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482. L’incendio di via Negarville.

16 Nov

Non è frequente che i dormitorî, propriamente le case di accoglienza notturna per senza dimora, assurgano ai cosiddetti onori della cronaca. I senzatetto non sono moltissimi, come percentuale della popolazione nazionale, e sono soprattutto stranieri. Ci sono 6 dormitorî comunali a Torino, ognuno più o meno da 25 posti, uno solo per uomini (Carrera) e uno solo per donne (ex-Catti), gli altri misti, per un totale di ca. 150 persone che hanno assicurato un tetto sulla testa; più i posti donna di via Pacini (gruppo Abele). Gli altri sono privati: c’è il SerMig, che è enorme, dove si paga 1,50 euri per notte, c’è via Ormea che è gratuito, e c’è via Negarville, che è soprattutto per stranieri, e dove si pagano 2 euri per notte e 1 euro per la cena. È, quest’ultimo, un posto niente male, situato presso la parrocchia di s. Luca a Mirafiori, ed è pensato essenzialmente per stranieri che lavorano e che non hanno ancóra l’autonomia sufficiente per pagarsi un alloggio per conto proprio.

Il mio primo incontro con s. Luca risale a parecchio tempo fa, più di cinque anni, quando, ancóra reduce da un’allucinante permanenza a Genova, di qualche settimane, durante la quale m’ero buscato un’infezione a un piede, seguìta da febbrone altissimo, una sera verso le 18.30 telefonai al numero della parrocchia, trovato su un elenchino, già allora non aggiornato, fornito dal SerMig, dove una damazza piemontese molto tipica mi aveva portato ad informarmi. Ero in condizioni tali per cui i vecchietti mi cedevano il posto sugli autobus e i controllori rinunciavano a farmi la multa, ricordo, e bazzicavo molto la Biblioteca Reale, di p.zza Castello, che è poi la vecchia biblioteca dei Savoja, da Carlo Emanuele I in poi, ed è ricca pertanto di testi risalenti all’epoca in cui il primo duca che dirozzasse se non il Piemonte almeno Torino con un’efficace politica culturale aveva chiamato a corte molti dotti & virtuosi: seguìti, col susseguirsi di altri duchi, da altri dotti & virtuosi, trasformando la capitale dello stato sabaudo in una capitale culturale senza pari per tutto il secolo di fango. Chiesi ingenuamente a una delle bibliotecarie se sapesse dove si trovava via Negarville, nel caso fossi riuscito a farmi accogliere, e, nonostante la Reale sia nel cuore del cuore della città e il dormitorio sia immerso nell’informe strapopolare dell’estrema periferia, mi seppe dire sia dove fosse locata sia quale mezzo avrei dovuto prendere, vale a dire il 63 – s. Luca è al capolinea. La telefonata si risolse in un nulla di fatto: una voce che mi parve dura mi disse che sarei dovuto passare in serata e parlare con i responsabili. Quando mi vi recai, verso le 20.00, trovai una specie di sosia di Lionello, molto gentile, che mi spiegò chiaramente che la permanenza era a pagamento (“Anche noi abbiamo delle spese”, mi disse), ma mi chiese quanto avessi in tasca – essendomi rimasti 15 euri, una di quelle cifre che non si sa come spendere, in strada, senza buttarle quasi letteralmente nel cesso, mi disse di tenermele pure, ma che non avrebbero potuto tenermi per più di due notti.

Erano quasi tutti stranieri, e comprendevano anche minorenni e donne, chiaramente dislocati in modo da evitare promiscuità; il posto era pulito e tranquillo. Conobbi tra l’altro due ragazzini albanesi molto sfortunati, uno con una voglia di fragola enorme su metà del viso, che faticarono a inquadrarmi come italiano e mi chiesero di che religione fossi (pensavano musulmano, perché ero “barbòto” – non mi facevo la barba ormai da un mese e mezzo).

La volta seguente che fui a via Negarville fu durante i mesi più duri dell’inverno, tre anni fa, dato che durante la cosiddetta emergenza freddo la struttura sgombrava il guardaroba, sistemandovi tre letti a castello, e ospitando sei barboni mandati a turno dal call-center per quindici giorni a cranio. La stanza, dato che c’era solamente un piccolissimo termosifone, era freddissima, ma cambiavano lenzuola ed asciugamani, facendo trovare il letto rifatto, una volta ogni tre giorni, ed era possibile mangiare gratuitamente, senza versare l’obolo di un euro, durante la permanenza secondo quella formula.

Dopodiché, mai più via Negarville: non che agl’italiani, purché pagassero, fosse impossibile permanere, anche per più mesi (sei ce ne passò un amico mio, da anni fuori dal giro, perché aveva ricevuto gli arretrati dell’invalidità tutti insieme, e poteva permetterselo), ma io non ho mai avuto abbastanza soldi da poterci rimanere senza strozzarmi, sicché non ci sono più andato.

