Archivio | maggio, 2009

254. Stati generali.

29 Mag

Dubito che si sarà notato, perché i link si pèrdono facilmente nelle sottocategorie (sono troppi, e moltissimi messi alla cacchio, come si sarà capìto), ma volevo segnalare con qualche rilievo in più un’iniziativa, nata da una settimana, che unisce diversi senza dimora nel nome di una battaglia che sarà certamente epocale, e coronata da indiscutibile vittoria per i senza dimora stessi.

Dopo la chiusura di s.da Castello, un evento che ha suscitato in me sentimenti ambivalenti di cui ho dato conto in altro post, il numero degli utenti in coda nei dormitorj rimasti aperti a Torino è aumentato a dismisura, e i tempi di attesa, per conseguenza, si sono allungati oltre l’umano.

L’iniziativa a cui faccio riferimento è quella di cui si legge su questo blog, ed è volta a fare pressioni sul Comune di Torino affinché destini più posti a dormire per i senza dimora, o senzatetto, o senza fissa dimora. Se tutto va bene, chi ha deciso di unirsi nel grido di dolore dovrebbe in un futuro si spera non remoto ottenere quello che chiede – e che era già stato promesso: persino io ricordo che mesi fa, non molti, sui giornali locali era apparsa la notizia di un megadormitorio da costruirsi in v. Traves, al posto del container, che è marcio, sozzo e cadente, che attualmente fa concorrenza al mercato del pesce nella produzione di fortori e nell’allevamento di zoccole; dovevano essere 40 posti a dormire in una struttura vera, cioè in muratura, e non di plastica & tolla come quella che c’è adesso (e che è identica a quelle, quasi del pari marce & fetenti, di c.so Tazzoli e della defunta s.da Castello di Mirafiori), salvo che i fondi già destinati a quest’impresa sono stati stornati su altro, e adesso non ci sono più.

Io rido & scherzo, ma voglio anche far memoria, specialmente a chi già sa (per forza; a chi non sa posso solo fornire qualche informazione nuova di pacca, che poi è quello che faccio, in sostanza, parallelamente), che queste strutture non accolgono solamente, né prevalentemente, simpatici perdigiorno e innocui zuzzurelloni, ma anche sordidi avanzi di galera, persone intossicate da sostanze micidiali e persone che vivono come bestie, ravanando nell’interno di cassonetti e discariche abusive. Oltre a questi, per giunta, ci sono persone decentissime, talune anche discretamente e più che discretamente studiate, con esperienze di vita non convenzionali e competenze tutt’altro che scontate, che trascinano un’esistenza miseranda solo perché invalide od ormai escluse dal mercato per raggiunti limiti d’età; sono quei generici ‘adulti in difficoltà’ che avrebbero tutto il diritto di essere assistiti ma che, causa l’avarizia immonda degli enti preposti, che sparagnano il centesimo, quando pure non lo spendono in genuine puttanate, sono costretti a dormire, quando pure ci riescono, in canili puzzolenti, e a trascorrere le ore diurne tra le sale giornali delle biblioteche, alla mercé di dipendenti pubblici fancazzisti e pieni di odio verso il mondo, e presso mense dove sono servite direttamente in muso pasteasciutte scotte immerse in sughi rancidi, secondi affogati negli escrementi e frutta putrefatte. Tutto questo in attesa di una casa popolare che, come adulti in difficoltà generici, sono tenuti ad aspettare, facendo questa vita schifosa, anche per dieci, dodici, quindici anni; ammenoché non si spaccino per dementi (la psichiatria è sostenuta con fondi più generosi), o lo diventino davvero, e non vadano a riparare per qualche mese in strutture infernali come villa Cristina o simili.

A tutti costoro va la mia commossa solidarietà.

Per il 6 giugno, che è giorno, anche, di elezioni (io ci vado; alle scorse arrivai tardi al seggio, quindi ragion di più), sono previsti – come avrà letto chi è stato sul sito linkato – gli Stati generali dei barbùn presso il Droghìn dell’Amedeo di Savoja, c.so Svizzera 164. Per trovare una soluzione decente, che porti – si spera – a risolvere la piaga del barbonaggio (quello che non è una scelta, e non diventa tale nel tempo) tramite un servizio completo, efficiente e soprattutto rapido e indolore.

