636. Scheda: Lindqvist, “Lasciami entrare” (2004).

9 Ott

John Ajvide Lindqvist (1968), Lasciami entrare [“Låt den rätte komma in”, 2004], trad. Giorgio Puleo, Marsilio, Venezia 20061 e giugno 2010 per RCS periodici. Pp. 461 + ringraziamenti.

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Il romanzo è ambientato nell’inverno 1981 a Blackeberg, sobborgo di Stoccolma sviluppatosi quasi interamente negli anni Cinquanta: un luogo di misteri, è detto, inquantoché luogo di nessun mistero, privo di storia e di storie. In questo triste quartiere abita, con la madre, Oskar, 13 anni. I suoi genitori – la madre ansiosa e borghese, il padre affettuoso ma svampito e irresponsabile – si sono separati quando lui aveva 2 anni, e non hanno mai avuto altre relazioni. Di tanto in tanto Oskar rivede il padre, ma è una figura appunto assente e distratta (rituale durante i loro rari incontri a casa del padre è il pranzo con edredone: una volta Oskar si è rotto un dente per via d’un pallettone che non era stato levato dalla carne).

Oskar è vittima di bullismo: Jonny, un coetaneo mezzo delinquente, coadiuvato da Tomas e da un altro, gli dà il tormento ad ogni occasione, chiamandolo majale e costringendolo a grugnire. Oskar si piega ai loro giochi solo perché è l’unico modo che conosca per liberarsene in fretta. È nevrotico, e soffre di microperdite: ha ricavato da una pallina di gommapiuma quello che chiama “salvapipì”, una specie di sospensorio che gl’impedisce di bagnarsi mutande e pantaloni.

Vicino al suo appartamento si trasferiscono due strani figuri, che durante il giorno non si fanno mai vedere, e che vien naturale pensare siano padre e figlia. L’uomo, basso di statura e con una grande bocca, è Håkan, e non è il padre della ragazzina. L’uomo era stato nel passato insegnante di svedese, finché non erano state scoperte le sue tendenze pedofile e bisessuali; era stato radiato dalla scuola, gli avevano persino sfondato una finestra con una bombacarta, incendiandogli la casa. Håkan s’era dato all’alcolismo, bazzicando sempre lo stesso quartiere e diventando come il rimprovero vivente della comunità che l’aveva respinto. Un giorno gli s’era avvicinata quella strana bambina, che gli aveva proposto di venire da lei, e servirla. La bambina, Eli, è un vampiro di duecentovent’anni, divenuta non-morta all’età di 12 anni e, com’è costume per i vampiri, mai più da allora cresciuta, se non mentalmente. Per qualche motivo, Eli ha bisogno di altro sangue oltre a quello che beve, ed è Håkan che s’incarica di sgozzare vittime per lei dopo averle addormentate con gas anestetico. La sua prima vittima nei pressi di Lackeberg, in un bosco, è un ragazzo, poi ritrovato appeso a testa in giù con la gola squarciata, come il porco. Avviene durante una delle escursioni di Oskar nel bosco, quando, armato di coltello, sfoga la sua rabbia contro i persecutori assestando coltellate alla corteccia degli alberi. Fantastica d’una specie di fenomeno simpatico per cui ogni colpo che inferisce sulla corteccia colpisce Jonny a casa: s’immagina il bullo tra atroci sofferenze, mentre il suo corpo va coprendosi di misteriose piaghe, correre barcollando dalla madre e morire sotto i suoi occhî. Non appena viene a conoscenza della notizia, e della coincidenza di tempi tra l’omicidio del misterioso mostro e la sua sortita ad accoltellare gli alberi, rimane tanto suggestionato da pensare quasi di essere stato lui. Ora, comunque, ha una buona scusa in pronto se qualcuno dovesse sorprenderlo con il coltello in tasca: potrebbe sempre raccontare che gli serve per difendersi dal mostro.