Stamani qualcuno ha cercato con qualche motore di ricerca ” incendio dormitorio via ormea torino”: l’ho visto sulla dashboard. Quando, per esempio, successe che un operatore di Carrera, di cui vanamente si cercherebbe notizia in rete, aveva accoltellato un collega, per esempio, il nome+cognome dell’operatore è apparso per più settimane nella mia dashboard – nome+cognome citati nella petizione firmata, oltre che dalla stragrande maggioranza degli operatori dei dormitorî di Torino, anche dall’ineffabile Anna Chiarloni, della cui presenza su quella lista mai nessuno m’ha spiegato il motivo (che devo essere io, è ovvio, ma a me sarebbe piaciuto avere i particolari; purtroppo, dopo che inviai una mail all’operatore meglio informato di Foligno chiedendogli che ci facesse quel nome+cognome in quella lista, i nostri rapporti e-pistolari si sono definitivamente interrotti. Ma sto divagando, e non è bene uscire dal seminato).

Sicché la dashboard può informarmi, indirettamente, delle cose che succedono a livello dormitorî; e poi c’è qualcuno, anche, del Comune di Torino, che passa a léggere, o chiede periodicamente agli operatori di Foligno “se Ramanzini ha ancóra il blog” – sia prima sia dopo che Andrea Guazzotto si prese la briga di venire a intimidarmi e minacciarmi, il 21 giugno scorso, quando accompagnai l’operatore meglio informato di via Foligno al rituale solstizio d’estate del Gabrio (con torneo di calcetto annnesso), sbavandosi addosso e piagnucolando che andavo a minacciare e gridare oscenità “sotto casa delle donne” – richiesto più tardi dall’operatore meglio informato di via Foligno che cosa avesse inteso significare con quest’ultima affermazione, ha sostenuto di aver saputo da terzi che forse la cosa si era prodotta con quarti che però non si sapeva chi fosse esattamente, &c. &c. Ma questa è un’altra divagazione, e non c’entra praticamente nulla.

La dashboard mi dà notizie, come dicevo: solo che stavolta, come ho evinto poi da City, quando ne ho raccolto una copia da una panchina, la notizia era sbagliata: non di via Ormea si trattava, ma di via Negarville; ed è questo il motivo per cui ne ho cominciato a scrivere qui sopra.

Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 corrente mese qualcuno s’è infilato alla chetichella nel dormitorio – ma qualcuno ha intravisto un’ombra – dirigendosi verso un sottoscala dove era parcheggiato uno scooter. Qui ha dato fuoco a un po’ di carta, che ha causato uno sprigionamento di gas velenosi – quelli della vernice dello scooter, dato che la carta era sotto esso? – che ha intossicato cinque persone. Non c’erano molti senzatetto a dormire a v. Negarville, quella notte: stupisce forse un po’ che si tratti soprattutto di italiani, otto, contro un rumeno solo, ma non il fatto che si trattasse solo di nove persone perché effettivamente, in tutti i dormitorî, la notte tra sabato e domenica c’è una sensibile flessione nelle richieste di ospitalità. L’incendio, sia stato o no intravisto il colpevole, si è comunque sviluppato notevolmente, perché le fiamme hanno avuto il tempo di danneggiare diversi locali, rendendo inagibile l’intera struttura. Attualmente tutti gl’intossicati stanno bene.

Quanto al movente, dato che l’incendio è sicuramente doloso, il giornale (p. 21) dice: “Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, non tralasciano nessuna ipotesi: stanno cercando di capire se il nrogo è frutto di un atto vandalico “degenerato” o se si tratta di un preciso messaggio nei confronti di qualche ospite della struttura”, che è già una restrizione della gamma di notevole impegno. Infatti, ridurre il movente alla bravata di un giovinastro fascistoide o ad un regolamento di conti tra ospiti è escludere, automaticamente, una terza possibilità, che è quella di una vendetta nei confronti di chi tiene una struttura.

La polizia (nella fattispecie gli agenti del commissariato di Barriera Nizza, che sono incaricati delle indagini, ma il discorso vale per tutta la P.S.), devesi sapere, non conosce molto bene i dormitorî; ha di norma idee molto vaghe su quelli che sono i cómpiti degli operatori, non riesce a cacciarsi in testa, il più delle volte, che essi operatori hanno effettivamente autorità, per quanto riguarda certe cose e non altre, equiparabile a quella di un pubblico ufficiale, e che la struttura, che effettivamente ha una funzione di mero contenitore, essendo frequentata dallo stesso giro, barbone più barbone meno, di persone, tende ad essere una via di mezzo tra un mero contenitore, appunto, ed una sorta di comunità un po’ lasca. Nella quale i rapporti tra utente e operatore, come figura istituzionale e no, possono essere piuttosto complessi, e all’occasione anche critici. Di là da quello che la polizia sa o non sa, in una vita ricca – dipende da come la si prende, come tutto, è ovvio – di frustrazioni come quella dell’utente di strutture simili, la maggior parte degli attriti e dei conseguenti rancori sono radicati, per motivi che a me, per esempio, non sono affatto oscuri, nel rapporto con gli operatori. I quali, essendo in un buon numero di casi trenta-trentacinque-quarantenni dalle competenze zero che hanno risolto il problema abitativo e professionale a spese del Comune, e non vogliono in nessun caso rinunciare alle scanzonate soddisfazioni di una vita guapponesca & semi-brada, finiscono, con una frequenza che ha dello spettacolare, in primis col commettere errori difficilmente perdonabili, secundum – e di conseguenza – col crearsi inimicizie mortali.

