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544. Pezzo oramai inservibile n° 3: “Chiavi (le)”.

10 Mag

CHIAVI.

Le chiavi sono un aggeggio non privo di implicazioni simboliche. Non mi riferisco ai Sette Sigilli, o la chiave metaforica con cui si chiude un segreto nello scrigno del cuore, né alla chiave di volta di tutta un’epoca, né a quella con cui si chiava, né ad altri usi più o meno fantasiosi od allegorici di rappresentare la chiave. Il suo simbolismo è implicito nel fatto che aprono e, soprattutto, chiudono oggetti dentro un altro oggetto, preposto a contenerli. La chiave di per sé è uno strumento, che etimologicamente si collega a claudo, il cui significato è “chiudo”: strumento per chiudere, aggeggio per serrare. Per sottrarre alla portata di altri; per impedire che altri prenda possesso dell’oggetto, ma anche dell’idea dell’oggetto – che possa mettere gli occhi sull’oggetto e che possa giungere a conclusioni sul possessore; che possa riferire che il possessore è possessore del dato oggetto, dei dati oggetti, a terze persone, che possano mettere in pericolo la proprietà del possessore, o l’oggetto in sé, o concepire invidie ed orchestrare trame crudeli ai danni del possessore stesso. La chiave, chiudendo, sottrae l’oggetto e la sua vista; con la sottrazione dell’oggetto difende la proprietà, con la sottrazione della vista dell’oggetto fa nascere il mistero – ma anche il sospetto, l’illazione, l’iperbole. Difficile immaginare un A che trae conclusioni, mancandogli tutti gli elementi necessarj a disposizione, sulla proprietà di B senza fare stime o superiori o inferiori all’esatto: potrà avvicinarsi ragionevolmente al vero, magari con l’ajuto della fortuna, o per eccesso o per difetto, ma calcolare l’esatto ammontare mai. Tutto questo grazie alla presenza di una chiave, o di più chiavi, che, chiudendo in un luogo non facilmente accessibile la proprietà, fanno sì che essa sia tanto più sicura quanto meno sicura è la sua entità: perché un bene conosciuto è un bene già sottratto, o diminuito.

Ogni chiave implica un accesso e un’esclusione: ogni chiave segnala la presenza di un bene: ad ogni chiave equivale un possesso. La persona normale, integrata, il borghese, essenzialmente un possessore di chiavi. Dal suo mazzo pende il suo benessere, e ad esso è legata ogni sua preoccupazione e dannazione: in esso vedi la sua casa, la sua automobile, la sua autorimessa, il suo ufficio, la sua seconda casa, la casa del parente più stretto bisognoso di assistenza e visite, l’abitazione dell’amante; nel suo mazzo di chiavi tintinnano il suo lavoro, i suoi affetti, anche quelli illeciti, la sua libertà di movimento, la sua vergogna, i suoi segreti, la sua privatezza, la sua fatìca. Ogniqualvolta trae di tasca il metallico mazzo, esso è come una campanella che con la voce sommessa di molti batacchj gli ricorda il dovere, il piacere, l’impegno e il riposo. Quanti più sono i batacchj, tanto più grave è il mazzo; quanto più grave è il mazzo, tanto maggiore è il carico d’impegni e l’alluvie dei piaceri, e tanto più complesso è ognuno di essi, e quante più chiavi vi tintinnano tanto più si allontana il riposo, perché sono, quelle, come squillette fastidiose, svegliarini petulanti che continuano a spronarlo a intraprendere qualche nuovo atto, dopo quello che s’accinge a compiere traendosi il mazzo di tasca: se prende la chiave della macchina, ecco che sùbito vi batte contro argentina la chiave di casa; se trae la chiave di casa, ecco che nel mazzo si distingue il tono querulo della chiave della macchina; se cerca la chiave dell’autorimessa, la chiave dell’ufficio lo chiama al dovere, se è quest’ultima ad essere trascelta, ecco che la voce della passione rintocca sensuale nella chiave che gli schiude il buon ritiro; se è alla chiave di questo che ricorre, la chiave di casa batte i colpi alle ore della sua vergogna; & così via, con la chiave della cassetta di sicurezza, la chiave del capanno in giardino, la chiave della posta, la chiave della cantina. Tutta la sua vita si svolge scandita dai rintocchi di queste campanelle, a cui il suo orecchio non è tanto abituato che non ne senta, magari con la più profonda parte di sé stesso, il differenziato richiamo, a cui lo spirito sovraccarico e stanco risponde con sempre maggiore impazienza.

Come il secolo vuole, tutto si riduce di dimensioni e di peso: quello che vent’anni fa pesava alcuni chili oggi pesa alcuni grammi; quello che pesava etti, oggi pesa decimi di grammo; quello che pesava grammi oggi si può dire puro spirito, o il contrario della Fenice, di cui ciascuno diceva che ci fosse e nessuno sapeva dove, mentre di tante cose che un tempo avevano peso, consistenza, colore, spigoli, angoli, materiale, odore oggi ci si dice che sono proprio qui, ma che ci siano nessuno può sensatamente verificare. Una cosa che tende a non ridursi né di peso, né di forma, né di consistenza è la chiave: vero è che può essere sostituita in tanti casi dal badge, dalle impronte digitali, dalla password: ma il guasto è prossimo all’elettronica come il passo avventato al precipizio, e dunque i possessori delle cospicue fortune non hanno in genere interesse ad affidarsi all’ajuto intangibile di queste fate racchiuse in microchip, che allettano costosamente illecebrose, e poi rischiano di lasciarti fuori e davanti alla porta come un barbone. Tre, quattro, cinque, sei chiavi bastano appena alla diffidenza gelosa del possessore per chiudere i battenti di casa; vuole chiavi che chiudano anche le finestre, e le serrande metalliche alle stesse; vuole chiavi per attivare allarmi, vuole chiavi per le stanze, i solaj, i bagni, le ghiacciaje, l’armadietto dei medicinali; vuole chiavi per chiudere a decupla mandata l’automobile di lusso, vuole chiavi per difendere l’illibatezza del suo giardino dalle orme degli intrusi, dal piscio dei cani e dai reattori degli alieni; vuole chiavi per ognuna delle quattro porte, per il baule, per il cofano; vuole chiavi per i cassetti, per gli armadj, per le ante della dispensa, per le vetrine degli escaparatti; vuole, infine, chiavi per custodire chiavi: sì; poiché, non potendo tirarsi dietro ovunque vada tanto ammasso di ferraglia, è costretto a suddividere le chiavi in base alla funzione e all’uso; distinti l’uso e la funzione, lascia sottochiave le chiavi che gli servono solo in un determinato luogo in una determinata ora della giornata, e dedica il tempo che gli manca ad accedere a quelle chiavi ad usarne altre, aprendo e chiudendo freneticamente armadj e porte, portiere e cassetti, forzieri e casse, in rapida successione, con grande clangore metallico e violento tintinnio; dopodiché passa ad altre chiavi, e ad altre chiusure ed aperture di toppe e serrature.

Il barbone si distingue dall’uomo integrato anche per questo fatto: ché mentre il borghese va sempre in giro carico di chiavi, egli, per quanto si frughi nelle tasche, non potrà mai ritrovarsene in tasca. Non ha casa, quindi non ha la chiave di casa; non ha macchina, quindi non ha la chiave della macchina; non ha compagnia sessuale, se non eventualmente al suo livello, dunque non ha la chiave di nessun pied-à-terre; non ha una cassetta di sicurezza, dunque non ha la chiave corrispondente. Non ha chiavi che aprano scrigni e cassettoni a bamboccj, non ha chiavi che schiudano porte metalliche e vetrinette. Vive spazj aperti, ma le serrature gli sono precluse; ammenoché sia ladro, nel qual caso può solo forzarle. È padrone del suo tempo, ma deve passarne una buona parte a sorvegliare i suoi pochi beni, perché non ha luogo dove inchiavardarli. Ha per sé tutto il mondo, ma non possiede chiavi.