253. Vendetta.

22 Mag

Jeri pomeriggio mi sono raccolto a dare udienza ai pensieri, per la prima volta dopo qualche giorno, e ho scritto nuovamente qualche riga, per un’oretta consecutiva. Essendo rimasto solo per la gran parte della giornata, ed essendo stato còlto nuovamente da quei pensieri che normalmente si fanno in solitudine, e avendo fatto dentro me le solite considerazioni da anima amareggiata, avendo – quindi – in pronto l’argomento, ho scritto cose singolarmente contorte a proposito della vendetta – dato che la mia amarezza non si limita a sé stessa, ma sconfina sempre nel rancore, e che il rancore mi spinge sempre a pianificare mentalmente qualcosa di brutto da far capitare a qualcuno: “… una vendetta presuppone che la vittima, già carnefice, sia in grado di sentire tutto il significato di essa vendetta. La legge del contrappasso implicità un’identità tra vendicatore e vittima della vendetta. Se la vendetta deve compiersi su un essere inferiore, a che cosa serve? Altro è eliminare ogni traccia del nemico, ciò che può avere una sua validità e una sua oggettiva necessità, ma un omicidio totalmente impunito – e l’impunità mi serve, perché mi serve la libertà – è un’evenienza talmente rara da richiedere più che un semplice ajuto del destino (figuriamoci, allora, dieci, o venti), e da non poter essere in alcun modo e in alcun caso preventivata. Ma lasciare semplicemente un segno, infliggere dolore fisico, è una lezione, in terminologia mafiosa un esempio: se la vittima è uno degli ultimi esseri al mondo ad essere in grado di recepirla in quanto tale, la lezione è come non fosse data, non si può dare. Dunque, in mancanza o in assenza della possibilità dell’eliminazione fisica, è materialmente insensato pensare a qualunque vendetta. Ne consegue che l’unica soluzione è la difesa: non ha senso nessuno pensare di sostituirla con la vendetta. La vendetta è la difesa dei tardigradi: se la difesa manca o è intempestiva, allora nasce il desiderio di vendetta. La stessa vendicatività, come atteggiamento durevole, o permanente affatto, di una personalità, è segno di debolezza. L’impotenza dìun individuo può essere dovuta o all’incapacità di difendersi inveterata per via di troppi fallimenti, oppure essere dovuta a circostanze avverse, che colpiscono tutti, ma poche volte nel corso di un’intera vita: in questo secondo caso la vendetta può essere consumata, e di fatto è, come difesa a posteriori, non essendosi potuto fare altrimenti; in casi come il primo, invece, la vendetta, che nella fattispecie – infatti – sovente non è consumata né calda né fredda, ma rimane solo morbosamente vagheggiata, è semplicemente la tentazione di una difesa tardiva, cioè di compiere poi l’azione che doveva essere commessa prima – a prescindere dalle conseguenze, e nell’uno e nell’altro caso. Sbaglierei, però, a sostenere che il perdòno liberi, perché anche il perdòno è inutile, e sovente immorale. L’unica cosa che liberi è la difesa. In più la vendicatività discende da un generale difetto rappresentativo, e cioè che la realtà possa credibilmente giocarsi su piani temporali diversi, a piacimento. Il principio secondo cui la vendetta ha validità presuppone che una reazione avvenga effettivamente in un dato momento, ma moralmente avverrebbe in un tempo diverso, precedente. L’atto concreto, nel suo esplicitarsi, non è apparentemente azione vòlta ad un fine immediatamente ravvisabile e non è reazione a nessun’azione alla quale sia immediatamente concatenata; è un gesto isolato, spiccato nel tempo, e dunque in apparenza inopinato – e di fatto inopinato, se lo si considera nella sequenza degli eventi -, irrelato, insensato. Acquista valore e senso solo per chi, il vendicatore, lo correli alla sua matrice remota, ossia quella violenza della quale la vendetta, rivalsa e giustizia, è reazione e punizione: ma perché azione e reazione siano riconnessi è indispensabile che tutto il tempo intercorso sia annullato nella coscienza del vendicatore – e, negli intenti, anche della vittima -, ovvero che, prima ancòra, sia possibile ritenerlo annullabile, sia pure sotto questo solo aspetto. Il vendicatore ritiene di fermare il tempo, di porsi su un piano del tutto distinto rispetto a quello della logica: non quella diacronica, ma quella cronologica sì. Il vendicatore è un ottimista disperato, o una strana sorta di efficientista, che conferisce un valore enorme, salvifico per sé, alla propria azione: in grado di ristabilire un equilibrio spezzato, di restaurare la giustizia, di fermare il tempo, e che so io? Mentre crede in un equilibrio che possa essere riparato postumamente; in una giustizia che non conosce nessuna urgenza, astratta,  sfrondata di tutte le valenze con l’umano commercio; in un tempo che si può alterare a piacimento. La visione della morale, della giustizia e del tempo nel vendicatore è in realtà incredibilmente impoverita rispetto a quello che, anche tragicamente è; il vendicatore non concepisce l’ineluttabile al difuori di sé, e nella stessa immersione del sé in certe condizioni ambientali, ma solo nella propria intenzione. Dipende dai casi – e dalla sua consapevolezza – se è un mostro, un eroe o molto semplicemente un coglione. Sono molte le conseguenze a lungo termine di fatti avvenuti in epoche anche molto precedenti: ma mentre in questo tipo di fenomeni è il tempo che si dimostra attore, nel caso della vendetta si assiste ad una rivolta contro il tempo in nome di un’impossibile riparazione”.

252. Scrittura rosa (?).

20 Mag

Sono ancòra in corso di lettura per quanto riguarda un libro, di quelli che non s’incontrano tutti i giorni, Testamento, di Antonio Pizzuto (1893-1976), sommo nostro avanguardista, e per prestigio e per oltranza. Già pubblicato nel 1969 da Il Saggiatore di Alberto Mondadori Editore, è stato ristampato proprio quest’anno dalle fiorentine Edizioni Polistampa, per cura del prof. Antonio Pane (1952), che per lo stesso editore, che fa bei volumi, dal 1998 va curando, titolo per titolo, tutta l’opera dell’autore siciliano. La mia esperienza pizzutiana pregressa è limitata alle Paginette per i tipi di Lerici, che una dozzina d’anni fa trovai, e m’ero ritrovato davanti qualcosa come quindici o venti copie, a prezzo stracciatissimo (mettiamo 5.000 Lire?), al Remainders in Galleria a Milano; la stessa impressione che adesso MareMagnum merca a caro prezzo.

