Tag Archives: paolo t. ragno

274. “Sotto il vulcano che tace” di Paolo T. Ragno.

29 Giu

Paolo T. Ragno, Sotto il vulcano che tace. Il dito e la luna, coll. “Storie erotiche tra uomini”, Milano marzo 1999; romanzo spiegato in 15 capitoli. Pp. 157. ISBN 88-86633-05-X.

L'immagine “https://i0.wp.com/img2.libreriauniversitaria.it/BIT/305/9788886633055g.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

E‘ il primo romanzo rosa per gay che abbia mai letto. So che i romanzi rosa – in generale, quindi d’ispirazione eterosessuale – si dividono almeno in due categorie: una romantica e del tutto casta; l’altra più spinta, con una descrizione più o meno accurata di un rapporto sessuale ogni tot pagine. Non c’è nessun motivo per ritenere che un romanzo rosa per gay sia concepito, nella sua economia generale, e come collocazione di sottogenere, in maniera diversa da un qualsiasi altro romanzo rosa, sia rivolto ad eterosessuali, bisessuali o trisessuali: questo rosa, eccettuatane la meramente vocale originalità dell’essere rivolto ad un pubblico omorientato, non è differente da come ci si aspetta che sia qualunque romanzo rosa mai scritto, per esempio; nel qual caso si può rubricare serenamente tra quelli del genere più esplicito, anche nella totale ignoranza di una tipologia più romanticheggiante, dunque non può essere esattamente ascritto al versante omosessuale, per intenderci, del filone di Barbara Cartland – quella che a lei non gliela faceva mai dare (nonsense!) prima del matrimonio (fors’anche perché qui nessuno rischia di rimanere incinto).

L’ho trovato in mezzo ad una serie di libri, serî, cioè d’impostazione psicosociologica, sulla gaytudine: forse perché testimonia di una novità (il romanzo ha ormai 10 anni, e potrebb’anche essere) nel campo delle lettere omosessuali, anche questo romanzetto vi era compreso, come segno di tempi mutati o in mutamento; attualmente, come ho potuto rendermi conto grazie al settore dei libri gay della Fnac, ci sono molti di questi romanzi, ma rivolti ad un pubblico soprattutto molto giovane, e sono anche più spiccatamente rosa: ambientati ai tempi del liceo e della prima cotta importante, con ragazzi eterosessuali di buon cuore che cambiano sponda per fedeltà all’amico, procaci fanciulle che si dileguano per lasciare il magnifico manzo e lo sfigato dell’oratorio a tubare tra loro, e altre amene stronzate. Non ci ho fatto né uno studio né una malattia, certo, su questo tipo di narrativa; e, come ho detto, la mia esperienza in merito al versante gay, in particolare, di queste stesse scritture non è superiore a quella che mi sono fatto sull’altra sponda; ma mi figuro questo come un romanzo in qualche modo in limine, tra letteratura omopornografica di stampo classico, quale ce n’è sempre stata, dalla fabula milesia in poi, e questo nuovo “rosa per gay”, narrativa in cui si dà spazio anche al sentimentale, al fantasioso, all’estenuazione amorosa, e tante altre cose che stanno intorno al bieco aggrovigliarsi di membra e al becero cozzo di membri, attrizioni tra epigastrî sudati e intreccî di peli pubici.

Il volume è un 16° che reca in copertina la fotografia di un ragazzo, o giovine uomo, nelle intenzioni almeno grazioso, in mutandoni bianchi che, nelle intenzioni, dovrebbero essere boxer, appoggiato alla cornice di una porta, dietro la quale s’intravede un mobiletto bianco che viene spontaneo, almeno a me, riferire ad un ufficio, molto cha cha cha del segreta-ri-o; cosa che la lettura del romanzo rivela poi effettivamente in tema. Il vulcano dello strano titolo trova origine nel fatto che la vicenda si svolge a Napoli, dove, com’è noto, c’è un vulcano, di nome Vesuvio, mentre l’attribuzione taciturna dipende dal fatto che durante le mirabolanti avventure descritte non erutta mai, a differenza delle numerose marmelle che vi si erigono a cadenze regolari. Ma è anche una metafora che uno dei due personaggî (Antonio) usa per descrivere la propria intrigante personalità:

“E’ difficile spiegarti cosa provo in questo momento… Io, Giorgio [lui, appunto, si chiama Antonio; Giorgio è l’interlocutore, ossia l’amante], mi sento come questo vulcano. Lo vedi? Da qui appare statico, quieto e innocuo. Ma sotto, nei canali sotterranei, nascosti, passa il magma… Fluttua per chilometri e chilometri rimanendo poi a ribollire nel cono che dà alla superficie. Esce solo qualche vapore indice della sua attività. E io mi sento come un vulcano che accumula e accumula massa incandescente e poi non si sfoga mai. Non riesce ad esplodere mai. Ogni tanto mi piacerebbe esplodere e buttare fuori tutto, ma è la mia stessa volontà che me lo impedisce perché ho paura di me stesso, di quello che potrei fare… eppure non ce l’ho con nessuno in particolare, nonostante cerchi sempre la possibilità di riscattarmi da qualcosa o da qualcuno…” (p. 143. Tutti i puntini sono nel testo).

Giorgio Rizzo (il nome, dato tutto quel che si tromba, non sembra troppo casuale) è un ingegnerino ventottenne, milanese, che lavora nell’azienda di papà, il quale ovviamente ignora della sua inclinazione per il manico – questo perché la struttura del romanzo rosa, in quanto fondata su una fabula del tutto scontata, come quella delle folette infantili, è incentrata sul contrasto, e la successione dovrebbe essere sempre quella: se ben ricordo, incontroinnamoramentoostacolosuperamentomatrimonio (o comunque unione). Senza quell’ostacolo in posizione centrale rispetto al resto non si ha azione, in ogni teoria del romanzo da Leibnitz in poi (eccettuate, chiaramente, le avanguardie, che, altrettanto chiaramente, non hanno cambiato assolutamente nulla di sostanziale, ma hanno meritoriamente portato a considerare le immarcescibili strutture narrative in maniera più problematica e profonda, questo sì), e senza azione non si ha conseguimento.

Da questo punto di vista il romanzo, però, non prevede un ostacolo ben definito, quanto una serie di resistenze, alcune delle quali interne allo stesso protagonista Giorgio; e l’arduo adattamento di papà alla dura realtà dei fatti è solo uno degli effetti ritardanti, peraltro sul finale. In effetti non ci sono prove da superare per il conseguimento dell’amante; cól che intendo dire che c’è in effetto una prova da superare – e cioè fare chiarezza, da parte di Giorgio, negli affari della ditta –; ma il successo con cui il protagonista porta a termine l’operazione è concorrente con una serie di altre circostanze, preesistenti, che rendono in un certo senso più certo il suo conseguimento, ma più incerto quello che si deve pensare a proposito del consenso del padre. Insomma, il romanzo rimane un po’ in sospeso, non è retto su un’idea forte, quale potrebbe avercelo un romanzo rosa per eterosessuali, di sperimentata formulazione; o qualunque romanzo popolare tradizionale, che si prefigga il cómpito di additare una soluzione, ovviamente posticcia e non concretizzabile, ma netta e consolante.

Un bel giorno giungono notizie poco rassicuranti dalla filiale di Napoli: il vecchio amico e consocio Fausto lamenta che a causa della presenza dell’impiegato Antonio Devita, che crea problemi ed è pertanto mobbizzato dal resto dei dipendenti, la succursale va perdendo clientela, ed è in stato di emergenza. Fausto è in ospedale e non può provvedere di persona. Rizzo il padre spedisce il figlio riluttante a Napoli, non senza che intanto il giovane si sia trombato un elettricista simile a Flash Gordon (dal quale tra l’altro si fa anche leccare le mutande, p. 21).

