656. Scheda: Santarossa, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” (2010).

25 Ott

Massimiliano Santarossa (1974), Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Baldini Castoldi Dalai Editore, ott. 2010. Pp. 145.

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L’autore, originario di Villanova (Pordenone), ex-falegname, ex-operajo, racconta solo cambiando i nomi gli eventi realmente accaduti nelle 72 ore di un lungo weekend nella città nativa. Il Vez (il narratore), Nic, Mike e Gio’ sono i quattro protagonisti: tutti e quattro poco più che ventenni, tutti di diversa estrazione, teoricamente, di fatto – si direbbe – condannati allo stesso destino. Il Vez è falegname in una fabbrica dislocata tra centinaja di altri capannoni lungo la “pontebbana”, lo stradone che è la spina dorsale della cittadina, che si deve percorrere sia per andare a lavorare sia per correre incontro ai disperati divertimenti del sabato sera; Nic, apparentemente cinico e positivo, in realtà un clown triste quanto ciarliero, è venditore presso una rivendita d’auto nuove e d’occasione; Mike, trascurato dai genitori, lui politico progressista, lei architetto di grido, da sempre trattato come un deficiente, già confinato, a scuola, in una sezione differenziale, lavora per modo di dire facendo fotocopie in un ufficio comunale; Gio’, infine, tossico, precocemente invecchiato, scacciato di casa dai genitori che hanno obbedito ai servizj socioassistenziali che li hanno incoraggiati a fargli terra bruciata intorno in modo da farlo entrare al più presto in comunità.

Il Vez abita in una casa popolare col Dittatore obeso e parolajo e la Schiava querula e vigliacca, con la cocaina nascosta in una mattonella in bagno, e il valium sul comodino, indispensabile a prendere sonno e a non essere troppo distrutto il giorno dopo; Nic, che guadagna bene, dorme in un bel letto, dove la mattina si sveglia con la musichetta dei Puffi (“Noi puffi siam così”); Mike vive in una grande casa progettata dalla madre, dalle nemiche mura tutte bianche, che l’opprime e gli popola le notti d’incubi. Infine Gio’ non ha più una casa, da quando i suoi lo hanno sbattuto fuori, e dorme nella cantina, messagli a disposizione dagli amici, di un palazzone popolare: il luogo che gli serve da abitazione e forse gli servirà anche da tomba.

Questi quattro ragazzi, apparentemente così diversi, sono amici, frequentano la stessa bettola in paese, lo stesso localaccio da bikers sulla statale il finesettimana, e vanno insieme agli stessi rave. Non c’è evento descritto nel romanzo che non abbia riscontro non solo nella vita dell’autore, che dichiara essere tutto vero, salvo i nomi, ma anche nella vita di qualche centinajo di migliaja di ragazzi sulla ventina che abitano nel NordItalia, nel NordEst in particolar modo. Sicché l’autore ha, con molta chiarezza d’intenti, descritto un finesettimana particolarmente sciagurato, ma nient’affatto eccezionale, concependo la narrazione come uno spaccato di vita, con un inizio che è un giovedì mattina e una fine che è l’alba della domenica seguente: mentre si dipanano, nella loro tragica e lacerante e sanguinosa ordinarietà, i momenti soliti delle quattro giovani vite, i personaggj di tanto in tanto si fermano, e fanno, a proprio riguardo, discorsi lunghi ed articolati, dallo strano tono fantomale, poetico, leggermente impettito — reminiscente, più che il documentario, il monologo teatrale all’antica italiana, sempre di una notevole precisione lirica. Sarebbe perfettamente inutile cercare nel romanzo qualunque traccia di letteratura: l’autore, che sa ben piegare la parola ai proprj scopi, non ha studj e non è minimamente intenzionato a traghettare all’interno del proprio mondo – quello della propria biografia, cioè – alcuna retorica, alcun canone di letture obbligate. Non ci sono citazioni, non c’è consapevole inserimento in nessun filone. Di letterario, e necessariamente, c’è solo quest’espressiva artificialità dei dialoghi, con la loro suggestività non sai se più declamata o sussurrata.