Di aver pagato poco potei, allora, rallegrarmi solo perché pochi ne avevo in tasca, non in vista di qualche investimento (poi anche il Pizzuto defluì dalla mia camera verso gli scaffali di qualche mercenario, come tutti gli altri libri); ma nell’acquisto ero consapevole di mettere le mani su una delle figure più estreme delle lettere più o meno recenti, come accostarsi a certi Barocchi, con carta e penna a portata, era parallelamente un entrare in contatto con meno recenti oltranze. Lessi il Pizzuto in treno, sulla via del ritorno, tutto e con grande frutto: la mia prosa all’epoca era ancòra tutta ventura, in un certo senso, ma suppongo che Pizzuto abbia avuto la sua parte nell’incoraggiarla a certi ardimenti, impuniti, di quelli che nella vita – questa è la differenza sostanziale tra vita e lettere – non mi sarei potuto permettere senza pagarne un prezzo, proprio come quel vecchio Lerici per i modernariatisti d’hoggidì, troppo caro.

Il parallelo con i Barocchi non è del tutto gratuito, per contro: perché, e questo è il motivo per cui il Pizzuto non mi scivolò di mano nemmeno per un istante, Pizzuto è sovraelaborato, riscritto, nemico di qualunque espressione possa uscire paro paro dalla penna di chiunque altro, ma si capisce tutto – è un autore complesso, ma non complicato; e poi si spiega sempre, ripassando sulle righe appena lette: se una donna non ha una quarantina d’anni ma è sui tessaràconta, pognamo, è perché quei tessaràconta greci, intonati e sublimi, od epici, stonano con l’idea del padre autoritario che, alla minima mancanza, ancòra se la tira iroso sulle ginocchia e la sculaccia.  &c.

Il testo di Pizzuto, in questa stampa, che sogno di resocontare con maggior ampiezza, e anche con un pizzico di acribia, con le sue xx lasse o pagelle, e le sue forse quattro volte tante cartelle di testo effettivo, se pur ci si arriva, è corredato da un commento opulentissimo, che è opera romana, e occupa, ovviamente, il doppio delle pagine e il triplo o il quadruplo del testo rispetto alle antidette lasse; lì vi sono spiegati, con i 134 arditi neologismi, anche tutti i luoghi difficili, coincidenti poi, se non con ogni parola almeno con ogni riga, dei venti capitoletti, tutti di matrice strettamente autobiografica e con taglio del tutto privato, senza alcuna spiega interna al testo, interamente allusivo. Tra il testo e l’apparato, che sembra cosa d’altro secolo, arazzo da Serafini e/o piramide d’Egitto, vien fatto – almeno a me – di pensare che la letteratura, ancòra nel cuore del XX secolo, servisse in qualche modo ingegnoso alla vita eterna: tanto sembra di essere colpiti dalla luminosità di quelle arie personali, infantili, adolescenziali, giovanili, adulte, in un luogo intermedio tra il testo stesso e il suo commento – come una terza, e una quarta dimensione oltre e l’uno e l’altro.

Il testo è dono dell’autore di questo articolo, al quale devo anche la conoscenza – è attraverso il suo italiano, infatti, che l’ho attinto – di alcune cose di Arno Schmidt, altro chiuso e comprensibilissimo autore. Del quale mi colpì, e oggi mi colpisce in Pizzuto [e mi colpisce ovviamente – anche – il rinvenirla in entrambi], una vena tenacemente sentimentale – non nel senso in cui Joyce intendeva il sentimentale, come un derivato di cattiva qualità, ma una sentimentalité che nulla mi trattiene dal definire, già che ci sono, pure pénétrante. Penso soprattutto, più che a Dalla vita di un fauno, Leviatano aut sim., a certe cose brevi che lo stesso Pinto ha sparso tra “Indice” e “Sud” pochi anni fa (Vicina, Gita scolastica).

Dato che è il prosatore italiano più estremo del ‘900 con Gadda e Longhi, e dato che Longhi non m’attrae (come non m’attrae – che farci? – la prosa sull’arte in generale), trovo particolarmente eccitante l’idea che i due che m’interessano – Gadda e Pizzuto, appunto – abbiano avuto e/o abbiano espresso giudizj l’un sull’altro; per quanto è del tutto scontato che non si capissero. Trovo in fondo all’articolo linkato qualcosa di detto da Gadda su Pizzuto (e Pizzuto su Gadda? Nelle parti di carteggio usate dal prof. Pane per il commento Pizzuto non sembra chiuso, cotruito e schizofrenico come Gadda; motivo in più per non dirne, del Gadda, assolutamente niente, però), che è, se è il solo giudizio a cui Gadda s’è lasciato andare sul presunto ‘collega’, come una cosa detta da Wagner su Verdi:

«Pizzuto? A me sembra un po’ uno scrittore rosa …».

Che è una cosa tremenda e indovinatissima; e mi conferma nella mia lettura ‘sentimentale’ di Pizzuto (tanto da farmi dubitare un po’ di quel rosa shocking, pur così elegantemente trovato, che ci vede Pinto: i colori, per la verità, non sono certo pastello, concordo, ma non hanno nulla nulla di acido: ovattatamente frizzanti come sono, saturi di luce; ci si dilunga volentieri, ed è pertanto che si torna sulla frase  – non la “bella frase”! -, sulla parola, sulla tournure sintattica; pensando alla stessa luce opulenta e familiare, fastosa e palpabile delle cantate festive di Bach).