Salvo forse le chiavi degli armadietti delle biblioteche, laddove sia costretto a servirsene per custodire quella parte della sua proprietà che non può capirgli nelle tasche dei calzoni o della giacca, nelle mutande, nei calzini o nei pesanti sacchetti che si trascina dietro in tutti gli angoli della città. In quel caso, addormentandosi su una panchina, gli cadranno di tasca durante il sonno.

543. Pezzo oramai inservibile n° 2: “Zoccole (le)”.

10 Mag

ZOCCOLE.

È anche il nome dato a numerose donne che s’incontrano per strada, agli angoli della strada, nei dormitorî, od occasionalmente presso i distributori di caffè e bevande zuccherate delle biblioteche, degli ambulatorî, degli ospedali, della Croce Rossa, dell’Anagrafe e altri luoghi pubblici. Zoccola è propriamente napolitano, benché sia universalmente noto ed usitato; questa notazione serve alla retta pronuncia, che quasi ovunque è errata: dev’essere pronunciato, infatti, zò-ccola, con una z sorda, non sonora, senz’alcun raddoppiamento sintattico, quindi molto breve e dura, tanto che tutta l’enfasi sembra cadere sul suono spesso della doppia c (kk), mentre quel rapido sdrucciolio sulla z iniziale, lubrico e aspro insieme, sembra star lì ad esprimere tutto il disprezzo, lo schifo; le o, per conto loro, sono molto aperte, quasi a, sguajatamente; sicché ne deriva un complesso di emozioni negative e valutazioni sprezzanti tutto quanto espresso in un’unica e sola proparossitona – scivolosa, dunque, ma è come uno scivolare almeno in parte sullo scabro, e non solo sul viscido, sicché disgusto e abrasione vi sono succosamente ambi rappresentati. Etimologicamente Francesco d’Ascoli, spiegandolo come “grosso topo di chiavica” lo dà come derivato dal lat. sorex, il cui significato è “topo di campagna”, almeno secondo che se ne dice qui; da lì il tardo (cioè medievale, latino-volgare) diminutivo sorcula, che non dipende affatto dalla minor dimensione del topo di chiavica rispetto a quello di campagna – anzi, semmai è il contrario, ma dal solito meccanismo per cui molti sostantivi latini, prima di passare nel toscano, si sono alterati al diminutivo senza nessuna ragione di ordine logico, ma solo linguistico (così il malleus è diventato maltellus, in séguito dissimilatosi, per rotacismo della l , in martellu(s); così il genus è diventato genuculus, donde la forma contratta genuclus, donde il nostro ginocchio, e così via, conocchia, fratello, sirocchia e sorella, &c.); poi il nesso rc sarebbe passato a cc per assimilazione, mentre il passaggio s => z è del tutto intuitivo come consueto zetacismo della sibilante sonora, così tipico delle parlate nostre centromeridionali. È senz’altro scontato che così sia: ma perché il topo di campagna, il sorex-sorcio, è diventato il topone di fogna? Veramente, corre l’obbligo notare, quando Orazio mette in scena il topo di campagna e il topo di città (quest’ultimo dev’essere per forza un topo di fogna), ad ambi spetta la qualifica di mus, muris. Mentre il sorex è proprio il sorcio – il “toporagno”, anche, secondo il gremito Calonghi; sempre tenendo conto del fatto che il toporagno è un muscelide, non un topo, è solo somigliante (ed è così chiamato perché è insettivoro). In latino si chiama mus aranea, e abbiamo visto che il mus è praticamente onnicomprensivo. Ma perché al femminile? Sappiamo che da sorex deriva anche sorca, che è un esito del tutto normale, e indica la natura femminile; è del tutto ragionevole che sia volto al femminile – “la topa”. Ma la zoccola non indica solamente la natura femminile, anzi: in senso proprio è il topo di chiavica, e il genere non implica che non possano esserci benissimo anche zoccole maschio; come la zebra, la giraffa e la manticora, anche il nome della zoccola privilegia la parte femminile della coppia-tipo. È previsto, naturalmente, anche lo zoccolone, questo nel solo napoletano, che vale, almeno di base, “sozzone”, “puzzone”, “porcaccione”, “schifoso”, foedus, aischròs, e poi anche “uomo da nulla”, “cialtrone”, ma l’alterazione (coll’accrescitivo che è peggiorativo, sicuramente, anche) denuncia a chiare lettere che è un derivato. Inoltre, ed è forse la cosa che più da da pensare, l’esito –rcula => -ccola non ha nulla di consueto, tanto nel napolitano quanto nel toscano. Per esempio, in napolitano pellicula dà regolarmente pellecchia, colucula conocchia, identico al toscano, peduculum pedocchio, oculum uocchio, &c.; segni che il napolitano non si distingue dal toscano per quanto riguarda questo particolare fenomeno fonetico. Stando alla regola, pertanto, sorcula dovrebbe dare, fermo restando lo zetacismo, un non attestato *zorchia, con esito simile al regolare sorcio toscano, e anche a sorca centroitaliano. Fermo restando che la sorcula dev’essere indiscutibilmente la madre di questa zoccola, si può probabilmente ipotizzare qualche fenomeno di attrazione, ovvero che ad un dato punto della sua storia, questa parola abbia subìto l’influenza di qualche altra formazione, in un’altra lingua: dove una radice precedente sia al latino che all’altra lingua, presentandosi in forma ovviamente diversa, ha dato origine ad un innesto come talora càpita vederne. Dato l’accentuato cosmopolitismo della bella terra donde trae origine questo sintagma, la sua origine può essere la più disparata e apparentemente remota. E mi viene in mente il tedesco Zott, che indicava, in quest’idioma, il pelo del pube. Nel tedesco attuale con l’identico sintagma s’intende genericamente un ciuffetto di peli; non così nel tedesco, caotico – ossia ricchissimo di semantizzazioni e aperto a molteplici influenze esterne – e non regolamentato, della prima età moderna. Non è chiaramente questo l’unico caso in cui l’organo riproduttivo e fecale è richiamato per mezzo d’un animale fenotipicamente assimilabile, magari con un po’ di fantasia: è un fenomeno arcinoto agli studiosi del settore (v. anche la passera, la mona dei Veneti [vale a dire il monicchio, cfr. ingl. monkey, la scimmia]; e così, sul versante maschile, il cazzo, che deriva dal latino catulus, “cagnolino”, o anche l’uccello, &c. – né mancano casi di designazioni vegetali, com’è pure noto al mondo, & via di questo passo), e non mette conto qui di indugiarci sù; anche e soprattutto perché non è affatto di questo che ci proponiamo di discorrere.

