartelle circa, non ci si capiva pressoché niente. Allora l’ho tagliuzzato, ho preso un pezzo qui e l’ho messo lì, e così via, finché tutti i pezzi erano sistemati secondo una specie di ordine, parte logico, parte cronologico, parte tematico. Quando c’era un buco tra i pezzi ho inventato una stronzata, e ce l’ho appiccicata dentro. Ho corretto i secoli, l’autrice conta i secoli dopo cristo come quelli prima di cristo, però al contrario, sicché l’ottocento diventava il settecento, il novecento ottocento, e così via. Ci ho messo un mese, quando ho cominciato era molto commovente, perché accarezzavo in segreto il pensiero di trasformare la cosa più sbilenca che avessi mai letto in un capolavoro — ma mi è passata quasi sùbito, questo devo dirlo. Poi ho dato la revisione all’autrice, che l’ha riletto, e ha detto che adesso si vede la struttura, è un bene, ma preferisce i buchi alle cazzate, e ha levato le cazzate, così adesso è dignitoso, anche se è tutto sforacchiato. Riconsiderandolo così com’è adesso, tutto sommato era meglio prima. Perché era una cosa miseranda, ma era così confusa che si capiva sì e no. Adesso è abbastanza chiara da capire che è proprio immondezza. “Ci lavoro da tanti anni”, mi ha confessato l’autrice con gravità. E’ un testo che ha avuto l’onore di essere respinto da commissioni, rifiutato da editori, contestato da professori. Non è mai piaciuto a nessuno, e a ragione, ma è proprio questo che impone rispetto.

Voltandomi indietro, mi rendo conto che per tutto questo mese non ho fatto nient’altro. Solo questa revisione.

Mi sento tanto coglione.

139. Elfi.

4 Lug

Qualcuno è arrivato quassù cercando tramite motore di ricerca le parole comune + elfi + fricchettoni. Ho cercato anch’io e mi è venuto fuori questo:

http://redgirl.style.it/archive.php?eid=11

Che tristezza terribile.

E comunque non credo gli elfi possano essere sdentati. Ed è sicuro che sono bellissimi.

123. Perché mi trovo ancora qui.

18 Mag

Oggi, dato che magari domani faccio il bravo e torno di nuovo a imbambolarmi davanti alla pagina bianca, faccio due posts due. Il fatto è che dovrei trovarmi in quella casa, a quest’ora, a tentare di scrivere, almeno in teoria. Poi, in pratica, jersera è successa una cosa: ossia il telefonino di una ragazza è stato preso e messo al piano di sopra, nella stanza di un altro. L’altro ha preso il telefonino e l’ha riportato all’una. Poi, l’una e l’altro mi hanno chiesto se per caso fossi stato io a portare il telefonino dell’una nella camera dell’altro. Ho detto sia all’altro che all’una che no, non ero stato io. Ma mi sono fatto spiegare altre due o tre volte la storia, ed è esattamente come l’ho riportata. Un furto non è. E’ uno scherzo. L’ho anche detto: Qualcuno è in vena di scherzi. Posso solo sperare che la vena gli si prosciughi. (Insieme con tutte le altre vene che ha in dotazione, ovviamente). Ma se non è tanto una questione circolatoria, cioè se invece che essere in vena di scherzi fosse di natura scherzosa, io che cosa dovrei aspettarmi? Che oggi, o domani, o dopodomani risucceda una cosa del genere? Dato che ho più di un motivo per sospettare (ultimo tra questi motivi il fatto che sono l’ultimo arrivato, quindi non mi si conosce — è l’ultimo dei motivi, ho detto) che qualunque cosa di poco chiaro o poco legale succeda nel futuro, chi ci andrà di mezzo sarà il sottoscritto, io che cosa dovrei fare? Per una volta ho dato retta al sesto senso, e ho deciso di trascorrere parte della giornata fuori. Ma mi rendo conto che è tutt’altro che una soluzione. In quella casa ci sono in tutto sette persone: quattro maschj (1 studente d’agraria, 1 ingegnere, 1 che fa pesistica e 1 straccione, cioè me) + due femmine (1 studente di scienze forestali [? si dirà così] e 1 francese); + un altro maschio, che è francese e dorme con le due donne.  Il francese mi guarda sempre storto e mi sta sul cazzo, quindi sospetto di lui. Anche se è quasi sicuro che non fosse in casa quando è avvenuto il trasferimento.

Non mi sento tanto appaurato, e nemmeno amareggiato — in realtà me ne fotto. Solo, vorrei avere più margine per prendere le mie precauzioni. Insomma, non si sa mai che cosa potrebbe succedere. Ci stavo pensando: non è così automatico passare qualche anno in strada, o in strutture per sociopatici (che, ricordiamo, nascono proprio per gli avanzi di galera, originariamente), e poi passare direttamente alla convivenza con della squallida gioventù borghese. Non so come prendere la cosa.

Peraltro non credo di poter passare tutta la giornata fuori, devo tornare prima perché devo fare almeno una lavatrice (sono rimasto senza calzini & mutande, dovrò pur cambiarmi). Ma ci ho tanta avversione.

118. Lavori in corso.

1 Mag

E’ del tutto normale che io annuncj dei lavori in corso proprio oggi. Ma questa è una notazione insulsamente spirituosa, praticamente un marinismo d’accatto, ricicciato su una coincidenza tra incidentali, ossia mere esteriorità, e quindi nulla rileva.

Piuttosto, volevo annunciare (non so proprio se la cosa interessi a qualcuno, oltre a me, ma d’altra parte è ormai un pezzo e mezzo che non scrivo più nulla: almeno dico questo, anche se non avrà séguito prima d’un po’) che faccio, appunto, questa mia scelta aventiniana, per cui mi ritiro per qualche tempo a meditare — cioè non rimarrò collo sguardo perso nel vuoto [corna e bicorna, anzi! ché non si sa mai], ma scriverò delle cose, o una cosa, che per una volta tanto non dovranno finire qui, sul blog. Non so se è chiaro. Credo di no, e non m’importa, affatto.

Ora, la sospensione durerà all’incirca un mese.

In un mese succedono tante cose, ci si può anche disamorare del blog, questa parete di latrina da imbrattare con scritte sempre nuove. Ma un mese è anche un lasso di tempo piuttosto breve (o almeno così deve sembrare a chi si fa cattivo uso del tempo, come me), e quindi — com’è peraltro (credo) assai probabile — al termine di questi circa trenta giorni non sarà cambiato assolutamente nulla, e io tornerò a scervellarmi per far pompa dell’erudizione che non ho e per intrattenere gli sconosciuti con lo spirito di cui mi sono regolarmente dimostrato, sin da piccino, così tragicamente carente. Adesso come adesso non lo so.

