Archivio | 16:39

650. Scheda: Procházka, “Politica per tutti” (1968).

18 Ott

Jan Procházka (1929-1971), Politica per tutti [“Politika pro každého”, 1968], trad. Bruno Meriggi, G.G. Feltrinelli Ed., Milano gennajo 1969. Pp. 286 + catalogo.
Jan ProchazkaRaccolta di articoli, discorsi al Congresso degli scrittori, risposte al letture per rubriche (tra cui quella per la rivista “My”), interviste 1962-’68, a cavallo tra prima e dopo l’invasione del gennajo 1968. Ogni brano è corredato da una nota del 1968 che precisa e aggiunge quello che prima non doveva/poteva essere detto; per quanto  Procházka, socialista democratico convinto, si esprima sempre con grande libertà in questi pezzi. Dal 1967 in poi molti suoi articoli hanno subìto la censura; due pezzi, uno particolarmente velenoso sulla funzione del Congresso degli scrittori e un altro in favore d’Israele, scritto al rientro da un viaggio in Egitto, sono rimasti impubblicati e sequestrati, per essere stampati per la prima volta in questa raccolta di dopo il gennajo 1968.

Il pezzo riguardante il Congresso degli scrittori è semplicemente una serie di 3 risposte ad altrettante domande circa l’utilità dell’organizzazione. Procházka è per certi versi uomo d’apparato: la sua carriera fino a questo momento si è svolta interamente all’interno delle organizzazioni create dal governo comunista, ed è entusiasticamente in linea col progetto socialdemocratico. Ma la sua adesione, come logicamente consegue alla sua spontaneità, non ha nulla di prono o conformista. In sintesi, sostiene, il Congresso potrebbe essere utile, ma non è, a causa di chi lo gestisce e delle forze che vi dominano: e questo è tutto quello che ci si aspetta da uno scrittore di genio che operi in un paese comunista. Ma, come sempre, le cose sono molto più complesse rispetto alla vulgata, e la situazione cecoslovacca, vista anche solo dalla specola del Congresso, non si rivela affatto il covo di pecoroni che qualcuno malignamente si potrebbe aspettare. Gl’iscritti non erano tutti appartenenti al PCC; solo una delegazione, ovviamente molto invadente, vi era rappresentata. Le questioni interne ad un’istituzione sepolta di un paese remoto e conquistato da decennj all’economia di mercato ovviamente non interessano più a nessuno, ma è significativo come la decisione del PCC di ritirare la propria delegazione dal Congresso dati dallo stesso 1967 in cui maggiore si faceva la pressione della censura; ed è doveroso sottolineare come questa specie di cacciata conseguisse ad un dibattito estremamente aspro ed appassionato, durante il quale Procházka aveva preso nettamente le parti avverse alla politica del PCC. Continua a leggere

649. Scheda: Ladame, “Margherita Maria Alacoque, apostola del S. Cuore” [1982].

18 Ott

Jean Ladame, Margherita Maria Alacoque, apostola del S. Cuore, trad. n.s., tit. or. n.s., Edizioni Dehoniane, Andria – Napoli – Roma mag. 1982. Pp. 383 compreso l’ìndice.

Margherita Alacoque (1647-1690) nasce a Verosvres (Borgogna), distretto di Hautecour da Claudio, notajo, e Filiberta. Ha due fratelli che non le sopravvivono e due, Grisostomo e Giacomo, che prenderanno più avanti la guida della casa. Ancòra piccola, esaltata dall’esempio di una parente monaca, forma un voto spontaneo di unione a dio, abituandosi ad una forma di meditazione, cioè di comunicazione diretta con dio, che più avanti le darà problemi di adattamento alla regola. Salvo una breve parentesi da bambina in un convento, non ha esperienza di vita religiosa sostanzialmente fino al 1671, quando entra dalle Visitandine (suore della Visitazione di Maria) di Paray-le-Monial, ad un’età più tarda rispetto la media del tempo. L’ingresso nel convento interrompe una vita fattasi molto dura in séguito alla morte del padre quarantenne, quando lei ha appena 8 anni. Con la madre, fragile di carattere e cagionevole di salute, s’era trasferita in frazione Les Janots, in casa della nonna, della prozia e della zia, che avevano sottoposto le due Alacoque ad ogni genere di privazione, tenendo tutto sottochiave e costringendo Margherita a chiedere in prestito persino il vestito per andare alla messa. La madre era caduta a un certo punto ammalata, e le s’era gonfiato in viso un bubbone che la sfigurava; la malattia non aveva ammollito i cuori delle dure parenti, e la piccola Margherita era dovuta correre al villaggio persino per elemosinare un uovo. Grazie alle cure indefesse della fanciulla, la donna era riuscita a risanare: forse è questa già una delle sue guarigioni miracolose. Continua a leggere

