793. Spoiler: “Splendore” di Margaret Mazzantini (2012).

26 Dic

Margaret Mazzantini, Splendore. Mondadori, Milano nov. 2012. Pp. 309. + ringraziamenti.

Roma. Guido, figlio della bella e sofisticata Georgette, belga, destinata a premorire alcolizzata, e di un uomo insignificante, un medico, vive in un palazzo signorile; Costantino, suo coetaneo, è il figlio dei custodi.

I due s’innamorano l’uno dell’altro, e nel corso degli anni, pur prendendo strade diverse, continueranno, con lunghi intervalli, a ricongiungersi, dando violento sfogo ad una passione mai sopita. Il benestante Guido propone inutilmente all’amico di trasferirsi insieme a Londra; Costantino, dopo il militare (Guido è riformato per varicocele), diventa ristoratore, mentre Guido, iniziato all’arte da uno zio respingente e carismatico, trasferitosi da solo in Inghilterra, intraprende una brillante carriera accademica.

Nella libera Londra ha superficiali rapporti con il mondo gay, ma soprattutto ha rapporti, prolungati, con donne;  stabile la sua relazione con la giapponese Izumi, che ha una figlia da precedente unione, Leni, con cui anche Guido ha un ottimo rapporto (Guido è peraltro sterile, non può avere figlj proprj).

Di tanto in tanto, Guido e Costantino si raggiungono, per via aerea, ora a Londra ora a Roma. Izumi conosce Costantino, peraltro, senza, per il momento, sospettare di nulla. Della relazione è al corrente un amico di famiglia, un dongiovanni che fa da paraninfo. Personaggio che conterebbe nulla, sennonché ad un certo punto la povera Izumi si ammala di lupus; ma, data la sintomatologia ingannevole tipica della malattia, in un primo tempo le è diagnosticata la sifilide, e la donna si ritrova costretta, confessando con chi altri è stata a parte suo marito, a rivelare la relazione adulterina avuta col paraninfo. Guido la prende molto civilmente, e la coppia si rinsalda, e affronta unitamente il male (incurabile).

Qui è forse ravvisabile il culmine della narrazione; un viaggio verso il sud Italia di Guido con Leni, Costantino e il figlio ritardato di quest’ultimo, Giovanni; in questa circostanza a tutti e quattro è possibile sperimentare una sorta di convivenza familiare, molto confortante per lettori farisei e professorfesse delle medie. Ma poi Guido e Costantino proseguono soli verso la Calabria, dove sono però aggrediti da un gruppo di giovinastri che li riduce in fin di vita [se stavano con figlj e figliastri sicuramente non succedeva loro nulla di male].

L’evento è riportato dalla stampa locale in modo razzista & offensivo, e Guido rimane lungamente nel piccolo ospedale dov’è stato ricoverato, senza poter rivedere Costantino, che nel frattempo, per cura della moglie, è trasferito a continuare le cure a Roma senza che Guido lo sappia. Guido è raggiunto presto da Izumi, che che l’assiste sollecitamente, con raro senso del dovere, dormendo nel letto accanto al suo e sostenendosi con quello ch’egli avanza nel vassojo dei pasti. Guido ha il conforto di ricevere anche una telefonata di Leni (“I love youi, dad”). Quando il marito è nuovamente in grado di muoversi, Izumi sparisce senza farsi accorgere.

Rimasto solo, Guido cerca inutilmente Costantino per tutto l’ospedale; scopre solo ora che l’amico è a Roma da un pezzo, ma ha modo di conoscere un macilento omosessuale del luogo, che gli mostra una ferita che ha sul petto, dove il padre lo ha sparato. I calabresi potranno gioire del concetto che ci si fa a Dublino del loro grado di civiltà.

Guido torna a Londra, con il pene ancòra massacrato dai calcj (ma si riprenderà), e affronta la sua nuova vita da professore gay. Sorprendentemente, ma non troppo, è accolto cordialmente, e il suo outing non desiderato pare gli conferisca fascino intellettuale agli occhj degli studenti. La sua vita riprende tranquilla.