Ma, per concludere il discorso iniziato, die alte Zott era, per esempio, l’espressione con la quale la Palatina evocava l’aborrita mme. de Maintenon quando Madame scriveva a Sua Dilezione la zia, che si trovava in Spagna, mentre la mittente si rodeva il fegato tra Versaglia e Parigi. Il massimo studioso di questa epistolografa di genio traduce la parola proprio come “pelo pubico” in senso letterale, per estensione “donnaccia” – espressione estremamente volgare ed offensiva, non una novità per una scrittrice dai gusti rabeleziani e dal gros mot sempre in punta di penna, secondo un luogo comune che ha pure qualche ragion d’essere. Questa voce germanica, che molto verosimilmente è connessa, stante il fenomeno di rispondenza fonica che, senza implicare errore, scientificamente si definisce paretimologia, non al latino sorcula antidetto, ma, come questo, ad una radice precedente, può aver avuto qualche fortuna nel Medioevo nel nostro Mezzogiorno, dove la presenza di germanici era intensamente attestata; in questo eventuale connubio, sul ceppo della vecchia sorcula sarebbe cresciuto il tallo di questo Zott, dove l’esito meno prevedibile a partire dal solo latino, il passaggio da -rc a -kk, sarebbe dovuto ad un adattamento della doppia dentale, rientrata dalla finestra di una forzata assimilazione del nesso con un esito di doppia palatale; per mantenere l’evidenza, la durezza sprezzante della parola originaria con un nesso abbastanza simile, e, in quel contesto fonetico, più idiomatico. L’impuntatura rabbiosa di questo esito, in un contesto italico, sempre sonorizzante, sempre addolcente, si dovrebbe a questo punto ad un’influenza germanica. Vale la pena di dire che la prima attestazione denunciata dal D’Ascoli sarebbe nel Viaggio di Parnaso, quindi dell’inizio del ‘600, data sicuramente troppo tarda rispetto alla formazione del termine, da antidatare di molto. Il fatto, su cui si è insistito fino alla nausea, della relativa, e piuttosto sorprendente, tardanza delle attestazioni letterarie del napolitano si spiega, in grandissima parte, con quello che già Dante nell’Eloquenza volgare fa chiaramente capire, ossia che i parlanti regnicoli erano adusi a una marcata diglossia, per cui possedevano un dialetto italico illustre del tutto simile – com’egli stesso dichiara – al toscano, e la lingua napolitana propriamente detta, con una sua conformazione morfosintattica, una fraseologia e una terminologia ricchissime, e robusti apporti da altre favelle, alle quali il dialetto illustre era chiaramente più impermeabile. Allora come oggi il parlante napolitano, specialmente nelle cose domestiche, era solito trascorrere dall’uno all’altro codice senza soluzione di continuità, rendendo impossibile, almeno in àmbito dotto, a fronte dell’adozione, con qualche piccolo adeguamento, di un toscano pretto, di un dialetto napolitano ‘puro’, che come espressione esclusiva era solo, com’è ovvio, delle classi subalterne o dell’intimità; sempre considerando il fatto che non esistevano casi, come al Nord, dominio dei dialetti galloromanzi, in cui anche il plebeo parlasse esclusivamente dialetto. Ne consegue che il napolitano ‘puro’ è una specie di araba fenice, che richiese molto artificio per sussistere letterariamente, laddove il ricorso esclusivo ad esso, nell’uso vivo, era, come è, inesistente. Mentre, pertanto, è relativamente semplice – anche grazie alla grande povertà dei sistemi linguistici – fissare abbastanza certamente le coordinate storiche di certe formazioni linguistiche nelle parlate locali del Nord, per il Mezzogiorno (ché la cosa vale anche per l’uso linguistico siciliano, dove la differenziazione marcatissima tra parlate delle varie città, tanto nel lessico che nella fraseologia che nei costrutti, rese evidentemente necessario il ricorso ad un terzo codice, ad abundantiam, il cosiddetto sicilianu, sostanzialmente un vernacolo) la marcata diglossia e la possibilità di far vivere le lingue ‘ctonie’ solo per via d’artificio, rendono oscurissime certe genealogie; senza contare la sovrapposizione, potenzialmente molto rivelatrice alla luce delle ultime e più ardite tendenze nella ricostruzione degli etimi, di svariate radici, o meglio di più varianti nazionali della stessa radice, con implicita suggestione di una comune e trascendente origine.

Il fatto che le lettere della Palatina fossero fermate alla frontiera, fatte tradurre (ciò che rallentava enormemente il disbrigo, tanto che, accortesene, le due, nipote e zia, si rassegnarono a scriversi direttamente in francese) e inviate in copia alla Maintenon, unitamente alla reazione che quest’ultima ebbe nei confronti della Palatina, dopo anni che si faceva chiamare Vecchia Zoccola da costei, può essere a buon diritto chiamato ad esempio di quanto l’espressione possa risultare sgradita a chi se ne ritrovi portatrice. Inoltre, il fatto che persino una regina de factu l’abbia portato, e per tanto spazio d’anni, è chiaro segno che non solo le squallide battone aduse a glubere i broccoli dopo averli adescati esponendo la mercanzia lungo i marciapiedi delle periferie, deve far riflettere circa la possibilità, per una donna che non affitta la propria vagina, di trovarsi parificata ad un animale delle dimensioni medie di mezzo gatto di medie dimensioni, fornito di coda vermiforme, arti snodabili, orecchie a punta e baffi diritti.

Qui non si parlerà, in effetti, di questo genere di zoccola, secondo l’uso metaforico e sineddochico, ma della zocccola in senso proprio; per quell’altro tipo di zoccola esiste un’altra voce, puttane, più propriamente. Ma l’osservatore diligente non può fare a meno di notare come tra zoccola e zoccola intercorra qualche rapporto più profondo che non sia la somiglianza, assai superficiale, tra il muride e il monte di Venere (in effetti, il monte di Venere ha forse i baffi? Ha le orecchie a punta? Ciò che più conta, ha esso una coda, oggetto che, lì collocato – salvo nel caso di alcune creature androgine, che peraltro vanno forti, a quel che consta, sul loro mercato –, sarebbe non solo d’incomodo, ma per molti inquietante?), vale a dire la quasi ubiquità di cui l’una dà prova, grazie alla possibilità di assottigliarsi e allungarsi, passando attraverso ogni più apparentemente impenetrabile pertugio; e la quasi universalità con cui l’altra, complice qualche estemporaneo sfogo d’ira da parte maschile, sembra annidarsi in ogni casa, muoversi su ogni marciapiede, occupare – quasi – qualunque spazio, finendo col coincidere, anche, in taluni proverbî fetenti e stantii, con ogni madre, ogni figlia, ogni sorella, eccettuatene le proprie. Si tratta di una filosofia spicciola generalizzante e triviale, della quale l’estensore di questa nota non s’interesserà punto; in primis, certo, perché molti atteggiamenti subculturali, fortunatamente, tendono da ultimo a latitare nel consesso della nostra civiltà; ma non solo; poiché per quanto certi comportamenti maschili siano andati da qualche decennio in qua evolvendosi, o dando le viste di evolvere, nessun miglioramento dei costumi potrà mai indurre ad un interesse veramente profondo nei confronti della natura femminile, intendo proprio in quel senso, chi la natura non ha chiamato ad apprezzarla. Buona norma letteraria è pronunciarsi, essenzialmente, solo su quello che si conosce con esattezza; il resto dev’essere rispettosa- & umilmente taciuto.

È questo il motivo per cui non posso trattare questo lemma nelle sue accezioni men proprie e letterali, per quanto forse le più proprie nel comune sentire; la mancanza di diretto interesse è stata madre dell’ignoranza, degna figlia di sua madre per talune cose, ma fatta tutta all’inverso per quanto riguarda altri aspetti, tra cui principalissimo il trattare di ciò che non possiede alla perfezione: sicché la mancanza d’interesse tace volentieri di quello a cui si riferisce, mentre l’ignoranza, avendole mammà messo a fianco una sorellina, di nome presunzione, fa tutto il contrario, e blatera di gusto su tutto quello, e può essere davvero molto, che non è alla sua diretta portata. Tacitata questa querula impertinente, prevengo una critica, peraltro, a rigor di termini, piuttosto giusta: come mai, allora, esiste una voce puttane? Ma la risposta farà comunque aggio sull’impostazione generale del libro, i cui lemmi illustrati sono solo in minima e quasi trascurabile parte ascrivibili alla categoria dell’astratto o del figurato o dell’allusivo; in questo catasto di piccolezze e e obliterabilità, di squallori e nefandezze, l’allusivo, il figurato, l’astratto hanno ospitalità all’interno della trattazione dei singoli lemmi, ma solo dopo che ne sia stata eviscerata la qualità e natura nella sua più patente e palpabile fattualità; sempre, tuttavia (e con questo termino di rispondere alla domanda), dal punto di vista proprio dell’autore, il quale non necessariamente vuol essere solipsista e inseguire l’a sé congeniale, ma semplicemente, & modestamente, render conto della sola sua sensata esperienza. Dopodiché posso precisare anche che esistono, fattivamente, anche puttane maschio, talora definiti anche puttani, per quanto non molto spesso e non del tutto correttamente (come si vede ad vocem); ma rileva specialmente dichiarare, qui, che non sempre il compilatore è stato direttamente coinvolto nei fatti di cui narra, ma bene spesso è stato semplice spettatore: & onestamente vuole, quando sia stato semplice spettatore nei fatti, rimanere semplice spettatore anche in queste carte.