648. Scheda: Policastro, “Il farmaco” (2010).

18 Ott

Gilda Policastro , Il farmaco, Fandango Edizioni, Roma agosto 2010. Pp. 240.

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https://i1.wp.com/giotto.ibs.it/cop/cop.aspx

Nei ringraziamenti in coda al volume, spiccano due nomi, sprovvisti di cognome: un Mario e un’Alessia. A Mario va la gratitudine dell’autrice perché con opera majeutica l’ha portata a far emergere il lato notturno, inconfessabile, della sua propria psiche; ad Alessia invece perché l’ha ajutata a dare a questo lato un’espressione letteraria. In effetti il romanzo, che il risvolto definisce come “uno dei più disturbanti degli ultimi anni” (ciò che anche Cortellessa ribadisce in una recensione per la Repubblica), colpisce innanzitutto per l’impudica nudità in cui la dotta e battagliera autrice lascia spietatamente ad aggirarsi i suoi personaggj; per la nudità, credo d’esser autorizzato a dire, con cui mostra sé stessa. Né l’argomento – quello di torbide sessualità che s’incontrano, si vagheggiano, si scontrano soprattutto – né lo stile ha alcunché di bellettristico, di artifiziato, di letterato. Emerge, isolata, un'”età provetta”, forse ironico; ma, per converso, a p. 52 l’autrice non ha scrupolo a ricorrere ad un robusto anacoluto, dovuto a concordatio ad sensum, come “la gente s’iniettano sostanze per ammalarsi” – che è anche una frase-chiave nel libro, che la torsione sintattica consente di fissare pressoché indelebilmente nella memoria di chi scorre, con fatìca, bisogna dire, queste densissime e comunque scrittissime pagine. Il romanzo è difficile, ma non perché sia prosa riconoscibilmente letteraria: ma perché, è vero, è disturbante, e la sua prosa, semmai, procedente per frasi perlopiù assai brevi ma implicitamente subordinate, tanto da creare l’effetto di una speciale pastosità, è incredibilmente ellittica, e i piani di realtà – realtà-sogno-fantasia – trascorrono l’uno dentro l’altro senza soluzione di continuità. Continua a leggere

647. Tagliatele la testa!

18 Ott

RUFIO. Why, Cleopatra had a tigress that killed men at her bidding. I thought she might bid it kill you some day. Well, had I not been Caesar’s pupil, what pious things might I not have done to that tigress! I might have punished it. I might have revenged Pothinus on it.

CAESAR [interjects] Pothinus!

RUFIO [continuing] I might have judged it. But I put all these follies behind me; and, without malice, only cut its throat. And that is why Cleopatra comes to you in mourning.

CLEOPATRA [vehemently] He has shed the blood of my servant Ftatateeta. On your head be it as upon his, Caesar, if you hold him free of it.

CAESAR [energetically] On my head be it, then; for it was well done. Rufio: had you set yourself in the seat of the judge, and with hateful ceremonies and appeals to the gods handed that woman over to some hired executioner to be slain before the people in the name of justice, never again would I have touched your hand without a shudder. But this was natural slaying: I feel no horror at it.

George Bernard Shaw, Caesar and Cleopatra, Act V.

Pare che abbia perso un amico su facebook. Si tratta di Daniele Ventre, che non conosco personalmente (come il 99,9 periodico % delle persone che hanno graziosamente accettato la mia amicizia su fb). Daniele Ventre è un insegnante di lettere classiche in un liceo, ha tradotto in un esametro di sua invenzione i due poemi omerici, ha molta dottrina, ed ha una visione politicamente impegnata sia della società sia della sua missione all’interno della scuola. Continua a leggere