Una sera la sua misteriosa vicina di casa lo trova in cortile, mentre mena fendenti contro un albero. Gli chiede che cosa stia facendo, e Oskar risponde che sta allenandosi per quando dovesse trovarsi faccia a faccia coll’assassino. La ragazza è strana: sembra più piccola dell’età che dice di avere – 12 anni – ed è vestita molto leggera per il tempo che fa (l’autore, nei ringraziamenti, dice che chi andasse a verificare verrebbe a sapere che l’inverno 1981 fu eccezionalmente mite, e che nel romanzo è stato reso rigidissimo per esigenze narrative); promana poi uno strano odore, nauseante, che ricorda a Oskar quello che aveva un suo cane mentre moriva, e lui gli si era sdrajato accanto per accompagnarlo alla morte. È un odore tanto disgustoso da indurlo ad allontanarsi un poco: anche se la ragazza lo attrae per la sua simpatia, ironia e intelligenza. Le presta il proprio cubo di Rubik – era appena stato inventato – ed Eli s’impegna a restituirglielo la sera seguente, dopo averlo risolto.

Håkan procura abbondante sangue ad Eli parte perché essa se ne cibi, e parte perché ha bisogno di passare le ore diurne in una vasca piena di sangue, nella quale rimane immersa totalmente; così si spiega anche l’odore. Quando Eli non ha avuto sangue a sufficienza diventa emaciata, e i suoi capelli lunghi e neri si striano di bianco.

Il quartiere è modestissimo, abitato da gente infelice, che mena un’esistenza che più prosaica non si può, e fatìca a tirare la fine del mese, sia che lavori, sia che campi d’espedienti. C’è una compagnia di amici decisamente piuttosto scalcagnata, composta da persone con mestieri del tutto imprecisati (Lacke) o umili (Virginia, che fa la cassiera), o campa con l’assegno sociale. Sono tutti di mezza età, tutti abbastanza alcolizzati, che s’incontrano puntualmente in un ristorante cinese. Il padrone del locale è un caricaturista epurato durante la Rivoluzione culturale del 1957 per via dell’irriverenza delle sue vignette; alle pareti sono attaccati i ritratti dei suoi clienti più affezionati, tra cui i già citati Lacke e Virginia, e poi Larry, Joakim detto Jocke che sogna un viaggio alle Canarie, Gösta che per la verità viene assai di rado e vive perlopiù rinchiuso nel puzzo d’urina della sua casa con 28 gatti malati e proliferanti per incesto.

Poi, a un certo punto, Eli comincia a far da sé per quanto riguarda la ricerca del sangue. Una sera Jocke pensa pateticamente al suo viaggio alle Canarie mentre sta rincasando da solo, quando una vocina infantile richiama la sua attenzione: c’è un corpicino riverso, semisommerso nello strame, nei pressi d’un sottopassaggio: è qualcuno che chiama ajuto. Jocke vede che si trata di una bambina, forse ferita; nonostante l’ubriachezza se la carica sulle spalle per portarla al ristorante, e da là, tra i complimenti per la sua presenza di spirito e il suo eroismo, chiamare soccorsi. Ma la bambina, avvinghiandosi a lui con una forza terribile, gli affonda i denti nel collo, spezzandogli costole e osso del collo. Una volta dissanguatolo, Eli si leva la maglia e la infila nell’interno del cappotto dell’uomo morto. È forse uno stanco indiretto invito a scoprirla: ma è Håkan ad intercettare il cadavere e la maglia prima di chiunque altro. Getta immediatamente il corpo nel fiume, dove rimane intrappolato nel ghiaccio. Eli e Håkan saranno intesi da Oskar e da sua madre mentre litigano furiosamente.

L’omicidio è tuttavia avvenuto sotto casa di Gösta, che ha visto tutto ed avvisa gli amici del ristorante cinese dell’accaduto, e però si rifiuta di testimoniare alla polizia l’accaduto: la sua dipendenza dall’alcool potrebbe metterlo nei guaî. La compagnia decide di indagare autonomamente.

Håkan è un personaggio patetico: nei pressi della biblioteca centrale di Stoccolma, memore della sua passata vita, fatta tutta di libri, non resiste alla tentazione di farci un giro. Ma una volta entrato non può impedirsi di mettersi a fissare un ragazzo dalla fisionomia evidentemente slava, che nota il suo sguardo e lo abborda, chiedendogli se ha bisogno di qualcosa. Capisce che gli piacciono i bambini molto piccoli e gliene propone uno per 500 corone, dandogli appuntamento nei cessi. Qui gli si presenta un bambino piccolo, che rimane in ostinato silenzio, tenendo chiusa la bocca in modo strano. Håkan gl’impedisce di abbassarsi automaticamente a succhiargli il pene, forzandolo ad alzare il viso verso sé: gli alza il labbro e vede che gli sono stati estirpati tutt’i denti, per un servizio più soddisfacente. Håkan gli dà il denaro senza farsi far nulla, e gli dice dolcemente di andarsene. Il bambino gli fa una carezza, che gli lascia una lunga impressione di calore sulla guancia.

