Tag Archives: fantascienza

162. Lui SI’ che aveva ragione! (A Tash).

6 Dic

Finalmente l’ho trovato:

er manno Dice:
16 Febbraio 2007 alle   modifica

Difficile far capire alla poltiglia sociale contemporanea, schifosamente di destra, soprattutto appartenete a quella brutalità egoistica nordica che è così cresciuta negli ultimi due decenni e che si nutre – come dimostrano i commenti qui sopra – di pura merda, che ciascuno di noi ha diritto di vivere come gli pare e che una “società” che produce costituzionalmente un enorme surplus deve poter garantire una dignitosa esistenza a tutti, che lavorino o no, che paghino le tasse o no.

Annunci

90. Fantascienza.

3 Apr

Un racconto-nonsense, ma di fantascienza, pubblicato pur mo dal marinajo mi ha fatto tornare in mente un’analoga trojata da me scritta e sbattuta in rete ormai tanto, tanto tempo fa, che è questa:

IL DISCO D’ARGENTO  

La vecchia signorina Andreini, che aveva appena compiuto sessantanove anni, quando si alzava, di notte, per fare la pipì, non accendeva mai la luce; a chi le avesse chiesto perché (posto che l’avesse mai saputo), avrebbe risposto che era per non disturbare la luce delle stelle, che tanto le piaceva guardare attraverso la finestra davanti alla quale passava per andare in bagno.

Una notte, però, mentre andava in bagno (le capitava molto spesso di doversi alzare durante la notte), non sentendo uno stimolo tanto forte, pensò di fermarsi davanti alla finestra, e di guardare la campagna che si stendeva sotto i suoi occhî dormire alla luce tenue e tranquilla di una grande luna. La notte era straordinariamente limpida, e si vedevano tutte le stelle della Via Lattea.

Rimase per un attimo a guardare il cielo; poi, proprio mentre pensava di rincamminarsi verso il bagno, qualcosa colpì la sua attenzione. In mezzo alle stelle palpitanti, una la colpì particolarmente. Prima di tutto perché si muoveva, come si vedeva dal suo cambiare posizione in mezzo alle altre. E poi perché il suo colore era diverso da quello di tutte le altre. Infatti, le stelle erano d’oro, del loro colore consueto; questa era d’argento, come si vedeva dal suo freddo baluginare; anche perché leggermente oscurata dal paragone con le altre stelle, la stella d’argento non s’era subito fatta notare. Ma quando, muovendosi per gli spazî silenziosi, s’era via via ingrandita, mostrando di volgere verso la Terra, la signora Andreini aveva pensato che si trattasse di una cometa, o di una stella di un tipo completamente nuovo: rimpianse, a questo proposito, di non aver fatto lunghi ed approfonditi studî di astronomia, grazie ai quali oggi, finalmente, avrebbe avuto qualche soddisfazione in più, se non economica almeno in termini di compagnie piacevoli (i professori, soprattutto quelli anziani, sono tanto distinti!), e avrebbe potuto pubblicare le sue scoperte su qualche rivista specializzata.

Intelligente era sempre stata, e non sarebbe certamente stata la prima vecchia a cui davano il Nobel. Rimase, dunque, in osservazione, spiando con gli occhietti miopi il cielo stellato, seguendo faticosamente la traiettoria della stella fredda, e alzando leggermente gli occhiali sul naso, mettendo a fuoco la vista attraverso la parte inferiore delle lenti, attraverso cui si vedeva più limpidamente. In mancanza di un telescopio, non poteva ambire a niente di più efficiente. La cosa seccante è che si era alzata per fare pipì; grandi ed emozionanti esperienze, in taluni casi, possono far dimenticare le più basse funzioni umane, quando si verificano; ma questo è più possibile ad un corpo giovane o relativamente giovane, che è pieno d’energie e che le può consumare anche per contenersi; mentre un corpo sessantanovenne non è così agguerrito, e già da qualche annetto, anche nei casi più fortunati, ha imparato ad urlare le sue esigenze invece che a sussurrarle come nei giovani; e, soprattutto, gli stimoli hanno ottima memoria e scarso rispetto per la curiosità scientifica.