251. A zonzo.

19 Mag

Oggi, peraltro, fa un caldo becco. Ultimamente non ho frequentato molto le biblioteche, per cause del tutto logistiche, di consguenza non ho nemmeno scritto granché, non solo qui sopra ma anche su altri supporti e in altre sedi. Mi sono tirato fuori, a partire dal primissimo pomeriggio, una specie di inutile mezza giornata, che peraltro non è ancòra finita, e della quale – come si vede – non sono riuscito a fare buonissimo uso (non è detto che non riesca ad escogitare qualcosa per la metà inferiore, però).

Sono passato da urza, che dava segni di esserci, o di aver lasciato a chi dire; benché non avessi nulla da farci, lì, o da lasciar detto, dato che il portone era aperto e il cortile adibibile, sono entrato, e ho sonato al citofono; ma nessuno mi ha risposto. Sono uscito, e mi sono diretto verso la Civica – anche qui l’intenzione era vedere se c’era qualche volto noto, ma a parte due tossici (due presenze praticamente fisse alla Civica da tempo immemorabile) con i quali non ho mai avuto contatti, non ho trovato nessuno. Il primo piano era, anzi, semideserto, ed è assai verosimile che fossero tutti a chilificare da qualche parte, semiaddormentati sulle panchine, o a russare sulle coppe dei cessi, o in qualche bettola a sorbire il caffè. Sono salito anche al secondo piano, per scrupolo, ma ho potuto solo verificare che ambo le consultazioni erano in condizioni del tutto analoghe alla sala di lettura del primo piano, e, a parte quella faccia di cazzo di Antonio Pavone, con il suo riporto color mattone, era dubbio che ci fosse qualcuno che conoscessi più che di vista. Mi sono comunque aggirato tra gli scaffali, dove ho potuto rivedere una vecchia letteratura tedesca, dai volumi di piccolo formato, tra cui il iii, sul Barocco, molto appetitoso. Dal momento che me ne vado, ho pensato, perché non prendermi qualche ricordino?

Appunto, perché no? Magari un giorno in cui, proprio come questo, il deficientone al banco non è particolarmente (litote) vigile; io entrerei col sacchetto in mano, proprio come oggi – conviene precisare che in teoria in sala non si potrebbe entrare con sacchetti, borse, zaini e altri contenitori, proprio ond’evitare sottrazioni indebite.  Se ci si muove velocemente la videosorveglianza non serve a un cazzo – posto anche che si accorgano della scomparsa di un testo, e non è verosimile dal momento che è di quelli raramente o mai compulsati, quando ciò avverrebbe, di grazia? Il rilevatore al pianterreno, ormai è assodato, non funziona. Loro smagnetizzano strisciando i voll. che vanno in prestito contro quel macchinario (una cassetta metallica smaltata, grigia), ma di fatto basta entrare alla Nazionale con un testo preso in prestito alla Civica per sentir partire concerti di sirene e allarmi, segno che non è stato smagnetizzato nulla. Anche quando funzionasse, basterebbe levare la bandina metallica appiccicata dentro la legatura, sotto il dorso, tenendo sempre il libro, e il presente è piccolo & maneggevole, nel sacchetto. Una volta compiuta l’operazione – il misfatto può essere perpetrato nonscialantemente durante la discesa delle scale, pian piano -, ci si riserva più tardi di levare del tutto l’adesivo, già mezzo staccato, con la segnatura, e di cancellare il numero d’inventario a matita sul risguardo. Il timbro, che è tutto un altro pajo di maniche, può essere abraso con comodo a suo tempo, nella pace serale, alla luce di qualche lampione, magari conversando amabilmente di cose elevate con qualche alcolizzato di propria fiducia (peraltro, vedi fortuna, a differenza di altri volumi, per metà buona virtualmente grondanti di blu di Prussia, il volume che a me piace ha due o tre timbrini stinti, appena). E poi uno è padrone di portarsi Gryphius, Lohenstein e Hofman von Hofmanswaldau in giro per il mondo, rileggendolo fino alla consunzione sullo sfondo di qualche romantica marina, o di qualche panorama montano.

(Ho cercato inutilmente di ritrovare quel vecchio numero di futura in cui una delle responsabili della Civica, Cecilia Cognigni, diceva che la biblioteca, in particolare la Civica, è un valido centro d’ascolto, e un luogo a differenza d’altri avalutativo, in cui il barbone può aggirarsi tranquillo senza tema di essere considerato un pezzo di merda. Mi hanno, in effetti, riferito che alla Civica non girano più barboni. Vuol dire che la dirigenza della Civica ha cambiato idea? O che ero l’unico barbone frequentatore? Comunque un’ultima capatina, prima di partire, me la faccio).

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.

249. Vuoto.

15 Mag

Del tutto in contrasto con l’andamento obbligato delle mie ultimissime giornate – che si sono rallentate, nei ritmi, a causa del mio (volontario) adeguamento ai ritmi di terzi [quasi sempre la presenza di terzi, non so se questo valga solo per me, rallenta] -, con la loro metrica scandita e non sostenuta, mi sento tuttavia leggero.

