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407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

284. Commenti.

9 Set

Eccomi qui, in ritardo come al solito.

Come avevo annunciato, intendevo riprendere daccapo tutta la questione di jeri, che è andata a finire come sa chi è venuto a léggere su Nazione Indiana il post che Domenico Pinto mi aveva chiesto di ripubblicare dopo che l’avevo messo qui sul blog. Dopo lo scivolone iniziale di Dario Borso, che è veramente tutt’altro discorso, è comparsa una tal GiorgiaSanto, non so se questo nick equivalga al suo nome, la quale, rimanendo tutto il giorno attaccata alla rete, non ha fatto altro che defecare, ostinatamente, presuntuosamente, astiosamente, una serie di affermazioni negative a proposito del sottoscritto; ed è stata coadiuvata, un pajo di volte, da una (ancòra più livida) flaviadebono, che ha aggiunto accuse le più assurde; finché, dopo una risposta dall’administrator stesso definita ‘aspra’, la mia, le due avrebbero ribaltato addosso al sottoscritto e a NI contumelie parecchio sordide, motivo per cui è stata loro chiusa la porta in faccia. Lo stile della GiorgiaSanto, dell’altra non parliamone, non fa nemmeno lontanamente sospettare che possa essere ‘del ramo’. Ha parlato, in termini del tutto astratti di pubblicazione, essere nel gioco, mettersi in discussione e non so che cos’altro, ma al fondo è evidente che non è nulla di nulla – potrebbe essere, oh tempora, tutt’al più una professoressa delle medie, date le citazioni leggiucchiate all’ultimo dall’Ape latina e certi pietosi riferimenti danteschi – alcor, poveretta, che l’ignara mentecatta ignora chi sia, e quanto e che cosa abbia, lei sì, pubblicato, s’è sentita dire “tu segui il duca tuo”, laddove il duca sarei io, oltreché della ’scherana’. Ne sono spiacente per alcor, meritevole di altro trattamento.

Un trattamento pessimo meriterebbe invece questa Santo, va da sé. Ma andiamo con ordine.

Dario Borso, col quale mi sbrigo sùbito, non essendo della partita delle Santo e delle Diobono, è stato il primo a commentare, sotto il nome “Dario Boffo”, dicendo una cosa in sé lecita, ma almeno a me non molto chiara:

“Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda” – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo.

Lecitissimo dire che scrivo di merda, ci mancherebbe, anzi: me lo sono detto praticamente da solo va da sé che la cosa non mi preoccupa minimamente. Quello che non capisco è come mai proprio questa frase sia più di merda delle altre – mi ha spiegato poi, Dario Borso, che era solo questa frase in particolare a non convincerlo, diciamo – insomma, a parergli una merda. Io non so in che cosa tutte le altre (frasi, del testo) sarebbero migliori. E’ la parola ‘ambage’ che crea difficoltà?

Ma con Dario Borso la cosa è praticamente finita qui.

Alle 10.42 è apparsa per la prima volta questa GiorgiaSanto, che nessuno ha mai sentito nominare, su NazioneIndiana, la quale dimostra di aver letto alcune cose dal mio blog:

Mi ricordo della recensione a Giuditta Russo. Ramanzini c’era andato piuttosto pesante (o leggero, a seconda delle opinioni personali). La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini. I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi. Non è una cosa personale contro Ramanzini, provo in generale un fastidio verso questo genere di critici “vergini”. Forse sarò andata OT ma il resto dello scritto non mi ha suscitato particolare interesse -en passant, Rarmanzini ha scritto di meglio e meglio, almeno sul blog-

Tutto questo, in apparenza, è perfettamente innocente: l’idea che la SantoGiorgia si è fatta di me certamente non è positiva (ma a me non me frega niente), e quello che sostiene in materia di quello che, però molto stupidamente, chiama ‘critici vergini’ poteva anche starci – ma NON su un blog collettivo, dove la gran parte delle persone di cui si mettono in pubblico cose non ha quasi mai o mai pubblicato su carta un bel niente! Mi stupisco, anzi, che la Santo non sia stata messa al corrente del posto in cui si trovava. Che le chiedesse: Che ci fai, qui, se: 1. quello che ha scritto Ramanzini non t’interessa; 2. se i critici vergini, come goffamente li definisci tu, non ti piacciono? A parte quel mettere le cose in termini di “fastidio” personale, naturalmente: un commento non è un brano autobiografico, si suppone dovrebbe aggiungere qualcosa alla discussione – l’autobiografismo, poi, sarebbe da evitare a maggior ragione inquantoché io non conosco questa GiorgiaSanto, e nemmeno sua madre e sua sorella; inquantoché il suo autobiografismo, se proprio non poteva farne a meno, non si accompagna ad uno stile proprio indimenticabile (su NI si cercherebbe di scrivere, si suppone); inquantoché, insomma & in definitiva, a noi dei fastidj della SantoGiorgia non ce ne potrebbe fottere di meno. Quanto al merito di quello che d’imperdonabile avrebbe fatto Ramanzini c’è quella che lei definisce una ‘critica’ a Moresco, che poi non è una critica, ma una semplice scheda di lettura, anzi di non-lettura, dal momento che il libro, come peraltro ho detto, non mi sono sentito proprio di terminarlo. Mio diritto non terminarlo; mio diritto dirlo, nei termini che ritengo opportuni. Non mi risulta che l’autrice dei Canti del caos sia poi la SantoGiorgia; avrei capìto che se fossi stato un critico, innanzitutto, e anche un bel po’ autorevole, di fronte ad una lettura del genere Moresco si sarebbe un bel po’ incazzato. Ma Moresco non ha mai letto Ramanzini, Ramanzini non ha mai finito di léggere Moresco, e soprattutto quella di Ramanzini non è una critica. E’ il post su un blog. A proposito di verginità, sarebbe anzi molto carino che la GiorgiaSanto, magari con la Diobonino, se n’andasse a farsi, di tanto in tanto, un giro in rete; per blog, magari; a vedere quante migliaja, e decine di migliaja di persone, senza pubblicazioni alle spalle, senza carriere sfolgoranti in corso, magari senza nemmeno la laurea o un miserando diploma, tutti i giorni ribaltano in rete megatoni di pareri su questo o quel film, e su questo o quel libro, e su questa o quella mostra. Se il problema di GiorgiaSanto è quello di non aver capìto che la rete è libera, e che la libertà consiste nell’esprimersi come si ritiene giusto & opportuno, il problema è solo suo. Quello che proprio non si può accettare è l’equazione implicita nelle parole: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa”. Parole sibilline, che più avanti la GiorgiaSanto spiegherà meglio: aver pubblicato, dice che intendeva, essersi messo in gioco. Ma quello che non va non è nemmeno che la SantoGiorgia mi voglia pubblicato a tutti i costi, quanto proprio che ritenga che io me ne sia stato nascosto all’ombra, fino a questo momento, a tirare pomodori marcj addosso al povero Moresco, esposto sul suo piedestallo, a chiedersi donde venisse quella roba rossa. GiorgiaSanto è su questa cosa in particolare che ha inciampato; e inciampando sulla soglia, ha fatto a rotoloni tutto il corridojo. Bello è che non se n’è accorta.

Quanto alla notazione che “I critici sanguinari (sono zanzare diceva qualcuno) e duri possono andare bene, a me divertono, ma dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”. Di grazia, in che cosa dovrebbero dar prova di sé i critici sanguinarj, se non nelle critiche che fanno – essendo la critica il loro mestiere? Ed esclusi da che, di grazia? Dalla creazione della schifezza che hanno stroncato? Dai proventi, che il più delle volte sono una cosa miseranda, quando pure ci sono? Dalla fama, che comunque non hanno cercato, sennò avrebbero fatto gli artisti, e non i critici – magari diventando, poi, più famosi di moltissimi artisti. Stando ai tuoi standard patologici, perché questo emerge da quello che scrivi, tanto per fare due esempj, né Pauline Kael né Marcel Reich-Ranicki sarebbero dovuti esistere. Mi chiedo perché mai, dal momento che a milioni di persone, per il tempo di due o tre generazioni, qualcosa devono avere pur significato. Il critico ha il suo talento – il suo, un talento di tipo tutt’affatto particolare. La critica è necessaria all’opera letteraria: la critica scritta e quella, non scritta, che ciascun lettore esercita mentre legge. La letteratura non è la catena di montaggio. Il critico non è A che dice a B: Hai saldato male quei pezzi, e dev’essere messo alla prova, e poi non riesce a dimostrare di essere più bravo lui a saldare, e quindi tutti lo aspettano in spogliatojo con la pistola ad aria compressa – io critico non sono, e ho l’accortezza di dirlo, anzi: di ripeterlo; ma lo dico, anzi: lo ripeto, proprio perché so che cos’è un critico; GiorgiaSanto no. GiorgiaSanto non è del ‘gioco’, GiorgiaSanto non sa un cazzo. GiorgiaSanto accusa me di prendere altri a colpi di cretino e di non aver mai dimostrato di non essere imbecille; beh, sta facendo dell’autobiografia. Nil sub sole novum.

La cosa veramente imbecille ed offensiva è il postulare in partenza che Ramanzini avrebbe dovuto dimostrare qualcosa prima di “gettare palate di merda” addosso agli altri. La mia opinione su Moresco, che non è né ‘dura’ né ‘molle’, né ‘aspra’ né ‘dolce’, ma è soltanto la mia opinione, espressa con sincerità e senza, assolutamente, quegli insulti gratuiti che soli avrebbero giustificato, da parte tua, il ricorso all’immagine delle palate di merda – ma (a proposito) come ti permetti, oh cretina? – è un’opinione, e in quanto tale può essere espressa, e deve essere lasciata esprimere. Qualunque obiezione fatta all’espressione di un parere, in questi termini, dal “non dovrebbe perché non ne ha i numeri” all’oscuramento senza preavviso, ha un solo nome – si chiama fascismo. Altrimenti mi chiedo a chi sarebbe mai venuto in mente di venire ad obiettare circa la liceità dell’espressione di un parere. Arriva, ’sto catorcio di donna (se donna si può chiamare), e dopo mesi dice: Ah, t’ho colto sul fatto: tu hai parlato male di Moresco, ergo adesso parlo male di te. Mesi fa, se fosse una donna decente, e non una topa di fogna, avrebbe dovuto dar di piglio, e controbattere a quello che avevo detto; dire: non hai dimostrato questo, non hai visto giusto quello. Oppure: è una critica che non condivido, corriva, superficiale, presuntuosa. Ma che si venga a mettere in discussione la possibilità stessa di esprimersi liberamente in un luogo libero, questo vuol dire essere peggio di quello che esce dal culo di Alfano.