Di via Negarville, come ho già pletoricamente esposto, non so nulla: nel senso che per quel pochissimo che ne ho visto mai nulla vidi di irregolare o potenziale ispiratore di vendetta.

Ma quello d’incendiare un dormitorio è il sogno proibito di molti utenti. Anche del sottoscritto; che avrebbe volentieri innaffiato di benzina e dato alle fiamme strada Castello di Mirafiori 172, finché ci fu, preferibilmente con Valter il fascio e Federica dentro; ma avrebbe anche lanciato molotov (posto ci fosse qualcuno che gl’insegnasse, bene, come si fanno senza saltare in aria prima del lancio) contro le finestre di v. Carrera (che effetto scenografico, quelle fiamme a divampare nei corridoî pur mo deserti, silenziosi e buî!), preferibilmente centrando in testa Laura Scarpellino, la quale però, purtroppo, è andata a vessare i malati di mente in qualche struttura diversa dai dormitorî – e chissà quanto danno starà facendo. Ma mica è sempre e solo colpa degli operatori. Il qui presente avrebbe infilato la bocca di un lanciafiamme nella finestra rotta della tal stanza di c.so Tazzoli in cui un certo bidone di merda intitolato “Titti” stava smaltendo le birre della sera prima (con conseguente e tale concentrazione di gas da rendere possibile l’esplosione dell’intero container, con un pajo almeno degl’isolati circostanti); ma, anche qui, non senza distruggere le due zoccolette neoassunte & feticiste del calzino zozzo che me l’avevano caricato contro – come mi disse il companio Antogno una volta, “È sempre colpa degli operatori”. Aveva ragione. Alcuni sono autentici mostri.

La calma di via Negarville, insomma, l’impressione generale di correttezza, potrebbero essere solo apparenti: in posti del genere non mancano mai motivi per gesti estremi – i quali gesti estremi, tuttavia, non sono quasi mai compiuti. La gente che frequenta queste ultime spiagge è ridotta come gli zombie: fanno paura, anche piuttosto schifo, ma sono tardi nei movimenti e difficilmente riescono a far danno. E tuttavia di tanto in tanto questo succede. Quasi quattro anni fa i dormitorî della Parella (Carrera, Castello [oggi non più esistente, e rimpiazzato dal containerone di s.da delle Ghiacciaje] e Tazzoli) e quello di v. Traves furono oggetto di una serie di strani attacchi: qualcuno si era preso la briga di portar via tutti i computer dagli ufficî, catorcî malissimo ridotti da caduno dei quali nessun essere sano di mente avrebbe potuto sperare di ricavare più di venti euri, a dir tanto. Alla fine si scoperse che si trattava di alcuni rom, in particolare uno, già ospite delle strutture; mi rifiuto di pensare che si trattasse di un furto serio. Era indubbiamente uno sfregio, il cui risultato fu quello di distruggere anni e anni di registrazioni di dati sensibili: gli operatori dovettero rimettersi di pianta a ricostruire, sulla base dei foglî compilati a mano sera per sera, tutte le presenze. Il ladro, credo anche con i suoi complici, o almeno qualcuno, fu còlto dopo l’ennesimo tentativo – c’è stata, ed è interessante, anche questa ostinazione, che l’ha riportato sempre sui luoghi –, in pieno giorno. Bloccato dagli operatori, fu poi portato via dalle forze dell’ordine.

Il momento dei furti non è effettivamente casuale. I dormitorî sono strutture abitate quasi esclusivamente di notte, specialmente dalle 20.00, o qualche minuto prima, alle 8.00 del mattino seguente. Questo rende soprattutto le strutture situate in mezzo agli abitati – particolarmente inattaccabile sembra Foligno, per la sua struttura monoblocco con un ingresso solo sulla strada; anche se, durante i lunghi lavori per la ristrutturazione e il tinteggio della facciata, pare che fosse possibile ad un gruppo di senzatetto particolarmente intraprendenti salire al piano superiore (solo il pianterreno è adibito a dormitorio) attraverso una delle finestrelle servendosi dell’impalcatura – non tanto facili da attaccare. Infatti, durante il giorno la visibilità è ovviamente massima, e qualunque passante, o casigliano da una finestra vicina, può testimoniare l’eventuale malefatta; di notte, invece, quando le tenebre concedono il loro favore, la struttura è piena di gente, ed è presente un operatore. Ne consegue che chiunque abbia un piano malvagio minimamente articolato sarà dissuaso dall’agire durante la notte, senza contare gli esclusi, quelli che tutte le sere rimangono fuori dal dormitorio a causa della disponibilità di posti, tragicamente insufficiente, e che – a seconda che i dintorni ne diano l’agio – dormono con sacchi a pelo e coperte e cartoni nelle immediate vicinanze. Ne consegue che un furto, in specie di oggetti dell’ufficio, può essere ragionevolmente tentato solamente di giorno.

