Archivio | giugno, 2009

274. “Sotto il vulcano che tace” di Paolo T. Ragno.

29 Giu

Paolo T. Ragno, Sotto il vulcano che tace. Il dito e la luna, coll. “Storie erotiche tra uomini”, Milano marzo 1999; romanzo spiegato in 15 capitoli. Pp. 157. ISBN 88-86633-05-X.

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E‘ il primo romanzo rosa per gay che abbia mai letto. So che i romanzi rosa – in generale, quindi d’ispirazione eterosessuale – si dividono almeno in due categorie: una romantica e del tutto casta; l’altra più spinta, con una descrizione più o meno accurata di un rapporto sessuale ogni tot pagine. Non c’è nessun motivo per ritenere che un romanzo rosa per gay sia concepito, nella sua economia generale, e come collocazione di sottogenere, in maniera diversa da un qualsiasi altro romanzo rosa, sia rivolto ad eterosessuali, bisessuali o trisessuali: questo rosa, eccettuatane la meramente vocale originalità dell’essere rivolto ad un pubblico omorientato, non è differente da come ci si aspetta che sia qualunque romanzo rosa mai scritto, per esempio; nel qual caso si può rubricare serenamente tra quelli del genere più esplicito, anche nella totale ignoranza di una tipologia più romanticheggiante, dunque non può essere esattamente ascritto al versante omosessuale, per intenderci, del filone di Barbara Cartland – quella che a lei non gliela faceva mai dare (nonsense!) prima del matrimonio (fors’anche perché qui nessuno rischia di rimanere incinto).

L’ho trovato in mezzo ad una serie di libri, serî, cioè d’impostazione psicosociologica, sulla gaytudine: forse perché testimonia di una novità (il romanzo ha ormai 10 anni, e potrebb’anche essere) nel campo delle lettere omosessuali, anche questo romanzetto vi era compreso, come segno di tempi mutati o in mutamento; attualmente, come ho potuto rendermi conto grazie al settore dei libri gay della Fnac, ci sono molti di questi romanzi, ma rivolti ad un pubblico soprattutto molto giovane, e sono anche più spiccatamente rosa: ambientati ai tempi del liceo e della prima cotta importante, con ragazzi eterosessuali di buon cuore che cambiano sponda per fedeltà all’amico, procaci fanciulle che si dileguano per lasciare il magnifico manzo e lo sfigato dell’oratorio a tubare tra loro, e altre amene stronzate. Non ci ho fatto né uno studio né una malattia, certo, su questo tipo di narrativa; e, come ho detto, la mia esperienza in merito al versante gay, in particolare, di queste stesse scritture non è superiore a quella che mi sono fatto sull’altra sponda; ma mi figuro questo come un romanzo in qualche modo in limine, tra letteratura omopornografica di stampo classico, quale ce n’è sempre stata, dalla fabula milesia in poi, e questo nuovo “rosa per gay”, narrativa in cui si dà spazio anche al sentimentale, al fantasioso, all’estenuazione amorosa, e tante altre cose che stanno intorno al bieco aggrovigliarsi di membra e al becero cozzo di membri, attrizioni tra epigastrî sudati e intreccî di peli pubici.

Il volume è un 16° che reca in copertina la fotografia di un ragazzo, o giovine uomo, nelle intenzioni almeno grazioso, in mutandoni bianchi che, nelle intenzioni, dovrebbero essere boxer, appoggiato alla cornice di una porta, dietro la quale s’intravede un mobiletto bianco che viene spontaneo, almeno a me, riferire ad un ufficio, molto cha cha cha del segreta-ri-o; cosa che la lettura del romanzo rivela poi effettivamente in tema. Il vulcano dello strano titolo trova origine nel fatto che la vicenda si svolge a Napoli, dove, com’è noto, c’è un vulcano, di nome Vesuvio, mentre l’attribuzione taciturna dipende dal fatto che durante le mirabolanti avventure descritte non erutta mai, a differenza delle numerose marmelle che vi si erigono a cadenze regolari. Ma è anche una metafora che uno dei due personaggî (Antonio) usa per descrivere la propria intrigante personalità:

“E’ difficile spiegarti cosa provo in questo momento… Io, Giorgio [lui, appunto, si chiama Antonio; Giorgio è l’interlocutore, ossia l’amante], mi sento come questo vulcano. Lo vedi? Da qui appare statico, quieto e innocuo. Ma sotto, nei canali sotterranei, nascosti, passa il magma… Fluttua per chilometri e chilometri rimanendo poi a ribollire nel cono che dà alla superficie. Esce solo qualche vapore indice della sua attività. E io mi sento come un vulcano che accumula e accumula massa incandescente e poi non si sfoga mai. Non riesce ad esplodere mai. Ogni tanto mi piacerebbe esplodere e buttare fuori tutto, ma è la mia stessa volontà che me lo impedisce perché ho paura di me stesso, di quello che potrei fare… eppure non ce l’ho con nessuno in particolare, nonostante cerchi sempre la possibilità di riscattarmi da qualcosa o da qualcuno…” (p. 143. Tutti i puntini sono nel testo).

Giorgio Rizzo (il nome, dato tutto quel che si tromba, non sembra troppo casuale) è un ingegnerino ventottenne, milanese, che lavora nell’azienda di papà, il quale ovviamente ignora della sua inclinazione per il manico – questo perché la struttura del romanzo rosa, in quanto fondata su una fabula del tutto scontata, come quella delle folette infantili, è incentrata sul contrasto, e la successione dovrebbe essere sempre quella: se ben ricordo, incontroinnamoramentoostacolosuperamentomatrimonio (o comunque unione). Senza quell’ostacolo in posizione centrale rispetto al resto non si ha azione, in ogni teoria del romanzo da Leibnitz in poi (eccettuate, chiaramente, le avanguardie, che, altrettanto chiaramente, non hanno cambiato assolutamente nulla di sostanziale, ma hanno meritoriamente portato a considerare le immarcescibili strutture narrative in maniera più problematica e profonda, questo sì), e senza azione non si ha conseguimento.

Da questo punto di vista il romanzo, però, non prevede un ostacolo ben definito, quanto una serie di resistenze, alcune delle quali interne allo stesso protagonista Giorgio; e l’arduo adattamento di papà alla dura realtà dei fatti è solo uno degli effetti ritardanti, peraltro sul finale. In effetti non ci sono prove da superare per il conseguimento dell’amante; cól che intendo dire che c’è in effetto una prova da superare – e cioè fare chiarezza, da parte di Giorgio, negli affari della ditta –; ma il successo con cui il protagonista porta a termine l’operazione è concorrente con una serie di altre circostanze, preesistenti, che rendono in un certo senso più certo il suo conseguimento, ma più incerto quello che si deve pensare a proposito del consenso del padre. Insomma, il romanzo rimane un po’ in sospeso, non è retto su un’idea forte, quale potrebbe avercelo un romanzo rosa per eterosessuali, di sperimentata formulazione; o qualunque romanzo popolare tradizionale, che si prefigga il cómpito di additare una soluzione, ovviamente posticcia e non concretizzabile, ma netta e consolante.

Un bel giorno giungono notizie poco rassicuranti dalla filiale di Napoli: il vecchio amico e consocio Fausto lamenta che a causa della presenza dell’impiegato Antonio Devita, che crea problemi ed è pertanto mobbizzato dal resto dei dipendenti, la succursale va perdendo clientela, ed è in stato di emergenza. Fausto è in ospedale e non può provvedere di persona. Rizzo il padre spedisce il figlio riluttante a Napoli, non senza che intanto il giovane si sia trombato un elettricista simile a Flash Gordon (dal quale tra l’altro si fa anche leccare le mutande, p. 21).

Giorgio giunge a Napoli ed è accolto come una specie di liberazione. C’è da dire che la bruna aitanza di Antonio, la sua scontrosità romantica, le sue basette nere sono lì lì per far breccia nel cuore di Giorgio

(“Allungò la mano per stringergliela…. e fu il lampo più veloce che avesse mai sentito trafiggerlo. Quella stretta di mano! … Come poter spiegare il misterioso mondo delle sensazioni? Il misterioso mondo delle percezioni? Una stretta forte e vigorosa… Succede così: un fugace incrociarsi degli occhi, un leggero brivido lungo la schiena, un soffice alito che penetra nell’anima e tutto è accaduto”, &c.; tutti i puntini di sospensione sono nel testo; p. 29),

ma non può non fare quello che è stato chiamato a fare, e infatti lo licenzia – non senza aver cominciato a trombarsi Giuseppe, il piacente cugino, la cui casa è il suo domicilio napolitano – la loro prima volta comincia peraltro con una voluttuosa, polanskiana, scena, in cui il cugino si sbava birra sul petto “fino all’inguine” (p. 55). La cosa ancor più interessante è che il cugino Giuseppe ha un ruolo passivo, ed è peraltro alla “prima volta” (p. 56). E ci prende gusto, pure, incitandolo: “Dai, più forte. Più forte ancora!” (ivi).

Non privo d’interesse, nemmeno, è il dialogo che avviene al cap. 5, tra Giorgio e Fausto – quest’ultimo non sta bene di salute, ed è al momento in ospedale. Non è privo d’interesse non tanto perché verta tutto sull’auspicato licenziamento di Antonio, ciò che ci si aspettava da prima, quanto per via delle motivazioni, di fatto trasparentissime, da cui Fausto è mosso; ora, quando dice a Giorgio, che esita, molto coscienziosamente, a buttar fuori così sui due piedi un impiegato che ha a malapena intravisto (per quanto bramosamente), parole del tipo:

“Giorgio ascoltami bene… devi semplicemente liberarti di lui: due clienti molto importanti sono già andati… non voglio perderne degli altri. Quello mi vuole mandare in malora. Come si fa a dire a un cliente ‘Lei è un poco di buono e un truffatore!… No, no! Bisogna mandarlo via” (p. 61; corsivo mio),

come fa Giorgio a non capire che c’è qualcosa che non va, e che varrebbe sicuramente la pena di aspettare e indagare un po’ circa il reale comportamento di Antonio? Il fatto è che senza difficoltà credibili non è possibile produrre nessun credibile effetto. L’autore aggiunge anche queste parole, a proposito della reazione rincresciuta di Giorgio, e sono parole a loro volta pochissimo credibili – come può essere il tentato rimedio a una gaffe:

Giorgio avrebbe voluto prendere tempo, darsi degli altri motivi per rinviare ogni possibile azione contro Antonio. Ma non poteva che eseguire la volontà di Fausto, i suoi ordini. (ivi).

La malattia di Fausto è funzionale alla richiesta di ajuto fatta a Milano; ma è di per sé contorto che il figlio di uno dei consocî sia inviato appositamente a Napoli per fare quello che l’altro consocio, una volta ammalatosi, avrebbe dovuto poter demandare a qualcuno di sua fiducia in ditta, come il tal Vincenzo, o la Concetta, che affiorano tra i personaggî di contorno. Vale a dire che l’unica spiegazione credibile al catafascio degli affari del papà di Giorgio, a questo punto, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, sarebbe la notevole incapacità di Fausto, e la perfetta inutilità della fida Concetta. Parliamoci chiaro: in condizioni normali, di Giorgio, stabilite così le gerarchie, non ci sarebbe stato nessun bisogno. È assurdo che sia fatto venire fino a Napoli se poi non può agire autonomamente: è l’autore che parla di “ordini” a cui deve obbedire. Ma se Giorgio non è inviato come, quanto meno, super partes, meglio ancóra come plenipotenziario, tanto valeva che se ne stesse a casa. Non stando in questo modo le cose, vien da stupire al pensiero che la stessa casamadre milanese non attraversi difficoltà paragonabili a quelle della filiale napolitana. Di fatto l’idea originaria era quella di far svolgere a Giorgio qualche indagine, che tuttavia di fatto non svolge, perché avrebbe implicato sfiducia di suo padre nei confronti di Fausto, e il rischio di farlo passare per un imbecille che si frega con le proprie mani affidandosi a persone inaffidabili. Volendo mantenere intatta l’aura di efficienza che circonda il buon industriale lombardo e, nel contempo, far avere un amore napolitano al suo protagonista milanese, l’autore ha fatto un po’ di casino.

Antonio, come dicevamo, se ne va; non prima, però, che Giorgio si sia trombato Carmelo, un ragazzetto balbuziente e soprasessuato rimorchiato in un cinema porno – quello che gli ci voleva per detendersi un poco, prima di passare al dovere (si tratta di un bucchino [63] con birra digestiva [64; per essere a Napoli girano già due birre, bevute tra l’altro da ctonî – Giuseppe e Carmelino; strano]). Antonio se ne va senza fare storie, ma è un uomo riservato: in realtà, non demorde.

Egli è discendente da un’illustre casata di pasticceri (nata nel 1898 da uno che faceva confetture con materia prima rubata ai frutteti: siamo alla Sacra famiglia o giù di lì), la cui attività prosperava, finché suo padre, per divergenze di natura del tutto prevedibili con la camorra – non ha voluto pagare il pizzo –, non ha avuto altra scelta che scendersi in piazza, e cominciare, a suo tempo coadiuvato da Antonio, a tenere un banchetto nei mercati. Antonio, appunto, non demorde: in realtà è stato il suo eroico opporsi alle infiltrazioni camorristiche nell’azienda a isolarlo, non senza che abbia cominciato a trombarsi regolarmente un ragazzetto ipersessuato, figlio di una vicina di casa (Angelo, si chiama, e la notte si arrampica sul terrazzo di Antonio, producendo, per un tipo di comportamento così anticonvenzionale, questo tipo di giustificazione: “Sono tre giorni che mi faccio le seghe pensando a te”, p. 44; nella stessa pagina, tanto per scendere in particolari, i due fanno un cosiddetto 69, poi fanno la doccia insieme, infine [44-45] Angelo si lascia “scivolare fino a raggiungere l’altezza giusta per incontrare la dura asta di Antonio. / Con le mani si attaccò al gancio della doccia e sollevò le gambe sul bordo della vasca, &c.”; Antonio prende “la crema e un preservativo” e lo penetra).

Un sabato mattina Giorgio si sveglia di buon umore, e si masturba copiosamente addosso al cugino dormiente (69-70), che non vuole svegliare perché ha smesso di lavorare (è cameriere in un bar) alle tre e mezzo del mattino.

Dopodiché se ne va in ufficio; trova tutto bujo e l’allarme disinserito. Sente rumori nella sala riunioni, sorprende Antonio mentre, come un ladro, fruga nei cassetti alla ricerca di chissà che. Antonio lo aggredisce verbalmente, poi lo prende per il collo e lo attacca al muro; Giorgio gli propone del danaro per andarsene, ma Antonio rifiuta con disprezzo ed esce. Giorgio rimane confuso.

Segue un pranzo ipercalorico dalla zia Assunta (72 ss.), dove per poco, distratto, Giorgio non fa coming-out.

Seguono per Giorgio quattro giorni di apatia, birra, pop-corn, televisione e niente bombare (77). Giuseppe è preoccupato, ma sa già che cosa l’ange tanto: di fatto è innamorato di Antonio. E, dato che le cose stanno così, il cugino gli consiglia di andare a parlargli. Giorgio segue il consiglio, e si reca nell’umile dimora di Antonio, dove è accolto dalla sorella e dalla madre, che appena sanno chi è lo mandano a quel paese. Mentre, tutto mogio, sta uscendo, Antonio sopraggiunge, e lo affronta a muso duro, ma Giorgio insiste: vuole sapere che cosa ci facesse in ufficio quella volta. Antonio spiega soltanto i frequenti malumori (cól fatto che ajuta il padre cól banco al mercato). Ma almeno adesso Antonio sa che Giorgio non è un colluso come Fausto, e ha nei suoi confronti confusi sentimenti protettìvi:

Perché ora Antonio sapeva che Giorgio non c’entrava con tutto il marcio di Fausto. Doveva tutelarlo, doveva proteggerlo. Forse da lontano, ma doveva farlo. Negando il suo amore e facendo in modo che se ne andasse al più presto da quella città (80).