Dopo che Izumi ha distrutto tutto quello che di proprio c’era nella loro casa e se n’è andata, Guido riesce a recuperare un rapporto con lei, giusto in tempo per accompagnarla, nemmeno cinquantenne, alla tomba.

Per qualche tempo, rimasto del tutto solo, Guido si prende cura di sé, si ritira dall’insegnamento e, parecchio dopo aver ricevuto un biglietto da Costantino che lo invitava a venire a trovarlo in una piccola frazione in campagna, decide di raggiungerlo in moto (la moto si chiama “Phoenix”, in onore di River Phoenix).

Guido ormai non  è giovane; eppure non è vecchio, tutt’altro, e la tirata di duemila chilometri è una fatìca esaltante e corroborante. Il suo sogno di una vita insieme con Costantino non  è venuto meno.

Càpita però in uno strano posto, una sorta di comunità retta da religiosi, in cui a quel che pare tutti già lo conoscono, e dove Costantino cura l’orto e governa i majali. Il vecchio amico appare a Guido fin troppo tranquillo.

Di fatto Costantino, da sempre insofferente della sua omosessualità, si sta sottoponendo ad una terapia riparativa, che gli ha dato la calma, ma lo ha spento dentro. Guido assiste anche al racconto-confessione di Costantino, davanti agli altri; tutto nel racconto appare distorto, Costantino ìndica in Guido la persona di cui sempre avrebbe voluto vendicarsi – Guido invece capisce solo ora con amarezza che per tutti quegli anni Costantino gli ha chiesto inutilmente ajuto [?].

Se ne va Roma, incontra la sorella di Costantino, da tempo entrata a far parte della famiglia; teoricamente costei avrebbe tenuto “tutto” nascosto al padre di Guido, ma, durante una visita al cimitero, alla tomba di Georgette, il padre si rivela una persona superiore a quello che Guido avesse mai pensato: ha sempre saputo, ma gli ha sempre voluto bene. Nuovamente, però, Guido non può riconoscersi nell’immagine che di lui ragazzo sembra aver conservato il padre, come quella di un ragazzino solare, che teneva sderte “tutte quelle mummie”. [Questa della manipolazione della memoria mi sembra la cosa più persuasiva del romanzo].

Il romanzo finisce nuovamente sul mare, con Guido, solo con la sua moto, che fantastica sulla Grecia luogo d’origine.

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Come nella Vivanti, a cui mi pare d’averla già accostata, c’è una strana mescolanza di calcolo a freddo e sincero tentativo di dare un’interpretazione ‘emotivamente intelligente’ delle situazioni affrontate. Già mettendo le cose in questi termini rilevo che verosimilmente la M. procede da uno scheletro costruito razionalmente, con l’immissione di tutti gli elementi – mai eccettuatine anche i luoghi comuni – utili a sollecitare come endoxa la viscerale attenzione del lettore, servendosi poi si questa base come di schema da arricchire e rimpolpare con le volute spesse della sua prosa essenzialmente lirica, etimologicamente sentimentale, che mi sembra risentire dello stile immaginoso di certo cattolicesimo anglofono, ben assimilato, e fors’anche, come fatto preletterario, proprio & intrinseco (ma vai a sapere).

Quanto si può contestare è che la cesura tra le due fasi di lavoro è resa evidente dai non pochi momenti in cui il dettato, con la sua esibita intensità, è una macchina che gira a vuoto, non restituendo immagini riconoscibili.

E’ comunque interessante.