Piuttosto, mi dispiacerebbe rimanere col mio debito in sospeso nei confronti di Barbara D., alla quale ho promesso una guidina ai luoghi lacero-mangerecci di Torino; ho già tutto qui, come il soldato Mueller, in mio kulo: non ti preoccupare: a stretto giro, ossia quando avrò un piccì e non un terminale sottomano, ti manderò la cosa (anche se so che sono in mostruoso ritardo, e che forse non servirà più a nulla). Per quanto riguarda gl’interessi, è giocoforza rimandare tutto quanto agli esordj di giugno.

Sono contento, perché è una cosa nuova; e poi perché, finalmente, posso riappropriarmi dei miei prediletti circonflessi, abbandonando questa cafonata di i lunghe.

Vi auguro un bonissimo mese di maggio; mando saluti (perché no?) a I. (con cui il dialogo continuerà, spero per lei non troppo serratamente, in privato), ad alcor (idem come sopra, temo ardentemente), a B.D., a ezrarhesus, allo sgargabonzi, a DB, che non so se passerà a leggerseli (i saluti), inquantoché da due secoli e mezzo non si legge più, e insomma a un po’ tutti i bloggeurs che vado a leggere spesso & volentieri; & ai miei due o tre affezionati lettori non-bloggeurs.

Cia’,

d.

117. Ho cambiato idea.

24 Apr

Io AMO la vita.

116. Abbasso il venticinque aprile.

24 Apr

DOMANI E’ UNA GIORNATA DI MERDA.

114. A quella schifa di lamanu’s art.

24 Apr

Allora, prima di tutto barbone a tua sorella e alla tua mammaccia, personacce che mi pregio di non conoscere, esattamente come non conosco te.
Ti rendo edotta che il tuo blog mi fa skifo, il tuo modo di scrivere mi dà il voltastomaco e la presenza di Amélie e del vecchio psicagogo polacco mi t’hanno fatta cadere dal libro in maniera irrecuperabile e definitiva — come dire: prima ti disprezzavo, adesso non solo mi disgusti, ma nutro anche del rancore nei tuoi confronti.
Tutto questo, diciamo, senza conoscerti, anche se non mi serve nemmeno chiudere gli occhj per visualizzarti, e posso dirti che se come blogger sei una slavina, come donna sei un classico cessone: tracagnotta, brufolosa, con le gambe a chiappa dell’olio e le tette ad altorilievo.
Prima di linkare chicchessia si chiede il permesso. Tu non me lo hai chiesto, e questo è grave; ma attenzione: anche se me lo avessi chiesto col cazzo che te lo avrei permesso.
Cancella sùbito il link, brutta cialtrona, o ti faccio cascare le orecchie.

111. E’ tanto o poco?

20 Apr

Non capisco: quanto sono $11,855.34? Cioè, sono tanto o poco?

(Come fanno a calcolarlo?).

110. MERDA! (e che altro, sennò?)

20 Apr

Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.

E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.

Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?

Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).

Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?]  che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. E’ un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.

Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?

Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?

Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.

107. E poi, parliamoci chiaro,

16 Apr

i francofoni sono tutti stronzi.

100. Niente da dire.

12 Apr

Non mi funziona hotmail, volevo inviare lettere disperate ai quattro angoli del globo (perché disperate? mi escono meglio, tutto qui), e soprattutto vedere se qualcuno mi scriveva qualcosa. Purtroppo msn dev’essere tutta down, per cui non posso. Non posso comunicare privatamente a nessuno che anche oggi non ho trovato lavoro (ho avuto il terzo colloquio terzo con la capa del personale del MicaMale, che mi ha detto per la terza volta terza che hanno bisogno di qualcuno di più giovane, bello e chiomato, e con la scusa che uno vecchio, brutto e spelato gli costa troppo mi ha detto che forse ci sarà qualcosa più avanti. Nel frattempo, a titolo di consolazione, mi ha donato un telefonino con la batteria scoppiata. Ho un principio di commozione.

Avrei voluto, oh, avrei voluto avere qualcosa di fondamentale da dire ma non ce l’ho. Scopro, tra l’altro, di essere stato linkato da un sito che si chiama nabanassar, che è a cura di due scrittori/informatici e si occupa di poesia in rete; ai due dotti webmasters si deve anche questo consuntivo, che è l’unica cosa a cui abbia avuto modo di dare uno sguardo. Mi sembra abbastanza incomprensibile, e pertanto m’induce ad essere grato, lusingato per l’inserimento tra i link del presente, merdoso blog. Non ho ancora avuto tempo di leggere granché del sito, che c’è da parecchio e che contiene molto materiale.

86. Precisione.

30 Mar

Grazie Ezrarhesus, comunque.

Sono strafalcioni che mi scappano da tutte le parti. Non sviste: cose che non so e non verifico. Rimango sempre perplesso, di fronte a questo tipo di errore. Non devo chiedermi: come ho fatto a confondermi?, ma semplicemente: come mai non ho verificato?

Sono in una strana fase di transizione. Prima ero convinto che la cosa importante fosse una certa tendenza alla precisione, come una forma di buona fede. Adesso comincio a sentire come di fondamentale importanza essere precisi, punto e basta — non distinguo più tanto bene peccato veniale da peccato mortale.

Quanto più tendo a considerare la precisione un valore in sé tanto meno l’aspetto morale della precisione sfuma.

66. La pazza.

20 Feb

E’ una pazza, normalmente di pelo rosso violaceo (dipende, ovviamente, dalla tinta), da tre giorni a questa parte di pelo castano scuro, quasi nero (vide supram). Ma il colore dei capelli poco importa — e anche quello che sta sotto i capelli, è una donna abbastanza tozza di complessione, ma nient’affatto sgradevole, talora forse un poco pretenziosa nel vestire, ma sempre accurata, e quindi intercambiabile, a vista, con qualunque rispettabile donna d’età indefinibile, ma tra i quaranta e i cinquant’anni. Talvolta, in luogo della corta chioma naturale (naturale quanto a lunghezza, ovviamente, dato quanto detto) sfoggia un’ampia parrucca rossa. Talaltra volta porta un largo fazzoletto annodato un po’ come le donne africane, a fioccone, sopra la chioma e/o la parrucca, con effetto particolarmente ridondante — ed è allora che si comincia a dubitare che sia normale, soprattutto quando, come jersera, il fioccone si accompagna a due gonne indossate una sopra l’altra e a ben due pellicce sintetiche, che la fanno sembrare come una donnina della Michelin pelosa. Ma è quando apre bocca e parla che l’impressione si rafforza, chiaramente.

 Non so quasi niente di lei — e comunque non più di quanto mi hanno detto gli habitués dell’angusta sala d’aspetto del Maria Vittoria: e cioè che ha una casa, la quale casa è di proprietà essendole rimasta in eredità dal genitore o dalla genitrice, ma che passa volentieri la notte lì nei pressi, mescolandosi ancora più volentieri ai barboni di passaggio. Se ne sceglie di trentacinque-quarantenni, d’aspetto decisamente robusto se non nerboruto, anche se — ovviamente — ormai sono un po’ dismessi, e si siede in un angolo, pronunciando di tanto in tanto, con grande enfasi, le frasi più sconnesse, in curioso contrasto con l’espressione implorante in tralice, particolarmente d’effetto quando indossa la parrucca fulva, e sembra un pertichino da operetta, o la comparsa particolarmente scassata di una pellicola pre-1915. Si tratta di affermazioni provocatorie del tipo: “Sì. Sì. Io sono proprio una puttana. Oh” (e qui sguardo) “l’invidia della gente”. Oppure si mette a ridere (così: hi hi hi), con aria estremamente velenosa e sfottitoria, aggiungendo qualche aggettivo fraintendibile.