Giuseppe e Giorgio vanno all’inaugurazione di un nuovo locale ultimamente molto pubblicizzato “sulle TV locali e nelle radio” (83). All’ingresso Giorgio osserva cupidamente una guardia in canotta arancione, fantasticando che sia rimorchiabile (84); osserva la gente, che si comporta proprio come a Milano, meno la compassatezza:

Notò che in fondo la gente è uguale da tutte le parti. Lì, come a Milano, si divertivano a ballare a ad ascoltare vecchie canzoni con ritornelli vuoti e ritriti ma che tutti cantano a memoria. Del gelo milanese qui però non se ne vedeva nessuna traccia. Erano tutti allegri e di una allegria meno costruita e finta di quella dei nordici. La vita presa con leggerezza, forse con più autoironia. Ma tutto sommato ci ritrovava lo stesso frastuono esistenziale (85).

Vede Giuseppe che si struscia con una bionda, e s’ingelosisce; ma Giuseppe lo tranquillizza dicendogli che è più bello lui. Va in giardino, e del tutto inopinatamente – toh chi si vede – si scontra con Antonio. Riesce a vincerne le resistenze, e a portarlo a prendere una birra (87). I due si appartano, Antonio racconta di sé. Giorgio vorrebbe riassumerlo, ma Antonio rifiuta, e gli dice di andarsene; sa che non è come quegli altri, ma deve lasciar stare tutto quanto, perché ‘quelli’ non scherzano (88).

Segue (91) una corsa notturna per la città, verso l’ufficio, Antonio guida una motoretta fracassona (il fratellino quattordicenne ha fatto tre buchi nella marmitta), e Giorgio è dietro, abbracciato: una scena molto tipica. Entrano alla chetichella, e osservano una scena singolare: Concetta che fa un bucchino a Vincenzo (92); dopodiché penetrano nell’archivio, e Antonio mostra a Giorgio i documenti compromettenti. La reazione di Giorgio è improntata ad un notevole sdegno civile:

Fausto è colluso con la camorra! … questa frase penetrò Giorgio con più violenza di un sibilo che spacca i timpani. Cominciò a rimbalzare dentro di lui. Il suo cuore prese a battere fortissimo. I suoi pugni si sollevarono per andare poi a colpire ripetutamente il tavolo, lacrimando e urlando come un pazzo.

“Bastardo, bastardo!”

Poi uscì dalla stanza e si diresse fuori. Scese le scale come preso da un violento raptus e cominciò a correre per la via. Antonio si precipitò dietro di lui.

“Aspetta, Giorgio, aspetta!”

Ma Giorgio non lo sentiva neppure. Continuava a correre per i vicoli, tra le case scure e dentro i porticati dei vecchi quartieri. E Antonio dietro che cercava di raggiungerlo.

“Fermati! Giorgio fermati!”

Un muro ammuffito e sporco di un vecchio casale, in fondo ad una strada senza uscita avvolta ancora nell’oscurità, interruppe la sua spasmodica e insensata corsa.

Giorgio rimase contro quei freddi mattoni, con i pugni alzati a piangere, col cuore in gola e senza più fiato. Aderiva alla parete singhiozzante. Tremava per la rabbia (93; il corsivo, in corrispondenza della gamba di John, è mio).

Non è da dire come qualmente i due a questo punto stringano alleanza contro la camorra, non senza festeggiare con una bella trombata (completa di rapporto orale e doppia incursione anale, 94-95), a cui ne seguiranno anche altre, tra cui una a tre; Giorgio fa conoscere Antonio a Giuseppe, e i tre raccontano delle proprie prime volte (molto tardiva rispetto agli altri quella del chiuso Antonio; 99-102); Antonio guida Giorgio per le strade di una Napoli mai vista, o almeno questo dice; lo conduce da Franco, amico suo, cól quale hanno un laborioso rapporto a tre (107-110); Fausto è posto di fronte ai documenti compromettenti, fatto confessare con sotterfugio (la polizia ascolta dietro una porta, e la confessione è registrata), licenziato in tronco, arrestato (116); il fax è spedito; Giorgio e Antonio si recano a Pompeî, dove Antonio recita dal Satyricon, e poi tutt’e due chiavano tra le rovine (125); Giorgio portatosi a Milano mette il padre, che intanto ha ricevuto un controfax di ripicca dei dipendenti di Napoli, 117-118) di fronte alla dura realtà (131; tanto ha un fratello dimostratosi in grado di incingere una sposa e dare discendenza al patriarca, 134); è perdonato; è soggetto inconsapevole di un busto di creta, creazione di Antonio, che alla fine (“perché non trombi?” – questa non è una citazione dal libro) ci si masturba sù (137); riceve la guida della filiale napolitana (138); torna a Napoli; riabbraccia Antonio che lo bacia di fronte a un gruppo di scaricatori “allibiti” (142); &, dato che la filiale nell’immediato non può riaprire a causa delle indagini in corso, con tutti i soldini dati dal capitalista milanese i due riapriranno la fabbrica che l’eroico padre di Antonio aveva perso nell’incendio appiccato dalla camorra (143). Così avviene, non senza che Giuseppe se ne sia andato negli U, S & A a costruire tavole da surf (146) – una soluzione che s’imponeva, assolutamente, perché c’era molto di tenero nella relazione tra i due cugini; e Giorgio stesso aveva provato gelosia nel vedere Giuseppe amoreggiare con una femmina in un locale. La morale che deve reggere il tutto è chiara: i rapporti occasionali possono essere superficiali, ma, mutuando codici dal rapporto eterosessuale, Giorgio, come eroe della vicenda, non poteva decentemente chiavare cól cugino, standogli per giunta in casa, per poi prendersi un amante diverso a due passi da lui. Le pp. 146-148, a loro modo molto particolareggiate, sono interamente dedicate ai fervidi lavori d’installazione. Finiti questi, una sera al tramonto i due sono finalmente soli (148). Giorgio mesce un bicchiere di sciampagna, e insegna ad Antonio a prendere la luna nel fondo: chi la cattura scopre il senso della vita. Riescono entrambi nel gioco:

“L’ho presa!” urlò fiero Antonio.

“Bravo!”

“E tu?”

“Sì! Anch’io. Guarda: è qui. Hai intuito il segreto della vita?”

“Certo!… Il segreto è proprio che bisogna catturare la luna ma che la luna una volta catturata non può che sfuggire. Semplice, no?”

Giorgio appoggiò con una mano il bicchiere sul cornicione e con l’altra gli stava già sfilando la cintura.

Il Vesuvio, da lì a un’ora avrebbe inghiottito la luna, ma due ombre nella notte si sarebbero confuse insieme, felici di aver colto, anche se per un solo istante, il segreto della loro felicità (149).

Così si conclude il romanzo.

Quanto alla questione sessuale, su un piano generale bisogna dire che i due, o tre, coinvolti orgasmano o insieme o in rapidissima successione; che usano sempre il preservativo – che peraltro Giorgio non manca di raccomandare molto caldamente al “cuginetto” partente per l’America; se si aggiunge che il volume è corredato da una serie di utili avvertenze Per una vita sessuale più tranquilla e serena [157], pare non doversi escludere dalle intenzioni degli editori e dell’autore una funzione encomiabilmente educativa.

I ragazzi ritratti nel romanzo sono virili (p. 94: Giorgio ha “spalle massicce… cosce possenti”; Antonio, “sotto quel manto di inscalfibile durezza” è “una persona di una dolcezza indicibile che aspetta solo di essere provocata, sollecitata”), insospettabili, onesti, lavoratori, leali. Fanno una vita del tutto normale; Giorgio è benestante, Antonio no, ciò che vuol dire che il primo è un po’ più ingenuus e il secondo più duro e consapevole di dover combattere; ma entrambi si trovano in perfetta sintonia, perché l’attuale condizione modesta di Antonio non dipende dalla sua mancata volontà, o dall’eredità di una situazione disagiata, ma dalla presenza della camorra dalle sue parti. Trovare un alleato significa rimuovere l’ostacolo che gli si para innanzi sulla via del benessere, e tornare su un piano di perfetta omologia con Giorgio. L’unico aspetto interessante del romanzo mi sembra proprio questo: i due non devono sostanzialmente superare assolutamente alcuna difficoltà quanto all’affermazione della propria sessualità, fatta salva la riservatezza con cui la vivono; il vero ostacolo è di natura censitario-legale-economica. La sua soluzione garantisce un avvenire di agiatezza e soddisfazioni professionali, ma non al loro amore, che già si esprime irruento e passionale, e tale si esprimerebbe, si suppone, anche se per una improvvisa disgrazia finissero confinati a fare i battoni e a condividere uno squallido basso. Potrebbe a prima vista sembrare che il romanzo si fondi sull’idea che l’omosessualità non incontri, o non incontri più, difficoltà ad esprimersi, e quindi basi il proprio conflitto di partenza su un piano sul quale due ragazzi gay possano dimostrare le loro capacità; di fatto il romanzo, anche se magari l’intenzione inconscia dell’autore era questa, si basa su uno slittamento della problematica su un piano differente, in funzione distraente/sospensiva – è un meccanismo arcinoto alla psicologia, e qualunque omosessuale l’ha sperimentato più o meno occasionalmente: è il caso di chi si crea un ‘difetto’ di cui è responsabile e oggettivamente incolpabile cól fine di deviare l’attenzione del prossimo dalla propria sessualità, una caratteristica intrinseca irrimovibile e costituente fattivamente colpa, o deficienza, o deminutio, presso gli altri. Il modo dell’autore per dare una visione aproblematica dell’omosessualità consiste in una meccanica simile: il fattore sessualità è confinato rigorosamente nella circonferenza della privatezza, non è discusso né fatto discutere, e il nodo problematico è stretto e sciolto su un piano asessuale.

In tutto questo non ci sarebbe niente di male se, di là dalla costruzione adamitica e dalla brutta lingua, ci fosse un’espressione vitale, quantomeno, o concreta, credibile almeno in parte, di situazioni e personaggî; di fatto questo tipo di scelta, non poggiandosi su un’esperienza sufficientemente condivisa, almeno non ancóra, sotto la crosta di una quotidianità tutto sommato modesta e opaca nasconde la virtualità adimensionale dell’aspirazione, conferendo al tutto una vaga, fastidiosa astrattezza. Se un equivalente subletterario eterosessuale infastidisce per eccesso di grezza materialità, in specie nei presuntuosi travestimenti pseudostorici o mondaneschi, il difetto di questo romanzo in particolare, ma a questo punto mi arrischierei a dire ‘di questo romanzesco’, date le stesse scelte in fase liminare1, consiste proprio nella mancanza di una visione sufficientemente ancorata ad un tempo, per quanto limitato, e ad una storia, per quanto minore. La scrittura vive di passato, perché compone incessantemente memoria; non riesce a vivere, a respirare, se è fatta di auspicî. La scrittura può benissimo campire prospettive future, anzi uno dei suoi cómpiti è proprio aprire spiraglî sull’alternativo – altrimenti sarebbe inutile; ma questo avviene grazie ad un vaglio attento del reale, di ciò, vale a dire, che nei fatti si verifica.

Anche il rosa eterosessuale ha personaggî che sono la composizione di doti che il lettore che trascina un’esistenza squallida e grama vorrebbe avere – ed è perciò che legge quelle fetenzie; ma a differenza di quelli che s’incontrano in un romanzo come questo, esistono effettivamente persone che hanno doti del genere, se non tutte insieme almeno una parte. Ma il rosa eterosessuale si basa assai spesso su personalità eccezionali, ama gli sfondi esotici, almeno tradizionalmente, ivi compresi quelli della Storia cólla esse majuscola; mentre questi Giorgio e Antonio, che non hanno assolutamente nulla di superomistico, non hanno per converso nulla di reale, perché non nascono da un’operazione di composizione di qualità direttamente osservate, ma di una serie di caratteristiche ideologicamente giustapposte. Quello che ne risulta è comunque modesto, perché l’aspirazione massima dell’omosessuale medio è per l’appunto riservatezza e normalità; ma si ha appunto l’impressione che l’autore non abbia conosciuto un numero sufficiente di omosessuali così ‘normali’, quanto di omosessuali che vorrebbero esser tali.

1Ricordo anche di aver letto per conto dell’agenzia letteraria di una donna peraltro raramente odiosa un romanzo, più recente di questo, e non so se mai pubblicato, in cui si immaginava una vicenda del genere, ma sul versante femminile: anche lì entravano in gioco la ricca e l’impoverita, le doti artistiche che si esprimono nel ritratto della donna amata, &c.; anche se bocciai il romanzo, che era in effetti poco leggibile, ricordo che era meglio centrato sulla questione della maternità e delle coppie di fatto. L’alzo del tiro nelle richieste di legittimità e diritti concreti alla comunità, cól libero scolare di corollario di molte espressioni retrive, volgari e umilianti, pochi anni dopo la pubblicazione di un romanzo come questo ha portato come non mai a galla la questione omosessuale come del tutto attuale e irrisolta.

273. La caverna.

27 Giu

Daniello Bartoli, De’ simboli trasportati al morale.

La spelonca delle tragedie d’Euripide.

L’effigie di un malinconico rappresentata a lui stesso.