Un’aggressione no: quella sarà necessariamente concepita come toccata e fuga, e, dato che nessun dormitorio si presenta come propriamente “danneggiabile”, specie nella parte esterna, essendo che come strutture, container o muratura, fanno tutte abbastanza schifo e comunque nessuno bada alla forma, l’alternativa unica è quella del fuoco: danno, insomma, a rigori non se ne può fare; se proprio uno pensa a lasciare l’impronta, pensa direttamente alla distruzione totale. Chiunque, per quanto riguarda queste cose, si gestisce come vuole: né è mai da escludersi, in chi abbia inclinazione per questo genere di gesti, una discreta – e variabile – dose di sprezzo del pericolo. Ma è difficile che si pensi a scatenare un incendio in pieno giorno, quando la guardia è alta. Occorre combustibile, occorre comburente, e ci si deve poter muovere, almeno per la gran parte del tempo necessario, con la certezza che non sia immediatamente identificabile la natura dell’atto compiendo. Quindi è assai difficile che una vendetta ai danni dell’istituzione, nella figura di qualche indegno para-servitore dello Stato, avvenga quando la struttura non sta ospitando compagni di sventura. I quali potrebbero non essere affatto i bersaglî della vendetta, ma semplicemente una parte del contesto non escludibile da parte di chi si appresta a colpire.

Alla fine dei conti, comunque sia andata, finisce col venire a mancare un altro dormitorio, che peraltro aveva la sua funzione anche per quanto riguarda l’emergenza freddo. Un’altra risorsa per l’emergenza freddo è venuta a mancare dopo la chiusura di strada Castello di Mirafiori nel corso di quest’anno; perché i vecchî tenutarî di quel letamajo sono stati trasferiti nella già citata s.da delle Ghiacciaje, che aveva accolto i rimasuglî dell’antico Piazzale speranza, prima in via Carrera 58 (la stessa via del dormitorio Parella, che però è nella ex-scuola in fondo alla via, al n° 181), il quale Piazzale Speranza, fiore all’occhiello di quell’affascinante realtà aliena di don Innocenzo “Enzo” Ricci, dava una cinquantina di posti d’emergenza freddo. Oltre a questi, gli anni passati, la Protezione civile dava ricetto in ben due campi due dentro il gelido parco della Pellerina a un’altra cinquantina di barboni, senza che fosse necessario esibire documenti di sorta – quindi ci potevano andare anche i senza permesso di soggiorno. Tre anni fa una megarissa scoppiata nottetempo ebbe il potere di disamorare la Protezione civile da siffatte iniziative: entro le 4.00 del mattino tutti gli ospiti erano stati messi alla porta, e la struttura era stata immediatamente smantellata.

Un trafiletto dello stesso City, accanto all’articolo dedicato all’incendio di via Negarville, annuncia che quest’anno “sarà uno solo il punto di accoglienza allestito per dare riparo alle persone senza fissa dimora. Sarà localizzato nel parco della Pellerina”. La novità di quest’anno è che il Comune “emetterà”, quando non si sa, “un bando pubblico destinato a organizzazioni e associazioni che abbiano sede operativa e svolgano l’attività a Torino”. E siamo già al 16 di novembre, quando gli altri anni si era già cominciato a pensare a sistemare i varî relitti umani entro la fine di ottobre; benché altri inverni degli ultimi anni siano stati meno rigidi di questo.

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405. Il Male.

27 Ott

Va bene, stamani dovevo andare a farmi assegnare un altro medico della mutua, perché la dottoressa che avevo scelto, solo per il fatto che era in zona molto centrale, prima che ne avessi bisogno la prima volta, si è ritirata, e quello che l’ha sostituita mi ha detto che comunque il trasferimento devo farlo. Insomma, già che c’ero, mi sono fatto consigliare il medico di famiglia da qualcuno che mi sembra goda ancòra di buona salute, e prendo quello.  A me è ignoto se all’Asl di v. s. Donato siano aperti, nel pomeriggio; se sì, bene, sennò faccio tutto domani in giornata. Continua a leggere

262. Quanto sia importante tutto ciò.

11 Giu

Non c’era motivo per cui mi facessi vedere alla manifestazione di jersera, essenzialmente per due motivi, uno dei quali si evince, sicuramente, anche dal mio pregresso pezzo, ed è proprio la mancata comprensione, da parte mia, del motivo per cui alcuni operatori, nonostante il loro posto di lavoro non sia affatto a rischio, abbiano deciso di scioperare e/o manifestare. Lo sciopero, peraltro, che alla fine doveva consistere nel tenere chiusi i dormitorj (sic!!!) almeno fino alla mezzanotte di jeri, è stato revocato; ma la manifestazione c’è stata lo stesso. Altro motivo per cui non ardevo dalla voglia di vedere come andava era nel fatto che mi sembra poco coerente fare sforzi per interessarmi a cose che non mi riguardano più, non almeno in questo specifico: ho detto che me ne vo, avrò più logicamente da pensare alla partenza & ai preparatìvi per la stessa, e non certo a come se la sfangano gli OS di Torino. Terzo motivo, certe presenze, antipatiche insoffribili forse pericolose, tra gli stessi operatori presenti (e anche tra i barboni, di conseguenza) dovevano ispirarmi prudenza.

