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182. Conversione. Carme religioso.

15 Mag

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

E il peso di tal lacrimarum valle

Farmi cader da le dolenti spalle

Posso, e ogni peso mio depor, ch’ho dio.

Lascio i sensuali amor’: ché inseguir gonna

Unqua disdisse; pianga, chi a mollizie

Cede, che ve’ che selva di delizie

Gli aggrava e piega il capo, or ch’ama donna!

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

E ogni tema spogliar di disonore,

E senz’ambagi amar di tutto cuore.

Posso ogni voluttà depor, ch’ho dio.

Lascio le vanità: blandizie insane

Donde non trassi che forti amarezze;

Chi da dio sol ritrae tutte dolcezze,

Da ogni altro gaudio trae un tedio cane.

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio,

Più non ha possa in me fama, decoro,

Ricchezza, potestà, empia fame d’oro.

Posso ogni vanità depor, ch’ho dio.

Lascio ogni mio furor: tuoi mali tanti

Forse non san già tutti? Non ti sanno

Da’ tuoi lai? Ahi che in te l’ira del danno

Calò quale mannaja, ah, tutti i santi!

Pur giungo al fin d’ogni tormento mio:

Non m’ange più, più non m’assal la rabbia

Del leon che s’aggira e rugge in gabbia.

Posso ognun odio mio depor; ch’ho dio!

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141. Dispersione.

7 Lug

Vediamo se carica:

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DISPERSIONE

Sorge a spezzare il travagliato assetto
Del mondo decaduto ed annebbiato,
Parletico e coll’imo sempre allato,
Roteando la face orrida Aletto.

Come nel nembo gravido che ingombra
D’afe bituminose il cielo ardente
Si slancia a un tratto il fulmine stridente,
Sorrisi aprendo in grembo a tedî d’ombra.

Così quella mostruosa, d’ogni sete
Di sangue e distruzione emblema eterno,
Sorge dal suo ipogeo al terreno inferno
Rapendo i mali a vie le più segrete.

Dove si spezza il suo ostinato artiglio,
Giunge comunicandosi rabbioso
Della sua face il fomite incendioso,
Che tutto stana, che non lascia appiglio;

Vedo la crepa scindere il terreno,
E tumescere il globo sfavillante
Prima che erompa il mostro vendicante;
Tellurie odo, m’abbacina il baleno.

Senti: vacilla alla comune madre
Già il dorso su cui striscî, & ecco vedi
Di vertigini aguzze apogee sedi
Frante umiliarsi a fondamenta quadre.

Vedo squartati i ventri dei palazzi,
Dei templi, delle fabbriche perenni;
Vedo già come a cielo onda s’impenni,
Come nube il terreno vile spazzi.

Vedo tra zolla e zolla che si scalza
Il cielo che arde in fiamme, e in cielo a volo
Tratto in briarei frantumi in fiamme il suolo,
Che il turbine frenetico apre, ed alza.

Vedo i segni diletti all’arroganza
(Che si sogna incrollabile) tremare,
E le guglie affrettarsi ad inchinare
Telamoni con tarda titubanza.

Vedo infine tra cumuli di fuoco,
Oceano sanguinante, il mondo immerso,
Dai cosmi in bando ormai relitto sperso,
Spettro di quel che fu, da ch’era poco.

Nella pace che un Ade rese al mondo
Non sussistono grazia né perdono,
Poiché giusti od ingiusti non ci sono,
Né gemito più suona al Nulla in fondo.

Crepò infine il bubbone, e benché molto
Purulento esso fosse, s’è sfogato,
E di tutto il suo interno liberato
Non lascia schizzi in tenebrore folto.