… Seneca1 in que’ suoi trattati Della filosofia naturale2, presosi3 a rinvenir la cagione4 di certi straordinari e grandemente spaventosi effetti5 che a tanto a tanto6 si veggono o si odono raccontare: improvvisi assorbimenti7 di laghi e di fiumi, scosse di tremuoti8 e subitane9 voragini, torrenti di cocentissimo fuoco sboccati10 dalle viscere delle montagne or profondate giù e divenute pianure, or nate nuove e grandi in mezzo alle pianure: “Cessa” dice “ogni maraviglia di questi maravigliosi11 effetti il sapere che la terra qual è di sopra, tale ancor è sotterra12. Havvi13 qui sotto cavità e valli profonde; havvi pianure immense e balzi14 e dirupi e seni15 e spelonche incavate dentro a quelle gran viscere; havvi laghi e fiumi e paludi e mille acquidocci16 e mille strosci17 d’acque cadenti; e del fuoco altresì, fornaci e fucine sempre ardenti, e fiamme e riverberi18 e incendi e continui struggimenti19. Crede infra quicquid vides supra. Sunt et illic specus vasti; sunt ingentes recessus et spatia suspensis hinc et inde montibus laxa; sunt abrupti in infinitum hiatus, qui saepe illapsas urbes receperunt et ingentem in alto ruinam condiderunt”. Or così va del20 cuore come del volto d’un malinconico: “Crede infra quicquid videris supra”.21

Settantacinque tragedie compose e diede a recitare in diversi teatri della sua Grecia Euripide22

E donde mai scaturì a quel gran poeta una così larga23 vena di lagrime, quante ne abbisognavano a rappresentare i funesti argomenti di settantacinque tragedie? Chi gli sumministrò tante e così orribili fantasie d’atrocità, d’ammazzamenti, di stragi, e tanti modi da24 esprimerli, che più veri de’ suoi finti non l’erano25 i veri in fatti26? L’abbiamo27 da chi, non credendolo fuori che a’ suoi medesimi occhi28, ne volle essere spettatore e testimonio di veduta29. Una spelonca – dice Aulo Gellio30 – è in Salamina, isola dell’arcipelago, nel cui profondo Euripide, per memoria lasciatane da Filocoro31, si nascondeva a comporre ivi dentro le sue tragedie32. Entrava33 quella spaventevole grotta per entro alle cupe viscere della terra. Angusta n’era la bocca, torte34 le vie, scoscesi i fianchi35: tutta per entro36 nera, orrida37, disuguale; e nel profondo sì buia che nel mezzodì38 non vi faceva né pure un barlume di sera39. Colà, scorto40 da un piccolo lumicino, entrava Euripide tutto solo, se non quanto41 era seco il furore poetico42 che vel portava. Quivi era il teatro dove, prima che in Elide, in Corinto, in Atene, rappresentava a se stesso le sue tragedie. Questa la sotterranea caverna nelle cui sacre43 tenebre co’ poetici incantamenti richiamava dal vicino inferno le ombre a comparire in palco e rifare i medesimi fatti e misfatti di quando erano corpi vivi44. Qui45 gli Edipi46, qui gli Atrei e i Tiesti, qui i Tantali47, qui le Medee48 qui gli Aiaci49 e gli Agamennoni50 e gli Egisti51 e tutta a piacer suo la gran turba de’ tragici personaggi. Quel silenzio, quell’orrore, quel buio, quella stessa quasi moribonda fiammella del suo lumicino, e quell’aver sopra ‘l capo una montagna e per tutto intorno pendentigli pietre mezzo divelte e rovinosi dirupi: e con ciò la malinconia, lo spavento, l’orrore; gli sumministravano52 le fantasie funeste, le specie53 atroci, le imagini fiere; e le disperazioni e le smanie al farsi54 delle catastrofi55 e de’ precipizi delle fortune reali56: co’ sensi57, con le parole, collo spirito58 e co’ modi de’ tradimenti, de’ parricidi, delle crudeltà de’ tiranni; e i lamenti e i compassionevoli guai59 de’ miseri e de’ moribondi. Così le Muse gli si voltavano60 in Furie; e tutto era quel che faceva lavorar dentro di sé il suo furore, quel che dovean proferir recitando i personaggi delle sue tragedie61.

Tal era la spelonca d’Euripide in Salamina: tale la fucina de’ suoi lavori e lo spaventoso modo62 del machinarli63, e ‘l potersi dire ancor di lui “crede infra”, del compor nella grotta, “quidquid videris supra”, rappresentar nel teatro64. Pur, come quella sua era una malinconia, per così dirla, fatta a mano, presa ab estrinseco65 e posticcia, in uscendo66 fuor della spelonca all’aperto, al sereno, al dì chiaro, tutte quelle ombre funeste gli si dileguavan dal capo: quelle fantasie lagrimevoli67 gli sparivan dagli occhi68 e, in lasciando d’esser Euripide in opera di poetare, lasciava d’esser Euripide in atto d’infuriare. Ma un malinconico, il cui misero cuore è la profonda e nera grotta dov’egli fa a se stesso continue e non finte tragedie d’imagini spaventose, d’ombre infernali, di fantasie funeste, e qui ansietà, qui sospetti e disperazioni e furori e desideri di morte69, come può uscirne e camparsene70, se dovunque vada porta seco se stesso71, e nel suo petto la fucina e i fabbri delle sue miserie72? Che pro dell’infelice Scilla73 il fuggire, per fuggire i rabbiosi cani che le assordan gli orecchi latrando e le straziano i fianchi mordendola, se gli ha incarnati a’ suoi medesimi fianchi,

et quos fugit, attrahit una74?

Ma non è così. Tutto è volontario e non suggetto da75 compatire il patire de’ malinconici76: ché chi fa il carnefice a se stesso non ha scusa77 del suo morire. Non l’ha chi si finge e si pon davanti le ombre spaventose, se ne spirita per ispavento; anzi, come gli spettatori delle tragedie rappresentate ne piangono con diletto e ne godono con dolore, così i malinconici al farlesi78 da se stessi. Che pietà dunque vuole aversi delle loro miserie e de’ lor pianti?79

Da: Trattatisti e narratori del Seicento, p. c. Ezio Raimondi, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli aprile MCMXL. Pp. 639-641.

Daniello Bartoli80, Ferrara 12/02/1608-Roma 13/01/1685.

1623. Entra quindicenne nella Compagnia di Gesù.

1624. Entra nel noviziato della Compagnia a Novellara. Studia a Piacenza e a Parma.

1637. Predica a Piacenza.

1642. Sotto il nome del nipote Gio. Batt. Saggio delle poesie morali, forse poi ripudiate, Bologna.

1643. E’ professo.

1645. Prima opera a stampa a suo nome è L’uomo di lettere difeso ed emendato, Roma. Tradotta in tedesco, inglese, spagnolo, portoghese, francese, latino.

1646. Predica a Palermo. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per Giunti e Baba, 1646. In-12°.

1647. Predica a Napoli.

1648. Predica a Malta. Gli è proibita la predicazione per motivi di salute. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per Giunti e Baba, 1648. In-12°.

1649. E’ trattenuto a Roma per dedicarsi alla storia della Compagnia di Gesù.

1650. E’ nominato storico della Compagnia; in questa qualità risiede a Roma. La povertà contenta descritta e dedicata ai ricchi non mai contenti, Roma; tradotta in inglese, tedesco e francese. // L’eternità consigliera. In Venezia, per Francesco Baba, 1650. In-12° // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Francesco Baba, 1650. In-12°.

1650-1673. Istoria della compagnia di Gesù.

  1. Asia, 8 voll., 1650 + La missione al Gran Mogor del padre Rodolfo Acquaviva (1653)

  2. Giappone, 5 voll., 1660

  3. Cina, 4 voll., 1661

  4. Europa:

      1. Inghilterra, 6 voll., 1667

      2. Italia, 4 voll., 1673

1650-1653. Della Vita e istituto di sant’Ignazio (Roma, 5 voll.), tradotta in tedesco, inglese, francese, spagnolo; forma una sorta d’introduzione all’Istoria.

1651. Della vita del padre Vincenzo Caraffa (Roma, 2 voll.), tradotta in latino, francese, spagnolo. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per Francesco Baba, 1651. In-12°. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per Giunti & Hertz, 1651. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Francesco Baba, 1651. In-12°.

1653. L’eternità consigliera, Venezia, tradotta in tedesco, spagnolo e francese: L’eternità consigliera. In Venetia, per Francesco Baba, 1653. In-12° // Sotto il nome del nipote Gio. Batt. Saggio delle poesie morali, forse poi ripudiate, Bologna, II stampa.

1654. L’eternità consigliera. In Venetia, per Francesco Baba, 1654. In-12°

1655. Sotto lo pseud. di Ferrante Longobardi, Il torto e il diritto del non si può dato in giudizio sopra molte regole della lingua italiana, Roma. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, presso i Giunti, 1655. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Francesco Baba, 1655. In-12°.

1657. L’uomo al punto, Roma. // L’eternità consigliera. In Venetia, per li Baba, 1657. In-12°

1658. Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per il Baba, 1658. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per il Baba, 1658. In-12°. // Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … seconda editione accresciuta. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1658. In-12°.

1659. La ricreazione del savio in discorso con la natura e con Dio, Roma. // La povertà contenta. Descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per li Baba, 1659. In-12°.

1660. L’eternità consigliera. // L’eternità consigliera. In Venetia, per li Baba, 1660. In-12° // La ricreatione del savio in discorso con la natura e con Dio, libri due. Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1660. In-12°

1661. La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per li Baba, 1661. In-12°.

1662. Sotto il nome del nipote Gio. Batt. Saggio delle poesie morali, forse poi ripudiate, Milano, III stampa.

1663. Dell’huomo di lettere difeso ed emendato parti due. Venetia, per Combi e Lanoù, 1663. In-12°. // La ricreatione del savio in discorso con la natura e con Dio, libri due. Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1663. In-12°

1664. La geografia trasportata al morale, Roma. // L’eternità consigliera. In Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1664. In-12° // Della geografia trasportata al morale. Venetia, per Nicolò Pezzana, 1664. In-24°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1664. In-12°. // Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … seconda editione accresciuta. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1658. In-12°.Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … terza edizione accresciuta. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1664. In-12°.

1665. L’eternità consigliera. In Venetia, per Valentino Mortali, 1665. In-12° // La geografia trasportata al morale. Venetia, per Nicolò Pezzana, 1665. In-12°. // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, presso Zaccaria Gonzati, 1665. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Francesco Armanni 1665. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, presso Michel Angelo Barboni, 1665. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, presso il Brigonci, 1665. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, presso Valentino Mortali, 1665. In-12°.

1666. L’eternità consigliera. In Venetia, per Valentino Mortali, 1666. In-12° // La geografia trasportata al morale. Venetia, per Nicolò Pezzana, 1666. In-12°.

1667. Aggiunta all’Asia la Missione al Gran Mogor.

1668. L’huomo al punto cioè l’huomo in punto di morte. Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1668. In-12°.

1669. L’huomo al punto cioè l’huomo in punto di morte. Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1669. In-12°. // La ricreatione del savio in discorso con la natura e con Dio, libri due. Venetia, appresso Nicolò Pezzana, 1669. In-12°

1670. Trattato dell’ortografia italiana, Roma. // Della vita e de’ miracoli del beato Stanislao Kostka (Roma, 2 voll.), rist. con appendice Venezia 1754; tradotta in tedesco; compendiata dallo stesso autore. // L’ultimo e beato fine dell’uomo, Roma. // L’eternità consigliera. In Venetia, appresso Michel’Angielo Barboni, 1670. In-12° // L’huomo di lettere difeso & emendato parti due. In Venetia, appresso Michiel’Angelo Barboni, 1670. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, presso Michel Angelo Barboni, 1670. In-12°. // Dell’ultimo e beato fine dell’huomo libri due. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1670. In-12°

1671-1673. E’ rettore del Collegio romano.

1671. Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … quinta editione accresciuta. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1671. In-12°.

1672. Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, presso Nicolò Pezzana, 1672. In-12°.

1673. L’huomo al punto cioè l’huomo in punto di morte. Venetia, 1673. In-12°. // Della vita e dell’istituto di S. Ignatio, fondatore della Compagnia di Giesù libri cinque … Terza editione. Venetia, per li heredi di Francesco Baba, 1673. In-12°

1674. Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, presso Gio.Pietro Brigonci, 1674. In-12°. // Dell’ortografia italiana, trattato. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1674. In-12°. // Dell’ortografia italiana, trattato. In Venetia, presso Nicolò Pezzana, 1674. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Gio. Pietro Brigonci, 1674. In-12°.

1675. Le due eternità dell’uomo, Roma. // La grandezza di Cristo, Roma. // Delle due eternità dell’huomo l’una in Dio, l’altra con Dio. Considerationi. In Venetia, appresso Bartolomeo Tramontino, 1675. In-12°. // L’eternità consigliera. In Venetia, presso Gio. Pietro Brigonci, 1675. In-8°

1676. La geografia trasportata al morale. Venetia, appresso Iseppo Prodocimo, 1676. In-64°. // Delle grandezze di Christo in se stesso e delle nostre in lui. In Venetia, appresso Benedetto Miloco e Giacomo Zini, 1676. In-12°. // La ricreatione del savio in discorso con la natura e con Dio, libri due. Venetia, appresso Iseppo Prodocimo, 1676. In-12°

1677. Della tensione e della pressione, Roma. // L’huomo al punto cioè l’huomo in punto di morte. In Venetia, per Iseppo Prodocimo. In-12°. // De’ simboli trasportati al morale. In Venetia, presso Gio. Giacomo Hertz, 1677. In-12° // La tensione e la pressione disputanti qual di loro sostenga l’argentovivo ne’ cannelli dopo fattone il vuoto. In Venetia, appresso Gio. Francesco Valvasense, 1677. In-12°

1678. Della vita di Roberto cardinale Bellarmino (Roma, 5 voll.). // L’eternità consigliera. In Venetia, presso Steffano Curti, 1678. In-12° // L’eternità consigliera. In Venetia, presso Biagio Maldura, 1678. In-12° // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, per Giacomo Zini, 1678. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Giacomo Zini a S. Zulian, 1678. In-12°. // La tensione e la pressione disputanti qual di loro sostenga l’argentovivo ne’ cannelli dopo fattone il vuoto. In Venetia, appresso Gio. Francesco Valvasense, 1678. In-12°

1679. Del suono, de’ tremori armonici e dell’udito, Roma. // Scrittura contro i quietisti, inedito.

1680. De’ simboli trasportati al morale, Roma. // Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … sesta editione accresciuta. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1680. In-12°.

1681. Del ghiaccio e della coagulazione, Roma. // Della vita di s. Francesco Borgia (Roma, 4 voll.), tradotta in tedesco. // Delle due eternità dell’huomo l’una in Dio, l’altra con Dio. Considerationi. In Venetia, per FrancescoTramontino, 1681. In-12°. // De’ simboli trasportati al morale. Libro terzo. Venetia, presso Gio. Giacomo Hertz, 1677. In-12° // Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … settima editione. Venetia, Giovanni Francesco Valvasense, 1681. In-12°.

1682. Della vita di padre Nicolò Zucchi (Roma, 2 voll.).

1683. Delle grandezze di Christo in se stesso e delle nostre in lui. In Venetia, appresso Benedetto Miloco, 1683. In-12°.

1684. Degli uomini e fatti della Compagnia di Gesù, compendio dell’Istoria, in forma annalistica (Roma, 5 voll.). Rist. Torino 1845. // Dell’ortografia italiana, trattato. In Venetia, presso Paolo Baglioni, 1684. In-12°.

1685. Pensieri sacri, Roma. // Delle due eternità dell’huomo. Considerationi. In Venetia, per Francesco Vidali, 1685. In-12°. // Pensieri sacri. In Venetia, appresso Gasparo Storti, 1685. In-12°.

1686. L’huomo al punto cioè l’huomo in punto di morte. In Venetia, per Andrea Barroni, 1686. In-12°.

1687. Le opere morali. Venetia, 1687.

1689. L’eternità consigliera. In Venetia, appresso Antonio Bortoli, 1689. In-12° // Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. Venetia, per Girolamo Albrizzi, 1689. In-12°. // De’ simboli trasportati al morale… libro primo e secondo. In Venetia, appresso Gioseppe Tramontin, 1689; 2 tt. in-12°

1690. Dell’ortografia italiana, trattato. In Venetia, per Sebastiano Menegati, 1690. In-12°. // La povertà contenta, descritta e dedicata a’ ricchi non mai contenti. In Venetia, per Sebastian Menegati, 1690. In-12°.

1691. Il torto e il diritto del non si può, dato in giudicio sopra molte regole della lingua italiana … Settima editione accresciuta… e per entro in più luoghi e al fine di quasi cento nuove osservationi. In Venetia, per Gio. Francesco Valvasense, 1691. In-12°.

1692. Dell’huomo di lettere difeso et emendato parti due. In Venetia, appresso li Prodotti, 1692. In-12°.

1693. Sotto il nome del nipote Gio. Batt. Saggio delle poesie morali, forse ripudiate, Ferrara.

1699. Dell’ortografia italiana, trattato. Venetia, per Lorenzo Basegio, 1699. In-12°.

1717. Opere non storiche, 3 voll., Venezia.

1754. Rist. con appendice di Della vita e de’ miracoli del beato Stanislao Kostka, Venezia.

1825-26. Opere complete, Torino, 39 voll.