Rimandato il lettore curioso alla voce incaricata di appagarne le più inconfessate curiosità (se ne avvedrà ben presto), passo per l’appunto a definire la questione affrontata nei termini più chiari. La zoccola è una presenza fondamentale nella vita umana, e ha molte diverse peculiarità, che le dànno un ruolo speciale nel nostro bestiario. È uno dei pochi animali – per quanto riguarda la nostra lingua, eccettuatini alcuni esotici o immaginarî – la cui femmina dà nome alla specie, mentre il maschio corrispondente può essere designato solo tramite perifrasi (il topo di fogna, appunto); mentre fra le doti intrinseche dev’essere indicata come il più grande e il più evoluto degli animali preposti alla distruzione degli scarti organici. Alla scienza non è ignoto che ha uno scheletro che, sia pure in dimensioni minime, è ancor più prossimo a quello umano che non quello dei primati a noi più prossimi, benché sia un roditore; ha un’organizzazione sociale riccamente ritualizzata e interessante, ed è certo che comunichi coi suoi simili in maniera abbastanza complessa. Nell’agone tra chi detenga il primato tra gli animali possessori di un tipo d’intelligenza propinquo, per quanto si può, a quello umano, rivaleggia con la scimmia, con il majale, coll’esotico capobara, che è un roditore come lei. È più snodata e veloce del gatto, poiché la sua struttura ossea, che pure è tanto reminiscente quella dei primati, è così perfettamente dinoccolata da permetterle di cambiare dimensioni e forma quando vuole – è una trasformista, che il corpaccino dal ventrone prominente non frena nella corsa, in cui è rapida quanto elegante, e che può metamorfosarsi da sacchetto di pulci a fantasma peloso, a cui nessun buco osta il furtivo passaggio. Ha arti prensili e abilità notevole. Può essere provetta, e ferocissima, cacciatrice. Come tanti ingegneri costretti a impiegarsi come operatori ecologici per sbarcare il lunario, anch’essa nel suo ruolo di demolitrice di cose decomposte può parere altamente sprecata; con l’unica differenza che l’ingegnere può sempre sperare che la crisi si risolva e che un nuovo periodo di prosperità e di geniali assunzioni abbia inizio, mentre la zoccola, obbedendo al suo complicato istinto, fa solo quello che la natura le comanda, e finché ci saranno zoccole avranno necessariamente uno e un solo cómpito, che è quello di soddisfare tutte le proprie esigenze aggirandosi tra il pattume sfatto e negli sterquilinî puzzolenti e in mezzo a tutte quelle cose putride che sfricchiolano di fauna batterica.

Il suo odorato, finissimo, la guida con sicurezza là donde noi siamo costretti dalla nausea a fuggire. Il suo corpo miracolosamente agile le occorre a scivolare di tra le fessure dei tombini e dalle griglie dei canali di scolo. La sua velocità è finalizzata a saziare la sua fame dai lunghissimi denti, inesauribile; ma la sua è fame di cose guaste e infrollite. La somiglianza del suo scheletro con quella umana è solo ingannevole, perché in prossimità di ogni giuntura essa ha snodature che noi siamo ben lontani dal possedere. La sua indubbia utilità, anzi primaria necessità, sfugge alla quasi totalità degli uomini; la sua presenza è vista come il più allarmante sintomo, mentre è una difesa, come un accesso febbrile per l’organismo, e laddove è massiccia semina terrore, ispirando odî persecutorî, torvi delirî di distruzione totale; quando in realtà essa viene beneficamente a distruggere l’esubero di quei distillati tabefici che la decomposizione prepara continuamente in attentato alla vita. Non si tarda a scorgere tutta la giustizia poetica che ha voluto che questa trafelata creatura fosse tanto ornata di pregî, poiché la prospettiva in cui questo umilissimo tra tutti i mammiferi trae la vita indaffarata e oscura è puramente eroica: simile a un dio caduto, essa si agggira lontana dalle are fumiganti e dai concenti propiziatorî dell’uomo ingrato, in una dimensione proibitiva a qualunque animale evoluto, dove la morte celebra i suoi più squallidi e insieme opulenti fasti; ogni elemento è suo, l’aria ammorbata e la terra putrida e l’acqua intossicata; essa nuota tra flutti che corrodono solo coi fiati carichi di malattia mortale, rode materie che formano il disgusto dell’inferno, tracciando iperboli volanti nelle artmosfere più stagnanti gareggia coi più agili aligeri, scavando nella gromma putida si fa emula della talpa scavatrice; fa sbocciare i fiori del più compiuto amore materno e coniugale tra cumuli delle più rivoltanti immondizie; celebra col moto veloce, con la fecondità spaventevole, con l’industria indefessa, i più bei riti della vita dove la morte ride e trionfa; si ciba di tombe per colmarsi le dispense e felicitare le culle; gli spettacoli odiosi, fastidiosi degli avelli infrolliti, delle immonde monde di cucina, degli anfratti pisciati, cacati, scompuzzati la trovano sempre festosa, sempre vitale, perché dove i nostri occhî piangono amarezze ella ride in prospettiva delle dolcezze che godrà a banchetto; perché dove noi non troveremmo nulla da preferire ai languori della fame, e ci apprestiamo, in mancanza d’altro, ai deliquî, essa s’asside epulona a mensa; perché dove il lezzo ci fa storcere il naso e distogliere lo sguardo inorridito essa gioisce di trovare casa e ricetto.

La morte ovunque trionfante, che la crede sua, le incrosta il manto di petecchie, le stilla germi di leptospirosi nelle minzioni, le corrompe di morbi atrocissimi le bave; la vita sempre risorgente, che la presume propria, le riempie di seme fecondissimo i lombi infaticabili, le scalda il cuore di amore inescutibile, le anima le membra di energie ignote al sole; ed è per questo, certamente, che essa vive la notte, e che abbia scuro il pelame, come l’utero a cui assomiglia, perché dev’essere oscuro, perché protetto e chiuso dev’essere il fondaco che custodisce la vita contro la morte sempre vigile. Essa zoccola, che non appartiene né all’una né all’altra, vive quanto può, muore quando deve, anfibia perfetta dei due regni, incompossibile animato, o meglio antitesi vivente: contraposito tale per cui mentre vive tanto è pregna di cose morte che è come un grumo di cadavere spirante per la malia di qualche ingegnoso necromante; e quando muore tanto rigogliosa si fa allora la vita degli agenti distruttori che da sempre la abitano da essere nemmeno tanto organismo vivente, ma un’intera società riboccante di vita; tanto che, se è giusto il paragone con i numi caduti, per quanto caduta, essa dea si può dire perdesse nel precipizio verso gl’inferi la corona dei superi, ma non il serto invisibile, intoccabile dell’immortalità.

Tanto che non ha nulla di sconveniente che siano equiparati questo animale vero della vita, e quel tipo di donna che campa la vita con ciò che della vita è origine. Sconveniente è semmai che sull’una e sull’altra pesino eguali la riprovazione e il disprezzo. Alla zoccola in senso proprio, semmai, dovrà essere tributato onore; essa, lo abbiamo visto, serve alla vita. Sterile appare invece il corrispondente figurato, giusta l’affinità solamente metaforica, la somiglianza solamente accidentale, come il parelio ricorda, con la fioca luce che non illumina, con il raggio che non scalda, il sole donde trae origine; come il fantasma riproduce, vagamente e in modo deformato, le fattezze del corpo che un tempo aveva avuto vita. La prima muore dopo una vita attiva, anzi di vita attiva, perché il cuore, in tanto affannarsi nel sostentamento, nella ricerca del cibo, nei pericoli, nei parti, si spezza dopo poco tempo; la seconda scambia per fredda moneta freddissimi amplessi, che non dànno nessun frutto, se non fortuito e indesiderato, e porge, pietosamente venale, l’illusione dell’amore prevalentemente a vecchî, la cui potentia coeundi è come un cumulo di macerie frugando tra le quali la potentia generandi inutilmente si cercherebbe. Il motivo per cui l’identico disprezzo ed avversione colpisca la bestiola ritenuta sordida e la matrice, e la sua portatrice, dev’essere cercato, suppongo, nel disgusto della vita e dei dolori che riserva.