Il critico è il critico; lo scrittore è lo scrittore; il lettore è il lettore – GiorgiaSanto è un’idiota, ma questo è inutile dirlo.

Che la deficiente GiorgiaSanto sia competente come le unghie dei miei alluci è abbondantemente dimostrato dal brevissimo scambio, una vera tragedia in due battute, tra alcor e lei:

alcor: Critico “vergine”?

GiorgiaSanto:  Devo farti un disegnino?

No! Devi andare a morire ammazzata!! O anche alcor, adesso, è di quelli che dovrebbero dimostrarti qualcosa? Che ne sai chi è alcor, tu? Tu, che vai in giro a fare le pulci al curriculum degli altri per blog e fora, che cosa sai di quello che alcor ha fatto o non ha fatto? Dato che vuoi dimostrazioni e che devi essere coerente con quello che ti sembra moralmente giusto, tanto per esemplificare, che cos’hai fatto TU, per esempio?

Ma alcor ha spirito, e non è il caso che mi arrabbj per conto suo. Infatti ha risposto:

alcor:  Sarebbe gradito, sì, tanto per capire.

GiorgiaSanto: Va bene, in mancanza della lavagna o del foglio di carta vedrò di fare un disegnino a parole: Un critico che non ha pubblicato (ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili) è un critico vergine, secondo me, uno che perde più tempo a tagliuzzare le cose altrui piuttosto che decidersi a fare qualcosa di compiuto e ad impegnarsi a farlo pubblicare. Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti-. Criticare i lavori altrui (ottimi o pessimi che siano) senza avere mai fornito qualcosa di fatto e finito (e pubblicato, insisto) è cosa che trovo fastidiosa.

Ma sentila! “E’ cosa che trovo fastidiosa”. Di nuovo con i tuoi fastidj, le tue paturnie, il tuo flusso ciclico perenne! Povera cara: ha il morbino. Mavaffanculo, va.

Tanta delicatezza contrasta nella maniera più stravagante con l’ingenuità dell’assunto: Ramanzini non ha pubblicato; e io provo fastidio. E andartene a grattarti la rogna da un’altra parte no? Non so come altrimenti dirlo; dato che già l’ho detto passo a fare le pulci a quello che in altri casi si chiamerebbe stile, e nel tuo è italiacano: “ovvero che non è sceso nell’arena con tutti i rischi e i premi possibili”: si può sapere dove hai maturato questo stile da sassate, a parte i convegni di Forza Italia? In che latrina? “Provo fastidio per qualsiasi forma di giudice esterno al gioco e, secondo me, il blog non corrisponde ad una pubblicazione -tanto più che è sempre uno scrivere a frammenti”. Ma qui a frammenti ci sono solo i nidi di mosche che hai al posto del cervello. Il blog non equivale a vera pubblicazione, e questo è un dato; è uno scrivere a frammenti, e questo è vero; intanto, però, ti sono girate le ovaje, hai provato fastidio, e la rabbia te la sei tenuta dentro per qualche mesetto, per poi venire su Nazione Indiana a schizzare bile a destra e a manca, o sbaglio? Con tutti i blog che ci sono, dove magari sono dieci anni che si dice corna di Moresco, è il mio che t’è rimasto impresso – non il saggio di 250 pagine di Pinco Pinchetta sugli elementi procedurali e le ancillari nell’Avventuroso Ciciliano. Sono questi “frammenti” che ti sono rimasti nel cranio per mesi. Potrebbe non essere tutta colpa mia, ci hai pensato?

Ma qui la Giuditta Russo è voluta intervenire in mia difesa:

Giuditta Russo: Salve a tutti. L’argomento non è la scrittura, tantomeno l’opinione più che legittima che David Ramanzini espresse ai tempi sulla qualità del mio libro. L’argomento è la differenza tra sfiducia e diffidenza. Sono certa di non dover prendere le difese di David Ramanzini, perchè sa farlo benissimo da solo, ma sarei grata a tutti se si potesse evitare di strumentalizzare i toni che talvolta David Ramanzini utilizza (che possono piacere o meno) e porre uno sguardo più attento a ciò che scrive al di là di come lo scrive.

E qui ovviamente non sono affatto d’accordo. I toni sono perfettamente adeguati, mi pare, a quello che scrivo. Non so come si potrebbe andare di là dai toni senza andare di là dal testo, e farsene un’idea per forza di cose sbagliata.

Saltiamo qualche passaggio, che non serve adesso, e passiamo direttamente alla risposta di GiorgiaSanto alla Russo. Nella quale scopriamo finalmente che non solo la GiorgiaSanto ha un’idea molto approssimativa di che cosa sia un critico e che cosa debba essere la rete, ma è anche una bugiarda:

GiorgiaSanto: Il mio commento, OT come ho scritto io stessa, non era sulla opinione di Ramanzini riguardo al tuo libro,

e questo, come sappiamo bene, è falsissimo, perché la prima questione che GS ha affrontato è stata proprio quella delle mie letture negative di Moresco e della Russo.

nè sulla scrittura (ho solo annotato che, rispetto ad altri suoi post, questo non era scritto molto bene),

come, prego? Ho capìto bene? Hai solo annotato che questo post non era scritto molto bene?

ma sulla questione di certa critica. Se devo stare in tema dirò allora che provo in generale Sfiducia e Diffidenza per un critico che sfascia (o esalta) senza avere dato prove concrete ed estese.

Se si tratta di un critico, naturalmente, ti do ragione. Se si tratta di un lettore, come fa a provare un gusto personale, interessante, semmai, solo organicamente a quella che può essere la sua estetica, se scrive, o la sua etica?

Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive non credo siano due parti indipendenti, almeno per me come uno scrive vale tanto (a volte di più) di quello che uno scrive.

Vogliamo considerare, seriamente, la prosa di questa cultrice dello stile? Riguardo a quello che uno scrive e come lo scrive è agrammaticale: si dirà, semmai, “riguardo quello che uno scrive e a come scrive”, che pure non è bello, infatti la frase dovrebbe essere girata diversamente. Che brutto quel “due parti indipendenti”: due parti di che, per favore? E quella comparazione, su che regole ostrogote sarebbe fondata? “come uno scrive vale tanto di quello che uno scrive”? Tu hai diffidato più delle scuole elementari che dei cattivi critici, credi a me. Molto meglio i cattivi critici, se sanno tenere la penna in mano, piuttosto che la tua brutta ignoranza.

Dopo che ho fatto notare a GS che non sono un critico e che continuavo a ritenere poco coerente che si permettesse di fare le pulci a me pur non avendo dato quei riscontri testuali che tanto le sono cari, mi sono permesso anche di dubitare, sempre supponendo che GS avesse intenzione di essere coerente con quello che dice (ma abbiamo anche visto che spesso se lo dimentica), che fosse, lei, in grado di fare di meglio rispetto a quello che ha prodotto in questi pochi commenti, indegnamente scritti, su NI. Quello che mi ha risposto è stato:

GiorgiaSanto: […] leggi quello che vuoi leggere tu nei commenti altrui (non ho mai scritto che potevo fare qualcosa di meglio) tanto per fare polemica, trucco che usi spesso.

Procedere in questo modo è disonesto, perché, di nuovo, non ci sono prove di quello che dice – e dato che quello che dice dovrà pur dipendere da qualcosa che ho scritto, non capisco la difficoltà a produrre i luoghi esatti del testo. A parte  questo, è verissimo che no ha mai detto di essere in grado di fare di meglio; ma, se crede alle sue stesse parole, è tenuta a fare di meglio. Nel qual caso, dato che tutto è opinabile, dati i presupposti io potrei anche no riconoscerglielo, &c. &c., ad nauseam.

Ancòra un salto. Avrei dovuto pubblicare, per permettermi di criticare – ma la critica è inerente alla lettura; che cos’avrei dovuto fare, pubblicare un libro prima ancòra di aprire il primo libro della mia vita? – , ma pubblicare cosa?

GiorgiaSanto: Per pubblicazione non intendevo certo un testo di critica, per carità,

come mai non intendeva “certo”? e perché “per carità”? Non si capisce se non sia mai stata sfiorata dall’idea che io non avessi capìto esattamente per che cosa avrei dovuto far gemere i torchj, o se ritiene un’opera di critica troppo al disopra delle mie possibilità, o se non regge l’idea di un’opera di critica  o che altro.

intendo qualcosa, romanzo, racconto, quello che vuoi. Tu poi divertiti pure a rigirare le parole e a travisare quanto ti pare (sul fatto che scrivo da cani non me ne puo’ fregare di meno, tanto più che mi aspettavo questo banale attacco).

Ma che è, il supermercato? Romanzo, racconto, critica, quello che voglio? Quello che voglio io? A parte il fatto che non concepisco molto un autore che ne critica altri – per questo autori e critici sono due cose diverse, è inconcepibile un romanziere che fa critica: sanno anche i sassi che si distruggerebbe.

Quanto al presunto attacco, sarebbe pure stato banale quando ne avessi fatto una questione di stile. Io ne  ho fatto una questione di grammatica, e di sintassi. L’”attacco” , così, diventa già molto meno banale.

Ma la chicca, quella vera, è questa stranissima, sibillinissima frase:

non hai messo solo testi di critica ai lavori altrui, altrimenti già da un pezzo non seguirei questo e il tuo blog.

Ciò che vuol dire: non hai fatto solo critica (o quello che intende costei per critica), ma anche altre cose, che sono il motivo per cui sono venuta sul tuo blog e su Nazione Indiana. Biondillo, Pinto, Forlani, andatevi a nascondere. Lei è venuta solo per me. Per me; capite?

Seguono perle sparse:

GiorgiaSanto: A Giuditta: Per criticare lo si deve avere fatto, dando dimostrazione di avere piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa, altrimenti sono parole al vento.

Ma questo è totalmente falso. Ho già detto che tutti “fanno critica”, e mentre leggono, e mentre esperiscono. E la dimostrazione che questo possa farsi, e sia in effetti fatto, anche senz’alcun metodo né rigore, sta proprio nelle parole fin qui spese da GiorgiaSanto. O almeno spero che con quella “piena conoscenza (teorica e pratica) della cosa” intendesse in genere un atteggiamento, un approccio rigoroso, discreto, consapevole. Ma non posso evitare di notare che il suo modo di esprimersi è improprio e detestabile, e nuovamente pseudoaccademico (vedi quell’ingenua e stupida distinzione tra ‘teoria’ e ‘pratica’, ‘parte istituzionale’ e ‘parte monografica’ – ma l’Italia è un paese in cui molta gente comincia a léggere libri solo dopo aver preso una laurea inutile, e non ha in genere esperienza della scrittura prima dei trent’anni. GiorgiaSanto è espressione a suo modo perfetta di questa tendenza, che di per sé è assolutamente stravagante ed è solo uno degli aspetti della nostra inciviltà). Inoltre non riesco a capire che cosa non vada nelle ‘parole al vento’. Sono una realtà anche quelle, mi sembra, e ognuno si sceglie le parole che vuole. Altri affidano le proprie parole al vento, altri alla legge di gravità. Personalmente, sto coi primi.