Ma quando dormo fuori, e non è ancòra ora di dormire, cammino parecchio per il centro, gravitando intorno a via Po, p.zza Castello, via Cernaja, e, appunto, p.zza s. Carlo, alternando questi passaggj alle letture, che faccio ovviamente perlopiù in panchina, da qualche parte – ma ho notato che non mi piace metter radici in p.zza Carlo Alberto piuttosto che in p.zza Carlina, sono irrequieto, e mi muovo spesso.

A causa di questa mia irrequietudine sono passato diciamo tre volte in piazza s. Carlo, dove ovviamente ho approfittato per gettare l’occhio. Il concorso di popolo era più consistente del da me previsto; ma è vero anche che trattavasi di operatori, non solo di quelli dei dormitorj, per la più parte, più una fetta consistente di barboni; con qualche curioso esterno a queste problematiche che poteva essere attirato dalla musichetta che hanno cominciato a fare più sul tardi. Insomma, se la sono suonata e se la sono cantata.

Sono passato la prima volta alle 19.20, una seconda volta alle 21.15, una terza verso le 22.30. Il mio quarto passaggio è stato dopo mezzanotte, quando avevano sbaraccato tutto quanto. Al primo passaggio una donna che non ho riconosciuto stava raccontando un macchinoso apologo che parlava di un senzatetto e di un ministro, scandendo ogni parola con voce molto alta; non m’è parso meritasse, e ho tirato in lungo. Al secondo passaggio mi sono avvicinato, mentre tre, quattro cantanti-giullari proponevano sul piccolo palco alcuni canti della Resistenza con molti lazzi; ho individuato Andrea, che mi ha detto che per lui era andata benissimo, che c’erano stati parecchj interventi, tra cui quello che ho riprodotto qui sotto, peccato che lo spicher avesse qualche problema tecnico a reggere il foglio mentre leggeva, sicché c’è voluta un’operatrice (d’altronde, son lì anche per quello) che glielo tenesse sciorinato davanti alla faccia per consentirgli di disciferarlo e giungere fino in fondo. Poi ho salutato Gene, a cui ho chiesto se era presente una tal persona; lui mi ha chiesto se per caso trattassesi di una lesbica (chi potrei mai cercare, tra cento persone, se non una tribade?), al che ho risposto sì, e lui mi ha additato una persona che, all’incontrarla poc’avanti, gli era rimasta molto impressa proprio per questo suo fenotipo così spiccatamente saffico: infatti, era lei. Ho poi visto Guazzo, che – noto – è imbiancato parecchio (non capisco se sia cosa degli ultimissimi tempi, o se prima si tingesse), Rosa seduta abbastanza in disparte e dall’aria incongruamente attenta e intenta, Emanuele col quale non parlo, Mohammed col quale non parlo perché non saprei proprio che cazzo dire, due, tre, cinque, forse dieci o dodici barboni che andavano dal portatore di aspetto passabilmente familiare al ben noto; & alcuni altri di cui già non me ne frega niente a me, figuriamoci a voi.

La cosa stravagante è che nel porre alla menda quel pezzo, poi di fatto – per quanto faticosamente – letto durante la manifestazione, mi ci ero effettivamente un poco appassionato. Non per il mio caso personale, ma per altri casi, più gravi, o quelli sì veramente gravi, ai quali il Comune non provvede. E’ vero, e continuo a pensare, che sia sicuramente vergognoso far marcire uomini e donne di mezz’età in posti del genere; è sicuramente vero che il Comune mette a disposizione pochi fondi e sostanzialmente fa quasi nulla per alleviare sofferenze, disagj e venire incontro a tante ineludibili esigenze. Altro, naturalmente, è riconoscere una disfunzione, un’incuria, un’ingiustizia; altro è potervi, o sapervi, o esservi chiamato a, por riparo in qualunque siasi modo. Io ho, personalmente, gli affari mia a cui pensare, e il fatto che non siano esattamente poca cosa mi rende decisamente piuttosto inutile per qualunque causa comune. Ma non è solo questo: se volessi essere generoso, e soprattutto percepissi veementemente l’utilità di mobilitarmi per sovvenire altrui, meno fortunato ancòra di me, suppongo lo farei. Ma non è così che sento.

Mi  sono reso conto che qualcosa in tutto il ragionamento non va proprio la mattina, quando ho tenuto pallino per un quarto d’ora buono sulla faccenda, industriandomi a spiegare col massimo della passione che ci sono numerosi cinquanta-sessantenni che, trovatisi licenziati dall’oggi al domani, con pochi anni mancanti alla pensione, senza famiglia, si sono ritrovati in mezzo alla strada, e non sono coperti dai servizj, e trascorrendo lunghi periodi in strada spesso si sentono male. La perplessità – che veramente, in sul momento, non capivo – dipinta in viso alla mia interlocutrice il primo mezzo minuto ha lasciato gradualmente il campo ad un’espressione ancòra più incomprensibile, con alcunché di ostile, ossia respingente, o contrariato – ecco: contrarietà è l’espressione esatta. Se non mi avesse ascoltato con attenzione avrebbe avuto l’occhio vitreo, o avrebbe sbadigliato, o avrebbe interrotto con un gesto vagamente insofferente la lunga querimonia spargendo un po’ di cenere di sigaretta nell’aria; ma era proprio attenta, e quello che dicevo non le piaceva per niente, e persino io che non capisco quasi mai quello che non m’aspetto sono stato costretto a leggerglielo a chiare cifre espresso nella fisionomia.