La zoccola in effetti non è solo straordinariamente vitale, ma, proprio perché la sua vitalità, come più sopra dimostrato, non ha chi l’eguaglî in tutto il mondo animale, merita di assurgere a simbolo di vita, come la protagonista del quadro di Courbet. Eppure anch’io – potenza del luogo comune – devo riconoscere di essere stato più volte indotto dalle circostanze a servirmi di questo sostantivo in funzione aggettivale, riferitamente a donne, ma anche uomini, il cui comportamento, la cui complessione, il cui carattere mi pareva rientrare nel tipo previsto quando ci si serve di questo titolo poco ambìto. Forse dovrei averne rossore; ma sta di fatto che una cosa più d’altre difficile, quando si tratta di zoccole, è proprio il formarsene tempestivamente un’idea veritiera ed improntata a giustizia. Strumento principale dell’esperienza insegnatrice è la vista; e la zoccola è, giusta quello che ho anche detto più sopra, un animale scarsamente visibile. Creatura notturna e dei sotterranei, abitatrice dei recessi meno ospitali per l’uomo, quando è vista è vista male, perché evita la piena illuminazione e, avvicinata dall’uomo, fugge rapidissimamente, lasciando la posizione eventualmente eretta, nella quale è più visibile, per le quattro zampe; volge il tergo, e tiene il muso basso. Il suo pelame è oscuro, e reso ancóra più oscuro dalla gromma di immondezza che lo incrosta sempre; la sera le cose oscure diventano invisibili. Difficilissimo è cogliere lo sguardo della zoccola in posizione eretta, dentro la lama di luce filtrante di un lampione, o della luna; vederne bene i baffi, il muso, la coda. Il suo udito sensibilissimo la rende diffidente di tutto; il minimo fruscio, il minimo rumore la fanno correr via precipitosamente. Diventa difficile persino il coglierne le dimensioni, anche quand’esse sono considerevoli, perché scegliendo sempre la via più buja, si mimetizza facilmente, ombra che fugge nell’ombra. L’uomo che l’avvicina la mette in allarme con la sola presenza; essa può sentirlo respirare e muovere i passi, per quanto cauti, e per guardia di salute cessa qualunque squittio, anch’esso non facilissimo da intendere, e se la prudenza le impone di fermarsi, cerca sempre un posto al bujo donde studiare i movimenti dell’alieno. Perché essa al bujo vede benissimo, ma la sua mente sottile sa alla perfezione che l’occhio umano nell’oscurità è cieco. I movimenti della zoccola solitaria sono cauti, preoccupati, veloci, studiati. La zoccola solitaria è sempre in fuga verso e da qualcosa.

Altro è quando c’è tutto un gruppo di zoccole in una zona che sanno essere abbastanza protetta. Il numero, la conoscenza perfetta del luogo, la sua tranquillità mostrano la zoccola in ben altra disposizione di spirito. Abbastanza sorprendente, data la centralità della zona, è la presenza massiccia di zoccole in p.zza XVIII dicembre, dal lato opposto rispetto a Porta Susa, tra le alte siepi a lato e dietro le panchine; eppure, come tutto nel mondo sublunare, anche questo ha una spiegazione. Le ajuole sono infradiciate da un sistema, abbastanza dissennato, d’irrigazione a tubi disposti in terra, a griglia: la quantità di acqua di cui esso intride costantemente il terreno non permette la crescita di altre piante che non quelle accostumate agli acquitrini, le quali a loro volta tendono a lussureggiare, alti cimelli e felci flessibili, che nella luce calda del lampione giallastro, specialmente nelle sere torride d’estate, fanno sembrare quell’angolo di città un pezzo di selva equatoriale, reminiscendo al più fantasioso la scena di qualche foresta pluviale nell’Oriente selvaggio, con memorie confuse di film dai lunghissimi silenzî e dai primi piani eloquentissimi. Dopo una cert’ora il luogo, nonostante la sua aria sfattamente rarefatta, non è frequentato da persone perbene; tutti i barboni che frequentavano lo spiazzo antistante Porta Susa quand’era in parte altro spiazzo da quello che è adesso si trattengono, meno volentieri di prima, ma si trattengono, su quelle panchine; il solo aspetto fastidioso è che non ci sono alternative a quella fila di panchine tutte attaccate l’una appresso all’altra in modo da formare una panchina sola – si ha l’impressione di essere sempre in vetrina, davanti sulla sinistra c’è il continuo andirivieni dall’ingresso della metropolitana, più a destra le fermate degli autobus, e oltre c’è la strada, intensamente trafficata fino a tarda ora la sera. Specialmente d’estate, col caldo che aggrava l’intontimento da alcolici e superalcolici, molti si mettono lunghi e distesi sulla panchina, talora anche durante il giorno, ma soprattutto verso sera, e lì puzzano gagliardamente e russano nella luce del sole morente, e poi al bianco raggio della luna.

All’uomo, se non è mal lavato a sua volta – nel qual caso non è tanto sensibile agli odori – è bastante non stare sottovento, ma alle zoccole, con il loro olfatto leggendario, è facile mescolare agli afrori di giungla delle felci zuppe d’acqua i sentori dei corpi mal lavati, compresi quelli lasciati durante innumerevoli passaggî sulle doghe della panchina, unitamente a quello degli umori peccanti e viziosi che, in forma di scaracchî e di sputacchî ovunque, intorno, sul selciato, esse verosimilmente analizzano chimicamente con un solo stronfio dei tartufi vibranti all’aria; ed è facile per loro che il luogo in cui s’incrociano tanti aromi prelibati, per giunta non molto distante dalle pattumiere dei ristoranti e dei palazzoni del centro, sia quello in cui si sentono più a casa.

È qui che, differentemente dalle rade e trafelate loro parenti che emergono e si rituffano di tra le sconnessioni del lastricato presso il vespasiano di via Bertola – apparentemente sono le radici degli alberelli lì piantati in fila ad aver sollevato i lastroni – senza fermarsi un attimo, o da quelle che facevano bottino in strada Castello di Mirafiori, schizzando dentro e fuori dalla rete del recinto e dai tombini (perlopiù provenivano dal fiume), per andare a frugare con le sapienti manine dentro i sacchi dell’immondizia, o saltando direttamente nell’appetitoso bidone, è possibile vedere bene le zoccole (, e in rari momenti di relax e svago; come nel caso di quella madre zoccola che danzava nella luce dei lampioni, insieme con due suoi zoccolini).



542. Pezzo oramai inservibile n° 1: “Panchine (le)”.

10 Mag

PANCHINE.

Si tratta di uno degli oggetti che vengono per primi in mente quando si parla di arredo urbano. Parlare di arredo a proposito di una città fa pensare, effettivamente, alla città non come al luogo in cui si trova una casa, ma come una casa essa stessa. In questa prospettiva, avendo intrapreso l’impegnativa professione, non è difficile figurarsi, grazie ad un breve volo metaforico, il lampione come un abat-jour, un cassonetto come dispensa, il marciapiede come corridojo, la piazza come stanza e la panchina come letto. Dipende, naturalmente, dalla radicalità della scelta – di quella che nel corso del tempo può diventare una scelta; o dalla scelta di viverla nella maniera più confortevole, o spregiudicata, possibile –, specialmente nel caso del cassonetto, che ha molteplici usi di cui si tratta ad vocem.

