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490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

258. La funzione di questo blog.

6 Giu

Se c’è una cosa altamente positiva (ma anche altamente negativa: dipende da quello che scopri) di un blog wordpress, è che appena accedi, come autore, alla board, vieni a sapere immediatamente non solo tutto quello che vi succede, che è scontato; ma, grazie alle statistiche in bell’evidenza, anche l’esatto perché delle visite al blog stesso – mica è la stessa cosa!

Vale a dire che ho scoperto che il motivo che può spingere i lettori qui sopra possono essere diversissimi da quelli che ho io a scrivere. Tutti i bloggeurs hanno esperito come effettivamente una fetta dei proprj visitatori debbano la loro venuta alle ricerche più strampalate tramite motori di ricerca, e come due o tre parole-chiave, che possono portare su siti dei tipi più disparati, parole che il bloggeur non ricordava nemmeno di aver scritto, possano portare persone dagli interessi del tutto esorbitanti a queste serendipità. Succede anche coi testi copincollati, specialmente quelli che contengono idiozie sesquipedali, o dal fascino singolarmente trash per la volgarità devastante (il copincolla incoraggia questi trasferimenti in blocco senza richiedere sacrificio alla schifiltà del bloggeur più scrimitoso: altro sarebbe dover copiare, fisicamente, ogni cosa: ci sarebbe automaticamente una scelta), poniamo gl’interventi più deliranti su fora molto popolari, o la pornografia casereccia di certi siti a bassissima soglia. Alcuni di questi ricercatori – che uno s’immagina necessariamente come adolescenti soli, ninfomani sboccate, satiriaci impotenti, chissà perché, mentre magari non c’è niente di più distante dalla realtà – si affezionano a certe ricerche, o ne sono addirittura ossessionati, come succede a me con lo sconosciuto compulsivo che cerca sempre nonna bocchinara e a letto con la zia (il primo ha fatto lievitare le visite a quei post che hanno in scolio l’autobiografia di Luca Bersi, i secondi lo sparutissimo articolo con la citazione dal sequel de La zia Mame, tanto per dire quanto c’entrino).

Però questi sono casi diversi da quello che, con un po’ di perplessità, ho esperito anch’io. Questo blog non è stato aggiornato continuamente, e ci sono anche parecchj buchi temporali, settimane e forse mesi in cui non ho scritto niente; però il trend rimane, sia pure in maniera abbastanza velata, visibile: si parla di letteratura, ci sono sonetti, riferimenti abbastanza fitti al Barocco (su cui sono stranamente pudico, lo dico retrospettivamente, nel senso che non me l’aspettavo), al melodramma, &c.; e poi ci sono i riferimenti, più o meno scarni, alla mia situazione vagamente stradajola e gli sfoghi estemporanei; e alcune altre cose che riflettono quello a cui penso, almeno quando scrivo, la maggior parte del tempo. Però ho anche fatto riferimento a cose e persone – soprattutto a queste ultime mi riferisco – che non fanno parte del mio universo di significato, e che ho voluto incontrare, o rievocare sulla base di ricordi, consapevole di portarmi dietro un bagaglio di vissuto e convinzioni non necessariamente compatibile – ma, mi sono detto, come ho potuto vagamente interessarmi di altre realtà che non quelle mie più congeniali, così posso anche scriverne.

L’aspetto paradossale è quello denunciato dalla top list, vale a dire quella statistica generale che riflette l’andamento di tutti i 258 post scritti finora; nemmeno uno contenente miei versi o una mia lettura ‘alta’ vi è compresa. Al primo posto c’è Sonia Cassiani, dopo che per mesi era stata seconda, di cui ricordavo le imprese al Maurizio Costanzo Show; al secondo Giuditta Russo, che venne qui, anche, a commentare, e accolse con molta gentilezza le mie critiche al suo lavoro, che secondo me rifletteva una situazione esistenzialmente e psicologicamente comunque non stabile; al terzo c’è un post in cui ci sono le parole-chiave di una settimana di tempo fa, alcune delle quali parole erano continuamente ricercate prima, e continuano ad essere ricercate adesso, tanto da dare l’impressione di parole-chiave che cerchino sé stesse; una mia filza di quartine, è vero, occupa il quarto posto, ma stando a quello che mi dicono le parole-chiave, e anche la cascata dei commenti, dipende solamente dalla polemica ospitata sotto esse quartine, non alle quartine stesse. &c.

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E’ lecito, da parte mia, chiedermi, in base a questi dati, a che cosa sia servito questo blog?

Da una parte i visitatori che mi conoscevano da prima, e che qualche volta hanno commentato, chessò, alcor, isakisisos, ven, ziacap, opi, francesco, hanno continuato, almeno stando ai commenti, ad interessarsi alle cose mie più personali; altri, visitatori occasionali, hanno tenuto a farmi sapere quanto mi disprezzano, magari senza più manifestarsi; ma esiste tutta un’altra fetta di pubblico, che con ogni evidenza è prevalente, che qui viene a leggere tutt’altro, e ha portato i margini del mio blog al centro – di che non lo so: della propria attenzione sicuramente; ma soprattutto della mia.

Che poi quest’attenzione, che non so donde nasca e che non condivido nell’intensità, non significa affatto attenzione di lettore: ho ricevuto anche la mail di uno che diceva di essere un giornalista, di aver visto che avevo intervistato (sic!) la Cassiani, e se avevo ancòra il suo numero di telefono.

Chiaramente non era successo nulla di tutto questo, io la Cassiani non ho mai avuto modo d’incontrarla, men che meno d’intervistarla o di averne il numero di telefono. Poteva essere un giretto ispettivo, come il tentativo di eliminare un sospetto, come uno scherzo: non so nulla.

Anche se di recente m’è parso di scoprirmi dentro una vena intervistajuola; tant’è che Remo Bassini, senza che nemmeno avessi osato proporglielo (avevo confessato una velleità), mi ha dato la sua disponibilità per essere vittimizzato da una sequela di mie domande [alle quali sto effettivamente pensando]).

La mia top list ha profeticamente anticipato, forse, una tendenza che prima o poi si sarebbe manifestata in me: quella di una specie di marzullo autogestito. Rimane, anche, il fatto che Sonia Cassiani e Giuditta Russo sono le colonne portanti, che io lo voglia o no, di questo blog. Io ho continuato a scrivere ottave e resoconti di lettura, mie riflessioni sulle notti di Torino e invettive contro gli operatori. Loro, manco fosse Tv sorrisi, hanno continuato a rileggere i tre articoletti riguardanti queste eterodosse gentildonne.

E’ come scoprire di aver sempre voluto, in realtà, tutt’altro rispetto a quello che si credeva; come Riccardo Greenhow (ma io l’avevo messo, ricordo bene, tra i miei musi ispiratori; insieme alle sorelle Maddox, cui credevo di assomigliare maggiormente), che di giorno pensava a cose alte, e scriveva romanzi rosa in stato di sonnambulismo.

A questo punto, perché non portare tutto alla luce del sole?

Adunque: essendomi scoperto piccolo intervistatore; essendomi già visto attribuire un’intervista da un visitatore, per quanto sia successo solo una volta, e sia stata un’esperienza fuggevole; dovendo probabilmente crearmi un parco-intervistati di qualche spessore, per non lasciare il povero Bassini da solo; dovendo trovarmi pure qualcosa da fare, oltre alle 375837252187 che già ci sono, la settimana prossima, perché non propormi in questa inedita (o quasi: ci sono due cosucce mie in questo senso, in rete, a quella scellerata di Gianni Papa e ad uno scrittore di cui non ricordo nemmeno più il nome – l’idea era sempre di papa) veste?

Qualcuno vuol farsi intervistare?

Chi vuole aderire accj un grido, alzi il medio, mostri dove il nonno portava l’ombrello – insomma, faccia sapere.

256. 15 giugno.

4 Giu

Mi mancano esattamente (giovedì 4 giugno [1], venerdì 5 giugno [2], sabato 6 giugno [3], domenica 7 giugno [4], lunedì 8 giugno [5], martedì 9 giugno [6], mercoledì 10 giugno [7], giovedì 11 giugno [8], venerdì 12 giugno [9], sabato 13 giugno [10], domenica 14 giugno [11]) 12 giorni, e non mi sento né particolarmente angosciato né individuatamente embeauté: la prendo come una cosa fatale, benché la data, quella appunto del 15 giugno, non sia fatale affatto, in sé, dal momento che una scelta del tutto convenzionale: nel senso che non esiste un giorno per me preferibile a un altro, e che il 15 giugno è semplicemente il giorno che spezza l’anno in due parti grosso modo uguali, diciamo pure la metà dell’anno. Tanto per darmi un limite (non eccettuando una sfumatura scaramantica, o magari semplicemente metaforica: spezzo in due l’anno come auspico di spezzare un ordine di cose che mi fa violenza; creo una fessura temporale nella quale infilarmi, come Annibale sulle Alpi, come un topo in un pezzo di groviera, e fuggire, ovvero continuare a vivere), cosa che non faccio, peraltro, da ormai cinque anni almeno; un’abitudine, ormai, anzi un vizio, quello di non darmi scadenze, che comincio proprio da questa data a tentare di eliminare dalla mia vita. Posto che di vita si possa parlare. Per me, detta più esplicitamente, la vita non è una condizione, è un traguardo, che si trova oltre il confine del 15 giugno.

Sono facilitato dall’assenza totale di rimpianti. Nel bagaglio ho alcuni rimorsi, non molti, ma molto grossi, che mi porto dietro dalla precedente residenza. Mi scortano i risentimenti, a cui voglio bene perché sono armati di picca, e mi pungolano senza pietà ad imboccare la via d’uscita. Tra le cose che non porto con me, ovviamente, c’è l’assuefazione a un certa piega assunta dalle circostanze; altrimenti non me ne andrei. Ma non riesco ad eliminare dal carico una punta di orrore, quello che mi suscita l’assuefazione altrui per la piega che le circostanze hanno assunto per me. Ma io sono il solito egoista: non trattandosi di loro, è chiaro che non possono avere i miei stessi sentimenti a riguardo. Per loro è tutto scontato, tutto normale, poiché è successo. Solo io continuo a sperare di raggiungere una condizione tale per cui sia, anche per un istante solo, come se nulla di tutto questo fosse successo. Me ne vado a cercare una triaca, un rimedio.  

Conosco pochissime persone, la città non è la mia e non mi piace, m’è antipatica anche la gente, vivono fuori dal mondo – la capiranno e, convenendogli, ovviamente cambieranno.

Non m’importa nulla delle evoluzioni retoriche in cui potrebbe impegnarsi qualcuno per spiegare, nella maniera più negativa e inutilmente crudele, la mia partenza; come non m’importa di quello che altri che crede di sapere, e di aver capìto, può dire di me in questo momento. Io mi fido del 50% di quello che vedo e dello 0% di quello che sento dire; il punto di vista di chi non la pensa allo stesso modo a questo riguardo non può interessarmi. Non m’importa il ricordo che lascio; sarò costretto ad impegnare la mente per tutt’altro, da adesso in poi, anzi: dal 15 giugno in poi, non chiedo di meglio che di dimenticare. All’essere dimenticato (che, ad abundantiam, non guasterebbe affatto) preferisco di gran lunga il non essere più raggiunto, né raggiungibile.

Non tutto il male viene per nuocere: poniamo il caso che fossi venuto qui in séguito a scelte di vita del tutto sennate, legate a un lavoro, e avessi affetti, amici, parenti, consorti: essendo costretto a partire, il 15 giugno, adesso sarei tristissimo. Ogni angolo di strada mi racconterebbe una storia, avrei a mente cento nomi e cognomi, e mille situazioni vissute insieme con altri, e insomma molte cose da lasciare; un lavoro, alcune amicizie, una casa, un quartiere, in generale una città. Sarei colpito da sentimenti negatìvi, dovendomene andare, dal senso malinconico di dissipazione di un pezzo di vita al sentimento amaro e iperbolico della mia propria personale ingratitudine nei confronti di un luogo che mi ha dato qualcosa d’importante, alla preoccupazione per il futuro, alla destabilizzazione all’idea di un nuovo inserimento, al senso angosciante degli anni che fuggono.

Invece non provo niente di tutto questo, perché qui non ho costruito nulla (e che cos’avrei dovuto fare?), ci ho fatto il barbone, ho un rapporto inevitabilmente e canonicamente cattivo con privati ed istituzioni, e quasi tutto quello che aveva valore per me, consistente infine in foglj imbrattati, che non so nemmeno più che cosa tentassero di raccontare, è sparito. Qui non lascio nulla.

E’ una coscienza anche pericolosa; dipende dalle aspettative, chiaramente, perché se uno è abituato, nonostante tutto, a pensare che nella vita debba esserci per forza qualcosa, non avendo avuto nulla da una parte è facile, fin troppo, convincersi automaticamente che da un’altra si troverà tutto, o almeno una buona parte di quello che si ritiene necessario a dire: Ho vissuto, o Sto vivendo, o almeno Ci sto provando. Ma per quanto attiene al futuro, sarà mia cura non spingermi troppo oltre con la fantasia, senza colorirlo di tinte troppo brillanti, o troppo oscure. Un dato oggettivo c’è: che me ne vado, e che qui lascio solo il resto di niente. Pensarci, fino a qualche tempo fa, mi avrebbe probabilmente immalinconito; facilmente  mi sarei chiesto: Come faccio ad andarmene, se non sono riuscito a costruire nulla, qui? E anche: Che senso ha cercare altrove quello che nemmeno qui sono riuscito a trovare? Tutto questo nei termini vanamente universali degli interrogatìvi morali. Ma non mi pongo domande retoriche di questo tipo perché adesso finalmente so, ho la piena consapevolezza, che, comunque andrà a finire, se me ne vado mi salvo. Qui spazio per me non ce n’era: provarci e non riuscire sarebbe stata troppa umiliazione; provarci e riuscire sarebbe stato immorale. Qui non doveva nascere nulla. Questo posto esiste perché io lo sfugga.

Adesso che lo so sto più tranquillo. Il bagaglio non è leggerissimo, nonostante tutto; ricordi squallidi, strani giri che non capisco, il sentirmi sempre sotto malevola osservazione, il non poter muovere un passo senza vedermi assediato dalla curiosità, dalla violenza altrui, la chiarissima consapevolezza della mia totale mancanza di energie, del defluire del loro residuo da me come il soffio vitale da un cadavere, le conseguenti scarse speranze oggettive; tutto questo non pesa poco.

Essermi almeno liberato dall’angoscia, da quell’angoscia, è un bel sollievo.

253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

242. Risentimento.

20 Apr

E’ la nota dominante di questa giornata, o di questa mattina; sono persino andato a vedere qui che cosa se ne dice, per scoprire che è inquadrata come voce di psicologia, mentre l’interpretazione che se ne dà è prevalentemente sociologica, e persino politica. Ne viene fuori qualcosa tra il senso d’esclusione e l’odio di classe, senza riferimento al mancato coping off, l’ossessione  e altre cose più specificatamente psicologiche. Tanto che ne risulta una sorta di legittimazione, si direbbe, dal punto di vista strettamente clinico: a parte quel fugace accenno iniziale alle motivazioni, che possono essere reali o immaginarie, essa particolare disposizione d’animo pare principalmente derivare da un fatto oggettivo come la fattiva disuguglianza. Ma sopra è precisato che questa voce di psicologia è soltanto un abbozzo, dev’essere cioè completata, dal primo che abbia voglia di farlo – per quel che può sapersene, potrebbe anche non essere mai completata da nessuno, e rimanere tal qual è nei secoli; anche se, abbozzo com’è, date le impostazioni di google, la voce, essendo di wikipedia, comparirà sempre in cima a tutte le altre, magari più significative ed esaurienti. Come che sia, non c’è un motivo razionale per cui dovessi andare a vedere che cosa ne pensano tot estensori anonimi su wikipedia, ho cercato la voce perché avevo google davanti, e la parola in mente; google è un motore di ricerca, la parola corrispondeva a una voce di wikipedia, e io, ad abundantiam, mi sono letto che cosa si dicesse in merito lissù. Non dico che ne so quanto prima, dico che non mi serve a nulla; sapere e sentire sono due cose piuttosto diverse. Si possono sentire, mi s’insegna, qualcosa senza ancòra, o senza mai, sapere di che cosa si tratti esattamente, o almeno senza poter dare un nome a quello che si prova. Si dà per converso il possesso di molti nomi di molte cose che non si sono esperiti ancòra, e che forse non si esperiranno mai. Nella fattispecie la questione è un pochino diversa: io ho in effetto il nome, ho la cosa, ma è la definizione, di là dal fatto che mi sembri o no calzante, o simpatetica, o esatta, o esauriente, e di là dal fatto che nello specifico non mi sembra affatto che sia, a non rivestire per me, al momento, alcun interesse, alcuna funzione. Quanto al fatto in sé, anche esso mi è completamente inutile, perché, com’è sua funzione, interferisce con ogni altro pensiero, e m’impedisce più fruttuose applicazioni.

Nel mio caso,  la falsa impressione è quella di uno stato di requie, nel quale riesco, di primo acchito, a riconoscere solo la mia impotenza; di fatto è un assordante accavallarsi di ricordi ossessivi, talmente fitto e intricato da non lasciare che nulla si staglj con definitezza sullo sfondo, interamente coperto e nascosto dal groviglio di tanti fili. L’impressione di pace è data proprio dall’uniformità della tinta generale, dovuta alla trama foltissima delle fila nere. Il risultato può essere tutt’al più un po’ funereo, ma non ha apparenza sconvolgente. L’assenza di stami più grossi, o rilevati, o di diverso colore, rappresenta una sorta di imbarazzo della scelta.