Mentre l’amicizia tra Eli ed Oskar si approfondisce, Håkan tenta di mettere a segno un secondo, triste colpo, molto pericoloso perché non si tratta di un luogo isolato: è una piscina molto frequentata. Eli gli chiede che cosa farà se lo scopriranno: Håkan le mostra un vasetto pieno di liquido trasparente: è acido. Se lo scopriranno, se lo butterà in faccia, sfigurandosi e uccidendosi.

Håkan riesce a penetrare nella piscina senza doversi levare il passamontagna dalla faccia: entra negli spogliatoî, sente la conversazione di due ragazzi e si masturba. Lo spogliatojo si svacanta, passa un ragazzo da solo: Håkan lo intercetta, lo immobilizza mettendogli sulla faccia la mascherina collegata all’erogatore del gas finché perde i sensi. Håkan compie poi la contorta operazione d’issarlo per i piedi tramite la carrucola che si porta dietro, mentre già si sentono le voci di altri utenti provenire dal vicino spogliatojo: ma quando il ragazzo è issato e Håkan sta per aprirgli la gola, immediatamente la vittima apre gli occhî e caccia un urlo terrificante, che fa accorrer gente.

Prima di essere acciuffato, Håkan si versa il contenuto del barattolo sulla faccia. Contrariamente alle sue intenzioni, non rimane ucciso: l’acido gli scioglie i connotati, gli brucia via una palpebra, gli cava fuori un occhio (da lì rimarrà poi sempre cieco), gli salda le labbra, gli riduce in poltiglia un braccio e gli buca il torace.

Identificato come l’assassino del parco, è condotto d’urgenza all’ospedale, dove provvederanno a ricostruirgli la bocca – le corde vocali sono intatte, e quando sarà in grado dovrà dare spiegazioni. È guardato a vista di giorno e di notte da un agente o un infermiere: recupera la vista dall’occhio superstite e può ascoltare le domande e rispondervi a cenni.

Alle indagini partecipa anche Staffan, un poliziotto molto perbenista e religioso, e molto autoritario e molto ipocrita, che ha appena cominciato una relazione con la madre, fragile e sentimentale, di Tommy, un sedicenne che abita nello stesso condominio di Oskar ed Eli, ed è l’unico adolescente con cui Oskar riesca ad avere un buon rapporto; per quanto Tommy sia anche un filino profittatore, dato che è un piccolo ma capace ricettatore – ha un rifugio, in cantina, in cui custodisce ogni genere di bene di lusso, di cui fa commercio; e gli vende un po’ di tutto, ma è benevolo, e gli fa buonissimi prezzi.

Tommy non vede di buon occhio la relazione tra la propria madre e il poliziotto: oltre ad avere antipatia per quell’uomo come intruso, non gli sfugge nemmeno l’ironia di poter diventare, lui piccolo delinquente pornofilo e sniffatore di colla, il figliastro d’un uomo di legge rigido e compìto, baciapile e trombone. Invitato a casa di Staffan per conoscerlo, ha una reazione semiallergica all’arredamento pacchiano e piccoloborghese, e soprattutto ai trofei, alle statuette ed alle onorificenze accumulate in tante competizioni sportive. Approfittando di un momento in cui non è visto, s’impossessa del trofeo di un premio di tiro alla pistola, e lo butta dalla finestra. Ovviamente Staffan si accorgerà della sparizione, e la madre gli chiederà se è stato lui. Tommy ammetterà, ma pur giurando alla madre di restituirlo, preferirà nasconderlo nella sua tana in cantina; qui l’oggetto avrà una sua funzione d’importanza. Altra occasione per la guardia e il ladro di familiarizzare è la prèdica in una chiesa cattolica, dove Staffan canta nel corso. Tommy è stato avvertito che si parlerà della gioventù odierna in parallelo con la fuga degli Ebrei dalla cattività egiziana sotto la guida di Mosè – laddove si parla di una colonna di fuoco. Durante la prèdica Tommy getta nell’antico fonte battesimale una sostanza chimica a cui dà fuoco, causando una fumiera terribile, che getta nel panico tutti i fedeli. Si sa perfettamente che si tratta di lui; dovrebbe pertanto affrontare con Staffan una virile chiacchierata, che però per cause di forza maggiore non potrà aver luogo.