1847. Stampa postuma di Degli uomini e de’ fatti della Compagnia di Gesù.

1939. Scritti vari di Daniello Bartoli, a cura di M. Rigillo, Milano.

1943. Scritti in: Antologia della prosa scientifica del ‘600, a c. Antonello Falqui, Firenze.

1960. Scritti in: Trattatisti e narratori del Seicento, a c. Ezio Raimondi, Milano-Napoli.

1967. Daniello Bartoli / Pietro Segneri, Prose scelte, a c. di M. Scotti, Torino.

1969. Scritti in: Scienziati del Seicento, a c. M.L. Altieri Biagi, Milano.

1973. Scritti in: G. Cavallini, Prosa scientifica del Seicento, Torino.

1977. Daniello Bartoli, Scritti, a cura di Ezio Raimondi, Torino.

Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana dettate nell’Università di Napoli da Luigi Settembrini. Sedicesima edizione stereotipa. Vol. II. Cav. Antonio Morano Editore, Napoli 1894. Dal Quinto periodo. Il gesuitesimo nella vita italiana. LXX. Davila, Bentivoglio, Bartoli:

… Tutte le opere del gesuita Daniello Bartoli furono ristampate in trentotto volumi nel 1825, tempo di scura servitù per l’Italia, in Torino da Giacinto Marietti, che in fronte di parecchi volumi pose alcune lettere di rinomati scrittori italiani che gli davano lodi per la ristampa delle opere del gran Bartoli: ed in fine di ciascun volume sono queste parole: corretto da Ferdinando Ottino torinese, il quale fu un oomiciattolo il quale volle afferrarsi alla coda del Bartoli per acquistarsi la buona grazia della Compagnia, e salire alla gloria del paradiso. Di questi trentotto volumi ventidue contengono la storia della Compagnia di Gesù, e sedici le opere minori.

La storia comincia così: “Scrivo l’istoria universale della Compagnia di Gesù, e soddisfo a quest’obbligo che ella ha col mondo di fargli a certi tempi saper ciò che ella ha operato per lui”. Prima è la Vita di S. Ignazio in cinque libri: poi segue l’Inghilterra, dove la Compagnia sparse il primo sangue, e si distende in sei libri; poi l’Italia, e in quattro libri si narra quanto fecero i Gesuiti nel Concilio di Trento fino alla morte del Laynez, ed alla elezione di Francesco Borgia generale della Compagnia. Segue l’Asia, che comprende l’India in libri otto, il Giappone in libri cinque, la Cina in libri quattro. E questa storia universale, come si vede, non è compiuta, perché ci manca la Germania, altre contrade d’Europa, l’Africa, e l’America.

Il Bartoli dimenticato nel passato secolo come altri secentisti, nel secolo presente fu lodato come il primo scrittore del mondo da Pietro Giordani81. Se mi domandate perché, io rispondo: Guardate la Compagnia che nel passato secolo fu scacciata82, ed anche abolita da un Papa83, e in questo secolo dopo il 181584 fu restaurata e carezzata: così quel che pare un capriccio di cattivo gusto nel Giordani, ha riscontro in un fatto che operò sopra di lui inconsapevole85. Al ritornare dei Gesuiti si volle cercare il bene che essi avevano fatto, quasi cagione del loro ritorno: e il Giordani, che era tutto inteso a restaurare la buona lingua e il buono stile in Italia, credette vedere nel Pallavicino e nel Bartoli miracoli di scrittori86.

La Storia della Compagnia di Gesù è una delle più importanti opere che il mondo aspetta, e non è fatta ancora: questa del Bartoli non è storia, ma una compilazione fatta su i racconti dei missionari; senza critica, senza affetto, un fantastico rimpasto di quei racconti pieni di miracoli e di superstiziose credenze. Nondimeno il concetto di questa storia ha qualcosa di grande: ella è storia universale: e il Giove che tiene in mano la catena da cui pende quest’universo è Ignazio: gl’Imperatori che dopo di lui la sostengono sono i Generali87 dell’Ordine: nel mondo non ci sono altro che i Gesuiti e coloro che essi combattono: ed è bello vedere le grandi nazioni dell’Asia coi loro superbi regnatori assalite da umili fraticelli che cercano mutare la coscienza dei popoli Asiani88 e renderli soggetti a Roma. Chi prenderà a scrivere la storia della Compagnia legga bene quest’opera del Bartoli, e in mezzo alle descrizioni lussureggianti, ed ai racconti assurdi e puerili, troverà gli ambiziosi disegni e la grande idea gesuitica.

Per questa idea l’opera del Bartoli è importante, secondo a me pare, e non per lo stile che è tutto ipocrisia e civetteria. Il Bartoli, come tutti i Gesuiti, non ha un affetto mai, non ti fa sentire mai un affetto neppure per Gesù e per i Santi dei quali egli parla, onde tu non sai se egli creda davvero quello che dice: nessun pensiero mai, né ti fa mai meditare. Egli ebbe memoria forte, e fantasia gagliardissima, però89 il suo stile è tutto immagini, tutto frasi, tutto parole; è un giuoco, una fantasmagoria, e niente altro. Dentro è vuoto, senza pensiero, senza vita, senza verità, senza ordine: è un fascio di fattarelli tratti da tutti gli scrittori sacri e profani, e descrizioni di ogni minima inezia. Se il vizio può avere una sua bellezza, quel vizio che chiamammo secentismo, nel gesuita Bartoli ha uno splendore che pare bellezza; perché le frasi sono veramente smaglianti e tutto oro macinato e perle strutte, come il Giordani dice bartoleggiando; e la lingua è veramente la più ricca e sfoggiata; quella forma somiglia uno di quei vestoni ricamati in oro che stanno ritti da sé soli, e si mettono sopra un fantoccio non sopra un uomo che non ci si potrebbe movere dentro. Nello stile del Bartoli non c’è l’uomo, ma il gesuita: però90 è imitato da tutti i gesuiti e gesuitanti che quando parlano e scrivono fanno mille attucci come le civette, e studiano piacere con l’arguzia e i concettini, non sanno dir mai le cose con le parole naturali, non hanno anima che senta.

Oltre le Storie scrisse alcuni trattati di Fisica, nei quali egli vuol ridurre le sue medesimo esperienze a’ principii peripatetici91, che già Galileo aveva banditi dalla Scienza: scrisse vari trattati morali, come l’Uomo di lettere, la Ricreazione del Savio, i Simboli trasportati al morale, La Povertà contenta, L’ultimo e beato fine dell’uomo, l’Eternità consigliera, l’Uomo in punto di morte; nei quali di morale v’è un pochino, e poi quanta erudizione sacra e profana si può raccogliere tutto v’è messo dentro. Il Bartoli era prontissimo a scrivere d’ogni cosa, perché credeva che l’arte del dire non fosse altro che lingua e frasi: e con lui tutti quelli che tentano prostrare l’anima umana negandole il libero volere92, non sanno pregiare altro che le parole e le frasi. Per me il Bartoli è la più chiara pruova che il Secentismo è il gesuitesimo nello stile93. Nacque in Ferrara nel 1608, morì in Roma nel 1685. Pp. 367-370.

1Seneca: Lucio Anneo Seneca di Cordova nella Spagna, figlio del grande retore Anneo S., senza prenome, nacque intorno all’anno 0, morì suicida su ordine di Nerone, del quale era stato precettore, nel 65; massimo filosofo morale romano. Non stupisce che il massimo ragionatore di etica che Roma abbia dato sia stato anche una delle personalità più contraddittorie, che abbiano scritto in materia. Figura decadente, scrive di morale e politica, teatro, lettere filosofiche (ad Elvia, a Lucilio), trattati; l’opera a cui il Bartoli qui si rifà è l’unico compiuto trattato di fisica della latinità. Il suo stile, franto e interrotto, non piacque a Nerone, che lo chiamò sabbia senza calce (arena sine calcem), benché, quando non tratta di materie direttamente attinenti all’esperienza privata, abbia quella tendenza al prolisso, al fiorito, che mostra quanta somiglianza ci sia tra la romanità “spagnola” del I sec. dell’E.V. e il ‘600 barocco; anche, verosimilmente, nei presupposti etici.

2Si tratta delle Naturales quaestiones, che “si collocano nell’ambito della letteratura meteorologica antica” (Questioni naturali di Lucio Anneo Seneca, a cura di Dionigi Vottero, UTET, Torino 1989, p. 9. Dell’op. rimangono soli 8 ll., con numerazione 1-7 perché la successione prevede un l. IV a e un l. IV b. Quanto alla datazione dell’opera, Seneca dichiara nel testo di aver posto mano all’opera da vecchio (III, Praefatio, 1: “Non praeterit me, Lucili virorum optime, quam magnarum rerum fundamenta ponam senex…”: “O Lucilio, che sei il migliore tra gli uomini, no mi sfugge di che imponente opera io, ormai vecchio, getti le fondamenta…”, ib. pp. 376-377); fermo restando che per i romani la senectus cominciava a 60 anni (ib., p. 10n.), e Seneca doveva essere nato nel 5 a.C., ci sono tre passi dell’opera che illuminano sulle date possibili. Il primo è in VI De terrae motu, 1, 1-2, dove si dice: “[I, 1] Pompeios, celebrem Campaniae urbem, in quam ab altera parte Surrentinum Stabianumque litus, ab altera Herculanense conveniunt et mare ex aperto reductum amoeno sinu cingunt, consedisse terrae motu vexatis quaecumque adiacebant regionibusm, Lucili virorum optime, audivimus, et quidem hibernis diebus, quos vacare a tali periculo maiores nostri solebant promittere. [2] Nonis februariis hic fuit motus [Regulo et Virginio consulibus], qui Campaniam… magna strage vastavit, cioè: “[1] O Lucilio, che sei il migliore tra gli uomini, abbiamo udito che Pompei, frequentata città della Campania, dove si congiungono da una parte le coste di Sorrento e di Stabia, dall’altra quelle di Ercolano e cingono con un’amena insenatura il mare che lì si ritrae dal largo, è sprofondata in seguito ad un terremoto che ha colpito tutte le regioni adiacenti, e che questo è accaduto proprio durante i giorni invernali, che i nostri antenati erano soliti garantire esenti da un pericolo simile. [2] Questo terremoto si è verificato alle None di Febbraio [sotto il consolato di Regolo e Virginio], e ha devastato con ingenti rovine… la Campania”; è stato uno dei terremoti che si sono susseguiti prima della famosa eruzione del 79 E.V.; il terremoto a cui si riferisce qui Seneca, appunto, ha una data precisa, quella del 5 febbrajo (le “none”, sotto il consolato di Regolo e Virginio) 62 E.V. Il secondo passo è in VI, 1, 13: “anno priore in Achaiam et Macedoniam, quaecumque est ista vis mali, [quae] incurrit, nunc Campaniam laesit, che conferma la notizia precedente, dicendo: “l’anno scorso la violenza di questa sciagura, quale che essa sia, si abbatté sulle province di Acaia e di Macedonia, ora ha lesionato la Campania”. Il terzo passo collega cronologicamente l’apparizione di una cometa con i terremoti d’Acaja e Macedonia e poi Pompej sopra riferiti, ed è in VII De cometis, 28, 3: “[3] Fecit hic cometes, qui Paterculo et Vopisco consulibus apparuit, quae ab Aristotele Theophrastoque sunt praedicta; fuerunt enim maximae et continuae tempestates ubique, at in Achaia Macedoniaque urbes terrarum motibus prorutae sunt, vale a dire: “[3] Questa cometa, che apparve sotto il consolato di Patercolo e di Vopisco, ha prodotto gli effetti previsti da Aristotele e Teofrasto; infatti si verificarono dovunque continue e fortissime tempeste, mentre in Acaia e Macedonia crollarono delle città a causa di terremoti”. La cometa apparve l’anno 60 E.V.; M. Manilio Vopisco e C. Vellejo Patercolo furono consoli suffetti per lo stesso 60, II semestre (sicuramente nel periodo 15/07-02/09). Ib., pp. 576 e n., 577 e n., 578, 579 (VI, 1, 1-2), 584 e n., 585 (VI, 1, 13), 720 e n., 721 (VII, 28, 3). Seneca è il classico preferito dai Secentisti, con Pindaro e Tacito; l’idea stessa dell’opera trascorre nel Bartoli: “La forme même que Sénèque a donnée à ses Question naturelles prouve qu’il les a écrites en moraliste, beaucoup plus qu’en homme de science”, Sénèque, Question naturelles, t. I (ll. I-III), texte établi et traduit par Paul Oltramare Professeur honoraire de l’Université de Genève, Société d’Edition “Les Belles-Lettres”, Paris 1929, pp. Xxiv-xxv.

3Presosi: avendo intrapreso”.

4Cagione: causa”, “motivo”, “ragione”.

5Effetti: fenomeni”.

6A tanto a tanto: di tanto in tanto”.

7Assorbimenti: sprofondamenti”.

8Tremuoti: forma corrotta sempre di terrae motus, rispetto a cui l’italiano dell’uso attuale è più conservatore.

9Subitane: sic; da un singolare maschile subitano.

10Sboccati: “fuorusciti”, “sgorgati”.