241. Moresco e il capolavoro.

8 Apr

Canti del caos

Ho visto in libreria, e “visto” rende l’idea, il volumone Mondadori, 1000 pagg. abbondanti, che sono molte anche considerando la stampa comoda, dei Canti del caos ultima versione, consistente nelle tre parti rivedute e corrette e radunate per la prima volta in volume unico. Antonio Moresco è un autore da cui mi hanno allontanato, più che avvicinarmi, l’ormai storica recensione su Pulp, che un tempo acquistavo regolarmente, dove c’era una lunga intervista, se è per quello molto chiara; e la di lui vicinanza alla scuola Holden, una cosa che non mi sono assolutamente mai spiegato, dato che tanto il fondatore della stessa, Baricco, quanto il concetto di letteratura apparentemente veicolato da quella specie di breviarj di dubbia utilità che sono le HoldenMaps sono quanto di più remoto dall’estetica sovrabbondante e sudaticcia (postpasoliniana, in termini generalissimi) dell’outsider mantovano. Anche se, bisogna dire, un po’ scuola l’ha fatta, dato che uno degl’insegnanti della Holden, Giorgio Vasta, che ricordo presente sul forum (poco) e sulla ciat (molto) del sito sopralinkato, con lo pseudo di  “gon”, ha scritto di recente un libro che, certo, non può competere per mole e disperazione con quelli di Moresco, specie i più ambiziosi, ma coi quali serba una cert’aria di famiglia. Ma l’esperimento di “gon” non merita particolare rispetto; è un libro brutto e inutile, non illeggibile ma da non leggersi (che è diverso), mentre Moresco è un’altra cosa, è forse da leggersi, peccato sia illeggibile. Anni fa mi ci ero messo di buzzo buono, e avevo letto i 3 racconti di  Clandestinità (Bollati Boringhieri, 1993), che coincidono con il suo esordio letterario;  Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997), la prima versione dello zibaldone poi riuscito nel 2008 per Einaudi; Gli esordi (Feltrinelli, 1998), lungo romanzo autobiografico (riguardante la prima parte della sua vita, come dice la parola stessa); che forse è la sua cosa migliore (sempre secondo me);  La santa (testo teatrale, Bollati Boringhieri, 2000), su Teresa di Lisieux, piuttosto inconcludente, Canti del caos (parte I, Feltrinelli, 2001), appunto nella sua prima versione, più alcune cose scritte su lui, da Carla Benedetti in special modo. All’epoca avevo preso josa di appunti, facendo di ogni lettura un puntuale resumè e trascrivendo dal quore impressioni e riflessioni; un fascio di carte che rimase coinvolto in una delle periodiche sparizioni, rifare il quale implicherebbe necessariamente che rileggessi tutto quanto; un’impresa alla quale non mi dedicherei più, per tutto l’oro del mondo. Motivo similare mi ha indotto, appena sfiorato il volume alla Mondadori, ad abbandonarlo appena rilette le prime pagine del capolavoro relativo: anche se potessi permettermi di gettare 25 euri e avessi agio di dedicarmi a lunghissime letture oziose non m’imporrei la fatìca; sarebbe inutile, dopo aver maturato un’impressione non superficiale in illo tempore. Ugualmente, ho riletto le primissime carte della Parte prima, laddove il “Gatto” (tutti i personaggj dei Canti hanno nomi che pajon effettivamente messi alla stracazzo, e questo indispone), l’editore, e il “Matto”, lo scrittore che appenato scrive,  introducono al “Lettore irredento” il capolavoro che si è tentato di fare. Due pensieri mi hanno colpito, e in fondo sat est. In primis, per essere uno scrittore “barocco”, come si è ripetuto alla nausea, e in fondo è anche lecito, o inevitabile, o persin doveroso fare, Moresco manca totalmente e di stile e di materiali adeguati. Il Barocco (quello colla B majuscola, come la Donna di Lola Falana) delirava per eccesso di ragionamento; Moresco è uno che, in epoca – ma che dico “in epoca”? in secoli – di trivellatrici sofisticatissime si ostina a scavare un tunnel con il cucchiaino di una passione ostinata, febbricolosa, in fondo fredda, perché autenticamente disperata, e di un armamentario retorico d’imbarazzante adamiticità – anche eccettuandone le bellurie  [!] da petit rhétoriqueur, quegli omeoteleuti (ricordo, sempre ricorderò, quelle unghie smerdate, tutte profumate), segno che è un barocco che non conosce il Barocco (e dire che secondo Manganelli tutti gli scrittori dovrebbero leggere almeno cento pagine del Bartoli, e non solo gli scrittori barocchi come Moresco). Secundum (ma il problema è altrettanto retorico, in fondo), nelle stesse pagine si esprime fastidio, ribrezzo per quella carriera scrittoria prospettata dagli editori coi piedi per terra e la testa sulle spalle come una produzione a nastro continuo di quelli che lui chiama  “temini”, ovverossia quei componimentini monografici che esauriscono un argomento nelle grandi o anche nelle piccole linee in maniera consequenziale, anzi pedissequa – i post dei blog, vah, quelli in calce ai quali, magari, i visitatori più sprovveduti o sarcastici lasciano di norma un “gran bel post!!!”, che è l’equivalente, mutatis mutandis, di “complimenti per la trasmissione” e altri psittacismi. Senza che però in Moresco si traduca nel tentativo di pervenire meglio al lettore; i suoi testi, quelli più suoi, meglio organati, non sono, in effetti, brevi e brillanti; sono lunghi, però perché prolissi, e non sono brillanti, ma non perché profondi, ma perché piatti. Ha una lingua opaca, sorda, dal ritmo monotono, che – questo sì baroccamente – campa di sé stessa; appiccicandosi a realtà emergenti e basilari, di forte richiamo, come il feto nella pancia della madre, la mignotta, il magnaccia, Ditalina & Pompina, il sangue, il mestruo, il violentatore di donne gravide, le incellophanatrici, le vulve volanti, i cazzi rotanti, dio che si rifiuta di cantare come il resto del creato. Può darsi che Moresco abbia affrontato tematiche molto più sporche e violente e urtanti di molti suoi colleghi scrittori, nelle sue pagine, ma finché avà più importanza il come ciò sia fatto, e non il che cosa, mi spiace, ma, in buona fede, posso solo dire che Moresco è uno scrittore fallito, o buono per i falsi pensatori.

Moresco è uno che a un certo punto s’è messo a scrivere perché non poteva, con ogni verosimiglianza, fare altro; ci si è messo di lena, fino ad ammalarsi, ha sollecitato pareri, ha inviato i suoi parti a destra e a manca, e di fronte ai rifiuti altro non ha fatto che “alzare il tiro”, come lui stesso ha detto in quella remota intervista per Pulp, vale a dire – dato che nel suo caso “alzare il tiro” ha avuto un’accezione del tutto particolare, anche molto scontata, infantile – non è ascito, non è andato a rubbà, non ha toccato i femmene, non ha letto 15.000 libri, non ha fatto esperienze estreme, dal salto dal ponte alla miniera; si è, molto romanticamente, chiuso in casa, e qui, ténaillant la cervelle, a dispetto di Minerva, ha scritto col sangue, col midollo, con la pelle dei denti e il trito delle unghie; gli è venuta la cefalea, il fischio all’orecchio, la sciatica, il ginocchio della lavandaja; ha avuto incubi e visioni orrende: insomma, un crocefisso della letteratura. Il risultato, e questo vale soprattutto per i Canti del caos, ma anche per Gli esordi, è quello che ognuno può vedere, ossia quello che non poteva non essere: un lunghissimo, sforzatissimo esercizio di visualizzazione alla loyolesca, il frutto malato di una mancata volontarietà di gestione, e non solo e non semplicemente stilistica, della materia. Moresco è stimabile per l’impegno profuso, e non dubito che un critico intelligente, magari tra vent’anni (non si può avere tutto e sùbito, ovviamente), saprà trovare tra queste illeggibili pagine un milione di prove del perfetto controllo moreschiano sulla pagina, della varietà del suo stile, della multiformità del suo ingegno, della sua rilevanza storica, ma al momento – vent’anni, appunto, non sono ancòra passati – mi pare solo un lungo, lunghissimo, impressionante nulla. (Ed è proprio approdando a quest’estrema consapevolezza che riesco finalmente a capire come mai la Holden ne abbia fatto una specie di mascotte).

238. Passeggio.

25 Mar

    
 Non fan per me quelle sagome dritte
Che sempre passano agli stessi orarj,
Ben ravviate, e coi vestiti cari,
Stirate e vacue, come in un Magritte.
     Composte a un modo, sia che stiano zitte,
Sia nei ridenti e vuoti conversari,
Non amo genti che a numeri pari
Passano, non felici, e non afflitte;
     Senza che in anni abbia mai posto mente
Che di quel di cui vivono, escludendo
Che non ne so, non me ne frega niente.
     Non rinvenire, in tanta massa, è orrendo
Nulla di non omologo, & saliente;
Salvo in chi è perso, o in chi si sta perdendo.

237. Che ci fa, qui, QUESTA?!

9 Mar

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/appello_con.html

L’assistenza a tempo determinato per gli immigrati comunitari. Il Servizio Adulti in Difficoltà (S.A.D.) del Comune di Torino a fine maggio ha fatto pervenire alle case di ospitalità notturna una circolare contenente le nuove disposizioni in materia di accoglienza riguardo agli stranieri comunitari, operative, in forma sperimentale, a partire dal 1° giugno 2008.
Gli ospiti, la cui nazionalità è inclusa in un elenco comprendente gli stati membri e quelli equiparati, sono tenuti alla compilazione di un atto sostitutivo di notorietà in cui dichiarano di avvalersi del servizio, per la prima volta dopo la data di entrata in vigore e garantendosi l’accesso al sistema delle liste di attesa per un periodo massimo di 3 mesi. Tale limite verrà notificato dagli operatori in turno apponendo una data di scadenza su tale documento, redatto in duplice copia, una in lingua italiana da inviare al S.A.D., l’altra in lingua rumena da consegnare all’interessato.
Non sono state fornite al momento traduzioni in altre lingue.
Il ridotto periodo di ospitalità è prorogabile o revocabile a discrezione dell’ufficio competente in base alla singola analisi dei casi; studio già parzialmente redatto e dal quale emerge una lista di poco più di una decina di soggetti recanti problematiche sanitarie degne di nota e che pertanto al termine del periodo individuato di tre mesi potranno essere accolti nei soli posti di emergenza riservati alle persone in stato di grave disagio.
Tale elenco è ovviamente passibile di defezioni ed incrementi del numero di soggetti inseriti.
Gli altri comunitari richiedenti ospitalità verranno inseriti in una ulteriore lista a disposizione delle case e del S.A.D.
Le motivazioni cui si fa riferimento per chiarire il ricorso alle nuove norme fa cenno al progressivo aumento delle richieste di ospitalità giunte da persone provenienti, in particolare, dall’Est Europeo, nonché all’esigenza di tutelare soggetti in condizione di estrema marginalità a scapito di altri in possesso di discrete abilità personali.
Gli operatori vengono inoltre invitati a sviluppare forme comunicative idonee al recepimento delle direttive unite a strategie anche di controllo al fine di prevenire chi utilizza le limitate risorse a disposizione per assecondare i propri progetti di vita personale e familiare a scapito dei più fragili.

Come operatori, dopo attento dibattito, ci sentiamo in dovere di muovere una serie di critiche alla circolare in oggetto sottolineando la distanza che ci separa da logiche che riteniamo nemiche dell’etica professionale del lavoro sociale.

(…).

http://www.bassasogliapiemonte.it/pagine/adesioni_appello.html

Hanno finora aderito all’appello

Singoli Operatori Enti / Agenzie

Franco Cantù – Torino
Lorenzo Camoletto – Torino
Maria Teresa Ninni – Torino
Tiziana Ciliberto – Torino
Raffaella Rizzello – Torino
Giuseppe Forlano – Torino
Mauro Maggi – Torino
Nicola Pelusi – Torino
Sabrina Sanfilippo – Torino
Lucia Portis – Torino
Susanna Ronconi – Torino
Massimo Carocci – Torino
Nanni Pepino – Torino
Ugo Zamburru – Torino
Tonino Ponzano – Alessandria
Alice Rossi – Torino
Angelo Pulini – Torino
Daniele Di Gioia – Torino
Hatimy Abdelouahed – Torino
Marco De Giorgi – Torino
Maurizio Poletto – Valle di Susa
Enrica Recanati – Torino
Luciana Monte – Rivoli (TO)
Mauro Milesi – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Luigi Arcieri – Torino
Andrea Fallarini – Torino
Gene Apicella – Torino
Mohammed Tallaoui – Torino
Paola Conterio – Torino
Angelo Giglio – Torino
Giulia Suriani – Torino
Alessandra Gallo – Torino
Massimo De Paolis – Torino
Carla Mereu – Chieri (TO)
Rocco Mercuri – Torino

Anna Chiarloni

– Torino

Terry Silvestrini – Torino
Sabrina Anzillotti – Orbassano (TO)
Fabio Tedeschi – Torino
Paolo Bianchini – Torino
Davide Sprocatti – Torino
Andrea Guazzotto – Torino
Maria Grazia Barbero – Ivrea
Egidio Costanza – Cuorgnè
Roberto Bellantone – Torino
Tatjana Mianulli – Torino
Marco Spada – Torino
Paola Bertotto – Rivoli (TO)
Daniele Previati – Rivoli (TO)
Tiziano Del Sozzo – Rivoli (TO)
Ombretta Turello – Alessandria
Manuela Cencetti – Torino
Chicca Scarfò – Torino
Epaminondas Thomos – Torino
Giovanna Murru – Torino
Roberto Piscitelo – Torino
Younis Kutaiba – Torino
Raffaella Sorressa – Torino
Mauro Calò – Torino
Federico Carruccio – Torino
Eliana Enne – Torino
Cristina Salomoni – Torino
Anna Liberatore – Torino
Veronica Paolella – Torino
Federica Sanna – Lanzo (TO)
Claudio Rolfo – Torino
Francesco Vacchiano – Torino
Silvia Pescivolo – Torino
Carla Gottardi – Torino
Cristiana Cavagna – Torino
Francesca Morgano – Torino
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Associazione Nazionale Forum Droghe
Circolo Caffè Basaglia – Torino
Associazione Isola di Arran – Torino
Associazione Nico 93 Solidarietà AIDS – Alessandria
CSOA Gabrio – Torino
CUB Sanità e Assistenza – Torino
A.I.Z.O. rom e sinti – sede nazionale di Torino

225. Sonetto.

9 Gen

Una bagascia
istituisce
un paragone
tra la propria funzione
e quella
dell’orologio.
   Ambo battiamo; però proferita
E’ da te l’ora; a me «Ora!» si dice,
E sovente più volte, ah me infelice!,
Prima che intera un’ora sia finita.
   Mentr’è in ciò la mia sorte alla tua unita:
Nel ripartire il tempo; e nell’altrice
Mano ostinata d’ambedue motrice
Finché resti la macchina sdrucita.
   Da un solo ufficio la vicenda alterna
Delle di lei durate è regolata,
Che la consuma dalla parte interna.
   E poi che resta tanto scardassata
Che buon tempo non più un po’ vi si scerna,
Come oramai inservibile, è gettata.

222. Italia de profundis.

3 Dic

Domenica ho dato poi uno sguardo, alla Mondadori, all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore che conosco pochissimo e malissimo (avevo sbirciato dentro il suo Hitler, tempo fa), s’intitola Italia de profundis, e ha qualità abbastanza ovvie per essere il libro di uno che ha intitolato il suo sito ai Miserabili: nelle prime pagine l’autore sembra trasumanare, espandere l’anima fino a “vedere l’Italia”, o “essere l’Italia”, metamorfosi tanto disperatamente voluta da riuscirgli quasi bene prima che compaja il nome fatale (Victor Hugo) a distruggere tutto l’effetto. Non dico che abbia male interpretato Victor Hugo, o che la sua idea di compiuto scrittore, modellata alla vicina o alla lontana su Victor Hugo (!) sia frutto di un’interpretazione discutibile o parziale: di fatto è l’idea di un vittorughismo da vulgata, quello che identifica il genio di Besanzone nell’artefice, industriosissimo, in grado insieme di vagliare un’enorme quantità di materiale erudito e di pescare a fondo nell’inconscio collettivo, e di spersonalizzarsi gloriosamente in nome dell'”espandi l’anima”. All'”espandi l’anima”, però, fa séguito anche “… e nascondi la tua vita”, e bisogna dire che, appena compiuta la sua espansione, l’autore fa tutto fuorché nascondere dettaglj biografici. Anzi, il romanzo è stato praticamente scritto in presa diretta, in un momento in cui Genna sentiva che la materia della sua esperienza, evidentemente, ascendeva e discendeva ad aderire quasi perfettamente al simbolo (c’è anche un’intervista, in rete, in proposito); ciò che implica necessariamente che, a quel punto, parlare di sé equivaleva però a parlare di tutto tranne che di un “me” esistenzialisticamente limitato.

Tutto quello che segue tratta di vicende che, dunque, solo superficialmente si possono riferire a un tal Giuseppe Genna, ma che riguardano l’Italia sub specie Josephi Genna: la morte del padre, rinvenuto dal figlio (previo sfondamento della porta — il telefono taceva da troppi giorni) quando ormai il rigor mortis l’ha raggelato in una specie di grottesca statua col pugno alzato; la prima pera, alla veneranda età di trentotto anni, nei luoghi e non più nei tempi della sua infanzia suburritico-milanese, quella a cui era sfuggito indenne da dipendenze, circostanza nella quale facciamo la conoscenza di un pusher ex-compagno di scuola che non sa come spendere tutti i soldi che ha, prigioniero com’è della sua esistenza e della salute distrutta, e di due lesbiche; l’incontro tramite myspace con un gruppo di trans sue fan, grazie alle quali partecipa ad un orgione paura durante il quale impara a fare i bucchini; e tante altre cose, tra cui, e dev’essere l’apice, la sua “allucinante” permanenza presso un villaggio turistico, esperienza fantozziana quant’altre mai se proprio il vittorughiano Genna ha dichiarato di non aver dovuto studiare molto, se non i volumi della saga del Ragioniere; e questa parte non l’ho letta, ancòra, e sono curioso (come anche dele pagine che riguardano PierGiorgio Welby e di tutte le pagine restanti).