Ma molto c’è di stravagante in questi episodî, che non tolgono in nessun modo importanza all’evoluzione della storia centrale, quella di Eli ed Oskar. Eli, in particolare, insiste con Oskar affinché si faccia rispettare, lo forza all’amor proprio. Oskar si sente notevolmente incoraggiato, e durante una pattinata sul fiume ghiacciato a cui il professore di educazione fisica, lo spagnolo signor Ávila, ha portato la scolaresca, trovatosi di fronte nuovamente Jonny e i suoi tirapiedi, stavolta Oskar decide di non voler più subire, e brandisce un grosso bastone, con cui ferisce malamente il bullo ad un orecchio. Fortunatamente Ávila al momento è distratto da un’altra questione importante – la scoperta casuale da parte di qualche scolaro che sotto la superficie ghiacciata è chiaramente visibile la sommità di un cranio, quello del povero Jocke. Jonny rimane col timpano lesionato.

Håkan, in ospedale, è accusato anche di questa morte. È inutilmente interrogato dalla polizia affinché dia qualche risposta almeno movendo la mano o la testa. In realtà, ora che sa di essere condannato a vivere, aspetta soccorso.

Oskar non è punito in alcun modo per quello che ha fatto a Jonny, ma Jonny ha immancabilmente promesso di fargliela pagare carissima.

Nel frattempo anche Virginia, del gruppo dei forti bevitori, la quale ha una tormentata ed intermittente relazione con Lacke, è avvertita di quello che è successo a Gösta; ma litiga ferocemente con Lacke, che l’accusa di andare a letto coi primi che passano per disperazione – che è la pura verità. Virginia, sconvolta, se ne va di corsa. Lacke, che l’ama sinceramente, dopo qualche esitazione la insegue: raggiungendola giusto in tempo per staccarle di dosso Eli che le è piombata addosso e la sta vampirizzando. Normalmente, quando è libera di compiere l’operazione fino in fondo, Eli dissangua totalmente le sue vittime, uccidendole, espressamente per evitare la creazione di vampiri. In questo caso, dato che Lacke è riuscito a strappare quella cosa indefinibile dalle mostruose unghie – Eli si trasforma, quando è a caccia – prima che le fosse stata succhiata via tutta la vita, Virginia rimane tremendamente debilitata, ma è viva – per ora; e contaminata. Normalmente nelle storie di vampiri si dice che il vampiro non possa bere mai tutto il sangue della vittima, ma che è tenuto a contaminarlo, anche se non vuole, dal momento che il sangue di un corpo troppo vicino alla morte è tossico. Evidentemente per Eli non è così; nel suo caso valgono altre controindicazioni. C’è una scena di caccia, bellissima, in cui, con la naturalezza di un visitatore oltretombale, Eli penetra quietamente e scopertamente, con la scusa di una telefonata, nella casa in cui vive da sola un’infermiera lesbica dall’aria infelice che sbocconcella leccornie davanti al televisore acceso. La donna l’accoglie, offrendole silenziosamente dal piatto di portata. Nel momento in cui Eli le si piega sul collo, la donna, che è anche attratta dalla ragazzina dall’aria oscuramente angelica, si rende conto che è la morte stessa venuta a prenderla; ma il sangue della donna è intorbidato da un cancro, ed Eli ha un’intossicazione terribile. Preda delle allucinazioni, Eli si aggrappa alla disperata al filo del televisore che continua a trasmettere fesserie, tirandolo giù dal ripiano; si sviluppa un incendio, al quale riesce a sfuggire per un pelo, risensando appena in tempo.

