597. Scheda. Cazzullo: “Verità della parola” (1992).

18 Ago

Anna Cazzullo (-), La verità della parola. Ricerca sui fondamenti filosofici della metafora in Aristotele e nei contemporanei. Edizioni Universitarie Jaca Book, Milano ott. 19922 [1987]. Pp. 232 + Catalogo.

Dev’essere detto che il volume per la gran parte riassume il concetto di metafora in Aristotele (Topica, Metafisica IV, Elenchi sofistici, Poetica, Retorica), in gran prevalenza, pur in funzione della rivalutazione filosofica che si spera essa possa avere alla luce dei più recenti sviluppi della filosofia, specialmente in séguito a suggerimenti di Ricoeur e Aubenque. Infatti il principio informatore di tutta la ricerca consiste nell’affermazione aristotelica secondo cui nell’argomentazione filosofica non può essere usata la metafora inquantoché espressione lontana da quella consueta o “vera”. Da questo punto di vista Aristotele, che per primo si pone il problema di una descrizione scientifica della realtà, ereditava una tradizione – Eraclito, Parmenide, Platone soprattutto – che lo vincolava teoricamente ad una condanna dell’espressione retoricamente ricercata. Platone aveva espulso dalla Repubblica sofisti, retori, poeti ed eristi (il sillogismo eristico, secondo la definizione che ne darà Aristotele, è quello che si basa apparentemente sul senso comune ma arriva a conclusioni non vere), inquantoché, per quanto riguarda la loro arte, essa è basata sull’apparenza simile, sullo ὁμοίος. In un cosmo dominato dalle idee, in cui il mondo sublunare è una pallida eco della perfezione iperurania, una stentata imitazione, la μίμησις, operata dai poeti soprattutto, e dagli artisti in generale, è una cosa perfettamente inutile, nociva. Platone ha anche dedicato un dialogo al Sofista (ugualmente ha scritto un Gorgia, &c.), in cui ha stabilito le differenze tra il ricercatore della verità filosofo e chi si serve delle parole per manipolare un pubblico, facendo apparire le cose come non sono.