GiorgiaSanto: Io non possa fare nulla di meglio? (A proposito delle critiche basate su pochissimi dati). Puo’ essere. Ho l’impressione che sia un mantra che devi ripeterti spesso per convincerti.

Nemmeno per sogno: ne sono già convinto e straconvinto. Sembrava piuttosto che fosse GiorgiaSanto ad avere difficoltà a cacciarselo in testa. Per questo mi sono permesso d’insistere. E insisto di nuovo: se per criticare si deve quantomeno dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni, se non avere pubblicato, e questa è la convinzione di GiorgiaSanto, perché GiorgiaSanto non applica lei per prima quello che vorrebbe altri applicassero? Io ancóra non ho trovato, nelle sue affermazioni, nulla di particolarmente centrato sul testo postato.

GiorgiaSanto: “Trovo sciocco, il tuo commento, GiorgiaSanto, tanto sciocco da indurmi a ritenere, a differenza di quello che pensi di me, che tu non possa fare affatto di meglio.” la frase contiene sì la tua affermazione riguardo al mio “non poter fare di meglio”, ma anche l’idea che, secondo te, io penso di poter fare di meglio, cosa che non ho detto. Vedi come prendi solo i pezzi che ti fanno comodo.

E qui ci rifacciamo. A me non importa affatto che non abbia dichiarato di essere in grado di compiere analisi puntuali; m’interessa che sia la prima a dare dimostrazione di esserne in grado, nel momento in cui stabilisce che così si deve fare.

GiorgiaSanto: A Giuditta Infatti non ho sentito alcun giudizio in quello che mi hai scritto, giusto una divergenza di opinioni. Riguardo alla questione che si “critica” ogni cosa ogni giorno, concordo, ma sono appunto critiche che finiscono per non essere altro che parole al vento, secondo me. Personalmente lascio la questione perchè ho portato già abbastanza fuori tema.

Dunque quello che GiorgiaSanto ha detto finora sono solo ed esclusivamente parole al vento? E questo che cosa dovrebbe dimostrare, se non che si sente – evidentemente – al disopra delle regole cui lei stessa vorrebbe che gli altri si adeguassero? Adeguarsi per prima a queste regole converrebbe innanzitutto a lei, infatti: sennò l’unica conclusione che si può trarre dalle sue parole è che si tratti – è lei stessa che lo dice – di parole al vento, cioè dette alla stracazzo, cose senz’alcuna importanza. Io credo, a prescindere da quello che lei ritiene dovrebbe essere, che sia veramente così: anche se non esiste parola detta al vento da cui non possa trarsi qualche insegnamento utile: dipende da chi la raccoglie e la sa léggere. Aggiungo un’altra cosa: GiorgiaSanto ha messo in dubbio la mia preparazione (?) di critico (?), sottintendendo che non avrei le capacità né teoriche né pratiche per fare una critica come si deve. Parallelamente, però, sottintende di non essere capace di scrivere cose più intelligenti di quelle che ha finora scritto quassù. Corre l’obbligo di far notare che questo sottintende, a sua volta, che ella non possiede quella teora e quella pratica a cui fumosamente fa riferimento; ora mi chiedo: nel caso in cui X, non dico Ramanzini, desse prova di possedere, qualunque cosa esse siano, questa teoria e questa pratica, siamo sicuri che, non possedendole, GiorgiaSanto sarebbe in grado di rendersene conto? La domanda è retorica, e la risposta è negativa; ovviamente.

Fa notare, molto giustamente, la Castaldi:

natàlia castaldi: Mah! tutto questo discorso sulla legittimazione nell’esprimere un parere critico mi pare assai infantile. qualunque lettore esprime un parere critico, magari non scritto, ma lo esprime nel momento stesso in cui legge un testo e lo consiglia o lo ripone nello scaffale dei *soldi mal spesi* […].

Che è esattamente quello che ho sostenuto a mia volta, più sopra. GiorgiaSanto, a sua volta, pur non avendo il discernimento necessario ad accorgersene, ha dato a sua volta prova, senza dimostrare che il sottoscritto abbia mai fatto altrettanto, giudizî corrivi. E lo ha pure ammesso; ma, appunto, non capisce ella stessa quello che pensa e quello che scrive, dunque, molto semplicemente, non se n’è resa conto. Ha però lasciato intendere, e questo non può essere negato perché è nei fatti, che non si sente affatto in obbligo di dar prova di rigore nelle sue analisi: lei, lo ha ribadito, non ha mai sostenuto di poter far meglio di quello che fa. Io, invece, sarei tenuto a dar prova di cose che ella stessa manco sa che cosa siano. Ecco perché mi dilungo tanto nell’esporre il mio punto di vista sulle affermazioni fatte: perché non è la prima volta che m’imbatto in queste surciliose affermazioni, in cui si stabilisce che il mio livello culturale, o qualunque cosa attenga al mio strumentario tecnico-analitico, dunque tutto quello che rimane sostanzialmente esterno alla mia scrittura e a quello che vorrei comunicare – che stavolta non è arrivato, a causa di questa stolta polemica, a nessuno – è insufficiente – rispetto a che cosa, rispetto a chi, secondo quali standard, ai fini di quale complessa operazione mi rimane sostanzialmente ignoto. Periodicamente si alza una voce, che rimane perlopiù, fortunatamente, abbastanza isolata, che torna sul fatto: io sarei un prepotente, che si esprime con secchezza su gente che si è duramente sudata la sua posizione, e che senza averne i numeri vorrebbe infangare il nome di tizio e di cajo. Non sarebbe la prima volta che un figuro del genere si esprime in questo modo, in rete e fuori; ma sarei disposto a riconoscere che ci sono ragioni per esprimere questa valutazione se solo queste voci non venissero fuori, sempre, dalle stesse parti; rifacendosi a pregresse conoscenze, sottintendendo frequentazioni sempre dello stesso tipo, perpetuando – fino a quando non lo so (ma per me non è un problema, affatto) – gli stessi vecchî pregiudizj; ed esprimendo sempre un identico grado (abissale) d’ignoranza, e anche di violenza – di tanto in tanto, insieme con queste voci, riaffiora quest’ombra, risibile più che spaventevole, della dinamica padrone / schiavo – ‘Io posso dire di te quello che voglio / tu puoi dire di X solo cose dimostrate, ponderate, di scientificità indiscutibile, dopo aver studiato il tutto a memoria in ginocchio sui ceci, o quantomeno appeso per i piedi a testa in giù’. Dato che non c’è nessun motivo per cui debba farlo, io continuerò a destinare le mie analisi puntuali & approfondite ai classici e alle opere che ritengo valgano la pena. E le GiorgeSanto se ne possono andare tranquillamente a fare in culo.

Ma non è finita. Se GiorgiaSanto pareva solo pregiudizievole, ottusa, ignorante, petulante e scema, c’era già in arrivo qualcosa di peggio – o che minacciava di fare di peggio:

flaviadelbono: Ma non vi rendete conto che vi conoscete solo tra voi, vi criticate, accreditate e screditate solo tra voi, vi azzuffate solo tra voi, vi elogiate e insultate solo tra voi, ve le cantate, ve le suonate, vi applaudite e vi fischiate da soli e nessuno, dico NESSUNO al di fuori di quel cerchio alla testa che siete sa chi siete?

Chiedo scusa e mi dispiaccio per il cerchio alla testa (infatti avrei sperato più che altro in un cancro all’ipofisi: prima di morire, almeno, diventi più bella), ma appunto perché ci conosciamo tra noi, ce la soniamo, ce la cantiamo & ce la donzelliamo, tu, per dirla chiara, chi sei? Ti conosce qualcuno? C’è un motivo per cui dovremmo tenere conto delle tue strida, specialmente considerando il fatto che ci piace tanto rimanercene sulle nostre? (Che cosa vuol dire: “vi (…) accreditate (…) solo tra voi”?). Ma il meglio di sé, questa povera imbecille, l’avrebbe dato più oltre; e rimando al suo secondo, e fortunatamente ultimo, intervento per tentare di fare il punto anche con lei.

GiorgiaSanto: A quanto pare nessuno è degno di darti un giudizio (soprattutto se non è positivo, ma arrivi a schifare perfino quelli positivi), mentre tu sei degno di dare tutti i giudizi negativi del mondo

No, per nulla. Ma anche se fosse mi chiedo anzi che cosa te ne importi di quello che di negativo o di positivo possa dire io a proposito di altri, o che cosa io stesso pensi dei miei giudizî, dal momento che hai già stabilito che sono un incompetente e che dico parole gettate al vento. O supponi che le mie parole contino qualcosa, nel qual caso ha senso che tu le contesti, oppure stabilisci, come hai fatto, che non contano nulla; nel qual caso trovo veramente insulso insistere. O per te è tanto importante cambiare la mia opinione su quello che io stesso scrivo, o su quello che scrivono altri?

e magari ritieni che nel tuo discorso la pars destruens sia una pars construens o che almeno ci sia una pars construens.

Puro delirio: come fa una pars destruens ad essere una pars construens? Qui o la pietosa smania della GiorgiaSanto di far pompa di quel po’ di latino l’ha portata ad esprimere in modo bislacco e assurdo un concetto che doveva essere altrimenti espresso, o il concetto era talmente assente che ha pensato bene di nasconderlo sotto un luogo comune da prima liceo. (Anche Nietzsche era tutto pars destruens: qualcuno lo considera un coglione, per questo?).

Tutti gli autori non sanno scrivere, tutti quelli che ti dicono qualcosa sono dei mentecatti, tu ti sei già posto tutte le domande dell’universo.