La signorina Andreini strinse spasmodicamente le ginocchia, pregando ardentemente che lo stimolo non aumentasse oltremodo: era troppo importante che vedesse dove la stella stava andando a finire. Perché non s’era mai comprata una bella telecamera portatile? E come facevo, si chiese poi, come a rispondere ad una domanda implicante un’accusa, con seicentomila lire di assegno sociale? Tralasciò la questione e continuò a seguire la traiettoria della stella d’argento, che si avvicinava, e diventava sempre più grande e meno palpitante per la distanza. La signorina Andreini, vedendo quanto la stella, e quanto velocemente, stesse avvicinandosi alla Terra, formulò mentalmente alcune ipotesi, che via via scartò, o perché troppo prosaiche, o perché troppo sceme: può essere una meteora, che s’incendierà a contatto dell’atmosfera, e cadrà come una bomba sulla mia umile casa? Può essere una cometa ardente, che compie il suo giro, talmente largo da non essere mai stata vista negli ultimi quattromila anni? Può essere un UFO (oggetto non identificato)? Pensosa, la signorina Andreini, annodando le gambe a torciglione per non avere brutte sorprese in un momento così importante, si chiese che razza di acronimo fosse UFO per Oggetto Non Identificato. ONI non andava bene? O era Uggetto Fon Odentificato? Valli a capire, questi intellettuali, si disse con dispetto. Insomma, la signorina Andreini, poveretta, rimase per più di mezz’ora davanti alla finestra, seguendo il percorso della stella d’argento. Bè, non ci si crederà, ma quella stella era proprio un UFO, o qualcosa di corrispondente; e bisogna anche aggiungere che la signorina Andreini seguì l’intera traiettoria dell’oggetto fino alla fine, cosa che le fu possibile per via del fatto che l’oggetto stesso ad altro non puntava che ad approdare all’ampio spiazzo erboso antistante la sua casa. Nonostante la vescica le urlasse, era valsa la pena di aspettare.

Era un disco d’argento, tutto illuminato, grande; per vederlo tutto da un capo all’altro, la signorina Andreini, le mani tremanti, fu costretta ad aprire la finestra, e a sporgersi. Il fresco della notte, colpendole il viso, le fece quasi perdere ritenzione, ma resistette, tutta contratta. Si aperse un grande e avveniristico portellone, sollevandosi con un suono di sofisticato congegno ronzante. Quindi, dall’apertura uscì uno strano equipaggio. C’erano due alieni che sembravano ombre della sera, ma bianchi, e coi grandissimi occhî neri; e c’erano strani lucertoloni dai lunghi denti che sembravano di metallo; c’era un equipaggio squinternato, fatto da una donna atletica e affascinante, una ragazzina, un bambino con un lecca-lecca e un palloncino attaccato al polso, e un capitano con la benda sull’occhio, proprio un bell’uomo.

La signorina Andreini si sentiva male per l’eccitazione e per lo stimolo, che, maledetto, non voleva andare via. Cercò, senza troppo allargare le gambe, di trarre a sé con un piede un vaso di fiori, pensando che un equipaggio così internazionale, anche se avesse visto o intuito quello che stava facendo, non si sarebbe troppo scandalizzato per una vecchia che orina in un vaso di begonie. Ma il capitano, con una bella voce di basso, in quel momento le parlò, facendole un discorso elevato e commovente. Nelle sue parole c’era di più che la seduzione di un’ opportunità: c’era tutta l’idea del futuro, che tornava ad avere un senso per lei. Lasciò perdere il vaso, e ascoltò.Il capitano, che bel signore, le disse, con un accento da doppiatore di film, che contava di portarla con sé negli spazî siderei, dove finalmente avrebbe visto cose che nessun uomo può nemmeno sperare di immaginare. Lassù, disse, guardando in alto come se solo lui (come doveva essere, in effetti, vero) potesse sapere che cosa realmente intendesse, sono state fatte scoperte straordinarie, e in più sanno come ringiovanirti; lassù c’erano avventure incredibili da fare e conquiste straordinarie da conseguire. Venisse con loro, la signorina Andreini, e sarebbe finalmente vissuta come in uno di quei film che seguiva in televisione con un occhio aperto e uno chiuso nelle notti d’insonnia. Com’era affascinante, il capitano!, notò la signorina Andreini, nonostante una penosa fitta al basso ventre. E com’erano curiose, quelle strane creature, pur così minacciose! Avrebbe imparato a farsele amiche, e sarebbe assomigliata a quella bella donna atletica e brillante, e avrebbe destato ammirazione in una ragazzina sognatrice, come quella che c’era lì. E quel bambino, uno dei tanti rapiti dalle nostre campagne, sicuramente, dagli alieni perversi, o curiosi della nostra forma di vita, o prezzolati dal governo e dall’Effebiài per operazioni che, note al mondo, dimostrerebbero che la guerra fredda non è ancora finita, lo avrebbe restituito ai genitori, o gli avrebbe dimostrato che è meglio vivere liberi e avventurosi in mezzo agli spazî remoti, in guerra contro oscure confederazioni, sempre in viaggio tra passato, presente e futuro. A questo punto, però, nonostante la seducente visione le riempisse la fantasia delle più ventose e incantevoli immagini, la signorina Andreini non poté non sentire che le fitte al basso ventre, sempre più frequenti, ormai erano una fitta sola, fortissima, veramente insopportabile. E che lo stimolo, frustrato per più di un’ora, trasformatosi in tempestosa replezione, stava cercando vie di sfogo alternative: qualcosa doveva pur uscire, insomma.  Fino a quel momento, la signorina Andreini si era sentita addosso quella vaga ebrietà che ti dànno certi provini di pellicole che ti fanno balenare davanti decine di immagini turbinose e mirabolanti, e soprattutto quando sei al cinema ti fanno immaginare una vita diversa, e più bella. Invece, quando era successo, il bambino, che dopotutto non aveva legato il palloncino al polso, ma lo teneva in mano, lasciò andare, stupefatto, la cordicella, e il palloncino si perse in alto. La ragazzina (ah, gli adolescenti) dopo un attimo di stupore, rise con tutta la crudeltà inconscia degli innocenti. Il capitano, la cui aria annoiata le era sfuggita, mentre parlava, aveva un’espressione indefinibile dipinta sulla faccia; il vento agitava appena la falda pesante del suo trench prolisso, fatto di qualcosa di simile alla gomma. Era proprio un capitano vero, ed era proprio un bell’uomo. Non s’era nemmeno accorta di quanto fosse dubbioso lo sguardo della donna atletica e interessante, dal volto volitivo ed angoloso, finora. Adesso, però, il volto della donna non esprimeva più nessun dubbio: esprimeva solo una certezza.