Verso le 20.00, abbigliata con la solita ricercatezza, riccamente profumata, con andatura elastica e sostenuta sulle gambe a barilotto, fa il suo ingresso al Pronto Soccorso, tenendo fisso davanti a sé, con sfida, lo sguardo degli occhi negletti, completamente vuoti, schioccando le labbra in maniera caratteristica — è il suo tic — e andando a depositarsi con studiato malgarbo su una delle sedute della saletta. Lì comincia la sua recita, che è come ho detto (occhiate in tralice e squillanti frasi sconnesse), salvo quando le conviene mostrare una ferina divistica impazienza, nel qual caso urlacchia versi di vecchie canzoni ambiguamente interpretabili, sconcezze, espressioni rivendicativo/offensive e anche, e nemmeno come extrema ratio, robusti porcodii. Nel caso tutto ciò non funzioni ad attirare l’attenzione, si fa ardimentosa, e va a sdrajarsi teatralmente su una delle barelle depositate appena fuori dalla saletta: cosa proibitissima, che fa immediatamente accorrere il guardiano di turno. Segue la prevedibile disputa, col guardiano che tenta di farla smontare e lei che si rifiuta con alte strida, brandendo il pretestuoso foglio della visita che le dà diritto all’accesso in P.S. . Dopodiché, con tutte le espressioni e mimiche e verbali del più incontenibile furore, accompagnata dall’incisivo rumorio dei tacchi, normalmente abbandona il Pronto Soccorso e se ne torna a casa, dove si cambia d’abito per poi, profumatasi di qualche altra essenza, ricomparire due o tre ore più tardi, insieme nonchalante e tesa, con qualche accessorio da sfilarsi e reinfilarsi con furiosa pazienza, o curiosi prolissi pendenti da far roteare ad ogni scatto della testa un po’ barbarica. L’ho vista solo una volta a Porta Susa, dove una mattina alle 5.30 irruppe nella sala d’aspetto deversando da gran foce di gola i consueti porcodii e urlando che la lasciassero in pace, che la piantassero di perseguitarla, che era stufa marcia, sbattendo le due porte (entrata e uscita) in rapida successione. Si vede che la saletta del Maria Vittoria era rimasta vuota. L’ho osservata indisturbato perché io per lei è come se non esistessi, essendo fuori target. Quando è fortunata, e trova anche tre o quattro barboni dall’aria tosta, e quindi di suo gusto, se li porta a casa. Fino all’una, alle due del mattino cerca inutilmente nella credenza sbadigliante un po’ di caffè da farsi. Alle due, rivelatasi vana ogni ricerca, sveglia urlando i tre o quattro sventurati e li butta fuori, anche col freddo e col gelo. Come Bette Davis nello Scopone scientifico, godrebbe nell’affamare gli affamati, quando pure ci riuscisse, tentando di scroccare ai più scalcinati tra i presenti nella sala d’aspetto la trenta centesimi per il caffè al distributore. Gli scalcinati o la conoscono troppo bene, per esperienza diretta o per sentito dire, o, com’è più probabile, non hanno soldi da buttare, e lei è costretta a ripiegare sui parenti dei pazienti.

E’ da un caso come questo che ci si rende conto di come, senza la normalità, intesa come mera capacità di intendere e di volere, la perversione non ha nessun interesse, ma annoja e sembra patetica. Perché il fascino, o semplicemente l’interesse, della perversione risiede proprio nei perché che suscita. Ci si può chiedere il perché di uno stravagante comportamento, o di una scelta inconsueta, quando la persona che lo tiene, che la compie, sembra avere le nostre stesse facoltà. Se è evidente che non ce le ha, attribuiamo tutto direttamente alla sua malattia, pertanto l’interesse decade, perché la spiegazione si presenta da sola. Se dovessi scrivere di un caso come questo, non resisterei alla tentazione di farne un personaggio, per il rimanente, del tutto normale, se non brillante. Così com’è è solo una deprimente rompicazzo, che per motivi suoi, cioè dei non-motivi, di tanto in tanto mi rompe il sonno con le urla sconclusionate.

64. Scrivere un libro.

17 Feb

E’ una cosa a cui non ho mai pensato seriamente, nel senso che non l’ho mai pianificata, e men che meno ci ho mai lavorato. Io, per la verità, ci avrei avuto anche avversione, perché è un concetto, quello dello scrivere un libro, che per questi due anni mi ha perseguitato in vario modo. Quando cominciai questa vita, non potendo nascondermi sempre, ed essendo talvolta visto scrivere, involontariamente ho dato da pensare a molti che fossi o un giornalista o qualcuno di intenzionato “a scrivere un libro”. Innanzitutto i nove decimi dei frequentatori di dormitorj mi ha raccontato per filo e per segno la propria vita, cosa che può anche, almeno a tratti, essere interessante, ma in grandissima parte no. E poi hanno cominciato ad affrontare con me discorsi rivendicativi: sulla mancanza di posti nei dormitorj, sul Cottolengo che si mangia che fa schifo, sul fatto che agli armadj dànno usati anche le mutande e i calzini e non è igienico, sul fatto che certe assistenti sociali passano un anno in malattia due in gravidanza tre di aspettativa, &c.; e mi hanno detto: “Ci vorrebbe un giornalista, qualcuno che smuovesse un po’ le acque” — altri hanno avuto, saggiamente, propositi più rivoluzionarj che poi è mancata la voglia, comunque, di mettere in atto, ma sticazzi, va sempre a finire a quel modo. Alcuni si sono preoccupati di sapere che cosa scrivessi, altri di sapere se scrivessi tutti i giorni; altri ancora si sono premurati di farmi sparire delle carte, altri di procurarmi delle biro. Sono parso ad almeno un operatore uno scrittore in incognito; e da ultimo la psicologa di via Carrera, Raffaella, mi ha messo a muso duro davanti alla nuda realtà:

“Ce ne siamo accorti tutti, non puoi più mentire. Il tuo atteggiamento è cambiato, sia con gli operatori che col resto dell’utenza. Ti sei finalmente tolto le tue maschere protettive. Ormai possiamo dircelo francamente: tu non sei qui per raccontare la tua storia, o quella degli altri. Non devi scrivere nessun libro“.

