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259. Incubo.

8 Giu

Nel luogo in cui il me spinge trambasciato
La mente e il corpo –  e in ciò più s’avvicina
(Tantopiù se svaccandomi in panchina)
Alla fede nell’uomo malfidato -,
       Da un incubo ammuffito è visitato,
Semmai da fare almeno una ventina
D’anni addietro; in cui l’anima bambina
Vede in ambasce, e l’abito stracciato.
       Ma ai simboli so che – il quasi paterno
Spettro: e vegliardi: e case senza scale –
La fonte non è in me; ma in qualche Inferno.
       Stolta psicologia, che al sogno vale
Tu additi ultime cause nel me interno,
Se è un buco donde a me Belial risale?

253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

179. Sogno.

7 Mag

Devo tener fede a quello che ho promesso / minacciato jeri, solo mi sento ancòra addormentato.  Ne approfitto per postare un sogno che ho fatto la notte tra il 25 e il 26 aprile, e che ho trascritto appena mi sono svegliato.

26 aprile. Ero morto, mi avevano fatto la cacca sulla faccia (all’inizio del sogno l’ordine esatto era questo) e mi avevano inchiodato ad un muro. Detto così sembra terribile, ma il sogno non era opprimente. Il mio cadavere era inchiodato al muro di una struttura pubblica indefinibile, dal tetto di mattoni rossi, tutta su un piano, lunga, fatta solo di corridoj, sembrava una di quelle scuole materne o elementari che si vedono nelle periferie, con un po’ di verde intorno. Vagavo intorno in forma di spirito, ma non me ne rendevo ancora del tutto conto. Io mi sapevo nudo come un verme; ho smesso la disperata ricerca di un pajo di mutande quando mi sono reso conto che nessuno mi vedeva, né mi sentiva. A intervalli andavo a rimirare il mio corpo inchiodato: aveva gli occhi chiusi, forse la fronte un po’ aggrottata, e la faccia sparsa di goccioline di una cacca diarroica, giallastra. Mi chiedevo come mai nessuno avesse ancòra provveduto a staccarmi da lì; ho pensato che ci fosse in corso qualche indagine. Attraverso una finestra scorgevo, girando avanti e indietro per i corridoj, un’altra struttura, divisa da un pezzo di prato e alcune siepi basse; una struttura simile, ma più piccola che, come si vedeva dall’andirivieni di alcuni figuri in camice bianco all’interno, doveva essere una sorta di ambulatorio. Arrivavano due donne giovani, una con un bambino, e una donna anziana. Il bambino ero io. La donna anziana doveva evidentemente farsi visitare. Le due donne giovani lasciavano la donna anziana e il bambino nella sala d’aspetto, e si assentavano, si vede che avevano qualche altra commissione da sbrigare. Riprendevo i miei giri per la struttura, e mi ricordo che mi davano fastidio i molti crocefissi che vedevo appesi alle pareti (!). Più tardi, quando ormai la giornata era finita ed era già bujo, tornavo alla finestra, e guardavo di nuovo che cosa succedeva nella struttura di fianco. Le due donne giovani arrivavano solo adesso, trafelate: tutte le luci nell’ambulatorio erano state spente. Un vicino lampione projettava un po’ di luce all’interno della struttura, e vedevo in una stanza interna la donna anziana, in piedi immobile. Le due donne, nel vestibolo, scoprivano solo ora che il bambino era scomparso, e facevano gesti di disperazione. La vecchia, passivamente, sentiva le voci dal vestibolo, e rimaneva docilmente in piedi ad aspettare che la venissero a prendere; era rinsenilita. Più tardi ancòra, ripassando per l’ennesima volta davanti al mio cadavere appeso, mi rendevo conto di due cose; una, secondaria, che la successione in cui avevo ricostruito gli eventi era inesatta (non mi avevano ucciso e poi cacato sopra e poi attaccato al muro; ma mi avevano cacato addosso e attaccato al muro, dopodiché ero morto); la seconda, più rilevante, che non c’era nessuna inchiesta in corso, e che non mi avrebbero mai più staccato dal muro. L’idea mi dava profonde amarezza e malinconia.