Anche compilando il solito diario, un nojosissimo, ossessivo brogliaccio, che non ho mai riletto e che perdo periodicamente in giro, mi sono imposto, da qualche tempo, di non dar voce & espressione ai miei stati d’animo, ai sentimenti, e di scrivere solo fatti, riportare discorsi, o approfondire tematiche: questo non tanto in vista di una lettura che, anche potendo materialmente esserci, non ci sarebbe stata mai, ma perché suppongo che concentrarmi sulle descrizioni, sui fatti, sulle cose, e non sulle sensazioni che le cose e i fatti e le relazioni interpersonali suscitano entro me, mi ajuti a scrivere meglio, mettendo continuamente alla prova il mio strumentario e costringendomi a sforzi retorici e di formulazione, vincolandomi ad un’espressione più precisa; sempre in prospettiva di quello che dovrei o dovrò scrivere in un futuro che ormai sembra allontanarsi a tal punto da indurmi serenamente a pensare di averlo ormai smarrito una volta per tutte; perché per tutti questi anni – i sette e rotti lustri che ho trascorso in queste lande sublunari -, con l’eccezione forse del primissimo, mi sono sempre pensato come scrittore, e il mio cervello, evidentemente poco aggiornato, ragiona sempre in termini di scrittura. Non so nemmeno se sia possibile cambiare questa impostazione; dovrei preoccuparmene, questo sì, perché ormai la mia vita, ossia quello che ne resta o che è riuscito a venir fuori di quello che doveva essere la mia vita, rende quest’impostazione del tutto inservibile, e dunque, anche, un ostacolo. Dovrei preoccuparmene perché mi occorrerebbero altre strutture mentali, altri strumenti, anche retorici: sarebbe infinitamente preferibile, per me nelle presenti condizioni, saper parlare con la ggente, piuttosto che spremermi dalla pera alcunché da scrivere, ma come è difficile disfarsi di una forma mentis, così sembra complicato anche crearsene una nuova. Scrivere scrivo, perlopiù riflessioni e resoconti, ma anche in questo caso, essendo sparito sistematicamente tutto quello che ho scritto, nutrendosi evidentemente la mia scrittura soprattutto di sé stessa e di certi incontri, rendendomisi sempre più manifesto come scrivere non serva a nulla, nemmeno alla scrittura – per servire alla scrittura dovrebbe, quantomeno, lasciare traccia fisica di sé -facendomisi continuamente e sempre più palese la fragilità della scrittura, dei suoi supporti – permeabili, infiammabili, deperibili, sottraibili -, di fatto, tranquillamente, va lentamente ma sensibilmente esaurendosi in me anche questa predisposizione, che non è mai diventata vocazione, che non è mai diventata destino.

Mentre sperimento una quotidianità teoricamente depressiva e routinière, e di fatto consistente in un continuo assedio, che non sempre sono riuscito a reggere felicemente. Non credo si tratti di una transitoria perdita d’interesse: è un’entropia, perché la lenta e inesorabile esaustione è cominciata troppo tempo fa. Per troppi anni nessuno ha creduto minimamente che ci fosse qualcosa, sotto; anni, per converso, passati in gran parte in solitudine, senza il beneficio della conversazione con intendenti & virtuosi, e senza il sostegno dell’accademia. Anche chi ha concesso che qualcosa ci fosse, nel riconoscerlo mi ha dato l’impressione che avrebbe di gran lunga preferito che non ci fosse nulla. Chi ha riconosciuto e apprezzato quello che c’era lo ha spesso e facilmente scisso dalla mia persona, come se la scrittura potesse sussistere in assenza di chi la genera.

Nel frattempo mi sono successe cose – ho detto del lungo assedio, in effetti; e ho detto come di rado sono riuscito ad opporre una difesa. Ecco, la mia è una vita tutta consumata a tenere la guardia bassa, essenzialmente per mancanza di slancio vitale, energie, forze fisiche; e con la scusa che potevo, o dovevo, comunque andarmene, in qualunque momento – verso che cosa non so e non ho mai saputo; da che cosa, invece, m’è sempre stato chiaro. Eppure non mi sono mai mosso; non tanto per timore di trovare altrove gli stessi impedimenti che trovavo nello hic et nunc, quanto perché non mi sono mai ritrovato ad essere veramente inserito nell’ambiente in cui mi trovavo. Con, in più, le cose, orribili e avvilenti perlopiù, che mi succedevano, e che servivano a ricordarmi della mia collocazione sostanzialmente laterale, estranea al corpo vivo, remota dal centro – epperò non ignota al centro, non irraggiungibile, non in qualche paradossale modo riparata, protetta.

Anche in questa città me ne sono successe diverse, sempre dello stesso tipo; ho incontrato manifestazioni di ostilità ingiustificabile, mi sono trovato di fronte a muri che non mi sono nemmeno accinto, posto ce ne fosse pur la possibilità, a scalare, ho avuto la riconferma della mia natura involuta, riflessiva e rinunciataria, ma anche genuinamente accidiosa, e della mia inettitudine ai rapporti umani; e, a proposito della mia inettitudine ai rapporti umani, della mia spiccata attitudine ad astrarmene, perlopiù, trovandoli perlopiù inutili e in certi casi, dove ci si sforzi a una consuetudine abbastanza lunga, anche dannosi, dispendiosi e offensivi.