La conversazione (che poi era il solito monologo interrotto a intervalli regolari dalla odd sentence) è andata avanti un po’, ma sostanzialmente la psicologa ci aveva preso: io non dovevo, non devo e non ho mai dovuto scrivere nessun libro. Solo una cosa le era sfuggita: che non avevo mai detto di avere questa intenzione. Quando gliel’ho fatto presente, come ritenevo doveroso, c’è rimasta persino un po’ basita, e la cosa mi ha leggermente irritato. “Insomma”, le ho detto, “sarebbe bastato chiedermelo”. Ma nessuno, evidentemente, ci aveva pensato, sicché tant’è, e sticazzi.

Però rimane il fatto che non è mai stata mia intenzione buttarmi in mezzo a una strada per scrivere un libro. Questa è una cosa che non mi è mai venuto in mente né di fare né di sostenere; e che cosa io per primo pensi degli escamotage che trasformano delle inevitabili sciagure in esperienze da comunicare l’ho scritto a suo tempo a proposito di cose come le memorie del prostituto intelligente o dell’avvocata finta o del rapsodo del camorrismo. Sono finito in strada perché ero sottoposto a una serie di ricatti, e non li reggevo più.

Però rimane il fatto che scrivere, per quanto non necessariamente sulle mie attuali condizioni, è pur sempre quasi l’unica cosa che sono disposto a fare senza troppi patemi. Sicché quando mi è capitato di sentirmi dire che per come scrivo, almeno al mio meno peggio, potrei ambire a proporre qualcosa a qualche editore, e in più mi è stato consigliato di farlo, ho cominciato a pensarci un po’ meno vagamente di quanto soglio in realtà.

Solo che ha aggiunto — e della sua opinione, trattandosi di una persona che lavora in editoria, c’è da fidarsi certo più che della mia — che una cosa a cui varrebbe senz’altro la pena di lavorare è una cosa riguardante proprio le mie attuali condizioni. Mi sono guardato un po’ intorno, e un po’ indietro. A conti fatti, le mie attuali condizioni, se è vero che mi riguardano più profondamente di praticamente qualunque altra cosa, è altrettanto vero che non m’interessano, come argomento di scrittura. Bisognava avere un blog, e sentire più l’impulso ad aggiornarlo che a scrivere di qualcosa di determinato, per decidersi a scriverne. Poi, ovviamente, già che se ne scrive bisogna anche trovare il modo di farlo, e da qui è nato qualcosa che riguarda, sì, le mie attuali condizioni di vita e che, nel contempo, o è letterario o ha qualche tendenza ad esserlo. Devo dire che, mutatis mutandis e soprattutto a posteriori, qualche ispirazione deve avermela data ilò sig. porno; anche se alla fine è venuto fuori qualcosa di completamente diverso, e per forza — lui la sua vita se l’è scelta, io l’ho subìta — in un modo o nell’altro ha comunque esercitato qualche influsso. Ho incontrato i resoconti un po’ sfigati di David Sedaris e di un altro scrittore omosessuale nordamericano di cui al momento non ricordo il nome, ma lo recupero (strano che sia stato portato più a farmi influenzare da scrittori omosessuali piuttosto che da scrittori barboni — ma questo dipende dal fatto che, col carattere che mi ritrovo, se non fossi stato omosessuale non sarei mai finito a fare il barbone), autori che non mi sono serviti in sé e per sé, ma mi sono parsi così spezzati, così colpiti dal fulmine da ricordarmi da vicino, sia pure in versione relativamente più integrata, alcuni aspetti della mia umile e umiliata persona; e quindi mi hanno, a modo loro, incoraggiato — sia pure in negativo.

Ma il libro più importante, quello che mi avrebbe veramente ajutato, non credo proprio sia stato scritto. Né avrei potuto trovarlo, né mai si troverà, perché le risposte che cerco, in un libro non ci stanno. Un libro è contemporaneamente troppo e non abbastanza — è una cosa diversa rispetto a quella che cerco. Un libro, da scrivere ma anche solo da leggere con frutto, verrebbe solo dopo.

Il fatto è che le mie attuali condizioni di vita, che sono condivise da un certo numero di persone, oggettivamente non significano nulla: il loro significato lo traggono dal vissuto che mi porto dietro. E quel vissuto richiede azione, non fiori di belle lettere. Mi rendo conto che quell’azione suona un filo retorico, ma è così.

Ma non voglio divagare. Quello che stavo dicendo (prima di passare all’azione) era semplicemente che non aver mai pensato a un libro, in questi due anni, ha necessariamente confinato il mio tipo di attenzione allo specifico e al limitato della mia personalissima situazione, nonché alle condizioni che via via si presentavano. Il mio famoso diario, che non aveva alcun pregio né artistico né umano, era semplicemente uno zibaldone farcito di oscuri sfoghi, notazioni meschine, appunti. Guardavo molto il mio buco di culo, le mirabolanti avventure narratemi da spacciatori e falsarj, ladri e imbroglioni, mi passavano sopra. Un bravo scrittore ne avrebbe certo tratto qualcosa, ma bisognava crederci. A me entravano in un orecchio e m’uscivano dall’altro. Mi annojavano. Tornando indietro, anche col solo ausilio della memoria, non potrei costruirmi un’idea di questa situazione un po’ meno gretta di quello che è. Lo dico per sgravio di responsabilità: non è solo vero che non voglio, il fatto è che anche volendo non potrei. Mi sembra di essere giustificato.

L’unica esperienza abbastanza preziosa, il cui ricordo merita di essere conservato, non consiste nei fatti di cui sono venuto a conoscenza, né di quelli (praticamente nulla) che ho vissuto, ma in un tipo di sguardo, di punto di vista. Ho cominciato a vedere le cose un po’ più libero rispetto a prima. Ho visto che, mancando certe costrizioni, al tempo avrei potuto cominciare a vivere.

Tutto questo non mi ha affatto guarito dal rancore. Ed è anche più che ovvio: per guarirne avrei dovuto superare almeno le principali tra le mie difficoltà, e trovare ragionevoli spazj, e spazj di espressione; recuperare le mie zone di opacità (la sovraesposizione che patisco è una delle cose più torturanti) e crearmi un mio giro di conoscenze. Qualcosa, insomma, che mi portasse avanti, rispetto l’osceno squallore delle condizioni di prima, e non indietro. E invece non c’è stato come finire qui, in questa città di merda, per subire quanto ancora mancava a farmi pienamente infelice.

Ora, si può scrivere un libro, ossia consegnare la propria storia ad un pubblico (potenziale, auspicato, ma pur sempre un pubblico), quando per il novanta percento del tempo nutri idee omicide nei confronti del novanta percento della gente che ti circonda? Si può desiderare una sovraesposizione ulteriore, quando si è già totalmente allo scoperto, e non si riesce a consegnare nulla di decente di sé al mondo, né come immagine (figuriamoci) né come “contenuti”?

Ci si può mettere a riflettere e scrivere, quando l’unica vera, inconfessata, bruciante impellenza è quella di distruggere, di spaccare, di uccidere, di incendiare?