Giorgio giunge a Napoli ed è accolto come una specie di liberazione. C’è da dire che la bruna aitanza di Antonio, la sua scontrosità romantica, le sue basette nere sono lì lì per far breccia nel cuore di Giorgio

(“Allungò la mano per stringergliela…. e fu il lampo più veloce che avesse mai sentito trafiggerlo. Quella stretta di mano! … Come poter spiegare il misterioso mondo delle sensazioni? Il misterioso mondo delle percezioni? Una stretta forte e vigorosa… Succede così: un fugace incrociarsi degli occhi, un leggero brivido lungo la schiena, un soffice alito che penetra nell’anima e tutto è accaduto”, &c.; tutti i puntini di sospensione sono nel testo; p. 29),

ma non può non fare quello che è stato chiamato a fare, e infatti lo licenzia – non senza aver cominciato a trombarsi Giuseppe, il piacente cugino, la cui casa è il suo domicilio napolitano – la loro prima volta comincia peraltro con una voluttuosa, polanskiana, scena, in cui il cugino si sbava birra sul petto “fino all’inguine” (p. 55). La cosa ancor più interessante è che il cugino Giuseppe ha un ruolo passivo, ed è peraltro alla “prima volta” (p. 56). E ci prende gusto, pure, incitandolo: “Dai, più forte. Più forte ancora!” (ivi).

Non privo d’interesse, nemmeno, è il dialogo che avviene al cap. 5, tra Giorgio e Fausto – quest’ultimo non sta bene di salute, ed è al momento in ospedale. Non è privo d’interesse non tanto perché verta tutto sull’auspicato licenziamento di Antonio, ciò che ci si aspettava da prima, quanto per via delle motivazioni, di fatto trasparentissime, da cui Fausto è mosso; ora, quando dice a Giorgio, che esita, molto coscienziosamente, a buttar fuori così sui due piedi un impiegato che ha a malapena intravisto (per quanto bramosamente), parole del tipo:

“Giorgio ascoltami bene… devi semplicemente liberarti di lui: due clienti molto importanti sono già andati… non voglio perderne degli altri. Quello mi vuole mandare in malora. Come si fa a dire a un cliente ‘Lei è un poco di buono e un truffatore!… No, no! Bisogna mandarlo via” (p. 61; corsivo mio),

come fa Giorgio a non capire che c’è qualcosa che non va, e che varrebbe sicuramente la pena di aspettare e indagare un po’ circa il reale comportamento di Antonio? Il fatto è che senza difficoltà credibili non è possibile produrre nessun credibile effetto. L’autore aggiunge anche queste parole, a proposito della reazione rincresciuta di Giorgio, e sono parole a loro volta pochissimo credibili – come può essere il tentato rimedio a una gaffe:

Giorgio avrebbe voluto prendere tempo, darsi degli altri motivi per rinviare ogni possibile azione contro Antonio. Ma non poteva che eseguire la volontà di Fausto, i suoi ordini. (ivi).

La malattia di Fausto è funzionale alla richiesta di ajuto fatta a Milano; ma è di per sé contorto che il figlio di uno dei consocî sia inviato appositamente a Napoli per fare quello che l’altro consocio, una volta ammalatosi, avrebbe dovuto poter demandare a qualcuno di sua fiducia in ditta, come il tal Vincenzo, o la Concetta, che affiorano tra i personaggî di contorno. Vale a dire che l’unica spiegazione credibile al catafascio degli affari del papà di Giorgio, a questo punto, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, sarebbe la notevole incapacità di Fausto, e la perfetta inutilità della fida Concetta. Parliamoci chiaro: in condizioni normali, di Giorgio, stabilite così le gerarchie, non ci sarebbe stato nessun bisogno. È assurdo che sia fatto venire fino a Napoli se poi non può agire autonomamente: è l’autore che parla di “ordini” a cui deve obbedire. Ma se Giorgio non è inviato come, quanto meno, super partes, meglio ancóra come plenipotenziario, tanto valeva che se ne stesse a casa. Non stando in questo modo le cose, vien da stupire al pensiero che la stessa casamadre milanese non attraversi difficoltà paragonabili a quelle della filiale napolitana. Di fatto l’idea originaria era quella di far svolgere a Giorgio qualche indagine, che tuttavia di fatto non svolge, perché avrebbe implicato sfiducia di suo padre nei confronti di Fausto, e il rischio di farlo passare per un imbecille che si frega con le proprie mani affidandosi a persone inaffidabili. Volendo mantenere intatta l’aura di efficienza che circonda il buon industriale lombardo e, nel contempo, far avere un amore napolitano al suo protagonista milanese, l’autore ha fatto un po’ di casino.

