267. Che cosa mi resta di Torino.

17 Giu

Come mai i panettieri a Torino fanno gli stessi orarj che in qualunque altra città del mondo fanno solo i giojellieri? Sono tanto ricchi, o è un altro modo per distinguersi?

Mi stavo appunto chiedendo che effetto mi farà abbandonare il Quadrilatero Romano, Porta Palazzo, San Salvario, Borgata Paradiso, Corso Francia, Porta Susa, Porta Nuova, Porta Chivuoitù, il Balùn, l’InformaGiovani (perché io sono un giovane; fino all’anno prossimo, poi dopo invecchio, comunque la tessera, nel frattempo, ce l’ho ancòra, tiè e aritiè), via Foligno, la Civica, la Geisser, la Primo Levi, la Nazionale; e tutte le cose che non ho visto, ossia la metà superiore del Museo Egizio, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca del Museo del Risorgimento, il Mao, il Miao, il Muuu, Torino Sotterranea, l’interno delle Vallette, Villa Cristina, Villa Turina, la Casa di Accoglienza Notturna Umberto I di Via Ormea, il settore femminile del Sermig, il dormitorio del Cutu; e ancòra, tutti i locali in cui non sono andato, il Trocadero, il Club 84, il Miliardèr, la Cantinetta, quella pizzeria dove fanno le pizze panna & asparagi; e poi le persone che non rivedrò, il caro GH, che trascinerà ancòra anni la gamba di legno senza la mia compagnia (ammenoché non faccia cancrena sùbito, nel qual caso sopravvivrà solo un pajo di giorni alla mia partenza); KJ, che mi ha ciulato il telefonino, e che ho prontamente perdonato perché era rotto; Gina C., che voleva cotto e formaggio, e non frittata (ma stròzzati, cretina); Antonio Titi, che mi deve ancòra quaranta euri (inutile che io insista perché è ancòra in galera); Grazia Tota, a cui devo ancòra quella famosa sediata in testa – potrei mai partire senz’avergliela data?; Giuseppe L., che non ricordo abbia mai aperto bocca in mia presenza, ma ha una fisionomia simpatica, e forse lo ricorderò con piacere. Ma, delle cose che ho visto, delle persone che ho frequentato, della vita di merda che ho menato, qui, finora, questo soprattutto mi chiedo: che cosa amerò di più ricordare? Tra S. Antonio, per esempio, e il Cutu non ho dubbj, perché a S.A. si mangia come in una passabile osteria, mentre dopo mangiato al Cutu mi girava sempre la testa finché non andavo di corpo, e comunque era sempre diarrea. Ma che cosa rimpiangerò di più, tra la mia panchina in piazza s. Carlo e la mia panchina in c.so Siccardi? Dove una volta la settimana mi sveglio innaffiato dalle pompe, che sono orientate male, e invece di sparare in mezzo all’erba ribaltano ettolitri d’acqua in mezzo al camminamento. Forse più p.zza s. Carlo, direi, a questo punto (ma lì di solito mi svegliano i vigili, anche quello non è piacevole).

Eh, insomma, che città, Torino. Chissà se avrei potuto viverla diversamente; chissà se avendoci un lavoro del cazzo, compagnia sessuale e un giro di amici parassiti l’avrei apprezzata maggiormente. O se, dovendola lasciare, avrei come adesso l’impressione che non me ne resterà nulla, nulla.

(Ho mostrato a un’amica in visita la facciata del duomo di san Giovanni, il monumento più antico della città, dicendo: “… Che, come vedi, è orrendo”, e lei ha ribadito, concordando: “Bleah”. Però, all’interno della stessa, modestissima, costruzione c’è la cosa più bella della città: il ritratto scultoreo di una dama della duchessa Jolanda – ma non l’ho già detto, da qualche parte, anni fa? -, dunque quattrocentesca, dal lunghissimo strascico).

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