657. Dialogo con Massimiliano Santarossa.

26 Ott

Massimiliano Santarossa nasce nel 1974 a Villanova, provincia di Pordenone. Lavora dai sedici anni in poi come falegname e come operajo in una fabbrica di materie plastiche. La scoperta della scrittura porta nel 2007 al primo libro, la raccolta di racconti Storie dal fondo (Pordenone 2007), titolo eloquente per narrazioni nate dall’ascolto delle storie altrui, e spaccato di vita del proletariato industriale del NordEst. Nascono dalla vita realmente vissuta anche i due romanzi, Gioventù d’asfalto (Pordenone 2009) e l’ultimamente uscito Hai mai fatto parte della nostra gioventù? (Milano 2010). Nel 2008 ha vinto il premio letterario “Parole contro” e nel 2009 ha ricevuto la menzione speciale del premio “Tracce di territorio”. Dal 2009 i suoi libri sono portati in scena dalla compagnia teatrale “Arti e mestieri”.

1. Hai cominciato a lavorare molto giovane, e dichiari tu stesso di non avere studî. Li rimpiangi o hanno un’importanza relativa?

Ho cominciato a lavorare a sedici anni, dopo la cacciata definitiva dalle scuole superiori. Rimpiango gli studi perché la classe è un posto caldo, dove non ci si spacca le mani e la schiena, dove c’è qualcuno a dirti cosa fare e come farlo. Non rimpiango gli studi in quanto tali. Penso di essere stato stupido ad accettare così presto quell’inferno chiamato fabbrica.

2. Qual è il tuo rapporto con i libri? Ci sono scrittori, o forme d’arte, che ti hanno influenzato?

Quello con i libri è stato un rapporto inesistente fino ai diciotto anni. Poi è diventato un fuoco, qualcosa da cui non riesco più a staccarmi. La vita esagerata costava troppo, nei libri ho trovato un modo gratuito per continuare a frequentarla, senza giocarmi stipendi, fegato e cervello. Ma credo di non aver subito influenze intellettuali, se non quella molto potente di Boracho: il vecchio “cattivo maestro” che torna in tutti i miei libri.

3. Quando hai cominciato a scrivere? Scrivere ha sempre fatto parte di te?

Ho cominciato a scrivere una notte in osteria. I discorsi dei vecchi e dei banditi, le loro vicende, le loro storie e tutti i loro racconti venivano fuori come fiumi e in quel momento ho pensato che era un vero peccato lasciar cadere tutto nell’oblio, allora chiesi al barista carta e penna e presi nota. Così sono nati i miei primi racconti. Poi sono venuti i libri.

4. “Il lavoro mutila l’uomo” pensa il Vez quando l’ennesima scheggia di legno gli si pianta nel pollice. Da quello che scrivi sembra che tu non conceda appello al lavoro di fabbrica. È così? È un lavoro che nessuno dovrebbe essere disposto a fare?

La fabbrica è il moderno campo di concentamento dove rinchiudere uomini e donne. Ieri è toccato all’Occidente, oggi all’Oriente cinese. Dio, se esiste, non ci ha creato per questo.

5. Il tempo della tua storia, a un rapido calcolo, dovrebbe essere i primi anni Novanta. Della giornata del Vez è descritto anche un incontro con la Cgil. Quanto era significativa la presenza dei sindacati allora nell’industria delle tue parti? E oggi?

Il mio libro narra un fine settimana del 1995. Il sindacato qui era già mal visto allora, oggi è inesistente. Non per colpa del sindacato, ma per colpa dell’operaio che vuole scimmiottare il padrone distruggendo così la propria vita, rendendosi schiavo assoluto di un sogno irrealizzabile e malato: la ricchezza economica.

6. Sei uno dei molti autori del NordEst che descrivono la loro zona come una specie di anticamera dell’inferno, il regno dell’alienazione. Ultimamente ti sembra che ci siano segnali positivi, di cambiamento? Come dovrebbero cambiare le cose, secondo te?

Raramente gli autori del Nordest narrano il mondo operaio, i bassifondi, la zona nera della società. Oggi solo il sottoscritto ed Emanuele Tonon (autore de Il Nemico) narriamo questo genere di Nordest. Il Nordest adesso è in piena crisi economica, e soprattutto esistenziale. Sta morendo.

7. Sei credente?

Sì. Cerco un rapporto mio con la fede e con Dio. Non passo attraverso mediazioni ecclesiastiche. Il mio è un confronto diretto, di ricerca.

8. Il romanzo si conclude in modo ambiguo: come sarà l’indomani per Vez, Nic, Mike e Gio’? Riprenderanno con la vita di sempre? Che cos’è cambiato?

Non te lo svelo come è proseguita la loro vita. La letteratura non deve mai essere consolatoria, o definitiva, deve creare dubbi, pensiero, reazione. Generalmente detesto i lieto fine, quelli li lascio agli scrittori da salotto letterario.

9. Senti, personalmente, di aver realizzato un modello di vita più giusto, più umano?

La sera quando torno a casa sto bene. Ho realizzato un microcosmo di amore grazie a mia moglie Katia e a mio figlio Giacomo. Non so se sia giusto in generale, per tutti, so per certo però che è giusto per me che della vita ho visto e vissuto molti aspetti, in passato soprattutto i peggiori.

10. Qual è il tuo prossimo progetto?

Un romanzo sull’“educazione al contrario”. Tutti credono che le uniche forme di educazione siano quelle della famiglia, della scuola, della chiesa. Invece non è affatto così. Noi in periferia siamo cresciuti ascoltando i vecchi del bar, i “cattivi ragazzi” di paese, i poco raccomandabili, tutte anime che ci hanno regalato grande affetto e grande esperienza di vita.

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