637. “Il cagnolino e il gatto”.

11 Ott

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d9/1808-miseries-life-catsitting-I-Cruikshank.jpg

Trattasi di un ricordo abbastanza remoto; riguardante persona di cui già credo aver parlato quissopra. M’aveva fatto riferimento ad un racconto, genericamente, forse una novella cinquecentesca (di quelle novelle di cui tanti esempj si sono dati, tra Grazzini, Giraldi Cinthio, Straparola plagiario del Morlini, Bandello, Da Porto, e insomma tutti quei nomi che si fanno sempre alla scuola a proposito della narrativa postboccaccevole, che nel Rinascimento ebbe tanta voga e tanto poche cose di momento produsse). Narrava – diceva – di un gatto che era stato educato dal padrone a comportarsi bene, e che pareva aver cambiato natura meravigliosamente; eppure, un giorno, graffiando e mordendo, tornò fatalmente a mostrare la sua natura felina e ferina. Può darsi benissimo che l’apologo sia anche contenuto in qualche novella del Cinquecento; pare una quelle cose che ricorrono da narratore a narratore, da favolista a favolista, e di cui si dànno decine d’esempj di secoli diversi; arroge che la matrice potrebbe benissimo essere popolare, e in quel caso chi va più a sapere chi fosse il primo a raccontare questa storia? Il giorno stesso che mi fu riferita l’esile trama, sfogliai alcuni Laterza crociani ispezionando i sommarietti, per vedere se da qualche parte si parlasse d’un gatto che rivelava la sua semiselvatica natura, ma non trovai nulla, e giustamente, parendomi assai più tema da favola che da novella – laddove i due generi sono ancòra confusi è nelle Ciento novelle antike, ma lo vidi, e non v’è compreso nulla del genere. Piuttosto, senz’aver cercato più nulla, mi capitò jeri sottocchio, a p. 134 del manualetto scolastico di Giuseppe Lipparini, Lo stile italiano. Precetti ed esempi di retorica, stilistica e metrica per il Ginnasio superiore e l’Istituto magistrale, Nuova edizione riveduta ed aggiornata, Carlo Signorelli Editore, Milano 1954, il seguente “esempio di favola”, che nella stampa del Lipparini pare adespota, ma che verosimilmente, essendo seguìta a p. 135 da La cicala e la formica con firma di Gasparo Gozzi, dovrebbe doversi alla stessa mano; e così m’è tornato in mente che già me ne s’era parlato. E così mi sono potuto render conto che la cifra delle favole non è tanto nella loro intrinseca banalità, quanto nella funzione, che hanno, di rendere banali anche i casi della vita a cui sotto allegoria si riferiscono. Nel mio caso, devo ammettere, pur ricordata a sprazzi, la presente favoletta ci riuscì benissimo. Il fatto che sia in forma di filastrocca rende la mia constatazione ancòra più sconsolata.

Il cagnolino e il gatto.

Vede che un cagnolino
Delizia è del padron
Il gatto, e a paragon
D’invidia muore.
Prender ne tenta i modi,
Giocolar, saltellar;
Anch’ei vuol diventar
D’ognun l’amore.
Or di virtù sì nuove,
Molto il padron stupì;
E crescer ogni dì
Già le vedea.
L’amò; col can sovente
Godea chiamarlo a sé;
La zampa se chiedé,
La zampa avea.
O come amabilmente
Leccava e mento e man!
Il primato del can
Pendea già in forse.
Ma un dì festoso il gatto
Quanto più dir si può,
Il mento gli graffiò,
La man gli morse.
L’amico il qual ti sia
D’indole noto appien,
Tienti, o il novello almen
Conosci pria.
Non ti fidar d’un tratto
Di grazia e di bontà;
Sempre ti graffierà
Chi nacque gatto.

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