Certamente, però,  è un limite, in generale, il fatto che si tratti della storia di due omosessuali maschj raccontata da una donna; il rischio è che il valore del romanzo sia identificato esclusivamente con la capacità dell’autrice di dar conto di condizioni psichico-esistenziali che non sono le sue, ciò che in fin dei conti vuol dire, e può solo voler dire, buona capacità mimetica nei confronti di modelli letterarj preesistenti, e prima ancòra capacità di operare buone scelte degli stessi. A questo proposito, mi sembra abbastanza presente, vicina, la lezione di Siti in linea generale, salvo che la capacità, anche di Siti, di venire incontro al luogo comune non mi tragga in inganno; e anche quella dell’ultimo Isherwood (A single man), per quanto riguarda, nello specifico, la scoperta da parte del protagonista di una maturità virile potenzialmente felice.

Ma è proprio sulla base di queste assonanze o ascendenze – scritture non certo corrive, ma ma rassicuranti, di “omosessuali per eterosessuali” – che vorrei indicare in che cosa la narrazione denuncj il suo più pronunciato limite [e non tanto nelle notazioni infine accessorie sulla virilità continuamente offesa del protagonista, e sulla genitorialità indefettibile / generatività difettosa del deuteragonista; o, anche, nella natura violenta dei loro rapporti]; perché, in effetti, non è stato insignificativo che Siti portasse ad effetto il suo “impudico” primo programma di pseudoconfessione totale quando ormai era troppo tardi – Scuola di nudo era scritto da un quasicinquantenne che si fingeva “solo” trentacinquenne – quando, cioè, all passion spent, era venuta completamente meno quell’urgenza di comunicare, come anche quell’immediato bruciare [insopportabile, in sulle prime] dell’esperienza; condizioni che coincidono, ma in senso coessenziale, con la materia psicologico-narrativa dell’ultimo Isherwood. Facile rinsecchire, e compiacersi d’aver raggiunto l’età dell’eleganza.

L’aspetto in effetti più notevole di questo romanzo della M. è il senso di vuoto penoso che lascia una storia d’amore che, sì, comincia e continua per anni e anni, eppure ci si presenta come già sostanzialmente finita; giusta il concetto che un sospettoso lettore eterosessuale, sempre vagamente timoroso d’aver sortito una sessualità poco gratificante, vorrà formarsi di preferenza. Dico che il risultato è piuttosto misero, anche a prescindere dalla scarsità, in senso meramente contabilistico, dei rapporti sessuali, o dalla fugacità degl’incontri, o dall’incomunicabilità tra i due.

E allora si può ripensare all’archetipo, in fondo, di questo sottogenere, Maurice, nel quale il rapporto tra i due era persino negato, in sé e per sé, e che pure dà conto di una vicenda ricca e piena. In quel romanzo, che ha quasi cent’anni, si consumava il vero peccato mortale inerente alla sessualità omorientata, e cioè la sua autosufficienza rispetto alle istituzioni eterosessualdirette. Anche in Maurice, almeno fino alla liberazione dell’eroe eponimo, i due personaggj sono costretti, e si autocostringono, ad un’esistenza alienata, ma questa non assume mai l’aspetto vicariale proprio della vicenda descritta dalla M., nella quale – la vicenda, non la M. – il fatto che uno sia un marito piuttosto efficiente, e l’altro un genitore assolutamente responsabile, mentre serve dolciastramente a rassicurare sulla funzionalità dei due ricchioni in àmbito familiare & sociale, toglie inesorabilmente consistenza alla loro relazione. I due non sono necessarj, in nulla, l’uno all’altro. Nemmeno, parrebbe, sentimentalmente; a parte qualche “ti amo”, al quale non ho creduto nemmeno per un minuto secondo, io tutto ‘st’amore non l’ho visto né sentito.

E’ inutile, ovviamente, che un sentimento sia descritto (sarebbe come pretendere che fosse spiegato); ma è indispensabile che si possa empatizzare, se di sentimento si tratta, in specie se costituisce non i margini, ma, teoricamente, il fulcro di una narrazione. & è proprio questo che non m’è stato possibile: empatizzare.

Ma la Mazzantini avrebbe potuto mai credibilmente simulare l’amore tra due maschj?

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