Tra i generi il più avversato è proprio quello che all’imitazione è intitolato, il dialogo comico denominato “mimo” o “mimiambo”. La metafora, tropo dallo statuto incerto, è comunque la figura retorica che simboleggia, con la sua confusione tra piani di realtà, i procedimenti retorico-sofistici, oltreché quelli del loro campo elettivo d’espressione, cioè la poesia. Ereditando questa concezione, Aristotele, dovendo risolvere il problema in termini scientifici e non meramente speculatìvi e congetturali, sottopone le figure professionali avversate da Platone ad un’analisi serrata, che non può avere come scopo la loro eliminazione da uno stato ideale ma la loro comprensione ed armonizzazione all’interno dello stato reale. In questo senso è importante considerare i testi che trattano della metafora e dei loro utilizzatori, secondo l’epoca in cui furono scritti; se le classificazioni delle opere accademiche hanno infatti un valore esclusivamente scientifico, le due opere direttamente dedicate alla questione, Poetica e Retorica, se è vero che sono tarde come sostiene Rostagni, a cui la Cazzullo dà ragione, sono state scritte da un Aristotele istitutore di Alessandro Magno, impegnato dunque a dimostrare se la poesia sia o no giovevole all’educazione dei giovani. La risposta è , anche se si distingue tra buona e cattiva poesia (altro è Omero, e altro è Euripide, di cui si riporta un verso vizioso, in cui il nocchiero è chiamato impropriamente “regnatore del remo”), ma è una nozione alla quale si arriva attraverso, appunto, una concezione dello stato che non esclude la presenza né del retore né del poeta. Lo stesso percorso d’indagine svolto da Platone sui sofisti è svolto da Aristotele sui dialettici. Il pensatore dialettico, cioè il filosofo scrittore di dialoghi, è molto simile al mimo tanto poco apprezzato da Platone: infatti il dialogo imita uno scambio tra due interlocutori, ed è proprio la presenza di un interlocutore a distinguere il dialettico dal filosofo, come dalle altre figure, quella del retore e quella del sofista. Il discorso filosofico dev’essere nettamente distinto dagli altri, perché è un solitario argomentare, e il dialettico è fattivamente in una posizione intermedia tra il filosofo in senso proprio e il retore. Lo statuto del poeta è visto in due sensi; in prima istanza egli è il portatore di un sapere arcaico; è il sapiente della sua età. In secondo luogo, come si nota nel parallelo con lo storico, se non si occupa del reale nei suoi aspetti accidentali, si occupa pur sempre d’esso in senso universale, simbolico. Dunque la sua posizione è più prossima a quella del filosofo di quanto sia quella dello storico, innanzitutto, e poi di quanto concedesse Platone. Di fatto non è tanto nelle procedure che si possono distinguere queste due figure, quanto nella προαίρησις, nell’intenzione, nel fine a cui tendono. Ma anche per quanto riguarda le procedure, esse devono essere regolamentate: la poesia non è poesia solamente perché è in versi, altrimenti il poeta Omero sarebbe sullo stesso piano di genere di Eraclito, la cui opera non è di poesia ma di fisiologia, per quanto sia in versi. Si addicono alla poesia procedure come il ricorso a lessico peregrino (“esotico”), forme alterate, ricercatezze che sconvengono al discorso in prosa, benché il sofista ne faccia regolare abuso. Mentre il falso e il vizioso sono proprî al discorso sofistico, al discorso poetico è connaturale il verosimile, che ha una posizione intermedia tra il vero e il falso nella sua qualità di possibile, di aspettabile (Pareyson). L’esigenza principale, per quanto riguarda il pensiero di Aristotele, è quella di stabilire un valore definito ed incontrovertibile alle parole. Il suo progetto scientifico ha come scopo il dominio del reale attraverso il mezzo verbale, che la sofistica ben più che la poesia mette costantemente in crisi attraverso l’equivoco su cui gioca, da quello delle false somiglianze di concetto alle rispondenze foniche. Ma mentre la sofistica ha come scopo ultimo lo svuotamento di significato della materia verbale, la poesia, nei suoi traslati – la metafora è un’ἐπίφορα, innanzitutto, un “trasferimento” – ha come scopo, o deve avere, quello di “far vedere”, di evocare direttamente; lo scopo della metafora è l’immagine. Anche in questo non manca un punto di congruenza tra poesia e filosofia, se in greco il “sapere”, la conoscenza, è indicato attraverso radici che rimandano al vedere: “io so” è οἶδα, letteralmente “ho veduto”. La finalità della poesia, se è in parte euristica, è tuttavia, come προαίρησις, distante dalle finalità della filosofia, ma ha a sua volta una funzione precisa. Infatti Aristotele, che fonda la sua scienza su un uso definito della parola, contrapponendo la predicazione nominale della filosofia a quella attributiva della sofistica, è ben consapevole della condizione difettiva della lingua: il numero delle parole è finito, mentre il numero degli enti è infinito. La poesia ha la possibilità di coniare parole nuove, per esempio; mentre nella metafora è possibile vedere non solo un cambio di aree semantiche perfettamente biunivoco come nel caso del mattino definito come giovinezza del giorno o la vecchiaja definita come il tramonto della vita, ma anche cambî simili tra aree (4) non tutte rappresentate: per esempio, esiste la seminagione del campo, ma la locuzione in cui è il sole a seminare di raggî la terra non può essere ricomposta esattamente su un piano letterale perché l’azione descritta non ha un nome preciso, e la metafora consente di trovargliene uno. In questo è possibile trovare lo scopo euristico della poesia, la quale smette soprattutto di essere μίμησις secondo la lezione platonica per rivelare la sua alterità rispetto la natura: la quale è difettiva, ma non nel senso platonico d’essere a propria volta, nel suo esperibile, remota discendenza dall’idea, quanto di essere necessitosa di essere di per sé complementata, completata: la poesia si pone, rispetto la natura, proprio in questa posizione di complemento e correttivo. Tutto questo, compresa la sua funzione, nonostante la sua “futilità” fa sì che le sue procedure non siano affatto libere e invalutabili, ma che anch’essa deve applicare le sue procedure con rigore: esisteranno dunque metafore proprie e metafore improprie, ed esisterà un criterio generale di composizione della metafora, che non dovrà essere costituita da membri troppo distanti tra loro per logica, nel qual caso sarebbe astrusa, né troppo ravvicinati, nel qual caso non farebbe nessun effetto. Il verosimile dunque s’incarica di complementare quello che manca al vero; anche il vero immanente eracliteo, definito λόγος, non è più considerato valido. Aristotele mette bene in chiaro che il vero e il falso non sono della realtà predicata, ma della predicazione della realtà; la quale a sua volta è resa problematica dalla mancanza di parole corrispondenti all’ente, a cui la poesia può ovviare o mettendo/rimettendo in corso parole culte, peregrine o prestate, o attraverso la metafora. Il rigore cól quale la metafora è costituita dal poeta è deciso anche e soprattutto dalla sua capacità di stabilire un’analogia tra piani logici diversi; essa analogia dev’essere nei fatti, perché la metafora valga. Mentre Platone concentrava la sua attenzione sull’aspetto di somiglianza parziale e su quanto aveva di posticcio, Aristotele mette l’accento sull’analogia. Nel suo sistema, che è fatto di esatta nominazione e di categorie, egli presuppone una distinzione sia dei singoli enti sia delle categorie tra loro, come dei generi letterarî ed espressìvi. La metafora ha proprio la qualità individuata di stabilire relazioni transcategoriali. Dal momento che esse relazioni possono avere un loro rigore ed un’esattezza a livello di fatti, senza di che non sarebbe nemmeno possibile isolare quelle non rigorose o sconvenienti, e dato che questo può servire a fini educatìvi attraverso la visività stessa della comunicazione, per immagini, dunque ha una sua valenza euristica, benché distinta da quella scientifica, o filosofica. Mentre, attraverso la splendida serie delle sue definizioni, la fa uscire dal discorso filosofico come potenziale danno alla solidità dell’argomentazione, Aristotele permette alla metafora di rientrare in àmbito latamente speculativo come procedura feconda grazie alle sue potenzialità di predicazione anfibia tra più piani logici. Il bando prescritto alla metafora è stato tenuto fermo nel corso di una millenaria tradizione filosofica, pena la perdita di funzionalità dello strumentario verbale necessario all’indagine, ma senza tornare con la debita attenzione alle indicazioni di Aristotele in merito al valore euristico “diverso”, ma fattivo, della metafora. Per quanto per lui residuato di un sapere arcaico, prescientifico, non cessa affatto di avere un valore rivelatorio – solo poetico, per lui, ma, nella sua transcategorialità, anche e innanzitutto metafisico. Oggi, quando ogni certezza a proposito della definitezza nominale è crollata, gli studî retorici in genere e quelli sulla metafora in particolare si sono moltiplicati; la retorica non è mai stata tanto teoricamente in crisi e non è mai stata tanto studiata: Umberto Eco riferisce che la più ampia bibliografia sulla metafora registra oltre 3000 titoli, ai quali mancano peraltro molte presenze significative, come per esempio Heidegger. La trattazione verte regolarmente, però, sul funzionamento della metafora come meccanismo retorico; laddove il genio di Aristotele aveva fatto intravedere ben altre sue potenzialità euristiche. [30 06].

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