Già un pajo d’anni prima di finire in mezzo alla strada aveva cominciato a farsi strada in me il proponimento, divenuto col tempo una specie di ‘voto’, di non tentare mai di stampare un libro prima che mio padre fosse morto. Adesso non so in quanti dovrebbero morire per rendermi sufficientemente libero di farlo. E, in più, si è aggiunta l’impazienza: proprio non ce la faccio ad aspettare sulla sponda del fiume. Vorrei tanto dare una mano al tempo e alla natura. Ho la fregatura di avere impulsi certo autodistruttivi, ma in me non riconosco nulla del potenziale suicida. So che non sembra, ma sono più fatto per uccidere che per morire.

Questi i miei attuali sentimenti. Da una mezza dozzina d’anni a questa parte.

Eppure, nell’attesa, qualcosa scriverò. Che cos’altro potrei fare?

52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.

38. Violenza.

11 Gen

Si ragionava proprio oggi [ma scrivevo queste note un pajo di giorni fa], con m.s., mentre si aspettava di entrare a prendere i vestiti da suor Teresa — che dovrebbe essere una suorina piccola, olivastra, sarda, dalla siluetta a comodino, la stessa che termina il paternoster e l’avemaria con una piccola predica, toccante invariantemente i temi a) dell’Africa (è stata non so in che cavolo di paese, pare non riesca a levarselo dalla testa); b) della povertà (molto pertinente); c) della rabbia che c’è in noi. Invoca sempre pace sulle nostre anime esacerbate, e questo è significativo di un’attenzione al vero problema, forse più vistoso per chi lo affronta dall’esterno piuttosto che da parte di chi lo vive. Tutto quanto ho detto di questa signora potrebbe essere della massima falsità perché in due anni di barbonaggio (mi corre l’obbligo di dire) l’ho potuta sentir concionare solo le 3 volte che sono andato a prendere i vestiti presso la struttura in cui si aggira. Potrebbe essere tutta una coincidenza — questo mi preme dire, nel caso in cui qualcuno si chiedesse quanto c’è di vero in quello che ho scritto, che sto scrivendo, che vado a scrivere.

m.s. si è stupito assai della mia estromissione da v. Carrera, e ancor più stupito è parso per lo strano contrasto tra la mia usuale gentilezza e/o bonomia con il gesto rabbioso al quale mi sono lasciato andare. Comunque fosse, si è detto, dopo qualche riflessione, certo che avessi qualche ragione per comportarmi in quel modo. Dopo qualche riflessione ulteriore è giunto persino a dirmi: Hai fatto bene! E si è cominciato a ragionare di questa cosa assolutamente centrale nella vita dell’uomo, secondo me, che è la questione di quanto e se e come e, se sì, perché e fino a che punto sia lecito cedere alle provocazioni. Se da una parte rispondere urlando puttahàna! chiattona! lesbica! schifa! collettore! scronda! all’aggressore (che in questo caso è un’aggressora — ma aggressora solo verbale, chiaramente; cioè non aggressora, in termini generali, ma provocatrice), minacciando calcinculo e contemporaneamente tentando di infilargli in testa un bidone della spazzatura (appena vuotato, mannaggia) fa sentirsi un po’ agìti, cioè facilmente manipolabili, contrapporre un nobile, o imbarazzato, o dolente, o fremebondo silenzio fa sentire indiscutibilmente coglioni. Ma la questione, in fondo, è mal posta. Il fatto è che tende ad esagerare nelle espressioni di risentimento o contrarietà chiunque non sia abituato ad esprimere un normale grado di aggressività di fronte agli abusi, i piccoli come i grandi. E’ un bene imparare a convivere con stati d’animo quali il disappunto, la sfiducia, il disprezzo dell’altro. Ogni tentativo di rimuovere, grazie ad un tavolo di convivialità ostinatamente approntato e offerto (e magari regolarmente o a regolari intervalli allegramente pisciazzato e sconcacato), le potenziali cause di dissapori tentando di sottrarsi in qualche modo all’aggressività altrui, o di renderla secondo logica fuori luogo o impossibile, è chiaramente connivenza, e della più ributtante.

E’ per questo che, durante la mia seconda notte insonne (la scorsa), ho fatto un giro per la Torino by night, andando a spiare i campanelli di via delle Orfane, dove ricordo di aver accompagnato a casa un’operatrice, una mattina. Il motivo per cui non dormo è che sono ossessionato, in specie di notte, dai pensieri funesti, e giuro che non riesco a vivere se non trovo modo di ottenere soddisfazione in qualche modo. Prendermela con qualche innocente, sfogando i malumori, è cosa degna di troppi abietti miei consimili; e sento che non mi servirebbe assolutamente a niente. Che senso avrebbe? Ci vorrebbe una testa da pedemontano, o da bergomense, per credere che possa essere una soluzione valida. Io credo, eventualmente, solo nella vendetta.

***

Temo particolarmente questi scontri, perché — be’, li sento come qualcosa che debba essere affrontato con decisione, e, nei limiti dell’a me possibile (di cui, esattamente, non so nulla), risolto. Tutti questi fatti hanno il potere maledetto di rendermi sempre più lento — è una cosa che già ho detto. Credo di dovermene liberare, in un modo o nell’altro. E non credo che andare a fare sudate escursioni possa servire. In effetti, non ho bisogno di sfogo, ho bisogno di giustizia. Qualunque cosa avvenga, bisogna affrontare queste cose efficacemente. Un’esigenza che peraltro, da parte mia, richiede anche una discreta creatività, anche perché l’unica cosa sensata sarebbe menar botte, mentre io, che sono ipotrofico, non me lo posso permettere.

Ma non mi va di vivere, già, una tragedia che non arriva mai al quint’atto e per giunta di vederla ricevere come una farsa paesana, tra fischj, sberleffi e festanti segni di corna. L’idea che la gente rispetti (in effetti è così) solo quello che potrebbe danneggiarla mi esanima, mi disgusta, mi schifa e mi deprime — ma se è così, che stupore che io voglia rimettere le cose in sesto ricorrendo, in un modo o nell’altro, se non alla forza, a qualcosa di fisico? Non è solo buona norma, è indispensabile adeguare le proprie strategie comunicative alle capacità ricettive del destinatario. Se il mio destinatario coincide coll’avversario da neutralizzare, e l’avversario capisce solo le cannonate nel culo, per quale motivo dovrei continuare a credere che lo neutralizzerò facendogli il solletico sotto le piante dei piedi?