A differenza del cassonetto, alcuni usi del quale richiedono pelo sullo stomaco e stomaco di ferro, la panchina non è utilizzata in modi molto diversi dal borghese e dal barbone; sennonché quest’ultimo la utilizza anche come giaciglio per la notte, mentre il borghese, eccettuati individui piuttosto giovani e con chiara tendenza allo svaccamento, tende a sedervisi e basta. Altra differenza non insostanziale è l’intensità e la durata dell’uso. Il borghese se ne serve piuttosto parcamente, il barbone, se non ne fa una seconda casa, se ne serve per lassi di tempo che, nel paragone, possono parere addirittura interminabili; specie di notte, quando ci si sdraja sopra, per quanto siano rare le evenienze di sonni tanto prolungati da rendere il fenomeno così visibile ai contribuenti, dal momento che quando i più mattinieri tra questi ultimi escono di casa, i barboni, per la stragrande maggioranza, se ne sono già andati. Fanno chiaramente eccezione i casi di quelli che devono recuperare il sonno di una notte in bianco, cosa che può capitare anche a un barbone, e degli sbevazzoni, che possono rimanere in stato comatoso, anche dopo numerosi tentatìvi di risveglio da parte di cittadini di buon cuore e/o delle autorità, fino al primo pomeriggio; ma perlopiù la notte del barbone non dura più di quattro o cinque ore. Dipende, chiaramente, dalle condizioni specifiche, ossia dall’attrezzatura di cui dispone, ovvero dal possesso, da parte del barbone, di coperte, lenzuola, sacchi a pelo, cartoni – diversa è la consistenza, la morbidezza e la capacità isolante degli scatoloni disfatti e dei cartelloni pubblicitarj delle edicole; è un particolare trascurabile per chi non dorme all’aria aperta in città, ma non per chi, appunto, lo fa –, anche se non bisogna dimenticare la variabile, importantissima, dell’assuefazione. Il neolicenziato, disperato e stanco, preferisce camminare tutta notte, anche se crepa di freddo, percorrendo più volte i 22 chilometri di portici, piuttosto che sdrajarsi su una panchina, per il semplicissimo fatto che non reggerebbe la temperatura, non riuscirebbe a dormire e dovrebbe immediatamente rialzarsi. Il vecchio barbone, il tipo della mascotte di quartiere, che non si serve dei dormitorj perché non vuole, e accetta graziosamente il tè lungo e i biscotti sbriciolati della Boa Urbana Mobile perché non sa che essere gentile con tutti, dopo sei o sette lustri di professione ha un tale callo sul derma che quando gli viene sonno, e tutti i barboni inveterati sono soggetti a colpi di sonno, dove si trova si sdraja e dorme; cosa che può avvenire più volte nel corso di una giornata.

È un fenomeno reso particolare, questo, non dalla pellaccia e dalla sonnolenza persistente, che si spiegano benissimo, quanto dal fatto che il barbone di lungo corso ha la doppia caratteristica di non soffrire particolarmente il freddo, una volta ben bene intabarrato, durante l’inverno (mentre chi non è abituato, anche coperto da uno strato doppio di vestiti, dopo un’ora si metterebbe a tremare, come un naufrago in acque tepide, essendo la temperatura circostante comunque troppo più bassa di quella corporea); e di non soffrire il caldo d’estate, perché in effetti, come può notare chiunque faccia un minimo di attenzione, gira del pari intabarrato anche durante i mesi caldi; e non è uno spettacolo inconsueto un barbone che in una sera d’agosto, verso l’ora di cena, s’infila il colbacco che gli si vedeva in capo anche verso natale. Vivere perennemente in strada, probabilmente, con la continua esposizione alle intemperie e agli sbalzi di temperatura, unitamente con una serie di cattive abitudini che si è, se non costretti, fortemente incoraggiati ad adottare, porta all’ipotermia, ciò che spiegherebbe come mai il freddo è sentito relativamente d’inverno, dal momento che la differenza tra temperatura corporea e temperatura ambientale è minore rispetto a quella normale, mentre nelle sere d’estate il corpo rimane molto più freddo rispetto alla calura circostante. Una specie di parziale letargo, che, insieme con gli acciacchi dell’età, non necessariamente moltiplicati ed aggravati rispetto la media delle persone normali – una vita spartana non ha mai fatto male a nessuno, e i barboni storici difficilmente sono viziosi, altrimenti non sarebbero mai diventati storici – li rende spesso sonnolenti, se non sempre.

Ma sono fisiologie completamente diverse da quelle normali. Chi ha meno esperienza di strada deve in qualche modo dotarsi di mezzi: un sacco a pelo, o una coperta – molto scomoda da trascinarsi dietro, in qualche sacchettone di lavanderia per i più esigenti, o, faute de mieux, in un sacco nero del generico non compostabile – sono indispensabili; in alternativa si può fare anche una casetta di cartoni, ma qui corre l’obbligo di fare una distinzione che, in questa materia, è abbastanza fondamentale. Si tratta di preferenze, se non di due scuole di pensiero; ma c’è chi tende a dormire volentieri in terra e chi invece non lo farebbe mai, e preferisce la panchina, sia che ci si sdraj, sia che sia dei pochi privilegiati che riescono a dormire seduti. Il contatto diretto col terreno durante la notte, per quanto possa costituire, specialmente in spazj presuntamente incontaminati come prati, boschi, &c., un’esperienza mistica, di là dall’aspetto strettamente igienico, non è mai consigliabile: specialmente da queste parti, quasi tutte le notti dell’anno, salvo eccezioni e poche notti estive, sono almeno fresche, e l’esposizione all’umidità notturna senza qualche riparo è un’imprudenza che nel corso del tempo si può pagare cara. Quindi, ci dev’essere sempre uno spessore isolante tra il corpo steso e la madre comune che, con qualche anticipo sulla riscossione del Debito, lo accoglie, per ora temporaneamente: perché detta madre tende ad essere molto possessiva, e a prendere anzitempo con sé quelli che le si dimostrano troppo attaccati. Che sia questo il motivo per cui preferisco la panchina? Sarà scaramanzia? Vero è che chi dorme a terra ha tutta una serie di possibilità che chi dorme su una panchina non ha. In primis, posto che si collochi in qualche angolo abbastanza lontano dalla pazza folla, chi dorme a terra può andare a dormire quando vuole; può costruirsi una casetta di cartoni, o può disporre di molte coperte; non ci sono alternative, per esempio, per chi ha un cane, che in questo modo può tenère il più vicino possibile. Inoltre, e questo non è l’ultimo vantaggio per chi dorme per terra, il barbone che sceglie il selciato come giaciglio – più per strada di così! – ha la possibilità di stendere le gambe come vuole, o di assumere, nei limiti del possibile, la posizione preferita, specialmente, appunto, se predilige dormire supino, o prono e non in posizione fetale. Posizione quest’ultima che è la sola consentita a chi dorme su una panchina, perlopiù, perché non ci s’immagina quanto siano corte, per la gran parte, le panchine, e quanto poche siano quelle che arrivano al metro e novanta regolamentare per un letto – chi ha una statura normale, o addirittura bassa, è in genere molto facilitato, per questo e altri motivi. Quanto al poter stendere le gambe, è una cosa portata all’attenzione del pubblico dai coniugi Collard, che riferiscono a questo fatto principalmente l’alta incidenza di malattie legate alla circolazione sanguigna.

Chi sceglie per sé la panchina, invece, dovrà innanzitutto optare per un’organizzazione assai più spartana. Benché sia fatto apposta per potersi allontanare dallo spazio urbano, che è insieme il più necessario ma anche il più rischioso, specie nottetempo, per il barbone, un sacco a pelo da addiaccio può rivelarsi indispensabile anche a chi dorme in panchina; relativamente più maneggevole di una coperta, specie se molto pesante, svolge un servizio incomparabilmente migliore. Di nuovo, con un sacco a pelo, specie se coperto di cerata, ci si può mettere tranquillamente a terra; ma è vero anche che la temperatura è più bassa (e si deve pur tenère un po’ fuori il naso per respirare), che a terra l’aria non è salubre (polvere), e che è più duro. C’è, è vero, il notevole ridicolo di essere svegliati la mattina alle otto da due vigili che chiedono, severamente preoccupati, se va tutto bene “a parte il freddo”: il ridicolo, perché uno che dorme e su una panchina e chiuso dentro un sacco a pelo da addiaccio come barbone ci fa una ben magra figura – è uno che vuole tutte le comodità, insomma; tantopiù che ben al caldo non ci si accorge più di nulla, e si sprofonda in un sonno beato e lungo, che si protrarrebbe fino ad ore invereconde se non ci fosse qualcuno, normalmente, ad affrettare il risveglio. A proposito: dormire sulle panchine è fare un uso non consentito dell’antidetto arredo urbano, ed è sanzionabile con un’ammenda di 50 euri. In questo come in altri casi, tuttavia, l’esecutivo tende a risolvere la cosa in maniera meno pedissequa rispetto ai dettami del Codice, semplicemente intimando al barbone di alzarsi entro un tot di minuti e limitandosi a verificare che è stato ubbidito; fare un’ammenda sarebbe infatti vagamente persecutorio – se il barbone potesse dormire altrove si suppone che lo farebbe; e le strutture pubbliche destinate all’accoglienza dei senzatetto sono ovviamente insufficienti –; oltreché perfettamente inutile, dal momento che il barbone può solo prendere multe, pagarle no.