Però, prima di riporre il libro, sono capitato nel mezzo della sbobinatura di una conversazione tra Genna, unico difensore della poesia, e diverse persone non solo poco amanti della poesia, ma addirittura spregiatrici, odiatrici della poesia, con tanto di ragioni ideologiche a sostegno della loro avversione. A un certo punto, e la cosa mi è rimasta ovviamente molto impressa, una donna dice di detestare la poesia perché la trova primitiva: come i musulmani che, in pieno centro a Milano, mettono giù il loro tappetino e si volgono orando verso la Mecca. Affermazione che fa molto effetto all’autore, che debolmente oppone di aver conosciuto un tale, a Torino, che con la poesia ci campa, riuscendo a farsi mantenere da diverse donne. “Perché sono galline”, è la replica della donna; che, a questo proposito, paragona il suo amico a un pescatore che getti l’amo in una vasca di trote — evidentemente Torino ha fama di città in cui i poeti riescono a farsi mantenere dalle galline (“E poi Torino è una città di merda. A Torino piove sempre. Qualcuno di voi è di Torino?”).

A me quello che ho letto non è affatto dispiaciuto. Un suo fan e amico sostiene che Genna sia il primo scrittore italiano vivente, e, per come stanno andando le cose, potrebbe anche avere ragione da vendere, per quanto mi riguarda (solo che è tutto dire, questo è il problema). E’ certo che si fatìca, almeno io fatìco, a chiamare alla mente altri autori di adesso in grado di batterlo, per intensità e profonda fede, nonostante tutta la disperazione che, molto modernamente, traspare dalla sua febbrilità, nel genere iperrealistico-seborroico, date le sue tinte forti, una narratività di largo e lungo respiro, capace di un ritmo costante e molto sostenuto, di lingua copiosa: Genna è un pezzo da novanta, un vistoso nipote degenerato di Pasolini,  fluente e sovrabbondante; ma non caotico, e con un uso disciplinato, umile e intelligente della lingua. E’ uno scrittore; che sia grande o no non m’interessa stabilire, ma sa quel che vuole, o sa di voler volere qualcosa di definito, e quello persegue con tenacia e sincerità. Alla nudità, però, dice, non c’è ancòra arrivato, né pensa arrivarci mai; perché per arrivare alla nudità “bisogna essere dei genj”, ha detto, e lui non è e forse non vuol essere.

Assodato che si tratta di uno che ci sa fare e che è forse necessario leggere, devo ammettere, di là da tutti i limiti di gusto miei nei confronti di una certa scrittura (limiti che dipendono da un’esperienza, la mia, che non comprende il percorso di formazione del letterato, e quindi un rapporto molto diverso, e non necessariamente meno esteriore rispetto agli aspetti sordidi e puzzolenti dell’esistenza: si tratta dell’uso che ci si fa di quest’esperienza) di aver avuto più volte l’impressione, durante le mie spigolature del romanzo, che mi passasse davanti agli occhj l’immagine di un monaco medievale che si fustigasse, e si fermasse solo per sbirciarsi allo specchio i guidaleschi sanguinanti sulla schiena; e poi, tutto felice, ricominciasse. Un monaco, però — si badi bene — che non abbia come scopo la maggior di dio gloria, ma il Guinness dei primati per le piaghe più estese, più profonde e più purulente.

La fede, quando è profonda, è sempre rispettabile; ma essendo un percorso obbligato, escludendo qualunque saporosa deviazione, tende a distruggere in primo luogo qualunque congenialità, intesa come guida — che lo scrittore maturo dovrebbe considerare infallibile –, secundum porta a trasandare moltissime cose: troppe, forse, in determinàti casi.

Come nel caso della conversazione sulla poesia con quella gente così impoetica, tra cui quella donna, nei confronti della quale, pur avendola intravista di fuga tra le pagine di un libro appena leggiucchiato, provo una certa obbligazione: perché la sua definizione della poesia “primitiva” è preziosa e profonda. L’intenzione della donna potrà essere stata negativa, ma non è detto che dovesse essere anche quella di Genna, o di qualunque poeta e/o scrittore, o — perché no? — la mia. La definizione in sé, invece, è calzante, e persin bella. Pensando a quanto Genna sia rimasto di qua sia dai Miserabili sia da un capolavoro come il Secondo tragico, mi riprometto comunque di terminarlo il prima possibile, sicuramente non oltre domenica; dispiacendomi un po’, però, che allo scrittore manchi quella capacità, o quell’esigenza, almeno ogni tanto, di mettere giù il suo tappetino, mentre le macchine trafficano strombazzando per il centro di Milano, inginocchiarsi e volgersi verso la direzione che sente la propria, verso una sua personale mecca.

Qui il sito del libro.

220. Articolo duecentoventi.

22 Nov

Non è che abbia molto senso scrivere un post in cui si dice che non si ha voglia di scrivere — anche perché non è proprio vero: scrivo in continuazione, se è per quello, ma è la voglia di scrivere qualcosa di sinforoso, di concinnato & ben costrutto quella che mi manca; ma tant’è (il tant’è si collega a quello che c’è prima dello hyphen; vale a dire, nel caso in cui non fosse chiaro, magari proprio per niente, che lo so, che no, non ha proprio nessun senso scrivere un post in cui si dice che non si scriverà niente di che; ma è proprio quello che sto facendo, sicché suppongo che un tant’è ci stia bene, sicché ce lo metto — cioè, l’ho messo).

Al momento, in realtà, mi sto occupando di tutt’altro — non di tutt’altro che scrivere, mi sto occupando di altro, non sto scrivendo cose che possano finire in rete perché sono troppo lunghe e non sono complete. E anche se avessi pezzi brevi & in sé conclusi non avrei nessuna voglia di mettermi qui come un pirla a copiarli — cosa che ho fatto spesso nel passato, ma l’intenzione era appunto, se non quella di condividere alcunché con chicchessia, quella di ripassare sul testo, correggerlo, migliorarlo. Be’, si dà il caso che al momento non mi senta di scrivere cose belle, e non mi senta capace di migliorare alcunché. Sono, insomma, in una fase di vomito continuo; ma anche di chiusura rispetto al mondo, non mi sento comunicativo. Cioè, non sono mai stato comunicativo; il fatto è che non ho nessuna voglia di far finta di essere comunicativo. Prima di tutto non mi riuscirebbe (posto che mai mi sia riuscito, ma in questo caso, nel caso di questo preciso pomeriggio di sabato, meno che mai). Punto secondo — non c’è un secondo. Sono alla frutta. Avrò il diritto, no?

Non sono né angustiato né mi sembra di star facendo una di quelle imbarazzantissime confessioni da blog che mai e poi mai si farebbero con qualcuno incontrato per la strada — se qualcuno di voi m’incontra per la strada, se ha proprio tanta voglia di rompersi i minchioni, può anche fermarmi e chiedermi di ripetergli tutto questo da capo a fondo. Magari non con le esatte parole, ma gli ripeterei il concetto esattamente per com’è esposto qui, nella sua succhiosa essenza. Stato soporoso, meschino, squallido, che suppongo essudi dalle mie affermazioni, per scritto e in voce, per qualunque siasi formulazione io voglia optare. Sono spompato, mi rassembro a uno stronzo molle: questa è una formulazione più densa e altrettanto veritiera, dal punto di vista euristico esattamente equipollente. E’ questo uno dei rari casi in cui forma e contenuto, volendo, possono anche essere distinti, ma comunque è inutile, perché anche distinti sono esattamente sovrapponibili.

Oggi, però, è una bella giornata.

217. Ah…

12 Nov

… e vaffanculo a Mario Bianco, naturalmente.

210. Dove state andando?

23 Ott

Sembra un momento non bello per i blog che frequento più spesso, e che spesso vorrei continuare a frequentare. Giorni fa sono andato a leggermi qualcosa da adlimina, da cui colpevolmente mancavo da un pajo di settimane (il tempo a disposizione è sempre limitato, e se ci sono altre discussioni in corso o sto seguendo qualcos’altro, è giocoforza per me fare delle rinunce), e scopro che ha chiuso. Ma nelle motivazioni che dà dell’insano gesto, dietro la complessità del fraseggio e la consueta opulenza dei riferimenti, mi è stato impossibile non percepire qualche veleno, qualche amarezza, un senso generale di avvilimento che mi ha messo in allarme prima, e poi mi ha fatto riflettere. Poi, con un post-consuntivo sulle prime incomprensibile, ma che di per sé dovrebbe essere anodino come tutti i consuntivi, o un ritmetto niais da vaudeville con cui l’operina dovrebbe concludersi, lo sgargabonzi mi ha dato tutta l’impressione di voler chiudere tutto quanto, e ha anche scritto che prima o dopo, più prima che dopo?, questo avverrà, e, nel caso, aprirà un forum. Infine quello che meno mi aspettavo, e cioè che alcor a sua volta, dopo una serie di post su questioni di lingua, che per la verità rappresentavano una gamma molto varia di posizioni in materia, e dopo un bozzetto ittio-autobiografico di rara bellezza, a sua volta decide di chiudere; stavolta, a differenza degli altri, dichiarando irritazione per le notazioni che evidentemente sarebbero state fatte (ma da chi? da tash?) circa la sua presunta ripetitività, od ossessività, o qualcosa del genere, nel trattare questioni di lingua e di stile — come se girasse sempre intorno alle stesse questioni. Io avevo, chiaramente non richiesto, ma chi è richiesto di qualcosa, quando interviene su un blog?, tagliato la testa al toro dicendo che il problema non è in sé lo stile, ma lo scrittore; e non ero entrato troppo nello specifico di quello che si stava discutendo, anche perché dello stile di uno scrittore posso dire solo semi piace o no, tendo a non dargli un valore oggettivo e a non farne oggetto di osservazione e di studio, e sarei portato, in genere, a preferire basse questioni grammaticali (sempre in vista di quello che posso farmene io); sicché ho spigolato quello che meglio riuscivo a capire, sempre tiranneggiato, anche, da problemi di tempo a disposizione (che può essere anche un vantaggio, come ho già detto altre volte), quindi mi sono perso il momento della discussione; i commenti sono stati chiusi prima del mio arrivo e io non posso in alcun modo ricostruire la storia.

Quello che mi ha reso perplesso e un po’ aggrondato è lo stato d’animo con cui i varj bloggeurs hanno chiuso, adlimina con apparente amarezza, lo sgargabonzi con stracchezza, alcor con irritazione: solo poi mi sono reso conto che non c’è modo di chiudere un blog col canto sulle labbra, che se lo si fa è per forza per stanchezza, o perché non si è ottenuto quello che si voleva, o perché non ci si è trovàti bene, o per una serie di altre ragioni negative, e mi sono sentito anche un po’ un pirla per non averci pensato prima. Più che altro è strano, questo sì, che proprio questi blog, strafrequentati, pieni di commenti interessanti, siano abbandonàti dagli ownerz nei momenti del massimo affollamento. Con gli stessi apparenti sentimenti di frustrazione (sgargabonzi a parte) con cui chiuderebbe, e ha chiuso, chi col suo blog non è riuscito a raggiungere abbastanza persone.

Lo sgargabonzi non mi pare inasprito, ma mi piacerebbe che non parlasse più (poi faccia quel che vuole, per carità) di chiusure. Adlimina ha detto che probabilmente riaprirà, se non tra breve, almeno poi.

Invece alcor ha detto che è irritata e che chiude una volta per tutte (ma è un post da leggere, con quell’aggettivo “periglioso” appiccicato al sostantivo blog che dovrebbe dar da pensare).

L’effetto di questi abbandoni m’è deprimente. Non capisco che fine dovrebbero poi fare queste scritture in rete, salvo i casi in cui si decida (esiste un comando a disposizione per questo, sui blog di tutti i tipi, credo, almeno splinder e wordpress ce l’hanno) di distruggere tutto. Continuano a rimanere come testimonianza di un tempo che si allontana sempre più, sempre meno raggiunti per caso da motori di ricerca e da frequentatori del bel tempo che fu? L’owner che chiude potrebbe decidere di farlo anche per vent’anni, poniamo; trascorsi i quattro lustri, posto che non abbiano chiuso per sempre anche splinder, wordpress, iobloggo, leonardo e chi altro kacchio c’è, potrebbe tirar fuori dal cassetto la pass accuratamente segnata su un foglietto, ormai ingiallitissimo, e riprendere. O potrebbe interrompere tutti i fine di settimana, o chiudere per sempre tutti i fine anno. O fare annuncj falsi di chiusura, per vedere l’effetto che fa. O annunciare, al contrario, continue aperture: tutti i mesi potrebbe inaugurare un blog nuovo, e magari non scriverci un bel nulla. Non so, certi meccanismi della vita reale, come quello di dire “lascio”, per esempio [quel “lascio” così necessario da dire, in certi casi, vedi quello che m’è venuto fatto di fare negli ultimi giorni, & già attediai i miei 3 lettori con quella sordida faccenda due post fa], qui sopra suonano strani. Strani perché, è vero, non tutti i giorni, non a tutte le ore si ha lo stesso entusiasmo di mettersi davanti allo schermo, e “mettersi a scrivere”; ma in realtà un blog non richiede, per sua natura, propriamente prestazioni di tipo letterario.

Se non per lo scrittore che vorrebbe sempre che le sue parole splendessero, e che deve anche fare sforzi per renderlo possbile, e dovunque e comunque scriva vuole e deve essere sempre sé stesso. I due blog che hanno chiuso sono due blog di scrittori (scrittrici, anzi). Se si tratta di scrivere, se scrivere è una condizione, perché non continuare? Ammenoché siamo ancòra tutti romantici, e io non me ne sia accorto, e via via, come tante lucine che si accendono, e tanti blog che si spengono, gli scrittori che mi ritrovo intorno ricevessero, un dopo l’altro, la grazia, e raggiungessero la perfezione del silenzio. E io qui, come un coglione, a pigiare i tasti a ore fisse. E lo stesso Gori, che si vanta di aver letto due libri in vita sua e di essere un cretino di agente di assicurazioni (sto citando dalla zia Mame, non so che cosa faccia di preciso ma c’entra, credo, con l’economia), ha confessato un pajo di volte l’assoluta accuratezza che mette in quello che scrive, può definirsi esattamente un “diarista in rete”? Perché, se la risposta è no, mette in conto, prima o dopo, di chiudere? Chiudere cosa? Posso capire che si continui a scrivere in altra sede, per quanto il blog è un ulteriore versante della scrittura, dopo averlo conquistato, anche se non è una conquista che costi lacrime & sangue & merda, intendiamoci, non sarà autopenalizzante rinunciarci?

Avrei potuto trovare interrogatìvi molto più intelligenti, data la luttuosa circostanza, ne convengo, ma i lutti non avranno mai il potere di rifarmi il cervello, e vi tenete gli interrogatìvi che ho posto, imbecilli (ma spero di no! spero di no!) giusta la matrice che li ha partoriti.

208. 20 ottobre.

20 Ott

Il titolo del post non tragga in inganno: si tratta molto semplicemente della data di oggi. Giorno per me sempre funesto, insieme con quello dell’8 marzo (la festa della donna non c’entra assolutamente nulla, ovviamente), ma non è di questo che voglio parlare — non è il caso, non qui.

Ecco, jeri parlavo della gente di merda, lumeggiando appena alcuni degli scambj — ma proprio così, incidentalmente, per dare un’idea — di pettegolezzi e vaccate che per un pajo di mesi, ormai, si sono succeduti. Io, non sapendo che cosa fare di meglio la sera, mi sono rassegnato a sedere spesso in pizzo a qualche panchina, alternando gli sbadiglj con la odd sentence lasciata cadere di tanto in tanto, mentre subivo chilometri di blatere ed esplosioni astiose.

Dovevo ben immaginarmelo che, come barbone, non dovevo fidarmi delle compagnie che avrei trovato. Non si tratta di innocui spostàti, no, si tratta di pazzi completi, furiosi e unbounded. L’inizio della fine dei miei rapporti con essi è stato quando l’Imbecille è riuscito a reinfilarsi in casa della Vacca raccontandole che, se c’era stato qualche dissapore tra lei e lui era tutta colpa mia (quale sarà il mio aggettivo sostantivato? Povero Pirla?), che mi sono adoperato in ogni modo affinché finisse in mezzo alla strada, insieme a me. Probabilmente per mie gelosie, per il fatto che loro hanno una casa e io no, e poi si sa che quelli come me odiano le donne.

Qualcosa mi dice che mi sono sottratto appena in tempo (o quasi). Infatti oggi sono andato come di consueto al M.te de’ Cappuccini, dove quando ne ho bisogno posso chiedere qualche vestito. Stavolta il frate me li ha negàti, con una scusa qualunque, cioè inventando una frase che avrei detto tempo prima e che l’avrebbe lasciato offeso. Mi pareva evidente che parlasse a suocera perché nuora intendesse. In effetti, l’Imbecille e il Subnormale, fino alla settimana scorsa, sono voluti salire con me a prendere i panini dal frate. Sabato non sono andato. Loro evidentemente sì. E m’è tornato in mente qualcosa di vago che avevo sentito a proposito di Racchia, una cosa che al momento non avevo capìto, circa il fatto che avrebbe chiamato i Vigili e/o l’Asl per fare un’ispezione nella casa della Vacca, che in due case minuscole, in condizioni igieniche pietose, ha qualcosa come ventisette gatti (posto non ne siano morti altri nel frattempo), nessuno dei quali vaccinato e con l’Aids felino. Non avevo capìto allora, capisco adesso. [Dopo la segnalazione, naturalmente, le due hanno continuato a strusciarsi insieme. La Vacca probabilmente deve aver detto qualcosa di compromettente ai genitori della Racchia, che sono due casi umani, e la cosa poi è andata avanti di ripicca in ripicca, questa è una troja, quella è una bocchinara e ci siamo riconciliate e tesoro sei la migliore amika]. Quanto al M.te de’ Cappuccini, mi limiterò a non andarci più. Un pasto al giorno, comunque, mi è di norma sufficiente. 