11Maraviglia… maravigliosi: gioco etimologico. Giova ricordare che una delle caratteristiche più spiccate, specialmente della prosa (ma non solo: v., per es., Antonio Abati, m. 1667, molto bisticciato anche nel verso, e con lui varj burleschi, satirici e giocosi), del Barocco è il gioco paretimologico, normalmente, dove si stabilisce, cioè, in base alla rispondenza fonica, una capricciosa corrispondenza di significato tra vocaboli in realtà derivati da radici differenti, o differenziatasi, o diversamente specializzatasi. Uno dei campioni di quest’artificio fu il frate minimo Francesco Fulvio Frugoni (Genova, 1620 ca. – Venezia, 1684 ca.), che nel suo Il cane di Diogene, diviso in sette “latrati”, e in particolare al quinto, intitolato Il tribunal della critica, nel quale sfilano tutte le personalità importanti del pantheon letterario del frate, dà del Bartoli stesso, riferendo a modo suo delle opere migliori (tra le quali L’uomo di lettere è indicato come il capolavoro), e mostrando infine un Bartoli sorridente, indifferente alla fama [il testo del Frugoni è accompagnato da noticine in margine, nei ‘vivagni’, occorrenti più che altro a scandire ritmicamente il testo, che riproduco in corsivo tra parentesi quadre]: “Ragunossi quella mattina di nuovo il critico Tribunale per pesar e censurare altri libri che restavano alla bilancia avanzati. Furono posti sopra di essa quelli di Daniello Bartoli [L’uomo di lettere del Bartoli celebrato], che non erano pochi, ma numerosi più anche per lo stile che per lo numero. L’uomo di lettere, che di statura picciola, come il Bartoli medesimo, era, com’egli, di lettura e letteratura così grande che sorpassava non solo le altre opere di lui, ma eziandio molte e molte altre, ancorché più voluminose e ripiene. L’erudizione in esso era così propria, così ben adattata, così vivace che non si potea né più bella, né più giudiciosa, né più opportuna considerare. L’invenzione spirava ingegnosa maestria e lo stile atico, perciò succhiosamente fiorito, esalava una fragranza mirabile: talché in quel angusto sito di pochi fogli si ristringean tutte le delizie dell’eloquenza più florida e della dicitura più erudita. Bilanciato l’Uomo di lettere però più solo, come singolarmente ponderato, che tutte l’altre opere di questo celebre autore, che anche a parte pesavano molti aurei talenti; ma degeneravano da quello per lo stile declinante all’asiatico, benché d’erudita suppellettile pompeggiante. La povertà contenta [La povertà contenta del medesimo doviziosissima] era così doviziosa che potea chiamarsi con ragione contenta: povertà filosofica, e perciò da preferirsi alle ricchezze di Creso e di Crasso. La conversazone del savio [La conversazione del savio e le Storie del Bartoli] mostrava bene che ‘l Bartoli appresa l’avea dal conversar seco medesimo, in cui solo si compendiava tutta la compagnia dei savi ed avean conferenza tutt’i savi della Compagnia. Le Storie dell’America scaturivano, come il Rio della Plata d’argentea piena, con ridondante profusione. Vedeasi correr un Gange imperlato in quelle dell’India orientale, travasante dagli argini per la veeemenza dell’alveo prezioso. La Cosmografia morale [La Cosmografia morale, l’Uom al punto lodati; aggiungansi anche i Simboli, etc.] contenea un mondo numeroso d’insegnamenti celesti per riformar i costumi terreni. L’uom al punto era così puntualmente delineato che conduceva l’uom al centro. // Questo fu il parere del Giudicio, dopo il quale, insorta la Lingua Italiana, con vezzo dolce glorificò il Bartoli, che sotto nome di Ferrante Longobardi l’avea indorata ed avesse cacciati d’Italia i longobardi barbari, cioè gli errori della buona lingua che tiranneggiavano le scritture. “Col suo non si può – dicea – egli ha vendicato il mio torto [Il torto Elogio della Critica al Bartolie il diritto del non si può lodatissimo], m’ha tolti di faccia molti nei; tanto più degno di lode quanto ch’egli non nacque toscano ed insegnò a’ toscani medesimi come s’abbia a scrivere: siché il Po è divenuto maestro all’Arno”. // La Critica disse [Elogio della Critica al Bartoli] :Grand’onor merita quest’autor rinomato, aiutante dell’Istoria, consiglier dell’Erudizione, segretario della Lingua Italiana, camerier della Chiave d’oro del nostro serenissimo Apollo ed uno de’ miei sensatissimi collaterali. Tra gli oratori egli ebbe vanto d’usignuolo; ed anche tra’ poeti potea conseguirlo di cigno, se l’avesser lasciato cantare. Non invano ei porta il nome di Daniello, per essere vir desideriorum, come apparisce dalle sue opere, che sono tutte aspirazioni. L’incolpano in esse (toltone L’uomo di lettere) di troppo asiatico, e che prorompa talvolta in certi fiorentinismi affettati che diminuiscono a quelle il pregio. Hassi però a scusare la passione di voler parer rigorosamente troppo toscano e ‘l profluvio del di lui grand’ingegno troppo facondo. Egli fa eccezione a quella regola che sia meglio pescar nel poco che nel molto. Non sanno trattenersi que’ torrenti che pieni d’acque limpide, perché non arenose, gorgogliano con rimbombo e vengono a disarginarsi con ridondanza. Il Bartoli, che in un corpo ristretto chiude un’anima grande, d’accredita pur in ciò l’Alessandro delle lettere [Magnus Alexander corpore parvus erat], ond’a guisa d’Alessandro che non capisce nel mondo, non capisce ne’ suoi libri, che son un mondo saggio, erudito ed eloquente”. // Così divisava la Critica, e ‘l genio del Bartoli, che tra quee’ savi seduto trovavasi, ià molto pria registrato nel Tribunale, rideasi degli encomi che udiva tributati al di lui merito. Ridea o per contento di sentir le sue fatiche acclamate come profittevoli o per disprezzzo di generosità, non curante altra gloria che l’eterna. Sapea ben egli che la mondana sia fumo [La gloria mondana è un fumo che si dilegua più quanto più ascende], che la celeste sia luce; onde rivolto col guardo interno all’eternità dell’altra vita, in cui solo si ricompensa il merito, non facea conto degli applausi alla temporale, in cui non si distribuisce il premio a misura del merito, il quale quantoo è più insigne tanto più è negletto”. Francesco Fulvio Frugoni, Il tribunal della critica, per c. Sergio Bozzola ed Alberto Sana, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, Parma 2001, vol. I, pp. 432-435 (corr. alle pp. or. 408-410). Il brano, come probabilmente qualunque passo del Frugoni, illustra a puntino l’importanza del gioco paretimologico, che ha varie implicazioni, e quanto esso pesi sulla costituzione del testo, materialmente, anche come scelta dei materiali e loro impiego, o anche loro deformazione, e non solo come ‘scelta stilistica’. “Numerosi più anche per lo stile che per lo numero: la radice è la stessa, ma è utilizzata in due accezioni diverse. Lo stile, o il verso ‘numeroso’ è il verso pieno di suono, sostenuto e ricco; il secondo “numero” rimanda invece alla quantità. “Di lettura e letteratura così grande”: come sopra, dal noto legere, ed è modesto il bisticcio sulle accezioni, dove la ‘lettura’ grande implica la proficuità della lettura data del testo lodato; la ‘letteratura’ indica l’erudizione. Ad un’amplificazione, giocata sulle due forme geminate in italiano da flos, serve quel riferimento a “lo stile atico, perciò succhiosamente fiorito … dell’eloquenza più florida e della dicitura più erudita”, dove le due specializzazioni della radice creano una variatio tra elementi che, anche nel significato, si riducono a una sola cosa. Stessa cosa con “pesò più solo, come singolarmente ponderato…” (ambi a pondus). Una possibilità ulteriore è offerta dal gioco su La povertà contenta, la quale è talmente ricca (“doviziosa”), s’intende nello stile, che per forza è contenta: dove il secondo ‘contenta’ indica la soddisfazione di ordine materiale. Il gioco era abbastanza fatale in àmbito ecclesiastico genovese, quello in cui il Frugoni s’era formato, data la vigorosa adesione dei predicatori alla normativa antisuntuaria e alla campagna di moralizzazione conseguente di cui la Repubblica s’era fatta carico; si ricordi la tirade al fulmicotone, di decine di pagine, dello stesso Frugoni tra gli apparati dell’Epulone, e il caso limite del suo amico e protettore Anton Giulio Brignole-Sale, passato nella Compagnia di Gesù nel 1652, a cui il ‘papa nero’ Giovan Paolo Oliva sconsigliò la pubblicazione del Quaresimale (nel II vol. delle Lettere di quest’ultimo, 1704), che forse l’autore finì col distruggere, o non conservare con abbastanza cura da farcelo pervenire, proprio a causa dell’ossessività della polemica contra ‘l lusso moderno. La frase seguente, “povertà filosofica, &c.”, riporta la natura di questa contentezza al suo significato più logico e aderente. Il gioco tra Creso e Crasso è della tradizione (come l’antitesi del piccolo corpo del grand’Alessandro in conclusione). Ma il massimo interesse riveste la frase seguente, in cui è presentato un libro che chi conosce la bibliografia del Bartoli non s’aspetta di trovare: “La Conversazione del savio mostrava bene che ‘l Bartoli appresa l’avea dal conversar seco medesimo, in cui solo si compendiava tutta la compagnia dei savi ed avean conferenza tutt’i savi della Compagnia”. Chi conosce la bibliografia, almeno, del Bartoli, sa che il gesuita non ha mai scritto nessuna Conversazione, semmai una Ricreazione del savio. Ci si chiede, ovviamente, se il Frugoni, che è arrivato a definire Emanuele Tesauro il primo intellettuale d’Europa e Giovan Battista Vidali l’oscuratore del Marino, abbia almeno letto i testi di cui parla; e quanto fossero letti dai suoi lettori, e se ne avesse, lettori (cosa di cui, data una lettera, molto bella, dello Stigliani sarebbe possibile anche dubitare). Non si tarda, poi, a capire come lo svarione, abbastanza perdonabile data l’orchestrazione retorica tipica, sia in realtà intenzionale, per via del complimento al Bartoli, racchiuso nel cerchio metallico dell’autoriferimento, e, soprattutto, della disseminazione fonica che ingraondisce e fa riverberare il gioco paretimologico (la prima accezione di “conversazione”, secondo un uso noto in tutt’Europa, c’entra con la frequentazione di uomini dotti, vale a dire con quella civiltà che il secolo seguente avrebbe identificato, francesemente, con quella del salotto; il secondo “conversare” sembra più generico e letterale): “La Conversazione del savio mostrava bene che ‘l Bartoli appresa l’avea dal conversar seco medesimo, in cui solo si compendiava tutta la compagnia dei savi ed avean conferenza tutt’i savi della Compagnia”; ma nota anche se-co, comp-endiava, comp-agnia, comp-agnia. Per una filza così ben azzeccata, valeva la pena di fare un po’ di forza al vero. Ma non è solo la rispondenza fonica a decidere. Il Bartoli, il Salgàri della Compagnia di Gesù, è narratore fluviale? Ecco compresi due pezzi della sua Istoria tra due fiumi-simbolo: il Rio de la Plata (cioè “il fiume d’argento”, nel castigliano che il Frugoni ben conosceva) per le Americhe e il Gange per l’Oriente. Tutto a posto, allora? Nossignori: si dà il caso che una così perfetta simmetria nelle parti degl’Infedeli istorizzate dalla penna del gesuita esistano solo nella penna del minimo; perché il Bartoli non ha mai scritto nulla sulle missioni d’America. La scrittura bifocale, e quindi simmetrizzante (e asimmetrica) ed antitetizzante, e geminante, barocca s’impossessa del reale e v’insinua, dove non la scorge, la duplicità strutturale. Ad un puro caso di attrazione (ma quanto era consapevole un simile modo di procedere, dovesse aver ragione Umberto Eco, quando sostiene che tutto questo strumentario, esposto con ordine e sensibilità d’artista dal Tesauro, a suo tempo era diventato un modo di ragionare? Con tutte le conseguenze filosofiche del caso, il bene e il male nel disegno divino, come nei romanzi, secondo Leibniz, sù sù fino a Hegel, Marx… E il Marino, certamente, era uno che aveva questo modo di ragionare!) l’attribuzione di questa terza ed ultima opera inesistente, da Libraria del Doni, dove però le opere, invece di essere inventate di pianta, sono riviste – solo quanto a copertina, perché questo Tribunal è una vetrina, non vero luogo di processi – nello specchio deformante delle rispondenze aggroppate a due a due: quella, cioè, della Cosmografia morale, che ricorda la (Geo)grafia (trasportata al) morale, ma che non è quella, sicuramente: è un’opera in grado, meglio di quelle reali, di raffigurare emblematicamente il senso del Bartoli scrittore, projettandone magnificamente la sua figura su uno sfondo ancòra più ampio di quello, già vasto, da lui effettivamente esplorato: non quello della Compagnia di Gesù, che ha coperto con le sue missioni tutto l’orbe terracqueo, ma il cielo infinito, in antitesi ovvjssima con la terra; se parla del cielo (cosa che il Bartoli s’è mai sognato di fare, anche in altre opere) è pensando alla terra; ma la rispondenza fonica, che realizza l’ideologico uguale-e-contrario proprio dell’antitesi, è nella sillaba cos della celeste Cos-mografia e dei terreni cos-tumi. Non fa mestieri il dire che il Bartoli, non artista ma “storico” e retore, tenuto per ragioni professionali ad un oprare di assoluta coscienziosità, quando non tutto verificabile almeno conveniente alla Compagnia, non volendo rinunciare a questo artificio, che di tutti gli artificj barocchi è uno dei meno rinunciabili, si limita dimolto, riducendosi a volte al limite della ridondanza, o di qualcosa di molto prossimo ad un accusativo dell’oggetto interno (quel [com]patire il patire del malinconico, dove lo scarto è minimo, ed è garantito appena dalla composizione del patior col cum). Basta questo esempio ad illustrare lo jato profondo tra Bartoli scrittore militante e stipendiato, animato da spirito di servizio, e il Frugoni, l’uomo che in teoria non potrebbe – dove lo trova il tempo, tra tanti rivolgimenti? – scrivere, eppure lo fa lo stesso; l’uno incaricato di ricostruire il mondo dei gesuiti in carta – come, anche con marchingegni, il Kircher in latino; l’altro autoincaricatosi di distruggerlo nella pagina via via sovraccaricantesi di glifi contorti. Forse il Frugoni lo sapeva, di essere l’antiBartoli, destinato a dispiacere al Manganelli e al Pieri (ma non al Croce, piuttosto attento, e quasi affettuoso); e in effetti il Bartoli che ridacchia, sul finale della sua scena, risulta, chissà perché, abbastanza odioso.

12Cessa… tale ancor è sotterra”, ammenoché non si rifaccia a una tradizione diversa, o interpolata, rispetto alle edizioni moderne, questo periodo non dovrebbe corrispondere esattamente a nessun passo dell’originale, ma riassumere il concetto poi esposto rifacendosi, con coerenza retorica, a quanto precede nel testo senecano, che pone parecchie domande circa i complessi rapporti tra acque e terra introducendole con un “miramur” (“ci meravigliamo”), per esempio (in 4), o provocando l’ammissione dell’interlocutore Lucilio con “quos quid miraris” (“delle quali cose perché meravigliarti”, 8, 1), o “Quid, si … mireris” (“Che dire se … ti meravigliassi”, 10, 2), &c., sempre imperniate sul miror, “mi stupisco”. Questo “Cessa … ogni maraviglia” tronca questa sequela di stupori passando direttamente alla soluzione, e cioè che il seno della terra è altrettanto variegato e frastagliato quanto la superficie, verità che in Seneca è preparata da una lunga serie di esempj appassionatamente prodotti in filza. Dev’essere fatto riferimento all’opus magnum del Mundus subterraneus del p. Athanasius Kircher, S.J., che a sua volta prende origine da quest’attrazione barocca per la realtà alternativa delle profondità, e ha in queste pagine di Seneca sulle acque terrestri il suo più antico e sodo punto di riferimento; o anche la nuova attenzione manieristico-barocca alle città viste “da sotto”, come la Roma sotterranea del Bosio, &c.

13Havvi: “vi è” o “vi sono” (in questo caso la seconda), vecchia costruzione unica ricalcata sul francese (il y a).

14Balzi: o “balze”, per noi.

15Seni: insenature”, genericamente, “meandri”, “rientranze”, “anfrattuosità”.

16Acquidocci: un acquidoccio per il Battaglia è una “fossa (spesso in muratura) per convogliare le acque dei campi; canale, gora; conduttura, acquedotto”. Cita anche il Tommaseo-Rigutini, 1896, che tendono a darne una definizione più nettamente distinta dal simile acquedotto: quantunque possa esser sinonimo di acquedotto, pur ne differisce, in quanto può ricevere un più general significato, intendendo per esso qualunque canale che serva a sfogo dell’acqua, come: fogna, chiavica, gora e simili”; il significato dato come attuale è quello che il Battaglia presenta per primo, e che ho riportato. Dal latino volgare acquiducium, derivato da acquiductus.

17Il Battaglia dà come significato 2, dopo il toscanismo per l’usuale “scroscio”, secondo un fenomeno fonetico assolutamente tipico (v. anche schiacciata-stiacciata; schiaffo-stiaffo &c.), quello di “Rovescio d’acqua, scroscio di pioggia (e anche di altri liquidi); quindi non c’è quell’inopinata, scenografica attenzione al dato auditivo che pareva a prima vista. Esempj di Ojetti, Gadda, Montale.