Ma (soprattutto), come osa,  questa gente di merda? Non mi riferisco a sbevazzoni, tossici, avanzi di galera &c. — come siano fatti può immaginarserlo ciascuno, e non è quello il problema — mi riferisco agli operatori del servizio — come osa mettermi in condizioni del genere? Come osa agire in questo modo, e pensare che non reagirò? Può veramente bastare così poco per trasformare una persona in una pezza da piedi? Senza contare il rischio oggettivo — mi hanno fatto terra bruciata intorno col resto dell’utenza, e non sono mai, dato il materiale umano, situazioni pienamente controllabili. Nemmeno da parte mia, dico. Faccio esempj: quella stessa Laura Scarpellino con cui ho avuto la lite decisiva era solita, ultimamente, additarmi ad elementi almeno potenzialmente facinorosi come un “infame” che “non si fa mai i cazzi suoi”. Pochi giorni dopo, a s.da Castello,  sorprendo un Valter, che forse già nominai, mentre ha in mano un ombrello, promettere allo stesso gruppetto di indultati con cui avrò problemi che me lo infilerà nel culo… Bastano poche sere: chi ha seminato vento raccoglie tempesta, e io me ne vado, trascinato dal vento — o meglio, ‘ajutato ad uscire’, come dire?, spinto fuori dal cancello dall’altro operatore, che forse mai nominai, si chiama Federico (non so tutti i cognomi). Come non desiderare di tornare a trovare l’amico Federico, e imporgli, più che proporgli, un ménage à trois tra me, lui e una bella spranga arrugginita (celo)? Come non desiderare, per quanto riguarda l’amico Valter, sapendo che ha moglie e figlio, di beccare il figlio o la moglie per strada, e fare la conoscenza di un po’ dei loro organi interni? Come non desiderare, per quanto riguarda una Laura Scarpellino, di squartarla, farla a pezzi e gettarla in pasto ai majali?

Sono insensato? Sono pazzo?

Sono un essere umano?

32. IP.

19 Dic

Mi sa che ho fatto insulsamente lo sborrone, con gli IP. Ci sono delle curiose sovrapposizioni, veh che strano:

 72.232.131.22 o 23
anfiosso (che però ha anche 158.102.162.9)
petarda (che però ha anche 151.21.67.110)
uniti contro giuditta
riccio

la sirenetta (che però ha anche 151.44.114.19, 151.37.252.144 e simili)
ermanno (che però ha anche 62.77.53.208)
ella (che però ha anche 82.57.18.34, 87.3.69.22)
aditus
db (che però ha anche 159.149.201.1, 71.19.202.16, 82.56.118.30)
Giuditta Russo (che ha lo stesso indirizzo mail di “riccio“, peraltro; ma anche un altro indirizzo, con nome-e-cognome, e un IP 87.29.139.55, il quale è lo stesso IP di “girolamosavonarola“, di “giordano“, di “Antonietta“, di “vera“, di “Anna Franceschini“, di “Annamaria“, di “Marco“, di “moreno“, di “marta“, di “gen“, di “rita“, di “emily“, di “roberto“, di “renata” [che ha anche la stessa mail di una delle “Giuditta Russo” e di “riccio“], di “riccardo“, di “fausta“, di “robertina“. Digitano tutti dallo stesso ospizio? Digito anch’io dallo stesso ospizio?!)
Anna Franceschini (che ha anche l’IP di cui sopra)
nunzio
opi (che però ha anche 87.6.239.168)
fabiana
Acidshampoo
Ven (che però ha anche 87.4.227.224, 82.56.145.206)

151.38.186.17, 151.37.84.189
dh

82.61.93.104
giusy (o “stellina“, stesso IP, stesso indirizzo mail)

87.3.159.107
genny

151.26.53.38
temperanza

81.73.106.77, 80.182.55.129
google

87.18.100.246
entòni

127.0.0.1
Mr. WordPress

Neh che è strano?

28. Ehilà!

11 Dic

[Ho cercato di postare questo nonnulla jeri, e non ce l’ha fatta. Vedo se riesce adesso]. 

Non che abbia molto da dire. Anzi, diciamo pure che non ho da dire un bel tubo di niente. Essenzialmente per un motivo, che sono due giorni che non scrivo un rigo, e ormai quando non scrivo (specialmente a mano) mi intendo sempre poco bene. Sicché oggi ho scritto un poco a mano, e andrò avanti ancora, un poco, questa sera, alla luce di qualche lampione. Comunque sia novità non ce ne sono. Ho finito sabato La storia di Lisey di Stephen King, che non essendo una patacca del buon tempo andato non può ispirare né note a piè di pagina né commenti troppo sottili. Ma se mi va ci faccio un post. Se non mi va, niente. Una cosa nuova è però l’esperienza per me inedita di girare per chiese — in cerca dei soldi per pagare i 5 euri e 42 + 3 = 8,42 che occorrono per rifare la carta d’identità. Tutt’altro che esaltante, ma sono inaspettatamente interessanti, divertenti, bizzarre le puttanate che dicono i preti per non sganciare un centesimo (o per darti un euro — in quei casi rifiuto perché non me ne faccio un kazzo): ho incontrato un servita (se i “Servi di Maria” sono serviti), a Superga, che m’ha fatto una soap indegna: una roba da calci in culo!!! Quando ho finito il giro posto le trojate più grosse (e dovessero non piaciàre me ne fotto). Così cerco di buttarla sul ridere. Anche se non mi riesce, con la rogna che mi smangia il cuore.

20.

28 Nov

Pensa i casi della vita.

Sabato 25, 23.00: sono aggredito senza motivo da un indultato enfisematoso, ma sempre gajardo, che cerca di spaccarmi i pochi denti superstiti con tre cazzotti. In effetti, è da qualche turno che Valter (ex ultrà, uomo di un’ignoranza indicibile, quasi splendente) mi carica addosso i tre più stronzi del dormitorio. Per poi mettermi in stanza con loro, appena arriva il mio turno di dormire dentro.

La prima cosa che faccio, come di consueto, è fuggire. Me ne vado (anche se è tanto tardi che prima di arrivare è cambiata la data da quasi un’ora) a v. Carrera, dove un operatore con cui non ho mai avuto modo di litigare, Andrea A., mi fa entrare a prendere delle cose dal magazzino. Vale a dire: 1. il mio diario, otto quaderni manoscritti, in uno zaino; 2. gli altri miei scritti, pesantissimi, in un sacchetto. Me ne voglio andare, il resto lo posso anche sacrificare. Ma mi dice anche che se voglio posso dormire dentro, gli è rimasto un posto vuoto. Faccio due conti: il fisico non m’aregge più che tanto. Ho sonno, indiscutibilmente. Fuori fa un freddo della madonna, e dormire fuori senza adeguata preparazione spirituale (almeno quattro o cinque ore di preavviso) non mi sfagiuola più di tanto. Accetto. Vado a letto forse alle 3.30. Mi sveglio alle 5.45, prendo sù le mie cose e me ne vado.

Il problema è che nei dormitorii della Parella ultimamente hanno deciso che non mi sopportano. Ci sono stati anche dei nuovi arrivi, ragazze brutte dai nomi simili, Elena, Eliana, e poi un’ennesima Laura, mi trattano malissimo, dopo che le hanno istruite all’uopo. Il fatto che non mi sopportino alla Parella è un po’ finire ne’ cazzi, per me, perché negli altri dormitorii (coopp. Valdocco [v. Traves] e Frassati [v. Foligno]) non ci voglio proprio andare, lì so da quant’ha che mi maltrattano.