Possono passare anche a s. Antonio, volendo, ma non credo che riusciranno a farmi negare il pasto: lì extra non ne chiedo e non ne dànno.

Non farò, per ora, nulla: lo prendo, temporaneamente, come parte integrante del mio quotidiano martirio. Sono stato un idiota a permettere che si arrivasse a questo livello di confidenza, la colpa in fondo non è d’altri che mia. Non farò nulla anche per ragioni concrete, materiali: a parte il blog, che mi concede al più mezz’ora di nugae al giorno, sto tentando di finire qualcosa, e, con quel qualcosa, di risolvere un po’ la situazione. Peraltro, non è nemmeno un momento dei più brutti. Intendo sfruttare intensivamente la vena, finché produce, in modo da andarmene il prima possibile da questa città. Non è questo il momento per pensare a queste cose.

Potrebbero succedere cose più gravi? Non lo so. Tutti abbiamo qualcosa da perdere, anche quelli, come me, che sembrano non avere nulla. Impossibile prevedere dove potranno arrivare le passioni distorte, risentimenti e gelosie, di un gruppo di malati di mente che si eccitano a vicenda, e perlopiù a vicenda si aggrediscono, salvo che non ci sia qualche malcapitato di passaggio. Non nego di non aver previsto nulla del genere: la mia è stata un’idiozia, come già detto, e della più sesquipedale specie. Dovevo evitarli, e purtroppo, data la mia fiacca abitudinarietà — sono un barbone molto metodico, in un certo senso, la mia è una vita esteriormente assai monotona –, sono quasi sempre raggiungibile. Alla peggio riparerò in qualche altra biblioteca — m’è tutto assai scomodo, ma pazienza. E poi me ne andrò.

E’ bello il commento del marinajo  sotto il post “Gente di merda” che precede questo. Ma non prevede, nei rapporti umani, la rilevanza di un fattore: e cioè l’ìmportanza di quello che siamo noi  che veniamo in contatto con le persone. Persone che non si permetterebbero mai uno sgarbo a chicchessia, di fronte a una presunta debolezza, non appena presumono di avere una misura, piccola o grande, di vantaggio su qualcuno, scoprono una malvagità senza pari. E questo, trovo, è molto interessante e istruttivo, & meritevole di approfondimento.

Riprenderò questo argomento solo e se ci saranno ulteriori sviluppi (specie sgradevoli, ma non necessariamente per me).

206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.

9 Ott

Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.

Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano — tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.

Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combattè in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ’95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.

Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.

E’ un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.

Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non potè fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.

Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.

Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Taddea Colloredo), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.

Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.

Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. E’ del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.

Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:

Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnàti?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.

E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. E’ come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.

Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.

Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.

196. Il Corvo.

7 Ago

L’altro giorno leggiucchiavo alcuni albi (4, del ’94, l’ed. italiana) de Il Corvo, il fumetto (1988-’89) di James O’Barr da cui poi i quattro film dark-fantasy (1994, 1996, 2000, 2005). Una cosa straconsolatoria: uno zombie, Eric Draven, si vendica di una banda di tossici che ha fatto fuori, a freddo e per puro divertimento, lui e la moglie Shelly, in pieno idillio neomatrimoniale. Una cosa borghese, insomma, nella quale la fonte del compiacimento è nel “valido” pretesto fornito al vendicatore per l’adozione di pratiche sadistiche e di uno spiccato travestitismo: molto Tom of Finland le scene, abbastanza frequenti, di bettole e osterie da bassifondi, con molti culi scolpiti inguainati nel cuojo, stivali, anfibj, scialo di bistri e rossetti. Noto anche una nota fortemente regressiva nella concezione dei volti, tutti con occhj grandissimi, come ce li hanno i cuccioli e i bambini. L’aspetto regressivo specifico, centrale, è quello della reversibilità — prima di tutto nella scelta della figura dello zombie, che poi è una sorta di joker e vampiro “asciutto”, un ritornante, che simbolicamente serve a lenire l’amarezza dell’essere “morti dentro” tramite la prospettiva del tutto fantastica di un’acquisita onnipotenza. Il Corvo ninna le coscienze — con le sue straccionissime atmosfere dark anche quelle dei più spostati — con la favola che sia sempre possibile riparare il torto, anche il più estremo, con la possibilità di ricorso al soprannaturale per rimediare il dolore della perdita, o la perdita tout court. Tutto questo è arcinoto.

Se, tuttavia, la funzione simbolica di queste scritture e storie è ingenua e fallosa, il vantaggio che hanno su rappresentazioni più mature, o semplicemente ciniche, rinunciatarie, sfiduciate, superficiali in ogni altro senso, è proprio nel loro sorgere da un più serrato, immediato confronto col dolore, nella più positiva speranza di una forma di salvezza — cioè in un bruciante, immediato ma coerente, durevole, bruto desiderio della stessa –, nonché nella consapevolezza profonda di averne pieno diritto. Il modello remoto è quel miracolo che ha titolo Il conte di Montecristo, l’unica novità del genere e il vero capolavoro, dove effettivamente è rappresentata, con un’ironia che i più remoti e inconsapevoli discendenti di Dumas père non hanno poi mai avuto, una cristologia antifrastica, che nel nome della giustizia per gli oppressi scivola facilmente e come automaticamente in un giustizialismo abbondantemente pagano, rivoluzionario. Rodolfo di Gérolstein era ancòra intermediario, e quindi garante di un ordine costituito talora disfunzionante (lui era lì a mettere una toppa, diciamo, di tanto in tanto); Edmond Dantès è assolutamente autogestito, e la sua carriera di vendicatore coincide con il suo percorso di miglioramento di sé — commutativamente, il miglioramento di sé è un riscatto sociale, ossia una vendetta. Non tutto quello che stava nei presupposti illustri del grande filone è pervenuto ad epoche più recenti.

Ma non è nel progetto ultimo di queste scritture che dev’essere cercato il loro valore — perché se hanno attrattive, allora hanno valore –, quanto nell’inesausta sete di giustizia, nella vigorosa consapevolezza del diritto alla vita e alla felicità. Se dunque il presupposto è increscioso e miserevole, e la conclusione, o pseudo-soluzione, è miserevole due volte, è il durante, il suo dipanarsi configurandosi come ostinata, non vinta reticenza alla dissoluzione degli astj e dei rancori nell’obbligatoria quiete, metodica e punteggiata di segnali rassicuranti, a cui sono finalizzate le leggi della convivenza, che si propongono insieme come inibitorie ma anche come lenitive, che dev’essere scovato il pregio di questa narrativa. In fondo, in qualunque narrazione il presupposto e la finalità sono secondarie rispetto allo svolgimento. In questo caso la “parte centrale”, nei due sensi, comunque sia inquadrata, consiste nella rappresentazione del rancore e della brama di liberazione; in forme ipertrofiche, iperespressive e violente rancore e brama di liberazione diventano mera pornografia: e la pornografia, si sa, è istruttiva. Diventano concepibili, acquisiscono una liceità. In questo è la loro funzione; e il loro forte richiamo, nonostante il tratto squallido, il cattivo gusto, l’implausibilità — proprio grazie all’incresciosa, volgarissima scopertura delle intenzioni sottese (e neanche tanto sott-).

189. “Vite perdute per strada” di Fabrizio Filosa.

28 Giu

Quando urza me l’ha visto in mano ha pensato seriamente a una provocazione. Quando gli ho detto che l’idea era lungi da me, e l’ho convinto, m’è parso preoccuparsi; mi ha chiesto che cosa non stia andando, in particolare, nelle mie condizioni attuali, se i servizj sociali funzionino ancòra a dovere, quanti pasti mi siano garantiti al giorno, se mi trovi in una situazione di disagio particolarmente acuto. Nulla di tutto questo: io leggo volentieri libri sul barbonaggio, specialmente quelli di ordine crassamente idio-biografico, perché vi si trovano spunti interessanti, per la vita, per la scrittura, insomma stimoli all’immaginazione. C’è un grande bisogno di immaginazione. Mentre venivo qui, un signore dalla brutta e antipatica faccia da tipico gianduja subalpino, frutto di trentadue generazioni di incesti selvaggj, un abisso di torva idiozia di cupa demenza sotto la fragile maschera imposta dal benessere , mi fissava con sguardo diabolico, con sorriso sardonico, reggendo la copia fresca della Stampa aperta davanti a sé. Eh, lo so, ne ridono tutti così, la gente istruita. Fino a un anno fa avrei provato il desiderio di cacargli in gola. Adesso, oramai, lo compatisco, perché so che trascina una vita di merda — il patrimonio genetico e le false convinzioni ne hanno fatto un morto che cammina — lui e tutti quelli che gli assomigliano, intendiamoci, che (intendiamoci, però) io non disprezzo, cioè non disprezzo più. L’autor del Leviatano dice che ride, sorride, degli altri, deride gli altri chi è sicuro del proprio destino. Io non sono sicuro di nulla, quindi non sorrido, non rido, non irrido, non derido. Compatisco, senza più compassio, sempre sperando — beninteso — che nessuno dei diretti interessati se ne accorga.

Il libro di Fabrizio Filosa, pp. 171, pref. di Oreste del Buono, Muzzio, Padova 1993 è molto bello, ha scelto con cura le storie che compongono il libro, raccolte dalla viva voce di 13 barboni, uomini e donne, di Milano, di Roma e di Torino.

Perché è anche, o soprattutto, una questione di storie, di — horresco referens, ma la movenza usata in questi casi è questa — “storie di vita”. Giungere alla perfetta sicurezza circa il proprio destino, quello dei proprj familiari, quello della propria categoria è frutto di una violenza incessante; non posso dire che “la rifiuto” perché, per mia costituzione, sono totalmente alieno da questi meccanismi — ma nessuno, ed è sicuramente un’altra delle fortune che mi sono capitate, capisce quale sia il mio merito in questo — e una volta integrato finirei coll’aver sempre la parte peggiore. Comunque sia, nessuno al mondo può sfuggire alla società: ad un titolo o ad altro, tutti siamo integrati nel sistema da cui dipendiamo: una vera e propria “uscita” da esso, quale dovrebbe essere determinata da quello che si chiama emarginazione, è materialmente impossibile e inconcepibile. Fuori dai margini non c’è nulla; il dropout non droppa in nessun “fuori” reale. Cambia, radicalmente e con conseguenze sempre più incalcolabili, il modo di star dentro. E’ vero che ci si esclude da certi giri precostituiti; ma entrare nell’indeterminato, o nel meno determinato, o nel diversamente determinato, non vuol dire “uscire”. Nessuno esce. Si cambia posizione, punto di vista — nulla si cancella, tutto si reinveste in una chiave del tutto diversa. E poi ci sono anche esperienze, non sempre dirette va da sé, diverse. Più il punto di vista diverso. Mi piace riportare uno stralcio del libro; si noti, per chi ha presente l’autore, come il tema, la storia, la fabula, in sé sia sostanzialmente similare a quello che si trova, poniamo, in tutti gli insight borgatari di Siti, per esempio; ma c’è un punto di vista diverso, ovviamente, che non è quello dell’osservatore. Sbaglia chi pensa che la cosiddetta vita di strada, a tutti i livelli e con qualunque intensità vissuta, possa essere “libera”, e pertanto cercata e conseguita a questo scopo. La perdita di tutto prelude al compimento di una cosa che è l’esatto contrario della “libertà” volgarmente intesa, cioè di un destino, che è impossibile rivelarsi finché si rimane irretiti nelle convenzioni e nei rapporti di forza contestuali al nucleo familiare, al lavoro e quant’altro — prendendola dall’altra parte: i rapporti codificati hanno in qualche modo il còmpito di eludere il destino (con molte conseguenze che sono sia positive sia negative, come càpita per qualunque “scelta di vita”; ma è una scelta?). Leggendo storie di questo tipo ci si rende conto di come il tragico non sia affatto morto: ha solo girato l’angolo. Finisce per strada chi ha scoperto il suo destino; chi non può liberarsi del destino finisce in strada?

Sono più gli interrogativi che le risposte, come al solito. Ma mi premeva rilevare questa cosa: una parte degli uomini, delle donne, che vivono “a diverso livello” nella società, è più di altri prigioniero della propria vita. E, comunque vada, certe storie, anche grottesche e/o atroci, sono belle:

La mia sfortuna è cominciata nel 1984, quando sono stata picchiata da un ex-carabiniere: Anzi,per dirla proprio tutta, è stato un tentativo di omicidio in piena regola, una cosa che a ripensarci mi vengono ancora adesso gli incubi e sto male per giorni e giorni. Mi ha bastonata con un oggetto pesante e mi ha provocato una lesione permanente alla testa. Tre ore e mezza di sala operatoria ho dovuto fare. Un tentato omicidio per un motivo banale… e la polizia non gli ha fatto niente.

E’ dopo quella storia, dopo il trauma al cervello, che ho preso a bere forte. Anche prima, per la verità, bevevo un po’, ma non ero alcolizzata. E non avevo bisogno di dimenticare.

Quello lì, quell1ex-carabiniere, è uno di Bolzano. E’ l’incubo della mia vita. Mi perseguitava. Nell’ ’89 mi ha bruciato la casa ed è per questo che sono finita in strada, perché mi ero appena divisa dal mio convivente, era lui che pagava l’affitto. Tempo dopo l’incendio del mio appartamento sono riuscita a rintracciare il fratello del criminale e gli ho detto: “Guarda che il tuo bel fratello mi ha fatto questo e questo e questo.” Sa cosa m’ha risposto? “A me se lo ammazzi mi fai solo un piacere. A mia madre la fai rinascere”. Son cose, queste, da cui non ci si riprende più.

Questo biondo qui era uno che aveva conosciuto un certo giro e una certa vita quando faceva il carabiniere e deve aver pensato che gli conveniva di più infilarcisi dentro. Quando ha lasciato la Benemerita si è infatti subito messo a fare il balordo, il piccolo malavitoso. E allora sono cominciati i guai perché ha coinvolto il mio convivente. Quei due insieme facevano un sacco di porcherie: si travestivano da donne e si prostituivano, rapinavano, rubavano portafogli, orologi, quel che capitava. Lo facevano per guadagnare con tutto comodo, perché non avevano voglia di andare a lavorare.

Io lo sapevo fin dall’inizio della nostra storia che lui pendeva un po’ da quella parte lì. Ma non mi sembrava una cosa tanto grave, stavamo bene insieme, la situazione era accettabile. Finché una sera tardi, mentre rientravo, me lo sono trovato sul marciapiede a 500 metri da casa vestito da troia. Madonna, cosa non è successo quella sera! Io non pensavo che il vizietto si fosse spinto fino a quel punto perché in casa non vedevo parrucche, non vedevo vestiti da donna, ma solo degli abiti variopinti, pantaloni alla Celentano, di due colori, che erano di moda. Allora è venuto alla scoperto tutto il movimento e io lì ad assistere.

(…)

Poi piano piano l’ho accettato, l’ho dovuto accettare.

(…)

Pp. 141-142

187. New Post.

26 Giu

So che è passato un sacconaccio di tempo dall’ultima volta che ho scritto qualcosa, ma non è che non mi sia impegnato. Anzi,per fare le cose in maniera un po’ insolita ho pensato bene di preparare il nuovo post a parte, e poi postarlo. Solo che così, prima di postarlo, ho pensato bene di rileggerlo. A quel punto ho pensato bene di correggerlo. A quel punto ho pensato bene di ampliarlo. Mi è venuto un po’ lunghetto. Quando è finito lo posto, chiaramente, solo che sono in alto mare e non so quanto ci metterò.

Nel frattempo posterò una cazzata una tantum, in modo da far vedere che ci sono e che ho ancòra qualcosa da dire, invece di andar sempre a far cancan nei blog degli altri. (Non è vero niente, va da sé, ma, se davvero mi fosse rimasto ancòra qualcosa da fare, avrei fatto veramente qualcosa, mica avrei aperto un blog).

115. L’Hoggidì secondo Tommaso Stigliani.

24 Apr

[…]

Troppo è casuale la piega dell’opinion popolare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S’assomiglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi, ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili e communi. Questi sì fatti pericoli se fussero stati ben considerati da coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il numero de’ versificatori italiani, come il veggiamo essere. Che per mia fé non è città d’Italia da cento anni in qua, non terra, non castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti, che tutto il dì scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali, e le stampano. Onde i libri son moltiplicati sì smisuratamente e sì fuor d’ogni termine, che solo a far catalogo de’ nomi non basterebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama de’ Lombardi non giunge in Toscana, e quella de’ Toscani non si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro delle proprie muraglie la nominanza de’ suoi poetucoli vani.

E lo stesso ch’avviene in Regno alla città madre, avviene alle città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sardigna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale, e che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti sono tanto incogniti che, non che l’uno non conosca l’altro, ma appena ciascuno conosce sé medesimo. A tal che tutto lo scrivere poetico d’Italia altro non viene ad essere ch’uno ampio abisso d’oblivione, ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che ‘l mondo s’è talmente stufo, talmente sazio, e talmente svogliato, che né meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta spesso lodar da chi ha giudicio, perché “stomaco turbato aborrisce il zucchero” e “cane scottato teme l’acqua fredda […]. Poiché quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete, non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe la testa nella pietra.

Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla? …

Tommaso Stigliani, Lettera al Signor Rodrigo **** “Esorta l’amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del Marinismo” [Di Matera, 4 marzo 1636]. Da: Giovan Battista Marino, Epistolario seguìto da lettere di altri scrittori del Seicento, vol. I, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini. Laterza, Bari 1912. Pp. 341-347.

112. Idea!

20 Apr

Il problema, come me lo sono posto, è mal posto, anzi malissimo. Non so dire esattamente, cioè per filo e per segno, il perché: ma non può essere che mal posto, per il semplice fatto che, così come me lo pongo, m’impedisce di scrivere.

Forse, allora, prima di cominciare a chiedermi che cos’è per me la scrittura, a che cosa mi serve, perché scrivere, farei bene a guardare la cosa sotto un altro aspetto.

Prima di scappare dalla casa in abbandono in cui stavo prima di finire in mezzo a una strada (e anche più di una), molto prima di tutto questo, avevo raccolto tutte le cose che avevo scritto, e che si trovavano inzeppate dentro le scrivanie (due stipetti per scrivania, per due scrivanie) e nei cassettoni sotto i letti (due cassettoni per letto, per due letti), e poi in altri angoli come le fessure tra i mobili e il muro, oppure appallottolate e arrotolate dietro le file dei libri sugli scaffali in anticamera, e persino dentro un archivio di metallo grigio, in una parte della casa che non mi apparteneva; e in un’altra parte della casa che non mi apparteneva, in un altro armadio, dentro cartellette e faldoni.

Avevo riscoperto un romanzo scritto su una serie di quadernetti a righe, che poi avevo appiccicato l’uno coll’altro, era una cosa piuttosto breve (cinque o sei quaderni, l’ultimo nemmeno finito, e poi scrivevo molto grande), risalente probabilmente all’ ’84/’85; tutti i miei sonetti, circa 3000, e alcuni versi del tutto liberi di quando non sapevo fare versi, risalenti alla terza media (’86, se non vado errato); racconti in cui parlavo della morte di vecchj, scritti su foglj di formato particolare, quadrati, con la rigatura da una parte sola, azzurri e avorio, avanzati dallo schedario, tutto a mano, della prima compilazione del Passerini-Tosi (ricordo che ci si scriveva con estrema scorrevolezza, erano quasi carta oleata, ma stancavano — quelli azzurri — lo sguardo, e alla fine del racconto più lungo su quei foglj azzurri, lasciati per ultimi, avevo il mal di testa).

Ricordo distintamente tre cose scritte durante la mia infanzia.

1. Una cosa probabilmente del 1983, scritta secondo il mio metodo (come mi sarei accorto dopo, cioè, cancellando tutte le espressioni figurate: volevo parole incontrovertibili come cose, e quando mi spinsi, poco dopo quel racconto, fino alle singole parole, non riuscii a capire che sono tutte metafore spente o semispente, e mi ridussi a non poter praticamente più scrivere, se non di sguincio, come dire?, obliquamente), raccontava con grande accuratezza e rigidità di un vecchio che ricorreva a un passaggio segreto nella sua casa. E’ sparito, e lo rimpiango.

2. Una lunga novella pseudostorica, che doveva chiamarsi Il gigante, ma come titolo non mi piaceva: consisteva in una visione apocalittica in cui il gigantesco simulacro di una donna, sarà stata una divinità femminile, camminava sopra tutte le principali città della penisola italica, a partire da Mezzogiorno, devastandole: il romanzo si concentrava su Roma prima, durante e dopo il passaggio della statua ciclopica. Non ho mai capìto che cosa cazzo intendessi significare, con questo, ma mi pareva un’idea assolutamente ardita, e anche per questo lo rimpiango — e se lo rimpiango, c’è il suo bel motivo, cioè che non ho più trovato nemmeno quello.

3. Il racconto Iride. Credo — ma attenzione: potrei sbagliarmi, quindi non sono da prendere del tutto sul serio — trattasse della triste storia di una madre e di una figlia. Lo rimpiango perché era una ruffianata senza precedenti, e infatti, dopo scritto, mi rimase abbastanza impresso da ricordarmi di darlo in giro da leggere ai grandi. Ricordo una conoscente di mia madre, molto commossa, che mi fissava con uno sguardo lucido, dall’intensità così omicida che ne ebbi un tuffo al cuore. I bambini hanno intùito: quella donna poteva darla a bere ai miei, e parere realmente commossa, ma io avevo capìto che in quello sguardo c’era solo un odio feroce. Rimpiango quel racconto perché è stata l’unica cosa che abbia scritto con la voglia di compiacere a qualcuno, probabilmente influenzato dagli scritti di qualche bambino malato incontrati sulla rubrica di Topolino o qualche rivista.

Raccolsi anche abbozzi e frantumi di poemi eroici, tra cui un Eliodoro poema a vanvera, di cui avevo scritto otto o nove cantari (49 ottave ciascuno), e lo schema, una cosa enorme — come tutti gli altri miei poemi heroici doveva contare 5000, 10.000, 100.000 ottave, 250.000, 500.000, 1.000.000 di versi. Poi altri componimenti, lirici, tra cui degli esperimenti di grosse stanze (da 50, 60, 100)  per poema, li avevo fatti direttamente al piccì, un vecchio scassone che stampava ad aghi, e mi piacevano.

Tutto questo l’ho raccolto e poi l’ho dovuto abbandonare. Quindi è perduto, tutto quanto.

Perduto il diario tenuto dal 1993 al 2004. Si divideva in Primo diario (1993-1999), interrotto ai primi mesi del 1999, durante i quali scrissi solo versi (tra cui segnalati alcuni componimenti in ottave); apriva il Diario degli anni di galera il diario successivo (post marzo 1999-luglio 1999), una sorta di parentesi, a cui seguiva il Diario del servizio civile (luglio 1999-maggio 2000), per continuare col Terzo diario, dal maggio 2000 al 2004. Tutto ciò, scritto su quaderni, quadernoni, blocchi con la spirale e foglj volanti, riempiva una portafoglj di tela blu, ma in modo tale che, così riempita, non poteva più chiudersi.

Foglj sparsi e non inventariati, per la gran parte progetti e schemi di cose mai scritte, riempivano sette grossi scatoloni. Non li ho più, tutto è perduto.

Lo rimpiango, cose più e men cattive, non tanto per quello che c’era — di fatto non ho concluso praticamente nulla, e ci mancherebbe: nelle condizioni in cui mi trovavo, a tutto avrei dovuto pensare, fuorché a scrivere (non che mi fosse proibito: era semplicemente illogico, e anche poco etico) — ma per quello che era servito a ‘tenere in caldo’ per tutto quel tempo. Ossia una serie di idee, molto grandi, molto irrealizzabili.

Di queste, l’idea principale era uno smisurato romanzo (smisurato, ripeto, negli auspicj) dal titolo Melisenda Cornaro, un nome che accozza, a quel che vedo, la bella tripolitana e la regina di Cipro in maniera scarsamente accettabile, ma che per me era sufficiente ad evocare mondi. Non era un’amica immaginaria: potevo incontrarla solo quando mi accingevo a scrivere, cioè su quelle pagine che avrei scritto se solo ne fossi stato in grado. Non è nemmeno un’idealizzazione infantile: in effetti cominciò ad accompagnarmi, come personaggio, sin dai primi anni, ma cresceva con me. Non era il mio alterego, perché in effetti tra i personaggj di contorno c’ero anch’io, un po’ diverso, ma ero sempre io. Era, diciamo, un personaggio.

Di esso romanzo inesistente scrissi delle parti che effettivamente non significavano alcunché; ma per la quale in anni recenti, nel momento forse più inopinato, riuscii a stendere una sorta di trama, che mi pareva altamente suggestiva e, trattandosi appunto di anni recenti, forse era. Il mio grosso problema era ed è sociale, ed è insolubile. Per un verso o per l’altro, il più grave motivo d’angoscia quando ero bambino era la fortissima discrasia coll’ambiente, tale per cui ricevevo risposte, dalle cose, dal tempo, dalle persone, non semplicemente al disotto delle mie legittime aspettative, ma soprattutto fuori quadro, errate. Come una freccia che fa sempre centro, ma sul bersaglio sbagliato. Me ne derivò una precocissima coscienza di essere caduto per caso nella vita sbagliata. Questa coscienza, che, fosse o no fondata, si è radicata in me ormai moltissimo tempo fa, diventando parte di me e impedendomi, ormai, di pensarla altrimenti, mi aveva portato a concepire un romanzo-serbatojo in cui potessi mettere, ordinandole e integrandole, tutte le fuggevoli, parziali, ma in totale abbastanza numerose tracce della mia vera vita, quella perduta, in modo da riuscire a viverla, sia pure vicariamente, per specula.

Non scrissi quasi nulla che avesse un respiro sufficiente da poter far parte integrante di un romanzo; raccolsi molti frantumi, molte descrizioni strampalate. Tutto questo era, e mi sembrava, in sé e per sé da buttar via in toto, ma mi serviva perché teneva, come già ho detto, ‘in caldo’ l’idea. Di fatto non sapevo che cosa potesse entrare nel romanzo, per converso mi era chiarissimo tutto quello che doveva esserne escluso. L’intuizione fondamentale c’era, e quel ciarpame, di per sé inservibile, gracile, brutto, era tuttavia sufficiente a permetterle di appoggiarsi da qualche parte. Quello che più mi galvanizzava, del gran progetto, erano ovviamente le sue maestose proporzioni: si sarebbe dovuto comporre di 7 periodi (di tempo, e c’era anche una corrispondenza con 7 zone del mondo), ciascuno scandito in 7 parti, ciascuna a sua volta distinta in 7 unità, ciascuna ripartita in 7 volumi divisi in 7 tomi di 7 libri di 7 capitoli ciascuno: 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 = 823.543 capitoli, ciascuno dei quali di 49 pagine: per un totale di 40.353.607 pagine. Contavo, se pure non potevo vivere come volevo, che una simile quantità di carta mi avrebbe distratto dai miei dolori. Se invece di comporre un romanzo avessi avuto l’uzzolo di — chessò — edificare una città, sarei stato un piccolo asperger perfetto: a quest’ora il plastico sarebbe cosa fatta, e io potrei girare per i villaggj, o lanciare in rete le ricostruzioni grafiche delle viuzze, i sotterranei, i palazzi dei congressi, gli omini in scala, le macchine volanti, gli spaccati delle abitazioni, &c. Purtroppo o per fortuna per me, la scrittura richiede un vigile abbandono, esperienza e una certa felicità, magari non molta ma abbastanza costante; sicché non ne nacque altro che un volume spropositato di calcoli, schemi, schizzi — secondo i quali, vivendo almeno 105 anni (la durata del progetto avrebbe parallelamente contribuito ad allungarmi la vita), ce l’avrei sicuramente fatta, posto che avessi seguìto un apposito programma di preparazione, che consisteva nel cominciare, magari dall’anno seguente (era sempre l’anno seguente), da 105 pagine, a cui aggiungerne 7 al giorno la prima settimana, 14 la seconda, 28 la terza, fino a stabilizzarmi, poniamo, su 546 pagine giornaliere, dopodiché, dall’anno seguente, avrei ricominciato ad aumentare il numero delle pagine; giunti al quarto o quinto anno mi sarei dovuto fare qualcosa come due o tremila pagine al giorno. Ovviamente, pretendevo di fare il grosso in tempi abbastanza rapidi, in modo da assicurarmi il prima possibile grande notorietà e stima nella repubblica letteraria, e in modo, anche, da ben figurare come autor giovane. Giocava peraltro a mio favore il fatto che l’opera dovesse essere distinta in più volumi; per dar fiato alle trombe della fama e farmi correre sulle stampe in ogni angolo dell’universo sarebbe bastato il primo volume. Poi i tempi si sarebbero potuti anche dilatare, magari per dare spazio pure ad altre opere, quasi altrettanto voluminose. La letteratura impone maturità, che piaccia o no: ripeto, si fosse trattato di rifare il Maracanà in scala naturale coi tappi della Cocacola o di impacchettare la Statua della Libertà sicuramente, perseverando, ce l’avrei fatta — o sarei morto nel tentativo, cosa che, conoscendomi, non è assolutamente improbabile. Trattandosi di un romanzo, non potei proprio niente. Di fatto, solo nei momenti di stanchezza ero disposto ad ammettere che le parole conseguono alle cose, e, se le precedono, questo avviene solo nella nostra testa: di fatto, nei momenti di maggior esaltazione, mi nutrivo della falsa consapevolezza che le parole fossero, o potessero essere matrici delle cose, e che un romanzo potesse costruire un mondo.

Ovviamente sono tutte cose verissime: le parole possono porre in esistenza le cose, ma devono farlo a tempo e modo; e, soprattutto, ci riescono solo quando ne è lasciata intatta l’indeterminabile ricchezza di armonici, la capacità evocativa, il capriccio connotativo. Io, invece, piallavo le parole per farne mattoni.

Adesso che tutto, ma proprio tutto è perduto, non ho — come suol dirsi — un’idea che una. Provo una mancanza terribile per quel progetto, mi sembra una stronzata non averci lavorato a fondo. Forse, se solo avessi avuto un po’ di pazienza, come ho risolto alcuni problemi inerenti alla lingua, al romanzo, avrei risolto anche gli altri. Mi sono mancati validi maestri, esempj — e poi non puoi dedicarti a grandi progetti quando il mondo ti forza ad essere una merdaccia. Non è solo una grande aspirazione frustrata, che quindi continua a tornare a ossessionarmi: il fatto è che quel romanzo chiedeva, prepotentemente, di non essere scritto, almeno non ancora.

Specifico: per venirmene, idee me ne vengono, solo che me ne vengono ad un milione o due per volta, e niun cervello umano potrebbe dar sesto alla confusione. Quello che mi occorre, quindi, non è un’altra idea, ma un’idea forte, che riesca, possibilmente, a tenere insieme tutte le altre.

E non la trovo, ovviamente. Forse, semplicemente, non c’è.

E, da ultimo, ero riuscito a creare una trama, uno schema che aveva parti incantevoli, ricordo, e un disegno molto ardito, molto suggestivo. Chiaramente tutto è perduto, e, se lo rimpiango, non pertanto vorrei che mi ricapitasse tra i piedi: non vorrei sentirmi tenuto, solo per questo, a rimettere daccapo tutto in discussione. Mi piacerebbe solo sapere se, di là da tutto quanto c’era di meccanicamente irrealizzabile, ci fosse qualcosa di giusto per me, in quel progetto assurdo. In fondo, è stata la prima e l’ultima volta in vita mia che ho cercato di correre ai ripari.

105. A me dispiace

14 Apr

che alcor abbia chiuso per un po’. Mi ha preso in contropiede, dapprima, anche se non ho dato gran peso (ma così, senza preavviso — bah). Poi sotto il suo arrivederci è apparso un commento che fa particolarmente tristezza.

104. E invece ci sono: seconde note (in ordine sparso).

13 Apr

A p. 7, sulla base dei dati Eurisko, gli autori del consuntivo, Giuseppe Cornacchia ed Angelo Rendo, manifestano ottimismo circa la creazione di siti letterarj di qualità. La cosa che a dir poco ammazza è che poco dopo indicano un sito a cui tale salto di qualità sarebbe riuscito in quell’orrida fogna della Holden; la quale, è pur vero, adesso è un ordinato, quasi anodino situccio di letteratura, bazzicato (come doveva essere sin dall’inizio) dalla fauna che nel cosiddetto real-mondo (sì, so che non evoca esattamente il suon dell’arpe angeliche; basti dire, se può bastare, che tale espressione non è farina del mio sacco) frequenta la vera Holden. All’epoca, ossia quando io cominciai a frequentarla, era un campo minato per metà occupato da Alessandro Cazzi/abraxas, poi mitnick e porcozio & piri piri con i suoi esperimenti di ingegneria sociale, e per l’altra metà da uno che si faceva chiamare cav. peppino siliberto, denait, nebbiachesale, palmadoro, e che adesso si chiama palmasco e tiene un blog (che poi è quello linkato). Va bene che c’era anche Gino Tasca, decisamente il migliore; ma la fuffa prevaleva di gran lunga. E poi liti, sberleffi, insulti, minacce sanguinose, cose orribili dette o mandate a dire alla madre, alla sorella, al cugino in terza; archivj con dati personali lasciati aperti alla discrezion de’ cani. L’ambiente ideale, per me, che avevo (povero ragazzo anch’io) tanta aggressività da sfogare, e non mi sono mai tirato indietro.

Mai.

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A p. 8 scopro che il poeta Maurizio Cucchi il 18 luglio del 2001 ha dichiarato che “la poesia è un’avventura altissima, e che l’uomo non può farne a meno, se vuole continuare a sperare di essere civile e se non vuole iniziare un cammino di Darwin alla rovescia”. A parte che non ho mai sentito definire l’evoluzione come “cammino di Darwin”, ma non sono per nulla d’accordo! Quanto a me, per esempio, da quando ho ricominciato a far versi il grande cammino dell’uomo (‘somma — mezzo uomo, diciamo) verso la scimmia non solo è cominciato, ma è addirittura quasi compiuto! Io quando poeto mi trasformo, manca poco che ululi alla luna! (Cosa che in ogni caso comincerò a fare presto, lo sento).

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Sempre a p. 8 si dice: “Il risultato sarebbe stato, si pensava, un’opera comune nella quale -diluiti i singoli impulsi- sarebbe confluita la vis creativa generazionale (e non)“; ciò che per la verità sa un po’ di unanimismo. Nulla di male, intendiamoci; anche se, per esempio, sono d’accordo con la Benedetti quando nota che le opere letterarie a più mani hanno qualcosa di poco etico. Qui non si tratta di opera a più mani, ma sì del superamento di quei “singoli impulsi” che invece sono il materiale più prezioso con cui si deve costruire, da soli, l’opera letteraria. Farigoule, in effetti (e lui se ne intendeva), diceva che nel gruppo i singoli impulsi sono lasciati da banda, ma aggiungeva che parallelamente ciascuno tende ad accostumarsi al livello più basso rappresentato all’interno del gruppo. Anche quanto all’ispirazione, suppongo. Dev’essere per questo che i romanzi dei Wu Ming sono così nojosi; e che le antologie dei giovani povèti taliani sono così tutte monocordi, uguali, sciape.