Per il mio mestiere, di tanti rapporti umani non ci sarebbe stato nemmeno bisogno; venuta meno la possibilità, mancando la spinta necessaria, di esercitare esso mestiere, non mi offende nemmeno più nemmeno la qualità del mio isolamento, che non è un isolamento protettivo e sottoesposto, ma una condizione di sovraesposizione e di semplice mancanza di contatti, di conversazione, di quotidiano commercio. Anzi, nulla più mi offende, né la mancanza di privatezza, né l’irta amicizia di chi millantava ajuti e sostegni, né il tempo perduto, né il rimpianto, né il rimorso; prevalgono, su tutto, la stanchezza e la prospettiva, che in qualche modo mi tiene in vita, di andarmene. Anzi, la qualità, spiccatamente ‘da disadattato’, di questo mio sentire con sollievo la prossima partenza, e solo perché è una partenza, una separazione da luoghi situazioni persone, mi fa in qualche modo sorridere; con un pizzico di esasperazione, anche, devo ammettere, perché ho, con questo, l’ennesima, inutile e non richiesta, conferma di quale ostacolo abbia sempre rappresentato per me la mia indole, schiva, incapace di comprensione per qualunque forma di aggressività, risentita, umbratile, forse fragile, delicata – ma non tendente al pessimismo, per esempio, che è una forma di fatalismo, che è una forma di conformismo.  Se solo fossi stato un pessimista le cose mi sarebbero andate in modo molto diverso: avrei accettato gran parte delle cose che mi sono successe, trattandosi appunto di cose negative, e me ne sarei potuto lamentare in forme artifiziate e pretenziose, trovando forse ascolto e credito, mentre di fatto non sto accettando, non ho mai accettato, nulla di tutto questo. La mia mancanza di accettazione – nemmeno in nome di qualche convincimento essenzialisteggiante, non sono mai arrivato a tanta maturità filosofica; e poi questo atteggiamento mio è un fatto troppo precedente a qualunque realtà speculativa ed estetica perché possa prestarsi a qualunque elaborazione in termini rigorosi, se non sistematici – mi ha sempre dato l’illusione di esserci e, nel contempo, non esserci affatto. La stessa esclusione mi è servita a sentirmi così fuori da tutto. Finché, naturalmente, ti ritrovi a dirti Poiché non c’è cosa qui che non ti veda è tempo di cambiare la tua vita: cosa, ait, che non ti (mi) veda, non tu che vedi la cosa, ma la cosa che vede te. Peggio che andar di notte se non è nemmeno la cosa che ti vede – sono voci tenui, ci vorrebbe molta più pace sostanziale e non apparente per percepirle,  e per percepirle fino a quel punto – ma la persona, anzi, diverse, troppe persone. Dallo sguardo inequivocabile.

Non si capisce nulla di quello che ho scritto, me ne rendo benissimo conto – se è per quello non ho mai, io stesso, capìto perché scrivo, e perché proprio su un blog. Io, poi, personalmente, troverei detestabile inciampare in un post del genere, tutto considerazioni personali, espressione e non comunicazione, schizofrenia e non atto sociale; è il tipo di post che normalmente non finisco di léggere, e il cui autore-tipo normalmente evito. Non riesco, dunque, a immaginare chi dovrebbe leggerlo, e con che frutto. Ma anch’esso consegue a quell’atmosfera, abbastanza per me peranco irrespirata – se non quidditativamente, per qualità, ossia intensità & profondità -, una situazione di vuoto pneumatico nella quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi sto muovendo. Senza timore, senza alienazione, senza orrore panico, senza speranza di uscirne, senza rimpianto d’altro. Sento solo quelle due cose: vuoto e stanchezza, stanchezza e vuoto; e il vuoto mi solleva dal provare più stanchezza.

248. Boo-hoo.

7 Mag

Questa sera, come annuncia un fogliazzo volante affisso a Foligno, tutti quanti (chi non saprei) dovrebbero farsi trovare, a partire dalle ore 18.00, davanti al dormitorio di strada Castello di Mirafiori, al n.° 172, proprio di fianco alla Bèla Rosìn, è una specie di bidone (anche la Bèla Rosìn, per altri aspetti, ma io mi riferisco al container) dietro un cancello di ferro. Qui, su un blog che non conoscevo e che mi affretto a linkare con voluttà, si spiega anche il perché dovremmo tuttiquanti accorrere. A parte il buffet, pare che il Comune, come si legge chiaramente detto nel pezzo a cui rimanda il link poco sopra, abbia deciso di chiudere esso dormitorio, che finora dava ricetto alle 24 persone canonicamente accolte da una struttura comunale, vale a dire 20 uomini e 4 donne. Più gli operatori. Ed è proprio a questi ultimi che ho pensato.

Dal momento che essi operatori sono alle dipendenze di cooperative che gestiscono strutture di diversa natura, e non solamente dormitorj (i dormitorj del Comune sono appaltati alla coop. Parella [v. Carrera, che ora dovrà essere chiuso a sua volta per ristrutturazione e raddoppiamento (chissà se ne frattempo avevano almeno riparato i cessi, non ci sono più stato), c.so Tazzoli, s.da Castello di Mirafiori (ancòra per poco, appunto], Frassati (v. Foligno), Valdocco (v. Traves, un vero letamajo)], e dal momento che le mansioni a cui possono essere adibiti vanno anche di là dalla distribuzione di lamette da barba e lenzuola nei dormitorj, d’acchito avevo pensato che, come al solito, paraculandosi come tutti i (para)dipendenti (para)pubblici, sarebbero semplicemente sciamati via verso centri crisi, centri d’ascolto, ufficj, pulizie di cessi & puttanate varie – quelle che passano le cooperative di quel tipo lì, insomma.

E invece no!