Lascio perdere le prime due affermazioni perché fanno pena, e solo pena. Quanto alla terza, è già più interessante. In effetti arrivi a riconoscere, pur senza averne una coscienza piena, che mi sono posto diverse domande, e mi sono dato diverse risposte. Ma questo è del tutto normale per una persona che ha trascorso in solitudine quasi assoluta la gran parte della vita, e ha dovuto fare i conti con l’assenza di qualunque supporto o appoggio, materiale o psicologico, e non solo in questi ultimi anni. Effettivamente non è merito mio, è una scontata conseguenza delle mie condizioni esistenziali. Va da sé che chi è perfettamente integrato in qualche contesto non ha nessuna necessità di analizzare così a fondo quello in cui deve credere, e probabilmente, almeno in linea di massima, sarà meno buon loico. GiorgiaSanto è pessima loica, per esempio, probabilmente è una dipendente statale, o una negoziante – o, ciò che forse è peggio, potrebbe essere benissimo. Ma la sua notazione circa il porsi tutte le domande dell’universo, non è commovente, nel suo rilevare, in maniera così ingenua e sciocchina, che semplicemente si è accorta di non riuscire a destabilizzarmi? Né io ho raccolto la sfida, anche perché non sono cose per me, non m’interessano. Se analizzo quello con cui GiorgiaSanto ha mandato in vacca la discussione che doveva esserci – bastavano due, tre, cinque commenti centrati, non cento di puttanate, illazioni e insulti – è perché è mio dovere capire. Io faccio analisi sempre molto approfondite – questo mi rallenta come lettore e mi leva, ormai, piacere ed abbandono, dunque non è sempre un bene. Ma quando produco una paginetta da blog ho sempre, in mano, pagine su pagine di appunti, note, citazioni. Non vale la pena di fare post-monstre su un blog, al più caricherei un file.

Quando fai il finto modesto (infilando qualche frase del tipo “he comunque scrivo di merda”) raggiungi il massimo. A quanto pare solo Anfiosso puo’ criticare Anfiosso, gli altri si beccano uno dei tuoi mantra.

GiorgiaSanto: Poi ogni tanto spunta la scherana che molla un mezzo insulto o una mezza allusione pensando di fare la parte del genio di turno (vero Alcor?)

Perché GiorgiaSanto dà della scherana ad alcor? E come mai le attribuisce insulti, dal momento che è civilissima? Ecco, alcor è una che non è un Ramanzini qualunque: alcor ha pubblicato, molto. Come mai GiorgiaSanto non la rispetta? Perché la insulta – lei sì – dandole della scherana e attribuendole una maldicenza che non si è mai permessa? – Non che le mancherebbero i motivi, o che abbia alcunché da temere dall’ira di una GiorgiaSanto. Ma queste villanie non saranno dovute al fatto che la stessa Giorgia, temendo il franco vaffanculo che mai le avrei negato qualora si fosse spinta un po’ più in là, ha preferito ripiegare su alcor, approfittando della sua compostezza? E, se non si è peritata dal fare questo, non significa, forse, che non gliene importa un bel niente, né delle competenze né dei libri stampati, dal momento che il rispetto a me negato – e da me NON richiesto, lungi da me – è stato negato nondimeno anche ad alcor?

Alla civile risposta della quale la GiorgiaSanto non ha trovato di meglio che rispondere con un’altra insolenza, veicolata da un’altra pietosa citazioncina da avviamento industriale:

alcor: @ GiorgiaSanto il mezzo insulto o la mezza allusione, e per di più geniale, sarebbe che ti ho definito una donna d’ordine? take it easy […].

GiorgiaSanto: Alcor alludevo all’insieme dei tuoi interventi, non solo a quelli rivolti a me, non credo di essere il centro dell’universo a differenza del Duca tuo. Buon inseguimento.

Verrebbe da chiedere: L’insieme degl’interventi fatti sotto questo post o quelli fatti in generale, da quando bazzica NI? In realtà non c’è risposta: GiorgiaSanto ha aggressivamente fatto riferimento ad alcor, e poi ha negato di averlo fatto nei termini in cui l’ha fatto. La risposta è anche stavolta logicamente carente: come dire che ammettere di aver avuto da ridire in particolare sulle risposte che alcor ha dato a lei implicherebbe automaticamente di considerarsi al centro dell’universo. I movimenti, viscidi e vigliacchi, della GiorgiaSanto sono interessanti da seguire: rispondendo a me, getta fango in direzione di alcor; quando questa gliene chiede conto, nega di averlo fatto, e intanto schizza mota nella mia direzione. È un agire da malintenzionati. Il suo scopo è stato solamente quello di esprimere un’antipatia epidermica, del tutto ingiustificata, nei confronti di chi scrive meglio di lei. Il suo atteggiamento è lo stesso di quelli che un tempo facevano telefonate anonime, prendendo di mira un vicino di casa in apparenza più felice.

Alcor: I miei interventi qui faranno in tutto 10 righe. E visto che il tuo nick non l’ho mai visto prima devo supporre che tu mi legga in silenzio da lungo tempo. Ti pare che valga la pena? Soprattutto se provi tutta questa ostilità? Salta i miei commenti. Il salto del commento è uno sport praticato e anche consigliabile:-)

GiorgiaSanto: Va bene, facciamo così, tanto per rendere reciproco l’esercizio fisico, io salto i tuoi commenti e tu salti i miei (l’esercizio parte da ora). :-) PS: Non provo alcuna ostilità.

Infatti, non si può parlare nemmeno di ostilità, perché GiorgiaSanto non può permettersi sentimenti così forti, né in positivo né in negativo. Potesse, esploderebbe di odio e di amore, il problema è che è un meschino contenitore per meschinissimi sentimenti. Scommetto che non serba rancore – in realtà non ha la fibra per poterselo consentire. L’unico suo punto di forza è ammollare qualche menna dichiarazione di fastidio, insofferenza, insoddisfazione, e vedere l’effetto che fa, sicura che nessuno le farà le pulci perché, e questo lo sa, è troppo poca cosa, e troppo sfigata, per poter essere presa di mira: nessuno usa un cannone per ammazzare una zanzara. La stessa zanzara che, come diceva ‘qualcuno’ e lei si è compiaciuta di ricordare, un critico ‘sanguinario’ e ‘livoroso’ ricorderebbe. In realtà lei ci sperava: per avere il poco coraggio di venirsene fuori con le sue rivelazioni dell’ultim’ora doveva necessariamente servirsi di una rappresentazione distorta, nanizzata, ridotta di una realtà ingrata e soverchiante. Anch’io, come critico ‘sanguinario’, potevo in fondo essere visto come una macchietta (uno ‘divertente’), come una non inoffensiva ma schiacciabilissima zanzara. Peccato che zanzare qui non ce ne siano: siamo tutti uomini e donne, purtroppo e per fortuna, e tutte le opinioni, tutti i giudizî, tutti i racconti, tutti i versi, tutti i ricordi, tutto quanto sia comunicato merita di essere raccolto, merita di essere vagliato con attenzione. Non ci dev’essere nulla, ripeto, al disotto dell’attenzione di chicchessia. Di tutto non ci si può occupare, ma sicuramente è possibile farlo con le affermazioni che ci riguardano direttamente; è il minimo, mi sembra. Il metro, con buona pace di tutte le GiorgieSanto del mondo, è uno, per tutti.

Segue un lungo intervento – rispetto agli altri – in cui la GiorgiaSanto ribadisce, del tutto inutilmente, punto per punto, tutto quello che già è stato detto, e si aggiunge, credo in malafede, altra confusione:

GiorgiaSanto: “Posso capire, questo sì, di aver scritto cose che non tutti si aspettavano di léggere. Posso capirlo, ma non posso dispiacermene.” Riguardo alle tue opinioni sulla Russo e su Moresco?

Con questo GiorgiaSanto dimostra di essere cattiva lettrice: infatti non potevo riferirmi a quello. La stessa GS ha fatto presente che ci sono cose mie ‘fatte meglio’, ed è arrivata persino a dire che viene a leggermi sia sul blog mio personale che su NI per via di altre cose, che evidentemente le pajono più meritevoli. In questo caso mi riferivo, ovviamente, al pezzo postato, del quale la GS non ha saputo dire assolutamente nulla, se non che le pareva male scritto – approfittando per dire che mi ero permesso di stroncare la Russo e il Moresco, mentre – altre interpretazioni non dànno senso – di fatto non potevo permettermelo, dato quello che avevo scritto in quest’occasione. Mi sono limitato a dire che quello che avevo scritto in quest’occasione era ed è esattamente quello che penso, esposto con la massima chiarezza a me possibile, e che non lo ritenevo né ritengo ‘inferiore’ ad altre cose; sempre tenendo conto del fatto che non è sempre domenica, che esiste anche il lato B e che non tutte le ciambelle escono col buco. Sfido chiunque a léggere altrimenti le parole di GS, la sicurezza della cui sanità mentale dipende, a questo punto, solo da quest’interpretazione; non potendo essere, qualunque altra, altro che puro delirio. Io, in realtà, ho dato letture severe, o ‘livorose’, per servirmi dei suoi scorretti termini, anche di altri autori, oltre a Moresco e alla Russo; ma dato che la Russo è nominata nel testo, posso supporre che Moresco le prema, come autore, più di altri per motivi assolutamente suoi; e che abbia ricordato la stroncatura fatta alla Russo perché, stupidamente, ritiene contraddizione da parte mia corrispondere amabilmente con un’autrice già stroncata in altra occasione. Non ho la sfera magica, e sono ben lontano, sotto sotto, dal condividere l’opinione distorta che la GS nutre in merito: se la conosco è perché è errore di molti ritenere che lo scritto e la persona siano la stessa cosa. Già nel pezzo ho preso posizione in merito; solo che GS si rifiuta di capirlo, crede che continui a pensarla come lei, e che sia caduto in una palese incoerenza. Beh, si sbaglia. E la sua contrarietà, e il suo andare sùbito OT, è il risultato della sorda avversione che prova di fronte ad un pensiero più complesso del suo (io sono quello che si è già dato tutte le risposte – ha fatto tutto lei! -, si ricordi).

Devo dirti che, per parte mia, è proprio l’opposto, tu scrivi come mi aspetto, come scrivi sempre, vai all’attacco, ribalti le parole degli altri e le giri come ti pare e piace.

No, le interpreto (e non ho ‘ribaltato’ proprio nulla). Quanto a quell’osceno “scrivi come mi aspetto”, sorvolo, perché è l’unica cosa su cui mi sono pronunciato specificatamente al momento: è la spia di un pregiudizio; resa oscena proprio dalla sprovveduta, nauseante ingenuità con cui è spiattellata, senza nessun pudore. Non vado all’attacco dello ‘scrivi come una merda’; vado all’attacco del ‘ti ho colto, mascherina!’, dell’atteggiamento imbecille del lurker che rimane nell’ombra a raccogliere le bucce degli altri, riservandosi di balzar fuori alla prima occasione a svergognare il pirla che pensava di farla franca. Io non sono un mistificatore, e GiorgiaSanto è quello che si definisce classicamente una povera sfigata. Chi scrive o si dichiara in altro modo in pubblico, è vero, talora non ha fatto i conti né con il proprio pensiero né con il contesto davanti a cui si propone. Ma non è il mio caso: io le mie domande – è vero – me le sono poste, e mi sono anche dato qualche risposta. Sono consapevole di che cosa voglia dire scrivere in pubblico – per questo pubblico – e se è vero che mi esprimo apoditticamente, questo vale solo per quello di cui sono certo, mentre mi esprimo in forma dubitativa su quello di cui non sono sicuro. È tanto difficile da accettare? GiorgiaSanto non aveva, alla fin dei conti, nessun asso nella manica. Semplicemente non aveva capìto niente.