La trasformazione di Virginia permette di precisare i limiti della Gestalt vampirica di Lindqvist. La ricerca in questo senso è ovviamente d’ascendenze riceane, ma il vampiro Lindqvistiano ha caratteristiche sue proprie: la trasformazione consisterebbe non in un radicale rinnovamento cellulare, in una ricomposizione – in un certo senso – con altro materiale come nella Rice, ma in una vera e propria infezione: nella zona del cuore s’insedierebbe una colonia di cellule cerebrali, costituenti il parassita, che è in grado di sopravvivere anche alla morte, o non-morte, del corpo e fargli fare quello che vuole. Virginia, che ha avuto come primi sintomi la fotofobia e una sensazione penosa di fame e disgusto per il cibo nel tempo stesso, a un certo punto pare riprendersi e torna al lavoro. Messa a confezionare buste di gamberetti, si ferisce un dito contro il guscio di una delle bestiole; succhiandoselo ha un tale piacere e un tale trauma che sviene, e deve immediatamente tornare ad allettarsi. A casa la sua fotofobia si acuisce; dorme arravugliata in tutti piumoni che ha in casa senza sentire caldo e senza poter mandar via la sensazione irritante della luce diurna. Si procura profonde ferite e succhia il proprio sangue, placandosi temporaneamente; le ferite si rimarginano con una velocità incredibile. Manda via Lacke quando viene a trovarla, e dopo aver lungamente patito la fame, decide di andare a trovare Gösta, che è isolato e infelice, e potrebbe essere una vittima perfetta. Solo che da Gösta eccezionalmente c’è anche Lacke. Ciò ch’è peggio, tutti e 28 i gatti sentono l’alieno che è in lei e l’aggrediscono ferocemente, attaccandolesi con le unghie da tutte le parti, mentre Lacke, ammazzandone uno e strappandone via un altro pajo con rabbioso dolore di Gösta, riesce a trascinarla fuori, giù per le scale: una scena descritta come al rallentatore.

In ospedale Lacke non lascia un minuto la sua donna, che ha modo di dirgli di essere divenuta un vampiro, e di dichiarargli il suo amore. Lacke si fa portare un letto nella stanza di Virginia, e passa con lei la notte. Virginia gli dice, prima che lui s’addormenti, di non voler più vivere. La mattina dopo, mentre Lacke dorme ancóra, la donna fa tirare le tende all’infermiera; la luce del sole la colpisce, mandandola a fuoco.

Lacke è inutilmente consolato dagli amici. Sa di poter riconoscere l’assassino, e pensa alla vendetta.

Eli nel frattempo ha finalmente ammesso, dopo molte insistenze di Oskar, di essere un vampiro. Per fargli sapere chi ella realmente sia, lo bacia: Oskar durante il bacio ha la visione della storia di Eli secoli prima, quando era ancóra l’adolescente maschio Elias; vede come fosse presente come un ributtante gentiluomo lo prendesse e lo castrasse su un tavolo da tortura. Gli dice che passa le giornate immersa nella vasca di sangue.

Håkan migliora al punto di trascinarsi fino alla finestra della sua camera d’ospedale, approfittando del sonno della guardia. Qui chiama mentalmente Eli, che arriva e si fa indirizzare da lui da un’infermiera di guardia. Håkan vuol essere liberato: Eli acconsente, pur avvertendolo che dopo dovrà ucciderlo, e lo vampirizza. Håkan si getta dalla finestra, ed è dato per morto. È condotto alla morgue da uno sventurato infermiere, che perde parecchio tempo a tamponare il plasma rosaceo che continua ad uscire dal corpo. Stanco, l’infermiere se ne va senza aver risolto il problema. Poi, pensando a chi verrà dopo di lui, torna nella morgue, e trova Håkan in movimento e con una vistosa erezione. Era un caso, sicuramente, di morte apparente; l’infermiere prende la barella e fa per riportare il mostro in ospedale; ma appena sono entrati in ascensore, Håkan apre la bocca lacerando il tessuto saldato dall’acido, e mangia la faccia dell’infermiere.

Dopodiché comincia una folle corsa, durante la quale, divorato da una fame insaziabile, semina il panico tra la popolazione, continuamente allarmata dai titoloni dei giornali. Eli sa che ormai è tempo di distruggerlo. Ruba tre flaconi di alcool denaturato in un supermercato, e riesce a raggiungere casa mentre il sole sta sorgendo, evitando per un pelo di andare a fuoco; nell’androne di casa perde uno dei tre flaconi, che non può ovviamente recuperare. È stremata, e dimentica di chiudere la porta a chiave. Non sa che Lacke l’ha individuata, e la segue. Questi approfitta della porta aperta per raggiungere il bagno, dove Eli dorme immersa completamente nel sangue. Lacke leva il tappo, e fa defluire il sangue, scoprendo la non-morta. Oskar sopraggiunge, e trova Eli sveglia che fronteggia Lacke. Fedele al patto stretto con Eli va nella stanza adiacente, lasciandola fare e aspettando che tutto sia finito.