Pare – vedi quello che dice il blog sullinkato – che quel fascio di Valter e quella pantegana orrenda di Federica, tra gli altri, siano destinati a rimanere con un pugno di mosche in mano – a rimanere senza lavoro, come si dice lì, disoccupati, senza nulla da fare, privi di una fonte di reddito, destituiti di un cespite, orbati di possibilità di sostentamento, di un gettito regolare, insomma di uno stipendio, di un attivo, di entrate, di valsente, di valore di scambio.

Mi piacerebbe molto sapere di più circa la consistenza effettiva di questa prospettiva qui (ma la mia curiosità molto difficilmente sarebbe soddisfatta se andassi al buffè di Castello di Mirafiori, quindi andrò per vie traverse, muovendomi nell’ombra e cercando di ottenere più informazioni di quante effettivamente in poter mio a tutt’adesso).

Ora: è questo un allarme puramente strumentale, uno scatto fàtico diretto ad attrarre l’attenzione dell’eventuale lettore (come, pognamo: “Pronto!”, ovvero: “Al vostro buon cuore”, & similia), ovvero fa capo ad un’effettiva situazione di pericolo? 

Devo aspettarmi di reincontrare quella specie di buttafuori e la camionista, magari con cane a séguito, a S. Antonio, o in qualche dormitorio, in capo a qualche mese? (Se li prendo a sprangate di piombo sul capo, però, rischio una sospensione da 0 a 60 gg., però, invece dei 5 anni che spettano a chi manomette un operatore. E’ vero che volevo andare al mare, nel frattempo, ma poni il caso che me li ritrovi davanti, un giorno o l’altro).

247. E’ tornata.

5 Mag

Mi fa piacere (c’è un pezzo sulla Grecia).

246. Una vecchia recensione di Zafòn.

5 Mag

Jeri pomeriggio, in biblioteca, ho preso in mano un Pulp, la rivista dei libri, senza d’acchito rendermi conto che, benlungi dall’essere l’ultima uscita, o almeno quella dello scorso mese, come spesso càpita, era il n.° di gennajo/febbrajo 2009. Sicché, inavvertitamente, mi sono ritrovato davanti ad una recensione che mi ha riportato a una lettura natalizia, cosa che se sotto molti aspetti era fuori luogo – il caldo à pierre fendre, e un improvviso temporale, presto finito -, mi ha offerto spunto per una riflessione senza stagione e forse senza tempo. Il libro è Il gioco dell’angelo, dello scrittore popolare Ruiz Zafòn, la recensione è invece di Raul Schenardi, che a p. 39 dice:

Non ho letto L’ombra del vento,

che è il vol. precedente a questo, comunque leggibile in sé – dovrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, una saga; nemmeno io ho letto il primo volume, ma Schenardi soggiunge:

e me ne vanto

dopodiché prosegue:

dopo essermi sorbito il sequel sottoscrivo senza riserve l’equilibrato giudizio di un autorevole critico spagnolo: Zafòn è uno “scrittore orrendo”.

Vediamo quali sono i difetti secondo lo Schenardi:

personaggi che non sono altro che macchiette, situazioni ridondanti, descrizioni pedanti e confuse, macchinose e spente, e un’aggettivazione improntata ai più scontati luoghi comuni, che avrebbero richiesto vigorose sforbiciate da parte di un accorto redattore

E questi sono, di fatto, difetti importanti; ma non è notato nulla di strutturale, mi sembra, salvo che nella prima notazione, e cioè che i personaggj sono macchiette. Non mi hanno fatto impazzire, ma non sembrano propriamente “macchiette”. Prima di tutto il romanzo ha atmosfere piuttosto depressive, non ha nulla di comico; secondo, i personaggj sono piuttosto realistici, persino il diavolo, e non hanno quelle caratteristiche così rilevate, o marcate, o persino caricaturali che consentano di parlare di macchiette.

Le notazioni di ordine strutturale sarebbero invece queste:

mancano una ricostruzione accurata, senso della misura, ritmo narrativo, distanziamento parodistico e gusto della citazione.

A parte il fatto che posso solo sospettare che quella deficiente “ricostruzione accurata” si riferisca alla ricostruzione ambientale storica – che peraltro nello Zafòn rimane goticamente soffusa, non è in primo piano nella narrazione, concordo senz’altro sul senso della misura – ma nemmeno Hugo e Tolstoj l’avevano, se è per quello – e sul ritmo della narrazione, che comunque è piuttosto sformata (ma milioni di romanzi popolari sono praticamente degli esplosi; probabilmente questo deriva dalla particolare tecnica scrittoria dei romanzieri popolari, che cominciano a scrivere senza sapere come finirà – King scrive in questo modo; e, anche lui, se ne vanta. Il finale di It era mero delirio, ma le parti sull’infanzia maledetta dei ragazzi o la ricostruzione della vita dei lavoratori a Derry nell”800 sono straordinarie); ma come si fa a ritenere un difetto, per giunta in un romanzo scritto proprio per essere letto dal grosso pubblico, la mancanza di distanziamento parodistico e la mancanza di gusto della citazione? Fortunatamente lo Schenardi, in fondo alla sua stroncatura, che reca polemicamente come pezze d’appoggio solo brani d’interviste e dichiarazioni di poetica dello stesso Zafòn, e non parti incriminate del libro letto (sicché la stroncatura, fatta eccezione per i riferimenti diretti alla persona dell’autore di cui si tratta, potrebbe andar bene per qualunque lettura da treno stampata dal 1880 a stamattina), dichiara di essere uno snobground, la cui estetica si basa sulla critica surciliosa anni Sessanta e Settanta, che lo stesso Zafòn ha indicato come il presupposto storico dell’atteggiamento sprezzante nei confronti della letteratura industriale. A parte il fatto che già Sainte-Beuve, se si vuole, esprimeva grosso modo gli stessi concetti a ridosso di Dumas père, sicuramente il presupposto più vicino dovrebbe essere questo. Embè?

