Archivio | settembre, 2010

631. Recuperare il tempo perduto.

27 Set

Il giorno giovedì 23 settembre un ottimo amico e bravissimo scrittore, Remo Bassini, compiva gli anni. Benché io sia ultimamente impegnatissimo in un nojoso lavoraccio di ricopiatura di scartafaccj, scartocchiature e stracciafoglj, avevo promesso di far pervenire allo stesso un piccolo sòno per il suo giorno natale; per sopravvenuti contrattempi, che anche in una vita priva affatto di emergenze di rilievo come la mia non mancano mai di sconcertare tutt’i meglio fondati progetti, poi la cosa non si poté fare, per quanto il tempo paresse non solo esserci, ma persino avanzare. Rimedio ora, come so e posso, non con un sonetto solo – quello appunto promesso – ma quattro, ad usura, quanti sono i giorni che trascorsero dalla scadenza ultima. Sperando che il gesto, quando non quest’informi parti dell’orsa, tornino graditi almeno (come dichiarato nell’ultimo sonetto) nell’intento, se il mio scarso ingegno non ha saputo farli più aggraziati.

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Acrostico.

Prilli sull’asse proprio ogni celeste
Ente preposto in te a versare influssi:
Renda fama, apra vie, prodighi lussi
Rapido, e a sconcertar le case infeste.
Erta ogni via si spiani, a gioje, a feste
Movi; e la Moira, fati a te inescussi
Offrendo, alle tue soglie sempre bussi,
Bandendo dai tuoi tetti odj e tempeste.
Ardano come in cielo gli asterismi
Su questa terra i fuochi celebranti;
Soffra il tuo male tutt’i cataclismi.
Invitto resta fin dei tremolanti
Nestori agli anni, & senza senapismi,
In gamba sempre, excelsior, sempre avanti!!

Mesostico.

Pigro, tardo, osciTANte a te oggi vengo,
Oh REMO, ecco, e TI porgo non  più inviti
Fiori, ma non perTANto, oh via, appassiti
(O se pure appassiTI, io questi tengo).
Valga questo per AUspice, io sostengo,
Di Crono ch’a te auGUsti e non spediti
Meni i passi, e t’arRIda d’infiniti
Anni, & successi.  Ah, retore divengo!
Questi recati a  TE quattro dì appresso
Quattro volte ti  REndan più longevo
Di quanto insino a MO ti fu concesso:
E in quello che ser BASti tuo primevo
Stato pervieni inSIno, o ad un dipresso,
Del cucco agli anNI, lieto in ogni evo!

Telestico.

Dirti quant’onta è a me non so se occorRE,
Che ben so, come sa quasi ogni sceMO,
Che ridursi così sempre allo streMO
Prassi non certo è ad altre da anteporRE;
Ma se l’affetto bene mi soccorRE,
Benché sia il fallo tale che ne geMO,
Accogli, e bene so c’intendereMO,
Tutto ciò onde l’amico può disporRE.
Son quattro umili fiori, uniti in corBA,
Umili sì, ma più che prometteSSI
Ancor dentro gli stabiliti termiNI;
Da un seme avvien tutt’un giardino germiNI?
Per quattro vite abbiti dunque in eSSI
Di che non far di te la terra orBA.

Anagrammatico.

L’arti con cui sperai ora pietire
D’ottenere il perdòno conseguendo
(Che forse coronato avrei tacendo),
Benché fallite, non M’OSIN BASIRE.
Poiché s’effetto latita all’agire,
Appellarmi all’intento almeno intendo,
E a quel che, a ben intender, van dicendo,
Che, benché goffo, non IN BASS’Ò MIRE.
Per quanto costi, ecco licenzierò
Questi miei versi; se non eccellente,
Sarà negletto che SI SEMBRI? Ah, NO!
Basti che a questi non ne aggiungerò;
Né detrarrò al ben povero presente
Con altro dono; & M’INABISSERÒ.