77. Sogni.

10 Mar

Dormo in una stanza in fondo a un padiglione abbandonato del Manicomio di Collegno. Delle due stanze più vicine, una serve da magazzino per le bottiglie vuote di birra, e l’altra da cesso — non nel senso che ci siano le comode, ma nel senso che ci si caca, ci si piscia e all’occorrenza ci si vomita. Quando tira vento, la porta della stanza in cui si dorme si spalanca, e la puzza di cacca entra a folate. Poi arriva il mio predecessore, e si mette a bere birra sul suo letto. Poi arrivo io, alle 22.00 circa, e dormo. In mezzo alla puzza di cacca.

Fortunatamente ci sono i sogni, che quando sono sopraffatto dagli eventi o dall’idea degli stessi mi tengono quasi attaccato alla sostanza delle cose che sto vivendo in quel momento, magari per specula in aenigmate, ma appena appena, in modo da farmi vedere, basta spostare appena appena la maschera, quello che vedrò aperti gli occhj.

Invece da alcune notti a questa parte, in parte sogno cose completamente diverse da qualunque cosa io abbia mai esperito, o stia attualmente esperendo; e in parte, ovviamente, sono cose note, ma mai di quelle che temo od ho in uggia di vedere. Per esempio, l’altra notte ho fatto un sogno che rappresentava un mondo fatto di superfici lucide e nere e portefinestre scintillanti; a un certo punto era Capodanno, ed ero seduto a un tavolo di noce massiccio con una persona che nel sogno era un mio buon conoscente (ma non somigliava a nessuno che conosca davvero, almeno non in questo mondo); sul tavolo, ricordo, c’era una di quelle coperte da tavolo che difficilmente si riuscirebbe a chiamare tovaglie, perché sono spesse, e questa era identica (almeno nelle intenzioni) a quelle che nei quadri di Evaristo Baschenis stanno sotto gli strumenti con le ditate di polvere. Per inciso, nei quadri di Evaristo Baschenis c’è sempre quella specie di coperta perché le fabbricava lui, a Gandino, così detta dalla città di Gand nelle Fiandre, che era collegata alla piccola Gandino dalla lunga Via della Seta europea. I filati da Gand arrivavano a Gandino, dopodiché si faceva un primo tessuto, abbastanza grezzo, e poi tutto era spedito a Napoli, dove diventava merce di lusso. Adesso che ho detto tutte queste stronzate mi sembra di ricordare che la coperta non fosse affatto simile a quella dei quadri di Evaristo Baschenis. A ripensarci ancora, sì, direi che ne sono sicuro: era completamente diversa. Quindi siete pregati di dimenticarvi l’inciso. Piuttosto, nel sogno la cosa importante era che era Capodanno, e io lo stavo passando con questo signore ascoltando la radio, da cui trasmettevano la Medea di Cherubini. In quel mondo trasmettevano la Medea di Cherubini ad ogni fine d’anno. Questa era spaventosa: una voce che in teoria doveva essere tenorile gnaulava disperatamente “Or che più non vedrò”. Io chiedevo al conoscente chi fosse quel cane, e lui mi rispondeva “Nicolai Gedda, 1965”. Nel sogno ricordavo bene anche le parole, e soprattutto seguivo bene il filo melodico, pur distorto dalle stonacchiature, quindi posso attestare con sicurezza che cantava veramente di schifo. In quel mondo, ovviamente, perché in questo, nel 1965, Gedda era ancora in condizioni più che ottimali, e credo sia uno dei pochi cantanti che possono vantare di non aver mai stonato in tutta la loro carriera.

Stanotte, invece, ho sognato che una mia amica dagli occhj tristi e fondi (aveva i capelli lunghi fino alle spalle, una specie di caschetto lungo, castano scuro, quasi neri, e il suo sguardo era veramente canino) doveva accudire a una zia, che una malattia misteriosa aveva ridotto alle dimensioni di un esserino di poche decine di centimetri. Ricordo, nel sogno, com’era triste vederla dormire in una cesta bassa appoggiata vicino ad un paralume rosa antico.