Se quanto l’occhio interno prefigura,
Artiere di chimere ossia profeta,
Circa la fine dell’esausta e vieta
Escrescenza ch’è poi la Terra impura,

Se i costumi, le lingue, le nazioni,
Le fatiche dell’abusato ingegno,
Ogni bugia creduta, arte o disegno,
Surretizie e sfondate convenzioni,

Se gli affetti, i diletti, i vagheggii,
Se i sensi schiavi, ma in rivolta, al vero,
Jerodule impazienti del pensiero,
Gli amo, gli odio, i chissà, i rimuginii,

Se gli amici, i nemici, i pochi e frusti
Oggetti che possiedo, l’infinita
Estensione di terra che m’invita,
Andandola, a scordare i giorni ingiusti;

Se ogni oggetto tangibile io richiami
Alla mente, o sia memoria, o sogno,
O vergogna, o che m’evochi un bisogno,
O un dovere, uomo o bestia mi proclami;

Se ogni cosa che serpe, vola o nuota,
O cammina, od immoto invia i pensieri
Dei vivi a Morte in vani cimiteri,
O giaccia in bare d’ostro, o affondi in mota;

Se ogni anima segnata da un destino,
Quelli che offesi, chi ignaro mi colse,
E chi non fece a tempo e se ne dolse,
Mio carceriere in pectore e assassino;

Se tutti quelli che, sfiorandoli anche
Le mille volte al dì, né ho ben visto
Né conosciuto, io innocente o tristo
A loro, anime nere, anime bianche,

Se quel solo, o la sola, autore, o autrice
Potenziale (remota) d’un riscatto,
Che avrei incontrato di lì a poco, o affatto,
Carro insperato, mia non-salvatrice;

Se chi di fama, od intuitivamente,
Saputo avessi essere, o esser stato,
O ad ignorare avessi continuato,
Senza, comunque, che importasse niente;

Se paci avvelenate, e atre procelle
Di guerre fulminose, e le memorie,
E saperi, e martirî, e odiose storie
Nauseanti ed i marmi e le favelle;

E i salmi disperati, e i trionfali
Inni, e l’epiche industri, e le elegie,
Peani inascoltati, & teodie,
E ritmi e accenti, o zoppi, o sempre eguali;

Se mari, oceani, laghi, fiumi, rivi,
Picchi, vulcani, colli, orridi e serre,
Nubi, foschie, ghiacciate & auste terre,
Popoli quasi estinti, e morti, e vivi;

E nebbie, e soli, e lune, ed orizzonti,
E gibigianne, ombre, stormir di fronde,
Canti d’uccelli, novilunî ed onde,
E tempeste, e crepuscoli, e tramonti;

E grandini, ed aurore boreali,
E parelî, e ghiacciai, fiordi ed eclissi,
Alture, forre, fosse, erte ed abissi;
Se tutto questo in tombe siderali

Precipitasse assorto, e annichilita
Fosse (quando infierisse in essa armato
Tutt’odio e crudeltà un Inferno irato)
Tutto ciò che poc’anzi era la vita,

Di me, annullato all’attimo funesto,
Senza suolo, senz’aria, senza mondo
Sopravvivrebbe sempre al Nulla in fondo
Il mio chieder PERCHÉ di tutto questo.

67. MOSTRO!!!

23 Feb

Tu che avanzasti pallida, emaciata,

Sbucando tra le brume sonnolente

Delle tre del mattino, languescente

Figura della morte trambasciata,

 

E, imponendo alle ossa della mano

Un gesto a un “ciao” più o meno equivalente,

Mi volgesti il tuo teschio sorridente

Sui piedi zoppi barcollando piano,

 

E m’apparivi, nera, bianca e cionca,

Non resurgendo in muto cimitero,

Non tra le mura scrause d’un maniero,

Non tra irte selve, o in gelida spelonca,

 

Non, rancorosa e squallida memoria,

Rigurgitando in incubi entro me,

Ma avanti al catorcione del caffè,

Sala d’aspetto del Maria Vittoria;

 

Tu che da allora appari a me ogni notte,

Con appesi dei braccî agli ossicini

Cadaveri di bombe e di panini

Reduci in vista da lustri di lotte,

 

E m’anfani in sussurro oltretombale

Non “Morrai presto”, o “A te maledizione”,

“Vieni con me, ti traggo a perdizione”,

“Vieni, se soffri, ché c’è più gran male”,

 

O “Ti porto notizie di tua nonna”,

Ma, con quell’aria macerata, e il tono

Che avrebbero, potendo dare un suono,

I telamoni sotto la colonna:

 

“Posso offrirti un caffè?” – ché sei gentile

Quanto (almeno) sei brutta (e fai orrore);

Sicché m’agghiaccî di spavento il cuore,

Ma al contempo mi fai sentire un vile.