E così abbiamo in prima battuta il Vez che descrive la sua giornata-tipo, la rabbia terribile dei primi minuti della giornata, con il suo giojellino di una Uno gibollata non intenzionalmente con un calcio maldestro alla serranda dell’autorimessa, col percorso sulla pontebbana lungo innumerevoli capannoni, a cui ogni giorno di sempre nuovi se ne aggiungono, il rallentamento estenuante dovuto ad un mezzo pesante che non va nemmeno a spingerlo, l’ingresso nell’odioso capannone, le battute insopportabili di Pinomerda il caposettore, sfasciato dal lavoro ma sempre in vena di battute stronze; la prima scheggia che s’infila dentro il pollice (“Il lavoro mutila l’uomo”), strappata via senza ricorrere all’infermeria per non passare per un fancazzista, e poi il legno da tagliare, il legno da tagliare, il legno da tagliare, fino al pilota automatico dell’alienazione totale, che permette di non pensare, di non soffrire. Sembra più che evidente che è proprio il lavoro, inteso in quell’accezione, umiliante e alienante, il problema fondamentale affrontato dall’autore: il lavoro come conseguenza di una concezione della vita che a priori, nella sua povertà irredimibile, è indegna dell’uomo. E’ questo il motivo per cui i due amici apparentemente privilegiati, Nic il venditore d’auto, che crede fortemente nel suo lavoro e nella forza trainante del commercio per tutta la società, e Mike, che in fondo non deve far nulla di che, non solo sono insopportabilmente infelici nel lavoro, ma sono insopportabilmente infelici nel lavoro – l’uno perché inganna ma soprattutto è ingannato, l’altro perché non vi trova espressione di sé, come non ne trova nella vita in famiglia o coi coetanei – perché incapace di umanità è la società in cui vivono. I genitori di Mike, in grado di programmare per filo e per segno le loro esistenze, non sono però minimamente in grado di assicurare appoggio all’unico figlio. Nic deve vendere un’auto d’epoca ad un faccendiere locale, che dopo aver fatto fortuna nell’industria vive circondato di prostitute, a cui fa esercitare con propria cointeressenza, impiegandole anche nella radio che ha comprato per farsi pubblicità; dato che vuole spendere poco, fa in modo che la prostituta che l’accompagna adeschi Nic trascinandolo in un cesso. Sul più bello qualcuno irrompe, scatta una fotografia, la prostituta si stacca, si rimette le mutande e dice a Nic esterrefatto di fare un bello sconto all’industriale, se non vuole che la foto finisca in mano al suo datore di lavoro.

La prostituzione peraltro ha un suo ruolo importante in questo mondo triste: l’esaltazione del venerdì sera, dopo una bicchierata alla bettola, ha il suo acme nel puttantour, durante il quale uno del quartetto ha la sciagurata idea di arrampicarsi su un balcone e mettersi a pisciare sul tettuccio dell’auto in cui una coppia sta chiavando; il sabato sera il Vez e Nic – senza Giò, che non viene – si fermano sul ciglio della strada andando a turno con una prostituta africana, con la quale cercano di far andare anche Mike (che la prostituta riporta indietro, carezzandolo sulla testa, dicendo loro di non farlo andare a puttane); una ragazza alcolizzata, che fa bucchini a chiunque le offra una birra (per cinque birre fa servizio completo), è infine l’amore inconfessato di Mike, che, trascinato al rave, riesce finalmente ad addivenire con lei dentro la dark room, mentre Vez e Nic, pieni di allucinogeni, partecipano ad una gara contro una Renault. Vez è talmente pieno che crede di aver vinto mentre ha perso e la gara e la macchina – la sua preziosa Uno modificata – , per cui dovranno tornare a piedi. Ritrovano Mike all’interno, mentre piange accosciato a terra; racconta di aver visto il suo amore, ed è disperato perché dopo che l’ha cercata – dopo il rapporto orale – l’ha trovata mentre faceva lo stesso a un altro, dicendogli pure Ti amo. Per tirarlo sù, Vez e Nic lo impasticcano – Mike è vergine dal punto di vista psicotropico -, al che il timido amico si esalta, entra in robusto entusiasmo, e sogna di distribuire amore, amore, amore a tutti quanti. I due lo spingono dentro la dark room, dove s’intravedono ben quattro donne che lo avviluppano nei loro lascivi abbraccj, e Mike, finalmente libero di dispensare amore, penetra praticamente qualunque orifizio gli càpiti a tiro. Finché gli va male, anzi malissimo, essendo che l’infila di prepotenza non in qualche ben disposta vulva, come pensava, ma diritto in culo a un energumeno. Vez e Nic riescono a portar via l’amico già tramortito da un cazzotto poderoso prima che l’omaccio lo finisca.