Antonio, come dicevamo, se ne va; non prima, però, che Giorgio si sia trombato Carmelo, un ragazzetto balbuziente e soprasessuato rimorchiato in un cinema porno – quello che gli ci voleva per detendersi un poco, prima di passare al dovere (si tratta di un bucchino [63] con birra digestiva [64; per essere a Napoli girano già due birre, bevute tra l’altro da ctonî – Giuseppe e Carmelino; strano]). Antonio se ne va senza fare storie, ma è un uomo riservato: in realtà, non demorde.

Egli è discendente da un’illustre casata di pasticceri (nata nel 1898 da uno che faceva confetture con materia prima rubata ai frutteti: siamo alla Sacra famiglia o giù di lì), la cui attività prosperava, finché suo padre, per divergenze di natura del tutto prevedibili con la camorra – non ha voluto pagare il pizzo –, non ha avuto altra scelta che scendersi in piazza, e cominciare, a suo tempo coadiuvato da Antonio, a tenere un banchetto nei mercati. Antonio, appunto, non demorde: in realtà è stato il suo eroico opporsi alle infiltrazioni camorristiche nell’azienda a isolarlo, non senza che abbia cominciato a trombarsi regolarmente un ragazzetto ipersessuato, figlio di una vicina di casa (Angelo, si chiama, e la notte si arrampica sul terrazzo di Antonio, producendo, per un tipo di comportamento così anticonvenzionale, questo tipo di giustificazione: “Sono tre giorni che mi faccio le seghe pensando a te”, p. 44; nella stessa pagina, tanto per scendere in particolari, i due fanno un cosiddetto 69, poi fanno la doccia insieme, infine [44-45] Angelo si lascia “scivolare fino a raggiungere l’altezza giusta per incontrare la dura asta di Antonio. / Con le mani si attaccò al gancio della doccia e sollevò le gambe sul bordo della vasca, &c.”; Antonio prende “la crema e un preservativo” e lo penetra).

Un sabato mattina Giorgio si sveglia di buon umore, e si masturba copiosamente addosso al cugino dormiente (69-70), che non vuole svegliare perché ha smesso di lavorare (è cameriere in un bar) alle tre e mezzo del mattino.

Dopodiché se ne va in ufficio; trova tutto bujo e l’allarme disinserito. Sente rumori nella sala riunioni, sorprende Antonio mentre, come un ladro, fruga nei cassetti alla ricerca di chissà che. Antonio lo aggredisce verbalmente, poi lo prende per il collo e lo attacca al muro; Giorgio gli propone del danaro per andarsene, ma Antonio rifiuta con disprezzo ed esce. Giorgio rimane confuso.

Segue un pranzo ipercalorico dalla zia Assunta (72 ss.), dove per poco, distratto, Giorgio non fa coming-out.

Seguono per Giorgio quattro giorni di apatia, birra, pop-corn, televisione e niente bombare (77). Giuseppe è preoccupato, ma sa già che cosa l’ange tanto: di fatto è innamorato di Antonio. E, dato che le cose stanno così, il cugino gli consiglia di andare a parlargli. Giorgio segue il consiglio, e si reca nell’umile dimora di Antonio, dove è accolto dalla sorella e dalla madre, che appena sanno chi è lo mandano a quel paese. Mentre, tutto mogio, sta uscendo, Antonio sopraggiunge, e lo affronta a muso duro, ma Giorgio insiste: vuole sapere che cosa ci facesse in ufficio quella volta. Antonio spiega soltanto i frequenti malumori (cól fatto che ajuta il padre cól banco al mercato). Ma almeno adesso Antonio sa che Giorgio non è un colluso come Fausto, e ha nei suoi confronti confusi sentimenti protettìvi:

Perché ora Antonio sapeva che Giorgio non c’entrava con tutto il marcio di Fausto. Doveva tutelarlo, doveva proteggerlo. Forse da lontano, ma doveva farlo. Negando il suo amore e facendo in modo che se ne andasse al più presto da quella città (80).

Giuseppe e Giorgio vanno all’inaugurazione di un nuovo locale ultimamente molto pubblicizzato “sulle TV locali e nelle radio” (83). All’ingresso Giorgio osserva cupidamente una guardia in canotta arancione, fantasticando che sia rimorchiabile (84); osserva la gente, che si comporta proprio come a Milano, meno la compassatezza:

Notò che in fondo la gente è uguale da tutte le parti. Lì, come a Milano, si divertivano a ballare a ad ascoltare vecchie canzoni con ritornelli vuoti e ritriti ma che tutti cantano a memoria. Del gelo milanese qui però non se ne vedeva nessuna traccia. Erano tutti allegri e di una allegria meno costruita e finta di quella dei nordici. La vita presa con leggerezza, forse con più autoironia. Ma tutto sommato ci ritrovava lo stesso frastuono esistenziale (85).