La medesima cosa per come reagisci a chi ti dice qualcosa, salti alla gola, ti metti subito a dire “scrivi da cani”, parli di atteggiamento disgustoso, mancanza di intelligenza, insomma vai subito sul personale, ad un appunto in merito a quello che hai scritto rispondi mischiando risposte appropriate con insulti alla persona e alle sue capacità.

Questo è totalmente falso: semmai è GS che ha aggredito me, sorvolando sul pezzo, dicendo solo che era scritto male, e passando al personale. Mi limito al primo intervento, che è quello che fa testo in questo senso; non è personale, forse, dire: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. […] I critici sanguinari […] dovrebbero avere l’accortezza di aver dato prova di quanto siano capaci LORO, altrimenti sembrano quei bambini arrabbiati con il mondo perchè si sentono esclusi”? Ed è patetica la precisazione immediatamente seguente: “Non è una cosa personale contro Ramanzini”, perché contano non le dichiarazioni, ma i fatti. Bisogna saper distinguere personale da non personale, quantomeno. GS non è in grado di farlo. Sorvolo sul fatto che salto alla gola, che è una metafora e come tale può essere tranquillamente buttata nel cesso; ma ribadisco con forza che GS scrive veramente da cani, altra metafora, ma utile a rappresentare la realtà. GS non scrive grammaticalmente, e già s’è visto; che cos’avrei dovuto dire, che scrive da gatti? L’atteggiamento, poi, È disgustoso, perché è censorio. GS non è entrata nello specifico di nulla per quanto riguarda il mio post – segno che non l’ha capìto – e ha sparato due fesserie circa regole in cui credono solo lei e la sua degna camerata diobonino. Ha tentato di tacitarmi non prendendosela con quello che scrivo, ma col fatto che scrivo, con un tentativo di svergognamento, che è poi una forma di ricatto, e io dovrei riconoscerle anche nobiltà di comportamento, copia di argomentazioni, onestà, pudore, ritegno? Ribadisco: GiorgiaSanto è genuinamente disgustosa, lei proprio, e non solo quello che scrive; ripeto: il suo modo di procedere è ripugnante; torno a dire: fa schifo proprio, il suo modo di pensare e come lo esprime. Ciò detto, spero che sia del tutto chiaro quanto ribrezzo provi nei confronti suoi e di chiunque, incapace di opporre argomenti a chi nemmeno lo ha interpellato, e consapevole di non averceli, cerca vigliaccamente di fare lo sgambetto. Io insulterei la persona e le sue capacità? L’ho detto che questo subconscio a cielo aperto, come diceva il compianto Tasca, fa solo dell’autobiografia: “La cosa che un po’ mi infastidisce è la sua tendenza a tirare palate di m…a su vari autori (ad esempio Moresco) senza aver dato prova di qualcosa. Insomma qualche pezzetto su un blog non dimostra proprio un tubo delle eventuali capacità di Ramanzini”. Et de hoc – I hope – satis.

E non me ne frega nulla di chi mi dice “devi imparare a capire come scrive, devi superare certi aspetti del suo modo di rispondere”, resta di base che le tue risposte (l’ultima no) tendono per i miei gusti a puntare sull’insulto totalmente gratuito, sì, gratuito, la cosa che rinfacci a volte agli altri, a me ad esempio. A quelli che dicono così io rispondo che vi sbagliate, accettare certe cose significa lasciarsi dire tutto e il contrario di tutto.

Se io dicessi tutto e il contrario di tutto, e altri si bevessero quello che dico, sarebbe sicuramente così – cioè sarebbe vero che accettano di sentirsi dire tutto e il contrario di tutto. Ma io non dico tutto e il contrario di tutto, e Giuditta Russo non ha affatto esortato a sorvolare sulle contraddizioni. Ha detto di tralasciare – e io non sono affatto d’accordo, e l’ho già detto – i termini, i toni brutali in cui certe cose sono dette, per andare ‘al fondo’. Ripeto: è un invito alla lettura che trovo del tutto discutibile, ma è altra cosa rispetto a quello che GS dice qui. Di fatto c’è un cortocircuito, tutto dovuto alla GiorgiaSanto: la quale, guidata a rompere la minchia su NI solamente dal proprio personalissimo ‘fastidio’, non sa bene se prendersela con i miei toni o con quelle che ritiene essere le mie contraddizioni; prima tra tutte il fatto di corrispondere con Giuditta Russo dopo che ho stroncato il suo libro. Implicita, nella sua controreplica, l’accusa di passività alla Russo. Ramanzini, pare dirle, ti bistratta e ti maltratta, e tu, cretina, ti fai fare in questo modo? Faccio memoria – sicuramente GS si sarà documentata, a suo tempo, e avrà preso copiosi appunti – che io non sono andato in cerca della Russo, ma il contrario; che solo dato il suo atteggiamento conciliante e gentile, avendo pensato al nuovo thread dei dialoghi, o interviste, le ho proposto un’intervista, o quello che sarà, a proposito della sua vicenda umana, oltre il libro, che di quella vicenda parla, e che rimane un libro brutto – pazienza, la Russo, che ha molte competenze e non pochi meriti, stava movendo allora solo i primi passi nel fatato mondo della scrittura, ed era ancóra ben di qua dalla letteratura, dato quello che è il suo libro. A quelli che mi venivano a léggere ho detto quello che pensavo, come ho fatto per qualunque altro libro da me valutato, e cioè che la vicenda umana della Russo, che al momento era sotto i riflettori ed era proposta come una specie di curiosità, era una vicenda di mancanza, di fallimento, di deprivazione; e che lo stesso stile del libro non rifletteva nessuna presa di coscienza particolare da parte della Russo, ma anzi sembrava più adatto a qualche divetta della televisione o del cinema, o a qualunque personaggio di successo decida di raccontare la sua storia – mentre qui il successo non c’entrava, c’entrava qualcosa di piuttosto squallido e vagamente tragico, questo sì. Sono tutte cose che chiaramente ribadisco, e con la massima tranquillità; e che aveva senso, per me, dire nella fattispecie perché pensavo, parallelamente, a quello che a me era stato proposto di scrivere, e al tipo di aspettative che avevo notato nelle persone con cui ne avevo parlato; qualcuno aveva pensato ad un’avventura, altri a qualcosa di romantico, estremo e spregiudicato – addirittura diamante è riuscito a léggere in quest’ultima cosa l’Io sono un uomo malato, io sono un uomo malvagio dostoevskiano. La mia è una storia di fallimento, a livelli assoluti – per la Russo le cose sono diverse, non meglio non peggio ma diverse; ed ecco che mi trovo a ripetere le esatte parole che avevo detto allora! Ero stato esplicito ed ero stato chiaro; e la Russo ha, in effetti, capìto che cosa dicevo, e che lo dicevo a ragion veduta. Tutto qui: ridurre il tutto a una “stroncatura” è in sé inaccettabile, non è questo il punto.

E comunque dài retta a me: non devi superare proprio un bel nulla. Quando ti dico affanculo, qualunque cosa ti dica la Giuditta, tu vacci e basta

Rileggi quello che ho scritto e vedrai 1) Io mi sono permessa di dire che il tuo modo di criticare (nel senso etimologico, non nel senso dispregiativo) il lavoro altrui è pieno di livore e pesante,

Come fa a non essere in senso dispregiativo, dato che è “pieno di livore e pesante”? (C’era bisogno di altre dimostrazioni della confusione mentale della GiorgiaSanto, peraltro?).

riguardo alla pubblicazione non intendo, come sembri avere capito tu e altri, una consacrazione, il libro dell’anno, l’attestato di “uomo del millennio”, intendo che è facile smontare gli altri quando non ci si mette mai in gioco sul serio con un libro pubblicato.

Ma questo è falso. A parte il fatto che la gran parte della gente considera la pubblicazione esattamente come fa GS, e cioè come una garanzia di qualità, mentre emunctae naris la verità è ben altra – ed è il motivo per cui alcor, del cui punto di vista professionale ci si deve fidare obbligatoriamente, dice che la pubblicazione “non basta”; e poi, se è solo per ‘mettersi in gioco’, è la pubblicazione su web che espone maggiormente. Un libro, un bollettino, uno deve andarseli a procurare in libreria, o in biblioteca, e far pervenire la propria eventuale opinione all’autore è macchinoso; la pubblicazione su web permette al primo cretino che passa – com’è appunto il caso, perfettamente dimostrativo, della GS – di sparare sentenze del tutto disorganiche, insistendo pure, senza muoversi nemmeno da casa. L’autore webbico è il meno garantito dalle aggressioni delle GiorgeSanto.

Non ti piace (vi piace) come idea? E cosa vuoi che me ne importi? Resta la mia idea 2) Mi sono permessa di notare che il testo non era scritto molto bene, tu dici che fila e scorre, io dico che sembra una scrittura affetta da singhiozzi e rigurgiti, vedi un po’ tu. Sono libera di dire che non mi piace o mi si deve saltare alla gola ogni due secondi?