Il momento in cui  ho realizzato, come dicheno gli Americani, deve essersi riflesso in qualche esitazione o della fisionomia o dell’espressione, perché l’interlocutrice – al momento ridotta dalla mia parlantina a qualcosa di molto più prossimo al silenzio assoluto che alla odd sentence, come dicheno gl’Inglesi, lasciata cadere di tanto in tanto – ha inarcato le sopracciglia, cosa che le ha conferito un’espressione ancòra più fredda, e mi ha fatto una di quelle domande che pur non essendo retoriche contengono già una risposta – e non so se mi spiego; ma forse si spiegherà la domanda stessa, che è stata: “Sono tanti?“.

Chiaramente, non volendo buttare la spugna così sùbito, ho armeggiato un po’, ho detto naturalmente che sì, sono tanti, che la Fiat a suo tempo ne licenziò moltissimi, che molti hanno — stavo per dire “finito i soldi della liquidazione”, ma a questo punto mi sono frenato, perché m’è balenata in mente l’idea che a questo punto mi sarei potuto arenare su un’altra di queste semplici domande non-retoriche, del tipo: “E perché?“, dopodiché avrei armeggiato inutilmente e ce ne sarebbe stata un’altra, e un’altra ancòra, finché non mi sarei arenato definitivamente. Ho preferito puntare a poppavia di dentro a una sirte, così ho evitato alla mia interlocutrice, con la quale potevo parlare di tante altre cose molto più interessanti, di levare i venti contro la stessa. Ho creduto quindi bene concludere la mia sconclusionata prolusione con un balbettio indistinto.

Già: quanti sono? E soprattutto: Sono tanti?

Domande a cui non so rispondere. So che i servizj sono insufficienti, ma è vero anche che i servizj sono una cosa penosa. Non siamo in Inghilterra, o in Scandinavia, o in qualunque paese avanzato dell’Europa occidentale, dove il servizio pubblico funziona, nel senso che da strutture del genere esci veramente entro breve termine, dove trovi un lavoro con relativa facilità, o ti è dato, e dove il sussidio non è un pourboir, come dicono i Francesi, o un poco d’argent de poche che non serve nemmeno per un caffè di tanto in tanto, o le sigarette.

Piazza s. Carlo non si è riempita. Ma come? Non esiste più la miseria? Non ci sono i poveri, i licenziati in tronco di mezz’età, i barboni, le famiglie a rischio? Ci sono: ma non vedi spettacoli d’altri tempi con eserciti di affamati che invadono le strade, chiudono i passaggj fuori dalle chiese e dai pubblici esercizj, che manifestano sotto il Comune, che infastidiscono gli abbienti, che si buttano a dormire per traverso sotto i portici. Ci sono, ci sono anche quelli: ma non sono legioni. Non sono tanti.

Nonostante la crisi, nonostante i soldi che sono razzolati da pochi a discapito di tutti, questo è un paese che non è infettato dalla piaga della barbonia; non al livello che si verificherebbe in qualsiasi paese nordeuropeo quando si toccassero, per qualche motivo, gli  estremi di una crisi economica di pari intensità – perché io credo che soldi ne girino in generale molto pochi, molti meno che in altre zone d’Europa. Là squadre di sbevazzoni puzzolenti infesterebbero ogni angolo di strada, un negozio su due avrebbe le vetrine spaccate, la crisi duramente scontata dai più deboli diverrebbe automaticamente emergenza sociale.

Qui non succede, perché da buoni terzomondisti quali ancòra siamo, ben distinti dall’uomo civile per il prevalere dell’uomo naturale, privo affatto dei concetti di sovranità e di individuo, quando c’è la crisi – e una crisi da noi può durare anche mezzo millennio, e noi, credo, appena ce n’avvediamo – ci stringiamo l’un l’altro insieme, per non patire il freddo, la fame e soprattutto le cattive figure: li chiamano, e certi ne sono fieri, commossi, i veri ammortizzatori sociali. Quasi tutti hanno una famiglia, un parente, una nonna, uno zio, un ex-consorte, persino figlj, o nipoti. Ci pensano loro, i parenti.