Ho passato due giorni bighellonando a Milano, cercando di riabituarmi alle proporzioni più massicce della metropoli (Torino è un buchetto squallido), e, Giuditta Russo a parte, sono lieto di aver visto nuovamente volti umani, e ascoltato una cadenza, in sé non piacevole, forse, ma ben lontana da quel viscido sciaguattìo che è la parlata di quassù. Come abbiamo potuto farci unificare da un simile popolo di stronzi sfugge e sfuggirà sempre alla mia comprensione.

Ho passato parte della notte a dormire facendo l’avantindré tra piazza Fontana e Rozzano, col tram 15. All’ultimo giro m’è preso un abbiocco così potente che nemmeno un concerto di bombarde e di cannoni avrebbe potuto svegliarmi. E’ a quel punto che è successo.

Era grosso modo

(siete avvinti? almeno un po’?)

l’una e quindici, e l’autista è venuto a svegliarmi. Eravamo a una fermata (mi perdonino, se ci sono, gli eventuali milanesi) chiamata Casalborgo o giù di lì: nella tratta normale a quel punto il tram tira dritto, ma all’ultimo turno prende la prima a sinistra e va ad infilarsi nel deposito. Confuso prendo sù le mie cose, non so quali, e scendo. Le appoggio sulla panchina e studio per quattro secondi la cartina, che comunque è lì, non mi devo allontanare.

Tralascio il come qualmente, non dirò di me che dapprima sono convintissimo che un fantasma me l’abbia soffiato durante i pochi secondi che ero girato; non dirò di come m’abbia preso poi l’idea che fosse rimasto sul tram, la corsa al deposito (la fortuna di essere vicini al deposito in quel momento), la ricerca rivelatasi inutile. Torno indietro e penso: evidentemente quando mi sono addormentato, e ho dormito filato, finché l’autista è venuto a svegliarmi, qualcuno mi ha preso lo zaino dal sedile davanti, e io in sulle prime non mi sono nemmeno avveduto che era sparito; tralascio che al lato opposto della grande ajuola dietro la pensilina del 15 un ragazzo scuro mi pareva facesse segno verso di me, come dire “Vieni, vieni”, e poi sparisse camminando veloce. Tralascio tutto, anche la ricerca vicino alle panchine, nei bidoni della spazzatura, facendomi lume coll’accendino, risalendo metà delle fermate toccate.

L’unica cosa che conta è che mi hanno fottuto lo zaino, e che dentro c’erano spazzolino dentifricio saponetta, rasoi penne carta, il Viaggio americano della Pivano l’antologia poetica del Seicento della Garzanti e quella Einaudi, i miei documenti un po’ di tabacco tessere della biblioteca dell’informaggiòvani delle fotocopie, ma soprattutto il mio diario, i miei otto quaderni, rimpolpati di molti fogli, con copiature da molti libri, un centinajo d’ottave scritte nel corso dei mesi, varii resumè, osservazioni, sparsa erudizione. Nulla.

A quel punto, come reagire? Credevo, sinceramente, di dovermi mettere a piangere, e per un pajo di minuti ci ho pensato seriamente. Proprio non mi veniva. La cosa che mi è venuta in mente era r* che mi raccontava di Huxley divenuto cieco, a cui andò a fuoco la casa. Era vecchio, e al bagliore delle fiamme che non vedeva si strinse nelle spalle e disse: Bah, vorrà dire che ricomincerò tutto da capo. Tutto qui.

Da una parte. Dall’altra quel diario era sbagliato. Non perché fosse il diario di un uomo di merda, e lo era, ma perché in questi due anni, meticolosamente (per la mia media, chiariamoci) descritti, nei più minuscoli tra tutti gl’insulsissimi non-avvenimenti che scandivano le ripugnanti giornate sempre uguali, non è successo niente. Nulla di cui debba vantarmi, nulla di cui debba vergognarmi. Ero, e sono, alla mercé altrui. Finché si è schiavi di qualcuno non si possono avere che belle frasi, quando càpitano. E se c’è una cosa che non ho mai potuto soffrire sono proprio le belle frasi.

E’ chiaro, non ne sono contento. Ma dove me lo portavo? Dove mi portavo tutti i miei pesantissimi, odiosissimi scritti — perché mi sono portato dietro quella sporta malefica, con i manici che mi tagliavano le mani, tentando di nascondere a me stesso che al prossimo vespasiano che avessi incontrato ce li avrei buttati dentro? E quanto pesavano, quegli otto quaderni, che insieme a tutto il resto mi segavano le spalle, e mi rallentavano? Volevo che non corressero rischii, e me li sono portati dietro come figli idioti o monchi, mentre i cosacchi mi alitavano sul collo.

Per me è stato come perdere un vecchio cane grasso, con la cataratta e le zampe anteriori paralizzate: una cosa straziante, ma del tutto prevista. Una cosa prevista, ma del tutto straziante. Sicché, anche se capisco che ben poco era da fare (nessuno può essere vigile le ventiquattr’ore al giorno, e anche i ladruncoli sono derubati — spesso i barboni rubano ad altri barboni perché altri barboni hanno rubato a loro, &c.), che non potevo, a un certo punto, non crollare dal sonno, ho sentito, più che dolore, un grande senso di colpa, cioè (come sempre avviene, in fondo, coi sensi di colpa) mi sono sentito un pirla.

A quel punto, se non mi fossi dovuto sdrajare su qualche panchina a dormire le ore di sonno che ancora mi necessitavano, avrei potuto piangere. Ma mi sono addormentato, appunto.

(…)

17. Un assassino.

23 Nov

Chissà se se ne ricorda qualcuno. La notizia risale a qualche anno fa, potrebbero già essere una decina. Non ricordo di aver sentito la notizia per televisione, ma ricordo che la figlia della vittima scrisse un articolo sia per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, sia per un giornale a diffusione nazionale; e poi andò al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté sostanzialmente le stesse cose — aveva una richiesta da fare. La madre era un membro rispettabile della Comunità ebraica di Milano, ed era una psicanalista originaria dell’est europeo, ma uno di quei paesi che non si associano immediatamente alla presenza ebraica, era un paese ex-iugoslavo come la Croazia o la Slovenia o va a sapere più che paese fosse (non posso farci niente: nonostante, a distanza di qualche mese, cercassi di recuperare quelle notizie, non ci sono mai riuscito, e ho dovuto rinunciare). Aveva un domestico dello Sri Lanka, che a un certo punto, senza motivi di avidità o passionali, l’ha uccisa, abbastanza barbaramente, dopodiché se n’è scappato al paese natio. Lo Sri Lanka non ha con gli Stati europei convenzioni che consentano l’estradizione, di qualunque reato si tratti; e là non si poteva certamente pretendere che lo processassero per una cosa fatta qui. Insomma, era sfuggito alla giustizia italiana. La vicenda aveva colpito la Comunità ebraica milanese molto duramente, stando al frasario rituale di queste evenienze; ma qualche notazione circa i contributi versati dalla facoltosa psicanalista alla Comunità mi aveva messo in sospetto che il lutto fosse più sinceramente sentito di quanto esso convenzionale frasario potesse indurre, di per sé, a credere. Quello che invece colpì me fu invece l’articolo che la figlia della dottoressa scrisse per il prefato bollettino: una lettera dal tono composto, squillante e perentorio, senza alcuna traccia di emozione che potesse annettersi all’idea che umanamente ci si può fare di un lutto, anzi senza emozione affatto. La stessa riapparve, come ho detto, sulla stampa nazionale, nella stessa identica forma, salvo che sul bollettino della Comunità ebraica quelle due o tre volte che l’appellativo generico dell’ente superiore immaginario era citato nella non lunghissima lettera ricorreva nella forma “d-o”, tornando alla lezione per esteso “dio” quando la lettera riapparve sulla stampa nazionale. La lettera, che — ripeto — mi colpì per il tono impassibile e vincente, narrava per sommi capi quello che la cronaca aveva comunque già riportato: che la dottoressa era stata uccisa, piuttosto barbaramente, dal domestico, che in mancanza di motivi passionali o di avidità era chiaramente da inquadrare come squilibrato. Quindi passava a descrivere la personalità del domestico, nella quale, diceva momenti di sconforto e momenti di esaltazione di alternavano senza soluzione di continuità. Un domestico abbastanza giovane, sopra i venticinque anni, non un ragazzino, ma certamente un giovane uomo. “Velleitario”, era definito anche. Una personalità instabile, un uomo che voleva quello che non poteva ottenere, evidentemente (il significato di “velleitario” non è forse questo?); ma che, intanto, faceva il domestico in casa di una ricca signora. Una psicologa, che doveva interpretarlo bene. Anche meglio della figlia, si suppone, o non meno precisamente.

