269. wifi.

19 Giu

Questa faccenda, per me nuovissima, del wifi mi sembra ipnotizzante. Anche perché mi è stato raccomandato di andare in rete a vedere i rari e sporadici luoghi (sono 65 in tutta Torino, e rispetto ad altre città non sono affatto pochi; e in Europa ce ne sono di più) posizionandosi nei pressi dei quali è possibile captare la connessione, ed entrare in Rete a scrocco. In sulle prime ho preso l’informazione come faccio con tutto quello che non so gestire – praticamente qualunque cosa, o lì presso –, ossia l’ho messa da parte, riservandomi in un nebuloso, forse remotissimo futuro di provvedere ad informarmi più nel particolare. Poi, jersera, sono andato a casa di un amico a scroccare un bicchiere di vino (bianco, definito “prosecchino”, a sua volta un regalo, frizzante e dal retrogusto, mi parve, amarognolo), per scoprire che anche lui ha lo wifi. Veramente, ne ha due: uno è il suo personale, e l’altro è quello del palazzo in cui abita. Mi ha mostrato l’iconcina che sta sulla barra di sotto, dove c’è il ben noto disegnino dei due computer uno davanti all’altro, con una ìchisi rossa sopra – segno che nessuna connessione era stabilita. Mi ha spiegato pazientemente che bastava pigiarci sù e all’istante mi si sarebbe aperta una finestrella con sopravi specificato quali fossero le connessioni wifi a disposizione nelle immediate vicinanze: una, la sua propria, era chiusa da password, e infatti ha un lucchettino giallo accanto alle barrette verdi; l’altra, invece, quella del palazzo, era priva di lucchetto, segno che vi si poteva accedere gratuitamente e immediatamente.

  • Oh, veramente? – ho chiesto io.

  • Eh – m’ha risposto lui; – overamente.

In men di dieci secondi ho compiuto, comodamente seduto fuori da una qualunque biblioteca nazionale o comunale o InformaGiovani, quello che tutti i giorni da cinque anni a questa parte sono stato costretto a fare dopo un’attesa di quarti d’ora, o per tempi limitatissimi. Ho verificato: hotmail era veramente hotmail, la mia casella di posta elettronica era proprio la mia casella di posta elettronica, e i nomi sulle intestazioni delle mail erano veramente quelli dei miei corrispondenti; youtube era sempre youtube, e vi si trovavano le stesse cose di youtube che avevo cercato in biblioteca, o all’IG: cercando “Gioconda + Callas” venivano fuori video con fotografie che ritraevano una donna dal lungo naso del tutto familiare, la musica era spiccicata a quella di Ponchielli, e la voce che usciva si sarebbe potuta confondere benissimo con quella che avevo cercato; la BWV 1059 di Bach eseguita da Leonhardt sarebbe potuta passare benissimo per la registrazione originale, e il Te deum di Bruckner diretto da Celibidache era proprio come uno si aspetta sia il Te deum di Bruckner diretto da Celibidache.

Non parliamo nemmeno di quello che m’è fiorito nell’idea strana quando mi ha detto che lo wifi del palazzo si prendeva anche dall’esterno, senza bisogno di entrare nella casa di qualcuno degli abitanti (non che intendessi fare irruzione nottetempo, o calarmi dal tetto in qualche appartamento, beninteso).

Ed è un’abitazione privata, mi sono detto.

Quante altre ce ne saranno, a Torino?

L’unica sicurezza che avevo avuto finora per quanto riguardava la connessione era la pass del wifi del Gabrio/Hacklab, ciò che per me implicava automaticamente farmi tutto corso Francia fino quasi in p.zza Rivoli, e poi a sinistra. Ma avendo saputo dove riesca a celarsi uno di questi miracolosi dispositivi, ho pensato bene di tenermi la password come extrema ratio, nel caso appunto che vada al Gabrio per qualunque motivo, e di farmi un giretto in città.

Prima di tutto ho provato fuori dalla casa dell’amico (aspettava gente a cena, me ne sono andato poco dopo le 21.00), mettendomi sul retro, nella via, aprendo il piccì, accendendolo e vedendo che cosa succedeva quando chiedevo di connettermi. La cosa sorprendente è che oltre all’indirizzo che avevo pigiato a casa sua ce n’erano quattro o cinque altri, tutti con lucchetto a parte uno. Il primo tentativo è stata una delusione, devo dire: la connessione della casa mi era data al 92% – c’è una specie di piccolo radar blu che simboleggia la connessione in atto, con quasi tutte le ondine colorate -, ma il piccì si rifiutava di aprire il browser. La stessa cosa dicasi per l’altro indirizzo.