630. Dammi retta.

14 Set

Massimiliano Bossini, classe 1976, è nato e cresciuto a Brescia. Ora vive in Valsolda, sulla sponda comasca del lago Ceresio. Si è dedicato negli anni a numerosi lavori pratici: dall’allestitore fieristico al magazziniere, dall’impiegato tecnico al metalmeccanico.Da qualche tempo scrive versi, in particolare, da un anno a questa parte, grazie ad un periodo sabbatico, si sta dedicando in maniera più assidua alla poesia. Ha al suo attivo una recente raccolta intitolata Forcipe, pubblicata con l’editrice Il filo.

Torna in fabbrica, Massimiliano.

629. Che vita, che vita.

14 Set

La settimana scorsa, sempre in tema di rami secchi, sono andato a cambiare avvocato. Non che conosca molto bene l’avvocata che avevo scelto: l’avevo scelta, se così si può dire, esclusivamente dietro segnalazione di una ragazza che fa praticantato nello studio di ess’avvocata, e non avendo motivo di preferire l’una (quella assegnatami d’ufficio) all’altra (l’avvocata che dovrei ancòra avere, credo), ho accettato di trasferirmi da quest’ultima. Ma, appunto, andandomene non voglio avere nessun filo diretto coi cazzi miei: per quanto mi risulta, l’inverno scorso l’ho sempre passato sotto i portici, e non un cane alzò un dito per me. Non che dovesse: ma, appunto, non l’ha fatto. Mi volgo all’indietro, guardo al passato, e vedo che è sempre quello. I quattro mesi invernali passarono proprio lì sotto, non sono cambiati di una virgola. Andò tutto benissimo, ci mancherebbe, e magari, volendo, potrei anche ripetere l’esperienza. Non mi chiedo, però, angosciato, “Fino a quando, mio dio?”, perché non è questo il punto – fino a che le forze lo consentano, è ovvio, o cose come la salute, o la tolleranza dell’attuale giunta, o della forza pubblica, o il mancato insorgere di complicazioni come una carcerazione, o un ricovero in qualche clinica per malati di mente. Non è questo il punto: il punto è che sono un disperso, la mia solitudine è grande assai, non faccio nulla per nessuno, nessuno fa nulla per me. Non c’è nemmeno una causa a cui pensi di consacrarmi, o uno scopo. A questo mi riferisco, coi rami secchi: non che facciano danno, ma è assolutamente meglio mollare tutto quello che non ha una funzione, uno scopo avvertibile, un fine apprezzabile. Non so se mi spiego. Continua a leggere

628. Rigoletto (dopo breve riflessione).

13 Set

Grazie alla segnalazione di Marco Palasciano, che avvertiva che una signora stava caricando l’intero Rigoletto televisivo di qualche giorno fa su youtube, ho potuto godere di questa meraviglia:

Prevengo: io non sono Elvio Giudici, non penso che il disco o il videosupporto di un’opera debbano avere valore pedagogico, ma questa produzione (comme d’habitude dovuta ad Andrea Andermann, credo che non esista per altro al mondo che le mondovisioni) è stata vista da un miliardo di persone. Continua a leggere

627. Rami secchi.

11 Set

Tagliarli, sempre.

626. Scheda: Marzano, “Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne”.

8 Set

Michela Marzano (1970), Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne. A. Mondadori, maggio 2010. Pp. 160.

Michela Marzano (1970), filosofa.

E’ un saggio in cui, a detta dell’autrice, con le armi della filosofia si analizza la condizione delle donne, specialmente in Italia, per verificare se ancòra hanno valore le conquiste degli anni Sessanta/Settanta. Dato che la trattazione è particolarmente incentrata sul nostro paese, a differenza degli altri saggj dell’autrice questo è stato redatto direttamente in italiano.

"Sii bella e stai zitta", saggio, 2010.

