256. 15 giugno.

4 Giu

Mi mancano esattamente (giovedì 4 giugno [1], venerdì 5 giugno [2], sabato 6 giugno [3], domenica 7 giugno [4], lunedì 8 giugno [5], martedì 9 giugno [6], mercoledì 10 giugno [7], giovedì 11 giugno [8], venerdì 12 giugno [9], sabato 13 giugno [10], domenica 14 giugno [11]) 12 giorni, e non mi sento né particolarmente angosciato né individuatamente embeauté: la prendo come una cosa fatale, benché la data, quella appunto del 15 giugno, non sia fatale affatto, in sé, dal momento che una scelta del tutto convenzionale: nel senso che non esiste un giorno per me preferibile a un altro, e che il 15 giugno è semplicemente il giorno che spezza l’anno in due parti grosso modo uguali, diciamo pure la metà dell’anno. Tanto per darmi un limite (non eccettuando una sfumatura scaramantica, o magari semplicemente metaforica: spezzo in due l’anno come auspico di spezzare un ordine di cose che mi fa violenza; creo una fessura temporale nella quale infilarmi, come Annibale sulle Alpi, come un topo in un pezzo di groviera, e fuggire, ovvero continuare a vivere), cosa che non faccio, peraltro, da ormai cinque anni almeno; un’abitudine, ormai, anzi un vizio, quello di non darmi scadenze, che comincio proprio da questa data a tentare di eliminare dalla mia vita. Posto che di vita si possa parlare. Per me, detta più esplicitamente, la vita non è una condizione, è un traguardo, che si trova oltre il confine del 15 giugno.

Sono facilitato dall’assenza totale di rimpianti. Nel bagaglio ho alcuni rimorsi, non molti, ma molto grossi, che mi porto dietro dalla precedente residenza. Mi scortano i risentimenti, a cui voglio bene perché sono armati di picca, e mi pungolano senza pietà ad imboccare la via d’uscita. Tra le cose che non porto con me, ovviamente, c’è l’assuefazione a un certa piega assunta dalle circostanze; altrimenti non me ne andrei. Ma non riesco ad eliminare dal carico una punta di orrore, quello che mi suscita l’assuefazione altrui per la piega che le circostanze hanno assunto per me. Ma io sono il solito egoista: non trattandosi di loro, è chiaro che non possono avere i miei stessi sentimenti a riguardo. Per loro è tutto scontato, tutto normale, poiché è successo. Solo io continuo a sperare di raggiungere una condizione tale per cui sia, anche per un istante solo, come se nulla di tutto questo fosse successo. Me ne vado a cercare una triaca, un rimedio.  

Conosco pochissime persone, la città non è la mia e non mi piace, m’è antipatica anche la gente, vivono fuori dal mondo – la capiranno e, convenendogli, ovviamente cambieranno.

Non m’importa nulla delle evoluzioni retoriche in cui potrebbe impegnarsi qualcuno per spiegare, nella maniera più negativa e inutilmente crudele, la mia partenza; come non m’importa di quello che altri che crede di sapere, e di aver capìto, può dire di me in questo momento. Io mi fido del 50% di quello che vedo e dello 0% di quello che sento dire; il punto di vista di chi non la pensa allo stesso modo a questo riguardo non può interessarmi. Non m’importa il ricordo che lascio; sarò costretto ad impegnare la mente per tutt’altro, da adesso in poi, anzi: dal 15 giugno in poi, non chiedo di meglio che di dimenticare. All’essere dimenticato (che, ad abundantiam, non guasterebbe affatto) preferisco di gran lunga il non essere più raggiunto, né raggiungibile.

Non tutto il male viene per nuocere: poniamo il caso che fossi venuto qui in séguito a scelte di vita del tutto sennate, legate a un lavoro, e avessi affetti, amici, parenti, consorti: essendo costretto a partire, il 15 giugno, adesso sarei tristissimo. Ogni angolo di strada mi racconterebbe una storia, avrei a mente cento nomi e cognomi, e mille situazioni vissute insieme con altri, e insomma molte cose da lasciare; un lavoro, alcune amicizie, una casa, un quartiere, in generale una città. Sarei colpito da sentimenti negatìvi, dovendomene andare, dal senso malinconico di dissipazione di un pezzo di vita al sentimento amaro e iperbolico della mia propria personale ingratitudine nei confronti di un luogo che mi ha dato qualcosa d’importante, alla preoccupazione per il futuro, alla destabilizzazione all’idea di un nuovo inserimento, al senso angosciante degli anni che fuggono.

Invece non provo niente di tutto questo, perché qui non ho costruito nulla (e che cos’avrei dovuto fare?), ci ho fatto il barbone, ho un rapporto inevitabilmente e canonicamente cattivo con privati ed istituzioni, e quasi tutto quello che aveva valore per me, consistente infine in foglj imbrattati, che non so nemmeno più che cosa tentassero di raccontare, è sparito. Qui non lascio nulla.

E’ una coscienza anche pericolosa; dipende dalle aspettative, chiaramente, perché se uno è abituato, nonostante tutto, a pensare che nella vita debba esserci per forza qualcosa, non avendo avuto nulla da una parte è facile, fin troppo, convincersi automaticamente che da un’altra si troverà tutto, o almeno una buona parte di quello che si ritiene necessario a dire: Ho vissuto, o Sto vivendo, o almeno Ci sto provando. Ma per quanto attiene al futuro, sarà mia cura non spingermi troppo oltre con la fantasia, senza colorirlo di tinte troppo brillanti, o troppo oscure. Un dato oggettivo c’è: che me ne vado, e che qui lascio solo il resto di niente. Pensarci, fino a qualche tempo fa, mi avrebbe probabilmente immalinconito; facilmente  mi sarei chiesto: Come faccio ad andarmene, se non sono riuscito a costruire nulla, qui? E anche: Che senso ha cercare altrove quello che nemmeno qui sono riuscito a trovare? Tutto questo nei termini vanamente universali degli interrogatìvi morali. Ma non mi pongo domande retoriche di questo tipo perché adesso finalmente so, ho la piena consapevolezza, che, comunque andrà a finire, se me ne vado mi salvo. Qui spazio per me non ce n’era: provarci e non riuscire sarebbe stata troppa umiliazione; provarci e riuscire sarebbe stato immorale. Qui non doveva nascere nulla. Questo posto esiste perché io lo sfugga.

Adesso che lo so sto più tranquillo. Il bagaglio non è leggerissimo, nonostante tutto; ricordi squallidi, strani giri che non capisco, il sentirmi sempre sotto malevola osservazione, il non poter muovere un passo senza vedermi assediato dalla curiosità, dalla violenza altrui, la chiarissima consapevolezza della mia totale mancanza di energie, del defluire del loro residuo da me come il soffio vitale da un cadavere, le conseguenti scarse speranze oggettive; tutto questo non pesa poco.

Essermi almeno liberato dall’angoscia, da quell’angoscia, è un bel sollievo.

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