Ma non ho voluto demordere. So che è il massimo del ridicolo – ma posso fare alcunché di men che meritevole di questa definizione? -, sempre tenendo il computer in braccio, come una specie di rabdomante, mi sono spinto oltre nella via, aggiornando di tanto in tanto l’elenco delle connessioni: ad ogni angolo le onde misteriose, piovendo dai palazzi circostanti, mi portavano sempre nuovi indirizzi, la gran parte criptati, e alcuni liberi: con alcuni di questi ultimi mi è stato possibile connettermi, ma mai far partire il browser.

Non mi sono scoraggiato, e sempre con la mia bacchetta in braccio ho allungato il passo verso il Quadrilatero Romano, poi p.zza Castello, dove mi sono sentito un po’ un coglione ad andare in giro con la macchina ostesa davanti come un vassojo, e l’ho spenta, richiusa e messa via.

Mi sono inoltrato in via Po, con la remota convinzione che in p.zza Vittorio qualcosa di straordinario sarebbe successo.

A circa metà di via Po, mi sono fermato in un kebab a me ben noto, ho ordinato un felafel arrotolato e, non sapendo che fare nell’attesa – un po’ lunghetta, perché lì non dico che ammazzano i ceci al momento, ma almeno le polpette le friggono solo quando qualcuno gliele chiede – ho riaperto il computer, e m’è apparsa la connessione dell’Università di Torino: al 100%, tutta sfricchiolante di bytes & armoniose onde verdi, con il radarino blu che sembrava una panache di Paolo Uccello: ho aperto il browser; e funzionava! Peccato si aprisse solo la pagina dell’Università di Torino, e che la navigazione fosse possibile solamente all’interno del sito, e tramite una password fornita dagli istituti. Ne ho gioito col ragazzo kebabbaro, pur deplorando il limite che ancòra ostava alla mia libertà di navigazione; ma non importava, non importava.

Mi sentivo prossimo alla meta.

Ho preso il computer in braccio (c’era anche pieno così di gente, jersera, con ogni probabilità molti ne avranno approfittato per guardare me invece che alle corna proprie; ma io guardavo il computer) e ho sceso via Po in direzione del Po – sembra un calembour, ma è esattamente quello che ho fatto.

Senza entrare troppo nel merito del come qualmente, dirò che sulle panchine di pietra non ci si riesce a connettere: a volte la connessione sembra bonissima, ma non apre il browser; o apre il browser, ma la linea cade sùbito (lì si prendeva un wifi dal nome COMUNE, che era libero ma non faceva entrare in Rete). Sotto i portici, invece, finalmente il miracolo: il browser è partito, e io ho potuto léggere con enorme soddisfazione & godimento tutti i commenti indispettiti riguardo il mio post su NazioneIndiana, scaricare la posta, scrivere qualche mail sovreccitata e postare il mio primo post dell’êra wifi – una vera schifezza, perché l’ora era tarda, i piedi mi bruciavano e mi sentivo rintronato; nulla più che un piccolo scatto fàtico, comunque di per sé capace di assurgere a simbolo di un’epoca; o di segnare quantomeno una svolta; & blah blah blah.

In p.zza s. Carlo il wifi della San Paolo – effettivamente una banca molto liberale, basti pensare a Guglierminotti, e gli Ufficj Pii, &c. – è libero, ma il segnale è debole e inservibile.

Anche sedendomi, a fine serata, in c.so Siccardi, dove supponevo non ci fosse nulla, mi sono ritrovato all’intersezione di sei o sette linee – una si chiamava ‘massoneria’ (se è per quello oggi alla Civica ne ho trovata una, ovviamente anch’essa privata, dal nome ‘piccimicci’).

Una rete fittissima di onde, verdi ma impercettibili, mi avvolge, intrecciando silenziosa per l’aria pseudonimi cretini e informazioni di fondamentale importanza.

Stamani l’ho passata alla Nazionale. Sedendomi al tavolone con le prese per i computer (dico quello in fondo a sinistra, entrando nella sala lettura) ho scoperto un’altra connessione – dovunque mi trovi, ormai, lo so, non resisterò alla tentazione di dare uno sguardo.

Segnale apparentemente debole, ma connetteva senza sforzo.

Un’operazione come inviare e ricevere documenti in allegato è diventata quello che dev’essere: una banalità, uno schiocco di dita, un clin d’oeil.

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