In ogni caso non vedo come potrebbe essere citazionista e parodico un autore di bestseller. Peraltro a me il romanzo, che è scritto effettivamente alla cacchio di cane, ed è strutturalmente uno sfasciume – la trama è peraltro del tutto lineare – non era affatto dispiaciuto. Tanto che sono arrivato a pensare che la cattiva costruzione, così tipica della narrativa di vasto smercio, dipenda effettivamente da quella ricerca della suggestione, da quel tentativo di riviviscenza di situazioni sentimentali e tipologie di personaggj che la narrativa popolare tenta; un impegno che deve lasciar libero l’autore da preoccupazioni troppo vincolantemente strutturali, e che per contro consiste effettivamente in una ricerca, in un impegno che non mi sembrano nemmeno troppo distanti dalla poesia. Non ho ammirato oltremodo il romanzo di Zafòn, ma trovo che il suo tentativo di comunicare le proprie atmosfere, i proprj colori, maneggiando materiali ovviamente sdati e consunti – ma non sono proprio quelli i materiali di qualunque narrazione, alla fine? -, sia riuscito. Per quanti sforzi possa mai fare per convincermi del contrario, continuo a ritenere che la scrittura serva esattamente a questo – con esiti che possono essere modestissimi come eccezionali, a seconda delle reali capacità dell’autore -, e che il “distanziamento parodistico” e il “gusto della citazione” siano forme di vampirismo, o d’impotenza.

Ciò che è strano è che sia proprio io a pensarla in questo modo.

245. Stronzi.

4 Mag

Io ho un problemuccio con la société. Non dico, e nemmeno presumo, di avere problemi con la société al gran completo – ci mancherebbe, non li conosco nemmeno tutti, e li leggo anche molto, molto poco -, ma almeno con uno di loro sì. Ultimamente è comparso un post, parto di uno dei più prolifici associati, vale a dire Mario Bianco, dedicato alla recente pubblicazione di un altro membro della ‘ndrangheta di S. Salvario, il cosiddetto Egi Volterrani, che nel passato, per tramite di una terza persona, del tutto innocente, ma, si vede, conoscitrice solo superficiale dell’ineffabile prefato, mi affidò un lavoro di redazione, regolarmente non pagato (mi hanno detto, anche, che per lui è una cosa del tutto normale); nella fattispecie la schifezza di cui dovetti occuparmi, facendomi un culo a paracqua per un mese, e già vi accennai tempestivamente, è stata di recente pubblicata, non per l’orrenda casa editrice del Volterrani medesimo, ma da un editore anche più oscuro, e sarà anche presentata a Torino il 12 c.m.

Posso solo sperare che la versione che ha fatto pur mo gemere i torchj non assomiglj in nulla a quella che avevo approntato io.  

Prendendo spunto dalla natura del testo, dedicato alle frattaglie, avevo detto che le uniche frattaglie che cucinerei volentieri sono quelle del Volterrani medesimo (ho usato il verbo cucinare, non mangiare); e ho aggiunto anche qualche notazione sui pregressi “rapporti” di “lavoro” – una reazione a caldo, tumultuaria anche se non, adesso, causa d’alcun particolare pentimento. Com’è logico, i due interventi sono stati cancellati, ciò che era grosso modo previsto, o comunque non è giunto imprevisto – anche se ribadisco che le uniche frattaglie delle quali mi occuperei volentieri sono quelle di quel cesso a rotaje Egi Volterrani – e aggiungiamovi anche quelle della scrittora Ulla Ahlasjerva o Alasjärvi, finlandese di nascita, italosvedese di fenotipo (ella sembra infatti il prodotto di uno sforzo congiunto della FoppaPedretti e della Ikea per produrre il comonotte più brutto della storia umana – uno sforzo coronato da un successo che non ti dico [e dire che su wikipedia la scorfana aveva avuto l’ardire di definirsi attrice e drammaturga “di alto profilo“, prima che glielo cancellassero; mentre posso assicurare che è bassa e tozza come un comodino]).

Però, dal momento che la société è per buoni tre quarti feudo personale di Mario Bianco, ciò che mi ripugna; dato che vi s’incensa un Egi Volterrani; dato che questi nomi bastano ad evocare le più sinistre associazioni con realtà squallidissime come, ad es., quel manipolo di fancazzisti come l’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, le due lesbicacce di Opportunanda, gli avvelenatori di V. Belfiore [nonché, ad abundantiam, una notoria zoccolaccia che abita nell’antidetta via, al n.° 17, già che ci sono], poiché non riesco a dissipare il sospetto che tutte queste realtà infami siano in realtà segretamente connesse, né mi riesce di scuotere entro me la convinzione che codesta mefitica unione esista in parte anche per congiurare ai miei danni — dato tutto questo, m’è sembrato il minimo chiedere che, almeno, il link al presente blog fosse levato: quasi fossi amico loro (voglio anche ricordare che quissopra Mario Bianco è negl’indesiderati da quant’ha).

Non sono stato accontentato; cosa che, stando all’ultimo commento che ho letto sotto la presentazione di quel coso di Rivolterrani, non stupisce solo me.

‘Mbè?

Che aspettate?