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Molto lodevole, a p. 11, l’esortazione implicita a projettare qualunque velleità letteraria sul più vasto piano della produzione internazionale. Molto onestamente si dice che gl’italiani, come scrittori, non esportano quasi nulla — nulla di troppo rilevante, a parte i classici e Umberto Eco.

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Come esplicitato nel modo meno controvertibile possibile, owners e collaboratori sono tutti laureati. Mi corre l’obbligo di dire che mi sento un pirla tra cotanto senno.

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Incredibile a dirsi, sempre a p. 13 si viene a sapere che una delle cose apparentemente più difficili da riscontrarsi, ossia quanti siano i poeti occasionali in Italia, è nota: “si calcola che quattro milioni siano gli italiani che almeno una volta nella vita hanno scritto una poesia; la metà continua e ne fa un “hobby” più o meno continuativo, cercando aggregazione a livello non ufficiale, fuori dai circuiti editoriali (…)“. Non so come ci siano arrivati, ma le cifre dànno sempre sicurezza.

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Non per fare il poeta a tutti i costi, ma devo confessare che leggere (pp. 14 sgg.) parole come fidelizzazione, know-how, prodotto, concorrenza, turbolenza tecnologica, approvvigionamento, marketing, commercializzazione, factory artistica, pacchetto e.commerce, starting-up e via di questo passo mi ha fatto un poco raggrinzire i coglioni (si può dire “raggrinzire“, su un blog?).

Ma mi hanno linkato.

Che cosa faccio?

Mi metto a piangere sùbito o aspetto domani?

103. Il consuntivo di nabanassar (prime note — anche se non posso essere sicurissimo che ci saranno anche le seconde)

13 Apr

Non so se càpita anche ad altri, ma a me sì: la serie degli anni 2000 &c. mi fa leggermente perdere di vista l’entità, per meglio e più chiaramente dire il senso della quantità di tempo intercorsa dall’inizio della serie ad oggi; o da un anno compreso nella prima metà della serie ad oggi. A me, per esempio, di primo acchito leggere una cosa del 2003 fa un’impressione piuttosto particolare — molto semplicemente, mi sembra di leggere una cosa appena scritta, di stamani. E invece no: sono passati già quattro anni. Dipende dall’argomento, ovviamente. Per certi argomenti, legati al maggioritario àmbito dell’effimero, leggere una cosa del 2003 impone una prospettiva almeno storica. Me ne sono accorto leggendo il consuntivo, in pdf, di nabanassar.

Non è già più il tempo che Berta filava, insomma; basta farsi un pajo di conti. Per esempio, il blog (p. 6) è un fenomeno di massa a partire dal 2002: sono già cinque anni. Il boom della letteratura in rete ha coinciso con l’entusiasmo per le nuove tecnologie (p. 5), vale a dire il biennio 2000-2001: sono già sei o sette anni.

Ma già nel 2003 ci si poneva questo problema (dovuto al fatto che autori affermati erano magari meno letti di sorpampurio.splinder.com che metteva le foto del suo piloro, o di donnaoggetto.leonardo.it che aveva piazzato la webcam nel cesso di su’ nonna):

il fenomeno BLOG costituisce un punto di non ritorno, frequente oggetto di polemica nelle comunità di “Autori Autorizzati” (tra cui la più seguita: http://www.nazioneindiana.com , fondata dagli scrittori “impegnati” Antonio Moresco e Tiziano Scarpa ed essa stessa organizzata in blog): è morta l’autorialità? Non c’è più alcun cursus honorum da perseguire? I numeri di alcuni blog tenuti da illustri sconosciuti parlano chiaro: i contatti vantati e il numero di commenti registrati alle loro elucubrazioni superano di gran lunga quelli registrati dagli Autori. Si tratta ovviamente di una polemica sterile, essendo differenti gli scopi stessi di esistenza tra “scrittori per diletto” e “scrittori autoriali”, ma si fa strada tra questi ultimi una sottile insicurezza sulla necessità di “penetrare qualche decisivo segreto del mondo attraverso una semplice manipolazione simbolica” (da un intervento del poeta Andrea Inglese al convegno “Scritture / Realtà”, Milano, novembre 2000) quale è la letteratura e, al suo grado più alto, la poesia.

 

Arrivato a questo punto mi chiedo: questo è ancora attuale? Di secondi consuntivi nabanassar non ne ha fatti, né di terzi o quarti (ammenoché siano nascosti in qualche angolo ancora per me irraggiunto); questo, del 2003, sembra assumere quindi il peso di qualcosa di definitivo. Capisco bene il problema; capisco che lo scrittore affermato rimanga un po’ male di fronte al successo di qualche scribacchino. Quello che capisco meno è la preoccupazione dello scrittore di definire il proprio ruolo in Rete in relazione a mr. Currente Calamo. 

Lo scribacchino è un semplice, magari volgarissimo diarista, o uno che pretende di essere uno scrittore? Nel caso in cui sia un diarista (del tipo grottesco, e anche abbastanza detestabile, di cui ho recato due finti esempj sopra), quella specie di impudico effettismo può costituire un problema per lo scrittore che sia veramente tale (scrittore, cioè)? E, soprattutto, che cosa s’intende per il cursus honorum di uno scrittore? Studj o estenuanti anticamere? Ordinato trascorrere dalla base al vertice di una gerarchia dei generi e delle retoriche o anzianità? Il fatto di aver pubblicato, con più o meno successo, più di uno, due, cinque, dieci libri?

Ci sono anche, bisogna anche ricordarlo, blog agghiaccianti, nojosissimi, che diventano iperfrequentati non appena si sparge la voce che il tenutario ha pubblicato, o che sta per pubblicare; o quando l’indirizzo del blog è apparso sul blurbo di una pubblicazione. Il fatto di aver pubblicato costituisce effettivamente un richiamo: la carta stampata ha ancora un porfìdeo prestigio. E’ più che altro chi ha pubblicato che si risente per ragioni misteriose di cose così naturali: gente che prima scorrazzava per blog e fora ammollando le dichiarazioni più feroci, sghignazzando di fronte alle controffensive più gagliarde, giunto alla pubblicazione assume un atteggiamento per me poco spiegabile. Insomma, non voglio offendere nessuno, almeno per il momento, ma la cosa stravagante, ben più della confusione presente in Rete, che è poi normale conseguenza di un regime compiutamente anarchico, è vedere Pierino improvvisamente nei panni del Petrarca a Venezia.

Comunque sia, il problema sembra essere solo loro.

Ma non farebbero meglio a buttare la laurea alle ortiche?

102. Dissonanze.

13 Apr

A proposito della scarsa convenienza di interessarsi ai libri altrui quando si tratta di scriverne uno in proprio (cosa che faceva, ma soprattutto riferitamente ai contemporanei, notare alcor), proprio all’ora di pranzo ho parlato, fuori dalla biblioteca, con un signore inglese, di gran lunga la persona più colta da me incontrata per dormitorj — devo anche precisare, dato che non ci vuol molto ad essere comparativamente colti rispetto all’ambientino, che trattasi di persona realmente informata e intelligente. Gli ho detto che starei tentando di scrivere qualcosa, relativamente alla ‘condizione’ barbonesca. Dell’idea, ma in forma molto più virtuale, ricordo che avevamo parlato ancora molto tempo fa, quando entrambi ci trovavamo a via Carrera; e ricordo anche che la prospettiva gli pareva piuttosto ridicola. Non sapevo come mai, in particolare: vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava di scarso momento, vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava un falso argomento.

Mi pare di aver capìto che è per via della seconda che ho detto, a quel che è venuto fuori parlandogliene. E, guarda il caso, mi ha consigliato tre letture, ovviamente rigorosamente anglofone:

Jack London, Il popolo degli abissi

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra;

John Steinbeck, Cannery Row.

Tutti titoli notissimi, che ho sentito; tutti libri che, con mia vergogna, non ho letto. Dovrebbe trattarsi di quei romanzi realistico-avventurosi in cui lo scrittore angloamericano, mandarino social-meraviglioso, si mostra un virtuoso dell’arrampicata e della discesa sociale. Tutto questo quando le classi sociali esistevano ancora — laddove, ovviamente, sono esistite. Oggi, in effetti, si assiste a un fenomeno in un certo senso opposto — qualcosa di cui nessuno ha ancora scritto, come mi ha fatto notare: il fatto che le classi sociali non sono più quelle di una volta: adesso la condizione dell’uomo nella società assomiglierebbe — l’immagine è mia, spero di non tradire il pensiero mentre cerco di illustrarlo — ad una specie di ascensore; che, a dispetto del nome, non serve solo a salire, ma talora ti fa anche scendere. I cambiamenti di condizione sono infinitamente più rapidi e casuali. L’odierna souplesse, l’hoggidiana desinvoltura consisterebbe nella capacità di rapido adattamento alle più disparate circostanze, dal regolamento di conti sul retro alla cena della duchessa, dalla prima della Scala alla rapina in posta, &c. Posto che non stia avvenendo quello che già un po’ sospetto, cioè che di tutto questo si stia facendo una specie d’indiscriminato impasto.

Ma anche questo tipo di sollecitazione esterna (sono sicuramente molti altri, anche se magari non così significativi, o così belli, i romanzi che hanno trattato di queste cose — forse Algren ha scritto qualcosa di eventualmente accostabile? Ne La mia vita di Reich-Ranicki ho colto l’accenno, ricordo, ad un racconto di Gorki sui dormitori, sive asili notturni) è a suo modo utile. Io per esempio, con questo ricordo di narratori sociali, mi sono reso pienamente conto che quello che scriverò avrà, anche dove sia perfettamente reale, la stessa aderenza al reale di una foletta infantile, e non sarà assolutamente nulla di socialmente impegnato, o utile. M’impedirebbe di nutrire qualunque velleità in questo senso la mancanza di una forma mentis adatta (sono stato sempre troppo preoccupato a farmi sopraffare dai miei problemi personali perché possa permettermi d’ardere di sacro sdegno per le ingiustizie di classe), e qualunque cultura specifica.

Ma continuo a pensare che avere un’idea (necessariamente parziale, necessariamente tendenziosa) dell’immenso calderone in cui andrà a cadere ogni eventuale venturo “libro” sia abbastanza salutare.

Sbaglierò, sicuramente.

80. Udir critico mostro, oh meraviglia (e 3).

20 Mar

Mi pare che nel frattempo vi siate portati bene assai, ed è per questo che, come promesso, raccolgo da ecletticae un’altra perla, e ve la dono, da incastonarvi in quel servizio.

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Sapevate che Saviano è veramente strabico? Sapevate che Saviano si rifà a Dante, pure lui?! Sapevate che Saviano ci vuole infettare? Sapevate che Gomorra procede par exempla, letteralmente?

Sapevate che Primo Levi si rifà a Le mie prigioni? Sapevate che il Pellico fu prigioniero allo Spielperg?

Sapevate che al mondo c’è chi si può porre interrogativi pregnanti come quello che segue, ossia (con licenza copincollando): “Alcune parti del romanzo erano apparse su “Nazione indiana” e sarebbe interessante sapere se quegli articoli sono poi stati recuperati per scrivere il libro oppure se Saviano, mentre stava scrivendo “Gomorra”, andava pubblicando alcune parti del romanzo sul web, ossia se questa è una scrittura nata per il web o il web è stata la prima vetrina del romanzo“?

Lo sapevate che il web richiede una scrittura liquida (ma sicuramente non è nella scrittura da web della Ravetta che Bart ha trovato ispirazione, a giudicare dalla consistenza)? Che la scrittura deve alzare il tono per colpire e scandalizzare l’internauta che è sommerso dalla massa del materiale del web?

Lo sapevate che la colpa dei mortammazzati a pistolettate in piena Napoli non è d”o Sistema, ma TUTTA VOSTRA?! Bastardi!!!

SAPEVATELO

SU RAVETTESCIONAL CIANNEL!

57. A che cosa mi serve non essere mai stato meteo[ro]patico in tutta la mia vita?

12 Feb

Il fatto è che sta piovendo, una circostanza a cui non ho mai annesso particolare importanza, fino ad un pajo di anni fa, ammenoché la pioggia mi sorprendesse per la strada.

Ricordo uno dei miei ultimi appuntamenti immancabili, anzi proprio l’ultimo, prima di questa lunghissima parentesi di beata irresponsabilità comatosa. Proprio in quella circostanza si scatenò, in pratica all’improvviso, una tempesta che lévati, proprio da levare il pelo, e io mi ritrovai fradicio in — credo — sedici secondi, reggendo con aria stupida un moncherino di ombrello che una folata di vento rabido m’aveva ridotto a brandelli. Ricordo a come tentassi di scagliare il moncherino a terra, e di come non ci riuscissi, essendo che il vento, che avrebbe cominciato a placarsi di lì a un pajo d’ore e non meno, se lo portò via, trascinandolo per alcune decine di metri, prima che toccasse il suolo. Appena fui al riparo stesi ad asciugare gli ultimi cinque euri — purtroppo mi dimenticai di fare altrettanto con la carta d’identità, che praticamente si sciolse e rimase incollata dimodoché quando la riapersi era diventata illeggibile — e tale sarebbe rimasta per diversi mesi, non avendo l’opportunità, e poi la voglia, e poi di nuovo l’opportunità di tornare nel novero delle persone fisiche & riconoscibili.

O forse mi piaceva essere diventato veramente, in tutto e per tutto, un nessuno, vai a sapere. Ormai è passato qualche tempo.

Piove, insomma. Vuol dire che questa notte sarà perfettamente inutile che mi cerchi una panchina qualunque, perché sarà fradicia. A Porta Susa non vado. I portici sono quasi tutti occupati, e a diretto contatto col suolo non voglio dormire. Che dire? Farò una passeggiata.

Buona serata a tutti.

55. Desiderio di febbre.

10 Feb

Oggi, essendo sabato, è una giorna loffia, quasi morta. Peraltro, forse è solo una mia impressione ma non posso esserne sicuro al 100 %,, c’è un’atmosfera strana, oggi, sospesa e ovattata — che però può darsi significhi solo che sto per prendermi un’influenza. Non sto male e non ho ancora nessun segnale di qualche leggero malanno in arrivo, ma potrebbe arrivare molto presto.

Sono appena stato a Porta Palazzo (come si vede che non ciò un cazzo da dire), dove mi ero rassegnato a comprare un pajo di oscene scarpe ad almeno 12 euri — io odio spendere soldi per i vestiti. Odio i vestiti. Invece sono stato, nella jetta di dover spendere, anche abbastanza fortunato, perché ne ho spesi solo 5: sono scarpette leggerissime, nere a strisce bianche, hanno un aspetto dignitoso. Non mi preoccupo del fatto che eventualmente mi stiano anche malissimo, perché praticamente tutto quello che mi metto mi sta male, e questo non perché tutti i vestiti che mi càpitano a tiro, per un motivo o per l’altro, siano inadatti a me, ma perché sono io a mancare di qualunque forma di eleganza naturale. Ho le spalle spioventi, l’andatura da pinguino e la faccia di cazzo.

Vorrei, alle volte, far capire che non è vanità da blogger, la mia. Il fatto è che la mia vita sta andando — a catafascio è dire poco, se non nulla, perché a catafascio è andata da almeno quindicianni; sta andando, direi piuttosto, in puzza. E’ una mela mummificata, non ha più la superficie così illimitata ma non infinita del frutto acerbo maturo stramaturo, così semplice nella sua liscezza: è tutta grinze e ombre, depressioni e foppe, dossi e cunette: è tutta irregolare, insomma, ha i bozzi e le gibolle da tutte le parti, ad un colpo d’occhio somiglia un po’ a tutto e un po’ a nulla — alla fine è solo una cosa vieta, non importa esattamente che cosa, perché di qualunque cosa si tratti è una cosa essuta, non essente, e dunque non ha importanza, se non per qualche operatore necroforo in pectore, o qualche storico a minima gittata, o semplicemente con moltissimo tempo da sciupare. Tutto questo, che è una distruzione senza una vera e propria morte, mi porta alle conclusioni paradossali di ricercare instantemente qualcosa che 1. costi poco (perché ovviamente sono nullatenente); 2. non mi costi fatica (perché sono debolissimo, come tutti i fancazzisti cronici); 3. sia perfettamente regolare, liscio, geometrico. Credo che il blog ad altro non mi serva che a produrre questi larghi nastri di glifi incolonnati, che vanno giù con tanta precisione & appiombo. Le parole che ci metto dentro sono quelle che mi servono a non morire di noja mentre le scrivo: tutto qui. Credo di aver espresso tempo fa, da qualche parte ma sempre su questo blog, rammarico perché mi era momentaneamente sparito l’allineamento ai due margini. A me di quello fregava, & non d’altro.