Håkan, dopo parecchî giri, sta per raggiungere Eli. La quale nel frattempo ha trovato una variante consensuale di vampirismo, offrendo a Tommy 5000 corone per farsi aprire la vena e farsi succhiar fuori una generosa quantità di sangue, senz’altra conseguenza se non un forte indebolimento. Tommy acconsente, ma poco dopo che Eli ha bevuto nella tana penetra Håkan, che tenta di violentare Eli; questa non riesce a piantargli il paletto nel cuore, ma riesce almeno ad accecargli l’unico occhio rimastogli, fuggendo. Tommy, ancóra barcollante, rimane da solo a fronteggiare il mostro, che tenta di afferrarlo.

Mentre Tommy fa i salti mortali per sfuggire al mostro, Staffan ottiene finalmente la chiave della tana, dove vuole avere quell’annunciato virile confronto col futuro figliastro. Quando apre la porta, però, si ritrova davanti il ragazzo che canticchia un jingle scemo che ripete qualcosa di insensato a proposito di un elefante, e intanto, col suo prezioso trofeo, mena poderose mazzate su un corpo semispappolato, che ad ogni colpo pare tentare di ricomporsi. Håkan è riportato in ospedale, e Tommy in psichiatria.

Nel frattempo Oskar, in un eccesso ribellista, ha dato fuoco ai banchi di Jonny e dei suoi amici: nessuno l’ha visto ma tutti sanno che è stato lui. Per qualche tempo non va a scuola: riceve anche la telefonata del preside, ma non lo lascia concludere e gli chiude la comunicazione in faccia. Eli è scomparsa, e lui è disperato e insensibile a tutto.

Un giorno riceve la telefonata di Ávila: non vuol sapere niente di niente, ha chiamato solo per informarlo che la sera alle 19.00 ci sarà un allenamento, se vuol venire venga. Oskar accetta. Riceve sùbito dopo la telefonata di un falso amico, che lo invita ad uscire con lui – in realtà è incaricato da Jonny – ma Oskar gli dice del precedente impegno. Così Jonny sa dove trovarlo.

L’allenamento è presso la piscina della scuola. Oskar ha l’impressione che Ávila lo guardi con disprezzo quando manifesta incertezza a buttarsi in acqua. L’allenamento però non ha nemmeno modo di cominciare perché il professore è chiamato al telefono. Si allontana, ed è intercettato da un amico del fratello di Jonny, che lo tramortisce con una calza piena di monetine. Dopodiché il fratello di Jonny e i suoi sodali circondano la piscina: dovrebbe a questo punto cominciare il macello. Ma Eli appare dietro una vetrata, bussa attirando l’attenzione di uno dei ragazzi, gli chiede “Fammi entrare”, e corre al soccorso di Oskar.

Che cosa faccia di preciso non è descritto; si dice quello che troverà la polizia alla fine dell’intervento di Eli, cioè le teste dei teppisti buttate nell’acqua e schizzi di sangue fin sulla travatura del soffitto.

L’ultima scena mostra Oskar che viaggia solo in treno. Un controllore gli chiede se all’arrivo ci sarà qualcuno che l’ajuterà a trasportare tutti quegli antiquati bauli pesanti. Oskar sorridendo lo rassicura.