Io insisto particolarmente sul sacco a pelo anche per l’eleganza della soluzione – l’eleganza è nella semplicità, perché è elegante la soluzione migliore, e la soluzione migliore è la più diretta; anche se, quando le intemperie mi hanno spinto su una delle panchine sotto i portici di piazza s. Carlo – le panchine sotto i portici sono una finezza che non tutte le città possono vantare – ho avuto modo, aspettando l’abbraccio di Morfeo, di valutare con occhio attento l’organizzazione degli altri giaciglj; e devo ammettere che non manca di poesia, una poesia beninteso asiana, prolissa e strascicata, l’arravugliamento notturno in una grossa tenda chantilly, con tutto quel pizzo che ridonda, come il copriletto di un baldacchino, o la robe riche di una gentildonna del tempo andato a una serata di gala, oltre il bordo della panchina; o la confortevolezza di una trapunta a due piazze e mezzo, avvolta a tubo, per quanto proprio la forma perfettamente cilindrica sia delle meno propizie a conciliare sonni veramente tranquilli – tende a rotolare giù, e anche se lo spessore morbido fa da paracolpi è impossibile non svegliarsi. M’è simpatico l’understatement umoristico di un paille stampigliato a Pippi e Topolini; e non sono insensibile alla raffinatezza di uno scendiletto posto sopra la panchina prima ancòra di mettervi sù le coperte, col fine d’isolare, ammorbidire, riscaldare, a parte la grazia nonchalante, voluttuosamente orientaleggiante, delle nappe che sporgono oltre i braccioli – è un angolo di salotto, un buen retiro all’aperto, che penso dia una profonda gioja anche al passante borghese, che si vede confermato nell’idea che chi dorme su una panchina nutre nei confronti dei proprj simili una fiducia che rasenta l’assoluto. Meno elegante, di sicuro, ma riscaldante è coprirsi di vestiti estratti dai raccoglitori della pubblica assistenza, dai ciglj dei marciapiedi da qualche anima caritatevole che ignora l’esistenza di simili contenitori, o semplicemente se ne trovava troppo lontana al momento di disfarsi del sacco. Di disperazione e sciatta raffazzonatura sa invece la copertura coi giornali (peggio ancòra di riviste gratuite, pieghevoli e volantini): non dico i giornali aperti e disposti sulla seduta delle panchine – se sono in numero sufficiente fanno anche da cuscinetto –, una precauzione igienica che prendono anche le vecchiette al parco; dico il coprirsi coi giornali: è una cosa che ancòra, tristemente, si nota, in qualche caso, fortunatamente sempre più sporadico; non so dire, peraltro, se ancòra sia attestato l’uso dei giornali infilati sotto i vestiti per fare da isolante, una cosa che sa di Secondo dopoguerra. In mancanza d’altro che di una pila di metro, una notte ho fatto anche questo esperimento; forse con alcuni city mi sarebbe andata meglio, ma posso attestare che in quel caso non servì a un bel nulla, frusciavo che sembravo il tavolino di un caffè del centro verso le nove del mattino, ma il freddo era sensibile nondimeno.

Ma il punto fondamentale, appunto, è la panchina in sé, come oggetto, e come luogo, si potrebbe dire, abitabile. Chiunque sa che c’è panchina e panchina: non sono tutte uguali, e anche l’esperienza della seduta, che è parte del bagaglio di ciascuno, puà essere un’autentica sofferenza. Il barbone è tuttavia adattabile, e non è mestieri il dire come panchine che riescono infinitamente scomode al normale cittadino possano essere utilizzate come giaciglio per la notte dal senzacasa. Il quale, tuttavia, ha tutto l’interesse, si suppone comprensibile, a ricercare quanto di meglio offre la piazza (ma anche il vialetto, il parco, la fermata del tram), e non la prima soluzione che trova – ammenoché egli sia talmente stanco da doversi accontentare in ogni caso. Si notano, nello spazio della città, tre tipologie almeno di panchine: la panchina di pietra, quella di legno e quella di metallo. La prima e la seconda sono esemplificate entrambe da quelle che rendono confortevole p.zza Carlo Alberto: dove si hanno quattro panchine di pietra dal lato della Biblioteca Nazionale, e due di legno dal lato del Museo del Risorgimento. Anche se corre l’obbligo di notare che queste ultime costituiscono un caso limite, avendo in effetti la seduta di legno, ma lo schienale di metallo traforato. La seduta è a doghe larghe, è completamente piatta e non meno dura di quelle di pietra; mentre allo schienale, durante i mesi rigidi, è virtualmente impossibile appoggiarsi a causa del freddo che filtra anche attraverso i vestiti più pesanti. L’uso delle panchine di pietra è poi limitato ai mesi estivi, perché, durezza a parte, d’inverno la pietra è gelida. Dal che si desume facilmente come l’uso dell’aggettivo ‘confortevole’ da parte mia sia stato meramente ironico.

Già a questo punto è chiaro un fatto fondamentale: gli Enti locali si fanno carico anche in tal senso, questo dev’essere ammesso, di servire il benessere dei cittadini; ma questo servizio non consiste in una serie di iniziative mosse da un veemente slancio di solidarietà sociale, nell’assolutamente generosa messa a disposizione del cittadino di tutti i fondi destinati a questo genere di servizio; essi pensano invero alla comodità di esso cittadino, ma con giudizio; considerano la sua necessità di riposare i piedi, di tanto in tanto, ma con discernimento; contemplano che egli abbia desiderio e piacere, tempo permettendo, di trattenersi seduto con parenti, conoscenti & amici, ma con misura. Non dev’essere totalmente imputato al sadismo dei Comuni il fatto che esistano panchine virtualmente inservibili, né alla debolezza mentale dei designer incaricati da essi Comuni il fatto che di fronte a certe mostruosità non si sa se ci si debba seder sù, salirci in piedi o scoppiare in lacrime: viviamo in un mondo in cui il divorzio tra intenzione & atto è stato ormai celebrato da millennj, stando all’autorità di tanti scrittori religiosi, poeti e moralisti, dunque non è per nulla sorprendente che anche in questo campo la volontà e la funzione auspicata retrostante a taluni manufatti dell’uomo risulti talvolta nebulosa: nella fattispecie, però, non è sostenibile che il Comune, nel mettere a disposizione della cittadinanza una panchina, segretamente desìderi che nessuno ci si sieda; la questione è più sottile – in realtà implicita che ci si sieda, innanzitutto, e non ci si sdraj; punto secondo che ci si sieda, sì, ma per uno spazio di tempo più contenuto che congruo.