Oggi non è giornata di scrittura. Decisamente oggi era la giornata giusta per andare in giro e bighellonare obbligatoriamente, e dunque senza i soliti sensi di colpa, causa febbrone stagionale: purtroppo, però, non m’è venuto. La febbre mi venne l’ultima volta un pajo d’anni fa, perché stavo compiendo un passaggio. Credo che qualche mistica abbia parlato di febbri mentali, o dolori mentali. Dolori che si manifestano anche con stati febbrili. E ricordo anche che in un parchetto squallidissimo di Genova, meta di tossici e pushers, parlai, una notte, con Paolo, che era ubriaco e cercava disperatamente sua moglie, e tuttavia era rimasto abbastanza lucido da volermi guardare per bene negli occhj, dove riconobbe una febbre che l’aveva preso, violentissima, anni e anni prima, quando aveva dovuto affrontare un transito importante, e probabilmente cadere in balìa di qualche oscuro personaggio. Era evidente che da allora non s’era più ripreso: ma questo era del tutto ovvio, solo io non lo sapevo, perché erano molto poche, effettivamente, le cose che sapevo. Mi disse: “Robbi”, (non riusciva a cacciarsi in testa che mi chiamo Davide), “non devi stare qui, stamattina volevamo rapinare un vecchietto colla pensione… Io, guarda là quella panchina spaccata, quando bevo e non trovo mia moglie divento una belva… Qui passano i tossici… Andiamo alla festa dell’Unità a cercare quella puttana, sarà andata lì a sbronzarsi”, e mi stampò un bacio umido sulla guancia, molto sentito. Lo ringraziai dell’invito, con gli occhj che mi sembravano galleggiare nelle orbite, e nonostante mi sciogliessi dalla commozione di quel bacio e avessi voglia di scoppiare in lacrime me ne andai con una discreta compostezza, zoppicando dalla gamba destra, per via della caviglia che mi si era gonfiata come un pallone, e mi faceva un male cane.

Nonostante, appunto, non avessi idea di tutta una serie di cose indispensabili da sapere per affrontare con cognizione di causa il tema, seppi da sùbito (non so, magari fu un’ispirazione dovuta alla febbre) che non sarebbe stata l’ultima volta che avevo quella febbre da transito. Quella in particolare m’era venuta per via dello sforzo fisico, di dormire pochissimo spostarmi continuamente mangiare di merda o nulla lavarmi alle fontanelle &c.; la seconda febbre, o le seconde febbri, mi sarebbero sicuramente venute in forma, appunto, di “febbri mentali”. Un’immagine che, mentre derubavo quella santa dell’espressione per usi certamente improprj, mi faceva a sua volta venire in mente una scena descritta in un romanzo di Twain, dove il piccolo picaro di turno (chissà chi) s’era nascosto sotto il cappello un pezzo di burro, che per via del caldo cominciando a sciogliersi, aveva cominciato a colargli giù per la fronte e per la nuca; al che la madre, deficiente come tutte le madri apprensive dei romanzi, s’era messa ad urlare: “Ah, mio figlio ha la febbre cerebrale! Gli si sta sciogliendo il cervello!”. Sicché non potevo impedirmi di pensarmi, nel momento in cui mi fossi deciso ad affrontare il mio secondo transito, col cappello in testa, sotto il solleone, con un’espressione inevitabilmente ebete in faccia, mentre il cervello mi sfuggiva da sotto la falda del copricapo con uno sfrigolio di burro versato. E’ chiaro che dopo poco crollassi nell’intontimento più totale, e che nel giro di due o tre altri giorni mi riprendessi.

Però è da allora che aspetto la seconda febbre. E lì la colpa è mia, perché la prima febbre viene da sé — bastava buttarmi per la strada, e disabituato com’ero, ma persino ad un picnic fuori porta, non potevo non ammalarmi. Per ammalarmi mentalmente, invece, dovrei affrontare qualcosa d’importante. Mentre la vita per la strada o ti lascia a seccare al sole o a infradiciare alla pioggia o ti prende (nei casi più fortunati, certo) a schiaffi, la mente ha bisogno di essere incoraggiata. Mi ci vorrebbe una finalità certa — ma dove andrò, ormai? — e solo per provare non certo la febbre, che di per sé non può interessarmi più di tanto, quanto il transito, il passaggio. Una volta di là, forse, potrei cominciare a provare rimorso, o rimpianto, o chissà che altro. Quello che è certo è che non riesco più a rimanere in questo abbandono.

53. Poeta e huomo.

9 Feb

Non ho moltissimo tempo. Mi limito ad esprimere qualche dubbio in merito allo scrivere e all’essere uno scrittore. Diciamo che di recente qualcuno mi ha detto che potrei ambire a fare lo scrittore, un giorno. Non che mi abbia colto impreparato, nel senso che, teoricamente, sarei stato anzi il primo a volerlo, ovviamente tanto tempo fa, quando mi presi la malattia e non riuscii più a guarire — tant’è vero che ho continuato a scrivere con la convinzione che ormai non avrei più potuto pretendere di pubblicare alcunché.

Jeri pomeriggio, alla stazione ferroviaria, ho visto un giapponese, o uno che somigliava a un giapponese, molto bello, tutto nerovestito, con una selva di capelli ricci, accosciato in terra, con la schiena appoggiata alla parete e un laptop appoggiato alle ginocchia, che ammaccava veloce e leggero con le dita nervose sulla tastiera. Poteva essere un poeta, un ingegnere, una spia, un giornalista o un magnifico nullafacente. Poteva esser dietro ad apportare modifiche ad un progetto di piattaforma petrolifera come a schiccherare frasi perugina per una cretina di passaggio. Quello che importava era l’impatto estetico.

Mi sono pensato nella stessa posizione, occupato nello stesso gesto di digitare chissaché su una tastiera. Con questa faccia. Con ‘sta complessione meschina, depressiva. Mavaffanculo.

Ansaldo Cebà, ricordato sui lessici più oltranzisti come buon seguace del Chiabrera e responsabile di una morbosa passione di Sara Copio-Sullam, scrisse un dialogo classicheggiante sui compositori di poemi heroici. In contraddizione con la stragrande maggioranza dei precettisti specializzati, sosteneva che al poeta heroico fossero indispensabili giovane età (sotto i trentacinque), robusta costituzione e abilità nell’esercizio delle armi. C’è chi ne ha riso, o sorriso, ovviamente; ma, a pensarci bene, può uno scrittore che non ha la più pallida idea di come funzioni una pistola descrivere una sparatoria? In termini cebajani, si può essere heroici solo come poeti, e non come huomini? Si può usare la fantasia, ovverossia immaginare: ma chiunque, volendo, può immaginare. Rimane il fatto che raccontare di quello che si è esperito è altro che raccontare di quello che si vagheggia.

Ma soprattutto questi precetti rimandano ad una concezione di poeta né pantofolajo né statale né boemesco — un non-marginale, un uomo che fa cose e si difende. Ad affrontare da un punto di vista, almeno auspicatamente, professionale questo percorso, si finisce facilmente col vezzeggiare i proprj meno giustificabili difetti. Trovi bizzeffe di persone che tacitamente ti incoraggiano a rimanere una merda. — Oh, finalmente, l’ho detto.

Il giorno che volessi veramente scrivere, ossia scrivere per vivere e pubblicare, provvederei a diventare un huomo. Questo è poco ma sicuro.

52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.

49. Passato, presente e futuro.

6 Feb

(tutto quanto segue è veramente improvvisato

non mi rileggo).

E’ stato solo un momento: adesso la numerazione sbagliata di questo blog non mi angustia più. Tra qualche secolo, quando rimarrà come un cadavere galleggiante tra il resto della spazzatura di rete, il mio errore potrebbe apparire come il non ultimo segno della mia originalità, una specie di sphregis del mio genio. Oppure potrò apparire un cazzone emerito, cosa che peraltro spero perché qualunque più lusinghiera alternativa mi riempirebbe di sensi di colpa, ma la cosa non avrà più importanza per nessuno, né per me né per chiunque abbia un cervello, e l’interesse dei telearcheologi che staranno a fare le pulci ai post fossili non faranno numero né costituiranno precedente. Pertanto vado avanti impavido — anche perché è qualche giorno che non scrivo più nulla.

Essere allo stato brado, cioè essere sfuggito al ricatto delle situazioni contenitive messe a disposizione dallo stato di diritto, significa sottrarsi alla pressione psicologica degli operatori del settore, nonché sottrarsi al peso, realmente insopportabile, della convivenza forzata, che si aggiunge ad una situazione già abbondantemente opprimente, fatta di mancanza di soldi, di progetti, di amicizie, di onorabilità, di voglia di fare, e di tutta una serie di altre cose. Ci sono tanti svantaggj, dal punto di vista pratico. Ma dal punto di vista psicologico è come passare dalla galera alla libertà. (Non ho bisogno di finire in galera e scontare la pena per saperlo. Lo so e basta).

Mi rendo conto, finalmente, di una conseguenza non immediatamente intuibile (almeno per me) della repressione psichica: lo schiacciamento sul presente. Costretto continuamente a dare più rilievo alle bollette non pagate del ’99, dell’ ’86, del ’75, piuttosto che alla sua sia pur modesta persona, il barbone irregimentato non potendo tollerare l’oltraggio supremo dell’identificazione col proprio difetto nei confronti della società, o della società del telefono, o del gas, necessariamente finisce coll’occultare a sé stesso tutto quello che lo riguarda più profondamente e direttamente, raccontandosi le più spudorate menzogne anche sui proprj presunti «compagni di sventura» (normalmente se li rappresenta come disgraziate vittime della società, mentre in stragran parte sono o incarnazioni dell’imbecillità più nauseante o sono degli avidi furbi finiti meritamente male — ma sempre molto meglio di quanto meritino, e sicuramente lo sanno), e, ciò che forse è peggio, su quegli aborti di scimmia dell’echìpp degli operatori, l’idea della cui stessa esistenza in vita gli sarebbe insopportabile se fosse costretto a vederli per i porci sfruttatori che realmente sono, e non come figure autorevoli, letteralmente in grado di fornire ajuto e guida. Tutto questo non è solo deformante, ma favorisce nello straccione istituzionalizzato, appunto, quello schiacciamento sul presente che può risultare solo dalla perdita del suo passato.

Dopo un mese che ha perso (28 dicembre) il diritto di accedere ai dormitorj del Comune di Torino, quindi verso la fine di gennajo, pertanto pochi giorni fa ovvero una settimana abbondante, lo straccione da dormitorio comincia a sentire fortemente il giovamento della sua mutata, e in oggi libera, condizione. Dopo qualche timido tentativo, inizialmente abortito, il suo sistema nervoso centrale gli restituisce oggi senza disturbi di linea, secondo le solite più o meno logiche connessioni col suo vissuto in progress, le parti più cospicue o piacevoli o terrificanti del suo passato, gli anni più significativi, le immagini e i ricordi dei parenti più affezionati, qualche amicizia, sogni infantili, trame di libri, musiche, quadri; la luce violetta di un preannuncio di primavera, ancora nel cuor dell’inverno, del 1997, per esempio, un episodio di travestitismo maschile nel Cranford, la scena di Giove e Nettuno ne Il ritorno di Ulisse in patria, alcune stanze agoniche composte nel marzo 1999 ed una speranza di luna blu, una fabbrica abbandonata nei pressi d’un ingresso dell’autostrada dell’estate 1982, un’attesa in aeroporto nell’estate 1994, e molte altre cose, e soprattutto un senso generale come di sbigottimento e sospensione, una maggior profondità e spaziatura e risonanza dell’aria; qualcosa che, forse, potrebbe chiamarsi futuro, posto che non mi ostini a chiamarlo necessariamente “mio”.

48. Non posso rimanere senza scrivere niente.

3 Feb

Non per altro, ma in giro nei blog che vado a vedere di solito non c’è niente di nuovo, a parte i miei ultimi commenti, alcuni dei quali persino sgrammaticati. Sono giunto persino a rimettere il naso nell’artifiziale, pensate che livello. Noto che al momento i porco dio vanno diffondendosi. Ma non ci sono altre novità di rilievo. Posto che un porco dio sia una novità, ovviamente. Di rilievo, ovviamente. Ho anche fatto il test proposto da una che si chiama sociopatica, con domande e tre opzioni per domanda: si trattava di decidere, in base al punteggio, se alla fin fine ero adatto per accompagnarmi con l’asfittica tenutaria del blog. Un’idea peregrina, da parte mia: fossi stato un filino più influenzabile avrebbe potuto crearmi serj problemi d’identità. Ma già alla seconda risposta mi sono preso del frocio. Mi sono sùbito riconfortato, e ho ovviamente interrotto.

Scrivere dovrebbe riuscire così, scontato e facile. Invece noto che faccio fatica, sono lento e macchinoso, costruito. Ma ci pensate che, regolarmente, rileggo, e che non resisto mai alla tentazione di spostare qualche parolina, o di aggiungere qualche virgolina? Per poi, magari, pretendere che sia tutto improvvisazione. Sembra accuratezza, magari, in astratto, ma lo squallido risultato è tutto qui da vedere. Sono un poveraccio. Ed è un peccato che la faccia tanto lunga, perché la più parte delle cose che m’escono sono poi corbellerie, quindi lo spreco è doppio. Da una parte perché scrivo anche per gli stronzi, dall’altra perché spreco spudoratamente le possibilità che pure non mi mancano di venire in contatto, per quanto mediatamente, con interlocutori degni — non dico di me.

Oggi mi sento svagato. Sarà che non ho dormito e che non ho mangiato quasi niente, forse. Ma non ho né fame né sonno: mi sento semplicemente rimbecillito. Avevo l’intenzione di segnare, anche quest’anno, la data esatta in cui il primo presagio di primavera ha fatto capolino, cosa che sento per via del naso che pizzica e che percepisco nella particolare sfumatura violacea di un certo momento crepuscolare. Avevo anche quest’anno l’intenzione, dico, di segnarmela, ma anche quest’annome ne sono dimenticato. Saranno due lustri che me ne dimentico, ed è del tutto normale, perché come la primavera manda il primo postiglione in disimpegno con le ruote imbottite, io automaticamente cado in letargo.

E voi come vi sentite? Non vi viene da sbadigliare?

(Dibbì, è suggestiva la tua poèsia, sotto il n° 47. Cercherò di pensare dov’è la contraddizione, nelle subsecività del coma. Jersera mi hanno chiesto di Platone, Aristotele, Hegel, Kant, Engels, Marx, Popper. Ma sai che mi sono accorto che di filosofia non so proprio un tubo? Perché, secondo te?).

17. Un assassino.

23 Nov

Chissà se se ne ricorda qualcuno. La notizia risale a qualche anno fa, potrebbero già essere una decina. Non ricordo di aver sentito la notizia per televisione, ma ricordo che la figlia della vittima scrisse un articolo sia per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, sia per un giornale a diffusione nazionale; e poi andò al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté sostanzialmente le stesse cose — aveva una richiesta da fare. La madre era un membro rispettabile della Comunità ebraica di Milano, ed era una psicanalista originaria dell’est europeo, ma uno di quei paesi che non si associano immediatamente alla presenza ebraica, era un paese ex-iugoslavo come la Croazia o la Slovenia o va a sapere più che paese fosse (non posso farci niente: nonostante, a distanza di qualche mese, cercassi di recuperare quelle notizie, non ci sono mai riuscito, e ho dovuto rinunciare). Aveva un domestico dello Sri Lanka, che a un certo punto, senza motivi di avidità o passionali, l’ha uccisa, abbastanza barbaramente, dopodiché se n’è scappato al paese natio. Lo Sri Lanka non ha con gli Stati europei convenzioni che consentano l’estradizione, di qualunque reato si tratti; e là non si poteva certamente pretendere che lo processassero per una cosa fatta qui. Insomma, era sfuggito alla giustizia italiana. La vicenda aveva colpito la Comunità ebraica milanese molto duramente, stando al frasario rituale di queste evenienze; ma qualche notazione circa i contributi versati dalla facoltosa psicanalista alla Comunità mi aveva messo in sospetto che il lutto fosse più sinceramente sentito di quanto esso convenzionale frasario potesse indurre, di per sé, a credere. Quello che invece colpì me fu invece l’articolo che la figlia della dottoressa scrisse per il prefato bollettino: una lettera dal tono composto, squillante e perentorio, senza alcuna traccia di emozione che potesse annettersi all’idea che umanamente ci si può fare di un lutto, anzi senza emozione affatto. La stessa riapparve, come ho detto, sulla stampa nazionale, nella stessa identica forma, salvo che sul bollettino della Comunità ebraica quelle due o tre volte che l’appellativo generico dell’ente superiore immaginario era citato nella non lunghissima lettera ricorreva nella forma “d-o”, tornando alla lezione per esteso “dio” quando la lettera riapparve sulla stampa nazionale. La lettera, che — ripeto — mi colpì per il tono impassibile e vincente, narrava per sommi capi quello che la cronaca aveva comunque già riportato: che la dottoressa era stata uccisa, piuttosto barbaramente, dal domestico, che in mancanza di motivi passionali o di avidità era chiaramente da inquadrare come squilibrato. Quindi passava a descrivere la personalità del domestico, nella quale, diceva momenti di sconforto e momenti di esaltazione di alternavano senza soluzione di continuità. Un domestico abbastanza giovane, sopra i venticinque anni, non un ragazzino, ma certamente un giovane uomo. “Velleitario”, era definito anche. Una personalità instabile, un uomo che voleva quello che non poteva ottenere, evidentemente (il significato di “velleitario” non è forse questo?); ma che, intanto, faceva il domestico in casa di una ricca signora. Una psicologa, che doveva interpretarlo bene. Anche meglio della figlia, si suppone, o non meno precisamente.