Affiora qui piuttosto evidente l’isterismo della GS. Non è affatto illecito dire che il testo è scritto male, ma non è scritto né meglio né peggio di altre cose mie: l’ho riletto e non mi pare più intralciato di altre cose che ho postato. Che altro dovrei fare? Inoltre, nonostante la GS se la tiri da grande stilista – e non se lo può permettere, perché, come già detto, scrive di cesso – non è stato certo il mio stile ad essere messo sotto processo, ma la liceità del mio presunto far ‘critica’. Quanto alla definizione dello stile del pezzo, potrebbe essere riferito a qualunque cosa io abbia mai scritto, in chiave negativa; dunque la GS avrebbe dovuto, molto semplicemente, evitare di leggermi. O ammettere sinceramente che quello che scrivo in genere non le piace – invece di sostenere che in genere le piace, ma che ho scritto anche cose meno buone; di fatto, il riferimento, piuttosto fantomatico, a cose mie che varrebbero di più serve solo a giustificare la presenza dei suoi commenti sotto il mio post. Perché sa che in realtà sono ingiustificati, che la mia scrittura non le piace, non le è comprensibile e non le interessa, e che è intervenuta solo ora perché è rimasta contrariata dal fatto che la Giuditta è nominata da me con simpatia dopo che l’ho “stroncata” in altra occasione. In realtà è venuta solo per dire che ‘non è giusto’ che io scriva, che non mi attengo alle regole feudal-mafiose che suppone dovrebbero reggere la repubblica delle lettere. La mia scrittura outsider le sfugge; non sa un cazzo di scrittura e all’interno del ‘gioco’, come lo chiama, non conta verosimilmente niente, ma il suo esprit de géometrie ne è stato turbato, il suo squallido autoritarismo ne è stato scosso. È arrivata persino a pensare che io le stia sfuggendo, o che stia sfuggendo alla legge, all’ordine costituito, alle responsabilità, alle leggi in cui illusamente crede; e non capisce, o non vuol capire, che scrivo perché ci sono obbligato, e della repubblica letteraria non faccio parte perché non ci sono mai entrato, e non ci sono mai entrato perché non esiste.

3) E chi mai ti ha chiesto perchè la intervisti?

Ce n’era bisogno? C’era bisogno che mi chiedesse, la GS, perché ci vado d’accordo, o perché mi scrivo con lei? Era necessario avere da lei, come da chiunque sragioni come lei, l’ammissione – che niente le avrebbe comunque strappato, vigliacca com’è – che l’unica cosa che le dà fastidio è che non capisce rapporti umani un po’ più complessi di quello che riesce ad entrare nel suo limitato cervellino – senza contraddizione o ambivalenze, semmai, che, quelle, piacciono eccome alle servette di quello stampo.

4) C’era già tutto nei primi commenti, quei commenti che hai rigirato come ti pareva.

Nei primi commenti s’è visto che cosa c’era: personalismi, accuse fumose e idiozia allo stato puro.

5) Non dico nulla del testo della Russo…. allora non hai ancora capito, io non me la prendo con il tuo “parere” sulla Russo, è tuo, punto, dico solo che da parte tuo vedo più la tendenza a smontare l’altrui che a fornire qualcosa di fatto e finito.

E non è la stessa cosa? (A parte il fatto che anche se fosse? Quaulcuno ti ha mai promesso qualcos’altro?).

6) Su alcor non dico nulla perchè ci siamo ripromesse di ignorarci vicendevolmente e a questo punto forse è meglio che faccia lo stesso con te, almeno per la parte che mi compete.

“per la parte che mi compete” non dà senso. Altrimenti per che parte, chiedo scusa?

Ma qui la nojosa e stolida GS ha lasciato il campo ad un’altra voce; quella di flaviadabbene, che è un’autentica belva; il suo primo intervento, inviperitissimo, è già un capolavoro di astio e insofferenza; ma godiamo di questo suo secondo intervento, che è una stria di mestruo e di veleno:

Flaviadelbono: Già, che ti importa, intanto sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire, oh sì, sembri davvero tanto, tanto arrabbiato, che paura!

Questo testo da messaggeria per cuori solitarj, o da cesso di stazione ferroviaria, vi sembra cosa da lasciar correre, vero? Eppure lasciar correre è sempre un errore, quando si tratta di comunicazione. Molti messaggj sono veicoli di pensieri e ideologie che il mittente stesso, talora, nemmeno immagina: e le idées reçues non sono mai da trascurare, perché sono le più condivise, e non solo le più incontrollate. Se l’espressione, di becero furore, è ributtante, il concetto che nasconde è ancóra peggio. Chiaramente il testo è entassé, scritto alla cacchio, e interamente cortocircuitato. Bisogna aver la pazienza di estrarre, dalla melma, il solido dei singoli concetti, come stronzi fossili che, ripuliti, dànno conto piuttosto esatto dell’êra geologica a cui sono rimasti fermi molti (dico molti) dei nostri simili.

“Già, che ti importa” è reazione, normalmente, ad un atteggiamento di strafottente indifferenza; mentre la diobono, per quanto riguarda il resto del messaggio, altro non fa poi che ribadire quanto io sia influenzabile dal giudizio altrui. Ho già detto del dovere che bisogna farsi di una lettura attenta e puntuale di quante più cose scritte, da qualunque parte vengano e qualunque sia la loro qualità, si riescano ad affrontare. È in fondo normale che, nella sua esasperazione, la diobono abbia giocato la carta disperata della mia presunta passività di fronte all’espressione altrui. È un atteggiamento, il suo, e non solo il suo, del tutto malsano, perché inferisce la possibilità impossibile di un vuoto pneumatico, una specie di eroico nulla, nel quale l’espressione letteraria ad alto livello dovrebbe aver luogo, mentre chiunque non abbia il cranio ridotto a quella specie di bidone dell’immondizia che la diobono si ritrova, sa alla perfezione che una condizione del genere non è solo di per sé impensabile, ma nemmeno auspicabile. Altrimenti non darebbe senso l’urticante insofferenza che la minchiona riserva al mio presunto raccogliere tutte le provocazioni. Va da sé che le è almeno evidente che non è affatto, il mio, un raccogliere provocazioni, altrimenti non sarebbe così imbufalita. Ne consegue che l’imbufalimento è solo il suo; anche se lo attribuisce a me, un escamotage a cui – bisogna riconoscerlo – non aveva molte alternative, per quanto abbia ribadito più e più volte che da parte mia non c’era irritazione, ma volontà di ribadire fortemente certi fatti, specialmente circa le approssimazioni dell’altra sorda interlocutrice. Ora qualcuno mi dica, dopo aver detto e ripetuto che è mio dovere raccogliere tutto quanto è scritto ed entra nel mio raggio d’azione, almeno limitatamente a quello su cui posso mettere le mani, che effetto può fare questo invelenito, rancoroso riferimento al mio raccogliere tutte le provocazioni? Ho detto che tutto mi deve interessare, non che mi bevo tutto come oro colato. Ho riservato ai commenti della GiorgiaSanto tutta l’attenzione, e ne ho estratto insegnamenti; questo non vuole affatto dire che io debba alla GiorgiaSanto, che è solo un po’ meno spregevole della diobonino, alcunché: lei, come la sua camerata, non è in grado di insegnarmi proprio una sega quadra. Mi sono spiegato, perché è mio dovere chiarire, ma non vuol dire affatto che io abbia scritto ad uso della GiorgiaSanto o di qualche altra demente di passaggio; anzi, è vero il contrario, e solo il contrario. Il chiarimento è utile solo a me e a chi è in grado di capirmi. Non che siamo, essenzialisticamente, meglio della GiorgiaSanto (lo stesso non riesco a dire della flaviasticazzi, perdonate, ma ho anch’io i miei limiti), vuol dire che ho dedicato a questo tipo di cosa una parte del mio tempo più consistente di quella che la GS, e quelle come lei, o all’incirca, hanno ritenuto di dedicarle del proprio. Non è un titolo di merito: è solamente la ragione per cui, nel caso in cui sia letto da chi certe domande non se le è poste e a certe risposte non è arrivato, molto probabilmente il messaggio non sarà chiaro, risulterà incomprensibile. Se poi la persona che non è all’altezza di giudicare vorrà giudicare ugualmente, spinta da antipatia, livore, paura dell’ignoto, senso d’inferiorità, invidia – tutto può darsi a questo mondo – chiaramente avrà la risposta che si merita. Ma la risposta non è mai un vaffanculo, sic simpliciterque; al vaffanculo sento il bisogno di associare anche qualche riflessione, che è utile – certo! – a definirmi; con ciò confermandomi nelle mie convinzioni, laddove siano giuste, o consentendo ad altri di fare altrettanto con le proprie, ma anche consentendomi di metterle in discussione, quando siano fondate su presupposti ingannevoli, e di disfarmene, anche, perché no? Ma questa è la scrittura. Tutto passa attraverso il sé, inevitabilmente. La letteratura ha esattamente questa funzione, che è anche autodefinitoria, per quanto riguarda lo scrittore, o scrivente, o colui che scrive. Mi sembra inutile offendersene, mi pare, anche perché non credo esistano, se non in casi-limite di scritture che nessuno frequenta – e io stesso ne frequento alcune –, altre vere e proprie forme di scrittura.

Toccante, e lo dico senz’alcun sarcasmo, è poi l’odio di sé che traspare dalle parole della poveretta – si sono molto offese, mi hanno riferito, per il mio ‘poverette’: “sei ininterrottamente intento a definirti agli occhi del primo che passa e che con due parole buttate lì sembra capace di farti veramente imbestialire”. Il punto a cui si arriva, qui, è il fatto che non sono all’altezza dell’idea di scrittore che si è fatta – per fortuna, aggiungo; ma va da sé –, ma è ancóra più interessante come crede di poterci arrivare. Come fa a sostenere la mia indegnità? Con la pochezza della sua persona, e con la nullità di quello che ha da dire. Non ha altro mezzo, per dire che sono uno stronzo, se non facendosi passare come una stronza ancóra peggio. Nella sua furia incancrenita, deplorevolmente le sfugge che, mettendo così le cose (e ha ragione a farlo, in sé, perché è la verità: è proprio una povera stronza, e dice veramente due cacate in croce – proprio di quelle che, ahi!, “non meritano risposta”, ed è una cosa che a caldo mi sono lasciato sfuggir detta persino io; ma sono contrito, & crescerò), si mette in una posizione che automaticamente le toglie qualunque credibilità. È un atteggiamento che rivela un’indole indiscutibilmente perversa; la diobonino è certamente una di quelle donne cattive che tutti i giorni ci si strusciano addosso negli autobus e vagheggiano di dannarci l’anima, lasciandoci vuoti come baccelli sul ciglio di qualche fossato. Vorrebbe sfidarci, e se non riesce a farci uscire dai gangheri tenta di provocare la nostra furia per riflesso condizionato, dicendo “ah che paura”. Beh, non ha funzionato. E mo?

Il fine di tutto questo, però, come per la GiorgiaSanto, è tacitarmi. Chiudermi la bocca, spezzarmi i ditini con cui digito. Nemmeno questo è riuscito. E mo?

se credessi davvero in ciò che scrivi ti limiteresti a scriverlo e a darlo in pasto agli altri, invece passi un mucchio di tempo a tentare di convincere.