Le panchine di legno, come disegno tradizionale, si distinguono in due tipi, entrambi rispondenti ad esigenze diverse; un tipo, più spartano, è quello della panchina quadrata, di assi, due per la seduta e una per lo schienale: è il tipo più diffuso nei parchi, che, di là dalla tranquillità che offrirebbero nella gran parte dei casi, non sono le sedi più indicate per abbandonarsi all’abbraccio di Morfeo: nottetempo, in quasi tutte le notti dell’anno, se la temperatura non è proibitiva è comunque il tasso di umidità a rendere preferibili altre soluzioni, se ce ne sono. Gli effetti negatìvi dell’umidità su un corpo sano sono modesti, nel breve termine, ma un’esposizione abituale all’umidità notturna, anche se è seguìta da anni di vita regolata e salubre, è una di quelle cose che si pagano quando meno te l’aspetti, nella vecchiaja. Se poi la panchina di tipo squadrato è presente in zona non molto umida, come un giardinetto cittadino con parecchio selciato, specialmente se la stagione è quella mite o calda, dal punto di vista della comodità è forse preferibile a tutte: il modello rinvenibile in generale a Torino – piazzetta Eritrea, per esempio, o Monte de’ Cappuccini, o corso Valdocco – presenta il leggero svantaggio di una seduta molto stretta, per cui chi avesse disturbi del sonno e tendenza ad agitarsi mentre dorme correrebbe qualche rischio di cascare di sotto; con l’aggravante, per quanto riguarda il Monte de’ Cappuccini, che le panchine più adatte allo scopo che ci siamo proposti di trattare si trovano ben protette sotto le piante sul fianco della collina – definita ‘Monte’, ma è un modesto poggio, da cui si gode un celebre panorama –, dove la pendenza è abbastanza pronunciata: uno rischia di farsi a rotoloni tutti i gradoni ghiajati che costituiscono il primo pezzo della passeggiata, o di prendere la scorciatoja, e volare giù direttamente dal fianco erboso; con l’aggiuntivo inconveniente – di cui, volendo, si potrà parlare a suo tempo e ad vocem – del fatto che la zona tutta, specialmente lo spiazzo che si apre ai piedi del lato a cui facciamo riferimento, è riguardata da un intenso traffico di damazze, collaboratrici familiari filippine e cani di grossa taglia, che depongono i pesi del ventre sia nascondendoli in mezzo all’erba della stessa area pianeggiante, sia schiacciando grossi stronzi sul principio dell’altura che s’erge immediatamente sopra. Chi ha sonni tranquilli, invece, può fruire di queste panchine con una certa fiducia: le panchine di assi sono infatti molto più salutari di quelle di doghe di cui parleremo sùbito appresso, esattamente come una tavola di legno sotto il materasso fa bene alla schiena del borghese, mentre un fartone morbido e affondevole gliela fa urlare di dolore. La schiena del barbone – da ciò si evince – non ha un funzionamento molto differente da quella del contribuente, o dell’evasore economicamente autosufficiente, né ha esigenze diverse: quello che cambia da barbone a borghese è, come in un po’ tutte le cose (salvo talune eccezioni, di cui si dà conto altrove), una maggior resistenza che il primo dimostra nel disagio; nella fattispecie anche grazie al fatto che, dopo solamente qualche mese di notti passate in panchina, il rachide si è totalmente adattato, non solo ad una sdrajata sana come quella offerta dalla panchina di assi, ma a qualunque tipologia di panchina il barbone abbia ritenuto dover privilegiare come proprio giaciglio. Se un assessore abbastanza artista proponesse di dotare una piazza di panchine a forma di galeone, in capo a qualche mese si vedrebbero in giro altrettanti barboni piegati a ferro d’àncora.

La panchina d’assi, si può contestare, in effetti alla lunga appiattisce la schiena, non nel senso che la fa diventare dritta, ma che nel corso del tempo la noce del collo tende a rientrare, e il barbone assume la classica posizione a cervicale. Ma meno apprezzabile ancòra è l’effetto della panchina a doghe piccole, con la seduta comoda: anche questa è una panchina di modello tradizionale, di un tipo diffuso e abbondantemente attestato in tutte le città d’Italia, che si differenzia da quella d’assi come il materasso di piume si differenzia da quello in lattice poggiato su un piano di legno. La panchina a doghe piccole è stata creata per tempi diversi dal presente: una volta che siano tutte distrutte, e a mano a mano effettivamente le doghe saltano, i forcelloni di metallo si piegano di lato, e insomma vanno rompendosi un po’ ovunque, non se ne vedranno più, perché saranno rimpiazzate, dove saranno, da panchine di modello assai diverso. Il modello, dicevo, è sensibilmente d’altri tempi, perché è pensata per essere comoda: le doghe sono disposte in modo che la schiena incontri sùbito l’appoggio – lo schienale è difatti bombato – e il sedere vi poggi sù ergonomicamente. Chi vuole le vada a vedere in c.so Siccardi, dove la seduta sulle doghe rammollite, anche, da un’irrigazione dissennata, che inonda praticamente tutto – cioè viale e panchine – salvo l’erba, sono talmente morbide da affondare leggermente sotto il peso del sedere e di tutto quello che sta sopra il sedere del sedente. Si tratta di comodità che i Comuni riservavano ai cittadini in epoche in cui per strada si girava molto meno, minore era il passaggio di barboni nelle città mediograndi, grandi e grandissime; sopravvissute ai fricchettoni Settanta, le cui avanguardie non si servivano necessariamente degli spazj urbani, e, in questi, non fruiva delle panchine, sono pensate per una cittadinanza che viveva principalmente di lavoro, e il poco tempo libero lo passava volentieri in compagnia di altri. I famosi ammortizzatori sociali ‘naturali’, che tanto piacciono ai discendenti della vecchia Democrazia cristiana, cioè le famiglie, erano ancòra più efficienti in quei tempi di lavoro dipendente e pubblico che nei nostri di professionismo e iniziativa personale. Più spendereccia, la nostra epoca destina altri spazj, chiusi e normati, e soprattutto a pagamento, alla socializzazione: i locali di vario tipo e i centri commerciali. All’epoca non si usava tanto: ci si scendeva in piazza, nei vialetti alberati, nelle passeggiate igieniche, negli itinerarj archeologici e altra roba da Guerra fredda, e si parlava dei cazzi altrui, ma a botontoni, anche per cinque o sei ore di séguito: così arrivava la sera, quando ci si ritirava, si richiamavano urlando i bambini impegnati dalla mattina del giorno prima nella lotta nel fango, si andava a cena (che consisteva in pastasciutta, formaggio, patate, fagioli con le cotiche e poche altre schifezze, anche a Ferragosto), si guardava l’unico canale in televisione, dove c’era normalmente un cruciverbone e poi dei numeri comicissimi in cui distinte signore e compassati personaggj si rompevano piatti in testa o insegnavano a scrivere ai terremotati, e si andava a letto che ancòra non era la mezzanotte, sempreché non ci fosse alcunché da fare, come sintetizzare artigianalmente alcuni secchj lisciva, o strangolare galline. Ecco, era per quei tempi, per quella gente che erano pensate panchine del genere: panchine comode, per offrire a ciane sformate da quindici o venti gravidanze la possibilità di rimanervi appoggiate per tutte le ore necessarie all’esaurimento di tutti i pettegolezzi, coi podici incastrati nella depressione, senza farsi venire le piaghe da decubito, e per permettere anche alle più tanghere tra le fanti di partecipare con ragionevolezza e misura delle dolcezze della vita: basta rivedere quelle panchine per rivivere quelle scene da un mondo scomparso, con quelle cecche mostruose, gonfie di lardo e di vino, svaccate sulle loro panchine gemebonde, con taniche vuote di benzina e scatole di banane come poggiapiedi, parlare a lungo dello stato del loro intestino, o del prossimo mobbing di quartiere. La maggioranza segue ormai tutt’altre trajettorie, il flusso principale delle umane attività conduce l’umanità dei nostri giorni verso altri mari, sicché non stupisce affatto che quelle panchine siano oggi per la gran parte disertate; per quanto la fila di panchine davanti a p.ta Susa e il cerchio formato dalle stesse in p.zza Bodoni riproponga lo stesso modello: ma sono sussulti, rigurgiti di un passato a cui è complesso rinunciare, in una città come Torino, che è sempre vissuta della dolcezza delle vecchie istituzioni e mutuando i segnali rassicuranti del suo décor urbano, dei suoi codici condivisi di comportamento e delle sue ideologie sociali dalla cattiva letteratura.

Eppure nulla può frenare il progresso anche del costume e dei gusti. Anche questo è un segno dei tempi; ed è fatale, come qualunque mutamento dei costumi. Il fenomeno consegue, per parte sua, anch’esso alle stesse cause per cui oggi nessuna ciana oserebbe portarsi dietro tutti quei quintali di peso, tutti quei figlj, e tutti quei pettegolezzi velenosi; oggi i pettegolezzi sono inutili (c’è il satellite), di figlj se ne mettono al mondo al massimo due, e nessuno vuole essere grasso. Le panchine dal disegno moderno che si trovano in p.zza Carlo Alberto avrebbero loro fatto esplodere le natiche, rendendo impossibile lo scambio di pettegolezzi e, quindi, attraverso i figlj e i figlj dei figlj, l’invenzione di un satellite onnisciente.