La figlia di questa rispettabile dottoressa comparve poi al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté le parole (che allora mi erano rimaste molto impresse, permettendomi di ricollegarle immediatamente a quello che sentivo dire — poi c’è stata una specie di rimozione, alla quale, appunto documentandomi, ho cercato di opporre qualche sforzo; è stata anche questa mera velleità, perché non ho più trovato nulla che mi parlasse di quel caso. Qualcuno ne saprà qualcosa? Qualcuno se ne ricorda [ne dubito, prevengo]?), le quasi esatte parole che aveva scritto nella lettera per la Comunità ebraica di Milano e, p.c., per la stampa nazionale (o all’inverso), e chiedeva una cosa: che ci si adoperasse affinché il domestico fosse portato in Italia, e fosse sottoposto a processo, e fosse condannato per quello che aveva fatto. Una cosa curiosa è che la figlia della dottoressa, mentre diceva queste cose, dimostrava di essere molto gelosa dei suoi sentimenti, perché sorrideva cortesemente, ma facendo trapelare una certa tensione aggressiva, come chi è abituato a parlare da dietro una scrivania e in salotto. Dico che era curiosa, perché lo stesso sorriso signorile si vedeva già leggendo la lettera. Ma questa è la seconda cosa che ho notato, di questa signora (ma attenzione: questo è quello che ricordo, che non necessariamente coincide con quello che realmente ho visto; nel qual caso sarebbe molto gravoso, per me, anzi velleitario dimostrare di aver visto effettivamente quel sorriso, che sarebbe a quel punto un po’ come l’abito nuovo dell’imperatore, ma al contrario — la fodera, diciamo, il revèrs); la prima cosa che ho pensato, vedendola, è stata non sembra neanche ebrea. Era una normalissima giovane signora, presumibilmente di cinque o sei anni (ma ricorderò bene?) più vecchia del domestico che aveva assassinato sua madre, e aveva i colori (castano appena rossiccio, biondo) del tipo più comune di signora che si vede ovunque in Italia, non aveva nulla che reminiscesse né l’est né alcunché di ebraico. E diceva che aveva intenzione, nel caso, di assoldare qualche privato disposto a rapire il domestico fuggiasco e a portarlo in Italia: quanto a questo non c’era problema (se lui poteva rimanersene impunito dalle autorità italiane andandosene a Serendippo, lei sarebbe rimasta tranquillamente impunità dalle autorità di Serendippo colà serendipizzandolo), il problema era: una volta riportato in Italia, lo avrebbero processato? Lo avrebbero condannato e messo sottochiave? Ma soprattutto disse un’altra cosa, che ascoltai con crescente sconforto, e cioè che temeva che da parte degli italiani ci sarebbero potute essere ritorsioni nei confronti degli abitanti dello Sri Lanka attualmente in Italia, vale a dire una specie di teorema: Restituiteci, srilankesi, il domestico assassino, in modo da scrollarvi di dosso l’avversione che l’insano gesto certo vi addossa. Molto geometrico e molto arguto: una di quelle piroette del pensiero che almeno in certi contesti possono agevolmente sostituire, senza sobbarcarsi la noja e il fastidio di dover ammettere l’ignoranza, una reale conoscenza del mondo.

Sono casi, questi, di cui i giornali si stancano presto di riportare aggiornamenti e novità eventuali, perché non hanno in sé nulla di misterioso, nulla di enigmatico, nulla di eccitante. Posso solo supporre che a gente un po’ meno imbambolata di quel che ero io all’epoca fosse chiaro e patente quello che io, al momento, arrivavo solo con sforzo ad immaginare, imponendomi peraltro un esercizio di pessimismo schematico del tutto artificioso. Solo che, chiaramente, la gente più navigata di me voltava di fretta la pagina del giornale, se pure vi si era soffermata, perché questi sono casi molto comuni, al mondo. E nessuno, se non qualche personalità accostabile alla mia, avrà risentito di quella notizia (a parte il senso di sottile, fetida infelicità con cui avevo letto che la donna era stata sepolta nel cimitero della Comunità ebraica di Milano. Non esisteva un modo per chiedere che la rimuovessero? Pur sapendo bene benissimo che un cadavere è un cadavere, in questo caso doppiamente cadavere, e come cadavere di colpevole di un delitto che mi pareva innominabile [e infatti è innominabile, ma in quell’altro senso], e come cadavere ebreo), cioè pochissimi, e meno ancora (forse solo io) se ne sarà portato dietro il lunghissimo strascico.

Avevo progettato un romanzo, in cui c’erano una ricca donna cattolica e un servo seminudo delle Isole Felici. L’evidente disonestà di questo approssimativo approccio mi aveva fatto giustamente cadere la penna di mano.Il fatto è che non riuscivo a comprendere veramente che fosse ebrea. Lasciandola ebrea mi pareva di tradirmi. Facendone una cattolica, una protestante, un’avventista, una buddista — un’agnostica, o non entrando proprio in materia di religione tradivo la sostanza della storia. Dopo aver inutilmente cincischiato, cercai di recuperare quelle notizie, anche solo la lettera, ma nonostante scartabellassi i troppi bollettini della Comunità ebraica che un’amica passava, intonsi e incellofanati, a mia madre perché li passasse a me, non ho più trovato niente. Ogni tanto (vedi oggi) mi torna in mente. Mi chiedo che fine abbia fatto il domestico dello Sri Lanka.

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

***

Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

***

Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].