Vede Giuseppe che si struscia con una bionda, e s’ingelosisce; ma Giuseppe lo tranquillizza dicendogli che è più bello lui. Va in giardino, e del tutto inopinatamente – toh chi si vede – si scontra con Antonio. Riesce a vincerne le resistenze, e a portarlo a prendere una birra (87). I due si appartano, Antonio racconta di sé. Giorgio vorrebbe riassumerlo, ma Antonio rifiuta, e gli dice di andarsene; sa che non è come quegli altri, ma deve lasciar stare tutto quanto, perché ‘quelli’ non scherzano (88).

Segue (91) una corsa notturna per la città, verso l’ufficio, Antonio guida una motoretta fracassona (il fratellino quattordicenne ha fatto tre buchi nella marmitta), e Giorgio è dietro, abbracciato: una scena molto tipica. Entrano alla chetichella, e osservano una scena singolare: Concetta che fa un bucchino a Vincenzo (92); dopodiché penetrano nell’archivio, e Antonio mostra a Giorgio i documenti compromettenti. La reazione di Giorgio è improntata ad un notevole sdegno civile:

Fausto è colluso con la camorra! … questa frase penetrò Giorgio con più violenza di un sibilo che spacca i timpani. Cominciò a rimbalzare dentro di lui. Il suo cuore prese a battere fortissimo. I suoi pugni si sollevarono per andare poi a colpire ripetutamente il tavolo, lacrimando e urlando come un pazzo.

“Bastardo, bastardo!”

Poi uscì dalla stanza e si diresse fuori. Scese le scale come preso da un violento raptus e cominciò a correre per la via. Antonio si precipitò dietro di lui.

“Aspetta, Giorgio, aspetta!”

Ma Giorgio non lo sentiva neppure. Continuava a correre per i vicoli, tra le case scure e dentro i porticati dei vecchi quartieri. E Antonio dietro che cercava di raggiungerlo.

“Fermati! Giorgio fermati!”

Un muro ammuffito e sporco di un vecchio casale, in fondo ad una strada senza uscita avvolta ancora nell’oscurità, interruppe la sua spasmodica e insensata corsa.

Giorgio rimase contro quei freddi mattoni, con i pugni alzati a piangere, col cuore in gola e senza più fiato. Aderiva alla parete singhiozzante. Tremava per la rabbia (93; il corsivo, in corrispondenza della gamba di John, è mio).

Non è da dire come qualmente i due a questo punto stringano alleanza contro la camorra, non senza festeggiare con una bella trombata (completa di rapporto orale e doppia incursione anale, 94-95), a cui ne seguiranno anche altre, tra cui una a tre; Giorgio fa conoscere Antonio a Giuseppe, e i tre raccontano delle proprie prime volte (molto tardiva rispetto agli altri quella del chiuso Antonio; 99-102); Antonio guida Giorgio per le strade di una Napoli mai vista, o almeno questo dice; lo conduce da Franco, amico suo, cól quale hanno un laborioso rapporto a tre (107-110); Fausto è posto di fronte ai documenti compromettenti, fatto confessare con sotterfugio (la polizia ascolta dietro una porta, e la confessione è registrata), licenziato in tronco, arrestato (116); il fax è spedito; Giorgio e Antonio si recano a Pompeî, dove Antonio recita dal Satyricon, e poi tutt’e due chiavano tra le rovine (125); Giorgio portatosi a Milano mette il padre, che intanto ha ricevuto un controfax di ripicca dei dipendenti di Napoli, 117-118) di fronte alla dura realtà (131; tanto ha un fratello dimostratosi in grado di incingere una sposa e dare discendenza al patriarca, 134); è perdonato; è soggetto inconsapevole di un busto di creta, creazione di Antonio, che alla fine (“perché non trombi?” – questa non è una citazione dal libro) ci si masturba sù (137); riceve la guida della filiale napolitana (138); torna a Napoli; riabbraccia Antonio che lo bacia di fronte a un gruppo di scaricatori “allibiti” (142); &, dato che la filiale nell’immediato non può riaprire a causa delle indagini in corso, con tutti i soldini dati dal capitalista milanese i due riapriranno la fabbrica che l’eroico padre di Antonio aveva perso nell’incendio appiccato dalla camorra (143). Così avviene, non senza che Giuseppe se ne sia andato negli U, S & A a costruire tavole da surf (146) – una soluzione che s’imponeva, assolutamente, perché c’era molto di tenero nella relazione tra i due cugini; e Giorgio stesso aveva provato gelosia nel vedere Giuseppe amoreggiare con una femmina in un locale. La morale che deve reggere il tutto è chiara: i rapporti occasionali possono essere superficiali, ma, mutuando codici dal rapporto eterosessuale, Giorgio, come eroe della vicenda, non poteva decentemente chiavare cól cugino, standogli per giunta in casa, per poi prendersi un amante diverso a due passi da lui. Le pp. 146-148, a loro modo molto particolareggiate, sono interamente dedicate ai fervidi lavori d’installazione. Finiti questi, una sera al tramonto i due sono finalmente soli (148). Giorgio mesce un bicchiere di sciampagna, e insegna ad Antonio a prendere la luna nel fondo: chi la cattura scopre il senso della vita. Riescono entrambi nel gioco:

“L’ho presa!” urlò fiero Antonio.

“Bravo!”

“E tu?”

“Sì! Anch’io. Guarda: è qui. Hai intuito il segreto della vita?”

“Certo!… Il segreto è proprio che bisogna catturare la luna ma che la luna una volta catturata non può che sfuggire. Semplice, no?”

Giorgio appoggiò con una mano il bicchiere sul cornicione e con l’altra gli stava già sfilando la cintura.

Il Vesuvio, da lì a un’ora avrebbe inghiottito la luna, ma due ombre nella notte si sarebbero confuse insieme, felici di aver colto, anche se per un solo istante, il segreto della loro felicità (149).

Così si conclude il romanzo.

Quanto alla questione sessuale, su un piano generale bisogna dire che i due, o tre, coinvolti orgasmano o insieme o in rapidissima successione; che usano sempre il preservativo – che peraltro Giorgio non manca di raccomandare molto caldamente al “cuginetto” partente per l’America; se si aggiunge che il volume è corredato da una serie di utili avvertenze Per una vita sessuale più tranquilla e serena [157], pare non doversi escludere dalle intenzioni degli editori e dell’autore una funzione encomiabilmente educativa.

I ragazzi ritratti nel romanzo sono virili (p. 94: Giorgio ha “spalle massicce… cosce possenti”; Antonio, “sotto quel manto di inscalfibile durezza” è “una persona di una dolcezza indicibile che aspetta solo di essere provocata, sollecitata”), insospettabili, onesti, lavoratori, leali. Fanno una vita del tutto normale; Giorgio è benestante, Antonio no, ciò che vuol dire che il primo è un po’ più ingenuus e il secondo più duro e consapevole di dover combattere; ma entrambi si trovano in perfetta sintonia, perché l’attuale condizione modesta di Antonio non dipende dalla sua mancata volontà, o dall’eredità di una situazione disagiata, ma dalla presenza della camorra dalle sue parti. Trovare un alleato significa rimuovere l’ostacolo che gli si para innanzi sulla via del benessere, e tornare su un piano di perfetta omologia con Giorgio. L’unico aspetto interessante del romanzo mi sembra proprio questo: i due non devono sostanzialmente superare assolutamente alcuna difficoltà quanto all’affermazione della propria sessualità, fatta salva la riservatezza con cui la vivono; il vero ostacolo è di natura censitario-legale-economica. La sua soluzione garantisce un avvenire di agiatezza e soddisfazioni professionali, ma non al loro amore, che già si esprime irruento e passionale, e tale si esprimerebbe, si suppone, anche se per una improvvisa disgrazia finissero confinati a fare i battoni e a condividere uno squallido basso. Potrebbe a prima vista sembrare che il romanzo si fondi sull’idea che l’omosessualità non incontri, o non incontri più, difficoltà ad esprimersi, e quindi basi il proprio conflitto di partenza su un piano sul quale due ragazzi gay possano dimostrare le loro capacità; di fatto il romanzo, anche se magari l’intenzione inconscia dell’autore era questa, si basa su uno slittamento della problematica su un piano differente, in funzione distraente/sospensiva – è un meccanismo arcinoto alla psicologia, e qualunque omosessuale l’ha sperimentato più o meno occasionalmente: è il caso di chi si crea un ‘difetto’ di cui è responsabile e oggettivamente incolpabile cól fine di deviare l’attenzione del prossimo dalla propria sessualità, una caratteristica intrinseca irrimovibile e costituente fattivamente colpa, o deficienza, o deminutio, presso gli altri. Il modo dell’autore per dare una visione aproblematica dell’omosessualità consiste in una meccanica simile: il fattore sessualità è confinato rigorosamente nella circonferenza della privatezza, non è discusso né fatto discutere, e il nodo problematico è stretto e sciolto su un piano asessuale.