Lo spunto è stato, nel 2009, lo scandalo delle escort di palazzo Grazioli; Sgarbi in quell’occasione ha sostenuto che da sempre le belle donne vanno con gli uomini ricchi e famosi. L’A. è intervenuta con Barbara Palombelli su “Repubblica” per denunciare il maschilismo di Berlusconi, e s’è ovviamente ritrovata con la casella mail zeppa di lettere d’insulti – tra le altre mail, una che la esortava al silenzio, dato che non sapeva che nessuno in Italia era d’accordo con lei. Continua a leggere

625. Ma andate a dar via il culo!

4 Set

Jeri ho fatto una capatina alla Civica, giusto per andare in bagno, così ho incontrato anche F., con cui parlo volentieri. S’è parlato del più e del meno, del per e del diviso, insomma si è parlato – specialmente di libri, &c. Della situazione che c’è nel covo dei mantenuti non m’ha detto nient’altro se non che “Oggi c’è un’atmosfera un po’ mefitica”, ragion per cui ho pensato che Grazia Scrofa fosse tornata ad ammorbare vieppiù l’ambiente con qualche scarica delle sue famose tonanti scorregge. E invece no, non ce n’era traccia. Era in vacanza, fino a qualche tempo fa, magari c’è ancòra. A me è stato anche detto che ha tentato di strumentalizzare la situazione in modo da essere trasferita in qualche ufficio, dove può starsene sola sola a scaccolarsi le dita dei piedi, senza utenza rompicoglioni in mezzo alla gloria. Non so, in ogni caso ha sbagliato grosso e la riduco a brandelli.

Però dalle vacanze è tornato quel coso, là, come si chiama?, Francesco, Paolo, o Francesco Paolo, insomma, il sordo, che mi ha chiesto di seguirlo in corridojo per un’importante comunicazione. Ora, il sordo è sordo, e su questo perlopiù non ci piove – ogni tanto, però, qualcosa sente (se sia falso invalido o no non l’ho mai saputo per certo, posso solo darlo per scontato) – , ma il problema grosso è che è un coglione. Era lui che si è prestato a far da guardia del corpo alle due chiatte, che pensavano evidentemente che avrei dato in escandescenze (io? e quando mai?). Mi ha detto infatti che era stato fatto il suo nome per via di questo episodio, e che ancòra non era stato sentito, ma che aveva detto della questione del lancio dell’oggetto – a chi, mi permett di chiedere, se ancòra non era stato sentito da nessuno? e che crede che la denuncia sia catalizzata [!!] sulla questione di esso lancio di esso oggetto. E mi ha chiesto pure scusa, e mi ha detto che non poteva fare altrimenti.

Gli ho detto che capivo benissimo, e che sapevo benissimo aver egli fatto solo il suo dovere. Oh figlio di una troja ipocrita e rottanculo.

Anch’io non posso fare altrimenti, se è per quello, ma mica chiedo la benedizione a nessuno!

Sia F. che Paolo Francesco erano e sono abbastanza assidui in rete, solo che F. ci ha trovato, pare, qualcosa di buono, in quello che scrivo. Per quella merdaccia nonudente di Francesco Paolo io sono rimasto quello “che si permette di scrivere cose degli altri” – ricordo una volta, ancòra tempo fa, che vociava dietro la porta del magazzino.

F. è una brava persona, l’unica che abbia trovato lì dentro. Non dico che mi occorra trovare brave persone nelle biblioteche che frequento, ci mancherebbe: me ne fotto. Ma dato che è venuto fuori tutto quello che è venuto fuori, è stato inevitabile per me notare come sia stata la sola a comportarsi decorosamente.

Temo un po’ che questo le possa creare problemi. Mentre si parlava, si sentiva come al solito vociare ad un livello di decibel superiore al sostenibile, da dietro la maledetta porta del magazzino. F. ha fatto una cosa che non fa nessuno: si è alzata, ed è andata a chiedere che abbassassero la voce. C’è soprattutto un inserviente buzzurro che in particolare fa molto casino, si sentiva quasi solo lui. Dopodiché s’è alzata per andare a recuperare un libro richiesto in consultazione da un’utente al banco. L’inserviente buzzurro è uscito dalla porta del magazzino, e ha detto, rivolto a qualcuno che stava alle sue spalle: “Ma non preoccupatevi, quella è pazza“. Le ci mancherebbe solo di subire un mobbing per causa mia!

Questi posti sono puttanaj schifosi, dovrebbero essere o chiusi definitivamente, o finire bruciati con tutto il personale, o completamente rinnovati.

Ancòra non ho capìto come mai i bibliotecarj debbano essere così teste di cazzo.

Per questo non vedo l’ora di prenderne un bel po’ a mazzate sull’escrescenza: così vedo quanti nidi di mosche ciànno dentro.