La figlia di questa rispettabile dottoressa comparve poi al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté le parole (che allora mi erano rimaste molto impresse, permettendomi di ricollegarle immediatamente a quello che sentivo dire — poi c’è stata una specie di rimozione, alla quale, appunto documentandomi, ho cercato di opporre qualche sforzo; è stata anche questa mera velleità, perché non ho più trovato nulla che mi parlasse di quel caso. Qualcuno ne saprà qualcosa? Qualcuno se ne ricorda [ne dubito, prevengo]?), le quasi esatte parole che aveva scritto nella lettera per la Comunità ebraica di Milano e, p.c., per la stampa nazionale (o all’inverso), e chiedeva una cosa: che ci si adoperasse affinché il domestico fosse portato in Italia, e fosse sottoposto a processo, e fosse condannato per quello che aveva fatto. Una cosa curiosa è che la figlia della dottoressa, mentre diceva queste cose, dimostrava di essere molto gelosa dei suoi sentimenti, perché sorrideva cortesemente, ma facendo trapelare una certa tensione aggressiva, come chi è abituato a parlare da dietro una scrivania e in salotto. Dico che era curiosa, perché lo stesso sorriso signorile si vedeva già leggendo la lettera. Ma questa è la seconda cosa che ho notato, di questa signora (ma attenzione: questo è quello che ricordo, che non necessariamente coincide con quello che realmente ho visto; nel qual caso sarebbe molto gravoso, per me, anzi velleitario dimostrare di aver visto effettivamente quel sorriso, che sarebbe a quel punto un po’ come l’abito nuovo dell’imperatore, ma al contrario — la fodera, diciamo, il revèrs); la prima cosa che ho pensato, vedendola, è stata non sembra neanche ebrea. Era una normalissima giovane signora, presumibilmente di cinque o sei anni (ma ricorderò bene?) più vecchia del domestico che aveva assassinato sua madre, e aveva i colori (castano appena rossiccio, biondo) del tipo più comune di signora che si vede ovunque in Italia, non aveva nulla che reminiscesse né l’est né alcunché di ebraico. E diceva che aveva intenzione, nel caso, di assoldare qualche privato disposto a rapire il domestico fuggiasco e a portarlo in Italia: quanto a questo non c’era problema (se lui poteva rimanersene impunito dalle autorità italiane andandosene a Serendippo, lei sarebbe rimasta tranquillamente impunità dalle autorità di Serendippo colà serendipizzandolo), il problema era: una volta riportato in Italia, lo avrebbero processato? Lo avrebbero condannato e messo sottochiave? Ma soprattutto disse un’altra cosa, che ascoltai con crescente sconforto, e cioè che temeva che da parte degli italiani ci sarebbero potute essere ritorsioni nei confronti degli abitanti dello Sri Lanka attualmente in Italia, vale a dire una specie di teorema: Restituiteci, srilankesi, il domestico assassino, in modo da scrollarvi di dosso l’avversione che l’insano gesto certo vi addossa. Molto geometrico e molto arguto: una di quelle piroette del pensiero che almeno in certi contesti possono agevolmente sostituire, senza sobbarcarsi la noja e il fastidio di dover ammettere l’ignoranza, una reale conoscenza del mondo.

Sono casi, questi, di cui i giornali si stancano presto di riportare aggiornamenti e novità eventuali, perché non hanno in sé nulla di misterioso, nulla di enigmatico, nulla di eccitante. Posso solo supporre che a gente un po’ meno imbambolata di quel che ero io all’epoca fosse chiaro e patente quello che io, al momento, arrivavo solo con sforzo ad immaginare, imponendomi peraltro un esercizio di pessimismo schematico del tutto artificioso. Solo che, chiaramente, la gente più navigata di me voltava di fretta la pagina del giornale, se pure vi si era soffermata, perché questi sono casi molto comuni, al mondo. E nessuno, se non qualche personalità accostabile alla mia, avrà risentito di quella notizia (a parte il senso di sottile, fetida infelicità con cui avevo letto che la donna era stata sepolta nel cimitero della Comunità ebraica di Milano. Non esisteva un modo per chiedere che la rimuovessero? Pur sapendo bene benissimo che un cadavere è un cadavere, in questo caso doppiamente cadavere, e come cadavere di colpevole di un delitto che mi pareva innominabile [e infatti è innominabile, ma in quell’altro senso], e come cadavere ebreo), cioè pochissimi, e meno ancora (forse solo io) se ne sarà portato dietro il lunghissimo strascico.

Avevo progettato un romanzo, in cui c’erano una ricca donna cattolica e un servo seminudo delle Isole Felici. L’evidente disonestà di questo approssimativo approccio mi aveva fatto giustamente cadere la penna di mano.Il fatto è che non riuscivo a comprendere veramente che fosse ebrea. Lasciandola ebrea mi pareva di tradirmi. Facendone una cattolica, una protestante, un’avventista, una buddista — un’agnostica, o non entrando proprio in materia di religione tradivo la sostanza della storia. Dopo aver inutilmente cincischiato, cercai di recuperare quelle notizie, anche solo la lettera, ma nonostante scartabellassi i troppi bollettini della Comunità ebraica che un’amica passava, intonsi e incellofanati, a mia madre perché li passasse a me, non ho più trovato niente. Ogni tanto (vedi oggi) mi torna in mente. Mi chiedo che fine abbia fatto il domestico dello Sri Lanka.

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

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Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

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Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].

6. Scrivere, &c.

6 Nov

6. Mi chiedo quanti anni sono, ormai, che non scrivo un racconto. Ho passato circa vent’anni ad aspettare l’ispirazione. Poi l’ho trovata, e ho scritto per circa due mesi nel 2002, quando ero tranquillo, perlopiù di notte e tutto d’un fiato per non perdere la concentrazione. Marciavo bene, nel senso che scrivevo molto. Poi, per qualche motivo che non ricordo, ho interrotto. E adesso sono tornato punto e a capo, nel senso che non mi ricordo nemmeno più come si faccia. Non ne sono più in grado. Forse tra altri vent’anni sarò in grado di riprovare con successo, posto che tra vent’anni 1. io ci sia ancora, 2. abbia la possibilità di essere tranquillo, 3. abbia la possibilità di scrivere di notte e dormire di giorno. Nel frattempo farei bene, forse, a prepararmi. Alla ricerca di consigli utili, ho trovato questo.

L’ultimo dei 134 messaggi lasciati su www.internetbookshop.it a proposito di Saviano contiene un riferimento all’imbrogliona Giuditta Russo, qui denominata “eroina”, la quale ha fatto per 15 anni l’avvocato senza avere la laurea. Qui si dice che l’ha fatto per amore, ci creda chi vuole. Piuttosto che per amore l’avrebbe fatto per una sorta di surplus di professionismo. E’ vero che anche Benedetto Croce non aveva la laurea e Marcel Reich- Ranicki del pari, e che Giuseppe Verdi fu trombato al Conservatorio. Che Einstein ebbe pessimi rapporti con la matematica e fu dislessico da piccino. E’ vero che lo scrittore è quella cosa per cui la scrittura è un problema molto più grande che per i non-scrittori, per esempio. E’ vero che non avere titoli ti costringe a fare meglio. Ma non sarà che il segreto è proprio quello di fare meglio pur avendoceli, quei titoli? Non sarà che i titoli sono, molto semplicemente, anche parte di un fardello, e non solo una facilitazione? Io non ho titoli, e la cosa sicuramente, penalizzandomi, mi fa prospettare le cose in termini di eccezionali fatiche. Ma è una cosa buona? O non sono, piuttosto, un coglione che si prende a calci in culo coi piedi degli altri? (Io guardo al mio caso. Non aver titoli, nel mio caso, significa avere una preparazione disorganica e lacunosa. Ne sono cosciente. Magari un titolato [posto che sia un cialtrone, e non tutti i titolati possono essere cialtroni] fa strafalcioni perché va avanti senza verificare i suoi contenuti di conoscenza, mentre io, dovendo verificare tutto, ne farei meno, o non ne farei. Ma c’è qualcosa che non mi torna, che non mi spiego. Non avrò fatto una grandissima stronzata?).

5. Rimorso.

31 Ott

5. Confesso il mio rimorso, per il pezzo che ho scritto su Saviano due posts fa. Cioè, mi rimorde il fatto di averlo fatto passare, eventualmente, per un dappoco. Il fatto è che Saviano non è un grand’uomo (o non ancora: niente esclude che possa diventarlo, e io non ho nulla in contrario che lui lo diventi — ma non m’interessa molto), ma nemmeno è un pirla. Il suo libro non è brutto come moltissima roba che circola attualmente, e che io sfoglio distratto alla Mondadori o alla Fnac. Soprattutto è lodevole il suo volersi misurare con tematiche importanti e difficili. E anche quello retorico è un impegno. Quindi confermo sostanzialmente quello che ho detto, ma non voglio veicolare alcun’idea sbagliata di Saviano, che sa comunque tenere la penna in mano e in alternativa ammaccare i tasti della tastiera. Credo che abbia dimostrato impegno, ma credo anche che abbia trascurato completamente altri versanti. In questi giorni si discute molto se militarizzare Napoli per via dei fatti di camorra, e tutti i maestri di color che sanno, a partire da R. R. Jervolino ad A. Bassolino al rettore della “Federico II” in giù, dicono che non solo l’idea di militarizzare Napoli è veramente rivoltante, ma è anche perfettamente inutile, perché la camorra attualmente è una holding (ed è un concetto che si trova ribadito anche nel romanzo di Saviano — io lo chiamo romanzo, voi fate quello che vi pare), e se è verissimo che c’è una situazione di emergenza non si tratta dell’emergenza giusta perché si consideri seriamente l’opportunità di far venire l’esercito a Napoli. Speriamo, appunto, che l’esercito se ne stia per i cazzi suoi, a Napoli come in altre città.

Ma anche questa difficoltà a far capire quello che in realtà con un minimo di attenzione i non-napoletani, che dovrebbero comunque, come italiani, avere pressoché spontaneamente un occhio di riguardo a quello che succede in quella città, e non l’hanno, ha da fare con una cosa molto importante. Napoli è una città che ha un’immagine forte, in Italia e all’estero; un’immagine non in tutto lusinghiera, ma un’immagine forte. Risulta quindi abbastanza difficile accettare l’idea che Napoli abbia anche un grosso problema d’immagine: condizione che con l’immagine forte parrebbe una contraddizione in termini. Invece no, e me ne accorgo leggendo anche Saviano, ultimo di una nutritissima schiera di scrittori grandi e piccoli, bravi e men bravi: Napoli ha grossi problemi a raccontare la sua borghesia e ha grossi problemi a raccontare la sua realtà urbana. I luoghi di Gomorra, tralasciando che i fatti sono tutti di sangue, &c. (si parla di camorra, giustamente, ed è giusto farlo e spero che si continuerà a farlo finché esisterà camorra) non sono quasi mai la città di Napoli, ma la sua provincia la fascia di paeselli frazioni di Aversa, Casal di Principe, Scampia, Secondigliano, la prov. di Caserta &c. Esattamente come diversi secoli fa, quando la letteratura in lingua napolitana era tutta dedicata alla plebe (il motivo per cui l’ab. Galiani stroncò con tanta ferocia il Basile), ed esattamente come un minor numero di secoli fa, quando tutta la narrativa napolitana era dedicata ai bassi, ai miserabili, alla malavita — ossia ai margini. Margini sociali, geografici, linguistici, e quant’altro.

Sembra che la letteratura napolitana faccia una fatica immensa a centrare, proprio, la realtà napolitana. Cosa che è riuscita a Giuseppe Montesano nei suoi tre romanzi, che ho letto e ho pure riletto — non sono solo bellissimi, ma riguardano proprio Napoli, e non i margini di Napoli. Che poi i margini di Napoli non possano mancare da una rappresentazione esaustiva di Napoli è un fatto, ed è un altro pajo di maniche. Ma dev’essere questo il motivo per cui quando la narrativa napolitana ha cercato di impossessarsi di uno dei momenti salienti della storia cittadina e non solo come il ’99 ne siano uscite cose al disotto della mediocrità (come il romanzo di Striano dedicato alla Pimentel), proprio perché si trattava di descrivere quell’incredibile comunità di “pitagorici” che, di fatto, formavano non certo una cosca o una corte dei miracoli, ma un’aristocrazia intellettuale. Non mi pongo come ‘idealista’ versus i ‘veristi’ (fossi scemo — ossia, sono, ma non così tanto!), dico solo che alla letteratura napolitana manca una parte essenziale. O forse c’è, ma non perviene.

Sono cose su cui tornerò per forza. Ora che il pezzo è stato messo proditoriamente sul Parnaso Ambulante (www.ilparnasoambulante.splinder.com) credo sia mio dovere, quantomeno, terminare il libro e dirne qualcosa di più organico, o correggere un po’ — fatte salve queste riserve.

4. Che me ne faccio?

31 Ott

4. Tutte le letture che portano a porsi interrogativi circa la funzione della scrittura dovrebbero essere eliminate dai propri scaffali e dai proprii ricordi: è evidente che se veramente servissero a qualcosa non porterebbero a chiedersi alcunché circa la loro funzione. E’ evidente — soprattutto — che portano a chiedersi il perché della loro funzione inquantoché, frustrata occulta abortita, contengono in nuce una funzione, e non ci dovrebbe essere.

Se la letteratura avesse veramente una funzione, avrebbe tutte le ragioni Walter Veltroni a sostenere un tipo di letteratura “di servizio”, qualcosa che si può paragonare a un buon cesso costruito da un architetto, o ad un jingle niais ma di successo concepito da un musicista, o a dell’ottima carta da parati ideata da un pittore. Si andrebbe dall’ideale, appunto, veltroniano dell’omino, della donnetta di mezza età che scendono dal tipografo sottocasa per pubblicare un centinajo di copie della storia della propria vita, ‘da distribuire tra amici e parenti’, e avrebbe una funzione la narrativa impegnata, quella che vuole cambiare il mondo, o almeno contribuire, o almeno contribuire a chiarire le idee col fine di permettere a quelli che vogliono cambiare il mondo di cambiare il mondo.

Queste, secondo me, sono tutte cazzate. Per un pajo di motivi, molto molto semplici: se un libro potesse veramente svolgere ‘un servizio’ la vita sarebbe inutile. Il libro ha una sua esistenza su un altro piano — non mi riferisco solo al romanzo. Il libro è fatto per apprendere concetti e per chiarire concetti, sicuramente: ma cambiare la propria e l’altrui condizione è questione di azione, non di parole. In secondo luogo voler cambiare il mondo implica conoscerlo con una profondità che è preclusa a chiunque. Anche voler cambiare la condizione di una categoria è un fine grande e grosso che si affronta e si consegue solo per piccoli passi. Ed è questione di azione, e non di parole.

Le parole servono a comunicare. Un fatto comunicativo può anche essere un fatto artistico (nel senso campanelliano del termine: realizzare un oggetto a partire da nessuna materia [atto proprio dell’ente superiore immaginario] è creazione; realizzare un oggetto a partire da molto materiale è arte).

La letteratura in particolare non può avere una funzione diretta. La letteratura non è, come la stragrande maggioranza degli oggetti che ci circondano, un fatto derivato da un fatto e finalizzato a un altro fatto: la letteratura è un luogo in cui i fatti valgono, o cercano di valere, di per sé stessi.

L’ideale di una letteratura utile, l’ideale di una letteratura che smuove il terreno e agita le acque, non può che essere l’ideale di una letteratura brutta e condannata a morte precoce. Tutti i libri scritti per agitare e smuovere sono brutti, e sono stati più o meno giustamente dimenticati. Questo perché gli autori credevano di dover scrivere in conseguenza di determinati fatti e in funzione di determinati obiettivi. I quali — ma va da sé — tendono a scappare in avanti quanto più la volontà dell’autore tende a volerli acciuffare con un mezzo tanto inadeguato (cioè male impiegato). La letteratura è ambiziosa, pretende di conquistare sempre nuovi spazii, o meglio dovrebbe (anche se non sempre ci riesce, o vuole quel che dovrebbe volere): ma deve rimanere letteratura.

L’ideale di una letteratura utile porta anche, per una sorta di emanazione, a importare i concetti di funzione e di utilità anche all’interno dello stesso meccanismo letterario. Si finisce col considerare il proprio testo come il risultato di altri testi, cosa che non necessariamente deve essere, o almeno non in modo sensibile; e col configurare il testo, qualunque testo, con un meccanismo, in cui le parti sono ognuna al servizio delle altre. Si finisce col propugnare una letteratura da scienziati pazzi, creazione di un artefice che, come il Dioniso di Euripide, restando impassibile determina grazie alle sue tecniche sentimenti e sensazioni altrui. Soprattutto, si finisce col creare una letteratura molto nojosa, e soprattutto plebea: nojosa perché fatalmente, non sforzandosi di staccarsi dal corpus immenso ma non infinito del già scritto, finirà col combinare esso già scritto (ma in senso fisico e non chimico); plebea, perché non potendo rivolgersi ai dotti che già hanno visitato le più o men ricche miniere da cui s’è estratto, dovrà rivolgersi semplicisticamente ai meno a giorno. In tutto questo c’è qualcosa di molto, ma molto malsano. E anche vagamente ributtante.

Altro e forse più grave risultato, quella specie di kitsch che conduce a reinterpretare, sulla base di criterii estetici sempre molto discutibili, l’oggetto strappato alla tradizione in un senso che snatura l’oggetto stesso, rendendolo, adesso sì, completamente inutile, morto, oltreché brutto. Fino a travalicare i confini della letteratura in senso proprio per impossessarsi di modi di espressione del tutto naturali di un certo modo di esprimersi per reinterpretarli come codici belli e buoni, e incamerarli, dopo averli così mal interpretati in senso retorico, in testi che corrono il rischio di essere presi perfettamente sul serio quando sono delle stronzate. O che corrono il rischio, ed è peccato e peggio ancora, di essere presi per stronzate quando, in altra e più corretta forma, avrebbero avuto molto di valido da dire. I generi, i codici, non hanno solo un’estrazione convenzionale. Molto è perfettamente naturale, o solamente molto logico. E, se pure l’hanno, anche la convenzione che li regola è sempre da considerare organicamente al più ampio sistema di convenzioni che la comprende. Chiedo scusa per l’astrattezza.

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Però non ho detto che la letteratura non serva a nulla. Serve di per sé. Quello che dico è che non ha una funzione, e non può averla (e comunque, se proprio deve, riuscirà ad averne una solo ed esclusivamente in quanto letteratura, non in quando grottesca di ‘generi’ male impastati — vedi, e.g., i romanzi di Dickens e lo sfruttamento infantile e la prigione per debiti, &c.).