L’unico censimento ‘completo’ mai fatto finora, a cura della fondazione Zancan, è stato quello della notte del 14/03/2000, in occasione della quale furono contati tutti gli ospiti dei dormitorj, i barboni gravitanti intorno alle stazioni e agli altri ripari più o meno di fortuna noti agli operatori del settore; da questa conta venne fuori una cifra, sicuramente da considerare inferiore al vero, che non raggiungeva le 100.000 unità. Una pubblicazione a cura dell’Assessorato all’igiene del Comune di Roma, dello stesso anno, conteneva una stima pari al doppio, evidentemente da ridimensionare. Ultimamente si parla di 30.000, di 50.000, di 80.000 persone. Sono poche – già lo avevo detto in altra occasione. Sono meno degli Ebrei e degli Avventisti del settimo giorno messi insieme. Le Soroptimiste saranno il doppio, suppongo; per raggiungere una cifra del genere basterà mettere insieme i malati di corea di Huntington, di cerebropatia spongiforme, di lebbra e di gomito del tennista. E’ verosimilmente sufficiente raddoppiare il numero dei casi di neonati bicefali e tripigj nell’ultimo anno. Non sembra nemmeno una categoria a rischio. Sembra un’élite. Potrebbero costituire un Club dei Mestieri Stravaganti, o un circolo di bocce.

Nell’inverno 2008 i barboni a Milano erano 1600, e per censirli ci sono voluti 240 operatori: un operatore ogni 6,66666666666667 barboni, ci avranno messo un minuto e mezzo a testa (compresa la verifica e la prova del nove), e poi si saranno messi tutti a giocare a strip-poker con le mignotte della stazione.

Qui a Torino le cose non possono essere più disastrose. A dir tanto (bisogna considerare che Milano è la 2a città più popolata del Paese, Torino dev’essere oltre il decimo posto, ha un milione di abitanti) avrà 1000 barboni, gente veramente buttata in mezzo alla strada. C’è un flusso di extracomunitarj abbastanza continuo, è vero, ma sono anche i primi che si sistemano altrimenti, vengono qui, in fondo, per lavorare; sono il fior fiore della loro gioventù, non uomini di panza che hanno logorato completamente il proprio rapporto con il contesto (gli stranieri comunitarj sono fuori discussione, perché un anno fa il Comune decise di concedere loro solo 3 mesi tra frequentazione e permanenza effettiva nei dormitorj, dentro tutto, e la stragrande maggioranza ha stabilito di rimanersene direttamente fuori). Credo ne circolino 1000, ad essere generosi 1200 (!). Il Comune mette a disposizione 7 strutture (comprendiamole tutte, anche quelle appena chiuse), per 24 posti medj l’una fanno 168 posti; più i privati, Ormea, Negarville (o s. Luca che dir si voglia), Sermig, che faranno almeno altrettanto; mettiamoci Sacchi (prima accoglienza + attempati), Marsigli (alta soglia), Ghedini (attempati e malati) e poco altro, arriveremo io credo a 400 posti in tutto (avevo il conto esatto, non so dove ca. l’ho perso). Qualcuno – anzi, anche più di qualcuno – rimane fuori tutte le sere (nel senso che c’è sempre qualcuno a cui tocca, non nel senso che sono sempre gli stessi, ci mancherebbe); si sente la differenza quando ci sono i nuovi arrivi in massa dall’Africa (per l’accoglienza di una fetta di questi, profughi, in v. Bologna sono state escogitate soluzioni praticamente autogestite, almeno in fase iniziale), che sono la variabile più importante. Per il resto lo ‘zoccolo duro’ è poi sempre quello.

E’ vero, i posti sono insufficienti, ed è una vita logorante, soprattutto per chi non è più giovinetto e ha il peso di una vita da portarsi sulle spalle. Ma se i barboni, molto semplicemente, gli homeless, i senzadimora, i senzatetto, i senzacasa, gl’incapienti, i nullatenenti, fossero semplicemente troppo pochi sia per ispirare politiche realmente efficaci e risolutive, sia per sollevare utilmente, quantomeno, il problema? Tanti quanti sono, probabilmente, non rappresentano un’emergenza. Sono, loro, personalmente, in condizioni emergenziali, talora anche persino disperate; ma nel complesso sono solo la dimostrazione vivente, come chiunque, solo da una specola un po’ particolare, o molto particolare, che la vita non tratta tutti allo stesso modo.

Ecco, io non auguro a nessuno di fare questa fine (anche perché un augurio non basta; io ricordo, per quanto mi riguarda personalmente, ed è una cosa che riconosco anche in quello che ho potuto intellegere della maggioranza dei casi di cui sono venuto a conoscenza, ovviamente diretta, parlando con i compagni di sventura, che il processo di barbonificazione è lungo e complesso, segno che è a sua volta non una condizione nella quale l’individuo è immerso, quanto il frutto di una sua progressiva trasformazione – il mio punto di vista, da allora, è cambiato per esempio moltissimo), ma rimane il fatto che se fossimo in una società meno ‘naturalmente’ ammortizzata, per cui uscire dalla famiglia il più delle volte non è solo difficile, ma anche poco auspicabile, sicuramente il numero dei senza tetto sarebbe dieci volte, venti volte, cento volte superiore. In quel caso si avrebbe la vera emergenza; e, paradossalmente, i mezzi che adesso lesinano, essendo la questione in fondo a tutta una scala di priorità, sarebbero molti di più, in modo apprezzabile anche a livello individuale, almeno così credo: il rapporto con le istituzioni, per quanto riguarda queste evenienze e il tipo di servizio necessario, si ridurrebbe a una cosa davvero temporanea, da lasciarsi rapidamente alle spalle.