Devono tornare a casa a piedi, e si fanno camminando tutta la tetra, odiosa pontebbana. Sono fortunatamente presi sù da un amico, più assennato e tranquillo, che, dopo aver depositato Mike tra le braccia della madre inferocita, dà loro uno strappo fino alla cantina di Gio’. Già giovedì il Vez aveva dovuto quasi sfondare la porta della cantina, la 23, per riuscire a farsi aprire. Questa volta lui e Nic devono sfondarla proprio, perché Gio’ e un suo compagno di buco sono chiusi dentro in piena overdose. Riescono a portarli in ospedale; l’amico si riprende quasi sùbito, e racconta delle due spade che Gio’ s’è fatto, e del lungo, strano discorso che ha fatto al cristo appeso di fronte al letto. “Perché prometti e non mantieni?” gli ha chiesto, esattamente come qualche decina d’ore prima il Vez aveva detto a lui, rimproverandolo di non farsi mai vedere. In ospedale Gio’ è salvato per il rotto della cuffia. Arrivano anche, avvertiti dal personale, i genitori, che gli chiedono perdòno per aver seguìto il disumano consiglio dei servizj socioassistenziali, lasciandolo in balia di sé stesso. Ma Gio’ suona il campanello, e all’infermiera che accorre chiede di farli uscire.

Il bilancio di questo weekend, che segna per tutti e quattro quel momento terribile in cui si tocca il fondo e non si può non pensare a risalire, è disastroso: il Vez ha perso la macchina, Gio’ è quasi morto, i tre che sono andati al rave hanno rimediato ognuno una certa dose di cazzotti e di spaventi. La domenica sera il Vez si versa le solite gocce di valium. Tre giorni prima aveva sperato che la solita, massiccia dose l’accoppasse, lo togliesse alla fatìca e al dolore dei giorni. Questa volta, alla stessa, massiccia dose chiede di farlo riposare, e vivere.

Su una nota interessante, ambigua, si chiude dunque questo non-romanzo, o romanzo-spaccato, che senza mitologie, espansioni retoriche inconsulte, non senza felicità stilistica ma sicuramente senza appulcramenti &/o oleografismi, descrive con bella esattezza quello che succede, si può dire, di solito nella vita di tanti tardoadolescenti, solo ad un grado un po’ più intenso del solito – ciò che succede, di norma, una sola volta, dopodiché chi non ci ha rimesso le penne rinsavisce. Essendo un romanzo-spaccato, non propone nessuna sostanziale variazione nei personaggj: è la paura della morte, della dissipazione totale che restituisce al Vez, come si suppone anche agli altri, l’attaccamento alla vita. Ma il valium, veleno e  indispensabile ausilio a dormire, è ancòra lì, da usare. E la cocaina sotto la mattonella nel bagno? E le pasticche nascoste nell’apertura praticata nei tacchi delle scarpe? E il lunedì mattina, di nuovo in segheria? E gl’imbroglj al concessionario per Nic, e la fotocopiatrice che vomita foglj senza mai smettere per Mike? E le pere per Gio’?

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