La frase si chiude con una menzogna palese, della quale non si può dire nient’altro se non che è una menzogna. È più interessante, perché è ideologica, la prima parte: si inferisce uno scrittore che, credendo in quello che scrive, lo dà “in pasto” – vedi l’immagine oscena della quale si serve, la piccola scrofetta – ad un pubblico famelico. Beh, si dà il caso che nel mio caso sia perfettamente indifferente che io creda o non creda nella mia scrittura; credo, sì, nella scrittura in genere, ma non credo nella scrittura di nessuno. E mo? E non esiste un pubblico famelico di scrittura, né della mia né di quella di altri, dunque non c’è proprio motivo di parlare di pasti, siano pranzi o cene. E mo? Della menzogna, quella caccola verdastra, filante, ancóra calda, appiccicata in fondo, si deve rilevare, semmai, solo il suo sconcio ribadire una scrittura fondata sul trogloditico rapporto padrone/schiavo, al quale questa menade crede perfettamente organica la mia scrittura. Se dedico qualche tempo alle questioni di poetica – non tralasciando il fatto che è questo il genere di pezzi per cui Domenico Pinto ha manifestato predilezione, ed è una cosa che può rendere perplesso anche me; ma non è questa l’altezza a cui affrontare l’argomento, sarebbe sordido confondere la mia perplessità con il prodotto delle ghiandole velenifere di quest’anfesibena in calore – ciò, nella distorta mente di questa piccola disadattata, è tentativo “di convincere”. Io chiaramente di lei me ne fotto, e me ne fotto anche di essere letto o no – è proprio quello che riassumevo con la parola ‘sfiducia’ – ma la piccola bestia velenosa non accetta l’apparente contraddizione, dev’essere necessariamente un’incoerenza da parte mia – non accetta, in realtà, di essere esclusa dal gioco. Non può concepire che il fetore delle sue loffe assassine non possa raggiungermi. La sua mente si rifiuta di accogliere un’idea semplice come la totale inanità della sua opinione, della mia imperturbabilità di fronte alle sue esternazioni di cavernicola deforme e distruttiva. Questo suo non è nemmeno scrivere: sono convulsioni.

Tutto questo tuo saltellare da un punto all’altro del web ingaggiando risse con tutti quelli che ti capitano a tiro, tutto questo urlare cazzo in maiuscolo credendo di impressionare qualcuno, tutto ciò che scrivi, sonetti, recensioni, critiche, invettive, anatemi, dileggiamenti, vaneggiamenti, tutto ha un unico scopo: indurre altri, un altro qualunque, a guardare nella tua direzione.

Siamo passati ad un’altra tattica, che è poi la stessa impiegata dalle numerose cittadine nigeriane, rumene ed albanesi, con quelle parrucche torreggianti e le pellicce sdrucite, in c.so Massimo, per chi ha nozione sia pur minima della Torino by night: avete presente quando una di quelle signorine ti fissa in muso, con gli occhî a palla, con un’intensità prossima a quella occorrente a farti uscire telepaticamente il piloro dalle narici? Ecco, dopo aver battuto un po’ di grancassa, la diobonino sta tentando di ipnotizzarmi. I suoi occhî sono fissi. Io frequento cinque blog in croce, e anche su NI vengo poco? Nossignori: … Tu – saltelli – da un punto – all’altro – del – web… Saranno cinque o sei anni che non ingaggio risse se non sul mio blog, grazie a qualche operatore offeso che invece di dirmi le cose papalmente s’improvvisa critico letterario e me le manda a dire? Neanche per sogno, d’ora in poi penserai solo quello che ti dirò io: … Tu – ingaggj – risse – con tutti quelli – che – ti càpitano – a – tiro… Ammollo, scrivendo, le stesse parole sconce che dico anche quando chiedo di passarmi il sale, quando pure mi siedo a desco? Ma nemmeno per sogno! Guarda il pendolino: … Tu – dici – cazzo – perché – vuoi – farmi – paura… Dico, chiaramente, che scrivo per un patto parzialmente tradito con un’indole mai diventata vera vocazione, con una vocazione mai diventata vero mestiere, e non tanto perché abbia da dire qualcosa a qualcuno? … Tu – scrivi – esclusivamente – per me – solo per me – ripeti, orsù: solo per me [e io: Orsù… solo per me…] – solo per me – ripetilo – o ti faccio – una macumba – che ti si seccano – i cojoni – solo per mesolo per me – cinquanta l’amore …

E se non funzionasse?

Scrivi rumore. Dovresti consigliare a te stesso modestia, discernimento, discrezione e un po’ di silenzio, ma è fin troppo prevedibile, già già, prevedibile, come tratteresti l’incauto consigliere.

Cioè? Manderei a fare in culo me stesso?

(Da notare che di ogni scrittore ti venga citato affermi di aver letto non più di tre pagine che, ovviamente, ti hanno dissuaso dal continuare: trucchetto ingenuo per non ritrovarti a parlare di scrittori di cui ignori l’esistenza.)

Dire che non ho letto un autore è un trucchetto per non dire che non ho letto un autore? E – chiedo scusa – se veramente non avessi mai letto un libro che uno? Se finora avessi solamente dato giudizj di quinta mano, o del tutto improvvisati? Ripeto la domanda fatta a proposito della GiorgiaSanto: in definitiva, quand’anche fosse? Che cosa vi aspettavate? E con che diritto ve l’aspettavate? Chi v’ha mai promesso niente? Chi vi conosce? Chi siete, voi? Chi mai vi s’è filate?

Flannery O’ Connor è un autore?

Peccato, in fondo, che si sia ritirata così presto. Era interessante (a parte l’alito tremendo).

Purtroppo è tornata quella bolsa ciscranna della GiorgiaSanto, che ha fatto una specie di resumè-ninnananna di tutto il nulla prodotto prima, con un effetto in dissolvenza, sul finale, come una delle teste impagliate del vecchio Ruysch:

GiorgiaSanto: A Giuditta Russo Io stessa avevo riconosciuto di essere OT. Riguardo al testo mi sono già espressa un paio di volte, in merito al come e non al cosa (per il cosa ho già detto che non l’ho trovato di mio interesse).

Zzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Non è stata una lettura affetta da pregiudizio, ma se si vuole pensare (con un pregiudizio) che ne fosse affetta non ci posso fare nulla.

Lettura affetta da pregiudizio? Ma possibile che ci sia sempre qualcosa di affetto, in quello che scrive ‘st’imbranata? Avrà mica addosso qualcosa di contagioso? (meningite, magari?). Non si possono avere pregiudizj, oh scema, nei confronti di chi non si è mai inteso né conosciuto. Se c’è qualcuno che può avere pregiudizj, qui, quella sei tu. È chiaro, no?

Mi premeva solo di sottolineare, a seguito di certi toni non certo molto gentili e moderati (per quanto ignorati dal moderatore oculus dei), il modus operandi dell’autore, modus operandi evidente per chi legge la fitta serie di botta e risposta. In merito al fatto che non “avrei colto” le profondità abissali del pensiero contenuto in questo brano non ho nulla da dire, ognuno coglie quello che vuole cogliere o crede di voler cogliere, oppure vede nuovo e profondo o antico e profondo, o non profondo, non mi pare ci sia l’unità di misura delle profondità testuali, dipende fino a quanto ci si è spinti, per alcuni certi abissi sono pozzanghere e viceversa, dunque, personalmente, ci andrei piano con i “non hai colto”.

Io infatti non ho detto che non hai colto. Ho detto che non hai capìto un cazzo, che è diverso.

E queste ultime tue parole lo rendono ancóra più chiaro – ma non era affatto necessario. Nuovo e profondo, antico e profondo, non profondo, abissi e pozzanghere: ma che cazzo dici?

Ho già commentato quanto mi andava di commentare, commentate voi il testo ora (non posso dire che l’abbiate fatto molto neppure voi). Best regards.

GiorgiaSanto, di tutto cuore: ma va a quel paese. Tu, e tutti quelli di cui sei la fotocopia. E tutti quelli che non ve lo dicono, of course. Possa ‘sta patafiacca dare a questo fine un contributo determinante.

Ho concluso.

282. Sfiducia.

5 Set

Prima o dopo, checché ne dica il volgo, terrò fede a tutti i numerosi obblighi che mi sono dato, primo tra tutti l’intervistone a Giuditta Russo; purtroppo il progetto è rimasto finora allo stadio di progetto proprio perché le Confessioni di un avvocato senza laurea sono ormai irreperibili in tutte le librerie che conosco, e non è stato facile trovare chi mi spedisse il libro – questo avviene quando si procede con una scarpa e una ciabatta, come si conviene a uno straccione: le cose o non si trovano o non ce le si può permettere, sic simpliciterque. Sfumata, evidentemente, la possibilità di farmi arrivare il libro da una parte, mi arriverà ora dall’altra, vale a dire dalla stessa Giuditta Russo, che ha avuto la finezza di spedirmelo, proprio col fine di esso intervistone.

Nel frattempo, via mail, il dialogo, o dialogone, è già in qualche maniera cominciato, in modo informale e privato – e destinato a rimanere tale: privato ed informale, appunto. In esso dialogone io e GR abbiamo parlato del più e del meno, del per e del diviso; se vi accenno anche pubblicamente non è per mandare in vacca ogni doverosa riservatezza, ma perché è stato sollevato, più da me, mi sembra, che da lei, un punto che non riguarda solo quello che io effettivamente penso, e che lei pensa sia poco o credibile o fondato, ma anche il mio rapporto e con la scrittura e con altre persone tramite essa. Tranquilli: non intendo assolutamente adesso mettermi ad interrogarmi sul motivo per cui scrivo, rivolto a quale tipo d’interlocutore, e perché – sono tutte cose, queste, che mi sono perfettamente note, e che i miei 5 lettori abituali immaginano già per loro conto, sennò non tornerebbero. Lo vedo dal mio stesso caso: ci sono cinque o sei blog che ho letto per intero, e che conosco, e di cui seguo gli sviluppi quotidianamente; io immagino di sapere esattamente per quale motivo alcor o il marinajo o lo sgargabonzi o azu scrìvano, dal momento che io stesso trovo tanto fruttuoso leggerli; e suppongo che per quelli che càpitano qui spesso sia la stessa cosa. Ce ne saranno poi altri, magari, che vengono qui tutti i giorni perché da una vita si arrovellano su dove io intenda andare a parare, e ancóra non lo capiscono: ma quelli fanno categoria a sé, e non sono riguardati da questo discorso.

La questione, appunto, è un’altra. E quando, da rebstein, una persona che conosco anche de visu, anzi soprattutto in via diretta e non telematica, ha lasciato scritto (affermazione per me interessante proprio perché perplettente) di dispiacersi di non leggermi più di frequente, allora ho cominciato a chiedermi se anche con le persone che mi leggono ritenendo sia tutto già capìto non ci sia qualche sostanziale incomprensione.