 

Ah, tu non sai, se nella polverosa

Saletta non m’intrattenessi desto,

Starei sveglio a pensare al tuo funesto

Aspetto di cariatide affettuosa:

 

In certo senso, è insulso addormentarmi:

Poiché, di notte se agli ultimi tocchi

Mi concedessi di serrare gli occhî,

Sempre il tuo volto avrei a stomacarmi.

 

Ora, incubo contro incubo, è lo stesso.

E io t’ascolto, a snocciolar quisquiglie

Da quella bocca, che alte meraviglie

Desta all’inferno soggiogato e oppresso.

 

E, benché odioso, il tuo spietato rostro

Tanto in emblema l’ultimo respiro

Figura, che nolente io in quello ammiro

Quanto addice al più sovrumano mostro.

 

A te, Fosca, sminuita, a cui quel nome

Poco sarebbe, mancano i capelli

(A cui pure perdonano gli avelli)

Belli: tu hai rade e pantegànee chiome.

 

Erisittone peggiorata, i tempi

Crudeli anche ti negano la dote

Che mostra in caldi visceri le note

In cui son scritti gl’incombenti scempî.

 

Medea imbolsita, una pesante gabbia

Coerce gli atti tuoi in buone maniere,

Sicché in volto la Jetta fai vedere,

Ma a scagliarla in te latita la rabbia.

 

Così superba e raggelante cosa

Meriterebbe un gran destino, certo;

Ma benché ostento sia tu di sconcerto,

Sei persino un po’ sciocca, sei nojosa.

 

Dietro la febbre dei tuoi occhî atroci,

Bramosi dittatori del tuo volto,

Non c’è un Ade terribile sconvolto,

Al cui odio imperioso non concuoci;

 

Ma con belanti voci tu il notturno

Tempo sciupi tra i temi favoriti,

Il tempo e i gradi scesi ossia saliti,

Se c’è utenza, e chi è la guardia in turno.

 

Motivo per cui in me moltiplicate

Sono la colpa e l’avversione. E che?

Evochi tutta la Gheenna in te,

E te ne vieni, poi, co’ ‘ste strunzate?

 

Finché una notte, da un guardiano, appetto

A te un Amore che aurei dardi scocchi

(Ma nascondeva un Argo di cent’occhî)

Ci buttò fuori, al bujo ed al freschetto.

 

Riuniti a Porta Susa, io sempre desto,

Tu insonnolita, tra il cicì e il cocò,

Ti addormentasti, e il capo tuo crollò

Sulla mia spalla – il capo tuo funesto.

 

Quell’antefissa di deità panica

Vistami addosso, mi divincolai

Piano, dimodoché non ti svegliai.

Ricadde il capo, e m’incastrò una manica!

 

Dea vuole, tantopiù se sia infernale,

Sacrificî. Ponzai. Poi mi decisi:

Col taglierino quindi via recisi

La manica (era il freddo il minor male).

 

Ben da un Profeta e da un Re della Cina,

L’uno al suo gatto e l’altro al beneamato

Poco cencio l’aver sacrificato

Fu un immolare a un’entità divina.

 

Così da me; ma era entità ctonia,

Cosa che insieme pari e inversa pare

Ai due storici affetti: similare

Forse al pelo, non a bellezza adonia.

 

Soprattutto, a ispirarli Amore fu;

Me fu il Buonsenso. Ché se sempre in mente

Porterò la tua immagine atterrente,

Almeno non dovrò sentirti più.

65. Ode tetrastica.

19 Feb

IL VOLTO INFRANTO.

Ode tetrastica.

Pronto, per liberarmi, a tutti i mezzi,

Di faccia essendo a tutti quanti noto,

Del mio volto lo specchio ecco percuoto,

Per confonderli, e mando in mille pezzi.

 

Non potendo nascondere quel volto

Dopo che fu dal mondo occhiuto visto,

Scisso in più volti plurimo ora esisto,

E il noto altrui, togliendo a me, ho ritolto.

 

Mezzo fin troppo rozzo, in questo modo

Tutto l’essente mio, ed il mio pregresso

Ho reso in conoscibile a me stesso,

E, s’ora ho libertà, nulla ne godo.