18Riverberi: anche qui, la presenza a breve distanza di fornaci e fucine induce a rifiutare la lettura suggestiva, stavolta in senso visivo, per diversa accezione, Battaglia 2, “- fiamma, fuoco di riverbero: calore intenso che viene riflesso da un’apposita superficie sul materiale da cuocere o da fondere in un forno. Fornace, fornello, forno a, di riverbero. Esempj: Biringuccio, Garzoni, Bergantini, Spallanzani, Fanfani.

19Anche queste frasi non si riferiscono esattamente a nessun luogo precedente del l. III, ma ripropongono i concetti in sunto. Struggimenti = fusioni”.

20Così va del: “la stessa cosa accade con”.

21Dalle Nat. Quaest. l. III, 16, 4: “… credi pure che là sotto c’è tutto ciò che vedi qui sopra. Anche laggiù vi sono vaste spelonche e cavità enormi e valloni incassati fra le montagne che li sovrastano da una parte e dall’altra; vi sono baratri e crepacci di proporzioni gigantesche, che spesso hanno inghiottito intere città sprofondate e hanno seppellito per sempre, in quegli abissi, enormi cumuli di macerie”; così il Vottero cit., pp. 410-413; o, se si preferisce, il Raimondi 639n.: “Devi credere che sotterra si dà quanto vedi alla superficie. Anche costì sono vaste caverne, antri immensi e distese aperte con montagne a strapiombo da ogni lato. Vi sono voragini senza fondo, che spesso hanno accolto città inghiottite e nascosto nelle loro profondità crolli giganteschi”.

22Euripide: sommo poeta tragico greco; di Atene, nato forse da umile famiglia intorno il 485 a. l’E.V., morì dopo una vita difficile intorno il 406 in Macedonia, dove pare sorgesse il sepolcro. Il Bartoli fa riferimento alla raccolta erudita delle Notti attiche di Aulo Gellio al l. XV, 5 (v. poi); Aulo ha un tesoretto di frammenti euripidei da opere perdute. La cifra di 75 sue opere si ha in XVII, 4, 3: “Euripidem quoque M. Varro ait, cum quinque et septuaginta tragoedias scripserit, in quinque solis vicisse, cum eum saepe vincerent aliquot poetae ignavissimi: “Anche Euripide, come riferisce Marco Varrone, pur avendo composto 75 tragedie, con cinque sole di esse riportò la vittoria: in genere avevano la meglio su di lui dei poeti di nessun valore”, in: Le notti attiche di Aulo Gellio, a cura di Giorgio Bernardi-Perini, vol. II, UTET, Torino 1992, pp. 1216-1217.

23Larga: “copiosa”, “abbondante”. Solito latinismo (perché in lat. largus vale anche “fluente”, “generoso”. Cfr. il solito Calonghi, Rosemberg & Sellier, poi altri, 1950 &c., “largus” vale largo, abbondante, copioso, ricco. Val la pena di notare, forse, come il “secco” François de Malherbe, gran normatore della lirica francese, nell’età del Marino aveva, nelle sue Observations a Ménage, prescritto di evitare l’espressione larges pleurs, qui est bon en latin mais qui ne vaut rien en français: il Bartoli con questa “così larga vena di lacrime” rievoca l’espressione latina, seguendo una (anti)precettistica contraria, che nelle vie torte dell’erudizione e nelle riposte pieghe dei vocabolarj riscopriva continuamente una ragion d’essere nel suo innalzarsi da qualunque quotidianità d’uso.

24Da: “di”; per noi è complemento di specificazione, per il Bartoli e chi per lui complemento di mezzo.

25L’erano: “erano”, semplicemente; robusto fiorentinismo.

26In fatti: locuzione avverbiale: “fattivamente”, “di fatto”, “nei fatti”.

27L’abbiamo: “lo sappiamo”; latinismo; terminologia giuridica, o filologica.

28Non credendolo … suoi medesimi occhi: intendi: “non potendo / non volendo credere a ciò senza esser testimone di vista”.

29Testimonio di veduta: “testimone di vista” o, appunto, “veduta”, terminologia giuridica superata dal nostro “testimone oculare”.

30Aulo Gellio: erudito romano, e filologo, di famiglia cospicua, del II sec. dell’E.V., fu allievo di Sulpizio Apollinare in Roma, di Calvisio Tauro in Atene; nella città capital della Grecia, Erode Attico lo accolse con molto garbo. In Roma ebbe incarichi giudiziali, ma poté proseguire a piacimento i nutritissimi studj eruditi, che, corroborati da molte letture e dal commercio con tutti i maggiori dotti dell’età sua, portarono alla composizione dei 20 ll. (19 superstanno, perché l’VIII andò perduto) della compilazione de Le notti attiche, titolo ghiribizzoso motivato, a dire dell’autore, dal fatto che le tessere che le compongono furono stilate per alleviare il tedio delle lunghe notti invernali dell’Attica. Gellio riferisce scrupolosamente e attentamente quello che sente, e non aggiunge un pelo di proprio; questo ne fa un tesoro di notizie, fondate, su tutta l’antichità, specialmente sull’età arcaica, della quale si ha maggior desiderio di conoscenze. È scrittore ammanierato, fu dei cosiddetti “frontoniani”.

31Filocoro: studioso di letteratura, storico ed esperto di mantica, ateniese; del III sec. a.E.V., sopravvive in 200 frammenti.

32La notizia è in Aulo Gellio, Nottes atticae, XV, 5: “Philocorus refert in insula Salamine speluncam esse taetram et horridam, quam nos vidimus, in qua Euripides tragoedias scriptitarit, cioè: “Filocoro riferisce dell’esistenza nell’isola di Salamina d’una caverna tetra e paurosa (noi l’abbiamo vista) nella quale Euripide stava a scrivere le tragedie”, in Le notti attiche cit., pp. 1116-1117.

33Entrava: “si prolungava”, “si spingeva”.

34Torte: “tortuose”.

35Scoscesi i fianchi: “scabre le pareti”.

36Tutta per entro: “all’interno, tutta quanta”. Il per implica, latinamente, complezione, totalità.

37Orrida, specialmente in àmbito manieristico-barocco (si tratta infatti di uno dei preziosismi ricorrenti), non ha lo stretto senso latino e italiano, ma tende ad espandersi ad un’idea di “luogo solitario, oscuro, selvaggio”, non necessariamente spaventevole, tanto da produrre stravaganti binomj,

38Nel mezzodì: nota la costruzione, come a dire “nel mezzo del dì”.

39Un barlume di sera: espressione paradossale, che con un ossimoro ricercato descrive un fatto perfettamente naturale: la spelonca, si dice, era talmente scura che anche quando il sole era al massimo dello splendore dentro non penetrava nemmeno quella poca luce che può esserci la sera.

40Scorto: “scortato”; uso consueto all’epoca di “scorgere” in quest’accezione.

41Se non quanto: nota la costruzione: “fatta eccezione per”.

42Furore poetico: latinamente, il furor, che equivale alla mania greca, o all’entusiasmo, è una condizione estatica, di estremo trasporto, appunto, identificata con l’ispirazione poetica.

43Sacre: l’aggettivo apre una finestra sui culti misterici (letteralmente: “notturni”), celebrati nelle profondità degli ipogei. L’ombra della caverna come sede privilegiata nello scambio col divino, che in parte coincide peraltro anche cólfurore” poetico.

44Questa la sotterranea … corpi vivi: impossibile non richiamarsi, quantomeno, al Marino, al suo Adone, e, di questo, al c. XIII di Falsirena. L’identificazione tra poesia e necromanzia è importante, per esempio, anche in Bartolomeo Dotti secondo l’interpretazione di Valter Boggione.

45La sequenza di personaggj fatta sfilare dal Bartoli può colpire stranamente il lettore odierno non digiuno di tragici greci; a partire da quell’Edipo che non è certo associato al nome di Euripide, essendo noto come il capolavoro di Sofocle. Il fatto è che di Euripide sopravvivono 19 drammi, più o meno certamente datati (traggo le informazioni da Lessico ragionato dell’antichità classica di Federico Lübker, traduzione di Carlo Alberto Murero pubblicata da Forzani e C. – Roma, 1898, condotta sulla sesta edizione tedesca. Ristampa anastatica con una premessa di Scevola Mariotti, Zanichelli, Bologna sett. 1989): 1) Ecuba, 423; 2) Oreste, 408; 3) Le fenicie, Atene, ?; 4) Medea, 431; 5) Ippolito incoronato, 428; 6) Alcesti, 438; 7) Andromaca, post420; 8) Le supplici, 420 ca.; 9) Ifigenia in Aulide, rappr. Postuma; 10) Ifigenia fra i Tauri, ?; 11) Reso, attribuita; 12) Le trojane, 413; 13) Le baccanti, ?; 14) Gli eraclidi, 421; 15) Elena, 412; 16) Jone, 420 ca.; 17) Ercole furente, 422; 18) Elettra, ?; 19) Il ciclope, dramma satiresco; più una quantità ingente di titoli e frammenti, di cui in varie opere non sue, sotto forma di citazioni. Aulo Gellio, che fu uno degli autori para-classici più amati nel Seicento come erudito e raccoglitore di curiosità e minuzie, è una delle fonti principali, o meglio è stata, con il bizantino Suida e Tommaso Magistro, fino alla scoperta della Vita di Euripide di Satiro in un papiro egizio (1912). A questo proposito, leggi quel che ne scrive il prof. Louis Méridier, Professeur à la Faculté des Lettres de l’Université de Paris, in introd. all’ed. critica delle opere e dei frammenti di Euripide per i tipi delle Belles Lettres, Parigi 1956 e aa. ss. (la traduzione, dal chiaro francese del chiarissimo, per maggior scioltezza, è mia): “La vita e l’opera di Euripide. Le fonti. Una Vita tràdita da qualche tardo manoscritto, un capitolo di Aulo Gellio, un articolo di Suida, una notizia di Tomaso Magistro, e infine lunghi frammenti del βίος Ευριπίδου di Satiro scoperti qualche anno fa in un papiro egiziano: sono queste le nostre principali fonti d’informazione sulla vita d’Euripide. Le più antiche sono i frammenti di Satiro e la Vita. Le indicazioni forniti da Aulo Gellio, Suida, Tomaso Magistro derivano, in gran parte, dalla Vita, che si basa a sua volta su una compilazione di Filocoro, Satiro e altri eruditi d’epoca ellenistica. Essa cita espressamente Filocoro, Eratostene ed Ermippo, ed in più luoghi presenta una somiglianza quasi letterale cól testo di Satiro. Satiro stesso ha dovuto attingere a Filocoro, e anche alle didascalie. Grazie a questi due documenti possiamo risalire fino alle opere degli Alessandrini e anche oltre. Tali testimonianze non sono da trascurare. Tuttavia possiamo pervenire a conclusioni certe solo su un piccolo numero di fatti: assai per tempo, intorno ad Euripide si era formata una leggenda che Filocoro, Satiro e gli eruditi alessandrini raccolsero; ed essa è fondata in parte sull’autorità della commedia antica, vale a dire su notazioni buffonesche e maligne, le quali lasciano trasparire il vero solo con molta difficoltà e che devono essere usate con estrema cautela”, pp. i-ii. Riferirsi alla commedia antica qui equivale a riferirsi ad Aristofane (452ca. a. E.V.-388), l’altra cuspide del dramma greco, genio assoluto, poeta di lussureggiante fantasia, incontenibile vis comica, acre, velenoso e violento, che con Le nuvole (423) berteggiò la sofistica, identificata col peraltro innocente Socrate, e con Le rane (405), per denunciare la decadenza di un’istituzione civile fondamentale come la tragedia, distrusse la fama personale di Euripide (Lübker cit.).

46Edipi: nota peraltro i plurali, molto usitati in epoca barocca in funzione antonimica (secondo la tecnica speculativa e compositiva del tempo, che procedeva per tessere e rimandi en abîme, il nome evocava emblematicamente un aspetto morale); qui l’uso è prossimo a quello moderno. Edipo, re di Corinto, esposto alla nascita in quanto predetto avrebbe ucciso il padre, giunto alla maggiore età uccide in effetti il padre, Lajo, senza sapere, e sposa, sempre senza sapere, la madre Giocasta. Saputa da Tiresia la verità, si acceca e va ramingo fino a Colono, dove trova la morte. Drammi a noi noti sono quelli di Sofocle (Colono, 497 a.E.V. ca.-406/405), del quale sopravvivono 7 tragedie sole, tra cui, appunto, Edipo re ed Edipo coloneo (Lübker cit.).

47Atrei… Tiesti … Tantali: Atreo, Tieste e Tantalo sono connessi tra loro, e con altri personaggj citati: Tantalo, re di Sipilo e grosso modo della Lidia, è padre di Pelope, che ha figlj, tra loro rivali, Atreo e Tieste; Atreo è padre peraltro di Agamennone, Tieste di Egisto. Tantalo dà Pelope in pasto agli dèi per vedere se si accorgono che carne sia, ed è condannato alla famosa pena che lo tiene in stato perenne d’insoddisfatte fame e sete. Riportato in vita, salvo la spalla mangiata dalla sbadata Demetra, rifatta in avorio, conquista Ippodamia facendone morire il padre Enomao, che ama incestuosamente la figlia; ma fa morire anche Mirtilo, che l’ha coadiuvato nel regicidio. Mirtilo è figlio di Ermete, che da allora perseguita tutta la schiatta dei tantalidi. Da Pelope e Ippodamia nascono Atreo e Tieste, che sono tra loro rivali. Ermete perfidamente dà ad Atreo un ariete d’oro, che dà diritto al trono; Tieste, amante di Aerope sposa di Atreo, riesce ad impossessarsi dell’ariete. Atreo lo bandisce, ma più tardi finge riconciliazione, e dà un banchetto; ma durante esso fa servire le carni dei figlj di Tieste, al che il sole torna indietro per l’orrore. Di tutti questi personaggj, l’unico al quale sia intitolata una tragedia antica interamente pervenutaci è Tieste: un Thyestes, infatti, lasciò proprio Seneca. (Dizionario d’antichità classiche di Oxford, per c. M. Cary, J.D. Denniston, J. Wight Duff, A.D. Knock, W.D. Ross, H.H. Scullard, assistiti da H.J. Rose, H.P. Harvey, A. Souter; ed. it. per c. Mario Carpitella, Edizioni Paoline, Roma 1963, 3 voll.).

48Medee: Medea, principessa della Colchide (paese orientale, corrispondente a parti delle attuali Turchia, Georgia, Armenia), discendente del Sole e di Ecate, dea “dalle belle caviglie” già in Esiodo, Teogonia, figlia di Eete, sorella di Absirto, sedotta da Giasone incaricato di conseguire il Vello d’oro, accompagna l’amante nella fuga dopo aver ucciso e fatto a pezzi il fratello. Tradìta da Giasone, fa fare una morte atroce alla sposa di questi, Glauce o Creusa che dir si voglia, e uccide i figlj proprj e di Giasone, 50 nel racconto, solo 2 nella tragedia euripidea (sicché circolò anche voce che fosse stato pagato dai Corinzj perché diminuisse drasticamente il numero dei figlj massacrati per non suscitare le ire della maga tremenda). Dramma dello scontro di civiltà, e dell’oblio delle origini ctonie da parte della civiltà urbana, la tragedia è con le enigmatiche Baccanti il capolavoro assoluto di Euripide; trattandosi di una dea, più che di un’eroina, che affonda nello squallore e nella miseria morale degli uomini, e si riscatta cupamente (per tornare al cielo, ma trasformata – questo il mito, che Euripide interpreta in modo quasi “borghese”, concentrandosi sulla venuta di Medea in Corinto a consumare la sua vendetta), servì per secoli come canovaccio per la rappresentazione bizantina della vita di Cristo.