In tutto questo non ci sarebbe niente di male se, di là dalla costruzione adamitica e dalla brutta lingua, ci fosse un’espressione vitale, quantomeno, o concreta, credibile almeno in parte, di situazioni e personaggî; di fatto questo tipo di scelta, non poggiandosi su un’esperienza sufficientemente condivisa, almeno non ancóra, sotto la crosta di una quotidianità tutto sommato modesta e opaca nasconde la virtualità adimensionale dell’aspirazione, conferendo al tutto una vaga, fastidiosa astrattezza. Se un equivalente subletterario eterosessuale infastidisce per eccesso di grezza materialità, in specie nei presuntuosi travestimenti pseudostorici o mondaneschi, il difetto di questo romanzo in particolare, ma a questo punto mi arrischierei a dire ‘di questo romanzesco’, date le stesse scelte in fase liminare1, consiste proprio nella mancanza di una visione sufficientemente ancorata ad un tempo, per quanto limitato, e ad una storia, per quanto minore. La scrittura vive di passato, perché compone incessantemente memoria; non riesce a vivere, a respirare, se è fatta di auspicî. La scrittura può benissimo campire prospettive future, anzi uno dei suoi cómpiti è proprio aprire spiraglî sull’alternativo – altrimenti sarebbe inutile; ma questo avviene grazie ad un vaglio attento del reale, di ciò, vale a dire, che nei fatti si verifica.

Anche il rosa eterosessuale ha personaggî che sono la composizione di doti che il lettore che trascina un’esistenza squallida e grama vorrebbe avere – ed è perciò che legge quelle fetenzie; ma a differenza di quelli che s’incontrano in un romanzo come questo, esistono effettivamente persone che hanno doti del genere, se non tutte insieme almeno una parte. Ma il rosa eterosessuale si basa assai spesso su personalità eccezionali, ama gli sfondi esotici, almeno tradizionalmente, ivi compresi quelli della Storia cólla esse majuscola; mentre questi Giorgio e Antonio, che non hanno assolutamente nulla di superomistico, non hanno per converso nulla di reale, perché non nascono da un’operazione di composizione di qualità direttamente osservate, ma di una serie di caratteristiche ideologicamente giustapposte. Quello che ne risulta è comunque modesto, perché l’aspirazione massima dell’omosessuale medio è per l’appunto riservatezza e normalità; ma si ha appunto l’impressione che l’autore non abbia conosciuto un numero sufficiente di omosessuali così ‘normali’, quanto di omosessuali che vorrebbero esser tali.

1Ricordo anche di aver letto per conto dell’agenzia letteraria di una donna peraltro raramente odiosa un romanzo, più recente di questo, e non so se mai pubblicato, in cui si immaginava una vicenda del genere, ma sul versante femminile: anche lì entravano in gioco la ricca e l’impoverita, le doti artistiche che si esprimono nel ritratto della donna amata, &c.; anche se bocciai il romanzo, che era in effetti poco leggibile, ricordo che era meglio centrato sulla questione della maternità e delle coppie di fatto. L’alzo del tiro nelle richieste di legittimità e diritti concreti alla comunità, cól libero scolare di corollario di molte espressioni retrive, volgari e umilianti, pochi anni dopo la pubblicazione di un romanzo come questo ha portato come non mai a galla la questione omosessuale come del tutto attuale e irrisolta.