 

La mia persona al mio sguardo impotente

Con capriccio perverso ed ostinato,

Rendendo sempre un volto al mio ispirato,

Nega ogni superficie riflettente.

 

Essendo, cosicché, di me spezzata

La primeva unità, odio e disprezzo

Quel che vedo non-me, e ogni specchio spezzo,

La cui virtù mi sembra adulterata.

 

Col frantumare in essi, quasi impresso,

Dl volto mio il frantume, voglio, al modo

In cui col chiodo può scacciarsi il chiodo,

Uno rifarmi? Ahimè; non ho successo.

 

Col volto, e quanto vera al volto annetto

Parte di me, fu l’anima, a dolenti

Giorni dannata, in piccoli frammenti

Ridotta; al che mutò il mio interno aspetto.

 

Io dentro e fuori sono a punto tale

Reso difforme da quant’ero prima,

Che parte in me con me più non collima,

Che non dettaglio in me resta a un mio eguale.

 

E se pure non rischio in qualche specchio

Rincontrare la larva deformata

Della mia antica faccia cancellata,

Più me non tornerò, manco da vecchio.

 

Non mi conosce più il mondo importuno,

E vivo solitario ed uomo nuovo,

Senza in nulla ridire quanto provo,

Poiché, s’alcunché fui, sono nessuno.

 

Dovrei ridire a questa folla sorda,

Causa indiretta del mio stolto gesto,

Ch’ero, e che m’ispirò l’atto funesto;

Ma un altro lo compì, né altri ricorda.

 

Sicché i miei giorni futili consacro

Cercando riscattare il me più mio

Dall’errore commesso, e dall’oblio,

Inane inchiesta, inutile lavacro.

 

Se volgo gli occhj sopra le più care

Immagini, da che spero soccorso,

Se a non miei occhj posso far ricordo,

E per essi non posso, oh dio, guardare?

 

Se spingo il naso dentro le corolle

Più aromatose, non m’appartenendo,

Cosa più percepire ormai pretendo,

Sian pure onuste d’una Sabea molle?

 

Se protendo le labbra, al bacio, all’ésca

Di ricco desco, il vermiglione alieno,

La papilla non mia in nettare ameno

Mai stilla di piacere o coglie o pesca.

 

O se avanzai le mani in qualche oggetto,

Come granchj sfilandosi dai polsi,

Corsero via, e per esse io mai raccolsi

Nulla a far mio, od un’ombra di diletto.

 

Così i miei piedi, ovunque mai si vada,

Sempre mai per peripezie segrete

Ostinati m’occultano le mete,

Sicché non vado mai per la mia strada.

 

Nemmeno i sensi, male calibrati,

Segnano dell’incespico a me il sasso,

Schiudendo precipizj ad ogni passo

Ed abbattendo i limiti fissati.

 

Ma quanto più m’angustia è il mio cervello,

Che interrogo e compulso inanemente;

Che di mio in sé non serba, ohimè, più niente;

Che fu il mio; che ora, oh dio, non è più quello.

 

Occhj, bocca, cervello, mano, piede

E naso intercambiai con occhj, bocca,

Cervello, mano, piede, naso, e tocca

L’incredulo, e ritocca, e non ci crede.

 

Posso dirla, in frantumi, immeschinita,

Languida larva & apparenza vana,

Questa vita sospetta, incerta, e strana

Non mia non solo, ma in sé stessa vita?

 

E non inferirò che la non mia

Vita, poich’è la sola che mi regga,

Fa non tanto che in me mia non risegga

La vita, ma che vita in me non sia?

 

Ed ecco il vero inferno; ché conforto

Non c’è per chi a serbarsi individuato

Divise il proprio sé, e moltiplicato

Quanti sé assunse, tante volte è morto.

 

Sicché l’anima a spizzichi e bocconi,

Sfibrando l’appendice di Minosse

In mille angoli d’Ade gelò o cosse,

Onorando da sola più gironi.

 

Doveva l’Ode armonizzare il pianto

Di due dozzine di miei me, e di questa

Diedi a intonare una quartina a testa;

Tacquero solo i meno inclini al canto.