49Aiaci: Ajace, di Telamone re di Salamina, eroe omerico, comandante il contingente della sua città (è da non confondersi coll’altro Ajace, il locrese, o “Ajace minore”), è di grande statura e forza, duella con Ettore (II, 206 ss.) e gareggia con Odisseo (XXIII, 708 ss.). Anche in questo caso il dramma a noi noto intitolato a quest’eroe è di Sofocle, che si rifà a una tradizione che riferisce del dopoguerra, e infatti ha riscontri nell’Odissea (XI, 543 ss.), quando l’eroe salamino, visto che le armi di Achille sono date a Odisseo (astuzia contro forza) e non a lui, impazzisce dalla rabbia e suicida.

50Agamennoni: Agamennone, re acheo, per conciliarsi i venti alla guerra di Troja accetta di sacrificare la figlia Ifigenia. La sposa, Clitemestra o Clitennestra, non gliela perdona. Presosi per amante Egisto, consente a quest’ultimo di usurpare il trono con il regicidio, al quale presta opera a sua volta. L’altra figlia, Elettra, vendicherà il padre attraverso il fratello Oreste. È, per noi, dramma di Eschilo, il più vecchio dei tre tragici; ed è parte dell’unica trilogia completa pervenutaci (Agamennone, dell’uccisione del re; Coefore, dell’uccisione di Clitemestra da parte di Oreste ed Elettra; Eumenidi, di Oreste perseguitato dalle Furie, che gli si volgono in “benevole”, Eumenidi appunto, con l’assoluzione e l’espiazione, davanti all’Areopago di Atene. Il trittico, l’esito più ispirato, monumentale, alto e sublime della tragedia greca, fu recitato nel 458, quando il regime diventava finalmente compiutamente democratico abbattendo nell’Areopago stesso l’ultima delle istituzioni aristocratiche (Lübker cit.).

51Egisti: v. n. 45. L’edizione delle opere euripidee nelle citate Belles Lettres, al vol. VIII, tomi 1,2,3, riporta i frammenti che superstanno oltre ai 19 drammi completi; il totale delle opere complete, dei frammenti e dei titoli ammonta a 80 (Euripide, Fragments, texte établi et traduit par François Jouan et Herman van Looy, Les Belles Lettres, Paris 1998, corr. al vol. VIII, tomo I, p. XXII), che sceverata di apocrifi riporta al numero di 75 di cui testimonia Aulo Gellio, segno che si rifaceva ad elenchi affidabili. Tra i titoli elencati in Fragments cit., pp. XXII-XXIV, nel novero dei nomi prodotti dal Bartoli ricorrono un Tieste (n. 31) e un Edipo (n. 49).

52Sumministravano: “fornivano”.

53Specie: latinismo (species) per “visione”. La rad. /spc/ è anche di spettacolo, speciale, prospiciente, cospetto, rispetto, sospetto...

54Al farsi: “in sull’accadere”, “quando avvenivano”.

55Catastrofi: vale nel significato corrente, è ovvio; ma trattandosi di tragedie, non deve sfuggire che la καταστροφή, ovvero “rivolgimento”, coincide con lo scioglimento nelle tragedie, ed è termine tecnico. Giova ricordare che Aristotele non si serve di questo termine nella Poetica, preferendo (18) inquadrare la tragedia nella dialettica tra “nodo” (δέσις) e “scioglimento” (λύσις), Aristote, La poétique, texte établi et traduit par J. Hardy, Préfet de l’Athénée royal de Charleroi, deuxième édition, Société d’édition “Les Belles Lettres”, Paris 1952, pp. 55 a&b.

56Fortune reali: cioè la sorte, tragica in questo caso, dei prìncipi; perché la tragedia è azione scenica triste riguardante eroi, e gli eroi sono tutti re, regine o di sangue reale. Durante il Barocco, l’equazione è ribaltata, sicché i re e le regine, destinatarj dei complimenti, diventano eroi. Poema heroico è anche l’Adone, nella filigrana del quale si leggono le figure di Maria de’ Medici, di Enrico di Navarra, di Luigi XIII, benché sia l’esatto contrario di quello che con la stessa rubrica identificava il Tasso (infatti l’A. è poème de la paix, non di guerra; e l’eroe dell’epica s’identifica con il guerriero valente. Qui si tratta di tragedia: l’eroe tragico, gravato o no da un’antica colpa, volontaria o no, agisce in pieno il suo destino di morte. Ma il ribaltamento dell’equazione “eroe = re” vale anche per questo caso).

57Sensi: vale, in antico, “sentimenti”, cioè, trattandosi di tragedia, le “passioni”.

58Spirito: intento”, “intenzione”.

59Guai: nel significato originario; dunque è in endiadi con lamenti.

60Voltavano: “tramutavano”, “trasformavano”.

61E tutto … delle sue tragedie: costruisci: “E tutto quello che il suo furor elaborava in lui era quello che poi i personaggj delle sue tragedie dovevano recitare in scena”.

62Modo: “mezzo”.

63Machinarli: “concepirli”, “comporli”, ma più ancóraordirli”, “congegnarli”.

64Crede infra”… nel teatro: dove il sotterraneo è l’ipogeo che Euripide sceglie per comporre; e la superficie è la piena luce del teatro: quello che sta sotto sta anche sopra.

65Ab estrinseco: “da fuori”.

66In uscendo: costruzione antiquata e infranciosata del gerundio.

67Lagrimevoli: “tragiche”, semplicemente; non c’è nessuna significazione

68Dagli: d’innanzi agli”.

69Qui ansietà … morte: nota l’inserto irrelato, senza verbo; quasi a dire “e via con…”, “e giù con…”.

70Camparsene: scamparne” (cioè “scamparsela”, col rafforzativo del dativo etico).

71Dovunque vada porta seco se stesso: tema di tutto il Seicento, barocco, parabarocco, antibarocco. Era un tema che faceva soffrire di per sé. Wallis nella disputa con l’autor del Leviatano altro non dovette farlo che intitolargli l’ennesimo libello Hobbes heautontimoroumenos per tacitarlo una volta per tutte. Senza rifarci all’oltranza elisabettiana – e a Marlowe, e a Webster – o alla melancholia degli Slesiani, nella quale giocavano un ruolo di primo piano anche fattori esterni a problematiche ‘nostre’, vediamo il tema (doppio; e molto centratamente senecano del potente malinconico nel livido sonetto di Lope su Sejano, per esempio (se non vogliamo rischiare l’affogamento nella precettistica romanzata dei Malvezzi e dei Gracián, naturalmente).

72Il tema del malinconico persecutore di sé stesso, che non può sfuggire alla tortura che porta “incarnata”, appunto, “ai suoi stessi fianchi” è tema ossessivamente ricorrente nel Barocco, in tutto il Barocco.

73Scilla: Raimondi: “La vergine, amata da Glauco ovvero Posidone, trasformata in mostro per gelosia di Circe”.

74Et quos fugit, attrahit una: Ovidio, Metamorfosi, XIV, 63: “e al tempo stesso attrae su di sé quelli da cui vuol fuggire” (Raimondi). Ovidio è con Pindaro il poeta amato dai barocchi. Così il Marino, in una famosa lettera di Napoli, estate 1624 al peraltro inquieto seguace Girolamo Preti: “Rompansi pur il capo i signori critici disputando fra loro se con quel nome si debba battizzare [cioè se l’Adone possa chiamarsi poema heroico]: so che chi volesse far l’apologista averebbe mille capi da poterlo far passar per epico. E se bene favoleggia sopra cosa favolosa, si sa nondimeno che la favola antica ha forza d’istorica; ma se altri non vorrà chiamarlo “eroico” perché non tratta d’eroe, io lo chiamerò “divino”, perché tratta de’ dèi. Voi l’intitolate “poema fantastico e fuor di regola”, e dite che non può cadere la comparazione, perché sarebbe come un voler rassomigliare l’Eneide alle Metamorfosi. Adunque, secondo voi, di necessità ne segue che quello delle Metamorfosi sia poema irregolato e fantastico, né vi soviene di quello che lasciarono scritto molti di coloro che di quest’arte hanno trattato, cioè che si può fabricar poema non solo d’un’azione d’una persona e d’un’azione di molte persone, ma anche di molte azioni di molte persone, se bene non sarà così perfetto secondo la mente d’Aristotile. Parlo delle Metamorfosi (intendetemi bene) e non dell’Adone, percioché l’Adone non è azione di molte persone ma d’una sola; e parlo in quanto alla parte della disposizione, perché circa l’arte, come sono l’invenzione, il costume, la sentenza, l’elocuzione, io non credo che Virgilio passi molto davantaggio ad Ovidio, né che il poema delle Trasformazioni a quello dell’Eneide abbia da ceder punto. Anzi, se non avessi paura d’esser tenuto matto molto più di quel che dubbitate d’esser tenuto voi per aver detto quello sproposito, direi con ogni libertà che tra l’uno e l’altro è quella differenza che è tra l’A. e ‘l suo P. Ma perché non voglio esser lapidato dai fiutastronzi e dai caccastecchi, mi basterà dire che troppo bene averò detto che le poesie d’Ovidio sono fantastiche, poiché veramente non vi fu mai poeta, né vi sarà mai, che avesse o che sia per avere maggior fantasia di lui. E utinam le mie fossero tali! Intanto i miei libri che sono fatti contro le regole si vendono dieci scudi il pezzo a chi ne può avere, e quelli che son regolati se ne stanno a scopar la polvere delle librarie”. Giovan Battista Marino, Epistolario. Seguito da lettere di altri scrittori del Seicento, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1912, vol. II, p. 54-55.

75Suggetto da:compatibile cól.

76Tutto è … de’ malinconici: costruisci: “Il patire de’ malinconici è tutto volontario e non suggetto da compatire”.

77Scusa: letteralmente, “scagionamento”; quindi, il malinconico dev’essere precisamente accusato come meritevole della sua morte.

78Farlesi: farsele”.

79Il fine morale del Bartoli gesuita e impegnato non può non riprovare la malinconia. Di qui il suo ottimismo d’ufficio, di prammatica.

80Enciclopedia italiana, Istituto della Enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma 1949.

Enciclopedia europea. Diretta da Livio Garzanti. Garzanti, Milano 1976.

Grande dizionario enciclopedico UTET fondato da Pietro Fedele, UTET, Torino 1985 (4a ed.).

Le edizioni veneziane del Seicento. Censimento. A cura di Caterina Griffante. Con la collaborazione di Alessia Giachery e Sabrina Minuzzi. Introduzione di Mario Infelise. Vol. I, A-L. Regione del Veneto – Editrice Bibliografica, Venezia dic. 2003.

81Pietro Giordani: piacentino, 1774-1848. Le sue Opere, stampate in 14 voll. tra 1854 e 1863, riflettono il suo sforzo di conciliare una lingua nazionale piena di eleganze, in grado di mutuare anche dai secoli presunti argentei, se non fangosi, fiori di stile, con alte istanze civili e morali. Piacque molto al Settembrini, che aveva avuto formazione puristica sotto il gran Basilio Puoti, 1782-1847, maestro anche del De Sanctis. Fu amico del Leopardi, che a sua volta esagerò nell’esaltare il Bartoli, che non persuase però critici più ferrati come, appunto, Settembrini e De Sanctis. Ci sono belle epigrafi del Giordani (e una del Leopardi) nell’Epigrafia moderna, vecchio manualetto Hoepli.

82Fu scacciata: cominciò il ministro Pombal in Portogallo, nel 1758, a buttar fuori i Gesuiti dalla sua nazione, ciò che costrinse peraltro i Fonseca y Pimentel a lasciare Roma (che per rappresaglia buttò fuori dai territorj della Chiesa tutti i portoghesi), segnando proprio quell’anno il fatale abbraccio tra Lenor e la città, e poi la libertà, di Napoli; seguirono tutte le altre nazioni d’Europa.

83Un papa: Clemente XIV, che con grande dolore non poté che prendere atto della generale disgrazia in cui era caduta la Compagnia, i cui interessi risultavano ormai inconciliabili con quelli degli Stati nazionali. Peraltro, la Compagnia, con le sue famose Aziende d’oltremare, stava già diventando una potenza politica di fatto.

841815: Ovvero con la Restaurazione, sancita dal Concilio di Vienna, che demolì l’Europa napoleonica e reinsediò l’assolutismo per quanto poté. Il ritorno dei Gesuiti fu una scelta politica precisa, e un segnale molto forte.

85Operò … inconsapevole: ovvero non ci fu piena deliberazione, da parte del Giordani, di esaltare la reazione; egli, come tanti , si accostò alle opere, ormai neglette, dei Gesuiti, e rimase sedotto dall’immensità del fenomeno.

86Miracoli di scrittori: infatti il Giordani non difese il gesuitismo, ma mostrò di apprezzare enormemente lo stile dei secentisti appena riscoperti; di fatto il Settembrini non disconosce affatto la preziosa funzione dello sperimentalismo barocco a livello di lingua.

87Generali: nota come l’etichetta di ‘generale’ sia brachilogia per ‘direttore generale’; e come la fortuna della dizione alla breve faccia immediatamente pensare alla vocazione antica, militante se non quasi militare, della Compagnia al suo sorgere (1534). Imperatore è latinismo per ‘generale’, appunto, in senso militare (passò a significare quello che significa oggi per via dell’acclamazione che condusse l’imperator autor del De analogia a capo della civiltà Romana, e di molti paesi ad essa sottomessi.

88Asiani: “asiatici”. Per noi asiano sopravvive solo nelle locuz. inerenti allo stile letterario.

89Però: la prosa settembriniana si dipana fresca e delicata come sbocciano i fiori, ma purista è e purista, in ogni caso, rimane: in lui il però è etimologicamente per+hoc, ed introduce la consecutiva (come il nostro “perciò”), non l’avversativa (come il nostroperò”).

90U.s.

91Principii peripatetici: cioè aristotelici. Anche se il Bartoli non fu mai antigalilejano, tutt’altro.

92Negandole il libero volere: questo il gesuitismo. Dietro la piacevolezza favolistica del Bartoli, il Settembrini vede le tetre mene dei Gesuiti di sempre, aggressivi, ambiziosi, votati alla morte.

93Tesi che sostiene anche a proposito del marinismo.

271. San Giovanni.

23 Giu

Domani, 24 giugno, è la festa del patrono di Torino, per cui ci sarà un serra serra generale – anzi, non apriranno nemmeno – e io difficilmente potrò attaccarmi ad una presa della corrente, ragion per cui questo post, inutile come tutti gli ultimi, vale anche per domani.

Stasera evito i pestaggj imprevisti e aggressioni inopinate, almeno fino a una certa, perché vado con due buoni conoscenti a bere cose dentro in un locale (sperando che non siano loro a menarmi).

……………..

Volevo chiederglielo, se mi menerebbero, ma non è il momento, hanno beccato un virus.

…………….

Domani, specialmente, leggo.

…………….

((Niente, tutto bene, gliel’ho chiesto, non lo faranno, almeno per ora)).