L’affermazione mia alla quale Giuditta Russo fatìca a credere è una mia – banale, come saprebbe chiunque sia in una situazione simile alla mia – frasuccia, lasciata cadere pressoché incidentalmente, sulla mia sostanziale sfiducia nei confronti della gente. È vero, io della gente non mi fido. Ma più nel senso che non mi affido che nel senso che diffido. Non vivo nel sospetto delle persone che mi circondano, la stragrande maggioranza delle quali ignora alla perfezione che cosa io scriva, che scriva, e perché, né se ne interesseranno mai. Convivo in maniera perlopiù pacifica, salvo occasionali esplosioni d’ira omicida, che non fanno testo, con le persone che conosco, e con le quali mi ritrovo a stare gomito a gomito. Non litigo spesso e non cerco di avere più informazioni, sulle persone, di quelle che le persone stesse ritengono di dovermi dare. Prendo, ovviamente, tutto con beneficio d’inventario, senza dubitare di nulla e senza giurare su nulla, tra il credo quia intelligam e il chissenefrega – in effetti molta dell’informazione che mi raggiunge, essendo mero aubiografismo, è sovrabbondante rispetto alla mia necessità di sapere, che è un impulso, in me, scarsissimamente vitale, specialmente quando si tratta di cazzi altrui. A meno di non trovarmi di fronte a cose eclatanti, va da sé, ciò che in ogni caso rileva della qualità malata del mio gusto, come quella di tanti altri.

Ciò detto, fa notare Giuditta Russo non inutilmente, se non ti fidi di nessuno, al punto di – come tu stesso dici (io riassumo, mica ha detto veramente così) – non trovarti mai nelle condizioni di dover verificare l’affidabilità di chicchessia, come mai tieni un blog? Perché comunichi? Come mai t’interessi di persone?

La domanda è tutt’altro che banale, chiaramente, anche se la risposta ce l’ho già, anzi ne ho una serie nutrita: 1. è pressoché impossibile compiere un atto che non abbia ricadute sul contesto, l’uomo essendo animale politico; dunque, perché non compiere atti che, dati gli istituti a cui si riferiscono, sono fatti proprio apposta per ricadere sul contesto? Chissà che qualcosa non ricada, vantaggiosamente anche su me; 2. io ho cominciato a scrivere un milione di anni fa, e adesso che sono vecchione è tardissimo per smettere. È in qualche modo fatale che chi scrive voglia farsi léggere, anche se in fondo non gliene frega assolutamente niente, ma così, per esprit de géometrie; 3. la rete, nello specifico, mi permette di superare d’un sol salto tutti gli ostacoli che mi proverrebbero, e di fatto, nella quotidianità mi provengono, dall’odore che emano, dalla spalla più bassa dell’altra, dalla gamba di legno, dall’occhio di vetro e dalla psoriasi; qui sopra, invece, convincervi tutti che sono bellissimo, biondo, ricciolino e leggermente bisessuale è stato un gioco da ragazzi; 4. e così via.

Tutte risposte a dir poco di una validità sconcertante; ma che non soddisfano in pieno alla questione, dato che non eliminano la contraddizione.

Di fatto bisogna intendersi sulla mancanza di fiducia. La gente è normalmente molto diffidente: sono bidoni le vecchie che temono per il portafoglio con la pensione dentro e i rapinatori abituali che sobbalzano al primo ulular di sirene. Dunque (punto primo) io non faccio eccezione. Ci sono persone, poi, che dubitano degli altri preventivamente; se sono ambiziose, si disporranno a pensare il peggio del peggio dei loro simili in modo da avere tutte le scuse pronte per quando faranno loro tanto male, tutto necessario alla scalata al successo, come indurli al suicidio o avvelenargli il cane. Altri ancóra diffidano perché sono stati allevati da vecchie zie e da cugini paranoidi; altri ancóra hanno mille altri motivi per diffidare. Ma tutti questi casi, assai dissimili tra loro, sono accomunati dal fatto che questa diffidenza, che è solo una parte, non necessaria e non sufficiente, del concetto di ‘mancanza di fiducia’ nei confronti degli altri, è preventiva rispetto all’esperienza. E può darsi che tutte le forme di sfiducia siano preventive, nel senso che non basta dire: A me manca la fiducia nella fondamentale bontà dell’uomo perché A, B e C mi hanno ciulato, e adesso non voglio che ricapiti anche con D, E ed F. Rimane pur sempre il fatto, infatti, che la diffidenza nei confronti di D, E ed F sarà necessariamente preventiva, benché sia preceduta da una sensata esperienza. Infatti, A, B, e C sono altro da D, E, ed F; e qualunque disposizione d’animo il soggetto diffidente ritenga di avere senza aver saggiato, prima, con mano, se è veramente giustificato, è per definizione un pregiudizio, una prevenzione. Si può obiettare con successo che è comprensibile che uno che è stato ciulato tante volte metta in atto qualche strategia difensiva per proteggersi dall’eventualità che anche D, E ed F vogliano venirgli nel boffetto. Lo capisco, ma se D, E ed F non avessero assolutamente nessuna intenzione, nonché di penetrarlo, nemmeno di toccarglielo?

Si vede dai termini paradossali e sarcastici in cui ho messo la questione come io non sia affatto diffidente nei confronti delle persone, e quanto poco ritenga dovere della mia felicità ai miei pregiudizj – infatti, come non sono particolarmente felice, così non ho prevenzioni di sorta.

La mia mancanza di fiducia, in effetti, è di tutt’altro tipo: io non guardo in cagnesco le persone (con i ceffi che girano non converrebbe nemmeno), sempre sul chivalà nel caso succedesse qualche rovescio. Non faccio gli occhî a fessura di fronte a una gentilezza, e non abbajo automaticamente che solo i giotti a mensa e le puttane in letto più dell’usato sogliono accarezzarsi. Non penso che chi sta meglio di me (seh, gli piacerebbe) mi stia levando qualcosa, e che ci sia sempre qualcosa, dietro, che non va. Non metto le mani in culo alla gente, in cerca di spiccioli, tabacco, e biglietti del tram, autoconvincendomi che tanto il padrone del culo farebbe lo stesso con me alla prima occasione. In realtà, per me, la vita non ha misteri – voglio dire che non mi sono mai trovato di fronte alla necessità d’indagare su chicchessia per saperne quello che mi occorreva saperne, né mi è mai, mi sembra, convenuto credere alle mie stesse illazioni come fossero oro colato. Non sono un dietrologo, essenzialmente perché credo che dietro non ci sia assolutamente nulla, o almeno il mondo – sta a vedere che magari è proprio così – mi parla sempre a muso aperto.

La questione, per essere espliciti, è che le relazioni che intrattengo con le persone, poche, che conosco, male, sono sempre o quasi sempre basate sullo scambio di qualche banalità, o di monetine, o di qualche cartina. Sono relazioni semplicissime e del tutto chiare: normalmente l’interlocutore, di qualunque estrazione esso sia, è del tutto esplicito. Talora mi confessa apertamente di star tentando di ottenere da me un numero doppio di cartine di quelle che io stesso ho chiesto ad esso interlocutore due mesi avanti, se la questione verte sulle cartine. Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda, che la mia formazione è come minimo ricicciata e che ignoro il latino. Se si discute di questioni meteorologiche, può capitare che sia anche accusato della sparizione di ombrelli, o di giacche a vento. E anch’io tendo ad essere esplicito allo stesso modo, perché la mia condizione è questa: ogni sfumatura è bandita, dal mio mondo, tutte le relazioni sono sanamente e cordialmente aperte, ognuno parla col cuore sul labbro. Quando ottengo il sospirato posto in un dormitorio, e il compagno di stanza defeca sul pavimento, dico Che puzza. Se mi dànno da léggere una poesia dico tranquillamente Io di ‘sta roba non capisco un cazzo. Se in autobus qualcuno mi chiede il biglietto io gli rispondo Non ce l’ho. Tutte affermazioni che traducono in termini chiari un concetto chiarissimo. E, dato che è una condizione faticosa e dura, è ovvio che prevalgano sentimenti distruttìvi ed atteggiamenti demolitorî. Come si dovrebbe, poi, mettere alla prova la fiducia di qualcuno? Attraverso un progetto comune: io mi sbilancio, supponendo/sperando che lo stesso voglia fare tu. Se l’altro lo fa, o è lui che finisce ciulato, o il progetto prende il via, si sviluppa, e da cosa nasce cosa – la fiducia, innanzitutto. Se l’altro non lo fa, tu o hai pensato bene di sbilanciarti solo per finta, o finisci trombato, il progetto abortisce, non decolla, donde la sfiducia, magari riferibile anche ad altri, a tutti, o magari solo a quelli che hanno lo stesso colore di capelli o lo stesso accento cuneese. Ma che progetti veri vuoi avere, quando sei circondato da persone mentecatte e fossilizzate che stanno peggio ancóra di te? A meno di non puntare su qualche persona normale fortunosamente raccattata all’angolo della strada qualche sabato sera, in occasione di una formidabile sbronza; ma quale persona normale, passata la piomba, si fiderebbe di un barbone?

Ecco come la vita, anche in questo caso, invade gli spazî artefatti ed asettici della rete, sotto forma di sfiducia, spesso molto profonda. Ma non una diffidenza, perché, in realtà, non c’è nessunissimo motivo per diffidare. C’è solo motivo di non aver fiducia, che è un altro discorso.

Ed è liberatorio, molto. Questa radicale, e del tutto conseguente, mancanza di fiducia è in realtà una forza, non una penalizzazione. Non è un atteggiamento distorto, come appunto la diffidenza, e non è pregiudiziale. Consiste, anzi, nella non-pregiudizialità per eccellenza: si è liberi anche dal pregiudizio della fiducia. Mancano sia la fiducia sia il suo contrario. A questo punto, che cosa non si può fare? Ci si può prostituire, tanto non è detto che ti portino in qualche angolo oscuro del Valentino, a massacrarti a bottigliate. Si può fare qualche modesto furtarello, ogni tanto, tanto non è detto che finisci in galera, e anche se ci finisci non è detto che te la passerai tanto male. Si può finire in galera, appunto. Ci si può dedicare al gioco delle tre carte, si guadagna, e poi la finanza mica passa sempre. Si può fare la statua vivente, non tutti i ragazzini sono dotati di zolfanelli e taniche di benzina. Si può dormire a Porta Nuova, tanto Casa Pound durante la settimana non organizza spedizioni, basta prestare un po’ di attenzione – senza che questo implichi prevenzione, ci mancherebbe – nelle notti di venerdì e sabato.

E si può anche aprire un blog. Qualcuno potrebbe anche venire a léggere.