Nei ringraziamenti l’autore dichiara che tutti i fatti narrati sono avvenuti, sia pure in altro modo. Nei primi anni Ottanta Blackeberg era un quartiere-dormitorio squallido, come parlare di Mirafiori o Calvairate, o qualunque altro quartiere sviluppatosi intorno a fabbriche in qualunque altra città europea specialmente dopo gli anni Cinquanta/Sessanta. Come si vede, il romanzo non è privo di difetti: molte voltate della trama sono goffe: l’autore sospende troppo a lungo l’azione di alcuni personaggî quando si tratta di concentrarsi su altri, molte cose rimangono irrelate nonostante i personaggî tendano a formare una cerchia ristretta, molti particolari sono evidentemente desunti dall’autobiografia e rimangono piuttosto enigmatici, la Gestalt stessa del vampiro è piuttosto incerta – se le aggressioni di Håkan servivano anche a riempire la vasca ad Eli, chi gliela riempie mentre Håkan è in ospedale? Non è mai mostrata mentre fa avanti e indietro con i secchî come avveniva con Håkan. Quanto alla morale di Eli, ella si riconosce come assassina, e nota che tutti i vivi vorrebbero a loro volta uccidere; se non ha nessuna remora ad uccidere, perché incarica Håkan, che per giunta è costantemente a rischio di cattura ed eventuale uccisione? Dal libro è stato tratto un film, in cui le relazioni tra personaggî, oltre a quello che si deve alle solite addomesticazioni proprie del mezzo espressivo, sono state rese più nette, probabilmente rendendo il tutto più coerente; ma rimane significativo che il film sia stato, immediatamente dopo, oggetto di remake. Questi ritorni sullo stesso materiale narrativo sono inevitabili o pressoché, trattandosi di materiale autobiografico bruciante, insopportabile: il trasferimento del materiale grezzo su un piano di condivisibilità, attraverso la trasfigurazione narrativa e il ricorso ad archetipi da romanzo popolare, dunque non impunemente alterabili, è un’operazione che Lindqvist poteva compiere solo fino ad un certo punto. Un’operazione, in questo senso, perfettamente condotta a termine sarebbe stata in effetti da considerare come un appulcramento, una falsatura. È nei suoi eventuali squilibrî, nel movente autobiografico, misterioso e non penetrabile attraverso lo schermo della rielaborazione narrativa, che risiede l’interesse del romanzo. Che riporta in modo molto felice (si fa per dire) ad una certa atmosfera storica, con gl’intatti colori d’un incubo ricorrente, e all’anomia di certi anni, con il portato d’oggi incredibile violenza che implicavano le relazioni umane in un tempo certamente passato ma non lontanissimo. L’autore è stato paragonato a King, ed effettivamente la sua narrazione della sanguinosa infanzia attraverso l’horror sicuramente ha fatto scuola (in It più che in ogni altro romanzo), ma a Lindqvist manca la tempra epica, e non perché non sia abbastanza narratore, quanto perché reca in sé molto d’irrisolto, e vistosi sono i segni del male che affronta narrativamente. Emarginazione, alienazione, droga, devianza sessuale, transessualismo, omosessualità, pedofilia: la metafora del vampiro serve a contenere una serie impressionante di anomalie, laddove altri autori hanno preferito o non metaforizzare affatto (come lo stesso King, con l’unico tributo al sottogenere) o concentrarsi ora su questo ora su quello; è evidente che la materia avrebbe richiesto un trattamento più corale, una differenziazione più spiccata tra personaggî, ed un ampliamento delle prospettive, laddove il mostro e il vampiro colpiscono sempre nello stesso contesto.

Per converso il romanzo merita tutto il robusto successo riscosso, essenzialmente per l’eccezionale capacità empatica coi personaggî e coi tempi, che hanno avuto effettivamente solo descrizioni ampiamente inconsapevoli – nessuno ha enucleato esattamente l’unicità degli anni Settanta/Ottanta come decennio in sé, nella sua particolarissima confusione e disperazione, mentre questo è uno dei romanzi, sicuramente pochissimi, che ci sono arrivati vicino. Dunque l’amarezza e il pessimismo che ne sono la cifra, se pure non disdicono in genere – come anche un gusto fabulatorio molto rapsodico e durchkomponiert, nonché una penetrante sentimentalità – ad una certa palpabile nordicità, non si devono tanto ad essa, credo, quanto proprio, più che altro, alla cifra che il romanzo ha tentato di cogliere; chi ha vissuto certe tensioni in contesti sottoproletarî simili non tarderà a riconoscerla. La scarsa funzionalità simbolica del romanzo, insomma, è bilanciata dalla perfetta aderenza sentimentale, quasi a dispetto della stessa lettera testuale. Spetta con ogni probabilità ad altri andare oltre, se mai sarà, quest’acquisizione, che è limitata alla fornitura di spunti, capaci solo di far risonare corde già tese ma non di evocare a chi non condivide l’esperienza. Facilissimo, e totalmente sterile, sarebbe soffermarsi sulle peraltro abbastanza veniali manchevolezze, specialmente quando il difficilissimo essenziale è stato comunque côlto con tanta infelice felicità. [01 08].

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