270. Ragguaglj.

22 Giu

Chiedo scusa per il (non lungo) silenzio, ma sono stato un po’ in giro. Novità di rilievo non ce ne sono, o meglio, ce ne potrebbero essere se non avessi troppo rispetto del mio smisurato potere mediatico e non avessi la ferma, & magnanima intenzione di tacere circa il fatto che jersera sono stato verbalmente aggredito da un operatore della Parella, che chiaramente non posso nominare (ma magari querelare), che mi ha scagliato addosso accuse spaventose, insulti (tra cui “cazzone”) e almeno un litro di bava filacciosa biancastra (era un po’ eccitato) – tutto ciò in conseguenza di un mio post – del 4 dicembre 2006, prego notare!! – da cui si sentiva sputtanato.

Mah.

Ma naturalmente non ne dirò nulla, perché ovviamente non posso – è anche una questione di dignità, certe questioni non dovrebbero essere dibattute in un posticino di livello come questo (fottuti barboni).  Però è stata anche un’esperienza, perché di là dal rischio di linciaggio da parte di alcune decine di Gabriolesi (non lo sanno che ai linciaggj io ci ho fatto altro che il callo, poveri ingenui), era la primissima volta che ero posto di fronte alla responsabilità di quello che avevo scritto sul blog. Finalmente! Toccare con mano che tutto questo ha ricadute sul mondo esterno costituisce una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo (e se non voglio ripeterla, almeno non troppo spesso, mi sa che mi conviene scappare alla svelta, perché questo è un pirla e soltanto un pirla; ma metti che c’è gente che mena).

Per quanto riguarda le prestigiose iniziative la cui fabbrica doveva essere fondata in quest’oggi, annuncio che ho tentato di spedire le domande della mia prima intervistina, quella a Remo Bassini, al diretto interessato, il quale però non mi ha ancòra risposto, essenzialmente perché la mail che si trova sul suo sito non è più valida.

Oh Remo, fammi pervenire, obsecro, un indirizzo valido; sennò l’intervista non può farsi (grazie).

Insomma, di questi giorni, poi, dovrei sparire dalla circolazione (fisicamente, rispetto al luogo in cui trascino quest’esistenza rivoltante; non a livello Rete), quindi devo terminare i preparatìvi.

Il da farsi è un cumulo spaventoso di impegni e mezz’impegni: il pezzo per il Gori, che va avanti a spizzichi e bocconi; l’intervista per Giuditta Russo; il Libro; letture che non posso non fare (giacché ci sono i libri), e tutta una serie di altre cosette.

Comunque sia, da adesso in poi sarò puntualissimo, imprometto.

269. wifi.

19 Giu

Questa faccenda, per me nuovissima, del wifi mi sembra ipnotizzante. Anche perché mi è stato raccomandato di andare in rete a vedere i rari e sporadici luoghi (sono 65 in tutta Torino, e rispetto ad altre città non sono affatto pochi; e in Europa ce ne sono di più) posizionandosi nei pressi dei quali è possibile captare la connessione, ed entrare in Rete a scrocco. In sulle prime ho preso l’informazione come faccio con tutto quello che non so gestire – praticamente qualunque cosa, o lì presso –, ossia l’ho messa da parte, riservandomi in un nebuloso, forse remotissimo futuro di provvedere ad informarmi più nel particolare. Poi, jersera, sono andato a casa di un amico a scroccare un bicchiere di vino (bianco, definito “prosecchino”, a sua volta un regalo, frizzante e dal retrogusto, mi parve, amarognolo), per scoprire che anche lui ha lo wifi. Veramente, ne ha due: uno è il suo personale, e l’altro è quello del palazzo in cui abita. Mi ha mostrato l’iconcina che sta sulla barra di sotto, dove c’è il ben noto disegnino dei due computer uno davanti all’altro, con una ìchisi rossa sopra – segno che nessuna connessione era stabilita. Mi ha spiegato pazientemente che bastava pigiarci sù e all’istante mi si sarebbe aperta una finestrella con sopravi specificato quali fossero le connessioni wifi a disposizione nelle immediate vicinanze: una, la sua propria, era chiusa da password, e infatti ha un lucchettino giallo accanto alle barrette verdi; l’altra, invece, quella del palazzo, era priva di lucchetto, segno che vi si poteva accedere gratuitamente e immediatamente.

  • Oh, veramente? – ho chiesto io.

  • Eh – m’ha risposto lui; – overamente.

In men di dieci secondi ho compiuto, comodamente seduto fuori da una qualunque biblioteca nazionale o comunale o InformaGiovani, quello che tutti i giorni da cinque anni a questa parte sono stato costretto a fare dopo un’attesa di quarti d’ora, o per tempi limitatissimi. Ho verificato: hotmail era veramente hotmail, la mia casella di posta elettronica era proprio la mia casella di posta elettronica, e i nomi sulle intestazioni delle mail erano veramente quelli dei miei corrispondenti; youtube era sempre youtube, e vi si trovavano le stesse cose di youtube che avevo cercato in biblioteca, o all’IG: cercando “Gioconda + Callas” venivano fuori video con fotografie che ritraevano una donna dal lungo naso del tutto familiare, la musica era spiccicata a quella di Ponchielli, e la voce che usciva si sarebbe potuta confondere benissimo con quella che avevo cercato; la BWV 1059 di Bach eseguita da Leonhardt sarebbe potuta passare benissimo per la registrazione originale, e il Te deum di Bruckner diretto da Celibidache era proprio come uno si aspetta sia il Te deum di Bruckner diretto da Celibidache.

Non parliamo nemmeno di quello che m’è fiorito nell’idea strana quando mi ha detto che lo wifi del palazzo si prendeva anche dall’esterno, senza bisogno di entrare nella casa di qualcuno degli abitanti (non che intendessi fare irruzione nottetempo, o calarmi dal tetto in qualche appartamento, beninteso).

Ed è un’abitazione privata, mi sono detto.

Quante altre ce ne saranno, a Torino?

L’unica sicurezza che avevo avuto finora per quanto riguardava la connessione era la pass del wifi del Gabrio/Hacklab, ciò che per me implicava automaticamente farmi tutto corso Francia fino quasi in p.zza Rivoli, e poi a sinistra. Ma avendo saputo dove riesca a celarsi uno di questi miracolosi dispositivi, ho pensato bene di tenermi la password come extrema ratio, nel caso appunto che vada al Gabrio per qualunque motivo, e di farmi un giretto in città.

Prima di tutto ho provato fuori dalla casa dell’amico (aspettava gente a cena, me ne sono andato poco dopo le 21.00), mettendomi sul retro, nella via, aprendo il piccì, accendendolo e vedendo che cosa succedeva quando chiedevo di connettermi. La cosa sorprendente è che oltre all’indirizzo che avevo pigiato a casa sua ce n’erano quattro o cinque altri, tutti con lucchetto a parte uno. Il primo tentativo è stata una delusione, devo dire: la connessione della casa mi era data al 92% – c’è una specie di piccolo radar blu che simboleggia la connessione in atto, con quasi tutte le ondine colorate -, ma il piccì si rifiutava di aprire il browser. La stessa cosa dicasi per l’altro indirizzo.

Ma non ho voluto demordere. So che è il massimo del ridicolo – ma posso fare alcunché di men che meritevole di questa definizione? -, sempre tenendo il computer in braccio, come una specie di rabdomante, mi sono spinto oltre nella via, aggiornando di tanto in tanto l’elenco delle connessioni: ad ogni angolo le onde misteriose, piovendo dai palazzi circostanti, mi portavano sempre nuovi indirizzi, la gran parte criptati, e alcuni liberi: con alcuni di questi ultimi mi è stato possibile connettermi, ma mai far partire il browser.

Non mi sono scoraggiato, e sempre con la mia bacchetta in braccio ho allungato il passo verso il Quadrilatero Romano, poi p.zza Castello, dove mi sono sentito un po’ un coglione ad andare in giro con la macchina ostesa davanti come un vassojo, e l’ho spenta, richiusa e messa via.

Mi sono inoltrato in via Po, con la remota convinzione che in p.zza Vittorio qualcosa di straordinario sarebbe successo.

A circa metà di via Po, mi sono fermato in un kebab a me ben noto, ho ordinato un felafel arrotolato e, non sapendo che fare nell’attesa – un po’ lunghetta, perché lì non dico che ammazzano i ceci al momento, ma almeno le polpette le friggono solo quando qualcuno gliele chiede – ho riaperto il computer, e m’è apparsa la connessione dell’Università di Torino: al 100%, tutta sfricchiolante di bytes & armoniose onde verdi, con il radarino blu che sembrava una panache di Paolo Uccello: ho aperto il browser; e funzionava! Peccato si aprisse solo la pagina dell’Università di Torino, e che la navigazione fosse possibile solamente all’interno del sito, e tramite una password fornita dagli istituti. Ne ho gioito col ragazzo kebabbaro, pur deplorando il limite che ancòra ostava alla mia libertà di navigazione; ma non importava, non importava.

Mi sentivo prossimo alla meta.

Ho preso il computer in braccio (c’era anche pieno così di gente, jersera, con ogni probabilità molti ne avranno approfittato per guardare me invece che alle corna proprie; ma io guardavo il computer) e ho sceso via Po in direzione del Po – sembra un calembour, ma è esattamente quello che ho fatto.

Senza entrare troppo nel merito del come qualmente, dirò che sulle panchine di pietra non ci si riesce a connettere: a volte la connessione sembra bonissima, ma non apre il browser; o apre il browser, ma la linea cade sùbito (lì si prendeva un wifi dal nome COMUNE, che era libero ma non faceva entrare in Rete). Sotto i portici, invece, finalmente il miracolo: il browser è partito, e io ho potuto léggere con enorme soddisfazione & godimento tutti i commenti indispettiti riguardo il mio post su NazioneIndiana, scaricare la posta, scrivere qualche mail sovreccitata e postare il mio primo post dell’êra wifi – una vera schifezza, perché l’ora era tarda, i piedi mi bruciavano e mi sentivo rintronato; nulla più che un piccolo scatto fàtico, comunque di per sé capace di assurgere a simbolo di un’epoca; o di segnare quantomeno una svolta; & blah blah blah.

In p.zza s. Carlo il wifi della San Paolo – effettivamente una banca molto liberale, basti pensare a Guglierminotti, e gli Ufficj Pii, &c. – è libero, ma il segnale è debole e inservibile.

Anche sedendomi, a fine serata, in c.so Siccardi, dove supponevo non ci fosse nulla, mi sono ritrovato all’intersezione di sei o sette linee – una si chiamava ‘massoneria’ (se è per quello oggi alla Civica ne ho trovata una, ovviamente anch’essa privata, dal nome ‘piccimicci’).

Una rete fittissima di onde, verdi ma impercettibili, mi avvolge, intrecciando silenziosa per l’aria pseudonimi cretini e informazioni di fondamentale importanza.

Stamani l’ho passata alla Nazionale. Sedendomi al tavolone con le prese per i computer (dico quello in fondo a sinistra, entrando nella sala lettura) ho scoperto un’altra connessione – dovunque mi trovi, ormai, lo so, non resisterò alla tentazione di dare uno sguardo.

Segnale apparentemente debole, ma connetteva senza sforzo.

Un’operazione come inviare e ricevere documenti in allegato è diventata quello che dev’essere: una banalità, uno schiocco di dita, un clin d’oeil.

268. New wave.

19 Giu

E’ la prima volta che scrivo grazie al waifài di p.zza Vittorio Veneto, seduto su uno degli zoccoli delle bifore – non sto a spiegare che cosa siano, sono un poco intontito, è una cosa di cui mi servo in mancanza di una panchina libera. Intorno a me refoli discreti spirano, voci si sovrappongono, passanti passano. Mi sento allo stato dell’arte. Sono efficiente. Sono tecnologizzato. Sono un cesso a pedali.

Buonanotte a tutti quanti.

267. Che cosa mi resta di Torino.

17 Giu

Come mai i panettieri a Torino fanno gli stessi orarj che in qualunque altra città del mondo fanno solo i giojellieri? Sono tanto ricchi, o è un altro modo per distinguersi?

Mi stavo appunto chiedendo che effetto mi farà abbandonare il Quadrilatero Romano, Porta Palazzo, San Salvario, Borgata Paradiso, Corso Francia, Porta Susa, Porta Nuova, Porta Chivuoitù, il Balùn, l’InformaGiovani (perché io sono un giovane; fino all’anno prossimo, poi dopo invecchio, comunque la tessera, nel frattempo, ce l’ho ancòra, tiè e aritiè), via Foligno, la Civica, la Geisser, la Primo Levi, la Nazionale; e tutte le cose che non ho visto, ossia la metà superiore del Museo Egizio, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca del Museo del Risorgimento, il Mao, il Miao, il Muuu, Torino Sotterranea, l’interno delle Vallette, Villa Cristina, Villa Turina, la Casa di Accoglienza Notturna Umberto I di Via Ormea, il settore femminile del Sermig, il dormitorio del Cutu; e ancòra, tutti i locali in cui non sono andato, il Trocadero, il Club 84, il Miliardèr, la Cantinetta, quella pizzeria dove fanno le pizze panna & asparagi; e poi le persone che non rivedrò, il caro GH, che trascinerà ancòra anni la gamba di legno senza la mia compagnia (ammenoché non faccia cancrena sùbito, nel qual caso sopravvivrà solo un pajo di giorni alla mia partenza); KJ, che mi ha ciulato il telefonino, e che ho prontamente perdonato perché era rotto; Gina C., che voleva cotto e formaggio, e non frittata (ma stròzzati, cretina); Antonio Titi, che mi deve ancòra quaranta euri (inutile che io insista perché è ancòra in galera); Grazia Tota, a cui devo ancòra quella famosa sediata in testa – potrei mai partire senz’avergliela data?; Giuseppe L., che non ricordo abbia mai aperto bocca in mia presenza, ma ha una fisionomia simpatica, e forse lo ricorderò con piacere. Ma, delle cose che ho visto, delle persone che ho frequentato, della vita di merda che ho menato, qui, finora, questo soprattutto mi chiedo: che cosa amerò di più ricordare? Tra S. Antonio, per esempio, e il Cutu non ho dubbj, perché a S.A. si mangia come in una passabile osteria, mentre dopo mangiato al Cutu mi girava sempre la testa finché non andavo di corpo, e comunque era sempre diarrea. Ma che cosa rimpiangerò di più, tra la mia panchina in piazza s. Carlo e la mia panchina in c.so Siccardi? Dove una volta la settimana mi sveglio innaffiato dalle pompe, che sono orientate male, e invece di sparare in mezzo all’erba ribaltano ettolitri d’acqua in mezzo al camminamento. Forse più p.zza s. Carlo, direi, a questo punto (ma lì di solito mi svegliano i vigili, anche quello non è piacevole).

Eh, insomma, che città, Torino. Chissà se avrei potuto viverla diversamente; chissà se avendoci un lavoro del cazzo, compagnia sessuale e un giro di amici parassiti l’avrei apprezzata maggiormente. O se, dovendola lasciare, avrei come adesso l’impressione che non me ne resterà nulla, nulla.

(Ho mostrato a un’amica in visita la facciata del duomo di san Giovanni, il monumento più antico della città, dicendo: “… Che, come vedi, è orrendo”, e lei ha ribadito, concordando: “Bleah”. Però, all’interno della stessa, modestissima, costruzione c’è la cosa più bella della città: il ritratto scultoreo di una dama della duchessa Jolanda – ma non l’ho già detto, da qualche parte, anni fa? -, dunque quattrocentesca, dal lunghissimo strascico).