Sono stato, nella jetta, fortunato ad elaborare una mia idea di narrazione di questo tipo di vita; l’isolamento mi ha permesso più lucidità, quella necessaria a scegliere un taglio del tutto diverso rispetto a quello normalmente adottato nel trattare queste questioni (quanto precede questa parentesi vuol dire che intanto il taglio c’è, adesso si tratta di fare il libro – purché non succeda altro, famolecòrna). E uno sguardo assolutamente solitario sul fenomeno, chiaramente in termini autoriferiti, sulla città vista da quest’angolatura, su tutto quello che di ‘normale’ e di ‘anormale’, di scontato e di imprevisto si accompagna a questa condizione (?), è quello che ci vuole per raccontarla senza propinare qualcosa di irrimediabilmente falso, guasto, ai malcapitàti lettori.   

Per ora è un mondo che si autoalimenta, non grande e non piccolissimo. Per quello che è, come mondo di relazioni, come ‘sistema’, può essere raccontato o nel momento in cui morisse, cessasse di esistere – qualora tutto si risolvesse -, o quando fosse diventato talmente imponente da far intravedere, da lungi, una guerra civile. Chissà quanto ancòra funzioneranno i nostri tradizionali ammortizzatori – non posso sapere quando, ovviamente, ma anche l’Italia si adeguerà, presto o tardi, agli standard di un po’ tutt’Europa, e non potrà più nascondere a sé stessa le crisi quando arriveranno.

Peccato, comunque; peccato che sia stata un’esperienza tanto poco esaltante, & formativa.

248. Boo-hoo.

7 Mag

Questa sera, come annuncia un fogliazzo volante affisso a Foligno, tutti quanti (chi non saprei) dovrebbero farsi trovare, a partire dalle ore 18.00, davanti al dormitorio di strada Castello di Mirafiori, al n.° 172, proprio di fianco alla Bèla Rosìn, è una specie di bidone (anche la Bèla Rosìn, per altri aspetti, ma io mi riferisco al container) dietro un cancello di ferro. Qui, su un blog che non conoscevo e che mi affretto a linkare con voluttà, si spiega anche il perché dovremmo tuttiquanti accorrere. A parte il buffet, pare che il Comune, come si legge chiaramente detto nel pezzo a cui rimanda il link poco sopra, abbia deciso di chiudere esso dormitorio, che finora dava ricetto alle 24 persone canonicamente accolte da una struttura comunale, vale a dire 20 uomini e 4 donne. Più gli operatori. Ed è proprio a questi ultimi che ho pensato.

Dal momento che essi operatori sono alle dipendenze di cooperative che gestiscono strutture di diversa natura, e non solamente dormitorj (i dormitorj del Comune sono appaltati alla coop. Parella [v. Carrera, che ora dovrà essere chiuso a sua volta per ristrutturazione e raddoppiamento (chissà se ne frattempo avevano almeno riparato i cessi, non ci sono più stato), c.so Tazzoli, s.da Castello di Mirafiori (ancòra per poco, appunto], Frassati (v. Foligno), Valdocco (v. Traves, un vero letamajo)], e dal momento che le mansioni a cui possono essere adibiti vanno anche di là dalla distribuzione di lamette da barba e lenzuola nei dormitorj, d’acchito avevo pensato che, come al solito, paraculandosi come tutti i (para)dipendenti (para)pubblici, sarebbero semplicemente sciamati via verso centri crisi, centri d’ascolto, ufficj, pulizie di cessi & puttanate varie – quelle che passano le cooperative di quel tipo lì, insomma.

E invece no!

Pare – vedi quello che dice il blog sullinkato – che quel fascio di Valter e quella pantegana orrenda di Federica, tra gli altri, siano destinati a rimanere con un pugno di mosche in mano – a rimanere senza lavoro, come si dice lì, disoccupati, senza nulla da fare, privi di una fonte di reddito, destituiti di un cespite, orbati di possibilità di sostentamento, di un gettito regolare, insomma di uno stipendio, di un attivo, di entrate, di valsente, di valore di scambio.

Mi piacerebbe molto sapere di più circa la consistenza effettiva di questa prospettiva qui (ma la mia curiosità molto difficilmente sarebbe soddisfatta se andassi al buffè di Castello di Mirafiori, quindi andrò per vie traverse, muovendomi nell’ombra e cercando di ottenere più informazioni di quante effettivamente in poter mio a tutt’adesso).

Ora: è questo un allarme puramente strumentale, uno scatto fàtico diretto ad attrarre l’attenzione dell’eventuale lettore (come, pognamo: “Pronto!”, ovvero: “Al vostro buon cuore”, & similia), ovvero fa capo ad un’effettiva situazione di pericolo? 

Devo aspettarmi di reincontrare quella specie di buttafuori e la camionista, magari con cane a séguito, a S. Antonio, o in qualche dormitorio, in capo a qualche mese? (Se li prendo a sprangate di piombo sul capo, però, rischio una sospensione da 0 a 60 gg., però, invece dei 5 anni che spettano a chi manomette un operatore. E’ vero che volevo andare al mare, nel frattempo, ma poni il caso che me li ritrovi davanti, un giorno o l’altro).

52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.