Dunque, non era un provino cinematografico: esisteva veramente una vita più bella, più vera e avventurosa. Aveva visto bene che il palloncino del bambino era fuggito in alto. Forse si erano fermati apposta da qualche parte. C’era una fiera, in una località lì vicino. Ripensò ai tanti bambini scomparsi, che adesso, invece di essere morti o coinvolti in qualche sordido traffico, sono felici navigando tra le stelle.Gli alieni la guardavano immobili, senza capire.

Arrivo, — disse solo la signorina Andreini, umiliata, rossa in viso. — Un attimo solo.

Per non sembrare sgarbata, lasciò persino la finestra aperta. Scema, si diceva. Scema, scema, scema. Piangeva già, prima ancora di sedersi sull’asse. E anche il bambino, porca galera, non poteva legarselo al polso, quel palloncino? Con lei facevano sempre così, quando andavano in fiera, i suoi, quelle poche volte che ci andavano, perché soldi non ce n’erano molti nemmeno allora. E non c’erano le macchine volanti, al tempo suo, e tutte quelle fregnacce che fanno vedere al cinema, che corrompono la gioventù, e, porca galera, illudono la canizie. C’erano solo gli aerostati. Belli, colorati, a strisce: avrebbe voluto salirci, se lo ricordava quello struggimento, quell’anelito. L’aveva risentito, ma come in ricordo, quella sera, come i poeti, che fanno sentire le verità del sentimento senza provarlo, e chi ascolta sente un po’ del sentimento e un po’ della freddezza di chi lo descrive. Ma adesso era diverso. C’era la pienezza augusta degli spazî, e la memoria delle antiche e dimenticate guerre, e il dolore che tuttavia è bello e nobile ricordare. E quel bambino, porca miseria, un giorno anche lui sarà un capitano grande e grosso, con tanto di trench di gomma nera e benda sull’occhio, e non è manco capace di legarsi il palloncino al polso. ma dove sta tua madre, bambino? Non ti vergogni ad aver dimenticato tutto così? Non piangi nemmeno, per la lontananza dai tuoi, dal tuo paese, dai tuoi compagni, dalla vita normale? Ma già, ci sono delle madri che guarda, capacissime di lasciarli andare: quelle donne, che tacciono sempre, che non dicono mai niente, e che vorrebbero qualcosa di meglio per il loro bambino. Egoiste! E li mandano in giro con le pezze sul sedere, che non sanno nemmeno legarsi al polso il palloncino.

Dalle viscere le sorse un ennesimo gemito. A caso, mi avevano scelto a caso: sarebbero stati contenti di prendere una nonnina, che li accompagnasse, farle vedere tutto, e magari servirsi di lei per tenere pulita la cabina di pilotaggio, o per fare una torta di mele una volta ogni tanto, o per chissà quale di tutte quelle cose che nei film non si vedono mai, ma sicuramente le fanno. E io ho rovinato tutto! Ho lasciato la finestra aperta, cretina anch’io, ma loro ormai non sono più lì. Se ne sono andati, per sempre. Ho perso la mia grande occasione. È finita. Ah che rabbia, si disse, piangendo, mentre un ultimo commento del basso ventre siglava una fine tanto ingloriosa; ah, che rabbia! E morì. 

[8 Ottobre 2001]